30.5.08

Le avete usurate! Ormai non vogliono dire più nulla! Ed è colpa vostra!

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Voglio dare il via ad una petizione per l'abolizione dell'uso delle locuzioni "due solitudini che si incontrano" e "gioca di sottrazione".

Once (id., 2006)
di John Carney

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POSTATO SU

Che invece poi è proprio carino Once...
Non è la "rivoluzione dei musical" di cui si parla ma è un film che parla attraverso la musica in maniera molto intelligente. Era più rivoluzionario a livello di musical Dancer In The Dark se vogliamo...

Once è in realtà un film indipendente incentrato su un musicista e una ragazza che conosce, c'è dunque molta musica poichè la creazione di una demo è al centro della trama ma soprattutto a livello di rapporto tra i personaggi questi nel suonare assieme e nell'aiutarsi a fare musica riescono a comunicare meglio che a parole, e questo è reso davvero bene.
Cioè in Once la musica è una parte importante nella strutturazione del rapporto in un modo in cui si era già tentato di fare ma non si era in fondo mai riusciti. Le canzoni sono una vera narrazione in parallelo. E non è l'unico pregio del film!

Parte dunque alla grande mettendo in mostra una storia di autentica disperazione ma senza disperazione, con qualche tono sundance (l'aspirapolvere portato in giro) e molta cura per il racconto.
Poi il film non diventa ciò che promette e vira per un momento diventando un racconto di formazione di una band, per sfociare infine in un finale molto bello e per nulla scontato sia per trama che per girato (con uno dei dolly meglio usati da molto tempo a questa parte).

E' un'opera piccola, più piccola anche dei soliti film indipendenti, volutamente girata in fretta e d'istinto, illuminata moltissimo con luci naturali (di giorno) e provenienti dal set (di notte), girata in un digitale povero ma operato molto bene. Nonostante infatti i colori siano quelli da video amatoriale (dato anche il tipo di illuminazione) John Carney sia per colori che per composizione dell'inquadratura non rinuncia assolutamente ad una dimensione estetica, anzi!

La storia tra i due protagonisti segue percorsi poco banali e non punta a soddisfare gli spettatori, che è un gran bene, e non rinuncia ad una dimensione intimista, anzi cerca a tutti i costi la complessità dei sentimenti e non la loro semplicità, tirando in ballo la solitudine, l'attrazione, il ricordo e l'orgoglio.
E' un film piccolo, bello e complesso davvero Once, con il pregio di musiche da rock indipendente sentimentale un po' stile Radiohead, un po' Damien Rice.
Non sto qui a illustrare tutti i legami tra il regista e il protagonista, cantante della band che ha composto i pezzi (e vinto l'Oscar per la miglior canzone). Quelli li trovate su Wikipedia.

29.5.08

Canne(s) a Roma

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Anche quest'anno Le Vie Del Cinema da Cannes a Roma porta nella capitale in anteprima e per una settimana i principali film del festival, dando la possibilità di vederli a tutti quelli che abitano nei palazzi adiacenti ai cinema Alcazar, Intrastevere, Nuovo Sacher, Quattro Fontane, Sala Troisi e UGC Ciné Cité Porta di Roma e, se qualcuno di questi all'ultimo non potesse andare alla proiezione, anche a quelli che più si sono distinti nelle risse della biglietteria.

Stiamo parlando di uno dei più grandi hype della storia /2

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Altre dichiarazioni limite di James Cameron a proposito del suo prossimo film, Avatar segnalatemi da Davide:
Avatar will make people truly experience something. One more layer of the suspension of disbelief will be removed. All the syn-thespians are photo-realistic. Now that we’ve achieved it, we discovered CG characters in 3D look more real than in 2D. Your brain is cued it’s a real thing not a picture and discounting part of image that makes it look fake. Avatar is the single most complex piece of filmmaking ever made. We have 1,600 shots for a 2.5 hour movie. It’s not with a single CGI character, like King Kong or Gollum. We have hundreds of photo-realistic CG characters.
e ancora e più fomentante
I don’t know whether will be great film from narrative and critical standpoint, the experience of Avatar will be an experience unlike any other movies.
il primo episodio qui

Maradona di Kusturica (Maradona by Kusturica, 2006)
di Emir Kusturica

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POSTATO SU

Ed è subito Kusturica!
Maradona di Kusturica è chiaro fin dal titolo, inizia con cartello nero che riporta una citazione e di sottofondo il tema principale di Il Buono Il Brutto e Il Cattivo fatto con la chitarra elettrica, con lo scomparire dello schermo nero con la citazione scopriamo che a suonarlo è lo stesso Kusturica, sudato marcio in un concerto molto grande in cui è ospite. L'immagine è quello che si dice "significativa".

Il documentario su Maradona si apre con Kusturica stesso che viene definito dal cantante sul palco "il Diego Armando Maradona del cinema". Ed è vero! Anzi è Kusturica che durante il documentario farà di tutto per dimostrarci che è vero, che non solo Maradona poteva essere un personaggio di qualsiasi suo film (lo dice lui stesso subito) ma che i suoi film, pur non potendolo lui sapere all'epoca della loro realizzazione, mettono in scena moltissime scene di vita che appartengono anche a Maradona e si fanno portatori di moltissimi valori che sono i medesimi del calciatore.

L'approccio al documentario di uno che non solo ha fatto sempre finzione, ma l'ha fatta molto finta, esagerata e allegorica è quello che ci si aspetta. Il film è rumoroso, confuso, movimentato, sudato, pieno di musica, grottesco, risate, facce, cibo, sesso, affetti, cinema e calcio. E' il solito grandissimo pasticcio kusturiziano che ti investe procedendo come un treno in corsa e mentre non hai ancora capito esattamente cosa stia passando già ti arrivano delle sensazioni. Può dare fastidio a molti ma da come Kusturica mostra di ammirare Maradona e da come incrocia quest'ammirazione con il suo cinema e il suo modo picaresco di rappresentare la realtà ne esce un quadro più complesso di molti suoi film passati.

Il Maradona di Kusturica è un rivoluzionario, un guascone, un testardo, un punk, un anticonformista ma anche un po' un vigliacco, un populista, un sempliciotto e un arrogante. E come lo ritrae lui (nonostante le molte cadute di stile del film) è bellissimo. Una figura che trascende il calcio e che vive di un'adorazione esagerata e impensabile per qualunque altro sportivo che si sia occupato solo di sport ma anche per molti altri uomini. Adorazione di cui si definisce prima vittima proprio Emir Kusturica nella bella scena (palesemente creata ad arte) in cui in un bordello invece che mangiare e guardare gli "spettacolini" offerti si gira a guardare un televisore dove mandano i gol di Maradona.
E io che ho sempre detto che non sopporto i biopic perchè parlano delle vite umane invece che delle più interessanti vite professionali mi devo decisamente ricredere.

Ad ogni modo è sempre sorprendente vedere come un grande occhio (sia quello di Kusturica o quello di Herzog) riesca a riprendere la realtà, i fatti che non può controllare e darne un'immagine perfettamente in linea con i racconti di finzione che scrive o adatta per lo schermo. Il mondo come sceglie di vederlo Kusturica sembra seguire le leggi dei suoi film e lo stesso vale per il diametralmente opposto sistema di valori herzoghiani. Se il documentario su Maradona l'avesse girato il regista tedesco nel medesimo arco di tempo (2005-2007) e seguendo i medesimi eventi (il viaggio a Cuba, a Napoli e in Colombia) sarebbero uscito fuori un uomo e un mondo profondamente diversi. Il cinema non è mai la verità e men che meno il documentario.

28.5.08

Sex And The City (id., 2008)
di Michael Patrick King

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POSTATO SU

Lo dichiaro subito: non ho mai visto un episodio di Sex & The City in vita mia. Per questo motivo da un lato sono la persona magari meno indicata per parlare del film tratto dalla serie (anzi che la chiude) ma da un altro sono come lo spettatore che vede l’adattamento di un grande romanzo senza averlo mai letto. Non farà confronti e lo giudicherà unicamente per come rende sullo schermo. E Sex & The City rende bene.

Il film, come la serie, è per forza di cose molto indirizzato ad un pubblico femminile, per intenderci mi sono sfuggite le motivazioni logiche di moltissime decisioni prese dai personaggi ma le ho accettate di buon grado come parte del “mood”. Questo è Sex & The City, prendere o lasciare, e se vuoi vedere il film questi sono i presupposti. Così ho accettato di buon grado uomini che si comportano come donne e donne che si comportano come donne che fanno gli uomini della situazione, allo stesso modo di come ho accettato l’empatia verso personaggi che girano vestiti come quelli che nella vita reale solitamente vengono indicati ridendo.

Partendo da questo Sex & The City è molto carino, indubbiamente divertente e insolitamente lungo, dove insolitamente lungo non significa “molto noioso” ma proprio lungo di durata (due ore e mezza). Un tempo in cui gli ottimi sceneggiatori hanno modo di dispiegare una grandissima quantità di temi evitando tutte le strutture fisse e i clichè delle commedie romantiche (perchè alla fine quello è il genere). Due ore e mezza che non sempre scorrono rapide ma che sono utilizzate molto bene raccontando una storia complessa e dove ogni svolta è ponderata e trattata a fondo e dove non si segue l’andamento canonico (incontro-innamoramento-scontro-riconciliazione) ma una sua variazione più interessante e che rende i colpi di scena più convincenti.

La troupe è in gran parte quella della serie, specialmente il regista/sceneggiatore Michael Patrick King, responsabile della stragrande maggioranza degli episodi della serie TV, al pari del direttore della fotografia e ovviamente dei produttori (tra i quali c’è anche la protagonista Sarah Jessica Parker), questo è una garanzia nei termini di aderenza dei personaggi. Quello che poi succede è un’ovvia variazione ed evoluzione dei temi trattati.

Non nego poi di essere rimasto affascinato da come viene dipinto un ambiente e uno stile di vita impensabile per il 97% delle persone sul pianeta, dall’arguzia e dall’intelligenza con cui è rappresentato quel segmento della popolazione che non vede di buon occhio i meno abbienti (specialmente se non caucasici) che non frequenta le zone meno alte di Manhattan e che trova vero piacere unicamente nell’acquisto (e da quel che ho saputo la serie in questo inizialmente era anche più estrema). Inoltre apprezzo molto come la serie sia indubbiamente dalla parte dei propri personaggi, senza nascondersi dietro i perbenismi e non avendo alcun timore di ridicolizzare con una punta di ironico disprezzo snob gli attivisti per i diritti degli animali che spruzzano di sangue le protagoniste impellicciate all’uscita da una sfilata.

Sex & The City è girato e mostrato con la medesima intelligente arroganza delle protagoniste che sanno cosa vogliono, che stile di vita vogliono fare e lo fanno, ma non per questo poi non sono personaggi altamente empatici, e questa volontà di rifuggire i più comuni luoghi comuni del perbenismo (abbracciandone comunque molti altri ma più appartenenti al dramma ottocentesco) a favore di personaggi più cinici e autentici pur se rappresentativi di una minuscola minoranza mi ha conquistato.

Anche gli esponenti della cupola mafiosa italoamericana del resto sono pochi e fanno uno stile di vita molto lontano dal mio che non desidero e non ammiro, ma lo stesso mi appassiono alle loro vicende quando li vedo rappresentati al cinema con coerenza e maestria senza falsi perbenismi.

Era 30 anni avanti

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E non so lo era se più Minnelli o Astaire

27.5.08

Il Divo (2008)
di Paolo Sorrentino

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POSTATO SU

Il bello dei film di Sorrentino è che quando esci dalla sala (ma anche quando spegni il televisore) ti senti nel film, ne senti ancora la colonna sonora pop/rock e ti percepisci come inquadrato da una macchina da presa mobile.
E anche quando il tema del film è la politica italiana dell'era DC, quanto di meno spettacolare possa esistere per dichiarazione dello stesso regista, lo stesso si prova un senso innanzitutto di grande cinema e poi di empatia con la trama o i personaggi.

C'è finalmente tanto cinema, invece che tanti dialoghi, in parecchi film italiani e Sorrentino di certo contribuisce anche con Il Divo nel quale dipinge la realtà molto a suo modo, che è molto il nostro modo. Nel senso che sebbene abbia molti referenti e faccia i suoi film con un approccio più internazionale della nostra media, la chiave di lettura è nettamente in linea con la tradizione italiana. Il grottesco, il comico, il procedere per ellissi e la metafora esibita ci sono sempre appartenute.
Il resto sono fatti reali e sorrentinismi. Il suo Andreotti infatti somiglia moltissimo a Geremia De Geremei, il protagonista di L'Amico di Famiglia, un freak a tratti tenero ma in fondo spaventoso, potente nonostante l'apparenza ma continuamente ridicolo nelle movenze e curioso e arguto nel parlare. Ma ancora più in generale è il classico personaggio dei suoi film (L'Uomo In Più a parte) tutto ripiegato nella sua solitudine, che accetta e non combatte, e determinato a mantenere immobile la propria situazione, intento a congelare le cose così come sono, unica maniera per non sconfinare nel peggio.

Ma la forza di Il Divo è sia nell'approccio al concetto di potere visto attraverso Andreotti sia soprattutto nelle scelte fatte per tradurlo in immagini. A partire innanzitutto dalla presenza (ancora una volta) di Luca Bigazzi alla fotografia, vero grande artigiano oscuro (poichè noto solo agli addetti ai lavori) all'ombra di tantissimi (forse tutti) i grandi film italiani degli ultimi 5-10 anni (e vincitore quest'anno dell'unico premio tecnico di Cannes).
Per questo film dove la dominante è l'oscurità (nonostante Sorrentino la volesse evitare per non dipingere un simil-Nosferatu ma al suo incontro col senatore a vita si è proprio trovato in ambienti fatti penombra in pieno mattino) Bigazzi, a fronte della solita perfetta composizione di ogni inquadratura (creativa, funzionale e mai scontata), illumina con precisi tagli di luce ogni volta elementi chiave puntando poi per le scene con illuminazione più normale ma su colori stranianti per ambienti paradossali (tutto il bianco quasi ossessivo della scena con Riina).

Oltre a questo Sorrentino evolve ancora di più il suo stile arrivando dalle parti di Scorsese da cui mutua i movimenti di macchina brevi e secchi a sostituire gli zoom e ad inquadrare con precisione alcuni elementi e da cui soprattutto prende tutto l'approccio alla colonna sonora con musica rock.
Pochi o forse nessuno in Italia sa integrare musica (non originale) e immagini come Sorrentino e forse nessuno l'ha mai saputo fare non essendo qualcosa che ci appartiene o qualcosa che esisteva quando i nostri maggiori autori erano nel pieno della fase creativa. In questo senso Sorrentino porta avanti tutto il nostro cinema adeguandolo da una parte alla modernità ma mantenendolo comunque ancorato alla tradizione, senza dunque perderne lo specifico.

Lo ricorderò per film come

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Per me era Jeremiah Johnson il suo film fondamentale.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Questa settimana si parla delle previsioni per Cannes (più azzeccate del solito col senno di poi), Gomorra (ancora!), Indiana Jones e Il Regno Del Teschio di Cristallo, un po' di E Venne Il Giorno (ma c'è l'embargo), Beyond The Rocks e di Il Nostro Messia. E soprattutto c'è la grande intervista a Matteo Garrone il giorno prima della premiazione (a 20 minuti dalla fine del file)!

LA PUNTATA DEL 24/05/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

26.5.08

Dichiarazioni che si commentano da sole

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Sembra che la Microsoft si appoggerà alle visioni di Michael Eisner per la sua politica di contenuti.
Micheal Eisner è l'ex numero uno di Disney (per tutto il periodo '80 - '90) e ora padrone di Vuguru, una società di produzione di serie per internet che ha dato vita al pessimo PromQueen e al mediocre All For Nots.
Ma è un imprenditore Eisner, e di tutti quelli che producono per la rete lui è l'unico che fa soldi, ha conoscenze e competenze, trova sponsor e li gestisce, piazza le serie e raccimola anche molte visite. E' insomma un'autorità perchè lo dicono le views degli episodi delle sue serie ma non perchè queste valgano. Come si intuisce inoltre qui non riscuote simpatie. Anzi.

Ora dunque Microsoft lo chiama a parlare all'advance08 e lui espone il suo Content Manifesto, cioè dove stia andando la rete (verso i contenuti e le storie). Eisner (lo preciso per chi non lo sapesse) ha tipo 160 anni.
Via con i contributi
YouTube is celebrated as a completely revolutionary concept — and it is. The ability for anyone, anywhere to create and distribute short-form entertainment that can be seen by anyone else, anywhere else is an extraordinary development. But in many ways, YouTube is very old news. It is to the Internet what the nickelodeon was to the movies — a very preliminary installment of what is to come.
E cosa è il nuovo? Gli utenti.
Internet users…will stay with a story for as long as it’s good. It’s not just 90 seconds or two minutes. They’ll stay with a story if it’s 10 minutes, 20 minutes, even 30 minutes.

25.5.08

Argento e bronzo

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Ora non sono contento ma magari domani si...

Mai Dire Mai (Never Say Never Again, 1983)
di Irvin Keshner

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Il Bond che non è un Bond, Mai Dire Mai è fuori dalla continuity ufficiale della serie ma comunque rimane un film con protagonista James Bond tratto dalla medesima opera di Ian Fleming da cui era tratto Thunderball. Il problema semmai è la gestione del franchise.

A dirigere c'è Irvin Kershner, già mano di George Lucas nella direzione del secondo episodio (o quinto, a seconda dei conteggi) di Guerre Stellari, e a scrivere Lorenzo Sample Jr. che può vantare un curriculum di alti e bassi con punte come Papillon e I Tre Giorni Del Condor ma anche abissi come King Kong e Sheena.
Il risultato è decisamente fiacco oltre che poco originale. Innanzitutto c'è una revisione della figura di M decisamente poco fortunata, inoltre la trama a non avvince in nessun punto e non bastano alcuni bondismi sparsi, non bastano le occhiate furbe di uno Sean Connery irrimediabilmente più vecchio e meno credibili nè le frasi ad effetto o la sempre vigile cortesia che vige nei rapporti tra Bond e i suoi nemici.
Mai Dire Mai non si avvicina nemmeno al rigore e alla perfezione orchestrati da Terence Young in Thunderball. basterebbe il solo confronto tra Adolfo Celi e Klaus Maria Brandauer nei panni del nemico Largo a rendere l'idea.

Il punto è che in Mai Dire Mai non si crea quel meccanismo virtuoso che determina il successo dei film di Bond ovvero il desiderio sfrenato d'identificazione in quello che dovrebbe essere la quint'essenza del superuomo. E questo non accade non perchè egli non sia tale in questo film ma perchè non c'è un sistema di narrazione e una forma di racconto che ce lo restituiscano effettivamente come tale a livello emozionale.

Mai Dire Mai è un Bond freddo, magari superiore ai molti Bond senza Connery (o sarebbe meglio dire senza Terence Young) ma decisamente sotto qualsiasi aspettativa.

23.5.08

Super Mario Galaxy tra postmoderno e Miyazaki

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Se nel titolo l'ho sparata grossa correggetemi, ma a me sembra che nessun videogioco abbia mai applicato in questo modo i dettami del postmoderno (la rielaborazione di elementi caratteristici di una forma d'arte o di comunicazione ormai diventati pop, cioè padroneggiati da tutti in virtù di una loro sovraesposizione, con la finalità di costruire senso nuovo).
E Super Mario Galaxy lo fa sia con riferimento al mondo dei giochi che a quello del cinema (cioè del racconto).

In quasi ogni livello il gioco (identificato con una galassia) fa riferimento a grandi videogiochi del passato, oltre ovviamente ad una mole spropositata di riferimenti ai passati episodi della saga di Mario.
Ma nel racconto c'è anche la letteratura (a cominciare dai pianeti di Il Piccolo Principe e il racconto illustrato allo stesso modo come già notava Federico Fasce) tutto il cinema di Miyazaki, nelle interazioni tra personaggi e nella ricerca di un sentimentalismo fortissimo che sia dato però non dai drammi ma dai sentimenti positivi.

continua su Webnews

22.5.08

Mr. Glasses

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Più interessante per lo stile che per la trama Mr. Glasses riprende in pieno lo stile delle serie televisive anni '50 (si veda Johnny Staccato per un confronto), con episodi autoconclusivi, personaggi dotati di modi di dire caratteristici e la riproposizione di storie più o meno simili e canoniche alle altre serie solo filtrate attraverso un occhio particolare.
Nel caso di Mr. Glasses è l'architettura modernista. La serie (diretta e interpretata da Mitchell Magee) tratta delle storie, avventure e disavventure di un architetto degli anni '50 che risolve tutti i problemi suoi e di chi lo circonda con il modernismo delle costruzioni. E' chiaramente una serie comico grottesca.

Ma come dicevo non sono tanto i contenuti (divertenti a tratti e coinvolgenti solo ogni tanto) quanto la forma ad essere sorprendenti. Mr. Glasses ha un prologo una sigla sempre uguale (che spiega chi è il protagonist)a e poi il resto dell'episodio in meno di 4 minuti, è girato in un ottimo bianco e nero ed è tutto in costume (anche se si tira al risparmio cercando di vestire i personaggi sempre allo stesso modo).
E' quanto di più simile sia stato fatto rispetta alla serialità televisiva e per fare questo ricorre alla parodia del genere. Però appunto parodiando riesce a rimediare e rimescolare quel tipo di serialità, quella cioè senza un filo conduttore, quella dell'autoconclusività, tutta fondata sul carisma e la forza dei personaggi.

21.5.08

Sarà la conferma del ritorno di Robert Downey Jr.

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Le donne protagoniste dei film per donne

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Voglio fare un esposto al Moige o all'Adiconsum o al Ministero dell'Istruzione (o l'istituzione che l'ha sostituito). Voglio insomma chiedere di proibire un certo tipo di trame diseducative che formano in maniera distorta l'immaginario delle nostre ragazze.

Ieri ho visto Un Amore Di Testimone, ma poteva trattarsi di qualsiasi altro film del genere.
Parlo del genere orientato ad un pubblico femminile, quei film che presentano ambienti ricercatissimi e di altro profilo socioeconomico in cui tutti non hanno il problema dei soldi pur non lavorando mai, in cui le donne si cambiano d'abito continuamente e gli uomini, pur essendo americani, si comportano all'europea e vestono in maniera elegantissima. Quei film in cui la protagonista non è mai bellissima e sensuale ma molto carina e aggraziata, agghindata per piacere ad un pubblico femminile, i film dove l'uomo si ricrede ai veri valori del matrimonio, dove alla fine si sposano sempre, dove le migliori amiche sono sempre tali e dove gli amici degli uomini sono una cerchia stretta e totalmente deficiente (una cosa vera anche nella realtà), dove c'è un umorismo basato unicamente sulle brutte figure e dove gli innamoramenti sono devastanti e accadono solo in due maniere: per colpo di fulmine o perchè il protagonista si accorge di aver sempre avuto accanto una persona speciale.
Ecco, il cinema per donne insomma.

E' proprio in quel tipo di cinema che si perpetra il crimine peggiore, la vera mala educacion femminile.
In questo cinema accade sempre che una donna debba decidere tra due uomini, ma lungi dal compiere una decisione ferma e netta, lungi dal preoccuparsi delle vite (distrutte) di questi due uomini (uno distrutto prima e uno dopo la scelta finale) le donne protagoniste dei film per donne illudono sempre uno dei due fino all'inverosimile (molto spesso portandolo fino all'altare) per poi dare il colpo di scena e fuggire con l'altro.
Ma la cosa ancora più grave è che poi tutta la colpa viene addossata alle persone sbagliate!!
Se la prende o quello mollato (perchè magari troppo perfettino o troppo sfigato o troppo egoista ecc. ecc.) o quello con cui la ragazza scappa.

In Un Amore Di Testimone (faccio spoilering e venitemi a dire che vi ho rovinato il finale!) alla fine il protagonista sfonda con un cavallo bianco (giuro!) le porte della chiesa e lei, che si stava sposando con un uomo buono e innamoratissimo, capisce che è quell'altro l'uomo della sua vita, quello che ruba un cavallo (furto) e ci sfonda un portone (danneggiamento) di una chiesa (sacrilegio).
Il mollato è talmente un signore che non dice nulla, non spacca il crocefisso contro le navate, non affonda la testa nell'acqua benedetta, non urla nemmeno. Va da lei, ha un accenno di commozione e poi le dà un bacio sulla guancia e la lascia andare, un vero signore che probabilmente passerà i prossimi tre anni a piangere e urlare nel letto.
Però poi si sente in dovere di dare un cazzotto al nuovo arrivato e siccome in fondo era un brav'uomo (il mollato) il film pone il pugno come una cosa dovuta. Una specie di rimborso. E tutti contenti.

Il problema è che il cazzotto (e anche forte) era lei che doveva prenderselo e per motivi educativi. In fondo il ragazzo numero 2 era anch'esso innamorato e c'ha provato a riprendersela a suon di cavalli bianchi, ha fatto la sua parte in una guerra. E' lei che ha lascito un uomo che aveva messo in piedi tutta la cerimonia e che si voleva prendere delle responsabilità senza motivi validi!
E' lei che merita un cazzotto in pieno volto e l'apprezzamento del pubblico per una scena simile.

20.5.08

La seconda patria è dentro di noi

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Edgar Reitz a proposito di Die Zweite Heimat:
Il titolo non indica la prosecuzione di Heimat, bensì quel luogo che scegliamo da adulti e nel quale decidiamo di fermarci, e che chiamiamo la seconda patria... Siamo nati due volte, una volta dalle nostre madri e una volta per nostra libera scelta... Il lavoro, le amicizie e la famiglia che ci formiamo sono le caratteristiche di questa patria d'elezione. Essa si fonda sulla nostra decisione. Ma l'amore, l'amicizia, il lavoro sono valori che si disgregano facilmente. Nella seconda patria si vive su un suolo incerto. La nostra tensione verso la libertà è irrinunciabile, ma pericolosa per ogni legame. La seconda patria è sempre una cosa provvisoria

letto da Tomobiki

Indiana Jones E Il Regno Del Teschio di Cristallo (Indiana Jones And The Kingdom Of The Crystal Skull, 2008)
di Steven Spielberg

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POSTATO SU

Godo.
Perchè ci speravo in Indiana Jones ma sapevo che era difficile. Invece nonostante un inizio molto fiacco, e poco in linea con i roboanti incipit cui ci aveva abituato Spielberg, Indiana Jones e Il Regno Del Teschio di Cristallo con il procedere del film si guadagna sempre di più l'approvazione fino al gran finale in cui riesce a rendere credibile anche quella scoperta che si intuisce fin dall'inizio e che al solo sentirla fa gridare alla vaccata. E invece no.

Fare spoilering su questo film sarebbe facilissimo, tali e tanti sono i colpi di scena e le trovate tenute abilmente segrete (per quanto è possibile) dal team creativo.
Ma la cosa importante è un'altra, cioè il cinema di Spielberg, quell'incredibile misto di grandissima tecnica e grandissimi virtuosismi applicati nella maniera più invisibile possibile, tutto a favore del racconto. E una volta tanto (anche se in Spielberg è sempre vero) non è solo una frase detta in un'intervista ma la verità.

Mille le citazioni del proprio cinema e in particolare degli altri Indiana Jones. Indy dorme in aereo come in Il Tempio Maledetto, fa un inseguimento con i camion come in I Predatori Dell'Arca Perduta, dispiega il racconto di antiche civiltà nel salotto di casa sua bevendo vino. C'è l'hangar in cui alla fine di I Predatori è depositata la cassa con l'arca e un tempio di rocca, piante e sabbia come al suo inizio, c'è il procedere per indizi come nel primo e terzo film e addirittura una scena in cui Indy decifra iscrizioni sulle pareti e trova l'ultimo e determinante indizio sul pavimento ("... e la X è il punto in cui scavare"). C'è la classica frase "E tu saresti un professore??", c'è la consueta struttura da Indiana Jones fatta di un contrappunto forte tra l'azione forsennata e l'aspro conflitto verbale e sentimentale (Indy e Marion nel primo, Indy e Shortie o Willy nel secondo e Indy e il padre nel terzo) e si potrebbe andare avanti per molto.

Ma alla fine ciò che rende grande cinema ogni episodio di Indiana Jones e anche quest'ultimo è il modo raffinatissimo in cui la trama è raccontata. Non si tratta solo di cinema d'azione ma è vera avventura, colma di richiami alla tradizione del genere. E se per i vecchi episodi il riferimento principale erano i fumetti e il cinema degli anni '30, ora essendo tutto ambientato nel 1957 è la letteratura e la cultura pop degli anni '50.

Indiana Jones è invecchiato, non lo chiamano quasi più Indiana ma Henry e tutto il film nonostante la tanta azione ha un tono più anziano. Gli altri Indiana Jones potevano essere paragonati ad un ragazzo per l'irruenza, la beffarda arroganza, per il divertimento, l'ironia e la spericolatezza. Questo quarto film nonostante il forte ritmo invece è più paragonabile ad un anziano più ponderato, più divertito e didascalico, più amaro da certi punti di vista e decisamente meno scavezzacollo.

Qualche caduta di stile c'è, non è un film totalmente inattaccabile. Spesso si passa quel confine tra l'improbabile e il palesemente fasullo che in precedenza non era mai sorpassato (Shia LaBoeuf che si lancia di liana in liana come Tarzan!), un doppiaggio da cani, qualche trasparenza fatta abbastanza male e un finale da reparto geriatrico.
Ma c'è anche Cate Blanchett, miglior cattivo mai visto rivaleggiare con Indiana (anche se ha avuto una vittoria facile data la pochezza degli altri rivali).

Eppure ci sono scene che era tanto tempo che non vedevo, un forsennato inseguimento tra camion e macchine per il possesso del teschio che è un vero inno al cinema, incredibile per come è pianificato. Fateci attenzione se non l'avete ancora visto, si tratta di una vera opera di ingegneria per come è accuratamente diretto e progettato, cambi di fronte, sorprese, duelli di pugni, armi e spada, macchine in corsa, ostacoli e continui sbalzi, tutto con un ritmo e una credibilità mostruosa. Ma questo è Spielberg e lo qui lo si va ripetendo da tanto...

19.5.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Questa settimana si parla di Gomorra, Certamente Forse, Chi Nasce Tondo e una piccola anticipazione di Il Nostro Messia

LA PUNTATA DEL 17/05/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada.

Velocità Massima (2002)
di Daniele Vicari

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Commissionato ad un cinema molto radicato sul territorio, che si sporca le mani nel sociale (anche se non sempre correttamente) e rigorosamente indipendente o a basso costo Valerio Mastandrea è finito anche in Velocità Massima che, diciamolo subito, non è il Fast And Furious de' noantri e non solo perchè è venuto prima.

"L'automobile come religione di vita", sarebbe stato davvero un capolavoro il film se avesse davvero scandagliato la dimensione del feticismo automobilistico partendo (come fa) dalla vita di un meccanico qualsiasi che come molti modifica le macchine e ci corre per soldi. Invece Velocità Massima dopo molto poco comincia ad applicare schemi e situazioni da cinema americano già viste (il viaggio purificatore, la dialettica modernità/passato tra i due protagonisti, il rapporto quasi paterno e una facile identificazione donna/danno) e senza dargli una veste diversa, senza "utilizzarle" ma semplicemente applicandole.

Peccato perchè poi moltissime altre cose del film, a partire da alcune idee di messa in scena, non sono niente male e l'atmosfera che Vicari è in grado di creare da subito, fin dalle prime inquadrature proprio, è perfetta. Il caldo percepito delle zone di Ostia, i colori, le inquadrature spesso da molto alto, sono tutti espedienti calzanti.
E anche le scene di corsa con le macchine non sono proprio fenomenali ma cercano di fare qualcosa di diverso.
Peccato che poi tutto questo sforzo sia incanalato in una trama che svilisce i personaggi.

Ancora sulla polemica dei video su Flickr

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Il video embeddato è un collage di momenti in cui i cronisti non parlano con un sottofondo musicale, il punto è mostrare un possibile giorno senza notizie.

Ancora si tratta di un video che poteva essere visto anche su YouTube che anzi lì sarebbe finito in precedenza, ma del resto c'era solo YouTube e solo lì poteva andare.
Ora invece la presenza di Flickr Video non sta abbassando la qualità generale del sito prima esclusivamente fotografico, ma anzi sta differenziando i prodotti con i video più "alti" (o che cercano di essere alti e spesso fanno schifo uguale) su Flickr.

La controprova ce la dà un altro video molto molto simile e dalla stessa idea messo su YouTube un anno fa. Le differenze sono la durata, l'assenza di sottofondo e delle bellissime scritte che scorrono e infine la volontà di simulare lo zapping.
A mio parere la versione di Flickr, si avvantaggia della durata minore (e obbligata) e confeziona un prodotto decisamente migliore, con anche aspirazioni più alte del suo precedente.

16.5.08

Da un hype all'altro

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Fare domande e ricevere altre domande in risposta

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Sembra un po' una metafora della rete stessa....

Oggi ricorre la creazione del primo laser della storia.
E' Google che lo rende noto celebrandolo con il consueto cambio di logo, ma almeno all'inizio (ora tutto è chiaro) non si capiva bene chi fosse stato l'inventore.
Cioè Google piazza il logo diverso cliccando il quale compaiono i risultati della ricerca "primo laser", come fa ogni volta che cambia logo, dunque non dà risposte, ma pone domande come farebbe l'utente incuriosito.
Eppure inizialmente le risposte non esistono, nel senso che i primi risultati a comparire solitamente non sono esaustivi, solo col passare delle ore la gente clicca su quelli rilevanti i quali scalano la classifica di page rank e arrivano in cima.
Eppure oggi il primo risultato tra tutti quanti è un post che si chiede quale sia il vero inventore.

Dunque mi chiedo che utilità c'è nel porre domande alle quali non si sa rispondere solo per farsi indicare la risposta dagli utenti?
E perchè farlo così raramente a questo punto?

15.5.08

"Il cinema italiano va affossato". No, solo il tuo

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Renzo Martinelli intervistato per Repubblica sostiene che il cinema italiano vada affossato, nel senso che non ha bisogno di fondi anzi bisogna levarglieli per far emergere le competenze.

La questione è molto complessa. Ci sono scuole di pensiero diverse. Martinelli non nasconde le sue simpatie a destra ma anche gente come Suso Cecchi D'Amico o Nanni Moretti sostengono che il buon cinema non abbia bisogno di tanti soldi e che ciò che manca sono in realtà le idee.
E' un punto di vista su cui io sono senza dubbio daccordo: sono le idee l'importante e chi le ha può fare film davvero con 4 soldi e in poco tempo. Non sta nella qualità delle componenti il vero film ma nella qualità della visione di cinema di chi lo realizza.

Ma con una strategia che azzeri i fondi pubblici (al momento buoni (non eccellenti ma buoni)) si potrebbe sfociare in una situazione in cui sopravviverebbero i migliori (anche se è da vedere "migliori" da quale punto di vista) a fronte di un'ecatombe generale dei film che invece non hanno bisogno di fondi statali perchè di sicuro incasso.
Lasciando emergere i pochi ottimi prodotti si creerebbe insomma una disparità grossa tra la massa e l'elite.

Quello che i fondi invece cercano di fare (anche se da soli non ci possono riuscire) è alzare la qualità del prodotto medio confidando che le cose ottime siano fatte comunque.
Possiamo poi discutere molto su come fare a far sì che davvero si alzi la qualità media ma questo a mio avviso non può accadere senza fondi poichè il cineasta medio, quello che può fare cose migliori in un clima migliore, non emerge in uno stato di povertà dove i grossi produttori devono affidarsi al risultato sicuro. E sappiamo bene CHI dà risultato sicuro.

Una prospettiva simile poi indispettisce molto pubblico impoverendo anche le sale e l'indotto totale.
Sì, è uno scenario un po' apocalittico ma preso con le pinze secondo me è più o meno affidabile.

Altro discorso è quello su Martinelli, il cui cinema trascurabile e dalle alte aspirazioni a fronte di un dilettantismo imbarazzante (l'ho sentito dal vivo anche vantarsi di un passato da semiota) non gli consente di certo di poter fare quelle affermazioni. In un regime di povertà il suo cinema non lo vedremmo di certo e sarebbe uno dei pochi beni.

14.5.08

Può essere veramente una cosa folle

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Riporto subito la voce messa in giro da Cinematical (che cita l'Hollywood Reporter) e letta sul Tumblr di Gokachu (potere della rete!) per la quale Herzog sarebbe sulla via per fare il remake di Il Cattivo Tenente.
Con Nicholas Cage.

Viralcom

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Viralcom è la prima serie per la rete che riflette sul medium stesso. La tv ci ha messo circa 40 anni ad arrivare alla neotelevisione e alla riflessione sul medium, il video online circa due anni.

Si tratta di una serie che racconta le avventure di una società di produzione che sarebbe la responsabile di tutti i video virali che vediamo. La Viralcom, nella finzione della serie, gira i video con i gattini, ha sotto contratto Tay Zonday di Choccolate Rain, ha inventato l'esperimento coca e mentos ecc. ecc.
Lo spunto è molto divertente (il primo episodio qui embeddato lo mostra bene) ma ora che siamo arrivati al sesto episodio (con una cadenza settimanale regolare) comincia già a non brillare eccessivamente.

Diverso invece è il contesto prdouttivo. Viralcom è infatti il primo prodotto di Studio 2.0 l'avventura online di Time Warner. Studio 2.0 è infatti una divisione adibita unicamente alla produzione autonoma di video per la rete che dovrebbe rinfrescare e ringiovanire l'ambito di frontiera del grande colosso.
Per il momento Viralcom è l'unico loro prodotto ed è appaltato (a quanto sembra) a Joey e David, ma gode di un tipo di produzione e di fondi decisamente fuori dal comune.
Le competenze, le scene (sempre molto elaborate e sempre molto diverse tra loro), gli attori e i mezzi sono di prima categoria, al pari delle partecipazioni (straordinarie?) di molte autentiche star per un mese del video virale.

Strumenti di revenue? Al momento per quanto si può vedere sembra zero. Non c'è particolare pubblicità (se non lo standard su YouTube e qualche banner) nè particolari product placement.

Gomorra (2008)
di Matteo Garrone

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POSTATO SU

Matteo Garrone non è mai stato interessato a raccontare storie nel senso più stretto, non è mai stato troppo interessato agli intrecci, alle trame intricate e agli espedienti narrativi classici, lo si è visto in ogni suo film. Ma con Gomorra va oltre.
Il testo di partenza è molto forte e anch'esso poco narrativo in senso canonico, tuttavia Garrone si concentra solo ed esclusivamente sulla messa in scena: è con le immagini e i suoni che vuole parlare dei temi del libro di Saviano. Non spiega niente, nulla. Anche a scapito della comprensibilità di alcune dinamiche. Non ci sono i personaggi in lotta per un destino migliore, non ci sono tentativi di redenzione, non ci sono contrasti. E non è che manchino le dinamiche perchè il testo di partenza non le prevede, semplicemente non ha senso mettere in scena il bene contro il male in un mondo dove di bene non ce n'è.

Come sempre l'attenzione è tutta sui posti (ancora più incredibili del solito) e sugli attori. Attenzione! Non sulla recitazione, ma sugli attori. Sui corpi e sui volti reali più che mai di questa gente. E ancora i suoni iperrealistici, la musica sempre e solo diegetica e comunque poco presente. E' il regno del rumore anempatico, dell'eco delle caverne, tutto freddo e gelido come la fotografia a contrasto forte del solito ottimo Marco Onorato.

Il risultato è un film non facile, anzi per niente facile, ricercatissimo e molto autoriale. Che usa i non attori ma non in omaggio alla tradizione italiana, li usa perchè indispensabili, l'unico che stona (nonostante un personaggio un po' più raffinato) è infatti Servillo, troppo bravo e troppo raffinato in un film di volti e corpi degeneri (benchè diretti magistralmente), meglio a questo punto Maria Nazionale.

Pochi e ben selezionati i referenti. I pezzi in cui i protagonisti imitano Scarface sono trattati come le scene allo specchio di L'Odio e molte situazioni sembrano uscite dai film di Capuano come Vito e Gli Altri o La Guerra di Mario.
Interessantissimo ciò che dice Mereghetti sul corriere
Ci sono spesso delle zone nere che «cancellano » una parte dell'inquadratura in Gomorra.
Gallerie cieche, stanze in penombra, cantine e seminterrati male illuminati, muri e pareti che bloccano la vista, ambienti senza luce: buchi che risucchiano i personaggi e la macchina da presa. Oppure rettangoli che impediscono la visione, come i timbri della censura.
Non si può vedere tutto di quel mondo ci suggeriscono quelle immagini, perché ogni persona è un mondo a sé, risponde a una regola personale.
A questo andrebbero aggiunti anche i molti fuorifuoco (tipici di Garrone) e le macchine da presa attaccate ai volti (da palma d'Oro anche solo la scena in cui la macchina segue il corriere dei soldi in un vicolo stretto e quando questi viene chiamato e si gira essa si stringe al suo volto).

Dunque Gomorra è un film autorialissimo, tutto di zone, sensazioni ed esperienze visive e molto poco di narrazione (le storie sono 4 e verso la fine hanno un po' di intreccio e risoluzione ma sembra quasi una forzatura), un film difficilissimo e durissimo che non risparmia colpi bassi anche se non vuole mostrare tutto. Alle volte Garrone distoglie la macchina da presa alle volte no, non c'è una regola, sembra che anche quello non gli interessi molto, alle volte è più importante un bambino o un dettaglio di una canottiera dell'omicida piuttosto che il colpo di pistola subito in pieno petto.
Mi aspettavo il film degli ultimi 10 anni. Non lo è. Almeno al momento mi pare di no. Ma è comunque grandissimo cinema. Grandissimo.