31.1.08

Thursday Prejudice

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Prendo solo in prestito il titolo di blog più noti per dire che domani correrò a vedere Sogni e Delitti (perchè non si sa per quale motivo non mi hanno invitato all'anteprima) e che so anche io come molti altri che quasi tutti quelli che l'hanno visto hanno riferito che vale poco.
Ma è un film di Woody Allen, regista quasi perfetto, che alla veneranda età che ha raggiunto e con la mole impressionante di film realizzati ha raggiunto una maestria tale da considerare impossibile che un suo film, anche il peggio riuscito, sia brutto.
Ecco io voglio scommettere (con me stesso e la mia onestà intellettuale naturalmente, anche perchè sarò sempre io il giudice della scommessa) che Sogni E Delitti non potrà essere brutto. Perchè un film di Woody Allen ci mette sempre di fronte al miglior cinema possibile, anche nelle sue performance peggiori.

Qualcosa da attendere speranzosamente

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Il Falsario - Operazione Bernhard (Die Fälscher, 2007)
di Stefan Ruzowitzky

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Storia vera, protagonista ancora in vita, nazismo, campi di concentramento, lotta per la vita in uno scenario di morte. La continua rielaborazione del proprio passato da parte dei tedeschi pende sempre di più verso Hollywood, verso quelle strutture espressive, quei modi di mettere in scena e soprattutto quel modo di rappresentare l'olocausto.
Ogni fenomeno, ogni evento e ogni epoca può essere messa in scena in vari modi. A seconda della sensibilità del regista si possono scegliere diversi elementi da mettere a fuoco o da rendere importanti nel film, e questa scelta (insieme a molte altre) fa il film, gli dà (o gli leva) personalità e originalità.
Il Falsario, come molti altri film tedeschi degli ultimi anni, rinuncia a cercare una via personale e pur con molta abilità e bravura (decisamente superiore alla media) mette in scena una storia guardando ad Hollywood e dimenticandosi di essere europeo.
La cosa in sè poi non sarebbe nemmeno troppo male, certo non è il massimo, ma neanche il peggio possibile, se non fosse che l'Olocausto hollywoodiano è uno dei temi più abusati in assoluto e che andrebbe bandito dal cinema per almeno un decennio per disintossicarsi. Solo Schindler's List con tutta probabilità è riuscito in tempi recenti a dare una prospettiva diversa, solo Spielberg è stato capace di parlare di nuovo di campi di concentramento ma in una maniera nuova.
C'è davvero bisogno allora di Il Falsario, dell'ennesima storia vera raccontata come tutte le altre? L'ennesima storia che mette su due fronti figure piatte, nazisti che fanno i nazisti e ebrei umani e vittime. Non che voglia negare i drammi di quell'epoca, per carità! Io qui parlo di cinema e molto spesso al cinema per raggiungere il massimo del realismo occorre il massimo della menzogna, sullo schermo le cose non funzionano come nella realtà, per parlare di sentimenti e uomini in maniera reale spesso occorre forzare le cose, sono i meccanismi narrativi. E personalmente quest'ennesima rappresentazione manichea a senso unico mi annoia.
Per fare un esempio virtuoso cito Godard il quale sosteneva che l'unica maniera accettabile di filmare il nazismo per renderne la barbaria e l'atrocità era concentrarsi sulla burocrazia: quanti ebrei entrano in un vagone? Quanto costa trasportarli? Quanta legna occorre per bruciarne uno? Quanto gas va predisposto per una "doccia"?

30.1.08

Rimane impagabile!

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Più che altro per l'incredibile ingenuità del fatto che ha le sopracciglia aggrottate per fargli lo sguardo cattivo....
Ci pensavo oggi scrivendo un pezzo sulla realizzazione del mostro di Cloverfield. Godzilla che si muove nei modellini delle città è quasi commovente per quanto è ingenuo.
Quasi quasi me lo metto come sfondo del desktop...

Cloverfield (id., 2008)
di Matt Reeves

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POSTATO SU
J.J. Abrams prende uno sceneggiatore e regista televisivo, un cast di sconosciuti, un tema vecchissimo e una visione un po' più moderna (ma comunque già vista) di cinema e i principi alla base del successo di Lost (fascino, mancanza di informazioni complete, suspense, fantascienza intrisa di una certa illusione di realismo) e confeziona il primo film della sua carriera che funzioni come una serie tv, nutrendosi al 100% di hype scatenato con una magistrale conoscenza dei meccanismi della rete.
Intendiamoci è cinema e non televisione, ma i meccanismi applicati sono quelli delle sue serie, cioè il fatto che si crei un forte clima di interesse e discussione prima e dopo la visione che ne alimenti il godimento e la redditività.

Cinematograficamente parlando poi Cloverfield non è molto originale, passato l'espediente della visione "micro" dei fatti, cioè dall'ottica della gente comune, il film è raccontato con tutti gli stilemi del cinema americano, tutte le forzature di trama tipiche e i risvolti dei personaggi cui Hollywood ci ha abituato.
Nonostante infatti le riprese fatte tutte in digitale e a mano, simulando un vero reportage amatoriale, quella del realismo è solo un'illusione e non solo perchè i fatti raccontati sono incredibili (un mostro che attacca New York) ma soprattutto perchè il loro svolgimento non è più reale di tanti film di Godzilla.
Ma va bene. Nel senso che alla fine Cloverfield con la sua illusione di realtà regala tantissimo intrattenimento e mille spunti di suspense ed emozione agli amanti del genere. Al pari di Marvels (per chi l'ha letto) Cloverfield è un punto di vista diverso su un sistema narrativo che conosciamo molto bene. E proprio per questo funziona.

Personalmente mi sono veramente divertito e, specialmente nel finale a Central Park (arioso e plumbeo e dal sapore di showdown finale), ci ho trovato anche una visione interessante delle cose, della storia e del cinema.
Si, Cloverfield mi ha soddisfatto, ma no, non cambierà nulla nella storia del cinema. Non lo fece The Blair Witch Project (più audace nel voler tentare qualcosa di diverso) e non lo farà lui, più semplicemente si inserisce in una tendenza più generale e già registrata al maggiore realismo nella fantascienza al pari della prospettiva sociale di La Guerra Dei Mondi.

La Caduta di HD DVD

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29.1.08

TV, sorrisi e canzoni in WMA

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L'iTunes italiano è una parola un po' forte specialmente calcolando che iTunes c'è già in Italia.
Tuttavia Mondadori ha messo online il suo music store digitale appiccicandogli il marchio TV Sorrisi e Canzoni (cosa in sè retrograda e che scoraggia dall'affidarcisi), ma che sorprendentemente non è male.

Le tracce sono in vendita ad un prezzo che viene deciso dalle singole etichette ma che è sostanzialmente superiore a quello che si paga su iTunes, un brano si aggira infatti intorno a 1,30€ se nuovo.
Per molte canzoni è disponibile anche il download senza DRM con un ulteriore maggioramento di prezzo di 10 cent. (ma questo lo fa anche iTunes), il formato tuttavia è sempre WMA (ma per i file liberi si può operare tranquillamente la conversione in mp3).

Il catalogo è al momento di 700.000 brani. Modesto rispetto ai milioni di iTunes e compagnia, ma questo è comprensibile, e tuttavia ben spalmato (c'è Van Morrison, per dire). Ovviamente è molto focalizzato sulla musica italiana.

L'interfaccia di acquisto è fatta molto bene, non rapidissima, ma intuitiva e funzionale. C'è anche una funzione che non si capisce perchè iTunes ancora non incorpori, cioè la possibilità di sentire tutte le preview da 30 secondi dei brani di un certo album in fila.

L'ho testato e per quanto fossi scettico ammetto che funziona bene tanto quanto iTunes.

Asterix Alle Olimpiadi (Astérix aux jeux olympiques, 2008)
di Frédéric Forestier

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Forse il peggiore di tutti i capitoli e il perchè è presto detto.
Io accetto tutto. Accetto il fatto che ci sia bisogno di un cinema di questo tipo, accetto che debba esistere una dimensione "facile" di cinema, accetto che ci sia uno sfruttamento di certi tipi di pubblico con seguiti e seguiti, ma non accetto la mancanza totale di idee. Anche i cinepanettoni (che rimangono il punto di riferimento verso il basso) nella loro ripetitività coatta cercano di trovare delle idee.

Invece Asterix Alle Olimpiadi non crea nulla e si adagia su tutto il già fatto, cavalcando ogni cosa possibile. Si cavalca l'imperante (ma grazie a Dio tramontante) citazionismo con una serie infinita di rimandi superficiali ad altri film che non si sa chi del pubblico di questo tipo di film possa cogliere (dai precedenti film di Delòn come il Clan Dei Siciliani, Il Gattopardo e Rocco e i suoi fratelli, al dr. Mabuse, dall'Uomo Che Sussurrava Ai Cavalli al Gladiatore), si cavalca il sistema delle "partecipazioni" speciali con un'infinita coda finale che vede partecipare alla grande festa finale personaggi come Zidane in grotteschi cammei dove fanno i propri equivalenti antichi e infine si cavalcano le passioni facili come l'inserimento di Jean Todt e Schumacher nella corsa delle bighe a bordo di un quadrivio rosso (ma battente bandiera germanica!).
Di risate nemmeno l'ombra chiaramente. L'espediente dovrebbe essere il ricalco del cartoon grazie agli effetti speciali che deformano i corpi come si fa nel fumetto, ma senza trovate nessuna deformazione fa ridere.

Per il resto i soliti screzi ai romani (cioè agli italiani) e solita autoesaltazione. Però stavolta ci abbiamo infilato un po' di nostri attori. Oltre a Luca e Paolo infatti si vede anche Enrico Brignano in un piccolo ruolo.
Mi farebbe piacere capire chi ha doppiato la protagonista, la principessa greca. Perchè non risulta nei titoli di coda (dunque non è nessuno di famoso) ed è davvero incapace.

28.1.08

"Cellulite e Celluloide" - Il podcast

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Come avranno notato i più attenti da ieri è comparso sulla sinistra il box di download dei podcast di "Cellulite e Celluloide", trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.

LA PUNTATA DEL 26/01/08

Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada.

Accadde domani

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E' online su Punto Informatico il reportage dal concluso Future Film Festival diviso per sezioni.
Resoconto cinetecnologico, le tecnologie WETA per la virtual cinematography, due interviste ad uno sceneggiatore ed un animatore Pixar, LA TAVOLA ROTONDA DEI CINEBLOGGERS, le profezie di Bruce Sterling
Copioncollo di seguito il meglio dei cinebloggers al FFF

Per i feticisti di Manu, Kekkoz (la cui INSTANCABILE voglia di apparire a tutti i costi mi ha costretto a fargli mille primi piani!) Ohdaesu, contenebbia, SaraTheHutt e Roy Menarini è disponibile anche l'uncut, l'integrale della tavola rotonda in 5 tronconi.
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La Storia Del Generale Custer (They Died with Their Boots On, 1941)
di Raoul Walsh

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Fazioso, antistorico e manicheo, è il cinema classico americano, disprezzabile dal punto di vista dei contenuti ma fantastico nella forma. Eppure forse proprio per questo, per la loro palese distanza dalla storia (stiamo parlando del west con gli indiani cattivi), ancora più fortemente cinematografico perchè metafora del reale e non sua pedissequa rappresentazione.
Tuttavia contrariamente a quello che ci ha abituato Raoul Walsh La Storia del Generale Custer manca di quello stile secco e asciutto e si dilunga in scenette accessorie. Spesso ridondante e con una andamento che ne penalizza la godibilità, il film che segna l'ennesimo capitolo del sodalizio Walsh/Flynn tratta la figura di Custer come il classico personaggio poliedrico e dotato di forza interiore, gioia di vivere e sprezzo del rischio che gli consentono di raggiungere qualsiasi obiettivo.
E forse è proprio un racconto non eccessivamente svelto e vivace a riuscire ad appesantire anche i rari momenti sentimentali che, proprio in quanto tali, solitamente vengono trattati senza dargli importanza risultando incredibilmente convincenti.
Non mancano tuttavia alcuni colpi azzeccatissimi come il racconto a distanza dei primi e inaspettati trionfi militari del giovane Custer. Ammetto però che vedendo scene di massa con cavalli al galoppo furioso come queste si capisce la forza completamente diversa che ha la scena classica dell'assalto alla diligenza di Ombre Rosse.

25.1.08

Tabellino di lavorazione

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dal quale si capisce la deriva della serie e si perdono le ultime speranze

Tim Burton, la rockstar

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Dei tanti incontri che Mario Sesti e Antonio Monda hanno fatto all'Auditorium di Roma, quello avvenuto con Tim Burton l'altro ieri sera di certo è stato tra i più appassionati.
Sebbene rimarrà nel mio cuore per sempre quello con David Lynch (all'interno del quale si alzò dal pubblico Enrico Ghezzi per fare una domanda incomprensibile), ammetto che questo anche non è stato niente male.
Innanzitutto il pubblico era di quelli mai visti: il sommerso cinematografico. Alla pari delle prime di film come Il signore degli anelli anche in questo caso c'era gente praticamente in costume, l'unica differenza era che loro non lo consideravano un costume.
Molti dei presenti potevano benissimo essere Tim Burton da giovane, mentre ad altri mancavano solo le mani di forbice ed erano perfetti. Dark e depressi come si conviene ma anche prontissimi a spellarsi le mani, fare urletti di giubilo (forse anche tirare reggiseni se li avessero portati) e standing ovation ogni due minuti. Che poi io amo da morire queste cose e che vengano dai darkettoni mi fa solo ridere un po' di più.

Ad ogni modo Burton è stato affabilissimo ed ha parlato, rispondendo alle domande di Monda e Sesti, sia del suo mondo e della sua poetica (non aggiungendo nulla di nuovo a quanto si sappia già), sia delle difficoltà che comunque anche uno come lui (dotato di successo di pubblico e di critica) soffre ad Hollywood.
Ignoravo che avrebbe voluto fare anche il terzo capitolo di Batman e che gli fu levato di mano perchè alla lobby dei fast food (che evidentemente erano nella produzione) non piaceva l'atmosfera sporca e schifida della sua Gotham.

Ma il momento migliore per capire davvero chi è Tim Burton e cosa è il suo cinema sono state le domande dal pubblico. La metà di quelli che hanno preso il microfono in realtà non voleva fare domande ma dichiarazioni appassionate d'amore. C'è stato anche un esplicito "Ti amo!! Ci siamo visti alla biennale ed ero vestita da Sally!!" che Burton ha fatto finta di ricordare benissimo: "Era un costume perfetto!".
Se infatti anche per Lynch c'è un seguito che ha i contorni del fanatismo, per Burton la mobilitazione è decisamente molto meno intellettualistica ma comunque non popolare. E' la nicchia nel senso allargato del termine. Non si limita certo ai soli dark, ma con la sua poetica particolare di solitudine e affetto non ricambiato e la sua visione di mondo prima ancora che di cinema, si è preso il cuore di tantissimi come forse nessuno nel cinema contemporaneo.
Un incontro con Scorsese anche farebbe il tutto esaurito in poche ore come è capitato per Burton ma non avrebbe la gente che urla per prendere la parola e poi grida nel microfono: "TI AMOOO!!!!".
Credo si tratti di una questione di sublime immediatezza che il cinema di Burton ha, ma anche di coerenza interna, nonostante exploit fuori dalla grazia di Dio come Il Pianeta Delle Scimmie, mista ad una sincerità che intercetta i gusti e gli stati d'animo della modernità (la solitudine specialmente adolescenzial-infantile).

All'uscita scene di fanatismo ai cancelli attendendo il passaggio di Burton, cosa che mi ha ricordato molto ciò che accade con le rockstar, mondo solitamente lontano dal cinema per fanatismo e culto della personalità. Solitamente.

Aliens vs Predator 2 (AVPR: Aliens vs Predator - Requiem, 2007)
di Colin e Greg Strause

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E' ufficiale abbiamo raggiunto il medesimo livello tecnologico dei Predator. Nei 20 anni passati da quando Schwarzenegger bastonò un loro esemplare (atto con il quale si è guadagnato il governo di uno stato), pare non si siano evoluti tecnologicamente mentre noi si. Ancora stanno con i puntatori e i led anni '80. Hanno solo le astronavi più di noi.

Per il resto c'è un polpettone confusissimo, che tenta di salvarsi con una fotografia esageratamente e immotivatamente "poetica", nel quale dei giovani maschi americani vanno dietro a giovani femmine americane sullo sfondo di razze aliene che se la danno di santa ragione senza motivo e il governo fa saltare tutti in aria.
Del resto alla regia ci sono due supervisori agli effetti speciali....
Siamo chiaramente oltre il reame della fantascienza (genere nobilissimo) e dentro quello del cinema di suspense di bassa lega che cerca in ogni modo di soddisfare nel pubblico la sete di reiterazione del piacere scatenato dai film originali. E per farlo (senza riuscirci) non fa economia di espedienti umilianti per la produzione e per il pubblico stesso.
La cosa che dispiace veramente è vedere, alla fine di tutto, il nome di Giger sullo schermo, che poverino non centra nulla.

La frase del film: "Ma cosa diavolo sta succedendo?" - "Lo saprò quando l'avrò capito".

Data la rilevanza storico-cinematografica del film siamo pieni di contenuti extra (il che la dice lunga sulla piega che sta prendendo questo blog).

LO SCORE

L'APPROFONDIMENTO (!!!)

Il senso della notizia

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Tutti presi dalla morte di Ledger non ci siamo accorti che la notizia vera da trarre dall'avvenimento non era che è morto un attore hollywoodiano giovane e maledetto (poco importa che poi non lo fosse!) ma che a Terry Gilliam è morto uno degli attori principali durante le riprese del suo nuovo film la cui produzione è adesso incerta. Di nuovo!

24.1.08

Il 3D casalingo fai-da-te

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Lui è Johnny Lee e da solo ha inventato un sistema di visualizzazione tridimensionale e immersivo senza mettere a punto alcuna tecnologia.
Utilizzando il controller di Nintendo Wii, un computer e un televisore ha tirato fuori da quell'oggetto un uso nuovo con la sola forza delle idee, il risultato è stupefacente: l'esperienza più autenticamente tridimensionale che si possa sperimentare in casa.

23.1.08

Era una star indiscussa

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Non stupisce che Heath Ledger sia il termine più cercato in queste ore come riporta Google Trends, semmai stupisce che il secondo termine più cercato dal pubblico americano sia Keith Ledger, cioè che la gente che non lo conosce minimamente e che sta cercando informazioni su di lui sia numerosa quasi quanto chi lo conosce.

Lo Scafandro E La Farfalla (Le scaphandre et le papillon, 2007)
di Julian Schnabel

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POSTATO SU
Ammetto di aver avuto paura dopo i primi venti minuti di Lo Scafandro E La Farfalla, un po' perchè è un film tratto da una storia vera (AAAAAH!!!) di un uomo che in seguito ad un ictus si è trovato con il corpo totalmente paralizzato tranne la palpebra destra, un po' perchè fino a quel momento il film era tutto in soggettiva del paziente con immagini, si intelligentemente calibrate, ma anche faticosissime e dopo un po' poco interessanti.
Invece no! I miei pregiudizi mi stavano annebbiando la vista, Lo Scafandro E La Farfalla, si tira su molto bene, prende spunti interessanti, racconta in maniera molto partecipata gli stati d'animo del paziente, la malattia e i tentativi di riprendersi. Senza retorica o noia ma con il gusto dell'introspezione Schnabel fa ricorso ad immagini molto curate ma non troppo.
Quando dico non troppo intendo che solitamente questo tipo di cinema essendo debole di storia (o meglio di intreccio) finisce col ripiegarsi onanisticamente su un fotografia curatissima e fine a se stessa, costituendo più un documentario realizzato a posteriori che un film.
Non è questo il caso, le immagini sono curate ma mai fini a se stesse così il focus rimane sulla storia e sullo svolgimento degli eventi, di modo che il racconto della vita noiosa, ripetitiva e malata del paziente non risulta per niente prolisso, anzi.
Attraverso la storia di Jean-Dominique Bauby, ex direttore di Elle, e della sua paralisi Schnabel riesce a parlare (e con raffinatezza) anche di impulsi, del fascino del concetto di racconto e non tanto dell'abusato e troppo scontato tema vita/morte, con grande stima dello spettatore e con idee di regia e un linguaggio che non è tanto quello delle parole o quello della recitazione (tanto per cambiare) ma finalmente quello delle immagini.

C'è una difficilissima e nascosta citazione di I 400 Colpi che credo potevo beccare solo io che ho visto il film 8-9 volte. Alla fine quando si mostra il flashback in cui il protagonista è colpito dall'ictus la musica sotto è la stessa del finale del film di Truffaut e mentre la camera allarga per mostrare un totale si vede bene il luogo in cui avviene il fatto e non so se sia il medesimo della fuga di Antoine tuttavia lo ricorda veramente tantissimo. Se avete amato il capolavoro truffautiano vi commuoverete, anche se non riconoscerete la musica avrete un riflesso pavloviano.

Ad ogni modo fossi stato nei panni del protagonista io mi sarei organizzato diversamente (e meglio) per comunicare...

I Am Legend

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Le componenti per il mito ci sono tutte: dalla droga alla stravaganza alle poche performance e sopra le righe. Manca solo di determinare quale sarà l'immagine con la quale sarà ricordato.

22.1.08

Il più grande paese arretrato del mondo

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Nonostante l'industria videoludica cinese sia stata un settore ottimo di produttività e sviluppo negli anni recenti, i giochi online sono ritenuti da moltissimi una sorta di oppio spirituale e tutta l'industria si situa ai margini della società.

Scusa Ma Ti Chiamo Amore (2007)
di Federico Moccia

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Che il figlio di Pipolo (si, quello di Castellano e Pipolo) si sarebbe dedicato alla regia era abbastanza scontato dopo i successi letterari (che in vero sono tutta farina del suo sacco, raggiunti in totale autonomia), ma stupisce che nonostante abbia mooolto meno mestiere del padre (ed era difficile averne ancora meno!) comunque il film non sia realizzato male.
Il poco mestiere sta nel fatto che dopo la metà si comincia a soffrire di una certa noia e si sente la macchinosità dell'ingranaggio. Scusa Ma Ti Chiamo Amore, che come si può immaginare non brilla mai ma proprio mai, in nessun momento, almeno dovrebbe avere la superficiale bontà di scorrere liscio e indolore (nonchè incolore). Invece no.
Sarebbe però pregiudiziale non notare come a fronte di sceneggiatura e recitazione da ridere (non a caso le componenti più in vista di un film per il pubblico generico, quindi quelle su cui solitamente un regista desidera di più avere voce in capitolo) le altri componenti tecniche non sono affatto male, almeno per il livello medio italiano.
Si dice sempre che "Ah! Il cinema americano! Anche quando fanno cose stupide le fanno con una professionalità che ci sognamo". Certo è ancora vero, tuttavia ultimamente si nota come il livello qualitativo tecnico (che è diverso dal complesso di un film) dei film italiani stia decisamente migliorando. Certo c'è poca originalità ancora, quel cinema che cura un po' di più la tecnica lo fa imitando lo stile di Gabriele Muccino (forse veramente il primo a fare commediole spensierate realizzate con un occhio alla qualità con Ecco Fatto): sovrapresenza del bianco, luce che viene dal set e sbatte sempre con efficacia sui corpi degli attori, abbondanza di design e colori saturi.
Scusa Ma Ti Chiamo Amore è lontano dalla faciloneria del montaggio e della fotografia (ma anche di scenografia e colonne sonore) di Neri Parenti, Pieraccioni, Sergio Martino, Brizzi e Martani e tutti gli altri commedianti popolari (che aggettivo magnanimo) nostrani.
Roba come L'Uomo Perfetto (per citare uno che ricordo di qualche anno fa), Bianco e Nero o appunto questo film mostrano una qualità di girato decisamente migliore, ma decisamente! E io non posso che gioirne anche se nel contesto di un film da dimenticare infarcito di macroscopiche idiozie.
I motivi? Forse una propensione a scegliere meglio i propri collaboratori o a dargli più ascolto. O forse l'accortezza di certi produttori che impongono processi di lavorazione che insistano un po' più sulle componenti tecniche invece di girare a tirar via. Ma siamo nel campo delle ipotesi.

Non ci credo ma firmo

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Non penso che queste cose servano a molto (anche dopo la petizione per l'abolizione dei costi di ricarica) ma ad ogni modo ammetto la mia debolezze sull'argomento e non solo firmo ma diffondo anche la notizia di una petizione per scongiurare un disegno di legge che regolamenti l'industria videoludica. Non voglio neanche leggere come è stato redatto. Semplicemente no.

21.1.08

Signorinaeffe (2007)
di Wilma Labate

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L'intento dichiarato è quello di rispolverare il cinema impegnato nel sociale e in particolar modo quello ambientato in fabbrica. Per fare questo Wilma Labate ambienta il suo film negli anni '80 durante il grande sciopero degli operai della FIAT.
Il film inizia e finisce con lo sciopero e vuole raccontare una storia d'amore interclasse con sullo sfondo le rivolte operaie, i dissidi interni, le figure dei crumiri ecc. ecc.
Il risultato è di una povertà disarmante che fa rimpiangere il cinema medio. Non mi vergogno per nulla a dire che in un momento in cui il cinema italiano medio (lo ripeto ancora: per cinema medio intendo i film realizzati con budget non troppo alti che non hanno pretesa di segnare il passo o finire nelle candidature a chissà quali premi ma di soddisfare una certa fetta di pubblico per un periodo breve) sta alzando (non ci si crede!) il proprio livello qualitativo e tecnico (anche se purtroppo l'unico settore che sembra rimanere indietro è quello della sceneggiatura) la visione di Signorinaeffe mi fa rimpiangere quella di Bianco e Nero. E di molto.
Le pretese di Wilma Labate non hanno alcuna base, la storia che dovrebbe essere intensa e struggente è un polpettone dalla morale unidirezionale che vuole insegnare e non mostrare, propugnando delle tesi che sembrano dare per scontata l'adesione del pubblico.
La forma del film semplicemente non esiste. Labate punta la telecamera sugli attori e fa qualche scelta di design anni '80 per l'arredamento e di costume per i vestiti. Di cinema vero nemmeno l'ombra, di narrazione vera nemmeno un accento.
La recitazione è di un vuoto raro, faccioni inespressivi paralizzati in pose che dovrebbero essere intense. E in questo senso non aiuta la caratterizzazione dei personaggi che è a senso unico e senza sfumature con l'unico obiettivo che pare essere una prospettiva consolatoria della classe operaia la quale, vedendo il film potrebbe rimanere soddisfatta del proprio stato. Peccato che non è poi la classe operaia il segmento che vede questo tipo di cinema e infatti Signorinaeffe naviga nella bassa classifica degli incassi grazie al cielo.
Spero solo non ci si inviperisca con la cattiva distribuzione del cinema di qualità italiano.

20.1.08

Tarantino e Rodriguez hanno vinto

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In uno dei cinema del Future Film Festival hanno proiettato prima di un film un "omaggio ai super eroi sullo schermo", così era chiamato, in realtà erano i trailer dei film con super eroi Marvel.
Quando al terzo trailer ho capito che sarebbero stati solo trailer per 30 minuti (durata riportata sul programma) mi sono sentito male.
Dopo 15 minuti di trailer volevo uscire, dopo 25 ero convinto di avere dei super poteri ma di dover mantenere un'identità segreta ma alla fine ammetto che tutto questo aveva un senso. Vederli tutti insieme non è stata una stupidaggine, c'era una sorta di metariflessione possibile...

Ma il punto era più che altro che erano proiettati MALISSIMO, con contrasto sbagliato, pellicola rovinatissima, colori troppo forti o pallidi e spesso con immagini che andavano fuori fuoco. Mi sono sentito in una vera grindhouse e non so perchè mi sentivo quasi esaltato. Erano decisamente peggio dei finti trailer del film di Tarantino/Rodriguez. Alcuni poi pure ormai fuori moda....

Il Pianoforte Nella Foresta (Piano No Mori, 2007)
di Masayuki Kojima

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FUORI CONCORSO
FUTURE FILM FESTIVAL

Annunciato a gran voce per la presenza del pianoforte suonato da Vladimir Ashkenazy, Il Pianoforte Nella Foresta non va più in là della consueta esplorazione di territori ponendoli come metafora di bene e male e quindi dell'universo.
Questa volta è il mondo della classica, ma non la vera classica bensì quella percepita, quella da divulgazione, con le musiche più note di ogni autore e una colonna sonora che cerca tutti i pezzi più ruffiani per cavalcare quella che già è l'idea generale sulla classica, senza cercare una propria interpretazione o visione.

Il bambino che studia pianoforte dall'età infantile faticando sugli esercizi contrapposto al bambino che rifiuta la disciplina e suona il piano di nascosto per il solo piacere. L'amicizia e la competizione con sullo sfondo il rapporto maestro/allievo. Assolutamente trascurabile da ogni punto di vista.

Da segnalare solo una cosa. Il maestro di pianoforte, la classica figura potentissima e reverenziale alla giapponese, un talento che in gioventù fece un incidente in macchina (per non investire una bambina con la palla!!) e ne uscì indenne solo che le sue mani non erano più le stesse (non si sa perchè) e ha perso ogni aspirazione, è un capellone.
E già dalle prime scene qualcosa sembrava ricordarmi ma non ricollegavo. Ad un certo punto però mostrano i suoi ricordi, e quindi lui da giovane, e capisco subito! E assieme a me tutto il pubblico che immediatamente comincia a vociare. E' Satomi dei Bee Hive! Tutto il film è un gigantesco sequel/spin off a Kiss Me Licia!

La Grande Avventura Del Piccolo Principe Valiant (Taiyo no oji: Horusu no daiboken, 1968)
di Isao Takahata

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OMAGGIO ALLA TOEI
FUTURE FILM FESTIVAL

Si tratta de primo lungometraggio ufficiale di quello che poi sarebbe diventato il socio di Hayao Miyazaki nella fondazione dello studio Ghibli e autore del fantastico e straziante Una Tomba Per Le Lucciole.
Miyazaki compare in veste di "animatore" e il tratto è quello che poi diventerà la cifra del Ghibli ma non il modo di raccontare. Secchissimo nella prima parte con le consuete concessioni deliranti animistiche in quella centrale e rapidissimo nella chiusura il film è per molti versi un incrocio di culture.
Infatti sebbene la sensibilità sia chiaramente giapponese l'ispirazione è fortemente europea. Partendo da un mito del proprio paese il team capeggiato da Takahata affonda nella mitologia nordica e nello sviluppo della storia tolkeniana (dico solo che all'inizio il protagonista incontra un gigante di roccia e si guadagna i suoi favori levandogli una spina dalla spalla e questa spina è una spada), ma non solo. Anche esteticamente molto c'è di europeo, in primis la faustiana figura di Grunwald, il demone malvagio.

La rivoluzione che La Grande Avventura Del Piccolo Principe Valiant porta nell'animazione giapponese è gigantesca. Siamo a dieci anni al primo lungometraggio di animazione del Giappone e questa è la prima volta che si cerca una nuova strada rispetto ai racconti canonici, la prima volta che l'animazione comincia a diventare un settore a sè con eroi nuovi, figure nuove e immaginari nuovi (benchè debitori di altre ispirazioni).
Sorprendente come sia alla base di TUTTA l'animazione seriale televisiva che poi è arrivata anche in Italia. Ci sono già dentro tutte le figure archetipe (per dirne una quasi subito il protagonista va dal nonno pieno di barba e capelli bianchi, morente di non si sa che, che sta con la febbre a letto tremante con le coperte che lasciano scoperta solo la testa, e dei genitori non c'è mai traccia).
Ma sono soprattutto le idee a stupire. C'è una lotta con i lupi fatta per inquadrature statiche che è bellissima, una sigla iniziale fondata su geometrie orizzontali curatissima, una lotta con il luccio (immagine di sinistra) che sintetizza il gusto estetico giapponese e alcune immagini (come il demone che prende la città) che sono sovraculturali, fondendo La Notte sul Monte Calvo di Fantasia con l'immaginario spiritistico nipponico.

Animazione molto molto stentata come qualità (specialmente rispetto a ciò che si faceva in America) ma una voglia di sperimentare con grandi paesaggi inquadrature che simulano i grandangoli e carrellate (che poi avremmo rivisto mille volte in tv) veramente nuove.

19.1.08

Tekkonkinkreet (Tekon kinkurîto, 2006)
Michael Arias

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CONCORSO
FUTURE FILM FESTIVAL

Anteprima italiana (verrà distribuito in DVD) di uno dei più attesi film d'animazione giapponesi, tratto dall'omonimo manga. Cena di sushi che lo ha preceduto e molta gente piena di aspettative.
Sarà stata l'attesa, sarà stato il disegno dei personaggi (che personalmente non mi ha fatto impazzire al contrario di quello dei fondali che invece era molto molto interessante), ma alla fine Tekkonkinkreet nonostante i buoni spunti (sentimentalissimi e strappa lacrime come tipico) alla fine non risolve, anzi risolve ma con un semplicismo raro e in fondo anche inatteso dal cinema d'animazione giapponese (ma sarà un pregiudizio...).
La buona idea di due bambini soli contro tutti per davvero, cresciuti per strada e in qualche modo legati da legami profondi anche alla stessa decadenza della città in questione diventa infatti verso la fine la consueta deriva caotico/spirituale dove realtà e universi interiori si fondono e il legame che unisce i due protagonisti (chiamati Bianco e Nero) si risolve come una metafora del Tao e quindi dell'eterno equilibrio di forze che regge l'universo e i singoli che vi prendono parte.
Peccato, perchè tante idee davvero erano stupefacenti in primis la scelta di raccontare il film con una forma che esplicitamente si rifaccia al cinema dal vero con le sue imperfezioni: dalle inquadrature sbilenche ai rapidi zoom (non anni '70 ma più amatoriali), fino alla vetta costituita dal passato di un personaggio mostrato come un filmino d'epoca senza bisogno della scusante o della metafora del servizio telegiornalistico, ma semplicemente adottando la colorazione sbiadita e violacea della televisione dell'epoca del ricordo (anni '70) come forma.