31.8.07

Shrek Terzo (id., 2007)
di Raman Hui

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La saga di Shrek è uno dei prodotti obiettivamente più divertenti degli ultimi anni eppure poche volte ci si trova davanti a qualcosa di così poco cinematografico secondo me.
Dal primo episodio in poi il divertimento è andato sempre aumentando, ma se all'inizio la storia manteneva un filo, delle motivazioni e un concetto forte di narrazione, con l'andare avanti si è cominciato sempre più a procedere nella direzione degli sketch.
Già Shrek 2 era più che un film una serie di situazioni da gag affiancate le une accanto alle altre, ma ora Shrek Terzo va ancora oltre in questa direzione diventando un filmetto dalla battuta facile e dalla presa in giro all'acqua di rose non troppo dissimile da Scary Movie o Epic Movie.
La demenzialità è solo una facciata ormai e non un modo di presentare le cose. Segno evidente ne è l'uso che fanno delle canzoni rock (questa volta tocca ad Immigrant Song dei Led Zeppelin), all'inizio divertente ma ora veramente stucchevole.
L'unica cosa a rimanere valida (se non altro) è il divertimento, in un film dato in mano a comici e esperti di computer grafica.

Talpe da Venezia

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Le mie talpe da Venezia mi dicono che Glory To The Filmmaker! è veramente divertente e che Lust, Caution di Ang Lee non è affatto male (io ammetto che ci credevo poco).

30.8.07

Anche quest'anno come tutti gli anni

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Inizia Venezia e lo seguo da casa. Da casa... Dovendomi fidare dei resoconti di personaggi improbabili su film attesissimi (su tutti ovviamente Woody Allen).

Ad ogni buon conto io, così al buio, punto tutti i miei soldi su un buon exploit (non vittoria ma buon exploit) di Paolo Franchi e sul successo (non buon exploit ma successo) del western di Miike. Secondo me è arrivato il momento del suo sfruttamento commerciale...

E soprattutto sono molto curioso di vedere cosa combinerà l'immenso Zhang "due leoni d'oro e uno d'argento in meno di dieci anni" Yimou come presidente di una giuria di soli registi.

E Lamberto Maggiorani era un pessimo attore!

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Bellissimo il pezzo di Carlo Lizzani su Repubblica (cartaceo e non riportato sull'edizione online), nel quale non dice nulla di nuovo nè di rottura, ma semplicemente le cose come stanno e come raramente vengono poste sui giornali generalisti (chiaramente sulle riviste specialistiche ma anche solo minimamente più di approfondimento sono tutti temi assolutamente acclarati).
Il discorso che fa Lizzani e che raramente si sente fare da addetti ai lavori o anche semplicemente produttori è che nonostante alcuni buoni exploit e alcune personalità in vista del cinema italiano, ciò che manca davvero è il concetto di movimento. E soprattutto Lizzani specifica bene cosa intenda per movimento e come questo non sia semplicemente una serie di autori o film dal tema comune, ma riguardi soprattutto un'innovazione nella forma.
Finalmente qualcuno che dalle pagine di un giornale a larga diffusione afferma che la più grande rivoluzione del neorealismo non erano i temi o gli attori presi dalla strada ma il rinnovato modo di mettere in scena e mettere in relazione personaggi e paesaggi.

Al Di Là Della Vita (Bringing Out The Dead, 1999)
di Martin Scorsese

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Anche io la prima volta che lo vidi lo sottostimai. Ma già una settimana dopo non facevo che pensare alla scena dei tre saponi. Naturalmente non è stato più passato in televisione ed è rimasta una mia voglia inevasa per anni. Fino ad ora.
Rivisto a qualche anno di distanza Al Di Là Della Vita è ancora più bello della prima volta.
Riunendo nuovamente il duo di Taxi Driver (Scorsese alla regia, Schrader alla sceneggiatura), il film non sfocia nella solita riproposizione di temi già sentiti ma anzi va molto oltre Travis Brickle, proponendo una città non più anonimizzante ma fieramente peccatrice (il film è ambientato prima della cura a tolleranza zero di Giuliani), colma di "male", inteso nel senso più scorsesiano.
Quello di Nicholas Cage paramedico è un vero viaggio allucinato in una spirale di droga e paranoia, simile per certi versi a quello del Cattivo Tenente ma fondamentalmente diverso (perchè il cattolicesimo di Scorsese è opposto a quello di Ferrara).
Nicholas Cage si pone come l'ennesima figura incarnante la diatriba corpo/spirito del cinema di Scorsese, un Cristo moderno che non regge la pressione della sua vita a continuo contatto con la morte altrui, in crisi perchè non salva più nessuno, tantomeno se stesso.
Lo sperimentalismo visivo è sensazionale, al pari di quello sonoro. E, cosa stranissima per Scorsese (ma imputabile alla presenza di Schrader), questa volta anche il racconto si fa complesso, simbolico e stratificato. I tre accompagnatori di Nicholas Cage, i suoi tre partner che lo guidano e segnano il suo percorso (sempre più allucinato) nei tre giorni della sua resurrezione sono l'emblema dei possibili atteggiamenti nei confronti della violenza e della morte. Così come l'ospedale, la casa di Mary e i luoghi degli incidenti sono altrettanto simbolici di un universo che è esso stesso una metafora cristiana.
Ma ciò che più di tutti mi ha sorpreso anche stavolta è l'insperata redenzione finale e la totale mancanza di una dimensione sessuale. L'ultima inquadratura (superba per composizione, colori e scelta delle lenti) è colma di una pietà che è quasi impossibile riscontrare in nessuna opera cinematografica moderna.

29.8.07

Sicko (id., 2007)
di Michael Moore

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E' forte Michael Moore c'è poco da dire. Non amo le sue sparate contro tutto e contro tutti nè i suoi attacchi unilaterali e faziosissimi, eppure non posso negare che spesso centra l'obiettivo e gira dei gran bei documentari.
Non era capitato certo con Farenheit 9/11, noiosissimo e confusissimo polpettone anti-Bush stupidamente premiato con la Palma D'Oro al Festival di Cannes, ma era capitato (e come!) con Bowling A Columbine. E ora con Sicko ritorna parzialmente ai fasti del suo secondo documentario.
Dico a tratti perchè per tutta la prima parte (quella in cui Moore non è in campo) il documentario ha ben poco di cinematografico e indugia molto sui soliti casi estremi con uno stile altamente televisivo.
Poi finalmente arriva Moore e lo stile torna quello solito, montaggio cinematografico, piglio più ritmato e (oltre ai soliti casi estremi) anche qualche riflessione non cretina.

Come sempre Moore torna sui suoi passi, parla incidentalmente delle armi in America, della guerra in Iraq e della General Motors, continua cioè (anche se in maniera blanda) a reiterare i temi trattati nei passati documentari, mentre con forza ne introduce uno nuovo: la statalizzazione in America.
Sicko infatti non è tanto un film sulla sanità americana (quello è solo lo spunto) quanto sulla mancata statalizzazione di molti servizi basilari (quali la sanità) e il fatto che questa situazione non sia una caratteristica del governo americano da sempre, ma una tendenza al peggioramento degli ultimi 15 anni.
La mancata statalizzazione, secondo Moore, non è solo un problema pratico ma anche ideologico in quanto predicata, giustificata e sbandierata continuamente come un vanto.
Il viaggio in Europa e il giro per ospedali inglesi e francesi è solo uno spunto per mostrare sistemi statalizzati efficienti e il modo con cui vengono presentati è sì degno della miglior propaganda, ma anche montato e messo in scena benissimo.

Ma tutto questo punta sempre nella medesima direzione, la stessa di Bowling A Columbine e Farenheit 9/11, la strategia della paura, il modo in cui gli americani, in un modo o nell'altro, vengono continuamente spaventati dal sistema mediatico. Spaventati e tenuti malati.
Addirittura Moore arriva ad invocare scioperi e manifestazioni di piazza come avviene in Europa, cosa impensabile per un popolo come quello americano.

28.8.07

Hot Fuzz (id., 2007)
di Edgar Wright

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Incredibile che abbiano lasciato il titolo originale....
Ad ogni modo arriva in Italia il secondo film del duo Edgar Wright/Simon Pegg che già avevano dato alla luce quel gioiellino di L'Alba Dei Morti Dementi.
In Hot Fuzz ad essere preso di mira è il genere poliziesco all'americana, ma ancora una volta la parodia non è stantia e già vista (cioè quella che si rifà al classico Mel Brooks) o demenziale, facile e all'acqua di rose (come i vari Scary Movie) bensì è ad un livello leggermente superiore e non solo per quanto riguarda il divertimento.
Hot Fuzz (come già L'Alba Dei Morti Dementi prima) non è tanto una parodia del cinema poliziesco d'azione quanto un film poliziesco d'azione esso stesso, che contiene poi elementi divertenti. Il fattore parodico è assolutamente esplicito, i personaggi (poliziotti di provincia) parlano dei film d'azione americani e li sognano, così che quando il film mette in scena in chiave comica le medesime scene di quei film l'effetto ha un senso anche nell'economia della trama.
Tuttavia, nonostante il budget più alto e uno spunto differente in grado di fornire nuovi stimoli, Hot Fuzz non è a livello di L'Alba Dei Morti Dementi che riusciva oltre alla parodia e alle risate anche a far passare anche altre cose, facendo un discorso sul cinema più in generale (basti pensare alla primissima immagine con Shaun che si sveglia) e riuscendo a mettere in scena un personaggio (Shaun) credibile anche sotto il punto di vista emotivo, senza mai perdere di vista però il suo primo scopo (la comicità).

Impagabile la tagline: "Big cops. Small town. Moderate violence"

LE TECNOLOGIE DEL FILM

27.8.07

A 30 Secondi Dalla Fine (Runaway Train, 1985)
di Andrei Konchalowsky

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Come la locomotiva priva di una guida sulla quale sono intrappolati, anche Manny, uno dei due evasi in questione, è lanciato a velocità folle verso l'autodistruzione senza che nessuno possa fermarlo. Non ci riesce l'isolamento, non ci riescono le mura della prigione, non ci riesce l'inverno dell'Alaska, non ci riesce il suo compagno di fuga e non ci riesce l'ossessione del direttore del carcere.
A 30 Secondi Dalla Fine è un thriller d'evasione tesissimo tutto incentrato sulla figura fondamentale di Manny (la prima vera grande interpretazione che vedo fare a Jon Voight), una vera e autentica bestia che sente il richiamo della locomotiva impazzita e pensando che lo condurrà verso la libertà monta su un treno che subito perde l'uomo alla guida e vaga quindi impazzito direzionato unicamente e blandamente dalla stazione centrale.
Assieme a Manny l'altro protagonista non è tanto il compagno di fuga, controparte più mansueta e paradossalmente più ragionevole, ma il freddo, l'inverno insostenibile dell'Alaska, le temperature proibitive e la neve incessante.
A 30 Secondi Dalla Fine partendo da una sceneggiatura di Akira Kurosawa dipinge il solito mondo disperato con lo stile del miglior cinema di serie B, ma questa volta lo tiene solo di sfondo per lasciare campo a Manny e alla locomotiva che corrono verso l'autodistruzione, trovando nel finale anche un insperato e in fondo convincente colpo di coda poetico nella presa di coscienza del criminale della sua natura e del suo destino ("Non sono una bestia, ma molto peggio! Sono un essere umano").

24.8.07

Live From New York: It's Real D

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Purtroppo al momento non sono in circolazione film girati in digitale percui nella sala con proiettore digitale Real D nella quale sono andato ho dovuto vedere un film girato in pellicola e solo mostrato in digitale: The Bourne Ultimatum.

La differenza e' assolutamente paragonabile a quella esistente tra un buon VHS e un DVD e si vede soprattutto nelle scene di giorno illuminate con la luce del sole (cosa tipica del digitale), in quelle piu' scure infatti si tende a percepire la grana della pellicola. The Bourne Ultimatum poi e' un film girato con molta camera a mano e poca profondita' di campo percui era difficile notare i particolari sullo sfondo se erano piu' definiti o no, ma ad ogni modo spesso mi capitava di essere distratto dal film dal fatto che alcune scene erano palesemente di una qualita' visiva superiore, segno che ad ogni modo la differenza si vede.

Il film e' stato preceduto da qualche trailer, mostrati chiaramente anch'essi in digitale, uno dei quali era quello di Beowulf, che e' tutta computer grafica dunque ha beneficiato della proiezione digitale, e per quello che si e' visto mi e' sembrato davvero un sistema valevole le aspettative. Anche perche' il prezzo non era maggiorato.

23.8.07

Festa del cinema: quello che non vi hanno detto

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Girano in questi giorni a quanto vedo i primi programmi della Festa Del Cinema di Roma. Ci sono un po' tutti i pezzi grossi che arriveranno ma ancora nessuno ha specificato che la festa quest'anno ospietra' il primo vero grande evento sul cinema in rete che sia mai stato fatto, almeno in Italia.
Niente a che vedere con i piu' tradizionali concorsi di corti via web (che ad ogni buon conto ci saranno tramite MySpace, e sara' votabile dagli utenti).

Si tratta di un evento di circa un paio di ore nel quale verranno mostrati i video piu' interessanti tra quelli reperibili in rete, in un percorso che cerchi di spiegare cosa succede al cinema in rete, come cambiano i linguaggi e in cosa internet sta modificando il modo di fruire cinema.
Non saranno proiettati i viral video o solamente lonelygirl15 (che cmq ci sara') ma anche e soprattutto le serie e gli esperimenti piu' interessanti di nuovi linguaggi che hanno trovato spazio su internet e che solo qua potevano emergere.

Tutto questo sperando che non venga posizionato in contemporanea con la prima del film di Coppola....

Live from New York: it's Imax!

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Avevo gia' provato il cinema Imax, ma mai con un film di circuito. Quello che avevo visto alla citta' della scienza di Valencia era un documentario sulle origini dell'universo veramente brutto.
Ieri invece al Lincoln Square Theatre di New York ho avuto modo di assistere alla versione Imax di Harry Potter e L'Ordine Della Fenice.
Lo schermo da 22x16 m rimane impressionante, anche se utilizzato per un film crea un po' quell'effetto che Charlie Chaplin prendeva in giro in Un Re A New York, per il quale devi girare la testa per seguire le immagini da una parte all'altra.
Il 3D invece (che per Harry Potter E L'Ordine Della Fenice occupa gli ultimi 20 minuti di film) e' molto convincente. Non solo per le figure che nelle scene in cui passano oltre la macchina da presa sembrano uscire dallo schermo, ma soprattutto per il senso di profondita' che questo sistema dona anche alle inquadrature piu' semplici. Certo c'e' sempre bisogno degli occhialetti e la tecnologia che c'e' dietro non e' molto diversa da quella degli anni '50 (mentre quella dietro al sistema Real D dovrebbe essere migliore), ma lo stesso convince. Va notato che con tutta probabilita' sono vere le voci secondo le quali questo tipo di soluzione per il 3D affatica troppo il cervello, alla fine dei 20 minuti infatti mi faceva un po' male la testa e nelle scene con forti flash gli occhi erano sottoposti a forte stress.

7.8.07

Teste Rasate (1993)
di Claudio Fragasso

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Ho rimediato questo film poco noto con Gianmarco Tognazzi sul sottobosco che si era creato verso la fine degli anni '80 intorno ad un ritorno dei naziskin. L'avevo recuperato perchè all'interno di una polemica che va avanti da un po' sul post di This Is England (nel quale naturalmente sono accusato di ignoranza storica, superficialità, mancanza di cultura cinematografica e anche un po' di stupidità) un anonimo, a margine degli insulti mi aveva consigliato questo film visto che io nel post mi lamentavo di come sia difficile trovare film che mostrino il lato profondamente umano anche in personaggi dagli atteggiamenti o dagli ideali riprovevoli.
Mai consiglio fu più sbagliato, Teste Rasate è infatti la classica tirata anti-naziskin fatta dipingendo il mondo neonazista secondo i più classici stereotipi, addirittura nel film si afferma che l'obiettivo di questi gruppi sia nel lungo periodo di conquistare il mondo.
Non c'è nessuna traccia di quel senso di rassegnata disperazione, di quella comprensione bonaria delle cause che portano a certi comportamenti, dei desideri insoddisfatti di ordine e giustizia che possono portare a simili eccessi. Non è approfondito nemmeno il contesto sociale dove simili movimenti nascono e si sviluppano che molto spesso è il medesimo dei movimenti di colore politico opposto.
In più il film dopo 10 minuti già ha detto tutto quello che deve dire: un ragazzo rimane affascinato da un'azione dimostrativa di un naziskin contro uno zingaro che importunava delle donne, comincia a guardarli da lontano sempre più affascinato e contemporaneamente conosce e si innamora di una ragazza africana. Il resto si scrive da solo.
Una cosa buona però c'è, ed è il modo in cui vengono ritratti i rituali di passaggio della comunità neonazista. Fragasso sceglie la strada estetizzante e decide di mostrarli tutti quanti (dalla rasatura dei capelli, ai combattimenti dimostrativi, fino anche alle discussioni) in maniera irreale e come atti dotati di una forte carica omoerotica.

6.8.07

Manuale Di Infedeltà Per Uomini Sposati (I Think I Love My Wife, 2007)
di Chris Rock

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Seconda regia per Chris Rock, comico afroamericano già conduttore di almeno un'edizione della notte degli Oscar.
L'umorismo di Chris Rock non mi dispiace, nel senso che nonostante si basi come molti altri sulla tradizione eccessiva della comicità afroamericana, in molti momenti è in grado di fare forza non tanto sulle trovate ma sulla propria capacità di renderle divertenti.
Nel suo secondo film Manuale Di Infedeltà Per Uomini Sposati tenta, a partire dal canovaccio di un film di Rohmer, di raccontare le difficoltà di un uomo medio americano, mediamente soddisfatto della sua vita, del suo lavoro e di sua moglie di fronte alla noia e alla corrispettiva alternativa che gli si propone quando una vecchia conoscenza torna a fargli visita.
Tuttavia l'odissea fortemente morale del protagonista fatta di un costante cammino in equilibrio sulla perdizione e continui tentativi di recuperare il rapporto con la moglie conduce nella solita maniera alle solite conclusioni non riuscendo a dare una visione diversa o quantomeno personale del problema (figuriamoci del cinema) e finendo con l'essere la solita commedia acquietante e consolatoria per famiglie.
L'unico personaggio interessante è quello di Steve Buscemi, il collega di lavoro che gli sconsiglia di tradire la moglie quando lui è poi il primo a farlo regolarmente e gli spiega che è questione di personalità, che lui riesce a farlo spegnendo il cervello senza alcun senso di colpa e non tutti ci riescono.

5.8.07

Non riesco a pensare a nulla di più sacrilego

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Stando alle informazioni che vengono da Wii.tv il prossimo Zelda (2008) sarà ambientato nel futuro in un mondo a metà tra Guerre Stellari e Akira.
Link su una moto.
Che fine ha fatto Miyamoto? Perchè non si è opposto a questa blasfemia?

Ichi The Killer (Koroshiya 1, 2001)
di Takashi Miike

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Ichi è un killer plagiato mentalmente da un'intelligenza occulta, che gli ha instillato in testa ricordi fittizi con il quale manovrarlo, è un individuo fragile ma letale (cosa tipica della narrativa giapponese) che quando agisce non lascia sopravvissuti.
Eppure non è il vero protagonista del film, il centro infatti non è tanto sul delirio di Ichi ma sul dolore. Il dolore inflitto in mille modi, il dolore come forma di espiazione, il dolore come piacere, il dolore come proiezione del piacere, il dolore come ragione di vita, il dolore come generatore di amore.
In questo senso è più emblematico il personaggio di Kakihara, killer che ha fatto strada nella cupola mafiosa a differenza di Ichi perchè consapevole del proprio ruolo e compiaciuto nell'esercitarlo.
Al di là delle dinamiche del fumetto da cui è presa la storia il film di Miike si sofferma su alcuni temi tipici del regista come la trasfigurazione di un uomo in quello che vuole essere e la creazione da zero del mito.
Ichi è un killer solo quando lo vuole essere (o quando lo costringono) altrimenti ne è incapace ed è la versione umana e normale di un eroe (pur se negativo). Tutti lo considerano un mito, ma dietro la maschera c'è un pupazzo estremamente umano. Similmente a quello che accade in Zebraman, ma con toni opposti, anche in Ichi The Killer c'è lo svelamento di un mito, di un eroe (dotato di un suo costume e di suoi "poteri") in una figura umana.
In maniera perfettamente fumettistica c'è poi dall'altra parte una nemesi, il rovescio della medaglia di Ichi l'uomo che uccide consapevole di sè, fiero del proprio ruolo e che desidera a tutti i costi incontrarlo. Lo scontro finale è fumettisticamente inevitabile anche se ha risvolti inattesi.

Lo stile di Miike è molto sobrio, mette in scena cose indicibili in maniera assolutamente ordinaria, non si pone limiti di sorta e la sua è una violenza puramente rappresentata, esplicita, mai mentale e sempre espressa. E per questo, nonostante l'incredibile efferatezza di molte scene, risulta in fondo digeribile, perchè con il suo insistere pornografico svela la sua finzione.

Impagabile la partecipazione di Shinya Tsukamoto pompato al computer nel ruolo (azzeccato) del manovratore occulto.

4.8.07

The Ringer - L'Infiltrato (The Ringer, 2005)
di Barry W. Blaustein

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Johnny Knoxville è un figura strana, a metà strada tra il comico (svariate stagioni al Saturday Night Live e lavori con Ben Stiller) e lo stuntman (le sue partecipazioni a Jackass). Non eccelle in nessuno dei due campi e questo film lo dimostra in pieno. Eppure il suo mito e la sua figura sono la dimostrazione stessa dell'estremizzazione del concetto di slapstick.
La comicità americana da sempre si nutre dello slapstick e specialmente in tempi recenti, se si eccettua Ben Stiller (che comunque non disdegna mai qualche gag puramente fisica). Ma con Jackass e la consacrazione del suo corpo al dolore a sfondo comico e surreale Johnny Knoxville porta questo alle estreme conseguenze. Non più la simulazione del dolore, l'uomo che scivola sulla buccia di banana, ma la messa in scena realistica del dolore stupido e insensato in modo da suscitare un imprevedibile ma inesorabile effetto comico.
Questo alla fine fa si che Johhny Knoxville che prende un colpo nello stomaco non è la stessa cosa di un qualsiasi altro comico.
In The Ringer interpreta un uomo che per raccogliere dei soldi si iscrive alle Olimpiadi per down fingendosi disabile mentale, un presupposto cattivo e cinico solo sulla carta perchè poi i down (veri) si dimostreranno chiaramente molto intelligenti e furbi e una volta scoperto il trucco lo aiuteranno a vincere.
Poi che il film sia divertente perchè lo spunto sa regalare occasioni comiche, perchè poi ci sono i soliti bravissimi caratteristi (lo zio avido e cinico) e perchè i down che ci recitano sono veramente convincenti nel prendersi in giro è un altro paio di maniche. The Ringer è un film girato con tutta probabilità in un paio di giorni di vacanza e scritto in dieci minuti alla fermata dell'autobus.
Ancora più tipico dei film su canovaccio stile SNL, questo non ha neanche un'inclinazione particolarmente vivace e Johnny Knoxville, come detto all'inizio, non è un grande comico.

3.8.07

TOP GAME SCORE: Mobile Suit Gundam: Target In Sight (VG)
a cura di Compatto

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Questo gioco per PS3 ha deluso molti consumatori, non si sa per quale strano motivo infatti Gundam, personaggio molto amato non ha mai reso bene su console.
I Consumatori sono rimasti veramente delusi battezzando Target in Sight come il peggior gioco per PS3 (al momento), per la sua lentezza, per i suoi miseri dettagli, per il sistema di controllo macchinoso e per la sua scarsa longevità (in pratica dura poco), le scene animate sono fatte molto bene, ma la grafica nel pieno dell’azione lascia molto a desiderare. L’unica cosa di cui nessuno (o almeno poche persone) si sono lamentate è lo score.
LO SCORE
Composto da Takanori Arima ed eseguito dalla London Symphony Orchestra, è un score sorprendentemente buono, direi ottimo se non avessi trovato alcune “strane somiglianze”.
L’album è composto da 18 tracce, 66 minuti di musica, da questo punto di vista bisogna sempre benedire i giapponesi, il loro marketing è sempre il migliore, fanno uscire molta roba e in maniera anche abbondante. Torniamo alle “strane somiglinaze” che ho riscontrato nello score.
Inizio con l’ascoltare le prime 5 tracce e rimango stupido dalla loro bellezza, c'è anche un ottimo mix tra orchestra e sintetizzatore, ma arrivato alla sesta traccia (la velocissima First Contact) sento una somiglianza con la traccia Field of Death di Behind Enemy Lines (composta da Don Davis), dico che ci può stare, è pure meglio dell’originale.
Passo all’ottava traccia (Scramble) e sento un altra somiglianza prima con Metal Gear Solid 2 (di Harry Gregson-Williams) ma poi anche di Armageddon (di Trevor Rabin).
Per 7 tracce si torna a sentire musica originale, ma alla numero 15 (Adversary) devo di nuovo fermarmi, quest’ultima assomiglia addirittura al Gladiatore (di Hans Zimmer).
Comunque nel complesso un buon score che nonostante le 4 strane somiglianze mi ha colpito molto.

Mobile Suit Gundam - The Target In Sight

PAGELLA
Per farla corta e per farla breve:
Gioco: Non Valutabile (non ci ho giocato e non intendo farlo)
Score: 8 (4 somiglianze non cambiano il fatto che questo score mi ha stupito) e comunque c’è Norihiko Hibino che con Elvandia Story ha fatto di peggio.

Verso La Gioia (Till glädje, 1950)
di Ingmar Bergman

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Verso La Gioia viene subito dopo Sete nella sconfinata filmografia di Bergman, è sulla stessa scia un film che affronta il rapporto problematico tra un uomo e una donna, introducendo però discorsi a più ampio respiro come quello sull'arte.
Entrambi sono infatti orchestrali, entrambi violinisti una piena di talento e uno pieno di ambizione (a cui il direttore (il grande Victor Sjöström) ad un certo punto dice: "Non hai ancora capito che la musica è il fine, non il mezzo").
Anche qui la storia del loro rapporto è spezzata e raccontata in maniera complessa con grossi salti continui in avanti e indietro nel tempo. Ma ancora più che in Sete si trovano elementi che diventeranno tipici del cinema francese anni '60. C'è la prima comparsa del montaggio sconnesso adottato poi da Godard, c'è la scena dell'arrivo alla stazione identica a quella di Jules e Jim e c'è il viaggio dei due amanti, l'uno verso l'altro visto in parallelo con un montaggio alternato e le rispettive voci fuoricampo che raccontano i pensieri in un flusso di coscienza come accade in Un Uomo, Una Donna.

Oltre a questo ci sono alcune trovate di messa in scena creativa, alcuni movimenti di macchina e alcuni artifici puramente narrativi che non si vedranno più nel cinema di Bergman, quando più avanti prenderà piede una messa in scena molto più minimale e statica, fatta di forti allegorie, profondità di campo e inquadrature studiate.
Qui invece è il regno del carrello e delle idee narrative al servizio del sentimentalismo, come quella dell'annuncio della paternità durante le prove del concerto o la splendida sequenza finale che ripassa tutto il film durante l'Inno Alla Gioia (foto a sinistra).

2.8.07

Sete (Törst, 1949)
di Ingmar Bergman

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Tanta è stata la voglia di Bergman a seguito di tutte quelle immagini viste in televisione, su internet e sui giornali che ho dovuto recuperare anche Sete e Verso La Gioia, due opere del primo periodo di Bergman che vidi anni e anni fa, quando mi affacciavo al cinema. E già mi colpirono.
Sete rivisto oggi è tutta un'altra cosa.
Pur rimanendo invariata la sua potenza, mi sembra ora evidente che influenza mostruosa abbia avuto questo cinema anni '40 e anni '50 di Bergman sulla Nouvelle Vague, quasi maggiore del cinema di Renoir che tutti i registi e critici dei Cahiers Du Cinema dicevano di venerare.
Questo primo Bergman è tutto incentrato sulla difficoltà dei rapporti tra i sessi, su una dimensione molto molto intima e particolare (il contrario di quello che accadrà dopo), niente temi universali e niente simbolismi.
Ma ad essere rivoluzionario è il suo approccio intimo: i protagonisti sono spesso ritratti in sottoveste in camera da letto, fumano male, in maniera antiestetica, tengono la sigaretta tra le labbra parlando male. Tutte cose riprese in seguito ma che all'epoca erano impensabili, poichè tutto era visto in chiave estetizzante e un po' teatrale, anche i noir americani (che delle sigarette avevano fatto un must) avevano un modo di fumare artificioso e quasi retorico (su tutti quello di Bogart) che non centra nulla (se non per l'impugnatura) con il fumo reale.

Poi un cinema che rispecchia una tolleranza e dei costumi sessuali impensabili negli altri paesi in quegli anni. In una delle scene più belle di Sete lei è in sottoveste alla finestra e lui arriva da dietro in silenzio, le mette le mani sui seni e lei senza spostare lo sguardo proiettato in avanti mette le sue mani sopra le sue.
Era davvero un modo nuovo e moderno di mettere in scena cose di cui già si parlava (anche se più che altro in tono di commedia). Sete poi è tutto sulla sete insoddisfatta d'amore, storie che si rincorrono raccontate con una costruzione temporale non ortodossa, sintomo di una caratteristica tipica di Bergman, l'estrema fiducia nello spettatore.
Poi mi colpisce, perchè non lo ricordavo, come e quanto ci siano echi noir e sbafature di melodramma. Come nella splendida sequenza terminale della coppia che ha vissuto un rapporto fatto di eccessi ma è sempre rimasta insieme.
- E' stato terribile, ho fatto un sogno tremendo, ero come ipnotizzato. Nella mia testa immaginavo che ti avrei ucciso... Ma non dici niente? Volevo ucciderti....
- Bene, non mi stupisco.
- Ed è meglio così.
- Saresti stato solo e indipendente.
- Ma io non voglio essere solo e indipendente! E' molto peggio!
- Peggio di cosa?
- Del nostro inferno! Almeno noi ci apparteniamo.

1.8.07

Sull'assenza di un vero luogo di cinema in rete /2

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Riguardo il discorso fatto qualche post fa, emerso in occasione della morte di Bergman, sull'assenza di un luogo nella rete italiana che parli di cinema vero, in maniera complessa e sfaccettata, ritorno adesso.
Lo faccio perchè in quell'occasione, e non me ne pento, avevo inserito anche i blog tra le fonti non soddisfacenti, perchè intempestivi, non coordinati, ripetitivi e molto spesso poco interessanti (chiaramente nella categoria blog rientra anche questo).

Per cercare di rimediare ad almeno uno dei difetti sopracitati è stato organizzato sulla cinebloggers connection (l'unico luogo della rete che riunisca tutti i blog di cinema aggiornati con una certa continuità) un post (raddoppiato poi anche per la morte di Antonioni) che aggreghi tutti gli omaggi dividendoli per categorie (recensioni, coccodrilli e omaggi silenziosi).
Il risultato finale sarà comunque intempestivo ma almeno, se qualcosa di buono ne uscirà fuori (cosa che spero ma di cui dubito), avrà avuto il merito di creare una risorsa un minimo organica riguardo e in un modo o nell'altro aver dimostrato quale sia il valore della rete di blog di cinema italiani.

Sempre a parziale conferma di quanto scritto nel post precedente faccio notare che il giorno dopo il cartaceo ha vinto sul web, presentando (e parlo solo per i due maggiori quotidiani nazionali) alcuni articoli sulla morte di Bergman, di cui un paio almeno (uno per parte) davvero interessanti e valevoli la lettura. Su internet ancora niente (la cosa più autorevole è il parere di Farinotti su MyMovies, scritto con la mano sinistra di primo mattino in un giorno di vacanza)...

Luci D'Inverno (Nattvardsgästerna, 1962)
di Ingmar Bergman

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Con stile secco e asciutto (asciuttissimo), con moltissimi dialoghi e pochi cambi di ambiente (la chiesa, l'esterna sul fiume e la scuola) Bergman parla di un prete che in un giorno di malattia in cui deve comunque lavorare si rende conto di quanto ormai non creda più in quello che fa e di come abbia scelto di diventare pastore con leggerezza. Il ricordo della moglie morta, le continue avance di un'altra donna, un fedele deciso a suicidarsi (il grandissimo Max von Sydow) e l'esigenza di venire a patti con una vita che non ha più motivazioni (morta da tempo la moglie e morta ormai anche la sua fede), sono questi i punti cardine attorno ai quali costruire un racconto con la consueta lentezza programmatica, la volontà di cogliere i gesti quotidiani e un po' meno simbolismo del solito (la messa finale tenuta in una chiesa vuota basta e avanza).
Il mistero di questo film è l'equilibrio incredibile che si crea nei rapporti tra i personaggi, in special modo per quanto riguarda quello tra la maestra e il pastore, narrato con semplicità attraverso dialoghi quasi sempre freddi e distanti (ma Bergman si concede anche un scena madre quando la donna si leva le bende dalle mani) eppure colmo di un dolore inesplicabile.
Tutto è incentrato sul silenzio di Dio, lo si ripete più volte lungo il film, l'incapacità di accettare il non manifestarsi della divinità è fonte di incertezza e progressivamente di sfiducia nel pastore, allo stesso modo il non manifestare i propri sentimenti lo costringerà a subire una donna che non vuole fino a che non è costretto a respingerla con disprezzo.
Ma è la vicenda del fedele con aspirazioni suicide che chiarisce nel pastore il crollo della sua fede. La consapevolezza che ciò che gli dice siano parole vuote, stupidaggini e banalità lo assale.
Sarà solo in seguito al semplice dialogo con il sagrestano, che confessa la sua credenza nel fatto che il momento più doloroso per Gesù secondo lui è stato quello in cui chiedendo aiuto al padre non si sia sentito rispondere e non tanto le sofferenze fisiche, che il prete sembra ritrovare la fede.

Curiosamente in questo film Bergman ricorre ad un espediente puramente cinematografico (bellissimo e perfettamente in tono) per narrare di una lettera letta dal pastore. Invece che utilizzare come spesso si fà la voce fuoricampo di chi la lettera la scritta Bergman fa recitare il contenuto della lettera all'autrice, inquadrandola staticamente dal busto in sù.