31.12.07

Halloween (id., 2007)
di Rob Zombie

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Dopo il successo dei due horror di nuova scuola Rob Zombie decide di rivedere il mito di Halloween, iscrivendosi nella lunga galleria di remake horror abbiamo visto negli ultimi anni. Tutta roba di una qualità insperata in grado di rileggere i capisaldi del genere con intelligenza e alle volte anche maggiore maestria degli originali.
Rob Zombie ad ogni modo tenta un'operazione completamente diversa dai suoi predecessori. Il suo Halloween non è come Le Colline Hanno Gli Occhi di Alexandre Aja, ma più come Batman Begins di Nolan, tenta cioè di rileggere l'opera originale puntando a colmare i buchi volutamente lasciati vuoti e riraccontando le medesime scene da prospettive diverse, da punti di vista inediti e con risvolti differenti e soprattutto dando grande spazio alle origini del personaggio.

Innanzitutto Zombie agisce con il senno di poi, inserendo in Halloween elementi della trama che sono stati inventati solo nei capitoli successivi (come il fatto che la protagonista, Laurie Strode, è in realtà la sorella di Mike Myers), poi piega alla propria volontà le origini del personaggio che Carpenter aveva solo accennato. La famiglia Myers non è più benestante ma una famiglia di disperati in pieno stile Zombie, parte integrante del malessere e della deviazione mentale del piccolo Mike.
Ma soprattutto è stilisticamente che compie il salto più grande. Dallo stile secco e asciutto del Carpenter prima maniera si passa al dinamismo di Rob Zombie, che se evita la camera a mano, non manca di dirigere infarcendo il film dei propri stilemi (lo si vede già dalla primissima immagine).
La prospettiva fortemente intimista dell'originale si perde perchè l'attenzione non è più sulle vittime ma sul carnefice. E dove Carpenter evitava per larga parte del film di mostrare anche una sola goccia di sangue, giocando tutto sulla suspense e sui rapporti tra i personaggi, Zombie invece opta (come suo solito) per un mondo di violenza continua e quotidiana, dove il sangue è all'ordine del giorno.

Da questo ne deriva quindi una prospettiva diversa. Non si tratta più di quell'orrore tipicamente anni '70 del non visto, dell'ignoto e dell'agguato, ma della paura del noto, della paura spiegata indagata e mostrata quasi pornograficamente. Non arriviamo alle punte del gore ma comunque la tensione che Carpenter crea abilmente centellinando le apparizioni di Mike Myers non è prevista, è anzi cancellata da una sovraesposizione dell'assassino, più simile agli horror moderni (anche un po' asiatici).
Il risultato è decisamente più fiacco dell'originale, per quanto sulla carta molto interessante nella pratica il film è poco accattivante e poco stimolante. E' più fiacco anche dei precedenti film di Zombie che, senza i vincoli della trama, avevano uno svolgimento più libero e anarchico, cosa che forse ne era l'elemento più interessante.

LE DIFFERENZE CON L'ORIGINALE

Contro il mito della qualità

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Se c'è una cosa che odio è il mito autoalimentato dai diversi settori della produzione e/o distribuzione audio-video della qualità. Il mito per il quale i clienti cercano la qualità.
Non dico che nessuno la cerchi o che non esistano i puristi ecc. ecc. Sostengo che questa motivazione sia diventata ormai una coperta buona a spiegare qualsiasi strategia è un'affermazione autoconsolatoria che sta alla base di tante mosse assurde e controproducenti. La verità è semmai, secondo me, che i consumatori dicono di cercare la qualità ma in realtà in linea di massima cercano i contenuti.
A fronte di un gruppo di persone molte attente alla qualità audio della musica e video/audio dei film, la nicchia cioè dei mega impianti HiFi e degli Home Theater perfetti, c'è una stragrande maggioranza che invece, pur apprezzando la qualità quando la vede, bada soprattutto al contenuto. Ed è poco incline a spendere di più per avere più qualità, specialmente online.

Siccome sono avversatore del mito della qualità ogni occasione è buona per postare dei dati che lo sconfessino. Quelli di oggi fanno riferimento al la classifica pubblicata da Wired (dietro i dati di Big Champagne Media Measurement) sui contenuti più scambiati sui circuiti P2P nel 2007.
In particolare la classifica dei film più scambiati riporta nei primi 6 posti ben due film, Superbad e Beowulf, che non sono ancora usciti in DVD (il primo solo da 10 giorni) e dunque vengono scambiati e fruiti unicamente nelle versioni CAM, cioè quelle registrate con le videocamere dai cinema, che è quanto di qualitativamente più basso si possa immaginare.
    Top Movies of 2007
  • 1. Resident Evil: Extinction
  • 2. Pirates of The Caribbean: At World's End
  • 3. I Now Pronounce You Chuck & Larry
  • 4. Ratatouille
  • 5. Superbad
  • 6. Beowulf
  • 7. Transformers
  • 8. American Gangster
  • 9. Harry Potter and the Order of the Phoenix
  • 10. Stardust

30.12.07

Lascia Perdere, Johnny! (2007)
di Fabrizio Bentivoglio

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Recupero al cinema il film di Bentivoglio perso alle anteprime pieno di curiosità per le buone voci sentite ma la delusione è in agguato.
Bentivoglio infatti dirige senza personalità un film che di particolare e originale ha unicamente una parte della trama, perchè per il resto è il classico film italiano degli ultimi anni: stretto nella crasi tra provincia e grande città, che si guarda indietro, tentando una riflessione sugli affetti e sull'arte e/o il lavoro creativo attraverso il racconto della formazione di un ragazzo.
Un po' sognatore da una parte, un po' buonista dall'altra, che non nega la realtà da lupi del nostro paese ma che contemporaneamente ne dà una visione consolatoria (la figura di Ernesto Mahieux). Tutto raccontato con una voce off molto invadente e girato con poca cura (gli attori che interpretano i musicisti, Bentivoglio a parte, non sanno suonare e si nota), recitato ottimamente (oltre al grandissimo Mahieux c'è Bentivoglio stesso, Toni Servillo e Valeria Golino più il solito straordinario insieme di caratteristi regionali) e scritto con superficialità e molta banalità, specialmente nelle facili metafore (il sogno, il naufragio in motoscafo, la pioggia durante il concerto e gli incontri con le prostitute).

Tuttavia nonostante il forte disappunto per l'ennesima speranza delusa di un cinema diverso, più particolare e soddisfacente, non posso negare che Bentivoglio non gira male (quanto meno non peggio della media) e ha una voglia e un piglio per il racconto che magari possono ottenere sbocchi migliori.
Il finale aperto del film, per quanto simil-consolatorio, non era male e alcune figure dipinte con pochi tocchi mi hanno convinto (il "maestro" Toni Servillo). Ma appunto nulla che vada più in là dell'ordinaria amministrazione.

Il momento in cui le cose diventano lentamente obsolete

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Si sta svolgendo un interessante dibattito da quando Howard Rheingold (pensatore moderno che pone l'accento sulla funzione sociale e politica delle nuove tecnologie) ha messo pubblicamente in dubbio la possibilità che Jurgen Habermas (filosofo politico moderno tra i più influenti e ascoltati) sia in grado di dare conto delle trasformazioni che la sfera pubblica, e quindi il processo di formazione e gestione delle idee democratiche, sta subendo con l'ingresso dei nuovi media.
Un dibattito purtroppo quasi a senso unico dato che Habermas (lo si è ormai capito chiaramente) non utilizza o sottoutilizza la rete e non partecipa alle discussioni online in nessuna maniera, probabilmente non ne è nemmeno a conoscenza o le ritiene (come del resto ha detto) ininfluenti nella loro continua frammentazione.

Habermas fonda il suo concetto di sfera pubblica sulla comunicazione mediata dai grandi media tradizionale e l'informazione (o controinformazione professionale), Rheingold invece si domanda cosa accade ora che nasce una forma comunicativa orizzontale che in rete compete con quella professionale. Cosa accade alla sfera pubblica?
Se lo chiede ed è riuscito a chiederlo pubblicamente ad Habermas durante una conferenza a Stanford, la disarmante risposta del filosofo è stata di andarsi a rileggere i suoi scritti.

Tra i vari contributi alla comprensione e alla riflessione sull'accaduto è da segnalare (se non altro per becero e blando campanilismo) quello sempre attento e ponderato di Luca De Biase.

28.12.07

Gli Spostati (The Misfits, 1961)
di John Huston

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All'alba della Nouvella Vague dall'altra parte del pianeta (sia geograficamente che cinematograficamente) John Huston gira un film incredibilmente libero che sembra quasi una delle improvvisazioni indipendenti di John Cassavetes. Fotografato quasi tutto in esterni come fosse un vero western, ma moderno, modernissimo già a partire dal racconto Gli Spostati è un film in anticipo di millenni sul cinema americano.
Il racconto melodrammatico di tre esistenze fuori dal tempo, tre male adattati come dice il titolo originale, si instaura nelle dinamiche e negli scenari di un west moderno che non ha niente di quello originale se non gli spazi e il cielo (quello sì sempre "grande").

Pieno di difetti ma anche di giganteschi e meravigliosi eccessi Gli Spostati è stato l'ultimo film di Marilyn Monroe e di Clark Gable e per questo è molto famoso, anche se il motivo per il quale andrebbe ricordato è la straordinaria ansia di modernità che si respira. E' come se Hughes non vedesse l'ora di girare un film moderno ad Hollywood, con i suoi ruoli tipici e le sue dinamiche, ma su una base rinnovata, pessimista, crepuscolare e cinematograficamente libera, anche se nel finale crolla clamorosamente su metafore banali e una risoluzione semplicistica.
Le opposizioni del film da quella Gable/Clift, a quella libertà/costrizione (nella doppia chiave umana e animale) a quella sessualità/desiderio ecc. ecc. sono quanto di più classico ci sia, assieme alle interpretazioni dei personaggi (tranne ovviamente quella di Montgomery Clift), mentre la fotografia oscilla tra ansia di novità e movimenti di macchina intelligentissimi, rigorosissimi e virili come non mai e la musica che spinge sul melò è inspiegabilmente azzeccata.
Gli Spostati è un film sbagliatissimo per mille motivi ma esaltante per altrettanti mille.

27.12.07

Do viral video dream of electric media?

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Oggi ripensando al video postato circa una settimana fa con Homer Simpson che ripensa alla sua vita come nel celebre viral video di Noah Kalina, quello di una foto al giorno per 6 anni (entrambi qua sotto), pensavo che è un passo avanti veramente decisivo.

I viral video (e quello di Noah Kalina ne è uno splendido esempio) sono una cosa nuova perchè hanno un formato, una durata e uno svolgimento impensabile per qualsiasi altro medium, sono in sostanza il vero specifico del video in rete. La maggior parte di questi video non potrebbero andare in televisione in nessuna forma (ci provò tra gli altri la Gialappa's Band con esiti magri), non potrebbero essere nemmeno dei cortometraggi, semplicemente sono degli ibridi, degli esperimenti, delle forme di comunicazione audiovisuale particolarissime e adatte alle dinamiche di curiosità e fruizione immediata di internet.

Il frammento dei Simpson in questione invece ingloba per la prima volta un video della rete nel linguaggio audiovisuale canonico (nel caso specifico televisivo), utilizzando quel tipo di montaggio per rendere l'idea di Homer che vede passare davanti a sè la propria vita prima di morire. E funziona! Nel senso che al di là del gioco interno per chi già conosce il video di Noah Kalina è un modo efficace di rendere l'idea di "la vita che ti passa davanti".
In sostanza in quell'episodio dei Simpson una forma di linguaggio audiovisuale nato per la rete viene sdoganata, ampliata (con variazioni "narrative" rispetto all'originale) e inglobata nel linguaggio narrativo televisivo.

Se teoricamente la cosa si ripetesse, se qualcun altro volesse usare quel tipo di montaggio per mostrare un uomo che ripensa alla propria vita o anche per raccontare in breve le fortune e le sfortune di una vita intera quel tipo di forma entrerebbe di diritto nella grammatica del cinema o comunque della narrazione audiovisuale.
Un passaggio non da poco per qualcosa che era partito da internet come una curiosa novità ed ora riceve dagli altri media (più stabili e regolamentati) un riconoscimento di efficacia.

Angeli Violati (Okasareta hakui, 1967)
di Koji Wakamatsu

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Non conoscevo per nulla il cinema di Koji Wakamatsu (e a meno che qualcuno non abbia suggerimenti credo che continuerò a non conoscerlo data la sua vastità) ma Ghezzi mi regala l'ennesima perla, una proiezione notturna di Angeli Violati, film chiaramente mai uscito da noi ma assolutamente imperdibile.
Si tratta di una piccola operetta (dura circa un'ora) girata quasi interamente in un ambiente, ma assolutamente fuori da ogni dinamica teatrale (cosa nella quale cadono quasi sempre i film in una stanza) o trappola attoriale. Wakamatsu non sovrasfrutta i suoi attori, nè punta sui dialoghi bensì sul cinema, sull'arte dell'immagine e sulla molteplicità di significati.
A fronte di una trama dall'intreccio semplicissimo (un uomo sessualmente represso entra nel dormitorio delle infermiere e fa una strage) il regista riesce a parlare di ossessioni, di impotenza, di volontà, di lucida follia e incredibilmente anche di amore romantico in una maniera pazzesca e puntando sull'estetica. Una vera lezione di cinema.
Girato interamente in bianco e nero con solo due scene a colori (che come è facile immaginare sono devastanti) Angeli Violati non risparmia colpi bassi, gioca sporchissimo e usa tutti gli espedienti possibili per raggiungere il suo scopo di dare conto di una figura complessa, sfaccettata e in fondo ragionevolmente folle.

Esemplare anche di un certo modo asiatico di intendere vita, morte, violenza, sessualità e amore Angeli Violati è stupendo e lo si capisce immediatamente, fin dalle prime inquadrature è ovvio che non si tratta di un film come gli altri ma di un'opera che se non altro tenta il colpaccio, tenta di usare tutte le armi in dotazione ad un regista per comunicare un mondo interiore.

26.12.07

Vertigine (Laura, 1944)
di Otto Preminger

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Al suo primo film importante Preminger dirige in piena epoca di veri noir (e lo si vede dalle luci PERFETTE!) un giallo solo sporcato di venature noiresche, che non intende indagare tanto le figure tipiche del genere quanto spiazzare lo spettatore con il gioco dei sospetti tipico del giallo.
E forse qui è il grande limite del film, che tutto preso dagli elementi del plot disegna personaggi ad una sola dimensione, capaci al massimo di un colpo di scena ma non di evocare paesaggi interiori, dubbi, incertezze o tormenti.
Certo non può essere sottovalutata l'ambiguità generale del film e la sua struttura a continui flashback, molto innovative per l'epoca ed orchestrate con sapienza. Ma se l'intreccio sembra evocare l'ambiguità di rapporti non chiari e torbidi, il tutto appare come uno stratagemma per stupire e non come un tentativo di indagare o semplicemente mostrare diverse facce complesse di una medesima ossessione.
Anche un po' ridicolo il rapporto d'amore che si sviluppa tra il detective incaricato di indagare la misteriosa scomparsa e la donna (ritenuta) morta.
Insomma a me Otto Preminger continua a non convincere.

24.12.07

Surf's Up (id., 2007)
di Ash Brannon e Chris Buck

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Uscito in periodo estivo e mancato di poco, Surf's Up mi era stato consigliato non tanto per la qualità dell'animazione (senza infamia e senza lode), quanto per l'originalità e la ricercatezza del contesto.
L'originalità sta tutta nel fatto che si tratta di un cartone animato in computer grafica girato come i documentari sul surf (con tanto di finto materiale di repertorio in super8 (foto a destra)) con però protagonisti dei pinguini. E si ferma qui. Perchè al di là di qualche interessante variazione nel consueto modello narrativo (a favore comunque della parodia) poi il racconto è sempre lo stesso. C'è il mito del successo, il cattivo da battere, la seconda occasione, figure pseudo-paterne, l'amicizia virile ecc. ecc.
A salvare il film è però la ricercatezza con cui è stato girato. A partire dal titolo del film che è anche il titolo di un album dei Beach Boys e da tantissime piccole chicche (non citazioniste grazie al cielo) che sono sparse nel film.

Ad un livello più distante però il cartone della Sony Pictures è anche la dimostrazione di come si stia creando un livello medio per le produzioni animate, cosa di cui si parlò già tempo fa.
Un tempo Surf's Up non sarebbe mai stato prodotto, troppo di nicchia e troppo low budget per essere un cartone animato, ma ora che i cartoni animati li possono fare (quasi) tutti vedono il buio della sala anche prodotti meno mainstream come questo, che si configura come un Dreamworks con meno soldi e più onestà.

23.12.07

La continua rincorsa

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Gli esercenti sono entusiasti del 3D e lo promuovono più che possono perchè è la vera alternativa al cinema in sala. I film in 3D si possono vedere nel loro vero formato solo in sala e non in casa.

Piccoli proiettori 3D domestici sono possibili, ora costerebbero tantissimo ma tra poco diventeranno alla portata di tutti.

Update 24/12:

Fabio nei commenti mi segnala un primo esempio di 3D casalingo anche se riferito ai videogiochi.

I primi timidi rimedi

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Se il tuo show va in onda ogni giorno ed è interamente basato sull'attualità nel caso di uno sciopero degli autori non hai altra scelta che chiudere aspettando tempi migliori, ma ad un certo punto per non mandare sotto un ponte tutte le altre persone che lavorano allo show (tecnici, costumisti ecc. ecc.) potresti essere costretto a riaprire a quel punto ci sono 3 possibili strategie:

1) David Letterman riapre dal 2 gennaio con un accordo speciale con gli autori che prevede che questi scriveranno per lui perchè lui li ha pagati anche mentre scioperavano e per solidarietà con i tecnici
2) Jay Leno riapre i battenti dal 2 gennaio puntando su altre tipologie di contenuti
3) The Colbert Report riapre dal 7 gennaio senza autori, scriverà da solo le battute (e staremo a vedere)...

Certo che quando uno sotto la propria barba non ha il mento ma un pugno.....

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Chuck Norris dimostra scarsissimo senso dell'umorismo nonchè scarsissima intelligenza nel denunciare per diffamazione gli autori di "La Verità Su Chuck Norris: 400 fatti sul più grande essere umano del mondo", libro che raccoglie i Chuck Norris facts che da più di un anno girano in rete.
Secondo l'attore (???) il libro sarebbe pieno di inesattezze. Un genio.

Sette Spose Per Sette Fratelli (Seven Brides For Seven Brothers, 1954)
di Stanley Donen

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Ho sempre ritenuto i musical classici americani veramente misteriosi. Misteriosi per come nonostante una messa in scena assolutamente superata, tematiche obsolete e una morale di fondo quasi sempre bigottissima riescano comunque a risultare coinvolgenti.
Non è nemmeno il senso del ridicolo ad avvincere, perchè quello non durerebbe tutto un film, è probabilmente che al di là di tutti gli elementi superficiali (storia, balletti e recitazione) sono meccanismi che molto semplicemente funzionano e alla grande tanto da confermarsi ancora validi oggi.

Sette Spose Per Sette Fratelli è così, misteriosamente intrigante fondato com'è su dinamiche basilari (uomini forti/donne sognanti, esigenza di sposarsi/mascheramento degli istinti sessuali) e espedienti filmici scontati (la contrapposizione cromatica tra il grigiore della vita da soli uomini e i colori delle donne, la metafora delle stagioni...).
In particolare poi Stanley Donen non osa nulla e dirige di mestiere, applicando gli stilemi classici del genere ma con abilità cercando in ogni momento di nascondere se stesso e mettere in primo piano di volta in volta il ballo, il canto e le scene realizzate con il rivoluzionario Cinemascope puntando molto sulla fotografia coloratissima.
Sensazionali le ambientazioni tutte (o quasi) ricreate in studio.

22.12.07

Halloween: La Notte Delle Streghe (Halloween, 1978)
di John Carpenter

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Date le voci che si sono rincorse sulle peculiarità del remake di questo film che sta per uscire nei cinema italiani ad opera di Rob Zombie ripesco l'originale.
Recentemente poi ho visto finalmente Distretto 13, il film che viene prima (ma sempre dopo Dark Star), e che insieme a questo definisce lo stile Carpenter fino almeno a Grosso Guaio a Chinatown.
Molti gli elementi che rendono Halloween un film valevole, dall'idea vincente di ambientare un horror in un contesto cittadino suburbano a quella di non mostrare violenza (se si eccettua la prima scena) per quasi tutto il film, lasciando che la suspense scaturisca dall'attesa dello scatenarsi inevitabile della carneficina, fino a quella (che personalmente preferisco) di inserire intimismo in un genere che fino a quel momento non lo prevedeva.
Halloween è infatti tanto un film dell'orrore (o di suspense) girato in stile serie B (e non con ambizioni più alte come per dire Rosemary's Baby) quanto un film giovanile e intimista, i suoi personaggi sono i primi ad essere a tutto tondo, i primi che prima di essere massacrati mostrano di avere sentimenti, aspirazioni, problemi, incomprensioni e contraddizioni interne. E quello viene mostrato anche più della carneficina stessa, solitamente il cuore del cinema dell'orrore.

Stilisticamente poi Halloween è un unico e gigantesco omaggio ad Argento, sono utilizzate tutte le tecniche più caratteristiche del regista italiano (molte delle quali a sua volta Argento aveva preso da Bava), come in primis la tanto decantata soggettiva iniziale dell'assassino in piano sequenza (che ammetto non ho mai trovato fenomenale), ma anche le entrate a sorpresa degli antagonisti e i particolari abbinamenti con la musica (qui come sempre curata dallo stesso Carpenter).

21.12.07

L'Amore Ai Tempi Del Colera (Love in the Time of Cholera, 2007)
di Mike Newell

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L'Amore Ai Tempi Del Colera è il classico film che facilmente sconfina nella categoria "film di attori", cioè quelle pellicole nelle quali tutto è affidato alle prestazioni degli attori (solitamente di grosso calibro) e in funzione loro viene ridefinito tutto il resto.
Questa volta ci sono Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno e John Leguizamo (in una parte più defilata) e come base il libro di Marquez. Come era prevedibile la storia e i personaggi vincono, anzi hanno già vinto, sono interessanti, intriganti, completi e quant'altro, è semmai il cinema a perdere.
Come infatti capita spesso per i "film di attori", il cinema è trascurato e la messa in scena si crogiola in lunghe battute, primi piani intensi e molte scene madri lasciando appunto all'interpretazione degli attori la comunicazione dei significati del film e non alla più usuale grammatica del cinema. Per questo il cinema viene sconfitto, perchè il suo linguaggio viene ridotto e semplificato ad una sola delle sue dimensioni.
Certo va dato atto Newell di riuscire nell'impresa non facile di non rendere ridicole le situazioni e i personaggi che considerando la storia potevano risultare comici sullo schermo, inoltre riesce anche a trattenere le gigionerie di personaggi come Leguizamo (fiammeggiante eppur moderato in un ruolo che è una chicca). Ma altro non c'è. O meglio c'è Bardem.

Forse Javier Bardem al momento è l'unico attore per il quale direi che vale la pena andare al cinema unicamente per vederlo, l'unico dotato di uno sguardo, di una posa e di un modo di stare davanti alla macchina da presa che sono cinema e non recitazione, che è linguaggio del corpo e non parole, che è messa in scena e non teatralità.

20.12.07

Caramel (Sukkar banat, 2007)
di Nadine Labaki

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Caramel è uno dei film favoriti nella corsa all'Oscar come miglior film straniero, nonchè un exploit di successo (commerciale) del cinema libanese, una cosa decisamente non da tutti i giorni.
In realtà però si tratta di un dramma molto leggero ed edulcorato in pieno stile almodovariano, senza la grande abilità narrativa e il senso del dramma del regista spagnolo.
Se da una parte il senso del dramma può essere eluso, non volendo magari fare per forza un film che sia una grande tragedia ma anche solo un affresco della situazione femminile nel libano (dove le donne sono strette tra estetica orientale e occidentale, pronte alla modernità ma soffocate da un sistema bigotto), dall'altra è imperdonabile la superficialità narrativa, specialmente considerando il palese modello.

Dico che Almodovar è il modello palese perchè tutto richiama lui: il modo in cui sono ritratte le donne (cioè i motivi di fascino che sono sottolineati), l'uso della musica, l'uso dei lenti carrelli, la fotografia, l'universo di riferimento (in cui gli uomini sono quasi assenti e se ci sono possono essere solamente o buoni, ingenui e un po' cretini, o belli, stronzi e senza cuore) e il piacere sottile che si percepisce nel parlare di un mondo chiuso.
Ma in Almodovar tutto questo è giustificato se non nobilitato da un racconto formidabile, dall'abilità del regista spagnolo di prendere materia di serie B, espedienti narrativi banali e sentimentalismo becero ed elevarlo a cinema di serie A con una costruzione complessa e stratificata del racconto.
Tutto questo chiaramente è assente da Caramel che quindi prende solo gli elementi più superficiali di Almodovar, senza che però possano avere il medesimo fascino. Soprattutto infine se il canto del mondo femminile in Pedro è ammirazione e amore, in una regista donna suona molto come autoconsolatorio.

Ok, questa è grossa

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Si tratta di 4 immagini realizzate da The Glue Society per la Miami Art Fair. Sono queste quattro e basta non ce ne sono altre (ne ho cercate in lungo e in largo).
Si tratta di elaborazioni al computer che immaginano come sarebbero noti eventi narrati nella Bibbia visti con Google Earth.
La visuale del satellite a cui ci ha abituati Google Earth viene così paragonata all'occhio di Dio, artefice e spettatore supremo dei suddetti quattro eventi, finendo per insinuare la dolce idea che i satelliti con la visuale resa famosa da Google ci consentano di vedere (oggi) il nostro mondo con gli occhi del suo (ipotetico) creatore, e se la tecnologia non è il nostro Dio, quantomeno cerca di imitarlo.
Spero che abbiate riconosciuto i quattro eventi biblici.


via KanemuKKhA

19.12.07

Bee Movie (id., 2007)
di Steve Hickner

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La Dreamworks è sempre stata più orientata alla comicità rispetto alla rivale diretta, la Pixar, e finalmente con Bee Movie getta la maschera e mette a segno un buon colpo.
Non sarà in gara per essere il film dell'anno (come invece è Ratatouille) ma Bee Movie, fin dal titolo, è sicuramente tra i più divertenti. Il segreto con tutta probabilità è che questa volta non hanno solo chiamato un comico per doppiare il personaggio principale ma gli hanno anche dato il controllo creativo.
Bee Movie è infatti scritto e interpretato da Jerry Seinfeld, forse vi ricorderete di lui per situation comedy come "Seinfeld", da noi in onda su La7 (credo anche quando era TeleMontecarlo). Personalmente amo molto la comicità di Seinfeld e Bee Movie è all'altezza dei suoi precedenti exploit se non oltre.
Se dunque il film guadagna dal punto di vista della verve, un po' perde da quello puramente cinematografico. La trama non è il massimo, è più un canovaccio per molte gag (alcune ottime), ed è intrisa di un surrealismo che non è, come nei casi migliori, scardinamento programmatico del reale ma sovvertimento solo di alcune regole funzionale unicamente a portare a casa una risata nel modo più rapido e veloce possibile.
In alcuni momenti poi il film tenta anche l'incursione nel mondo della poesia (per esempio con il primo volo fuori dall'alveare in mezzo agli aquiloni (foto centrale)) ma siamo anni luce da risultati accettabili in quel settore. Meglio concentrarsi sulla comicità a questo punto, che non è facile nemmeno quello...


A dimostrazione della comicità del film posto anche i primi due esilaranti trailer del film nei quali si finge che in origine lo volessero fare live action e non in animazione. In uno dei due compare anche Spielberg, che ha coprodotto.

Più esplosioni nelle vostre console

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Jerry Bruckheimer si dà ai videogiochi.

FilmIsNow è sulla strada giusta?

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A seguito di questo post scritto una settimana fa e di quest'altro, praticamente identico scritto sempre da me per il blog di Webnews con cui collaboro, ho avuto modo di ricevere feedback sulla questione DRM, prezzo e mercato video da Maurizio di FilmIsNow, azienda che si può dire unica in Italia nel settore vendita di film online, nel senso che ce ne sono altre ma semplicemente non sono competitive.
Sperando di fare cosa gradita anche a lui per aprire la discussione anche ad altri copioincollo di seguito la risposta di Maurizio al mio post:
Gabriele,
sono lieto dell’attenzione che hai riservato alla nostra iniziativa: speriamo davvero di poterci far ascoltare.
Ma, come ho fatto in altra sede, vorrei fare qualche considerazione di fondo. Iniziamo col rapporto qualità/prezzo: innanzi tutto il prezzo medio di un film in download permanente (acquisto) si è molto abbassato da 6 mesi a questa parte, tanto che oggi è intorno ai 7.90 euro. Circa la metà della nostra library (330 film in totale, che diventeranno 500 agli inizi del 2008) è costituita da film che hanno un prezzo massimo di 6.90. In linea con i prezzi praticati da servizi analoghi in Europa. E questo risultato lo abbiamo raggiunto, non senza fatica, facendo nuovi accordi con le case cinematografiche e trovando partner più “aperti” al nostro approccio. Ciò non toglie che il prezzo che pratiamo al pubblico è una diretta conseguenza delle royalty che le case cinematografiche esigono da noi. Come fai a definirla "una scusa"? E' un dato di fatto incontestabile, un presupposto economico ineludibile. Anche iTunes paga quelle royalties, tanto è vero che i film li fa pagare eccome. E anche la qualità non è un optional, ma ancora un vincolo conrattuale.
Detto questo, basso o alto che sia, un prezzo c’è. O, meglio, lungo la catena del valore c’è sempre un punto in cui qualcuno paga una somma: a breve questo qualcuno potrebbe NON essere il consumatore finale, ma altri che “sussidia” il prezzo del contenuto audiovisivo LEGALE. Perdonami, ma non sono assolutamente d’accordo con te quando affermi che il contenuto digitale debba essere una commodity ormai gratuita e che in rete si compra il servizio. In rete si paga ANCHE il servizio ma soprattutto il contenuto. E dietro quel contenuto, come sappiamo, c’è una creazione, un’opera dell’ingegno, una quantità notevole di lavoro collettivo, un “valore” vero e proprio. Perché mai questo valore non dovrebbe essere ripagato? In buona sostanza, una cosa è lavorare sul rapporto qualità/prezzo (e su questo ci stiamo lavorando, ti assicuro), un’altra è pensare che il contenuto debba essere di per sè gratuito. Soprattutto se è dietro questo “gratuito” c’è un’azione ILLEGALE.
Per dirla tutta, non vedo come si possa parlare di PUNTO DI VISTA (senza aggettivi, che lasciano il tempo che trovano) quando in realtà ci stiamo semplicemente confrontando con un mercato che è in piena evoluzione. E nessuno ha la bacchetta magica, o la visione assoluta, nemmeno l'ottimo iTunes. Tanto è vero che con i film fa esattamente quello che fanno tutti gli altri: ovvero, fa pagare un prezzo non certo popolare (soprattutto se pensiamo al suo potere contrattuale nei confronti delle major).
FILM IS NOW potrà fare ciò che tu proponi quando, un domani, qualcuno si unirà a noi per sussidiare a monte il prezzo che i titolari dei diritti pretendono.
Non voglio annoiare nessuno, mi fermo qui. Non senza aver ricordato che il FILM IS NOW che tu giudicasti un anno fa è, nel frattempo, piuttosto cambiato (anche tenendo in conto le tue critiche, senz’altro preziose). E diverse migliaia di utenti, nel frattempo, ce ne hanno dato atto.
Le obiezioni di Maurizio sono molto ragionevoli e condivisibili, nel senso che siamo consci che la distribuzione è l'ultimo anello di una catena e non può prendere tutte le decisioni.
Sono apprezzabili anche gli sforzi con le case di distribuzione per differenziare le fasce di prezzo, tuttavia credo sia opportuno prendere in esame, o semplicemente come punto di riferimento, solo i film nuovi che sono il pezzo più forte. E questi costano 12€.

A prescindere dunque dalle difficoltà contro le quali FilmIsNow si trova a dover operare (e non metto in dubbio che siano molte avendo a che vedere con le case di produzione) ciò su cui continuiamo a non essere daccordo è che secondo me il loro approccio è sbagliato alla base.
FilmIsNow sembra (da come si propone e come vende) ragionare come un business tradizionale mentre io ritengo che la vendita in rete di beni immateriali, specialmente quella di contenuti di intrattenimento (ormai irrimediabilmente influenzata dall'esistenza della pirateria), abbia regole diverse.
Ormai il bene in sè è percepito come gratuito poichè di fatto lo è. Si trova gratuitamente attraverso lo stesso mezzo con cui agisce FilmIsNow (cioè internet) e alle volte in qualità migliore (si possono scaricare anche file di diversi giga) senza troppa fatica. E specialmente non si può considerare in sè un plus il fatto di agire nella legalità, poichè anzi nell'opinione pubblica è spesso considerato più stupido pagare per qualcosa che è gratis (lo so bene io che pago sia per musica che per film e che vengo per questo guardato con sospetto, come uno che ha qualcosa da nascondere).

E se il bene è ormai percepito come gratuito ancora non lo sono i servizi accessori, cioè la rapidità di accesso, la sicurezza del download e di quello che ho scaricato, eventuali extra e chi più ne ha più ne metta. Ma questi servizi accessori non possono costare 12€.
Sono lieto che FilmIsNow continui ad aumentare la sua base utenti e che continui a lavorare per migliorare il proprio servizio, sono sempre stato a favore di una regolamentazione del mercato e non ho mai sostenuto che siano dei lavativi, credo però che questo mercato autonomamente sia indirizzato su altri binari, nuovi e diversi.

18.12.07

"Un paese da operetta!"

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Immagino gli attacchi furiosi sull'arretratezza del nostro paese provenienti dagli stessi cittadini se fosse capitato da noi che il governo si perde i dati personali di 25 milioni di cittadini e qualche settimana dopo quelli di 3 milioni di esami della patente.

Polvere, sole, controluce e macchina a mano

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Vorrei evitare di postare ogni nuovo trailer di Wall-E, eppure ognuno è una chicchetta, ognuno contiene nuove immagini sorprendenti.
Questo in particolare mostra cose già viste per almeno la metà del tempo ma nel finale non solo contiene scene inedite ma soprattutto scene riprese con uno stile che fino ad ora non avevamo mai visto applicato dalla Pixar e che mettono in campo (ancora una volta) competenze tecniche e d'animazione nuove per l'azienda di Jobs.
Geniale la trovata del cielo affollato di satelliti. Degna di Futurama.

Videogiochi 1 - Cinema 0

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Questo post lo potevo chiamare anche "Musica 1 - Cinema 1", perchè il punto è che anche l'industria del cinema comincia a registrare un trend di perdite.
Per la prima volta dalla sua introduzione il DVD ha registrato un calo di vendite su base annua. Calo da poco, il 2%, ma significativo di una tendenza che sapevamo sarebbe arrivata e che è molto preoccupante per le case di produzione, per le quali l'Home Video è la fonte principale di reddito. Ad accellerare il processo di sconfitta del DVD non è stata tanto la pirateria (che comunque c'è ed è importante) quanto i videogiochi.
Perchè l'Home Video rientra nella più grande categoria di Home Entertainment, nella quale è in gara anche con i videogiochi, i quali negli ultimi due anni hanno visto un grosso aumento di vendite, specialmente grazie a Nintendo Wii che ha ampliato la base di giocatori andando ad occupare per loro il tempo che prima dedicavano ad altri intrattenimenti casalinghi tra cui appunto l'Home Video.

E ora che anche il cinema comincia ad andare verso la situazione in cui si trova anche la musica si può parlare di crisi del settore "contenuti multimediali". O meglio crisi di quei contenuti che hanno perso il supporto materiale.
Sia esso CD o DVD il supporto materiale perde di importanza, a fronte di un aumento della centralità del supporto immateriale, il file. Questo sta generando un moltiplicarsi dei device di riproduzione (dai lettori mp3, ai cellulari, alle AppleTV) e una perdita di valore (economico) di questi contenuti.
I file non possono costare come i DVD lo stiamo vedendo, anche perchè c'è l'abitudine ad averli gratis. Non possono costare come DVD e devono arrivarmi in maniera più semplice, diretta e pratica dei file pirata, se no mi rivolgo a quel circuito.

Se però fino ad oggi il cinema si barcamenava, da oggi sono "ufficialmente in crisi" anche i grandi studi. Pieni di nuovi concorrenti, incapaci di vendere le proprie novità (DVD di nuova generazione) e incapaci come i colleghi della musica di sfruttare i nuovi mezzi adeguatamente (internet).
Intanto il cinema se ne sta lì, noncurante, i film come diceva Truffaut (ma qui proprio si stravolge il senso originale della frase giusto per poterlo citare) "corrono senza intoppi, non si fermano mai. Sono come treni nella notte!".
I film non si fermeranno mai, magari caleranno i budget, cosa che in sè non è nè bene nè male e riguadagnerà probabilmente un po' di centralità la sala, specialmente con espedienti come il 3D (che presto arriverà anche da noi), ma siamo molto lontani dalla crisi del film come forma d'arte, c'è solo la crisi del cinema come sistema di produzione, cioè i grandi studi.

Io ne sono moderatamente contento.

La Promessa Dell'Assassino (Eastern Promises, 2007)
di David Cronenberg

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Mi piace molto Cronenberg, mi piace il suo atteggiamento e il modo in cui reagisce al regime hollywoodiano in cui opera, regime che si intuisce un po' gli vada stretto.
Se a History Of Violence era un dichiarato lavoro su commissione che ha dovuto svolgere per forza e che ha girato non senza ritagliarsi dei momenti per sè e con l'abilità che lo contraddistingue nel saper portare, alla fine, tutta l'acqua al proprio mulino, ora La Promessa Dell'Assassino riprende quel filone pur non essendo su commissione.
Sembra che abbia voluto rigirare i temi di A History Of Violence ma come dice lui. Il risultato, neanche a dirlo è migliore.

Sempre contornato dai suoi fedeli collaboratori e confermando Viggo Mortensen come protagonista Cronenberg sceglie di essere più radicale e più autoriale con La Promessa Dell'Assassino e gira un film dove la trama è molto minore e ha molta meno importanza che in A History Of Violence, dove l'intreccio e minimo e tutto è concentrato negli eventi, in come essi si differenziano dai soliti film del genere.
In primo piano ci sono i corpi e la carne (e come poteva essere altro) e di sfondo la violenza che ancora una volta non è tanto fisica quanto morale. La cosa più violenta sono infatti le parti del diario della ragazza che muore ad inizio film lette dalla sua voce fuoricampo che contrappuntano tutto il film, e tutto ruota intorno ai corpi. Corpi che mandano messaggi, corpi che raccontano la storia individuale, corpi marchiati ecc. ecc.
E' una vera chicca La Promessa Dell'Assassino perchè riesce a portare attraverso piccole variazioni e raffinatezze varie (il rapporto tra Vincent Cassel e Mortensen in primis) nuova linfa all'ormai abusato genere noir, dipingendo un mondo nuovo in cui è difficile amare e facile morire (e facilissimo ferirsi!).

La celebrata scena della sauna è giustamente da celebrare e mi aggrego, ma non tanto per la scena in sè o per la trovata (comunque valide), quanto perchè è forse uno dei momenti più puramente cronenberghiani di tutta la sua carriera.

17.12.07

Il più virale di tutti i video virali

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Arriva anche in televisione

Qui l'originale.

E che non si dica che non mi adeguo alla massa!

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Sorprendente la copertura della cineblogosfera del nuovo trailer dell'ultimo Batman, The Dark Knight.
Certo il film è atteso e certo finalmente si vede un po' del tanto atteso Joker di Heath Ledger (che sponsorizzo da Brokeback Mountain) che stupisce sempre di più. Certo infine il trailer dà leciti motivi per attendere un film anche migliore di Batman Begins, tuttavia la copertura è senza precedenti per un trailer.
Neanche Ratatouille aveva potuto tanto....
Ora che ho messo curiosità mi premuro anche io di embeddare.



14.12.07

Blade Runner: The Final Cut (id., 2007)
di Ridley Scott

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Ci lamentiamo sempre delle distribuzioni ma quando è arrivata notizia di un Final Cut di Blade Runner destinato ai DVD ad alta definizione (totalmente rimasterizzato, senza più la voce off e con minuscole modifiche e correzioni di errori) in molti si sono augurati un ritorno nelle sale del film, anche negli Stati Uniti (segno che nemmeno lì era scontato) e così è stato anche da noi. Certo non è stato facile vederlo, in una città come Roma è stato 2 settimane in un cinema solo, tuttavia c'era.

Detto questo è difficilissimo approcciarsi ad un film simile, non tanto per la sua grandezza quanto per l'aura che ha assunto e per l'importanza che volenti o nolenti ha assunto nei decenni. Prima ancora di vincere come pellicola infatti Blade Runner ha vinto come fenomeno, ha segnato il cinema e i costumi.
Io poi era veramente molto tempo che non lo rivedevo, tanto da non ricordare più come era l'originale e avere qualche vago ricordo del primo director's cut. Non dico che è stato come vederlo la prima volta ma molte immagini le avevo sicuramente dimenticate. E poi non l'avevo mai visto al cinema.
E' difficilissimo approcciarsi ai mostri sacri del cinema ma per fortuna là dove il cervello ha delle difficoltà arriva il corpo. Le immagini continuano ad ossessionarmi, non penso ad altro.
Blade Runner continua a vincere (e vincere bene) a decenni di distanza e la sua è una vittoria che è prima estetica che contenutistica (dei contenuti infatti non parlo perchè già si è (giustamente) detto tutto il dicibile). L'incredibile operazione di Scott infatti è stata usare gli strumenti corretti, la musica di Vangelis (misteriosamente perfetta), l'universo immaginifico di Moebius e Enki Bilal, il linguaggio dei noir anni '40, tutto per i contenuti di Dick (rispettati come poche volte capita). Di Scott c'è veramente poco, ma il suo lavoro è stato veramente quello del regista: coordinare le varie parti, i contributi di altre intelligenze per creare qualcosa di nuovo e di coerente, una visione delle cose che parte solo da contributi esterni ma approda a soluzioni nuove.
L'uso che fa dell'acqua è un ottimo esempio. Gli elementi, sia atmosferici sia naturali, sono infatti una parte fondamentale del noir, sempre molto legato all'atmosfera (nel senso metereologico) e la poco realistica sovrapresenza di acqua (dalla pioggia, alle stanze allagate, ai vestiti bagnati, ai replicanti sempre bagnati anche al chiuso) è una delle componenti più importanti nel creare la coerenza di un mondo a tinte forti.
Quello che manca al Ridley Scott di oggi è proprio ciò che rende grande Blade Runner, la volontà e l'impegno di cercare tante fonti di ispirazione diverse, cercare instancabilmente per ogni componente della messa in scena il riferimento perfetto, l'abbinamento più adatto. In una parola: l'impegno.
Non avevo mai notato poi quanto il regista sia stato rigoroso nel dirigere il film. Più che per Alien e I Duellanti, la macchina da presa si muove pochissimo e solo in modi essenziali, il montaggio è molto sobrio e all'insegna dell'invisibilità, tutto il contrario dello stile modernista e della saturazione visiva che invece propone nelle immagini.
Inoltre è cortissimo Blade Runner, solo 90 minuti, i personaggi sono solo accennati (il replicante ribelle e sanguinario, il cacciatore disperato e solo, il replicante triste in cerca d'amore...) e l'intreccio è veramente minimo (Deckard li trova tutti e 4 subito e loro in un attimo arrivano dal loro creatore), perchè è lo scenario a contare. Sembra quasi che possa succedere di tutto in Blade Runner anche un finale lieto (come era) senza che se ne intacchi la potenza, poichè il segreto è da un'altra parte, è in quell'universo fatto di raggi B che balenano nel buio, di pioggia costante, di lunghi e lenti viaggi in macchina volante con i tagli della luce del sole sul volto di Harrison Ford e di strutture piramidali, fatto di Asia preponderante e di muri e scenari rovinati come lo sono gli uomini che vi prendono parte, tutti accennati e sfuggevoli.

Tuttavia cosa c'è che a 25 anni di distanza non regge più? A mio parere la scena d'amore tra Deckard e Rachel con il sassofono di sottofondo, che è proprio banalmente noiresca e suona oggi come una caduta di stile e l'intellettualismo sfoggiato dal replicante "eletto". Incredibilimente invece regge la tecnologia futuristica, anche se assolutamente sbagliata, ancora analogica ed evoluta in direzioni che non stiamo assolutamente seguendo. Se nel 1982 poteva essere la tecnologia del futuro, oggi che non lo può più essere, continua tuttavia a reggere creando ancora più la sensazione non di un mondo futuro ma di uno parallelo.

Non nego ad ogni modo che nel momento fondamentale, poco prima dell'attacco del discorso finale, delle memorie perse come lacrime nella pioggia, mi è quasi venuto da ridere tanto mi sembrava che questa volta Rutger Hauer esitasse a pronunciarlo per creare attesa. Nei secondi che lo hanno preceduto, quelli in cui lui e Harrison Ford si guardano sotto la pioggia, mi era venuta una voglia incredibile di urlare nel cinema silenzioso: "Vai parti!". Tanto lo aspettavamo tutti quel momento.