29.2.08

I Vicini Di Casa (Neighbors, 1981)
di John G. Avildsen

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Si potrebbe azzardare che ogni film dove compaia John Belushi sia un cult, e non si sbaglierebbe. I motivi sono molti, lunghi e di carattere anche extra-cinematografico, ma tant'è. Tocca rassegnarsi all'evidenza dei fatti.
In particolare I Vicini Di Casa ha l'idea geniale (e originale solo per il cinema ma non per la televisione) di ribaltare la classica contrapposizione Belushi/Aykroyd, affidando il personaggio inquadrato nel sistema al primo e quello più anarcoidale e sconclusionato al secondo. L'effetto è di immutato divertimento e conferma sia il talento della coppia, sia il mito di Belushi abilissimo e protagonista anche quando interpreta personaggi apparentemente lontanissimi dal suo solito.

La commedia è molto surreale e ha decisamente più di un momento molto divertente con in più il pregio di avere obiettivi precisi e non dimenticare mai da che parte sta, cioè contro tutti.
Certo lo stesso non si può dire della direzione di Avildsen assolutamente nella norma, anzi anche un po' fiacca calcolando i protagonisti e la storia che mette in campo. Non fosse per Belushi per la sua continua tensione e le sue espressioni incredibili il film potrebbe naufragare in ogni momento.

Altra menzione speciale per l'uso funzionale, anche se un po' troppo ostentato, di una colonna sonora molto particolare, in gran parte diegetica (ma sempre utile al linguaggio e in un preciso rapporto con le immagini).

Certo però che quando alla fine scatta il delirio e Belushi rilascia delle piccole schegge di follia (il quadro rotto in testa è geniale) sono momenti mitici.

Esistono le avanguardie del video in rete?

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Se l'avanguardia è ciò che all'interno di una forma d'espressione o di comunicazione sperimenta linguaggi nuovi o nuovi modi per il pubblico di rapportarsi all'opera senza dover rimanere vincolata ai doveri delle opere mainstream o al gusto del pubblico stesso.
Se l'avanguardia è quella forma di produzione le cui conquiste possono non interessare a tutti quando proposte all'interno di quel tipo di opera ma possono poi, nei casi migliori, essere influenti ad un livello professionalmente più alto e con il tempo entrare nel linguaggio di quella forma espressiva anche a livelli mainstream.

Allora questo esperimento Adobe non è avanguardia del web video?
Un aiuto: a video caricato giocate con la barra di avanzamento.

Dietro c'è sempre l'uomo

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Per chi continua ad essere convinto che la tecnologia funzioni per circuiti elettronici ed elettricità.

28.2.08

Questa la capiamo in due

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Pensavo proprio oggi che in fondo i meme sono essi stessi un meme.

E Leone rimane fuori

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Può sembrare superfluo dirlo ma qui si fa un tifo sfegatato per l'iniziativa dei 100 film italiani da liberare.
Primo perchè il cinema vale come la letteratura, secondo perchè l'elenco per quanto orientativo è molto ben compilato e terzo perchè è segno di vivacità culturale.

Non si può percorrere il percorso inverso

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QuarterLife, serie di cui già parlai e che continuo a seguire perchè c'è qualità, finì in rete dopo essere stata bocciata per la televisione.
Ora dopo aver raccimolato un buon successo e parecchia visibilità torna in televisione sulla NBC ed è un flop.
Ascolti bassi dovuti a molti elementi tra cui anche l'infelice posizionamento in concorrenza con cose più affermate e sullo stesso target ma soprattutto la difficoltà di una cosa di nicchia di attecchire sul pubblico generalista...

Il Futuro Non E' Scritto - Joe Strummer (The Future Is Not Written - Joe Strummer, 2007)
di Julien Temple

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Che Temple sia abbonato ai documentari sul rock si sa e che sia un appassionato del punk britannico pure, per questo è lecito aspettarsi molto da Il Futuro Non E' Scritto. E molto viene dato, almeno per la prima parte.
Tutta l'ascesa del cantante leader dei Clash è raccontata con partecipazione, aneddoti interessanti, voci importanti e partecipazioni speciali. Non solo. C'è anche un bell'equilibrio tra la figura umana e il professionista, tra il suo lavoro, la sua storia professionale, la sua musica e la sua vita privata, la sua personalità.
Poi finito il racconto del periodo Clash il film naufraga al pari di Strummer. Noia, grandi pontificazioni e soprattutto una struttura del racconto che non avvince, non appassiona e non riesce a rendere interessanti fatti non interessanti.
Il punto è che nessuno ha costretto Temple a fare il racconto cronologico della vita di Joe Strummer, ci sono molti modi per raccontare di un uomo e un musicista (dal grado zero a Io Non Sono Qui).
Sinceramente poi la metafora adottata, quella del racconto intorno al fuoco (tutti gli intervistati sono intorno ad un falò e parlano), perchè Strummer era fissato con i falò può, convincere in teoria ma poi nella sua realizzazione è abbastanza ridicola e non così empatica come si propone di essere.
Insomma si tratta di una buona rivisitazione di parte della carriera di Strummer che potrebbe andare bene in televisione. Di cinema neanche una traccia. Nemmeno una traccia dell'uso delle immagini, della messa in relazione delle scene fra di loro, dell'uso di un linguaggio del montaggio ecc. ecc.
Anche la musica, chiaramente molto presente, è utilizzata come sottofondo e non come strumento di messa in scena, non aggiunge significato ma fa da contorno.

Levateje er vino!!

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Quelli di Qtrax sono completamente partiti, annunciano cose che non stanno nè in cielo nè in terra, mentono, ingannano e ancora non sono nemmeno partiti.
Il loro progetto è costruire una rete P2P stile eMule che sia legale, gratis per chi scarica (si ripaga tutto con la pubblicità) e mondiale (senza le divisioni nazionali). Ma i file sarebbe suonabili solo nel browser Qtrax, niente trasferimento su device portatili, sarebbero ascoltabili solo finchè Qtrax è in vita e non c'è spiegazione di come la pubblicità possa ripagare i diritti d'autore (infatti non può) e come possano stipulare contratti globali con le major quando ogni nazione ha i suoi regolamenti (infatti ancora non l'hanno fatto).

Aspettando Gomorra

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Non nascondo la mia profonda stima per Matteo Garrone che trovo uno dei più fenomenali registi tra gli emergenti italiani. Sarà lui come è noto il regista di Gomorra, la non semplice (data la struttura del libro) trasposizione cinematografica del best seller di Saviano.
L'attesa è altissima, anche perchè dopo molti film da indipendente un ottimo exploit alla sua prima produzione grossa (L'Imbalsamatore con la Fandango) e poi una prestazione leggermente più fiacca (ma ugualmente interessante per gli amanti) come Primo Amore, ora Gomorra è l'occasione che non può fallire, un film che è destinato ad avere un forte incasso, che vanta attori come Toni Servillo e che se trattato con intelligenza si presta per essere un buon film.

Ricevo da Frankie666 segnalazione di alcune scene del film filmate da un presunto backstage. Dico presunto perchè non c'è conferma di nulla, non si intuiscono i volti degli attori e non c'è nemmeno traccia delle telecamere o delle luci di scena. Tuttavia l'hype è tale che le metto lo stesso sebbene con beneficio del dubbio.



27.2.08

Fine Pena: Mai (2007)
di Davide Barletti e Lorenzo Conte

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Fine Pena: Mai decisamente non rimarrà negli annali della storia del cinema, nè si distinguerà in quest'annata di cinema italiano (o almeno lo spero), tuttavia va sottolineato che nonostante una scrittura sotto la media della decenza e la solita recitazione iperbolica e caricata, che sempre di più sembra un rimedio alla pochezza delle idee di scena, ci sono alcune trovate estetiche da non trascurare.

Il duo Barletti e Conte, non lo si può negare, mostra qualcosa di diverso. Non serve illudersi, il film è in linea di massima la brutta exploitation di Romanzo Criminale che ci si attende, ma nelle pieghe (a cercar bene) ci sono delle cose che vale la pena notare.

Innanzitutto il punto di vista. La figura ritratta è un boss mafioso, di piccolo taglio e un po' cretino, ma comunque un boss mafioso responsabile di crimini gravi, morti ecc. ecc. Eppure il suo stato è vissuto con empatia (cosa rara nel nostro cinema). Fin dal titolo si sottolinea la sua condizione attuale di condannato ad un quasi ergastolo (49 anni di carcere) e il film (raccontato in flashback) non manca di rimarcare spesso la vita derelitta di chi è costretto a stare in un regime di semi-isolamento.
Messaggi contraddittori sono mandati di continuo. Prima l'inumanità della sua condizione e poi il racconto della sua efferatezza e delle sue orrende ed incondivisibili velleità di scalata social-mafiosa. Cosa che io personalmente apprezzo.

E poi bisogna considerare che il film ha il coraggio di fare delle scelte estetiche. Ridicolo che si debba parlare di "coraggio di fare scelte estetiche", ma tant'è... A parte una che ricordo bene dei due protagonisti nudi presi dall'alto mentre sono uniti in un campo di papaveri per spiegare i sogni erotici del carcerato, poi ce ne sono altre magari meno d'impatto (le pecore intorno alla macchina in un momento significativo) ma comunque forti come per esempio quella finale della cattura.
Il film insomma non si vergogna (ogni tanto) di mentire dichiaratamente, di mettere in scena le cose in una maniera nella quale di sicuro non si sono svolte, e di farlo perchè E' MEGLIO, perchè è più bello, perchè rende meglio un concetto o un significato o per mille altri motivi.

Nulla di cui strapparsi i capelli, ma un po' di ossigeno in un'ora e mezza del solito cinema nostrano dove tutto sembra dover passare dalla recitazione, dove ogni cosa sembra possa essere spiegata con le parole e dove raramente c'è spazio per la deviazione o qualche idea di cinema tout court.

No. Non ci sarà The Governator

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Con tutto che suona come una porcata annunciata non può che incuriosirmi l'uscita del prossimo Terminator 4: Future Begins con Christan Bale (notare il richiamo a Batman Begins che già dovrebbe mettere sul chi va là per la fantasia profusa nel film).
Mi incuriosisce perchè è la prima volta che in una serie di film vediamo il futuro annunciato manifestarsi. Primo e secondo episodio non erano collegati a livello di predittività (e comunque ci guadagnavano!) ma terzo e ora quarto (a quanto sembra) hanno la stranissima caratteristica di confermare ciò che si è sempre predetto, cosa che può sembrare scontata ma non è affatto frequente nel cinema dove, quando si prevede un futuro, solitamente si fa di tutto perchè non accada e regolarmente non accade.

In sostanza di solito il cinema conferma sempre il classico messaggio conciliante per il quale il futuro non è scritto e cambiarlo è nelle nostre mani. Al contrario la serie di Terminator, mentre da un lato urla anch'essa questo slogan, dall'altro mostra che nonostante non sembri continuiamo ad andare sempre di più verso quel futuro previsto nel primo episodio senza che i tentativi che ad ogni film sembrano andare a buon fine riescano a sventarlo.
Ci sono precedenti? Io non credo...

Joy To The World

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iTunes è il secondo più grande negozio di musica al mondo (non tra quelli digitali ma proprio in generale).
Un'altra vittoria dell'immateriale sul materiale.

26.2.08

Rec (id., 2007)
di Jaume Balaguerò e Paco Plaza

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POSTATO SU

Devo dire che non mi piace mai quando un film ha un titolo metafilmico, cioè quando non fa riferimento alla storia ma alla realizzazione stessa del film come appunto è REC o come Pianosequenza di Louis Nero (lo so esiste anche 8 e mezzo, ma lì tutto è metafilmico e paradossalmente quindi il titolo fa riferimento alla trama del film, e comunque le eccezioni ci sono in ogni campo), la trovo sempre una cosa abbastanza indicativa.
E così è per REC, nel senso che molta dell'attenzione è sulla trovata formale, cioè che il film finga di essere un vero reportage accidentale di una troupè televisiva casualmente coinvolta in un evento terrificante.

Un film dell'orrore per essere bello non deve fare solo paura o farne molta, ma cercare comunque di fare cinema al pari degli altri generi e REC di cinema non ne fa moltissimo. Di paura invece tanta. E in questo ammetto che Balaguerò e Plaza sono stati bravi. Ci sono delle trovate, dei momenti di suspense e delle idee di terrore che funzionano davvero.
Invece che negare la visione dell'orrore (come spesso accade con più o meno cognizione di causa) loro la rendono esplicita non temendo il doppio taglio dell'immagine ma sapendo di poter creare cose spaventose anche solo a vedersi.
Molte trovate sono scontate e prevedibili (in fondo l'horror è anche questo) ma è comunque apprezzabile come la trama viene dispiegata e come è mostrata la lenta eliminazione dei personaggi.

Tutt'altro discorso va fatto invece per come il film è girato, cioè in quella pseudo soggettiva vista anche in film come Cloverfield o The Blair Witch Project (dico "pseudo" perchè non si guarda con gli occhi del protagonista ma con gli occhi della videocamera tenuta da un protagonista).
In questo caso siamo lontanissimi da Cloverfield e vicini a The Blair Witch Project, perchè l'arma del finto realismo è solo un gancio per attirare pubblico e non una vera forma di linguaggio.
Nel film prodotto da J.J. Abrams infatti la pseudo soggettiva serve a tenere tutti gli eventi principali fuori dal campo visivo, inquadrando di volta in volta altre cose che stringono un certo rapporto con l'evento tenuto nascosto (la faccia di qualcuno che guarda ciò che sta accadendo per esempio). Si tratta di altre immagini che a modo loro spiegano quelle che non ci vengono mostrate.
In REC come in The Blair Witch Project invece viene inquadrato ciò che si vedrebbe anche se il film fosse girato normalmente, solo da un altro punto di vista. E se già ci sono molte possibili polemiche intorno al fatto se la soggettiva pura sia un mezzo di immedesimazione o il suo contrario, figuriamoci queste pseudo soggettive mediate...

L'equazione dei video online: gimmick fratto durata

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Più si va avanti con l'evoluzione del sistema video in rete più risulta chiaro che, almeno al momento, per come avviene la loro fruizione una qualsiasi webserie o anche un qualsiasi video deve avere un vero e forte gimmick e questo sembra lo specifico vero.
Il gimmick è il gancio, il particolare su cui si punta per attirare l'attenzione, quello in grado di tenere avvinto uno spettatore o un ascoltatore anche se non è il cuore del prodotto.

Occorre precisare che ogni prodotto mediale ha un gimmick, nel senso che ha una particolarità con cui viene promosso, per un film può essere la presenza di un noto attore o il fatto che tratti di un tema particolare o la notizia che ci siano scene discusse al suo interno. E' insomma un trucco di marketing che spinge alla fruizione.
Ma nel caso del video online la diversità è che il gimmick è tutto e deve essere anche molto forte altrimenti non otterrà l'attenzione degli utenti.
La motivazione risiede nel concetto di on demand. Se ai contenuti posso accedervi come e quando voglio senza che mi vengano spinti in un flusso come avviene in televisione (dove ad un programma ne succede un altro e ci sono degli orari in cui il mezzo sarà comunque acceso, come il prime time), allora posso anche non accedervi mai. Questo è il punto. In più la rete è un mezzo al quale accedo per motivi che sono altri dal vedere video e dunque mi dovranno convincere in qualche modo a farlo.

Ma ancora più in là è anche una questione di durata.
Un video in rete, si sa, non può essere troppo lungo (in questo è killer la barra di avanzamento che mostra a che punto si è della visione) perchè l'attenzione che si è inclini a dargli non è mai molta o più precisamente dipende dal gimmick.
Dunque esiste una precisa equazione che mette in relazione la forza del gimmick con la durata dell'attenzione che genera, contando anche che una messa in scena più o meno coinvolgente potrà influire sulla durata di quest'attenzione e scatenare fidelizzazione. Perchè se è vero che il gimmick è fondamentale è anche vero che non è il cuore del prodotto, anche se cerca di esserlo.

25.2.08

Operette da internet

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Si chiama And She Stares Longing At What She Has Lost e forse è uno dei corti più belli che abbia mai visto.
Semplicissimo, fondato su figure e sentimenti che si possono capire dalla prima inquadratura e che non stento a definire banali nel loro essere stati già trattati migliaia di volte, è però capace di metterli in scena con un'immediatezza, una sincerità e una brevità disarmanti. Veramente un'opera degna di questo nome.

via Not Fat Clips!!

Jumper (id., 2008)
di Doug Liman

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POSTATO SU

Pompato da una campagna stampa basata molto sul fatto che il film è stato girato in parte in Italia e che per la prima volta da tantissimi anni ha ottenuto il permesso di girare delle scene dentro il Colosseo, cosa che non fu concessa nemmeno a Ridley Scott per Il Gladiatore (ma secondo me è perchè non c'era Uolter...), arriva Jumper.

La storia è quella di un ragazzo che prima scopre di avere il potere di teleportarsi, poi scopre che nel mondo ce ne sono altri come lui e che un gruppo di uomini cerca di farli fuori perchè sono contro natura. In mezzo una storia d'amore e un rapporto enigmatico con la madre.
La cosa fastidiosa non è il soggetto, in fondo è materia per un film medio che può avere i suoi momenti, la cosa fastidiosa è la riuscita finale e la pochissima cura nella realizzazione. Ovviamente non si parla delle maestranze, sempre ottime per ciò che arriva da Hollywood, ma della scrittura, dell'attenzione a creare personaggi che siano quantomeno affascinanti e intriganti.
C'è un tentativo di andare in questa direzione con il cattivo, interpretato da Samuel L. Jackson con capelli tinti di bianco, ma nemmeno il carisma del buon Sam riesce a rendere intrigante un personaggio che dovrebbe essere un'accusa dei grandi poteri religiosi che cercano di distruggere o comunque limitare ciò che non condividono e non comprendono e che invece è una piatta metafora che agisce per stereotipi.

Jumper è azione di serie B (inteso nel senso deteriore del termine) perchè si preoccupa di avere una messa in scena dinamica fatta di continue esplosioni di suono e movimenti rapidi di macchina (che in sè non sono un male) ma non bada poi a che tutto questo sia alimentato da un fascino nei personaggi o nelle situazioni. Non bada in sostanza a che l'idea di fondo sia applicata con intelligenza.
Nonostante il potere di teletrasportarsi sia un'ottima base per spunti divertenti e intriganti (le rapine in banca), poi tutto si perde dopo poco per la mancanza di altre idee, diventando una continua ripetizione dello stesso schema (vedi l'inseguimento tra i due amici/rivali). E più ci si avvicina al finale più l'evoluzione del carattere dei personaggi sfiora il ridicolo (vedi l'ultima espressione di Samuel L. Jackson o il deus ex machina del personaggio della madre) e più il montaggio si fa frenetico e poco comprensibile. Cosa imperdonabile ad un film d'azione.

La diretta è un concetto superato

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Torno a casa adesso alle 2.10 e metto Sky1 per vedere gli Oscar.
C'è Bardem sul red carpet che commenta i capelli che i Coen gli hanno imposto per il personaggio.
Non è pensabile seguire la manifestazione. Sono sincero. Non la vedrò, una cosa di 4 ore che parte alle due del mattino è impensabile per una persona che lavora. Già è assurdo che sia alzato a quest'ora...

Ma ben vengano domattina le agenzie e YouTube con i momenti salienti, è l'incarnazione stessa del concetto di gatekeeper. Obiettivamente in più di questo la diretta mi darà solamente le parti noiose di uno show infinito...
E in studio c'è Ilaria D'Amico con Neri Parenti!! Neri Parenti!! NERI. PARENTI. Ma è questo il plusvalore che mi dovrebbe tenere sveglio a quest'ora? Neri Parenti che in questo momento sta dicendo che Across The Universe è un bellissimo film purtroppo sottovalutato? Neri Parenti! L'opinionista! Con Gianni Canova con il maglione a collo alto!

Dio benedica l'on demand e spero che questi scampoli dell'era live muoiano ben presto.

24.2.08

Anche Tony ha visto Non è un paese per vecchi

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Sms ricevuto da Tony (notissimo commentatore di questo blog ora recluso lontano da connessioni alla rete):
Quando un uomo con il fucile incontra un uomo col compressore, l'uomo con il fucile è un uomo morto, sono parole tue Ramon
Ci manca.

I Fratelli Dinamite (1949)
di Toni e Nino Pagot

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Primo lungometraggio della storia del cinema d'animazione italiano, creduto perduto per decenni e solo recentemente ritrovato e restaurato ottimamente I Fratelli Dinamite, diversamente da quello che suggerisce la sua data di uscita, è stato interamente realizzato durante il regime fascista e doveva costituirne chiaramente la risposta a Disney.
In realtà di disneiano ha molto, come è facile intuire non si tratta del massimo dell'indipendenza creativa, anche perchè in quell'era pochi potevano essere i restanti riferimenti.
Dotato di uno stile e di una riuscita tecnica molto eterogenea a causa del fatto che è stato realizzato in 7 anni con molti alti e bassi nel finanziamento e nelle possibilità realizzative non stupisce che non sia stato un successo al botteghino poichè pieno di posizioni non ampiamente condivise all'epoca e incredibilmente disinibito e crudo per come con il massimo della disinvoltura e toni assolutamente infantilistici proponga genitori inaffidabili, parenti serpenti, una borghesia alta dai pessimi valori, bambini che bevono tranquillamente rhum e molte altre cose che oggi sarebbero definite non proprio politically correct.

Al di là di quello I Fratelli Dinamite attraverso il racconto della vita dei tre fratelli che una zia fa alle amiche fa anche delle non scontate riflessioni sul valore del racconto, sulla sua realtà sempre menzognera (il paragone con il cinema è impossibile da non calcolare) e sui valori dell'epoca.

Pur non brillando in molte occasioni per fantasia e idee di messa in scena il film ha dall'altra parte più di un punto autenticamente sorprendente, specialmente il finale a Venezia e l'incredibile concerto, degno di Fantasia anche per le bellissime musiche. Non stupisce allora e diventa contemporaneamente più comprensibile l'ammirazione che Miyazaki non ha mai nascosto per i fratelli Pagot.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Ecco il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.

LA PUNTATA DEL 08/03/08

Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada.

23.2.08

John Rambo (Rambo, 2007)
di Sylvester Stallone

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"Fàtece véde Rambo!" (gli accenti sono importanti) è la frase con cui si apre la proiezione, urlata da uno spettatore mentre ad inizio film vanno dei cartelli che spiegano la veridicità (?!?!?) delle situazioni del film. E in effetti riassume bene perchè fossimo tutti lì, per vedere Rambo che fa Rambo.

La forza di Rambo era quella della disperazione fine a se stessa, da sempre. Sia nel primo film della serie che nei più comici sequel Rambo fa tante cose ma non pontifica mai (forse un paio di volte nei sequel), benchè sia un personaggio molto significativo e polemico dal punto di vista dei valori (il reducismo su tutti), la sua forza da sempre è che per lui davvero parlano i fatti. Anche nel discorso finale del primo film non pontifica mai, ma si lamenta del fatto che non capisce cosa succeda.
In questo film non fa altro che pontificare sul mondo, la vita, la guerra, la giustizia ecc. ecc. In questo senso è invecchiato Rambo. Mentre invece dal punto di vista della messa in scena del "superomismo" è invecchiato Stallone che, impigrito, relega l'azione a mere sparatorie (ce n'è una di mezz'ora montata coi piedi in cui Rambo sta solamente dietro una gigantesca mitragliatrice (foto a sinistra)) e soprattutto ci fa vedere quando lui prepara le trappole!! Così si svela tutta la magia del superuomo!!!
Una delle regole fondamentali del superuomo è che risolverà ogni situazione in maniere che non ti aspetti e sembrerà invincibile proprio perchè non conosci i suoi rimedi, li scopri assieme alle vittime, non vedi quando posiziona le trappole ma quando queste scattano. Così facendo hai l'impressione che nulla possa mai andare storto, mentre se lo vedi posizionare dell'esplosivo si crea la suspense sul possibile fallimento della trappola.
E poi ancora, tutti i film di Rambo avevano lui praticamente in ogni inquadratura, ogni cosa passava attraverso di lui, mentre qui il focus spesso è su altri personaggi, altre situazione per le quali Rambo sembra quasi di contorno. Il risultato, probabilmente voluto, è che benchè sia ancora quella cara vecchia macchina da guerra che amiamo Rambo non è così nettamente superiore. Non è più il vero one man show. E a me quello piaceva.

Insomma tanto Rocky Balboa era in linea perfetta con la vera essenza del proprio personaggio, tanto ora John Rambo è una (ripeto, probabilmente voluta) leggera deviazione dall'originale macchina da guerra, soldato alienato, essere umano ai margini della società. Adesso è una specie di eremita saggio che quando vuole imbraccia un fucile.
E come al solito sono controproducenti da morire i flashback/incubi di Rambo con le scene dei primi film (come L'Amore Fugge di Truffaut!!), che non fanno che rimarcare la distanza dagli originali (tra le altre cose con un orrendo effetto, bianco e nero sovraesposto in post produzione per dare l'idea che sono sogni confusi...).

Perchè titolare questo film John Rambo quando l'originale è Rambo? Non per motivi di comprensibilità, nè per motivi di adattamento, probabilmente per richiamare più nettamente Rocky Balboa (e i giornali molto hanno insistito sul parallelismo dei titoli dei due film con nome-cognome). Dunque motivi di marketing. Ma del resto non è un film d'autore ed è ragionevole ipotizzare che anche in patria abbiano pensato molto al marketing, tuttavia in Italia l'hanno cambiato lo stesso, perchè così è meglio. Ci vedo un po' di arroganza, lo ammetto.

22.2.08

I Diavoli (The Devils, 1971)
di Ken Russell

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Il cinema delirante di Ken Russell non l'ho mai amato troppo ma non nego che stavolta mi sono piegato anche io. I Diavoli mette finalmente a frutto tutte quelle idee e quella visione personale di cinema che altrove (Tommy per dire) mi sembrava peregrina.
Il racconto, tratto da una novella di Aldous Huxley a sua volta tratta da fatti reali, della vita sessuale e politica di un prete di provincia durante l'era Richelieu diventa, filtrato attraverso le idee di Ken Russel, un racconto barocco ed esagerato che si nutre di estetica sia dal punto di vista della fotografia che da quello degli scenari (meravigliosi) e che non teme di inserire anacronismi ed elementi "alla moda" prettamente moderni.
E' insomma un modo di raccontare palesemente per metafora che però poi non disdegna di sporcarsi le mani con manciate di sangue e immagini fortissime (il crocefisso che taglia le mani della suora o la gobba scoperta nel sogno).

Certo per me è impossibile non pensare a Narciso Nero, che sebbene non abbia gli eccessi di I Diavoli, tratta comunque del tema della follia data dallo scatenarsi di istinti sessuali in un gruppo di suore, che è comunque inglese e che ha il medesimo gusto per l'uso del bianco come dominante espressiva nei conventi.
Rispetto però alla perfezione formale di Powell, Ken Russell aggiunge in metafore, in simbolismi e in delirio onirico (i sogni sono presenti anche in Narciso Nero e ben più originali delle deviazioni felliniane di Russel ma non servono allo stordimento passionale come in I Diavoli).
Infine secondo me è più espressionista l'uso dei colori di Powell che tutte le caricature di Russel messe insieme.

Oscar 2008, le previsioni

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Solitamente non mi occupo troppo degli Oscar perchè sono meno competitivi delle altre manifestazioni e perchè non premiano sempre il più bravo ma il migliore tra quelli più di successo, insomma un metro particolare per poi dare soddisfazione. Inoltre sono i premi per eccellenza che vengono dati "per quello che hai fatto nella tua vita e non per quello che hai fatto quest'anno".
Tuttavia quest'anno ho fatto delle previsioni per ScreenWEEK.it e perchè non linkarle qui?

PREVISIONI SUI PREMI AGLI ATTORI
PREVISIONI SUI PREMI AI TECNICI
PREVISIONI SUI PREMI AI FILM

A me Nanni Moretti piaceva. Davvero.

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Tutta la diatriba sul tapiro a Moretti, le scene di sesso e la sovraesposizione mediatica di un regista che fino a prima di Il Caimano non si era praticamente mai concesso alla televisione, il commento sagace (che suona anche come un regolamento di conti personale) di Aldo Grasso e infine la lunga intervista su RepubblicaTV, messa in piedi proprio per rispondere alle comiche accuse di product placement, mi fanno inevitabilmente concordare con Grasso, Moretti si è rammolito.
O meglio, si è addolcito? Si è mitigato? E' invecchiato?
Probabilmente una volta è vero che a simili accuse avrebbe risposto diversamente, con più rabbia, anzi probabilmente non avrebbe risposto per niente e anche che non sarebbe andato in posti come Parla Con Me a rispondere a domande cretine. Addirittura nell'intervista a RepubblicaTV ha anche esplicitamente ritrattato una sua affermazione nota "Io il mio pubblico non lo conosco e non lo voglio conoscere", dichiarando di non essere tanto sicuro di fare film senza pensare al proprio pubblico.

E' chiaro e non è in discussione che simili posizioni più moderate ma comunque convinte siano più ragionevoli, meglio difendibili e più condivisibili. Tuttavia non c'è più bisogno di una figura estrema? Non per aderire con lui al 100% ma perchè sia interprete anche solo di un lato delle proprie aspirazioni o perchè sia un simbolo.
Io personalmente credo che al pubblico si debba pensare mentre si fa un film, qualunque esso sia (il pubblico), eppure amavo l'arroganza intellettuale di Moretti quando diceva di non volerlo conoscere che proprio non gli interessava, era uno slogan intellettuale, ed era bellissimo! E se vogliamo dirla tutta non mi interessava nemmeno che lo pensasse davvero ma mi piaceva che facesse credere di pensarlo, mi piaceva che si ergesse (in virtù di film spettacolari (erano gli anni '80)) come la bandiera di un partito e che difendesse l'autorialità fine a se stessa. Mi piaceva che ci fosse qualcuno a prendersi quest'onere.
Come del resto mi piaceva il suo carattere terribile. Non concordo nemmeno con tutta la sua presa di posizione contro una certa commedia all'italiana, perchè risente troppo dei contenuti e poco della forma ed è troppo politicizzata, ma mi piaceva quando gridava "Ve lo meritate Alberto Sordi" o teneva a bada Monicelli in terribili confronti televisivi, perchè era legittimato dalle sue opere e aveva delle idee e le sbandierava senza paura.
Metteva in discussione cose opinabili ma lo faceva con una tale fierezza intellettuale che inevitabilmente era un simbolo al quale, anche solo in parte aderire. Come ho detto non ero daccordo su molte cose ma ero daccordo su come le esprimeva e sulla necessità di farlo. E mi piaceva! Quanto mi piaceva...

21.2.08

Alzo la cornetta e c'è Steve Ballmer

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Mentre scrivo sono al telefono con Steve Ballmer. Giuro.
Per chi non lo sapesse è il numero uno di Microsoft al momento e l'erede designato di Bill Gates quando se ne andrà tra qualche mese. Praticamente l'uomo più potente nel mondo della tecnologia (foto a lato). Sto a casa mia al telefono con lui.
Ma non perchè la mia carriera abbia fatto un salto pazzesco nell'arco di un giorno ma perchè Microsoft ha annunciato in fretta e furia che avrebbe fatto una conferenza stampa internazionale via telefono. Ogni nazione ha un numero da chiamare alla medesima ora e ci mettono tutti in comunicazione con Redmond e l'annuncio fatto da Ballmer e altri direttori dell'azienda (si tratta di una fortissima apertura di Microsoft a sviluppatori esterni).

Ma la cosa strana è proprio questa modalità di comunicazione da parte dell'azienda numero uno nella tecnologia. Una conferenza via telefono??? Perchè non un webcast?
Mi sembra di stare nell'era in cui il telefono non era diffuso perchè non si sapeva che utilizzo dargli e Alexander Graham Bell cercava di spingerlo come una specie di radio, la gente alzava la cornetta ad una certa ora e c'erano le notizie, la musica o l'intrattenimento.

Adesso mi metto a tagliare le cipolle mentre Ballmer mi parla. Anzi no vado al bagno. Anzi anzi no, metto la cornetta da una parte e ogni tanto la prendo e dico "Yes yes.... You're right... As you say...".

Snakes On A Plane (id., 2006)
di David R. Ellis

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Non ci posso credere che l'ho visto davvero. O meglio, prima non potevo sapere che fossì COSI' insulso... Sapevo che era stato scritto con la collaborazione degli utenti di internet, gli stessi che avevano fatto molteplici pressioni perchè il film si girasse solo a partire da un titolo che li aveva fomentati. Il fatto che io l'abbia visto è proprio il marketing che trionfa sul cinema.

Certo mi sarebbe bastato dare un'occhiata alla carriera di David R. Ellis per rendermi conto che la regia non è il suo lavoro vero. Come del resto la sceneggiatura non è il lavoro principale di due delle tre persone accreditate allo screenplay. Il risultato è abbastanza evidente.
Campionario di figure retoriche del cinema d'azione, collage di momenti topici e figure classiche utilizzate senza averne compresa la funzione ma solo per replicarne il riflesso condizionato (per stimolare nello spettatore il meccanismo "so che è cattivo perchè fa questo o perchè ha questo sguardo") e opera totalmente e assolutamente consolatoria verso il proprio pubblico, Snakes On A Plane riesce a non dire assolutamente nulla di nuovo sotto nessun punto di vista e ad essere involontariamente esilarante in ogni momento (basterebbe anche solo la figura del cattivo, da tenersi la pancia dalle risate) già a partire dal soggetto (un ragazzo assiste in una maniera stupidissima ad un omicidio, la polizia lo protegge e in un viaggio in aereo la mafia lo vuole fare fuori mettendo nel carico una mare di serpenti velenosissimi).
Serie B di serie C. La concentrazione del film è tutta sugli effetti splatter dei morsi dei serpenti e su tutti i loro risvolti sessuali (grande classico!), ma il fastidio vero e profondo è dato dalla volontà di piacere a tutti costi lavorando il meno possibile e facendoti sentire a te che guardi il film parte di un target nel quale non vuoi essere identificato.

La scena veramente supercult è quando l'aereo sta precipitando e il ragazzo che si mette a pilotarlo perchè ha detto di avere 200 ore di esperienza di volo alle spalle dichiara di averle fatte su un videogioco. Samuel L. Jackson allora fa una faccia delle sue, quelle dietro le quali ti sembra di sentire "Dio dove sono finito!", e come prima cosa gli chiede con fare esperto e piacione: "Cos'era Xbox o Playstation?". Alla fine dopo l'atterraggio effettuato con successo lo stesso Sam Jackson urlerà trionfante "Dio benedica la Playstation!!!".

"Non sono stato io!"

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Dichiara Neri Parenti nel dibattito su quanto conti la critica sugli incassi:
“Di stroncature ne ho ricevute un’infinità, ma senza mai preoccuparmene. Certi film sono dichiaratamente dei prodotti di consumo che non andrebbero neppure recensiti. Nell’editoria non tutti i libri vengono giudicati dai critici; non ricordo di aver letto alcuna recensione del libro di Totti.
Oggi purtroppo il livello culturale degli spettatori che frequentano la sala cinematografica, soprattutto giovani fra i 15 e 28 anni, non è particolarmente raffinato; si è costruito su una scuola che ha abbassato i livelli, su una televisione che offre quiz e grandi fratelli e un certo tipo di film deve tenerne conto”

20.2.08

L'Ultima Casa A Sinistra (The Last House On The Left, 1972)
di Wes Craven

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La visione del primo lungometraggio di Wes Craven rivela le origini di Rob Zombie. Lo stile splatter dissacratorio, la pseudofamiglia che gira a fare massacri senza motivo, lo stile di ripresa (anche se in questo film moooolto più low budget) e l'uso particolare delle musiche (c'è anche una scena in macchina su una decappottabile che ricorda molto una simile in La Casa Del Diavolo) sono tutti particolari che saltano molto all'occhio e che si ritrovano in entrambi i film cardine di Zombie.

Nonostante la sua lontananza dal cinema professionale per molti motivi L'Ultima Casa A Sinistra è forse tra i migliori exploit di Wes Craven, uno dei pochi che riesce, oltre a creare una buona atmosfera di genere, anche a mettere a frutto il concetto di terrore, ad usarlo per parlare di più cose, per spiazzare lo spettatore e per mettere un po' in dubbio quel che prima sembrava certo.
Caotico e folle nelle sue premesse narrative (sbandati compiono omicidi senza motivo apparente e una serie di coincidenze li fa confrontare con i genitori di alcune vittime) il primo film di Craven rinuncia in toto al concetto di suspense per fare concessioni unicamente allo splatter e al sessualmente esplicito. In questo riesce a da essere superiore a molti altri film del medesimo regista, ampliando di fatto il registro narrativo con strumenti nuovi e mostrando qualcosa che all'epoca non era facile vedere e che non si dimentica facilmente.
Come per molti altri registi della sua generazione tutto sembra prendere vita dagli esperimenti di Cassavetes, la libertà della messa in scena, tipica dello stile indipendente di quegli anni, risente molto di quell'esperienza e anche l'attenzione tutta particolare che viene data alla recitazione che a tratti sembra essere considerato il vero mezzo liberatorio e la vera cifra di una possibile indipendenza per il cinema americano.

Una volta l'anno ogni anno

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Kekkoz ha compilato l'agognata classifica 2008 della cinebloggers connection facendo una media non ponderata dei voti ricevuti dai film che sono stati valutati da almeno 8 membri.

La cosa è come ogni anno molto interessante poichè nonostante le diversità di approccio che esistono all'interno della connection (nessun film ha mai il 100% delle valutazioni positive o negative) è innegabile che ci siano delle polarizzazioni e degli autori prediletti.
Alcune più "facili", come il primo posto di Ratatouille, e altre invece meno ma che tendono a ricorrere, come l'incredibile decimo posto di Sunshine (incredibile che si sia posizionato davanti ad INLAND EMPIRE!), che mi riempe di gioia nonostante io abbia contribuito ad abbassare la media, o anche il secondo di Io Non Sono Qui (vera rivelazione dell'anno molto apprezzato anche in giro ma poi sempre messo dietro a lavori più acquietanti e abituali) che dimostrano appunto che esistono nella connection delle tendenze specifiche e più raffinate diverse da quelle mainstream.

Insomma sono contento di vedere almeno una volta l'anno di potermi illudere che ci sia una sorta di visione comune delle cose che un po' omologa i giudizi e la visione di cinema nella connection differenziandoli contemporaneamente da molte delle cose che si leggono fuori.

Io mi lamento spesso (senza dare colpe a nessuno sia ben chiaro, anche perchè sarei il primo da incolpare) del fatto che la cinebloggers connection poi per un motivo o per l'altro non riesca a fare gruppo davvero, non riesca a far emergere da tutti quei post e e quelle discussioni nei commenti una propria visione di cinema globale, una propria idea organizzata di cosa dovrebbe essere il cinema che poi si rispecchi solo nei voti e non debba solo essere desunta da essi.
Mi dispiace in sostanza che non ci sia, a fronte di tanta attività e tanta volenterosa passione, un tentativo di fare una sintesi di quello che si pensa e dei punti in comune, di creare una vera comunità che sia tale per una (necessariamente generica) identità di vedute.

Alle volte penso che la cosa è causata dal fatto che non ci si frequenta di persona, credo che se invece che incontrarsi nei commenti ci si incontrasse nei corridoi di una medesima struttura (è una metafora orrenda quella del palazzo/internet, uffici/blog lo so) e si discutesse viso a viso di continuo come si fa nei commenti, forse si creerebbe un pensiero più omogeneo. Almeno a me capita così, spesso mi costringono a riflettere di più a posteriori le discussioni che faccio viso a viso con persone che stimo poco che uno scambio di battute con blogger che stimo molto.

19.2.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Ecco il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.

LA PUNTATA DEL 16/02/08

Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada.