31.8.06

Vi ricorderete di me per film come...

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E' morto Glenn Ford, io lo ricorderò per Gilda.

Roma 2.0

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Leggo su Qix una notizia riportata anche da Yahoo!Finance, i ragazzi (romani) di Mad4Milk dopo aver sviluppato un'interessante pacchetto javascript sono stati acquisiti da Freewebs che ha incluso il loro lavoro all'interno di un progetto per rendere accessibile a tutti (tra le altre cose) anche la programmazione in AJAX.

Google Books è partito

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E' partita la monumentale impresa di Google.
Da ieri è partito seriamente (a livello ufficiale già era partito ma non c'era praticamente nulla) Google Books.
Al momento sono indicizzati tantissimi libri fuori da diritto d'autore, si possono dunque leggere online, consultare e scaricare in formato PDF opere come la Divina Commedia. Assolutamente gratis.
La qualità delle pagine (che sono scannerizzate) non è eccelsa, ma ci si accontenta visto che l'obiettivo è la ricerca di informazioni e non tanto la piacevole lettura di un libro.

Questa operazione assolutamente folle e degna di un personaggio di Werner Herzog (o di Herzog stesso) se portata in porto (Google continua a combattere per il suo diritto (??) di indicizzare anche opere sottoposte al diritto d'autore in nome del fair use di quelle opere) rischia di essere uno dei più grandi cambiamenti nella cultura moderna dall'invenzione della stampa a caratteri mobili.
Si tratta di rendere possibile la ricerca dentro milioni di libri, e se il problema della società moderna (problema di ordine culturale) è che si ritrova una mole di studi e materiale impossibile da tenere sotto controllo, in questo modo diventerebbe possibile tutta un'altra dimensione di studio.
Al momento uno studio approfondito sui Cultural Studies necessita di una lettura dei libri dei suoi autori più importanti, più tutti i libri dedicati ai cultural studies, più i libri che si occupano delle teorie della comunicazione più in generale, ma non è possibile fare una vera ricerca per tutti i libri che magari ne parlano solo incidentalmente o che sono male archiviati o che non hanno elementi chiave nel titolo. Ad ora le ricerche bibliografiche avvengono infatti principalmente per autore o titolo, tutti gli altri metodi (per macro argomenti) servono a poco.
L'utilizzo di uno strumento come Google Books renderebbe possibile trovare tutte le opere che parlano dei cultural studies anche in una pagina sola, sarebbe possibile esaminare ogni contributo e scoprire che autori importanti ma insospettabili ne hanno parlato.

Lo Zoo Di Venere (A Zed & Two Noughts, 1985)
di Peter Greenaway

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Girato subito dopo I Misteri Del Giardino di Compton House (film che fu un grande successo e diede notorietà al giovane Greenaway), Lo Zoo di Venere diede subito dei problemi al regista che ammette in un'intervista di aver sentito il peso di fare il suo "secondo film".
Secondo Greenaway stesso il problema sarebbe stato risolto affidandosi ai suoi temi classici: la luce, lo sguardo, l'arte e il sesso.
Affermazione difficile da condividere. Lo Zoo di Venere ha una trama pretestuosa e (volutamente) poco curata un canovaccio tramite il quale mettere in scena una dopo l'altra piccole sequenze che potrebbero essere quasi a se stanti.
Ci sono moltissime sperimentazioni visive infatti in questo film, ci sono illuminazioni particolari, c'è uno splendore formale che raramente si vede e ogni inquadratura è una vera e propria perla (su tutte è meravigliosa quella della scena dell'incidente con le transenne della polizia che sventolano), ma tutta quest'estetica (per esplicita volontà dell'autore) non è mai al servizio del film ma bensì porta avanti un discorso parallelo.
Insomma Lo Zoo di Venere annoia e non appassiona e secondo me manca anche di fare quello che invece il precedente film riusciva a comunicare, cioè una problematicità, una dialettica realtà/immagini dove la prima viene svelata dalle seconde e non, come tradizionalmente si crede, dove le seconde sono una rappresentazione della prima.
Ecco, Lo Zoo Di Venere non svela nulla tramite le sue immagini.

30.8.06

Dirigere non è come scrivere

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Charlie Kaufman è uno dei più interessanti sceneggiatori contemporanei e non solo per la particolarità delle sue sceneggiature (Essere John Malkovich, Se Mi Lasci Ti Cancello, Il Ladro di Orchidee...) ma soprattutto per il legame che ha saputo stabilire con i registi che più hanno esaltato le sue doti.
Chi conosce i lavori di Spike Jonze e Michel Gondry prima di fare lungometraggi (perlopiù videoclip, documentari e cortometraggi) può facilmente riconoscere nelle opere sopracitate quanto ci sia di loro, e quindi quanto di Kaufman. Si può vedere come il merito del risultato sia equamente diviso tra una scrittura vivace e intelligente, una capacità rara di narrare bene (Kaufman) e una capacità di individuare le componenti emozionali in ogni singola inquadratura (Jonze) o di mostrare le proprie ossessioni attraverso la deformazione esplicita dei meccanismi di messa in scena (Gondry).

Il prossimo progetto di Kaufman si chiama Synecdoche, New York e sarà codiretto assieme a Jonze.

In giro si legge molto sul fatto che Kaufman è passato alla regia, ma sinceramente io non credo sia esatto. E' uno sceneggiatore molto presente ed è noto come partecipi alle decisioni di regia sempre, credo semplicemente che in questo caso si sia voluto esplicitare ancora di più il suo ruolo, ma che in fondo a livello produttivo non cambi molto.

Ad ogni buon conto ora Michel Gondry dovrebbe aver ultimato il suo La Science des Reves, film prodotto in Francia senza Kaufman con Gael Garcia Bernal. Anche questa sarà una pellicola onirica, con molti passaggi tipici di Gondry (le mani che diventano grandi) che vuole esaminare il mondo esterno attraverso la messa in scena del mondo interiore dell'uomo.

Internet come uno stereo

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Le storielle edificanti di MySpace, quelle che parlano di gruppi come gli Arctic Monkeys, diventati famosi in virtù di una popolarità acquisita unicamente sul social network di Rupert Murdoch, stanno cominciando a fare danni.
La Universal /Vivendi, una delle più grandi etichette musicali in assoluto, ha deciso di appoggiare SpiralFrog.com, un progetto di music store in diretta concorrenza ad iTunes che si propone di distribuire tracce musicali compatibili più che altro con i telefoni cellulari, senza far pagare agli utenti ma sottoponendoli a dosi massicce di pubblicità.
Loro stessi hanno parlato di un'ispirazione da MySpace e dal fatto che una richiesta di musica online c'è ed è forte e lo dimostra la pirateria ma poi non si riversa nel commercio. La loro tesi è dunque che la gente usa la musica in rete come uno stereo per sentire e non tanto per comprare e così questo gli vogliono dare.

Aggiungi un posto a tavola

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Erich Schmidt amministratore di Google è stato ammesso al board of direction di Apple.
Si tratta di un tavolo al quale si siedono, oltre alle massime cariche della casa di Cupertino, anche altri grandi nomi che fanno parte della Santa Alleanza.
La notizia è dunque che Google entra nell'alleanza (la quale si distingue non tanto per chi accumuna quanto per chi tiene fuori), e trova Paul Otellini di Intel, tanto per dire, e Al Gore, l'ex candidato alla Casa Bianca, ex numero 2 di Clinton e ora implicato in tutta una serie di attività a stretto contato con le nuove tecnologie.

Il Testamento Di Orfeo (Le Testament d'Orphée, ou ne me demandez pas pourquoi!, 1960)
di Jean Cocteau

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Jean Cocteau, poeta, pittore, surrealista, artista a tutto tondo emblematico del novecento nel suo ultimo film (che per l'appunto è il suo testamento) tira le somme di una carriera, si mette in primo piano (è lui il protagonista, interpretando se stesso) e affronta il ruolo del poeta (o dell'artista si potrebbe dire) nella modernità, mettendo nel film anche molti altri artisti dell'epoca, su tutti è riconoscibilissimo Picasso.
Impegno non facile che però Cocteau risolve con ragionevolezza, continuando a puntare su quelle che da sempre sono le sue ossessioni: l'aldilà, il doppio e lo straniamento.
Girato in una maniera che risente molto delle mode del momento (è il 1960, l'anno prima sono usciti Fino All'Ultimo Respiro e I 400 Colpi e Truffaut ha aiutato a produrre il film (e nella prima scea c'è Jean-Pierre Leaud un po' più grande di com'è ne I 400 colpi e un po' più piccolo di com'è in Antoine e Colette)) in modo da palesare in ogni momento la mano di un autore, di un demiurgo che manipola il girato per rivoltarlo a suo piacimento, il film si bea di se stesso e in una costante tensione all'allusione ed alla metafora raggiunge il suo acmè nel momento in cui Cocteau incontra se stesso.
Il tema del doppio che aveva da sempre affascinato l'autore francese si rivolge contro di lui e così egli è costretto a guardare se stesso ed interrogarsi su chi sia e cosa stia facendo e la risposta è: "Forse lui va da dove sei venuto tu e tu vai da dove viene lui".

29.8.06

Don't Be Evil

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Si fa sempre un gran dire che questo slogan è ridicolo e che ormai che Google non è più una startup è imossibile da mantenere.
Però ora Google (che quando tirò fuori Google Base tutti (ma io no) dissero: "E' pronto a fare guerra a eBay") ha siglato un accordo con il sito d'aste (e di e-commerce) numeo 1 al mondo per la fornitura di pubblicità.
Al momento eBay si appoggia a Yahoo! per la pubblicità negli Usa e ha quindi siglato con Google per la pubblicità nel resto del mondo.
Da non levare che questo mese Google ha fatto accordi simili con altri "sitarelli" come MySpace e Viacom, tutti colossi che in vari momenti della vita della grande G si diceva fossero i suoi prossimi acerrimi rivali. Ma quando c'è da fare soldi Google non è mai cattivo.

Magara c'avessimo li scarti de Venezia!!

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Devo dire che ancora non ho ben chiaro come mai a Venezia temano tanto il festival di Roma, non lo capisco ma tant'è. Cacciari fa polemiche da tempo immemore ormai su presunti fondi sottratti al Festival di Venezia dalla Festa Del Cinema di Roma, quando si sa che quest'ultima ha solo finanziatori privati, e ora Marco Muller dichiara al telegiornale: "La Festa Del Cinema di Roma è fatta con i nostri scarti".
Indignazione massima a Roma che costringe Muller ad una rettifica formale. Ma la cosa grave è che è vero. Si stanno tutti preoccupando per una festa del cinema fatta con gli scarti delle altre, dove il presidente di giuria è Ettore Scola e la giuria è formata da 50 tra casalinghe e muratori. Una manifestazione dove si fa una retrospettiva di Sean Connery!!! Dove alla fine non verrà nemmeno Woody Allen e il colpo più grosso sarà Nicole Kidman con Fur, rendiamoci conto.
Se davvero avessimo gli scarti di Venezia staremmo messi meglio.
Uso la prima persona plurale perchè nonostante la delusione per una festa del cinema e non un festival Roma rimane la mia città e quest'evento nel bene o nel male lo vivrò intensamente (non fosse altro che per il fatto che abito dietro all'Auditorium che ne sarà il cuore).
In questo pezzo Concita De Gregorio, come da tempo fanno in molti, spiega l'acredine parlando di una questione di compravendita di film. Venezia si sa non ha grandi strutture e per questo è abbastanza inadeguata a fare da esibizione di film della nuova stagione per i distributori che decidono cosa comprare. Roma sicuramente (e questo già si sa) sarà attrezzata in maniera particolare proprio per questo (tutto il settore di via Veneto sarà adibito a zona affaristica) e quindi in base a questo e non certo ad una lotta fra star Concita sostiene che in pochi anni Roma potrebbe effettivamente rubare il posto a Venezia dove da molto tempo ormai un po' tutti dichiarano di trovarsi male.
Sinceramente credo che un festival (o una festa) acquisti importanza a seconda di quali autori decidano di presentare o portare in concorso i propri film. Un festival (o una festa) è importante se se ne parla, e se ne parla se accadono cose che interessano e le cose che interessano riguardano sempre i grandi nomi. Ora, un grande nome ha più interesse a vincere un premio datogli da una giuria presieduta da gente come Kusturica, Deneuve, Tarantino, Lynch ecc. ecc. e composta da intellettuali di varia estrazione o sarà più lieto di ricevere un premio datogli da 50 casalinghe? Chi sceglierà di non gareggiare per un Leone D'Oro per andare a battersi in una maniestazione che non ha il premio alla regia e che ne ha invece a bizeffe per gli attori?
Nella migliore delle ipotesi credo che Roma riuscirà negli anni ad ottenere la presenza di molti buoni film italiani (che si mettono paura delle competizioni serie e sanno di avere più chance con una giuria nazionalpopolare) e di avere qualche bel blockbuster di cui fregiarsi come fuoriconcorso (come dovrebbe capitare ques'anno con Scorsese).

L'Occhio Del Diavolo (Djävulens öga, 1960)
di Ingmar Bergman

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E' raro vedere commedie di Ingmar Bergman e ancor più raro è vederne di ben riuscite (l'altra, più nota, A Proposito Di Tutte Queste... Signore vale molto meno), certo non che si rida a crepapelle (quello sarebbe decisamente troppo per l'austero Bergman) ma in L'Occhio Del Diavolo c'è un piacevole incontro tra stile bregmaniano e leggerezza.
La storia di Don Giovanni rimandato sulla terra dal principe delle tenebre per concupire la giovane figlia di un pastore che vuole arrivare illibata al matrimonio offre parecchi spunti a Bergman che non manca di sottolineare i temi a lui cari anche in quest'opera, più leggera solo in superficie. La solitudine, l'impossibilità di agire per il bene e l'ambiguità del reale permeano tutto il film che verso tre quarti ha un'impennata di serietà nel rapporto tra l'aiutante di Don Giovanni e la moglie del pastore.
La storia della disperata riconciliazione di Pablo con la vita prima di essere condannato nuovamente al castigo eterno riporta prepotentemente in primo piano l'austerità bergmaniana.
Nonostante la bontà del film in sè a me infastidisce comunque troppo l'atteggiamento (che Bergman ha assunto in maniera crescente al progredire della sua carriera) teatralizzante del maestro svedese. Benchè il film sia ampiamente cinematografico si sente nella struttura di trama e dialoghi una fortissima influenza teatrale che trovi cozzi ampiamente con molte velleità bergmaniane di cinema puro.

28.8.06

Allora davvero avete imparato....

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La cosa che mi piace è che, almeno in America ma confido che ben presto cominceremo anche noi, si stanno buttando tutti sul commercio online di film. L'errore che avevano fatto le major discografiche davvero non sta per essere ripetuto dai grandi studios cinematografici.
Adesso anche AOL venderà film su internet. Piano piano tutti quanti si stanno accordando con i vari studios (e chi venderà i film indipendenti? Faranno un sito indipendente?), per la vendita in rete senza dare diritti in esclusiva a nessuno, cosa che dovrebbe fomentare un minimo di competitività su prezzi e offerte....

"Non è un piattaforma!"

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Credo che continuare a ripetere "Non vogliamo fare una piattaforma concorrente a Windows!" non sia che un modo di fare presente che il rischio dietro l'angolo è sempre quello. Quanto sono sottili a Mountain View.
L'ultima novità che li ha fatti gridare: "Smettetela di dire che vogliamo fare una piattaforma!" è Google Apps For Your Domain, logica prosecuzione di GMail for Your Domain. Dove il secondo offriva i benefici di Gmail anche a chi avesse un account con un differente gestore di posta elettronica ora la nuova suite altro non è che un pacchetto di Gmail, GTalk, Google Calendar e Page Creator. I 4 servizi di Google garantiscono lo stretto indispensabile per la gestione delle comunicazioni intra ed extra aziendali per piccoli gruppi (ma forse pure per grandi gruppi).
E' tutto gratis ed efficiente come sempre anche se tra poco si vociferà ne uscirà anche una versione premium a pagamento che non ha la pubblicità e dà qualche privilegio in più.
Ma sappiamo tutti che di certo Google non si ferma a Google Apps For Your Domain, lo stesso Girouard, general manager della divisione enterprise, ha detto che i prossimi ad essere integrati in questo pacchetto per aziende saranno Writely e Spreadsheets.

Tutti su Jobs

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Dopo anni nei quali ha potuto ammirare da lontano (prendendo parte ogni tanto) il continuo attacco su tutti i fronti possibili al leader del mercato informatico Microsoft, ora Apple si trova nella medesima situazione in virtù della sua posizione dominante nel settore dei lettori Mp3 (non che le dispiaccia...). Fioccano accuse e cause da tutte le parti.
L'ultima in ordine di tempo era quella fatta partire un po' di tempo fa dalla Creative e che ora è giunta al termine. L'azienda produttrice dello Zen aveva accusato la Apple (e ora è stato provato che l'aveva fatto a ragione) di aver infranto il brevetto sul sistema i navigazione del suo Zen. Infatti il sistema di navigazione dell'iPod è derivato da quel brevetto e Jobs dovrà pagare 100 milioni di dollari alla Creative, cifra alta ma che tuttavia non risarcisce le perdite subite negli anni da chi ha intentato la causa tentando di stare al passo dell'iPod (sarebbero 127 i milioni di dollari persi da Creative). Talmente irrisorio sembra il risarcimento che in molti credono che ci sia ben altro sotto di cui non siamo a conoscenza.
Non dimenticiamoci che poi c'è Microsoft che sta mettendo a punto il suo lettore Mp3 che per il momento porta il nome di Zune. Ne avevo parlato un po' di tempo fa come di un'indiscrezione e ora quasi tutto quello che si diceva è stato confermato (ma non il legame con la Xbox). Più di tutti ad interessareè la capacità Wi.Fi. dell'apparecchio che consentirà di scaricare dati da internet (ma ancora non si hanno notizie di particolari servizi), di scambiarli da Zune a Zune e infine consentirà di trasmettere le proprie playlist o quello che si sta ascoltando agli altri device che lo vogliano.
Infine si è risolta meglio di come sembrava la storia dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche di iPod in Cina. E' si vero che la Apple li faceva lavorare in molti casi più delle 60 ore settimanali previste ma almeno erano infondate le accuse di fruttamento del lavoro minorile.

Un Giorno Alle Corse (A Day At The Races, 1937)
di Sam Wood

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Il dazio che si paga per vedere i deliri di Harpo, Chico e Groucho Marx sono come al solito una regia che non sa orchestrare un racconto che non sia a margine delle gag (vero centro di ogni film del trio) e una serie di noiosissimi e banali numeri musicali (banali anche quando hanno al centro le divagazioni di Harpo e Chico).
Però tant'è, Un Giorno Alle Corse, pur non essendo una delle punte più alte del cinema dei fratelli Marx, regala moltissime perle ("Diamine, non vedevo tanto fango volare dalle ultime elezioni!") anche se sempre di più si sente la mancanza di un'idea di cinema in quella che rimane una riproposizione di gag sempre più di stampo teatrale. Sembra costantemente più lontano ciò che invece aveva fatto dei fratelli Marx dei veri rivoluzionari, ovvero la capacità di introdurre nel mondo reale non tanto la surrealtà ma l'anarchia.
La comicità innovativa di Harpo, Chico e Groucho sapeva essere davvero più cinematografica quando invece che essere una serie di sketch era un tutto armonico e integrato. Benchè abbiano sempre avuto ruoli e competenze separate i tre fratelli in origine erano davvero capaci di interagire tra di loro nello sforzo di costruire un mondo anarchico e sovvertito dove la comicità non era un fine ma un mezzo.
Ciò che rimane di quell'abilità in questo film è tutto nella sequenza della visita medica.

27.8.06

Ore Disperate (The Desperate Hours, 1955)
di William Wyler

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Quando si dice il piacere di una storia ben narrata.
Con il suo stile asciutto e invisibile Wyler gira un film tutto d'interni su un canovaccio teatrale già di successo (a teatro il ruolo di Bogart lo faceva un ben più giovane Paul Newman), in cui la narrazione è la vera protagonista, capace di far parteggiare lo spettatore per un personaggio inizialmente spigoloso come l'austero padre di famiglia.
Eppure l'arguzia della sceneggiatura unità all'abilità di regista e attori di disegnare personaggi affidabili ed intriganti avvince oltre ogni ragionevole dubbio.
E così si conferma l'affermazione di Truffaut secondo la quale il massimo dell'immedesimazione non si raggiunge attraverso le riprese in soggettiva, che anzi spingono lo spettatore fuori dal film, ma attraverso una regia che tenga sempre conto del protagonista.
Semmai ne aveste ancora bisogno Ore Disperate riconcilia con il cinema classico, quello delle storie narrate senza enfasi e della narrazione esperta e professionale.

26.8.06

Gli Sgangheroni (Brain Donors, 1992)
di Dennis Dugan

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Sarebbe riduttivo parlare di Gli Sgangheroni come il remake non ufficiale di Una Notte All'Opera dei fratelli Marx, riduttivo perchè l'intento è di andare oltre la semplice riproposizione della comicità marxiana (anche se siamo vicinissimi) e una volta tanto il film centra l'intento.
Gli Sgangheroni infatti pur riproponendo i caratteri del trio e le loro dinamiche interne riesce a fare qualcosa di originale partendo da quel tipo di comicità.
Puntando innanzitutto su gag a più esplicito contenuto sessuale, tema sul quale i fratelli Marx si sono sempre dovuti (a forza) contenere e soprattutto sull'evoluzione della forma demenziale, o forse sarebbe meglio dire l'estremizzazione. Rispetto all'originale infatti il film di Dennis Dugan (che conta su un bravissimo John Turturro/Groucho Marx) riesce ad innovare nel ritmo più frenetico e nella più accesa componente surreale, non per niente a produrre c'è la premiata ditta Zucker artefice della serie Una Pallottola Spuntata, campione della demenzialità moderna.
Pur partendo prevenuto devo ammettere la geniale originalità di alcune gag di una stupidità unica.
Penosi gli ammiccamenti alle gag più famose dell'originale (la cabina che si riempie di gente e il contratto strappato).

25.8.06

Nel Corso Del Tempo (Im Lauf Der Zeit, 1976)
di Wim Wenders

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Ancora quasi tre ore di narrazione estenuante da parte di Wenders, che come spesso gli accade, gira un film sulla carta interessante e quasi già capolavoro in una maniera lenta e per giunta noiosa.
La storia del proiezionista che gira per la Germania a riparare proiettori in piccole sale di provincia assieme ad un uomo disperato che ha tentato il suicidio per problemi di famiglia è ripresa con dovizia di particolari (Wenders non risparmia nessun dettaglio e non taglia i "momenti noiosi di vita") e con gusto estetico che raramente si incontra in un bianco e nero molto bello e suggestivo.
E belle e suggestive sono anche le immagini dei paesaggi tedeschi attraverso i quali i due amici improvvisati passano, paesaggi che (anche grazie ad una colonna sonora di musica prettamente americana) ricordano molto le strade desolate degli Stati Uniti. Una dichiarazione d'amore per il cinema americano e per quel continente che più d'una suggestione esercita su Wenders.
Ma è lo stile-Wenders ad annoiare e trasformare tutto in pretestuoso. Dialoghi ridotti all'essenziale, comportamenti stravaganti che non necessitano di spiegazione, azioni immotivate e lunghi silenzi "espressivi", una strada decisamente non semplice che personalmente ancora una volta non mi ha convinto. Anzi.
Tra le altre cose ad influire negativamente sul mio gradimento ci sono una concezione del viaggio che fa molto riferimento alla beat generation e un'idea di cinema snob e intellettuale (oltre alla messa in scena oggettivamente "difficile" si capisce anche dalle parole finali della proprietaria di una sala che dice: "Piuttosto che proiettare i film che fanno oggi è meglio non proiettare nulla") che non può trovarmi daccordo.

24.8.06

Undisputed (id., 2002)
di Walter Hill

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Il bello dei film di serie B è che recuperano le radici del cinema, la narrazione, si liberano di ogni orpello e vanno dritti al dunque, riuscendo (ma solo nei migliori casi) a parlare di molte altre cose oltre la semplice storia narrata grazie a sottili riferimenti, caratteri azzeccati a riferimenti tangenziali.
E' decisamente il caso di Undisputed, da me clamorosamente mancato al cinema (benchè avessi già sentito dire che si trattava di un piccolo gioiello) e finalmente recuperato.
Attraverso la storia di due campioni di pugilato entrambi rinchiusi in galera, entrambi famosi un tempo ma differenziati dal tempo trascorso dietro le sbarre (uno è appena arrivato e deve sbrigarsi a tornare fuori per non perdere la forma, il titolo e la notorietà, l'altro è dentro da 10 anni e ci rimarrà ancora per un bel po'), Walter Hill riesce innanzitutto ad avvincere come poche volte capita, tramite una narrazione asciutta che racconta attraverso le psicologie dei personaggi ed in seconda battuta riesce a dare uno spaccato di emarginazione che non è solo carceraria. La prigione dove si disputa uno dei più avvincenti e combattuti incontri della storia del pugilato è il mondo degli emarginati e dei ghettizzati, il mondo da cui il campione vuole uscire e nel quale il campione del campionato delle carceri invece rimarrà, un mondo ignorato dal resto del pianeta che non solo non potrà assistere ma nè mai saprà come e se si sia mai svolto davvero quel mitico incontro, indimenticabile per il tutto il pubblico di spacciatori, assassini e mafiosi presenti.
Sorprendente la forzata modernità della regia di Hill che sfrutta (forse anche esagerando) sovrimpressioni, viraggi in bianco e nero e montaggio serrato.
Sbaglio o Wesley Snipes si sta confermando il più grande attore moderno di film di serie B?

23.8.06

Zeder (1983)
di Pupi Avati

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Incuriosito dalle voci che girano sugli horror padani di Avati approffitto di un passaggio televisivo per dissipare ogni dubbio. E faccio bene.
Zeder (anche se andrebbe visto il pare più riuscito La Casa Dalle Finestre Che Ridono) è una scialbissima copia anni '80 degli horror argentiani che già a loro volta mischiavano elementi di Mario Bava ad altri hitchcockiani. Ma almeno Argento in alcuni casi riusciva ad attuare un mix ragionato ed intelligente, mettendoci del proprio e dirigendo con cognizione di causa e con un'idea precisa ed efficace di cinema.
Avati invece applica i dettami hitchcockiani (come il classico uomo comune al centro di un intrigo più grande di lui) senza cognizione di causa, come dogmi indiscutibili, non li adatta al proprio stile ed alle proprie esigenze ma ne fa un principio indiscutibile attorno al quale costruire tutto.
Anche i topoi dell'horror all'italiana, come i personaggi assolutamente comprimari (quelli da una massimo due scene) fortemente caratterizzati con il fine di creare una determinata atmosfera, sono applicati in maniera fredda e programmatica.
Il risultato è un film banale, per nulla spaventoso, noioso, mal narrato e altamente prevedibile.

21.8.06

Public Access (id., 1993)
di Bryan Singer

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Il primo film di Bryan Singer è una banalissima incursione (tipica per gli anni '90) sul potere manipolatorio della televisione, sulla sua pervasività e sulla volontà di autorappresentazione degli spettatori.
La figura di Whiley Preacher, questo simil-Messia mediatico che arriva nel placida cittadina di Brewster per proporsi come risolutore dei suoi mali salvo poi rivelarsi un bieco aguzzino, non è nemmeno granchè. Nonostante infatti l'evidente lavoro sulla personalità non riesce a colpire e rimane semplicemente un espediente narrativo.
I colori e la fotografia sono anni '90 che di più non si poteva e l'abilità narrativa di Singer si scorge solamente tra le pieghe di un racconto che molto si propone e poco raccoglie. A tratti addirittura sembra non sappia bene dove dirigere le sue attenzioni...
Velleità polemiche da 4 soldi e un risultato francamente dimenticabile.

20.8.06

Il Giardino Delle Vergini Suicide (The Virgin Suicides, 1999)
di Sofia Coppola

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Primo lungometraggio della figlia dell'illustre Francis, Il Giardino Delle Vergini Suicide è anche il primo capitolo di un'ideale trilogia su un certo tipo di femminilità che è poi proseguita con Lost In Translation e Marie Antoinette.
Di questo primo film rimane impresso più che altro lo stile secco e deciso e le alte aspirazioni che passano attraverso una storia non troppo elaborata e che stranamente a tratti vengono raggiunte.
Il Giardino Delle Vergini Suicide riesce infatti a parlare a diversi livelli, da una trama prettamente giovanilistica e a tratti ruffiana (la voce off che racconta e descrive i bambini della zona) Sofia Coppola riesce ad andare anche più a fondo su un tema in fondo molto usurato come la difficoltà adolescenziale. Il malessere delle 5 ragazze non è spiegato, non è sviscerato e non è risolto ma passa lo stesso attraverso lo schermo.
Inutili molte sequenze (specialmente quelle che coinvolgono i ragazzi che narrano) e ingenue altre ma tutto sommatto molto interessante.

17.8.06

Gli Uomini, Che Mascalzoni! (1932)
di Mario Camerini

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Alle volte si è fortunati e per il semplice desiderio di completezza, in questo caso vedere il primo film da attore di Vittorio De Sica, ci si imbatte in capolavori misconosciuti.
Non che Gli Uomini, Che Mascalzoni! sia un film sconosciuto, ma delle tante volte che ne ho sentito parlare (quasi sempre riguardo la canzone della colonna sonora, Parlami D'Amore Mariù) ma nessuno ha accennato al fatto che è un film di una modernità straordinaria, diverso da tutto il restante cinema dei telefoni bianchi (quantomeno diverso da quello più conosciuto, perchè ora mi vengono dei legittimi dubbi) e soprattutto colmo di sperimentazioni visive e narrative.
Ma andiamo con ordine. Gli Uomini, Che Mascalzoni! nasce come l'ennesima commediola rosa sofisticata e di taglio borghese con in più la vocazione propagandistica di mostrare il progresso e la mentalità lavorativa italiana, molte le scene alla fiera di Milano e le occasioni in cui si evince la forte economia dell'Italia dell'epoca dove lo squattrinato De Sica molla e trova lavori ben pagati come nulla fosse. Come spesso accade per le opere su commissione o comunque fortemente vincolate, emerge con chiarezza l'abilità del regista che ha modo di muoversi con libertà una volta svolti i compiti.
Escono così fior fiore di inquadrature belle ed inusuali, sequenze silenziose eppure molto comunicative (una per tutte il pedinamento iniziale in bicicletta, da urlo!), stratagemmi narrativi originalissimi (le voci off che parlano mentre vengono inquadrate altre cose). Sorprendente poi come Camerini girasse per strada, con uno stile simile a quello che 30 anni dopo caratterizzerà la Nouvelle Vague e con un taglio (camera che va all'indietro e inquadra il personaggio di 3/4) che poi De Sica riutilizzerà moltissimo nel suo ciclo neorealista.
Sopra a tutta quest'esibizione tecnica regna infine uno stile delicato e leggerissimo capace di non annoiare nonostante la banalità della trama e capace di comunicare tantissimo oltre le particolari contingenze.

Rassegne estive

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In piena sintonia con lo spirito cinematografico estivo delle grandi rassegne su Pellicole Rovinate è partita, benchè in ritardo, una breve rassegna sul cinema hitchcockiano.
I titoli sono stati scelti non necessariamente tra i più noti e non necessariamente tra i più importanti, semplicemente tra quelli che più mi hanno colpito o quelli che ritengo importanti, benchè magari non eccellenti, per una visione globale della filmografia di sir Alfred.

15.8.06

L'amico Americano (Der Amerikanische Freund, 1977)
di Wim Wenders

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Grandissima delusione per questo supposto capolavoro di Wenders: lungo, noioso, prolisso e poco interessante.
Tratto da un romanzo di Patricia Highsmith e adattato alle esigenze di Wenders di unire paradigmi europei con paradigmi americani per parlare di una possibile unione che parte dagli uomini e finisce nel cinema (gli amici americani del titolo sono i grandi registi com Nicholas Ray o Samuel Fuller che partecipano in veste di attori), il ha un ottimo spunto e una forte base teorica ma una pessima realizzazione pratica.
A tratti si riconosce una voglia di stendere la storia come faceva il cinema d'oro americano, specialmente nelle due sequenze degli omicidi e specialmente in quella del treno (l'unica veramente riuscita), ma troppe volte il narcisismo e le aspiranzioni "altre" di Wenders hanno il sopravvento. Ecco allora scene come quella dell'agguato che Ganz e Hopper tendono nella casa abbandonata (francamente superflua) o il finale simil-metafisico girato là dove il mare si ritira.