29.4.08

"Utile"??

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Leggo riporto da Gokachu:
La Mostra del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma "devono diventare cose molto diverse". Lo afferma il nuovo sindaco di Roma, Gianni Alemanno, secondo cui "così come è stata concepita, la Festa del Cinema rischia di essere il doppione di Venezia". Rispondendo alle domande di Maurizio Belpietro su Mattino 5, Alemanno ha spiegato che il festival romano va "rimodulato", "appoggiandolo ai David di Donatello": in questo modo "può diventare una cosa molto utile".

"La mia intenzione non è quella di cancellare le iniziative culturali prese nel recente passato, ma di far mettere i piedi per terra" ha spiegato Alemanno "La festa del Cinema la faremo su film italiani, sulla produzione italiana più che su star di Hollywood, in maniera tale che si promuova la nostra cinematografia. In tal senso Pasquale Squitieri ci aiuterà molto".
Che pure i David sono abbastanza innovativi.
Un'unica consolazione: l'alternativa non avrebbe fatto di meglio...

Che è sempre una buona occasione per mettere una foto da I 400 Colpi

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Con qualche giorno per elaborare il tutto penso che: sì, siamo tutti un po' più amareggiati del solito perchè Les Cahiers Du Cinema è in vendita.
Sì, siamo tutti daccordo che è un pezzo di storia del cinema imprescindibile e che il pensiero che non ci sia più un po' fa male e un po' fa anche aumentare le voci che dicono che una volta tutto era meglio.
Sì, siamo tutti daccordo che quantunque in molti non ne abbiano mai letto un numero (per evidenti problemi di lingua) si trattava di una delle poche riviste in grado di andare oltre la propria missione editoriale incidendo realmente sul sistema cinema.

Sì ci dispiace. Ma era un'altra era. Les Cahiers Du Cinema sarà venduta e il cinema andrà avanti.

Sopravvivere Coi Lupi (Survivre avec les Loups, 2007)
di Vera Belmont

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POSTATO SU
Il film sul nazismo non li sopporto più. Soprattutto perchè essendocene stati davvero molti il modo di mettere in scena, anche nel migliore dei casi, è sempre lo stesso. In pochi davvero hanno saputo mostrare le note atrocità in una maniera diversa e soprattutto in pochi sono riusciti anche in maniera canonica a fare dei bei film.

Sopravvivere coi lupi dunque pur partendo in difficoltà ha il grande merito di svincolarsi quasi subito dal problema di mettere in scena la persecuzione antisemita. La parte di nazismo infatti è solo lo sfondo, potrebbe trattarsi di qualsiasi guerra o qualsiasi atrocità che separi una famiglia e sarebbe lo stesso, il fatto che si tratti del nazismo è solo una casualità dovuta al fatto che la storia si ispira ad un fatto realmente accaduto (o sarebbe meglio dire realmente raccontato, poichè si è scoperto che il libro da cui è tratto il film è in realtà pieno di invenzioni).

La storia della bambina ebrea separata dai genitori deportati per essere messa in salvo che attraversa tutta la Germania a piedi fino alla Russia e torna indietro in Belgio, sopravvivendo per mesi nelle foreste, cibandosi di quello che trova e per l’appunto vivendo coi lupi è una favola amarissima, adulta e molto sporca. Sporca di fango, pioggia, polvere e sangue, ma non priva di un umanesimo confortante senza essere buonista.

Vera Belmont non sceglie certo la strada più facile a cominciare dalla crudezza della messa in scena fino alla scelta di dare a tutto il racconto una forte impronta estetizzante. Sopravvivere coi lupi infatti è una film che punta moltissimo sulle immagini, i forti rossi che contrastano con i restanti colori desaturati come anche il marrone della terra sempre presente sul volto e sui vestiti della bimba, cercando di rendere così il dramma interiore della solitudine e dell’abbandono.

E’ quindi decisamente sorprendente (e in maniera positiva) il modo in cui è raccontata la storia della piccola Misha. Si partecipa autenticamente ad un fatto non molto autentico ma che si spaccia per tale eppure poco importa, perchè di fronte ad un racconto così coinvolgente i fatti perderebbero comunque la loro contingenza reale per diventare davvero metafore affidabili di una realtà famelica.

28.4.08

Tutta La Conoscenza Del Mondo (2001)
di Eros Puglielli

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Puglielli è stato ritenuto per un certo periodo tra le più promettenti nuove leve del cinema italiano, uno dei pochi determinato a recuperare il cinema di genere ma con un'ottica moderna ecc. ecc.
Tutta La Conoscenza Del Mondo è il suo secondo lungometraggio e il primo ad ottenere una certa visibilità anche in virtù di partecipazioni più importanti (vedi anche la presenza di Albertazzi).
E' fuori di dubbio che Tutta La Conoscenza Del Mondo sia portatore di una visione un po' più fresca della media, anche se il modo di raccontare la storia, il modo di mettere in scena i personaggi e di dare respiro e credibilità a loro e alla trama sono abbastanza immaturi e ricordano a tratti più il cortometraggio allungato che un vero lungometraggio.

Tuttavia Puglielli usa grandangolari e altri obiettivi deformanti per mettere in scena una realtà deformata anche nella recitazione degli attori nonchè nei fatti narrati. Mette insomma in scena un "tutto coerente", il che non è mai male, ma il vero problema è che a fronte di un racconto non eccessivamente appassionante e di personaggio stralunati non c'è altro.
Non c'è empatia, non c'è partecipazione, non c'è coinvolgimento e da tanto anticonformismo non emerge una visione di mondo cui aderire o da respingere, non emergono valori o idee dell'autore. Non emerge in sostanza "autorialismo" (per dirlo con una parola sola che semplifica anche troppo un concetto più complesso), ma questo non sarebbe un problema, sono il primo a sostenere che l'esigenza di fare autorialismo sia una delle tante piaghe del cinema italiano contemporaneo. Il punto è che non solo non c'è autorialismo ma non c'è nemmeno "mestiere", cioè manca pure l'altra possibile dimensione del racconto, quella cioè di una storia fortemente incentrata sui fatti e sull'azione che sia raccontata e messa in scena alla grande e dunque in grado di parlare da sè.

Per questo Tutta La Conoscenza Del Mondo mi appare interessante, ben fatto ma sostanzialmente immaturo e al massimo "promettente". Ma di quali promesse si parli non saprei dirlo nemmeno io.

27.4.08

Control (id., 2007)
di Anton Corbijn

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Il fatto se un film sulla vita di un musicista debba avere o meno una grande parte musicale è sempre argomento di dibattito, da un lato c'è infatti l'esigenza di raccontarne la vita, dall'altro quello di spiegare, mostrare e veicolare i suoi valori attraverso ciò che ha espresso (quindi la musica).
Il risultato, come è evidente, è che occorre un'intelligenza ed un'abilità non comuni per raccontare un grande musicista, specialmente quando ci si deve confrontare con i fan e assicurarsi (come è ragionevole fare) che non rimangano delusi dalla ricostruzione.
Personalmente odio i biopic e trovo che, tranne casi rari, siano abbastanza stupidi e malfatti, che insistano sempre troppo sulla vita privata, quasi sempre priva di eventi realmente interessanti, e che non riescano mai a raccontare il professionista prima dell'uomo (che è poi il motivo percui quella particolare figura è passata alla storia).

Riassunto di tutto questo è Control, film su Ian Curtis, leader dei Joy Division morto a 24 anni, girato in un ruffianissimo bianco e nero molto curato e contrastato e tutto centrato sui deliri interiori del protagonista e poco sulla musica.
La scelta di Corbijn dunque è di lasciare la musica in secondo piano. Non si comprende l'originalità della band, non se ne capiscono i motivi del successo nè è chiaro perchè Ian Curtis sia osannato dalle folle.
E' però raccontata con dovizia di particolari la sua vita privata, con un senso poetico abbastanza ridicolo che mitizza il quotidiano e anche lo squallido (i piccoli e grandi tradimenti, il rapporto con la moglie e con la band).

Non mitizzare eccessivamente la figura, renderla umana e terrena poteva essere una scelta in grado di pagare, ma sinceramente non è stato così. L'esigenza di creare a tutti i costi (ed è un'operazione che comincia fin dal bianco e nero) una dimensione sentimental-romantica intorno ad ogni elemento della storia è abbastanza stucchevole e non fa che appesantire una storia che di suo è anche priva di grossi eventi.

26.4.08

Un'Estate Prodigiosa (Shchedroye leto, 1950)
di Boris Barnet

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Arriva su Rai3 un'infornata niente male di opere di Boris Barnet, maestro della commedia di cassetta sovietica, ma anche fine artista.
Un'Estate Prodigiosa raccontando delle storie d'amore che si instaurano in un collettivo operaio e delle dinamiche di fedeltà al regime, lavoro stakanovista (mai termine fu più adatto) e amicizia virile che intervengono dipinge un quadro non tanto della Russia dell'epoca (ben più disastrata di quella del film) ma dei valori che la permeavano.

Con ovvi obblighi dittatoriali il film esalta il valore del lavoro e della fedeltà al comunismo ma l'individualismo è dietro l'angolo. Le figure sono invidiose le une delle altre, cercano un successo personale convinti che ad esso corrisponderà anche un successo amoroso. Donne e uomini si danno battaglia per l'amore dei propri amati attraverso il lavoro e, benchè lo facciano passando per i loro collettivi e i gruppi cui aderiscono, comunque la vivono come lotte private.

Barnet guarda a tutto questo con un occhio incredibilmente americaneggiante, molte parti di pura commedia e di musica seguono i dettami del musical hollywoodiano e se il montaggio, com'è ovvio che sia, è di pura scuola russa (con sperimentazioni nelle transizioni a metà tra l'audacia e il demodè), l'impianto visivo è decisamente occidentale.
La forza di Barnet sembra infatti non tanto risiedere nella scrittura (cosa che comunque gli fece guadagnare incassi e favori del pubblico) ma nella capacità di immaginare e "vedere" senza confini, sapendosi ispirare al cinema europeo come a quello americano.

25.4.08

Questo si che si annuncia come divertente

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E' ufficiale che Lo Hobbit lo dirigerà Guillermo Del Toro...

Racconti Da Stoccolma (När mörkret faller, 2006)
di Anders Nilsson

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Solitamente quando i film si propongono di trattare argomenti umanitari o sociali molto precisi e si ispirano troppo ai fatti di cronaca perdono in narrazione, risultando paradossalmente più fasulli perchè cedono nella forma dell'intreccio. Sono in sostanza film peggiori. Anche un grande sostenitore dello spunto di cronaca come Truffaut infatti era convinto che solo una piccola parte del film dovesse venire da lì.
Racconti Da Stoccolma nasce per parlare della difficile condizione della donna e dei rapporti familiari in paesi europei, luoghi in cui tali problemi dovrebbero essere superati.

Sono tre storie narrate contemporaneamente passando da una all'altra senza troppa regolarità e non è regolare nemmeno la qualità del narrato. Se infatti due tronconi narrativi corrispondono in pieno allo stereotipo del film che si preoccupa unicamente di raccontare la cronaca rendendo giustizia alla realtà e finendo per essere anti-cinematografici (nel senso che l'intreccio si sviluppa in maniera anticonvenzionale senza che però ci sia una struttura alternativa a giustificare tutto questo) uno invece è vero cinema.

Si tratta di quello centrale, quello che (non a caso) ha stimolato il regista a realizzare l'opera e che costituisce anche l'atto di denuncia più forte. Nonostante sia come gli altri tratto da un fatto di cronaca la narrazione è di tutt'altra pasta, probabilmente c'è stato più impegno o anche più semplicemente la storia casualmente di suo si adattava meglio ad un racconto filmico.

E' fenomenale però come quando riesce bene la narrazione riesca bene tutto. Il segmento della ragazza medio orientale che risiede in Svezia con la sua famiglia la quale la perseguita dandole letteralmente la caccia per eliminarla fisicamente poichè solo sospettata di essere andata una volta con un uomo riesce a fare tutto quello che il resto del film si propone e manca inesorabilmente: stupire, far arrabbiare, intrattenere, raccontare per immagini.
Peccato che sia solo uno di tre frammenti.

Usciranno?

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All'interno dei film presentati fuori concorso a Cannes c'è decisamente più di una sorpresa, e soprattutto finalmente si sente parlare di nuovo del Maradona di Kusturica.

Fuori concorso

Chelsea Hotel - Abel Ferrara
Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo - Steven Spielberg
Kung Fu Panda - Mark Osborne e John Stevenson
The Good, the Bad, and the Weird - Kim Ji-woon
Vicky Cristina Barcelona - Woody Allen

Special Screenings

Ashes of time - Wong Kar-Wai
C’est dur d’être aimé par des cons - Daniel Leconte
Of Time and the City - Terence Davies
Roman Polanski: Wanted and Desired - Marina Zenovich
Sangue pazzo - Marco Tullio Giordana

Midnight Screenings

Maradona - Emir Kusturica
Surveillance - Jennifer Chambers Lynch
The Chaser - Na Hong-jin

Screening of the President of the Jury

The Third Wave - Alison Thompson

Un Certain Regard

Afterschool - Antonio Campos
Cloud 9 - Andreas Dresen
I Want to See - Khalil Joreige e Joana Hadjithomas
Involuntary - Ruben Östlund
Johnny Mad Dog - Jean-Pierre Sauvaire
Los Bastardos - Amat Escalante
O’ Horten - Bent Hamer
Parking - Chung Mong-Hong
Part Ocean, Part Flame - Fendou Liu
Salt of This Sea - Annemarie Jacir
Soi Cowboy - Thomas Clay
The Dead Girl’s Feast - Matheus Nachtergaele
The Modern Life - Raymond Depardon
Tokyo Sonata - Kiyoshi Kurosawa
Tulpan - Sergei Dvortsevoy
Tyson - James Toback
Tôkyô! - Bong Joon-ho, Michel Gondry e Leos Carax
Versailles - Pierre Schöller
Wendy and Lucy - Kelly Reichardt

24.4.08

Iron Man (id., 2008)
di Jon Favreau

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Lo dico subito: ho lavorato per il blog di Iron Man, iniziativa non ufficiale paradistributiva incentrata sul film di Jon Favreau.
Lo dico subito perchè non mi si venga a rompere le scatole con il mio coinvolgimento con la promozione o le attività legate alla promozione del film. Potete anche smettere subito di leggere.

Non posso negare che mi dispiace che ci sia un ombra di coinvolgimento nell'uscita proprio per un film che mi è piaciuto così tanto. Iron Man infatti contro ogni sospetto si piazza ai massimi vertici delle riduzioni filmiche di fumetti. Anche davanti al mio adorato Hulk di Ang Lee.
Favreau (regista di non troppa esperienza) rinuncia ad ogni possibile autorialismo e gira un film dal ritmo invidiabile, dall'asciuttezza e dalla ragionevolezza rari. E' un vero pezzo di ottimo mestiere Iron Man, dotato com'è di tutte le solite caratteristiche del suo genere, ma incastrate a dovere come farebbe un ottimo orologiaio.
Ancora più in là di questo Robert Downey Jr. dona una credibilità a tutta la parte più ironica del film che non si crederebbe (o meglio non si crederebbe per il film non per lui che sappiamo essere dotato).

Incredibilmente Iron Man, pur non discostandosi di fatto dalle altre realizzazioni del genere, riesce nell'operazione tipica dei fumetti classici migliori e cioè non trasformare l'eroe rendendolo più realistico, ma rendere accettabile e credibile un uomo in un'armatura robotica, rendere credibile cadute sovrumane che non hanno conseguenze, rendere credibili storie d'amore scontatissime e meccanismi narrativi già visti milioni di volte.
E' il classico lavoro ben fatto con qualcosa in più, con un tono ironico e alle volte grottesco di chi non si prende troppo sul serio che rende Iron Man intrattenimento vero, fatto davvero bene. Intrattenimento nel senso che si ride, che ci si appassiona, che si rimane avvinti e che ci si stupisce. Giuro ci si stupisce davvero in almeno un paio di occasioni!

Me l'ero dimenticato cos'era il buon cinema d'intrattenimento. La buona americanata.

Quello che auspicavo da una vita

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Matteo Garrone in concorso a Cannes. Alto budget, testo solido, Toni Servillo, attori presi dalla strada, mafia.

Sarà capitato anche a voi

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Confesso qui una malattia incurabile.
Ogni volta che vedo in un film immagini di un altro film (solitamente più vecchio) impazzisco per capire quale film sia.
Ma no un normale tentativo di capirlo, magari ai fini della trama. No! Io nell'inquadratura guardo solo quello fino a che non lo capisco, guardo solo lo schermo anche se è di sfondo e sfuocato, anche se succedono cose turche in primo piano e anche se l'impresa sembra disperata. Anzi più il film mostrato si presenta di nicchia più mi sento in dovere di capire cosa sia.
Non so, sarà per la grande passione che ho per il cinema passato, sarà per competitività, sarà per conferme di conoscenze personali...

L'ultimo caso è stato il film che guarda Jason Schwartzman in Hotel Chevalier, il corto che precede Il treno per il Darjeeling. Ci ho messo un po' perchè le scene scelte non erano le più indicative ma l'ho azzeccato (giuro) che era Stalag 17 e quando ho letto che era effettivamente quello tra i titoli di coda un senso di relief mi ha pervaso.
Però non so che sia successo nel corto durante quei momenti...
Mi sono perso qualcosa?

23.4.08

Rocky VI

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Conoscevo l'esistenza di questo corto del 1986 di Aki Kaurismaki intitolato Rocky VI ma stranamente ancora non l'avevo visto.
Nato per il suo profondo disprezzo per Stallone "che io penso sia uno stronzo", il film ribalta la trama di Rocky IV e mette in scena il solito mondo di disperazione, umorismo e alcol di Kaurismaki.
La cosa divertente è che alla fine sembra più un omaggio a Toro Scatenato (non tanto per la boxe in bianco e e nero quanto per l'uso dei carrelli che stringono sui personaggi) che altro...

Il Treno Per Il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007)
di Wes Anderson

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POSTATO SU

Uno dei tratti fondamentali di parte del cinema d'azione asiatico moderno (almeno per un occhio occidentale) è l'esplosione di violenza, il fatto cioè che spesso i momenti efferati e violenti arrivino senza alcun preavviso tipico solitamente dato da elementi come musica, montaggio, dialoghi, sguardi o qualsiasi altra strategia cinematografica. Allo stesso modo in Wes Anderson esplodono le emozioni, il suo stile di racconto cinico e un po' distaccato è poi costellato di continue microesplosioni di emotività, una frase, un gesto o un momento che rivelano un dramma o un sentimento quando meno lo si aspetta e senza che in nessun modo sia annunciato.

E' una delle caratteristiche più importanti di questo finto indipendente, che gira con un rigore raro (i suoi caratteristici movimenti di camera ortogonali qui arrivano all'esasperazione), prediligendo il piano sequenza e gli ambienti stretti (la casa dei Tenebaum, la nave di Zissou, ino all'estremo e angusto spazio della cabina del treno nel quale si trova incredibilmente a suo agio), sapendo comporre l'inquadratura come pochi oggi e raccontando storie di formazione come se ogni storia possibile fosse di formazione.

Inutile dire del continuo raccontare sempre la stessa storia di famiglia ovattate e allo sfascio, più interessante è forse notare come specialmente quest'ultimo suo film, Il Treno per il Darjeeling renda spesso esplicite molte metafore, rendendole così operative e facendole diventare uno strumento in più.
In un punto della storia i tre fratelli protagonisti tentano di salvare tre bambini, uno non ce la farà. Non era ufficiale ma metafora voleva che ognuno avesse un bambino da salvare, quasi si fosse preso carico unicamente di quella vita come obiettivo da raggiungere per la propria salvezza. Ma in maniera palese Adrien Brody dichiarerà: "Il mio non ce l'ha fatta" tenendo in braccio il corpo senza vita.
Solitamente una cosa simile è condannabile perchè non serve dirlo ad alta voce, è più efficace se lo spettatore fa l'associazione da solo. In questo caso tuttavia il fatto che lui lo dica ad alta voce non è mancanza di fiducia nello spettatore ma rende la questione esplicita e utilizzabile più avanti: il protagonista stesso aveva fatto l'associazione, sapeva che era il suo bambino e lo dice agli altri che lui il suo non l'ha salvato i quali ora sanno che lui lo pensa, è un punto di partenza e non uno di arrivo. Un segno di come Anderson non rispetti (e con buone ragioni) molte regole auree del cinema.

Questo è un solo esempio della raffinatezza stilistica del cinema di Wes Anderson (altra è la capacità di associare ad ogni personaggio anche marginale una storia (i lividi sul corpo di Natalie Portman) o di incastrare più racconti in quello principale) che nonostante cerchi in tutti i modi una personalizzazione portata all'estremo (come sempre i colori sono fondamentali oltre che coerenti lungo tutta la pellicola, al pari di una lunga serie di oggetti che ricorrono) sembra poi non riuscire ad uscire dal seminato. E lo dico con grande dispiacere.
Quello di Wes Anderson è un cinema tra i più sorprendenti e originali degli ultimi anni, l'unico che sembra essere partito dalle istanze indipendenti americane (ma già ne era lontano con Rushmore) per andare da altre parti senza rimanervi imbrigliato, l'unico che guardi davvero al passato (peraltro europeo) senza citazionismo (per questo mi hanno infastidito molto gli zoom anni '70), che sappia fare tesoro del linguaggio dei videoclip (e non per il montaggio una volta tanto!) e l'unico in grado di raccontare trame avvincenti riuscendo a trovare una strada personale per la messa in scena di personaggi umani.

Eppure, se non in Rushmore, la sua poetica dei bambini viziati cresciuti e fieri di esserlo che nonostante la bambagia non riescono ad avere i rapporti che vorrebbero, che falliscono in tutto nonostante siano pieni di potenzialità sembra non riuscire a compiere l'ultimo miglio e rimanere sempre ingabbiata in un'ottima messa in scena ma nulla più.

E comunque quando alla fine ci si trova sui monti dell'India, in un convento, con le suore, gli autoctoni e gli interni bianchi se il pensiero non vola SUBITO a Narciso Nero mi dispiace per voi.

22.4.08

Tutti Pazzi Per L'Oro (Fool's Gold, 2008)
di Andy Tennant

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POSTATO SU
Il cinema d'avventura sarebbe tutto da riscoprire, sepolto com'è dopo una stagione di clamoroso ritorno sulle scene grazie al franchise di Indiana Jones.
Sarebbe da riscoprire perchè quello dell'esplorazione e della ricerca è un tema tipico del cinema, perchè unisce lo spostamento della frontiera del western con la risoluzione del mistero del giallo e perchè propone figure intermedie tra uomo d'azione e astuto stratega che poi non hanno pari in altri generi.

Tutti Pazzi Per L'Oro non è proprio il film della rinascita del filone ma nemmeno una brutta exploitation. Mischiato con la commedia rosa com'è (data anche la coppia di protagonisti) non vuole essere un film d'avventura propriamente detto ma sfruttarne le componenti vincenti a suo vantaggio contando anche su un'ambientazione esotica (altra freccia all'arco del cinema d'avventura di cui mi ero dimenticato) ed estiva particolarmente estremizzata dall'uso indiscriminato di filtri polarizzatori.

E il suo lavoro Tutti Pazzi Per L'Oro lo fa senza ombra di dubbio, distribuendo a piene mani divertimento nel senso più totale della parola, spaziando cioè dalla risata, al ritmo, al racconto concitato di fatti coinvolgenti e rendendo possibile (o quantomeno accettabile) l'impossibile.
Peccato semmai per le figure di contorno assolutamente accessorie (interpretate da Donald Sutherland e Ewan Bremner) e per i cattivi (un Kevin Hart, rapper pieno di soldi). Decisamente con un buon cattivo il film poteva guadagnare tantissimo.

Continua la rivalutazione di Matthew McConaughey che al contrario della sua partner Kate Hudson ha più potenzialità di quelle che esprime solitamente e qui si intravedono tutte.

Ah! E' impossibile guardare inseguimenti subacquei dopo quello punto-di-non-ritorno di Turistas.

21.4.08

Riflessi pavloviani

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Alla proiezione di I Demoni di San Pietroburgo ho scoperto che ormai quando vedo il cartello:
"Questo film ha ricevuto il contributo del Ministero Per I Beni Culturali ed è considerato un'opera di alto interesse culturale"
ho un riflesso condizionato che mi predispone alla visione del peggior cinema.
Tanto che credo che alla fine i film migliori fatti con i soldi dello stato nemmeno lo esibiscono il cartello...

E il film di Montaldo per inciso ha confermato il rinforzo negativo.

20.4.08

Grisbi (Touchez Pas Au Grisbi, 1954)
di Jacques Becker

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Capitano i piccoli miracoli nella storia del cinema, film incredibili che riescono a raccontare una storia in maniera lineare come molti altri ma che in maniera quasi magica (ma non si tratta certo di magia!) parlano di tutt'altro e lo fanno con un'efficacia che è molto superiore ai temi trattati dalla trama.

E' il caso di Grisbi che racconta di un colpo già fatto (il film si apre che il malloppo è nelle mani del gangster) e delle difficoltà di smaltire il bottino e farla franca. Dinamiche gangsteristiche classiche, caccia e fuga, segreti e tradimenti, donne perdute e traditrici (Jeanne Moreau) e uomini vittime.
Ma il miracolo di Grisbi è che è un film che in realtà non parla di polizia, gangster e malavita, bensì di amicizia e vecchiaia.
I due temi non sono sullo sfondo, assolutamente, anzi si potrebbe dire che sullo sfondo sono le dinamiche da malavita. Becker esagera, nel senso che si occupa pochissimo di mandare avanti la trama dilazionando le scene cardine per il plot in mezzo al film senza la minima fretta.

Romantico come pochi hanno mai saputo essere, senza il minimo bisogno di raccontare storie d'amore, pieno di senso del cinema per il quale le immagini sono in rapporto dialettico tra di loro e proprio da quel rapporto emergono significati, emozioni e valori, Grisbi è un vero caso raro, un film che riesce in maniera arrogante e freddamente programmatica a fare ciò che ogni altro film si propone al momento di iniziarne la produzione.
E poi c'è Jean Gabin che se non è il più grande attore che abbia mai messo piede su un set poco ci manca. E solo lui in un film del genere poteva rendere scena madre quella in cui il protagonista si mette gli occhiali per leggere. Solo lui.

19.4.08

Marathon (id., 2002)
di Amir Naderi

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Al terzo tentativo Amir Naderi centra l'obiettivo. Con l'ultimo capitolo della trilogia su Manhattan riesce infatti finalmente a fare un discorso coerente e convincente che metta in scena un concetto solido di metropoli.

Marathon è la storia di una ragazza che come ogni anno cerca in una giornata di risolvere quante più parole crociate è possibile. In 24 ore deve battere il suo record precedente di 77. Per fare questo gira per la città e specialmente in metropolitana, poichè solo nel caos riesce a concentrarsi.

Con grandissima abilità Naderi utilizza l'espediente di trama per mostrare la città finalmente in maniera valida. Di tanto in tanto suggerisce personaggi, mostra emozioni e porzioni di trama, ma rimane sempre molto concentrato sulla protagonista e soprattutto sui rumori.
Marathon è infatti tutto focalizzato sui rumori della città, legge Manhattan a partire dall'inquinamento acustico e ne fa stavolta un ritratto intrigante.

Mentre apprendiamo da alcuni messaggi lasciati in segreteria telefonica che molta della spinta a fare la maratona viene dalla madre della protagonista, la quale già ne aveva compiute in gioventù (con un record migliore della figlia), Naderi scende sempre più in basso nell'abisso dell'anonimizzazione data dal caos.
La protagonista, che nel caos dice di trovare la concentrazione, verso la fine sembra impazzire, perde la concentrazione e non riesce ad andare avanti, si chiude in casa e ricrea artificialmente il rumore della città ma non serve.

Girato in un bianco e nero violento Marathon è ufficialmente complesso, non cerca molto una trama ma la suggerisce e nega soprattutto l'intreccio. In più riesce a trovare un finale degno di questo nome che, a fronte di tanto mettere in primo piano Manhattan, risolleva la personalità della protagonista.

18.4.08

A,B,C... Manhattan (id., 1997)
di Amir Naderi

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Il secondo capitolo della trilogia su Manhattan di Amir Naderi è decisamente il più debole. Tutto centrato sulla storia di un appartamento e delle persone che lo abitano parla della diversa umanità che vive prospera e può esistere unicamente nella metropoli.
Ci sono una coppia che si scopre poi essere formata da due fratelli, un'altra fatta da due lesbiche e un bambino di mezzo. In più il solito vivere alla giornata, non riuscire a trovare i soldi e i modi per andare avanti.

Naderi continua a raccontare la Manhattan artistoide giovanile dal punto di vista più precario, senza mai scegliere come protagonisti dei veri poveri o dei veri outcast, ma sempre personaggio apparentemente integrati che tuttavia sembrano non riuscire a sopravvivere nella metropoli.

C'è sempre qualcosa di perduto che non si trova, c'è sempre un vagare nervoso per le vie della città e per gli appartamenti in cerca di un oggetto, di una stanza o di una persona. Sempre di più Naderi dà l'idea che per lui la metropoli (o anche solo Manhattan) sia il luogo in cui le cose si perdano, il caos per eccellenza che impedisce di vivere praticamente nascondendo gli oggetti o le persone.
Eppure i suoi personaggi non sono il massimo della credibilità e gli espedienti con i quali cerca di renderli umani (l'agnizione a sorpresa di un amore lesbico o la decisione di affidare il proprio figlio a qualcun'altro) suonano stonati.
Rimane però l'indubbia abilità e la lodevole volontà di compiere un racconto programmaticamente complesso attraverso una narrazione pseudo lineare.

17.4.08

Manhattan By Numbers (id., 1993)
di Amir Naderi

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Primo capitolo della trilogia su Manhattan del regista indiano Amir Naderi, Manhattan By Numbers si inserisce nel filone degli incubi metropolitani, un one-day-movie (come gli altri della trilogia) tutto svolto in un'unica giornata in cui il protagonista, prossimo allo sfratto deve trovare una certa persona.
Ben presto l'intento del film diventa chiaro, la persona non si troverà, il suo nome, la sua essenza sono il simbolo di ciò che sfugge e si perde nella grande metropoli.
Infiniti giri, diversi quartieri, diverse persone di Manhattan, da Wall Street ad Harlem (sempre con Gato Barbieri in sottofondo), dai barboni agli uomini d'affari, l'Odissea alla ricerca dell'amico che potrebbe salvarlo dallo sfratto diventa un incubo.
Vagamente il pensiero può andare a Il Segno Del Leone, l'esordio di Rhomer al cinema, per come la città in sè e nel corso di un lasso breve di tempo (qui un giorno, lì pochi giorni) possa trasformare un uomo.

Ma ancora più in là il film cerca (e in questo riesce meno) di parlare anche del concetto stesso di vivere metropolitano ma risulta inevitabilmente limitato al contesto locale. Tutti i dettagli di cui il film è intriso e il presenzialismo di Manhattan non riescono a tradursi in metafora universale, così Manhattan rimane Manhattan e la possibile idea di metropoli universale in cui ogni uomo è perso e in cui si perde ciò che si cerca ha decisamente meno forza.

16.4.08

Wildly popular trailer wil be adapted into a movie

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Imperdibili le scritte che scorrono sotto.

Stiamo parlando di uno dei più grandi hype della storia

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James Cameron spiega la ragione della sua fissa con il 3D alle masse
The characters, the dialogue, the production design, photography and visual effects must all strive to give the illusion that what you're seeing is really happening, no matter how improbable the situation might be if you stopped to think about it -- a time-traveling cyborg out to change history by killing a waitress, for example. When you see a scene in 3-D, that sense of reality is supercharged.
The visual cortex is being cued, at a subliminal but pervasive level, that what is being seen is real. All the films I've done previously could absolutely have benefited from 3-D. So creatively, I see 3-D as a natural extension of my cinematic craft.
e per chi abbia ancora dei dubbi sul fatto che Avatar si propone di essere il film del definitivo sdoganamento del 3D
I plan to shoot a small dramatic film in 3-D, just to prove this point, after "Avatar."
In "Avatar," there are a number of scenes that are straight dramatic scenes, no action, no effects. They play very well, and in fact seem to be enhanced by the stereo viewing experience. So I think this can work for the full length of a dramatic feature. However, filmmakers and studios will have to weigh the added cost of shooting in 3-D against the increased marketing value for that type of film.

10 Cose Di Noi (10 Items Or Less, 2007)
di Brad Silberling

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Non basta una telecamera digitale per fare un film indipendente, non basta girare tutto in esterni e con troupe leggera, non basta avere un budget basso e soprattutto non basta una produzione indipendente.
Il concetto di indie ha infatti assunto valori e significati che vanno oltre o meglio ampliano il significato stretto del termine. Non è il cinema (ma vale anche per la musica) che non si appoggia a grosse produzioni, è soprattutto il cinema che si permette di sperimentare che può avere l'asciuttezza, la freschezza e la spontaneità che spesso manca alle produzioni più grandi e che dà spazio a talenti o idee un po' più anticonvenzionali.
10 Cose di Noi invece è assolutamente convenzionale. Grazie al cielo non è anch'esso indipendente nella maniera "sundancesca", ma lo è lo stesso nella maniera più banale possibile. Non serve una produzione indipendente per fare un film così.

Soprattutto ciò che infastidisce davvero è il modo in cui il film si bea della propria natura indie, come fosse un vanto, lasciando a Morgan Freeman diversi spazi in cui divertirsi e mettendo in scena una sceneggiatura verbosissima e considerazioni molto spicciole sulla vita e le prove cui ci sottopone. Ma il punto ancora è che il cinema indipendente non è là per divertirsi, non è una piccola dimensione in cui registi, autori e attori possono fare un po' quel che vogliono e girare gli stessi film che fanno ad Hollywood solo in maniera più arrembante.
Che senso ha per un regista che già lavora per le grosse produzioni o per un attore rinomato fare un film indipendente se non tentano qualcosa di innovativo?

Certo se dicessi che nella scena finale non mi sono venuti gli occhi lucidi mentirei, ma questo non può fare testo, anzi il fatto che mi abbia così banalmente e facilmente comprato è ancora più sintomo di come si tratti di un film che riunisce gli stereotipi del cinema indipendente con un obiettivo ben preciso. O per dirla con ancor più astio, è il cinema indipendente visto dall'alto del cinema hollywoodiano con boria e arroganza.

Ecco dico "No!" a questo tipo di indipendenza!
Ma dico "Si!" a Paz Vega.

15.4.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Ecco il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.

LA PUNTATA DEL 12/04/08

Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada.

Il Matrimonio E' Un Affare Di Famiglia (Clubland, 2007)
di Cherie Nowlan

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Giuro che non sapevo che il film era andato al Sundance quando a pochi minuti dall'inizio pensai: "Tu guarda st'inglesi hanno cominciato anche loro a fare film da Sundance". Poi ho anche capito che il film non è inglese ma australiano.

Fatto sta che tocca prendere una posizione e subito su questo tipo di cinema, indubbiamente ben girato, indubbiamente ben recitato, con trame mediamente interessanti e dense di cinismo apparente che sfocia presto nei buoni sentimenti, personaggi che (per un motivo o per l'altro) ti conquistano e mille espedienti di nicchia (a volta sono le musiche, a volte le ambientazioni, a volte i gusti dei personaggi) che gridano allo spettatore "non è il cinema mainstream! siamo intellettualmente più alti della media ma comunque facilmente raggiungibili".

Tocca prendere posizione perchè non si può ogni volta dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, dire "Si è carino ma facilmente sopravvalutabile" e frasi simili. Tocca prendere una posizione, è buon cinema o no? O ancora più banalmente, ci auguriamo sempre più commedie di questo tipo o no?

Nello specifico Il Matrimonio E' Un Affare Di Famiglia ce la mette tutta per non scontentare gli spettatori narrando di situazioni tragiche con soluzioni edificanti e pacificanti e il più lieto dei finali, fermo restando una situazione amara.
Nel film, come in tutti quelli stile-Sundance (che ci siano andati o no al festival americano), in linea di massima il lieto fine è assicurato ma non ci si arriva tramite un risolversi degli eventi, bensì tramite un risolversi dei rapporti. I protagonisti del film vivono una vita amara e alla fine la loro situazione continuerà ad essere amara, anzi forse lo sarà un po' di più, ma avranno ritrovato i rapporti (solitamente familiari) che li aiuteranno ad andare avanti come e meglio di prima.
E' la tragedia del quotidiano messa in scena, con un'umanità che Manu ha definito molto bene come "normodotata + X", dove X è un carattere particolare, una distinzione utile poi a scatenare mille gag (si tratta pur sempre di commedie). In questo caso la X è il fratello down e la madre cabarettista alcolista.

Ma è proprio l'apologia del normodotato e della sua X che rende ogni personaggio strano ma in maniera tenera, psicotico ma nella media. Sono le piccole fisse, follie e stranezze di ognuno e questo cinema le esalta in chiave troppo autoconsolatoria.
Se (e dico "se", non ne sono convinto) il cinema deve mettere in crisi le nostre certezze e farci riflettere, lo stile Sundance è l'antitesi del cinema perchè propone dei modelli nei quali è facile, e soprattutto piacevole, identificarsi.

Mi si potrebbe obiettare che non solo è un cinema ben fatto ma propone anche delle figure di riferimento finalmente raggiungibili. Non è il cinema dei belloni e degli stili di vita proibiti a chiunque, ma quello dell'America cicciona e dell'umanità non realizzata, un cinema che parla davvero di chi lo fruisce.
A questo posso rispondere personalmente che i belloni, gli stili di vita lontani dalla realtà, la finzione, le trame poco plausibili ecc. ecc. sono per quanto mi riguarda l'essenza stessa del cinema, e per quanto non condanni assolutamente il cinema più realista trovo lo stesso che quello più meramente di finzione (fatto di espedienti narrativi e retorici) sia quello più puro e più interessante, quello in cui ciò che vediamo non è realtà ma metafora di realtà.
Ecco perchè alla fine io dico no al cinema Sundance. Perchè pretende e non raggiunge e offre una facile via d'uscita o una facile alternativa al cinema più popolare senza che ci sia vero pensiero dietro.

Ah! Le community....

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Compatto mi segnala che in rete è partita una petizione per far smettere a Uwe Boll di fare film. Si tratta del regista di capolavori come Alone In The Dark o House Of The Dead, il quale ha di sua sponte dichiarato (a fronte di tante critiche diverse ricevute), che avrebbe smesso di fare cinema se qualcuno avesse raccolto un milione di firme per questa causa.
In pochi giorni la petition è arrivata a 200.000.

Ma non pago di questa pubblicità indiretta ha anche messo un video su YouTube dove delirando dichiara il suo genio e lancia un'altra petizione, questa volta però a suo favore (che sta a poche decine di firme).

Non credo assolutamente nell'efficacia e nella bontà di simili iniziative, e come detto più volte ritengo che il vero cattivo cinema, quello che non dovrebbe esistere sul serio, non è quello palesemente scarso (il cinema di basso livello è sempre esistito, sempre esisterà ed è parte del sistema cinema), ma quello che pretende, che inganna e che con la sua esistenza e con lo status che assume svilisce il senso di "opera d'arte".
I film di Uwe Boll di certo non raggiungeranno mai quello statuto, rimarranno sempre film che tutti quanti sappiamo valere poco, non facendo dunque alcun danno.

Tuttavia mi intriga vedere la mobilitazione della rete e capire a quante firme si arriva, se davvero il populismo della facile lotta ad un regista e ad un cinema che "facilmente" (e lo dico nel senso più svilente del termine) è etichettabile come brutto raggiunge il milione.

13.4.08

Master And Commander (id., 2003)
di Peter Weir

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Incredibilmente mancato di poco alla sua uscita cinematografica, sempre consigliatomi ma mai recuperato lo vedo finalmente ora in virtù di una recensione troppo esaltata di un amico e per lui faccio ritorno in un luogo nel quale non mettevo piede da una vita: il videonoleggio.
Dopo aver dovuto firmare centinaia di scartoffie e aver pagato l'improbabile cifra di 7€ esco con il mio DVD noleggiato per due giorni ma senza contenuti extra. Poi dice che il supporto materiale è in crisi...

Master And Commander è tutto quello che promette e anche di più. L'avventura alta, il film che sollazza la carne e lo spirito.
Perfettamente aderente ad ogni impianto hollywoodiano, fondato su caratteri tipici e dinamiche virili note, dotato di tutti i momenti topici che ci si può attendere, è un film come pochi ne esistono in grado di dimostrare che, a saperlo usare, il sistema industriale e quello dei generi americano non è una gabbia ma una griglia da riempire di significati che può aiutare anche a parlar d'altro.
Troppo i temi del film per una trattazione in questa sede, tutti affrontati con semplicità, proprietà, intelligenza e acume. Ma a dominare su tutto, ed è ciò che più mi preme, è il rispetto per lo spettatore con il quale il film è girato. Ogni cosa, ogni particolare della ricostruzione storica, ogni piccola chicca e ogni grande discorso ("Volete vedere una ghigliottina a Piccadilly?!?") sono posti senza enfasi, ogni dettaglio sembra di sfondo e ogni scena sembra abbia poca importanza. Ma è vero l'esatto contrario.
E' il concetto di "testo aperto", nel quale ognuno è davvero in grado di vedere, notare ed esaltarsi per ciò che preferisce e come lo legge senza che (apparentemente) vi sia una mano forte che guida l'interpretazione.

Su tutto regna lui, il capitano, Russel Crowe, perfetto in ogni dettaglio, anche nel fisico (grande e grosso ma non scolpito), un gigante in tutti i sensi che senza dubbi fa la sua migliore interpretazione e regge tutto il film (anche se esso non ne avrebbe bisogno), diretto perfettamente.
Alla fine lo si seguirebbe davvero in capo al mondo Jack Il Fortunato, l'uomo che sa sempre cosa fare, che gestisce la ciurma con pugno di ferro, ma che sa avere una parola buona per tutti e conosce i suoi marinai per nome.

Certo non è poi un film perfetto al 100%, ne è un o di quei film che traggono vantaggio dalla propria imperfezione, dalla propria esagerazione. Ma come dicevo è un esponente del genere dei film di avventura "alti", che è una cosa difficilissima da vedersi, nonchè da realizzarsi.

Ognuno avrà il proprio ma per quanto mi riguarda il momento fondamentale del film è quando il capitano guardando con il cannocchiale la nave francese vede che anche l'altro capitano lo sta guardando. Il film è tutto lì.

12.4.08

La Ballata di Cable Hogue (The Ballad Of Cable Hogue, 1970)
di Sam Peckinpah

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Insolito esperimento per Sam Peckinpah che senza abbandonare lo scenario del West che tanto gli è caro vira sui toni della commedia e del grottesco per raccontare una storia di amore, vendetta e redenzione (dubbia) di un vero maledetto.
Arrivato direttamente dopo il Mucchio Selvaggio e quindi subito prima di tutto il resto della produzione nota del regista, La Ballata Di Cable Hogue, va detto subito, non fa ridere. Del resto non vuole essere proprio una farsa, più una pseudo favola sul tono del grottesco (specialmente nel finale) che punta su un umorismo molto d'epoca fatto di gag slapstick e accelerazioni.

A fare da sfondo è la storia di un self made man da quattro soldi e come al solito il tramonto dell'era del West, quando le macchine stanno arrivando a sostituire i cavalli e per gli uomini come Cable Hogue, vagabondi senza idee di famiglia, stato, chiesa e banca non c'è che la morte. Ma rispetto agli altri film la morte di Cable Hogue è anch'essa farsa.

Ma forse la cosa che più di tutte rende insulso il film (visto oggi) è il fatto che non ci sia nessuna mossa in nessuna direzione. La poetica di Peckinpah non affronta nulla di nuovo nè di serio, non ricalca il Mucchio Selvaggio nè anticipa ciò che sarà dopo. Sembra a tutti gli effetti un film su commissione.

11.4.08

Promemoria sul 3D

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Vi ricordo che nel 2009 esce Avatar di Cameron, unicamente in 3D, che è il primo film "autoriale" in tre dimensioni.

Vi ricordo che le sale in 3D in Italia al momento sono veramente poche e che i grandi multisala hanno dichiarato che passeranno alla proiezione in 3 dimensioni entro la fine del 2008.

E vi rendo noto che la Pixar ha dichiarato quali sono i prossimi 10 film che intende girare. 8 di questi saranno distribuiti in 3D a partire dal prossimo Up previsto per il 2009.
Tra gli altri ci sono un seguito per Toy Story (e 3) e uno per Cars, più La Principessa E Il Ranocchio che sarà disegnato a mano, Raperonzolo, Newt, L'Orso e L'arco, Il Re Degli Elfi (basato su un racconto di Dick (!!!)). Infine ritorneranno al cinema in 3D Toy Story e Toy Story 2.

Ora non avete scuse per non comprarvi degli occhialini da 3D vostri da professionisti, da portare al cinema in una valigetta apposita e montarli come una stecca da biliardo prima di indossarli.

Shine A Light (id., 2007)
di Martin Scorsese

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POSTATO SU

Martin Scorsese è senza dubbio uno dei più grandi metteur en scene moderni e i Rolling Stones ancora a tutt'oggi tra i più grandi performer. Unire le due cose ha del diabolico e non meraviglia che si possa a tutti gli effetti parlare di capolavoro.

Shine A Light è la ripresa di due date fatte dal gruppo di Mick Jagger e Keith Richards appositamente per l'occasione (cioè la ripresa del concerto stesso da parte di Scorsese), su un palco costruito come il set di una scena secondo le volontà del regista. Due date in cui i Rolling Stones hanno suonato alcune canzoni mai fatte prima dal vivo assieme ai soliti grandi successi per un pubblico ristretto ma soprattutto per le 30 telecamere disseminate e operate da 15 direttori della fotografia diversi. Una cosa mostruosa, mettere insieme così tanti fotografi è come far lavorare 15 donne ad un progetto unico senza farle litigare...

Martin Scorsese è semplicemente incredibile, abbiamo visto tante volte dei concerti ripresi ma come questo non c'è mai stato nulla. Shine A Light (e sorvolerò sul doppio significato del titolo che fa riferimento al lavoro PAZZESCO fatto sulle luci) prima di tutto porta avanti la ricerca estetica del regista, con gli esperimenti sui bianchi, sull'illuminazione e sui colori fatti negli ultimi 3-4 film e solo poi si diverte (letteralmente) a giocare con le aspettative degli spettatori in quei 2-3 momenti topici di un concerto (l'attacco, il bis, la chiusura).
Alla sua veneranda età Scorsese rimane uno dei più profondi innovatori del rapporto cinema e musica popolare (come fu in Woodstock, Mean Streets, The Last Waltz e molti altri exploit) in più si diverte ancora e gira senza preoccupazione e con scioltezza come si trattasse di un filmetto indipendente tutto grinta e voglia di sperimentare, infischiandosene delle regole. Ad un certo punto si vede anche un macchina fotografica alzarsi dalla folla per fare una foto e nonostante il fragore della musica si sente comunque il click dello scatto, evidentemente aggiunto dal regista in post produzione. Ma chi fa, ad oggi, queste cose??

Scorsese nella prima parte (che in breve racconta come si è arrivati a fare la serata) mette in scena se stesso, i suoi meccanismi di enunciazione, i suoi desideri per il documentario e i suoi segreti. Sono in gran parte dei finti, cioè scene girate appositamente fingendo si tratti di momenti di lavoro effettivi, lo si vede perchè il buon Martin non sa recitare, ma è comunque bello come giochi con la sua figura di regista e tutto comunque contribuisce al primo dei momenti topici: l'attacco del primo pezzo cioè l'inizio del concerto, girato in stile 100% scorsesiano (montaggio rapido, movimenti di macchina fulminei e secchi come del resto lo sono quelli degli attori coinvolti nella scena) è FENOMENALE, da alzarsi e urlare come se si fosse presenti all'evento.

Segue un'ora e mezza di concerto (interrotto ogni tanto da materiale d'epoca poco visto recuperato per l'occasione con molta ironia) ripreso in una maniera incredibile. Sembrano riprese fatte appositamente, sembra che Scorsese abbia dato le indicazioni di volta in volta come "Mettiti lì e fuma, stai sotto il riflettore e guarda il pubblico, ecco ora guarda in camera" ma in realtà è solo il frutto di un'attenta pianificazione e di un montaggio maniacale, più chiaramente qualche idea divina come la ripresa frontale che ad un certo punto viene fatta su Jagger con il set di luci che esplode in tutta la luminosità. Un piacere per gli occhi infinito.

Macchine da presa tutte in costante movimento per un documentario che è il più grande spot mai fatto alla droga per come mostra il gruppo di quasi settantenni e l'energia che trasmette (Jagger rimane l'unico al mondo a poter ancora urlare "One more time" prima di rifare un ritornello e rimanere credibilissimo).

Infine il finale, cioè come Scorsese sceglie di chiudere il film, inutile dirlo è fantastico, ironico e tutto centrato sulla figura stessa del regista (inteso come ruolo), sulla sua funzione, il suo lavoro, il suo rapporto con le stelle, con il pubblico e con il cinema.