30.9.07

I Channel 2° stagione

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Dopo una lunghissima pausa senza spiegazioni torna I Channel con la seconda serie.
I Channel è la serie a basso budget/no-sponsor/no-soldi-solo-idee che era arrivata a 19 episodi chiudendo sbrigativamente una bellissima prima serie.
Dotata di un linguaggio molto interessante e ibrido con tutto quanto di UGC si fa in rete, la prima serie rimane ad ora una delle cose migliori che si siano viste fatte esclusivamente per la rete.

Ora ricomincia con un nuovo canale YouTube, un blog un po' migliorato e anche un player Revver che rispetto al classico di YouTube gli da anche un po' di soldi.
Il primo episodio inizia bene e poi si perde e il secondo non ci sta molto, ma ancora mancano i nuovi commenti degli utenti che sono il vero punto di forza percui attendo prima di dichiarare il salto dello squalo e la fine delle idee.

C'ha ragione la reine

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via Cinemax

2 Giorni A Parigi (2 Days In Paris, 2007)
di Julie Delpy

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Per la cronaca in questo film Julie Delpy, recita, dirige, scrive, coproduce, monta, musica e canta. Realizza insomma un film suo dall'inizio alla fine, un'opera di quelle che si sente subito che premeva per uscire e che è piena di personalità.
Il punto di riferimento è palesemente la Nouvelle Vague, per le ambientazioni all'aria aperta, per il montaggio molto libero, per la grande verbosità e per i temi, molto attuali, molto personali ed intimi.
Non c'è un vera trama ma due personaggi che si confrontano di continuo e che sbattono contro le reciproche ottusità, una storia di coppia, di rotture e riconciliazioni.
Certo è molto acerbo e poco innovativo, ma non è affatto male 2 Giorni A Parigi, perchè nonostante la programmatica "alternatività", nonostante l'apparente falsità di una messa in scena diventata il classico del cinema moderno (tanto da essere quasi fuori tempo massimo), il film è comunque molto sincero. Perchè credo che sia lei, Julie Delpy ad essere così d'altri tempi, così anni '60 nel suo liberalismo (anche sessuale), nei suoi facili impegni politici e le sue visuali aprioristicamente tolleranti (ma solo riguardo quello che dice lei!).
E tralasciando anche tutto questo 2 Giorni A Parigi riesce a parlare, riesce in certi punti a centrare l'obiettivo che si prefigge: scartare ogni sovrastruttura e mettere in scena un uomo e una donna oggi.

29.9.07

Hairspray (id., 2007)
di Adam Shankman

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Frutto dell'incrocio tra l'omonimo film di John Waters e il musical per broadway che da quello fu tratto l'Hairspray del 2007 si presenta come una versione acquietata del suo omonimo anni '80. Infarcito di musica da musical (mentre il precedente era infarcito di musica e basta) e determinato a utilizzare quella data cornice e quella trama per veicolare i medesimi significati del cinema mainstream hollywoodiano.
Se l'Hairspray originale raccontava dell'inaspettato successo di una ragazza brutta e cicciona che poi si batte per i diritti dei neri nella retrograda Baltimora degli anni '60, utilizzando le scene, i colori, gli attori (basta pensare a Divine) come un manifesto di diversità cinematografica (anche se nella carriera di Waters ci sono stati esempi simili più riusciti), il suo omologo moderno con la medesima trama trae la solita semplice morale sulla necessità dell'integrazione e il piacere della diversità.
Ciò che cambia sono sfumature, è il gusto del kitsch del primo che diventa moda colore e glamour nel secondo (cioè il suo omologo incorporato dalla società). Nel film la grassa protagonista porta alla comunità bianca il modo di ballare dei neri, cioè gli rivende qualcosa che ha già successo nella comunità afroamericana ma che necessita di un passaggio in più (appunto la ragazza bianca) per essere accettato dai bianchi. Passaggio in più che è chiaramente uno svilimento rispetto all'originale.
Allo stesso identico modo Adam Shankman (regista di Hairspray) porta i contenuti del film originale ad un pubblico più grande ma per fare questo deve necessariamente svilirli, acquietarli e annacquarli.

Detto questo Travolta vestito da donna è sia terribile (ha veramente delle mani da uomo non c'è niente da fare) che divertente, anche se mi infastidisce come ammicca continuamente (mentre Divine era più sinceramente grottesco), e poi tutto inguainato nel tutone che lo rende ciccione non si può muovere e non può ballare che è una cosa che fa sempre rodere. Però c'è il grandissimo Christopher Walken che ormai (non mi stancherò mai di ripeterlo) dopo il bellissimo video Weapon Of Choice di Spike Jonze lo fanno ballare in tutti film ed è veramente leggero.
Per il resto da notare unicamente la particina di Jerry Stiller (padre di Ben) che nell'originale aveva il ruolo che ora tocca a Walken.

28.9.07

Grindhouse: Planet Terror (id., 2007)
di Robert Rodriguez

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La metà di Rodriguez di Grindhouse è un vero filmaccio di serie B anni '70. Per questo vale poco.
Mentre Tarantino ha barato, ha realizzato una vera opera di serie A con il suo A Prova Di Morte, che si diverte ad imitare il cinema di serie B, Rodriguez ha rimesso in piedi esattamente tutte le dinamiche, le soluzioni e le situazioni da horroraccio di terza categoria. Senza alcuna rilettura.
Operazione tecnicamente mirabile, non solo per gli accorgimenti digitali (il film è girato tutto in digitale HD) che invecchiano la pellicola e simulano graffi, punti rovinati o andati a male e sbafi di colore, ma soprattutto per il modo in cui azzecca tantissimi piccoli particolari, inquadrature, stilemi e con i quali ogni tanto si permette di farsi anche due risate.
Ma in linea di massima Planet Terror insegue il kitsch e non "il gusto del kitsch" (che è tipico di un altro cinema, come quello di John Waters o di un certo Tim Burton), come nel cinema sexploitation, balxploitation ecc. ecc. Cerca nella maniera più semplice e banale di suscitare la sensazione, cerca l'esagerazione continua che porti ancora più avanti la soglia di tolleranza del pubblico, ma servendosi sempre e scientificamente della soluzione più scontata e banale per farlo.
La mimesi con il serie B è talmente completa e perfetta che il film non vale nulla. Talmente pedissequa che manca lo sguardo di Rodriguez (se non per alcune brevi sequenze più compiaciute), manca totalmente il cinema moderno e manca una rielaborazione di quell'esperienza per crearne una nuova.

LE TECNOLOGIE DEL FILM

Illusi...

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Acquistati i biglietti per l'evento della festa, l'incontro con Terrence Malick, il quale ha costretto la festa a mille limitazioni per avere la sua presenza, dato che non ama le folle nè il confronto con il pubblico. Tra le varie richieste accettate c'è anche quella che non sarà possibile in alcun modo fotografarlo.

La cosa che mi fa ridere e che credono veramente che io non fotograferò, un uomo la cui unica foto al mondo è questa di lato....

Abbiamo testato oggi per voi: Amazon Mp3

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Come avevo scritto il nuovo music store di Amazon che vende tracce libere apre la beta pubblica e va provato. E l'ho fatto.
Il risultato rispetto ad iTunes è impressionante. Si compra a meno (0,8$) tracce in formato mp3 libero e senza DRM o controindicazioni di sorta (tipo quelle cose che poi le tracce ad una certa si autodistruggono se non paghi un pizzo mensile).
Ufficialmente Amazon Mp3 (credo sia questo il banalissimo nome) è meglio di iTunes.
Certo non ha il catalogo di iTunes (ma poco ci manca) e cerca di supplire con il fatto che se non ha l'mp3 ti vende il CD fisico (AAAH!!! Orrore!!! Il mondo reale nooo!!).

Ho fatto un po' di ricerche e il catalogo è colmo da una parte e vuoto da altre, pieno di buchi. Nel senso che ci sono molti album dei Creedence Clearwater Revival e nessuno di Springsteen, nulla degli Who ma tantissimi dei Kinks, tutti i Nirvana e abbastanza di Coltrane ma nulla degli Yes, Bowie tanto ma poi poco Otis Redding, tanto Hendrix e Clapton ma zero Red Hot Chilli Peppers, molto Police ma niente di Jamiroquai (significativo che le ricerche di prova siano state per l'80% su gruppi sepolti...).
Chiaramente dipende da chi ha firmato e chi no e il principale editore musicale con cui Amazon è riuscita a fare l'accordo per il momento è la EMI. Rimangono fuori dunque Warner, Universal e Sony/Columbia, sperando che un eventuale successo li convinca ad entrare...

La procedura è semplice: si cerca, si seleziona la traccia o l'album, si fa il login (che se avete già comprato da Amazon e hanno i vostri dati è il medesimo se no bisogna registrarsi dando anche il numero di carta) e poi bisogna scaricare il softwarino amazon (robetta) per il download degli album.
Attenzione! Bisogna anche inserire in che provincia degli stati uniti si risiede (evidentemente non prevedono l'Europa) ma al momento il controllo è blando, io ho messo NY e poi un codice postale di New York (10021) e ho scaricato tutto. Ah! E non mi funzionava benissimo con Firefox, mentre con Internet Explorer perfettamente.
Insomma non una procedura che è il massimo della semplicità, ma il servizio vale.

Poi un giorno qualcuno mi spiegherà perchè nei file non inseriscono anche i metadati tipo chi sono i musicisti, l'anno di produzione e tutte quelle cazzatine che stanno scritte nelle copertine...

Parallelamente segnalo che la DVD Copy Control Association (quella che crea le protezioni per i DVD) ha autorizzato chi vende file di film a consentire la masterizzazione. Sperando che anche qui si vada verso la liberalizzazione.

27.9.07

Il Buio Nell'Anima (The Brave One, 2007)
di Neil Jordan

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Neil Jordan non è l'ultimo arrivato, nè io lo ritengo tale. E nemmeno Jodie Foster, anche se ultimamente ha delle evidenti difficoltà a scegliere che film fare.
Il Buio Nell'Anima dunque si annunciava come un film promettente, ma già la sinossi fa venire qualche dubbio: "Dopo essere stata pestata a sangue da un gruppo di banditelli che uccidono il suo ragazzo una speaker radiofonica, spaventata dalla società, decide di armarsi e con la pistola in mano si fa prendere dall'ebrezza del potere finendo per trasformarsi in un giustiziere".
Il film a me non è piaciuto e lo dico subito. Però ammetto anche che Neil Jordan in più di un momento ce la mette tutta per risollevarlo. Non so nulla di preciso nè ho informazioni particolari ma mi ha dato proprio l'idea del classico film su commissione, di quelli imposti dagli studios e sui quali si ha poco potere di intervento se non la semplice direzione.
Spesso infatti, dove e come può, Jordan riesce ad infilare idee e riflessioni non stupide sul concetto di armarsi, sul potere e sul fatto che una pistola della polizia possa sparare e quella di un cittadino no, anche se alla stessa persona.
Ma lo stile non c'è proprio.
Ancora le inquadrature sbilenche per i momenti di insania, ancora la recitazione urlata per i momenti panici, ancora i controluce di notte per la delusione. Proprio no!

Festa Del Cinema 2007

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La seconda edizione della festa del cinema è pronta con il programma ufficiale di tutte le sezioni.

IN CONCORSO:
Barcelona Una Mapa di Ventura Pons
Caotica Ana di Julio Medem
Ce Que Mes Yeux Ont Vu di Laurent De Bartillat
El Pasado di Hector Babenco
Fugitive Pieces di Jeremy Podeswa
Hafez di Abolfazl Jalili
Juno di Jason Reitman
La Giusta Distanza di Carlo Mazzacurati
Le Deuxieme Souffle di Alain Croneau
Li Chun di Chang Wei Gu
L'Amour Cache di Alessandro Capone
L'Uomo Privato di Emidio Greco
Mongol di Sergei Bodrov
Reservation Road di Terry George

FUORI CONCORSO:
Before The Devil Knows You're Dead di Sidney Lumet
L'Abbuffata di Mimmo Calopresti
La Recta Provincia di Raul Ruiz
Liebesleben di Maria Schrader
Lions For Lambs di Robert Redford
No Smoking...! di Anurag Kashyap
On Dirait Que.... di Françoise Maire

PREMIERE:
Elizabeth: The Golden Age di Shekhar Kapur
Youth Without Youth di Francis Ford Coppola
Rendition di Gavin Hood
Silk di François Girard
Giorni e Nuvole di Silvio Soldini
Noise di Henry Bean
The Dukes di Robert Davi
Into The Wild di Sean Penn
Across The Universe di Julie Taymor
Things We Lost In the Fire di Susan Bier
August Rush di Kirsten Sheridan
Enchanted di Kevin Lima
Notte d'Argento, maratona con Suspiria, Inferno e La Terza Madre di Dario Argento

Questi gli highlights del programma (più un film a sorpresa che sarà rivelato più avanti e che non necessariamente sarà un nome grosso) che poi chiaramente si articola in mille altre sezioni e senzioncine e retrospettive. Ci sarà quella su Totò, quella su Sophia Loren (premiata con l'Acting Award), poi una sull'Actor Studio come l'anno scorso, una su Raul Ruiz curata da Filmcritica e una sul cinema indiano.
Ci saranno gli incontri tra i quali sottolineo quello con Coppola e la famiglia (Eleanor, Sofia e Roman) e quello imperdibile e già cult con Terrence Malick.
Ci sarà Scorsese di nuovo che presenterà il suo restauro di C'Era Una Volta Il West più altre dodicimila star in passerella.

Sulla carta la seconda edizione sembra peggiore della prima, meno nomi, meno attesa, meno autori e meno hype. Tuttavia la selezione c'è stata e il fatto che non ci siano nomi di autori che fanno venire l'acquolina in bocca non è necessariamente indice di cattivo festival, bisogna attendere di vedere gli sconosciuti cosa combinano.
Personalmente, a parte il nuovo di Coppola, attendo molto Soldini, Reitman (dopo il bello Thank You For Smoking), Alessandro Capone e Julio Medem. Poi per gli altri si dovrà andare rigorosamente a caso come in tutti i festival che si rispettino.

INFORMAZIONI DI SERVIZIO:
Biglietti in vendita da domani all'auditorium nelle ricevitorie del lotto e su internet nel sito della festa.

L'ennesimo...

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Gira voce che il music store messo su da Amazon è veramente libero, vende tracce mp3 senza DRM e a prezzi inferiori rispetto ad iTunes. Appena ho un secondo lo provo (se è aperto agli europei) e ne testo le limitazioni...

25.9.07

Opere multiautoriali

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Grazie ad un focus visto facendo zapping su Sky scopro che la sensazionale sequenza di fuga iniziale di 28 Settimane Dopo è stata girata da Danny Boyle e non dal regista Fresnadillo.
A questo punto a chi va il merito? A chi l'ha girata (Boyle), a chi l'ha scritta (Joffre e Olmo) o a chi l'ha inserita in quel punto e ha supervisionato il montaggio e scelto le musiche (Fresnadillo)?

Un'Impresa Da Dio (Evan Almighty, 2007)
di Tom Shadyac

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Dal fiacco Tom Shadyac arriva l'ennesima fiacca commedia che questa volta non può nemmeno avvalersi di Jim Carrey, deus ex machina di molti film comici nati senza idee o con una sola.
Certo Steve Carrel non è il primo venuto, anzi, ma non ha la capacità di Jim Carrey di essere one man band, di poter reggere da solo tutto un film. Io Carrel lo trovo più il tipo che ti valorizza una buona sceneggiatura e non uno che ne fa anche a meno.
Ad ogni modo, Un'Impresa Da Dio riprende i temi di Una Settimana Da Dio non mancando in originalità lo devo ammettere. Tutta la storia della trasformazione in Noè e l'ossessione continua della presenza divina sono un espediente che non era presente nel primo film.
Ma come pure per Una Settimana Da Dio sono le idee proprio ad essere poche e dopo un po' che vengono ripetute stufano.
Nemmeno la presenza di John Goodman mi ha tirato su di morale.

Tutte queste commediole sentimentali un po' becere e facilmente familistiche che inneggiano al matrimonio e alle gioie della vita familiare mi stanno cominciando a trapanare il cervello. Un po' come con la cura Ludovico prima o poi comincerò a sognare anche io la vita familiare all'americana: tre figli, moglie a casa, giardino, SUV e cane.

24.9.07

Commenti a margine della visione di Napoleon su tre schermi

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Credo di essere stato testimone di un evento anacronistico, qualcosa di assolutamente fuori dall'ordinario.
L'evento che mi ha dato la possibilità (che mai credevo avrei avuto in vita mia) di vedere la versione originale (e restaurata da Coppola) del Napoleon di Gance con colonna sonora eseguita dal vivo dall'orchestra posta sotto lo schermo gigante, è stata una proiezione ad ingresso libero effettuata dietro al Colosseo in occasione del trentennale dell'altra storica proiezione che si tenne in quel medesimo luogo nel 1981.
Un evento senza precedenti non solo per l'incredibile possibilità offerta ma soprattutto per come sia riuscito ad attirare pubblico.
Un film di 4 ore muto per vedere il quale è stato necessario assieparsi sui lati della platea all'aperto, sedersi per terra sulle collinette adiacenti e accalcarsi dietro i tralicci (le tre foto sopra).
Sinceramente quando è iniziato il film, l'orchestra è partita si sono spenti i fari ed è comparso il cartello NAPOLEON e io ero seduto per terra accalcato nella folla di sbiego a guardare uno schermo altissimo (l'orchestra su un palco ad almeno un paio di metri da terra e sopra di essa era lo schermo) mi è sembrato un evento da primi anni '20, da era ingenua del cinema.
Una dimensione della fruizione cinematografica nella quale durante il film si va al bagno, si torna con le birre e i panini, si commenta tutti insieme, ci si sdraia e si applaude e grida di gioia alle scene migliori.
Da tutto quello che ho letto penso effettivamente che fosse molto simile a questo il modo in cui si andava al cinema all'epoca del muto (certo non erano sempre 4 ore nè si stava seduti per terra, ma c'era meno attenzione e più chiasso di oggi senza che infastidisse).
Nelle due foto si vede a sinistra i tre fasci di luce proiettata e a destra le tre immagini diverse una accanto all'altra e la luce sotto è l'orchestra (per dare un'idea delle dimensioni)
E poi c'era un pubblico mai visto prima. A prescindere da quelli presenti perchè era un'evento (per intenderci quelli che se ne sono andati a metà proiezione e magari già erano venuti con quest'idea) il resto era un tipo di pubblico di gente che per intenderci quando sullo schermo è comparso Antonin Artaud, prima ancora che venisse scritto il suo nome già applaudiva perchè l'aveva riconosciuto! E saremo stati all'incirca 500 persone!
Infine la tripla proiezione. Un artificio cinematografico che nonostante sia venuto decenni prima era molto oltre il concetto di cinemascope, perchè non solo consentiva una visione di 100°, ma soprattutto permetteva di mostrare tre immagini differenti, dando possibilità estetiche e narrative totalmente nuove.
Per Gance l'immagine centrale costituiva la prosa e quelle laterali la poesia, ma spesso c'erano scelte estetiche formidabili, come la sequenza della carica nella quale ai due lati c'è la medesima immagine speculare di Napoleone che cavalca e al centro una delle truppe che avanzano compatte.
Ancora l'aquila (compagna e metafora di Napoleone stesso) ripresa da vicino mentre vola e con tutte e tre le telecamere per avere un'immagine unica grandissima e larga e alla fine i tre schermi con i tre colori della bandiera francese. Idee applicate alla tecnologia del cinema che riempiono gli occhi.

Napoleon (id., 1927)
di Abel Gance

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Si tratta di uno dei più grandi sforzi produttivi della storia del cinema nonchè uno dei suoi capolavori, la cui grandezza è pari unicamente alla difficoltà di riuscire a vederlo. A causa infatti della straordinaria lunghezza (4 ore) e dell'esigenza di essere proiettato con tre proiettori uno di fianco all'altro contemporaneamente, vedere la versione corretta ed integrale di Napoleon è quasi impossibile.
Eppure, a cavallo tra sperimentazione e narrazione classica (molto debitrice allo stile americano di Griffith), la visione dell'opera di Gance è oltre che esaltante anche estremamente ispiratrice, tutta fondata su inquadrature molto dense e complesse e composte avendo ben chiari in testa i quadri e soprattutto le stampe d'epoca (vedi foto centrale). Ma non solo anche l'illuminazione ha un gusto molto particolare, curiosamente indipendente e slegato da tutto ciò che si faceva in Germania sotto influenza dell'espressionismo.
Manifesto debordante e retorico di uno sciovinismo facilmente immaginabile, la storia di Napoleone raccontata da Gance (in questo film dall'infanzia fino alla campagna d'Italia del 1796, per il resto ne erano previsti altri 5 mai realizzati) è quella di una figura fiera, geniale e indipendente avversata su tutti i fronti in tutte le età ma sempre in grado di vincere la lotta con il fato.

Ma al di là della visione storica (e quindi al di là di Napoleone) è Gance a trionfare. Il suo stile sperimentale si dimostra efficace e vincente non solo per raccontare al meglio il mito (e non la storia) ma soprattutto per parlare di cinema.
Carrelli audacissimi (ce n'è uno di Napoleone in carrozza ad alta velocità splendido), riprese fatte con macchina da presa a mano (le scene di lotta ravvicinata) o addirittura montata su un cavallo, dissolvenze, trasparenze e infine la trionfante proiezione su tre schermi esemplificano il desiderio palese di stupire ed innovare il mezzo cinematografico già a 40 anni dalla sua nascita.
Dotato di un quantitativo spropositato di scene madri (tutte riuscite ed esaltanti), di interpreti sensazionali e di una visione di cinema come grande artificio (mille le manipolazioni sull'immagine e gli effetti di montaggio), Napoleon riesce a far gridare di gioia anche gli italiani nella colossale e retorica scena finale della cavalcata di Napoleone in Italia con i tre schermi che assumono i tre colori della bandiera francese e la marsigliese di sottofondo.

Per alcune curiosità e dati tecnici riporto quanto scriveva su questo film (proiettato anche allora come un evento speciale) nel 1955 Truffaut:
Napoleon aveva richiesto 4 anni di lavoro, tre dei quali di riprese. Prima di scrivere la sceneggiatura Abel Gance aveva letto quasi più di 100 libri su Bonaparte [...] Furono impiegati duecento tecnici di tutti i tipi [...] per certe scene furono impiegate fino a 6.000 comparse [...] Durante gli inseguimenti a cavallo girati in Corsica si lamentarono due morti per cadute da cavallo [...] La fine delle riprese in Corsica coincise con le elezioni e l'entusiasmo di tutti era tale che il partito bonapartista trionfò a svantaggio di quello repubblicano [...] Per la scena della tempesta si dovette ricostruire il Mediterraneo in studio. L'avvio delle riprese anzichè essere ordinato con il classico ordine ("Motore") veniva dato di volta in volta con un colpo di pistola, muggiti di sirena o segnali luminosi.
[...]
Il regista agiva sui loro nervi come un direttore d'orchestra su quelli dei suoi orchestrali... Quando salì per un momento in cattedra per dare molto semplicemente con la voce dolce e velata alcune spiegazioni tecniche fu salutato da un grido di ammirazione col quale questi esseri domati si davano interamente ad un capo. E' guardando la messa in scena di questa piccola rivoluzione che si capisce quella grande. Se Abel Gance avesse avuto ai suoi ordini diecimila comparse, inebriate di storia e con l'animo stordito dall'ebrezza di obbedire, avrebbe potuto a sua volta lanciarle all'assalto di qualsiasi ostacolo, far loro invadere Palazzo Bourbon o l'Eliseo e farsi proclamare dittatore.
[...]
Non c'è in Napoleon scena che non ci dia l'impressione di essere il clou del film, non c'è inquadratura che sia carica di emozione, non c'è attore che non dia il meglio di sè.
Abel Gance, a dispetto degli anni, rimane il più giovane dei nostri autori.

21.9.07

Gelosia (1953)
di Pietro Germi

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Fenomenale esperimento di Germi tra i meno noti.
Nella fase dei film di genere, dunque prima di Il Ferroviere (punto di svolta per la sua carriera per l'evoluzione artistica) si situa questo curiosissimo western-noir ambientato nel sud Italia.
E' una storia di genere non dissimile nei tratti e nello stile da La Città Si Difende o In Nome Della Legge (con cui condivide ambientazione e alcuni temi ma non il genere), asciutta popolare e molto secca a livello di intreccio ma complicatissima dal punto di vista della resa.
La matrice fondamentale è di tipo noir, poichè le figura coinvolte sono al limite della legalità e la molla di tutto è una passione carnale e violenta che porta un uomo retto e nobile verso la follia e la disperazione nonchè l'omicidio, ma poi la messa in scena e la scelte estetiche ricordano tantissimo il western classico di stampo messicano (data la geografia dei luoghi, gli abbigliamenti e la natura coinvolta).
Non mancano certamente gli accenni ai temi più cari a Germi (su tutti l'ottusità meridionale, l'arretratezza morale e la vita al limite della legalità come regola) che poi saranno ripresi nei film più famosi con anche più ironia. Qui invece di ironia non c'è traccia, Gelosia è un dramma della passione che non si vergogna in alcuni punti di mirare ad una messa in scena un po' barocca (le parti con il crocefisso) per premere sull'acceleratore e riesce a traslare le figure fondamentali del noir come la femme fatale, tipiche della modernità e del vivere urbano in un contesto lontanissimo dalla modernità.
Un bellissimo esempio di racconto semplice ed esile in apparenza ma complesso e stratificato nell'essenza.

20.9.07

Piano, Solo (2007)
di Riccardo Milani

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Un altro biopic. All'italiana.
La storia di Luca Flores, talento del jazz già narrato in un libro romanzato scritto da Walter Veltroni e dal quale proviene questo film di Riccardo Milani.
Kim Rossi Stuart suona un po' di jazz, si sente qualche cosa di Chet Baker e di Bud Powell, Sandro Petraglia sceneggia con il suo solito naturalismo e il resto sono derive di follia mostrate con il soggetto che urla prememendo i palmi della mani contro le orecchie, che guarda nel vuoto o che dice amenità.
Ancora una volta non c' è spiegazione e non c'è passione. Perchè Luca Flores era così bravo, così tanto da meritarsi un film? Era un talento soffocato dalla malattia? Come l'ha dimostrato? La musica non è immediata, quanta parte del pubblico non coglie la differenza tra i brani suonati da Flores (che poi molti nel film non sono le versioni di Flores) e quelli suonati in un piano bar qualsiasi?
Dov'è la passione per la musica? Le uniche cose che si vedono sono ossessioni compulsive verso il pianoforte. Perchè insistere così tanto nella sua storia d'amore finita male nella maniera più banale (lei lo desidera, lui se la fa andare bene, lui si innamora, lei fa uno slancio, lui si ritrae, poi ci ripensa, ma è troppo tardi lei lo lascia, lui finisce sotto un treno e lei ormai non lo ama più e non lo amerà mai più).
Io i biopic non li capisco prorpio....

Giorni di un futuro passato

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19.9.07

Sta arrivando

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Prima l'Inghilterra poi la Germania e prossimamente anche la Francia.
Costosissimo, non scontato, poco capiente e non 3G ma bello come pochi l'iPhone sta arrivando. Si mormora che è saltato l'accordo con Vodafone come carrier predefinito per l'Italia e quindi sarà sicuramente Telecom Italia.

Per chi continua a tifare per la Festa Del Cinema di Roma

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A scanso d'equivoci chiarisco subito che c'è un conflitto d'interessi: il curatore del presente blog lavorerà per la Festa Del Cinema di Roma.
Detto questo posso ora continuare a dire che reduce dalla presentazione stampa della sezione EXTRA della Festa sono pieno di aspettative e ansiosissimo di prendere parte ad un evento che, anche rispetto all'anno scorso, si prospetta bellissimo.

La sezione EXTRA si occupa (oltre che delle retrospettive) di presentare documentari e materiali più particolari, lungometraggi e cortometraggi non usuali con formati diversi dal solito e destinazioni non ortodosse. E' in sostanza la parte della festa meno commerciale e quella (assieme al concorso) che dovrebbe fare da punto di riferimento per il giudizio qualitativo.
La selezione (almeno sulla carta) sembra stupenda. Oltre alle cose più popolari come gli omaggi a Totò e Sophia Loren ci sono anche film come Pop Skull, Forbidden Lies, The King Of Kong e Natural Born Star che si annunciano interessantissimi.
In più tra gli incontri con gli autori ce ne sarà uno con Francis Ford Coppola (con la famiglia (Roman, Sofia e Eleanor) al seguito) e uno nientepopodimenoche con Terrence Malick, un evento più unico che raro i cui biglietti si polverizzeranno in venti secondi dall'apertura del botteghino.

18.9.07

Funeral Party (Death At A Funeral, 2007)
di Frank Oz

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L'angloamericano Frank Oz mi è sempre sembrato il classico bravo mestierante specializzato in commedie, nulla di eccezionale, ma capace di confezionare (quando in possesso di buone sceneggiature) film molto divertenti, dotati di un ottimo ritmo e capaci di far interagire al meglio gli attori.
Era stato così per il pur buonista In&Out, per il divertentissimo Bowfinger e per il remake cult La Piccola Bottega Degli Orrori, ma non per i meno riusciti come Tutte Le Manie Di Bob e La Donna Perfetta.
Funeral Party è una commedia tipicamente inglese, dotata di tempi e incastri inglesissimi che senza molte ambizioni diverte con gusto.
Si certo, vorrebbe poi essere un ritratto familiare delle diverse realtà e dei rapporti che coesistono, si instaurano e tentano di durare in una larga famiglia, ma diciamo che questa pretesa nobilitatrice (come se ce ne fosse per forza bisogno) è sufficientemente quietata per lasciare spazio alla classica sceneggiatura ad orologeria che comincia lenta e prende piede con il montare degli eventi fino allo scoppiettante finale.
Oz fa quel che deve: segue tutto con grande invisibilità, si nasconde quanto può lasciando scorrere gli eventi, centra i tempi comici e dirige con abilità il vasto cast di attori (tra cui spiccano il grandissimo Peter Vaughan di Cane Di Paglia nonchè Spud!!!), azzeccando qua e là qualche momento di sincerità (come la madre/vedova che non sopporta la moglie del figlio).

17.9.07

Sulle motivazioni che guidano gli uffici stampa

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Perchè fare dei regali per gli invitati alle conferenze stampa?
Perchè regalare sempre borse per portatili? Al terzo ufficio stampa che lo fa si presuppone che ormai tutti quanti ce l'abbiano, anche chi non ha il portatile.
Perchè regalare indumenti con impresso il titolo del film? Quanto li potrò tenere? Non è che ora posso girare ancora con il cappello di Sin City...
E soprattutto, perchè regalare senza criterio nè selezione unicamente taglie XL? Non dico M, che sarebbe ragionevole (non sia mai!), ma almeno L!

L'Ultima Legione (The Last Legion, 2007)
di Doug Lefler

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Affidare un film ad un regista che ha al suo attivo episodi delle serie Xena e Hercules, più un sequel di Dragonheart uscito solo in home video può avere un risvolto solo.
L'Ultima Legione, coproduzione internazionale nella quale ha messo mano per primo De Laurentiis e poi anche gli indiani, è imbarazzante già dal secondo minuto. Già dall'inquadratura del giovane Romolo Augusto che si eleva sulle spalle della statua gigante nel centro di Roma e dietro di lui si estende una delle peggiori ricostruzioni digitali di Roma mai viste. Ecco fin da lì è pessimo, ma nel corso del film avrà modo di peggiorare. Anche lo stesso Valerio Massimo Manfredi, autore del libro ha dovuto dire che la stupidissima scena del soldato che perde un dito non la voleva. Anche lui.
La cosa peggiore come è prevedibile sono i dialoghi, uno dei segni più facili per riconoscere il peggior cinema. Parole a vanvera, espressioni da quattro soldi e una direzione degli attori che fa sembrare un incompetente anche Ben Kingsley.