30.6.08

L'Uomo di Alcatraz (Birdman Of Alcatraz, 1962)
di John Frankenheimer

Share |
8 commenti

L'Uomo di Alcatraz è il John Frankenheimer che non ti aspetti, un film che già dal titolo (originale) pone più l'accento sull'anelare la libertà che il conquistarsela avventurosamente come ci si aspetterebbe dal regista americano.
Tratto da una storia vera (fardello che appesantisce non poco il tutto) il film riflette non sulle carceri, non sul concetto di essere liberi ed essere imprigionati nè tantomeno sulle dinamiche interne della vita in prigione, quanto sul contrasto libertà/costrizione e sul rifarsi una vita, una vita che è segnata indelebilmente da nulla, nemmeno dal carcere.

Con alcune cadute di stile non indifferenti (come la scena della rivolta in prigione in cui tutto viene spiattellato in faccia allo spettatore) ma anche altri momenti molto alti dove l'esigenza di rispetto della realtà dei fatti, di romanzamento hollywoodiano della storia e di ricerca formale trovano un incredibile equilibrio (come la sequenza in cui gli uccelli cominciano ad ammalarsi o le quelle delle ore d'aria del prigioniero girate tutte in interni con uno splendido controllo di ogni elemento della messa in scena) L'Uomo di Alcatraz racconta di John Stroud condannato per omicidio la cui pena viene prolungata per un altro omicidio perpetrato in carcere, cosa che gli rende nemico anche il direttore della prigione che poi lo vorrà sotto di sè anche ad Alcatraz quando ne diventerà primo direttore. Un uomo ignorante che sviluppa autonomamente una passione per gli uccelli, li alleva e comincia anche a curarli, si informa, studia e con l'infinito tempo libero a disposizione diventa in 20 anni il più grande esperto al mondo, arrivando a guadagnarsi la stima del mondo accademico.

Uno struggente Burt Lancaster si dovrebbe dire in questi casi ma non tanto per un'interpretazione in fondo nella norma, quanto per l'insistenza con cui Frankenheimer scruta il suo corpo, il suo volto e il suo lento cambiare da uomo muto e violento a raffinato intellettuale e ornitologo.
Eppure nonostante tutto il film convince poco. Sarà la pulizia estrema di ogni cosa. Dialoghi eterei e poetici, personaggi lisci come una parete lucida, fotografia fatta di contrasti netti e nessuna grana e recitazione quasi teatrale (c'è anche Karl Malden!).

27.6.08

12 (id., 2008)
di Nikita Mikhalkov

Share |
7 commenti

POSTATO SU

La Parola Ai Giurati è un film fenomenale e io non posso non pensarci quando vedo 12 e rimango deluso. Non posso.

A Mikhalkov interessano palesemente altre cose, e questo è un pregio. Non ha l'ossessione di ambientare tutto in una sola stanza, nè quella dell'unità di tempo, nè tantomeno quella della grande metafora universale. Il film russo è dichiaratamente un'opera sulla Russia e sui russi, sulla situazione cecena, la guerra e la pesante eredità sovietica. Ci sono molti richiami espliciti in merito lungo tutto il flim, e questa forse è la pecca maggiore.

Mikhalkov sceglie di parlare palesemente della situazione russa usando come metafora le storie dei 12 giurati chiusi in una palestra per decidere del destino di un ragazzo ceceno accusato di parricidio. Il cuore del film però non è tanto quell'evento ma le vite e i rapporti che stringono fra i loro i giurati, ognuno dei quali può contare su un proprio assolo lungo il film (cosa che si risolve in una preponderanza attoriale fastidiosissima!).

Ma è tutto spiattellato, tutto facile (da comprendere non certo da fare), tutto esibito. Manca l'astrazione, manca il grande racconto, manca l'intreccio e la componente più eminentemente cinematografica di Lumet e là dove c'è un luno studio sulla composizione delle inquadrature (sempre diverse nonostante lo spazio ristretto) qui c'è un più scontato studio di luci e illuminazione. Ed è un peccato.

Tuttavia il film è ben lungi dall'essere una schifezza e nonostante insegua un'idea di cinema più didascalica ha decisamente più di un perchè. Le sequenze in esterna che mostrano le fasi di guerra sono davvero belle e toccanti come anche tutto il finale diverso dall'originale che forse è la cosa migliore per come propone un'ideale e un problema sulla giustizia diverso e più dislluso e attuale.

Ma per il resto è difficile appassionarsi a questa lunga tirata sulle sorti del popolo russo, narrata con molta arroganza e poca convinzione, dove i protagonisti si lasciano convincere a cambiare idea dai racconti della propria vita che ogni giurato fa nel tentativo (spesso vincente) di scatenare la catarsi in chi ascolta e per metafora fargli cambiare idea. La critica al modo di procedere russo è forte ma il meccanismo è talmente prevedibile da stancare subito.
E poi dura tantissimo.

Insomma io al microcosmo russo riunito in una palestra ampia preferisco il microcosmo universale riunito in un ambiente angusto tutto intento ad uno scontro titanico di intelligenze pieno di sapienza narrativa e cinematografica.
Ecco.

26.6.08

Dr. Plonk (id., 2007)
di Rolf de Heer

Share |
0 commenti

POSTATO SU
Grandissima e cocente delusione Dr. Plonk!
Mancato di pochissimo alla Festa Del Cinema lo vedo ora a pochi giorni dall'uscita al cinema ma forse era meglio averlo perso.
Da amante del muto ero pronto ad un'intelligente presa in giro o ad un omaggio accorato (per inciso nemmeno Juha mi era piaciuto) invece mi trovo di fronte ad un esercizio di stile, la ricerca sistematico dell'antico nel nuovo, senza neanche riuscirci.

Intendiamoci in molti punti Dr. Plonk azzecca molti elementi e molte caratteristiche del linguaggio del cinema muto, ma in tantissimi altri no e ha poco senso rappresentare la realtà (specialmente quando devia su quella moderna) con tecniche antiche nemmeno ben fatte.

La composizione di molte inquadrature è decisamente anni '20 (ma non europea) ma poi la recitazione scimmiotta solo quella dell'epoca risultando alla fine comunque moderna. La stessa cosa si può dire del montaggio usato in maniera assolutamente moderna ma solo per simulare e male quello degli anni '20. E poi l'ispirazione è unicamente Chaplin e Melies....
Io non dico che doveva essere perfetto, sono loro che lo volevano e non ci sono riusciti!

Pochi giorni fa ho parlato di Lontano Dal Paradiso che in fondo non fa un'operazione molto diversa, solo che il film di Todd Haynes oltre ad avere una valenza in sè (questo invece è noiosissimo) non scimmiotta il passato ma lo rappresenta aggiornando con cognizione di causa il linguaggio usato, scegliendo accuratamente dove essere moderno e dove no senza mai cercare di fare ciò che non può fare.

Dr. Plonk non è divertente come film, non è interessante come esperimento e soprattutto è troppo lungo e noioso.

Young American Bodies

Share |
17 commenti

C'è un problema con il porno, che siccome è malvisto da molti e considerato da nascondere ne esiste praticamente una sola tipologia, quella che mostra il sesso con la finalità di mostrare il sesso.
In realtà esisterebbe un'area e un genere largamente sottoesplorata dalle produzioni cioè il softcore, quella parte del porno che non è propriamente hardcore o meglio non è realizzata con l'obiettivo specifico di mostrare scene di sesso, ma che ha il medesimo obiettivo primario della altre tipologie di serie (raccontare una storia) e lo fa mostrando molto sesso anche esplicito.

Tuttavia data la maniera con la quale viene trattata la pornografia in tutti i principali mezzi di comunicazione la situazione non poteva che estremizzarsi. Dato che il porno è confinato in certi canali, certi cinema (una volta), certe videoteche ecc. ecc. dato che insomma ha un suo mercato con dei suoi canali esso non può che essere "radicale" nel senso che non può che presentare contenuti pornografici indirizzati alla soddisfazione di quegli utenti che scelgono i canali paralleli.

Non è minimamente calcolata la possibilità di un'utenza intermedia, che desideri vedere un genere di racconto che non tema le scene di sesso esplicito ma anzi le utilizzi come mezzo espressivo.
A cambiare le cose arriva la rete che non teme censure o altro e non ha bisogno di incasellare con precisione i propri prodotti per poterli far fruttare o poterli rendere appetibili ad un distributore o proprietario di canale.

Young American Bodies (nonostante il titolo vagamente razzista) è probabilmente la serie più longeva tra quelle per la rete, arrivata alla terza stagione e tratta proprio di storie di giovani uomini e giovani donne senza temere la dimensione sessuale. Anzi.

25.6.08

Kung Fu Panda (id., 2008)
di Mark Osborne e John Stevenson

Share |
2 commenti


Nonostante abbia dato vita ad un cinema di animazione in alcuni casi molto molto divertente, la Dreamworks non è mai stata a livello della Pixar. Storie spesso mal raccontate e molto esili, più simili ad un modo di raccordare diverse gag. Con Kung Fu Panda finalmente compie un passo verso una dimensione davvero cinematografica e senza modificare una virgola del loro approccio veramente divertito e soprattutto divertente (nel film si ride molto, di gusto e mai in maniera stupida), ma dando vita ad un racconto appassionante e convincente (pur nei confini di una morale scontata e un po’ buonista).

D’altissimo livello davvero l’animazione, che non è mai stata il punto forte dello studio di Shrek. Innanzitutto ci sono dei fondali e delle scenografie realizzate con una minuzia rara, ma rara davvero! E poi l’inserimento di molte personalità asiatiche nel reparto animazione dà vita ad alcune sequenze dal gusto estetico decisamente superiore della media (su tutti la sequenza onirica iniziale e la fuga di Tai Lung dalla prigione). Infine i caratteri: il panda protagonista finalmente ha delle movenze caratteristiche empatiche e significative!
Al contrario degli altri personaggi (animati in fretta e furia si direbbe) il panda Po ha movenze tutte sue, curate e significative che lo rendono un personaggio vero e non un disegno al computer.

Cosa ancor più degna di nota e di plauso poi è il fatto che Katzenberg e soci si liberino d’un colpo del citazionismo che era diventato francamente un appesantimento non indifferente per le loro pellicole. Ma più che liberarsene totalmente le citazioni le sublimano. Kung fu Panda non fa riferimento a nulla in particolare (se non proprio in un paio di scene ai Wuxia moderni di Zhang Yimou) ma in generale è un unico e gigantesco omaggio al cinema e alla cultura cinese. Un omaggio che non si crogiola nozionisticamente nei particolari per guarda invece con un respiro più ampio allo spirito cinese.

Certo il film è molto americano e interpreta la cultura e il modo di essere cinesi con uno sguardo che viene da occidente, tuttavia il bello è che nella storia e nel modo di affrontare le dinamiche del film di kung fu si percepisce amore per il genere, passione ironica per quel tipo di storie e non presa in giro fine a se stessa. Fastidioso il doppiaggio del non-attore Fabio Volo.

Un premio a chi lo guarda tutto senza ridere mai

Share |
19 commenti

24.6.08

I fatti separati dalle opinioni

Share |
2 commenti

In Un'Estate Al Mare c'è una particina per Massimo Marino (devastante come al solito).
Quella sul product placement è una legge che ha regolarizzato una situazione gravemente illegale dando il via libera al "senza ritegno".
I Vanzina sono approdati al postmoderno.
Si sta creando una situazione di piccoli screzi tra Vanzina e De Laurentiis che potrebbe essere esilarante se uno vedesse tutti i film.
Non ci sono i capisaldi del cinema natalizio: Boldi e De Sica.
Il film che deve segnare il rilancio della stagione estiva non esce nella stagione estiva.

Il business del 3D sono gli occhiali

Share |
1 commenti

Il 3D sta arrivando, ma mancano uno standard e un modello di business. Le sale non sanno come rientrare delle spese di installazione e nonostante le buone prestazioni in campo di incassi fatti registrare fino ad ora, lo stesso non si fidano.
Allora i principali produttori di tecnologia per la proiezione tridimensionale cominciano ad elaborare sistemi di pagamento diversi per convincere gli esercenti ad optare per i loro sistemi...

23.6.08

Le Regole Dell'Attrazione (The Rules Of Attraction, 2002)
di Roger Avary

Share |
23 commenti

Maledizione a me e ai miei stolti pregiudizi che fino ad oggi mi hanno ostacolato dal vedere Le Regole Dell'Attrazione, piccolo gioiello ellissiano lontano anni luce da qualsiasi teen comedy, pur paradossalmente essendogli molto vicino.
Vicino per star coinvolte e per volontà di raccontare l'ambiente del college con piglio giovanilista, moviole all'indietro, split screen e montaggio sconnesso.

Ma nulla di tutto questo è pretestuoso in Avary, anzi. Lo sceneggiatore di Pulp Fiction e Le Iene, nonchè di una delle sorprese dell'anno, cioè Beowulf, questa volta dirige anche, sorprendendo per come riesce a fare un uso finalmente funzionale, finalmente originale e anche semplicemente finalmente fatto bene delle tecniche che dovevano stupire nel cinema anni '90.

In forte equilibrio tra una prospettiva statunitense del racconto e un modo poi molto europeo di mostrare i singoli personaggi (basti su tutte la presentazione di ognuno con fermo immagine e nome), Le Regole Dell'Attrazione è cinema tra i meno invisibili possibili, dove la mano del regista si sente di continuo con i già citati split screen (letteralmente stupendo quello tra i due protagonisti che con un movimento di macchina diventa un'inquadratura standard), le velocizzazioni, i ralenti, le scene a ritroso ecc. ecc.

La narrazione è tutt'altro che lineare, si comincia dalla fine ma senza sottolinearlo (grande pregio) per poi rifare tutto il percorso nelle vite dei protagonisti che li condurrà a quel finale. Ma a differenza di molte altre storie raccontate in questo modo Le Regole Dell'Attrazione non usa un simile espediente per rivelare gradualmente dei particolari che daranno nuovo senso alle scene finali già viste.
L'idea del film è l'esatto contrario: è l'aver già visto come va a finire che darà un altro senso a tutta la storia, gli donerà un senso di disillusione e cinismo altrimenti impossibile.
Tanto che alla fine quando si ritorna al punto dal quale si era iniziato le singole vicende non vengono riraccontate ma le si salta direttamente per procedere al vero finale.

22.6.08

Ora serviamo il numero...

Share |
1 commenti


Bellissimo set di foto di gente che fluttua nei supermercati

Lontano Dal Paradiso (Far From Heaven, 2002)
di Todd Haynes

Share |
8 commenti

Di Todd Haynes per una serie di casualità non conoscevo nulla prima di Io Non Sono Qui, avevo perso sia Velvet Goldmine che Lontano Dal Paradiso all'epoca della loro uscita e mai recuperati.
Inutile dire che dopo la visione del capolavoro dylaniano si è imposta la visione dei precedenti exploit non appena mi fosse stato possibile.

Lontano Dal Paradiso è quello che avevo letto e ancora di più: un esercizio di stile pauroso con dietro una visione e una conoscenza cinematografica profondissima (conoscenza del passato e della tecnica), ma anche un fenomenale film a se stante.
Haynes non parte tanto da Sirk, ma dagli anni '50 e dalla realtà dell'epoca per farne un ritratto più obiettivo di quello che si poteva evincere dal cinema dell'epoca. Per fare questo utilizza quel filtro, cioè utilizza il modo in cui chi non ha vissuto quegli anni li vede, l'immagine mediatica che ne abbiamo tutti quanti e che ci viene dal cinema, dalla televisione e dalle foto d'epoca. A questa però aggiunge dei tocchi di realismo all'epoca impensabili.

E' fenomenale l'equilibrio tra passato e moderno, frutto di scelte davvero altissime.Trama moderna su scenografie passate, movimenti di macchina assolutamente moderni su fotografia che guarda indietro con i suoi colori usati in chiave espressionista, recitazione moderna su movenze passate (si baciano solo a stampo), situazioni passate per intrecci moderni, ritmo passato e dialoghi moderni... E si potrebbe continuare a lungo.

Ma come dicevo goduria cinefila e tecnica a parte (ma che piacere che da però...), Lontano Dal Paradiso fa anche un suo discorso autonomo non tanto sul razzismo negli anni '50, quanto sulla solitudine umana e l'alienazione della vita borghese dell'epoca. Proprio come i melodrammoni dell'epoca il tema messo in primo piano è uno (anzi in questo caso due: razzismo e omosessualità), ma sotto, mentre tutti sono distratti a pensare al razzismo, passano altri significati, passa una visione di mondo che cozza con i colori brillanti di Edward Lachman fatta di terribile solitudine, una visione cinica del mondo in cui nessuno a nulla e alla fine nulla si può risolvere perchè la società intesa come aggregato di esseri umani dal quale ognuno può trarre vantaggio semplicemente non esiste.

Opera coltissima che cerca il consenso popolare senza tuttavia abbassarsi a dare al pubblico quello che vuole ma solo proponendo diversi livelli di lettura. Chi li vuole leggere poi lo fa e chi non vuole non lo fa.

20.6.08

I lungometraggi di Youtube diventano cortometraggi

Share |
0 commenti

Aggiornamento per la storia di YouTube Screening Room, il servizio che vuole dare visibilità ai lungometraggi.
Non era vero.
Viene fuori ora che in reltà ci saranno 4 cortometraggi ogni settimana e in più sarà presa in esame ogni tanto l'idea di mandare dei lungometraggi. Embeddo di seguito il corto scritto da Miranda July, che non è niente male. Davvero. Nonostante il pretestuoso bianco e nero.

Se prima ci credevo poco, adesso ancora di meno. Non c'è nulla di più usurato dei cortometraggi in rete e fare una cosa simile per YouTube vuol dire cambiare solo un parametro: la selezione, che non è più inesistente ma fatta secondo le caratteristiche di "professionalità" e selezione da un panel che non è nemmeno fatto da gente del cinema...
Una cosa folle.

Una delle migliori locandine di sempre

Share |
20 commenti

Breaking News

Share |
0 commenti

Kung Fu Panda è realizzato come mai ho visto prima d'oggi.
La perizia tecnica, la qualità delle texture, dell'animazione, la bellezza di certe composizioni (hanno preso personale asiatico), i mille piccoli particolari tecnici sono veramente impressionanti a livello della Pixar se non oltre (ma i due studi inseguono due idee di cartone animato in CG diverse percui i paragoni sono difficili).
Certo Wall-E si annuncia anche più mostruoso, ma questo mi ha davvero impressionato. Giuro che le prime scene hanno fregato anche uno smaliziato come me. Sembravano cinema dal vero.

19.6.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

Share |
2 commenti

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Dopo il resoconto della conferenza stampa di Go Go Tales con Abel Ferrara, si parla subito del film, per poi passare al trascurabile Corazones de Mujer, l'immancabile L'Incredibile Hulk e una capatina su Il Vento Fa Il Suo Giro che fa un anno di permanenza al cinema.
Imperdibile la programmazione televisiva con I Vampiri, Il Ladro di Orchidee, Addio Mia Concubina e Angeli Violati.

LA PUNTATA DEL 18/06/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Or dunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

I film su YouTube

Share |
0 commenti

YouTube sta per dare vita ad un servizio chiamato Screening Room che metterà ogni settimana 4 lungometraggi da guardare gratis in streaming.
Si tratta di film selezionati dalla società andando a pescare sia dai festival (ce n'è uno di Miranda July tra i primi) sia dai privati e indipendenti come più tipico del sito.
E' una mossa mirata a fare soldi, detto in parole povere. Google non è riuscito ancora a monetizzare l'incredibile mole di utenti del sito di video sharing e invece in poco tempo Hulu sta facendo grandi cose.

Il punto però è che Hulu mostra le serie tv e i film in streaming, quelli del circuito di serie A, cioè mostra contenuti che la gente cerca e "va a vedere", mentre YouTube il grosso del traffico lo fa con contenuti che vengono spinti alla gente e in linea di massima non sono cercati (la ricerca di solito arriva dopo la visione del primo video).

E' la differenza tra "video to PC" e "video to TV", cioè due tipi di contenuti video che si dovrebbero differenziare per come verranno fruiti (perchè ad oggi i televisori connessi alla rete sono troppo pochi). Le serie TV e i film ovviamente sono contenuti che, anche se veicolati attraverso internet, non vedono l'ora di finire nel televisore perchè lì nascono e lì andrebbero visti. Al contrario gli UGC sono la definizione stessa di "video to PC", cioè cose per le quali non vale la pena accendere la tv e che hanno senso unicamente attraverso il PC perchè si tratta fi una fruizione distratta, di sfuggita, poco partecipe e non "dedicata", nel senso che solitamente quando li si guarda si sta in realtà facendo altro.

Veicolare contenuti lunghi in quella maniera secondo me non può portare al successo, specialmente se quei contenuti non si pubblicizzano da soli, cioè se non sono Lost ma sono film indipendenti.

Days of Being Wild (A Fei zheng chuan, 1991)
di Wong Kar Wai

Share |
0 commenti

Tre anni dopo il pessimo As Teas Go By e tre anni prima del grande exploit Hong Kong Express/Angeli Perduti arriva Days Of Being Wild vero ponte e prova generale per la poetica della coppia Wong Kar Wai-Christopher Doyle.

Non radicale come i successivi film e soprattutto non così frutto della totale interazione tra regista e direttore della fotografia, Days Of Being Wild abbozza i temi tipi di Wong Kar Wai, ci sono gli amori affrontati sempre di striscio (quando iniziano o quando sono finiti ma mai nel loro svolgersi) ma manca la poetica degli oggetti, c'è la totale libertà stilistica ma manca un modo nuovo di vedere il romanticismo nella modernità, c'è la voce fuoricampo ma manca l'adesione incondizionata ad uno dei suoi personaggi.

Ambientato negli anni '60 come il molto successivo In The Mood For Love (ma per il resto molto lontano da esso) visto ora il film lascia l'amaro in bocca ed è impossibile dire l'impressione che possa aver fatto nel 1991, quando comunque era un'opera diversa capace di riportare l'attenzione sul micro sia come trama che come girato, capace di inneggiare alla libertà cinematografica e capace di parlare d'amore in maniera classicamente romantica eppure non banale.

Soffre forse di un po' di confusione specialmente verso la fine eppure come spesso accade nei film di Wong Kar Wai molte delle figure e delle storie abbozzate (il militare che incontra di notte Maggie Cheung) colpiscono immediatamente per quel tono di autentica e quotidiana disperazione che si percepisce in ogni parola, in ogni gesto e in ogni sguardo.

Elevator

Share |
4 commenti


Già da un anno su Runawaybox ogni settimana esce un episodio nuovo di Elevator, "la cosa più simile ad una video strip di tutta la rete" secondo il suo autore.
Si tratta di episodi cortissimi (sotto il minuto) sempre ambientati in un ascensore e intrisi di un umorismo veramente demenziale.

18.6.08

Go Go Tales (id., 2007)
di Abel Ferrara

Share |
4 commenti

POSTATO SU
Abel Ferrara rientra in pieno nella categoria dei registi di cui si ricordano i grandi fasti, talmente grandi che gli si concede sempre il beneficio del dubbio (anche perchè il fenomenale Il Nostro Natale è solo del 2001) e a vedere il suo nuovo film ci si va cercando di ritrovare nelle pieghe della trama Il Cattivo Tenente, Fratelli o L'Angelo Della Vendetta anche se poi si esce sempre delusi.

Ecco Go Go Tales inizia alla grande, ma alla grande davvero, con un lento svelamento di una ballerina in tutù in parallelo ad una ripresa (sempre lenta) di Willem Dafoe, e poi si parte! Parte il racconto rapido, ritmato e frenetico del Paradise (locale di spogliarelli) e delle varie umanità disperate che lo animano.
Tra tutti spicca ovviamente il proprietario (per l'appunto Dafoe) oberato di debiti verso le ballerine e incalzato dal padrone delle mura del locale per l'affitto e tuttavia intento a giocarsi tutto maniacalmente al lotto assieme al socio più anziano (e già viene in mente Il Cattivo Tenente). 40 minuti lanciatissimi a grande velocità, con grandi riprese e grandissimo montaggio. 40 minuti che mostrano, raccontano, suggeriscono e preparano il terreno.

Peccato che poi sul terreno preparato non ci vada nulla. Dopo la grande spinta iniziale non succede granchè, continua il racconto di quella che sembra la serata finale del Paradise (dati i debiti del proprietario) attraverso comitive di giapponesi, variazioni sul cabaret, liti, incidenti e sogni vari ma senza giungere ad un'unità senza riuscire a mettere a frutto la grandissima e sapiente preparazione.
Eppure è quello l'intento palese di Ferrara: parlare del mondo dello spettacolo, cioè del suo mondo fatto di precarietà, di soldi che mancano, di artisti che si rivolgono al gestore (regista) e di un continuo barcamenarsi ma in fondo tutti assieme. Esercizio in fondo sterile e onanistico se non supportato da qualcos'altro, vedi una forma grandiosa o una metafora ben più audace.

Certo però che l'ultima scena, proprio l'ultima, il carrello lento verso lo straordinario volto di Willem Dafoe, quello che dice la voce fuoricampo e l'espressione sul suo viso muta lentamente è grande grande cinema. Ecco proprio all'ultimo passo si intravede il vero Ferrara. Ma si intravede giusto.

All'altezza della sua fama

Share |
13 commenti

Intendiamoci, sono un herzogiano della prima ora e nutro una smodata curiosità per il progetto che vede il regista tedesco intento al remake di Il Cattivo Tenente con Nicholas Cage. Tuttavia la fastidiosa ma verace e malata arroganza delle parole pronunciate oggi da Abel Ferrara in un italoamericano che sembrava l'imitazione di Brando nel Padrino (non sto scherzando!) non può non conquistarmi
Mi hanno detto di non dire nulla su quel film. E poi mia madre mi ha sempre insegnato che se non hai nulla di gentile da dire è meglio che stai zitto. Tuttavia penso che se non avete idee per i vostri film non venite a toccare i miei! [...] Quella gente non ha le palle anche solo per avvicinarsi ad un film come quello!!

In Bruges (id., 2008)
di Martin McDonagh

Share |
5 commenti


Raramente si era visto un film più fieramente europeo di In Bruges. Europeo nello stile di messa in scena, nei personaggi, nelle ambientazioni, nella storia ma anche e soprattutto nel modo di autopercepirsi e di autoposizionarsi lontano da qualsiasi americanismo (molto facile nel momento in cui si gira un film sui gangster).
Sono molti nel film gli espliciti screzi alla cultura americana (per una volta grande applauso all'adattamento italiano che sottolinea la differenza tra i protagonisti e gli americani doppiando quest'ultimi con un forte accento) fatti talmente a viso aperto che quasi infastidiscono.

Ma non è lì chiaramente il cuore del film quanto (paradossalmente) nel modo in cui guarda e rielabora l'esperienza del cinema asiatico. McDonagh non è un cineasta puro, viene dal teatro e questo è il suo primo lungometraggio, dunque non si può non rimanere stupiti dalla maniera con la quale gestisce i repentini e subitanei cambi di registro.
Come spesso accade nel cinema asiatico infatti il drammatico prende il posto del comico o del grottesco in maniera inaspettata (per lo spettatore occidentale) e alle volte le due dimensioni si mischiano con un'efficacia che si stenta a credere finchè non la si vede.

Personalmente non ho amato molto l'ambientazione cartolina di Bruges, un po' troppo onanisticamente protagonista, tuttavia il ritratto di quei due killer in esilio/missione (specialmente il principiante Farrel, cretino ma di una stupidità tutta sua) è indubbiamente fantastica e benchè poi nel film ci siano parecchie cadute di stile, le vette di sensibilità che il film riesce a raggiungere e il modo particolarissimo con cui ci arriva non possono non colpire, non fosse altro che per la novità.

Forse il finale abbastanza canonico un po' svacca e rovina le straordinarie premesse e forse ogni tanto ci sono elementi irrisolti che lasciano un po' l'amaro in bocca (la straordinaria storia tra Colin Farrel e la pseudo femme fatale) ma alcune cose come il pianto alle giostre o la scena della tentata rapina in camera da letto sono senza esagerare difficili da dimenticare.

17.6.08

Aiuto necessitasi

Share |
0 commenti


Come è noto a tutti The Evolution Of Dance è il video più visto di tutti i tempi su YouTube, gli altri della classifica sono in linea di massima video musicali più qualche performance comica e i classici video dei bambini.
Ma c'è un video che in poco tempo (diciamo un annetto) ha scalato la classifica e si è portato in terza posizione. Si chiama Lo Que Tu Quieras Oir è un cortometraggio spagnolo e fino a qualche mese fa non c'era una versione sottotitolata in inglese (e questo già la dice lunga). Ora c'è e la posto qui.

Ma la domanda per la quale cerco aiuto è: perchè è questo il terzo video più visto di YouTube? Quanti altri corti ci sono più o meno di questo tipo se non migliori? Quanti altri ce ne sono ruffiani come questo? Capaci di parlare di sentimenti facili come questo?
E poi come mai un video in spagnolo? Si certo il web latino è in costante crescita, sono la nuova realtà ecc. ecc. Ma quantomeno il successo dovrebbe replicarsi con le versioni tradotte in inglese (se non altro per curiosità di vedere che è 'sto video terzo classificato!) invece le traduzioni sono poche e poco viste.

Ci troviamo dunque di fronte ad un video che piace da morire ma solo ai latini, probabilmente anzi a tutti i latini perchè per i numeri che sviluppano devono essere veramente concentrati per superare l'utenza del resto del mondo. Ma perchè?

E' morto Stan Winston

Share |
1 commenti

7 Aprile 1946 – 15 Giugno 2008

L'Incredibile Hulk (Incredible Hulk, 2008)
di Louis Leterrier

Share |
11 commenti


Sarà che dopo l'eccellente seppur non autoriale Iron Man le cose non possono più essere le stesse e sarà che dopo l'Hulk di Ang Lee un prodotto così in linea con il resto delle cose che si vedono e così banale non era accettabile, fatto sta che il nuovo L'Incredibile Hulk è una vera delusione e non perchè sia chissà che ecatombe, ma perchè è il massimo della mediocrità.

Il francese Louis Leterrier fa quello per il quale è stato chiamato: far dimenticare la prospettiva autoriale di Ang Lee (fallimentare al box office) a suon di pugni ed esplosioni e in questo senso ci riesce. Il suo Hulk è molto più diretto, semplice e ricalcato sulla serie tv (molti omaggi e anche richiami nello score) ma perde tutta quella "diversità" rispetto agli altri film sui supereroi che Ang Lee gli aveva dato pur riuscendo a mantenere la trama quanto più fumettistica era possibile.

L'Incredibile Hulk è invece un prodotto mille volte meno sperimentale, va dritto al punto, introduce personaggi paralleli (Doc Samson e il Capo) che vedremo nei prossimi capitoli, spiana la strada per un seguito (cosa che a dire il vero faceva anche Ang Lee) ed è coerente con la nuova visione Marvel di universo supereroistico nel quale i personaggi di un film compaiono anche negli altri.

Mettiamola così: questo nuovo Hulk sta a quello di Ang Lee come un episodio della serie a fumetti sta ad una graphic novel.

TECNOLOGIE DEL FILM

16.6.08

Closer (id., 2004)
di Mike Nichols

Share |
5 commenti

Ammetto che a tratti Closer ha saputo prendermi, sono un amante dei melodrammoni e questo di certo gli ha facilitato il compito, ma in più di un momento il film è stato capace di rendere accettabili e attuali momenti, svolte di trama e frasi che altrove sarebbero state giudicate impensabili come: "Nessuno t'amerà mai come t'ho amato io".

Si sente tantissimo la provenienza teatrale, nella scansione temporale "episodica", nella quantità e qualità dei dialoghi e nel particolare tipo di intreccio, tuttavia Nichols adatta molto bene il testo al cinema trovando più di un modo in cui utilizzare lo specifico filmico per la messa in scena, senza limitarsi come spesso accade a puntare la macchina da presa e dirigere gli attori.

La cosa più interessante di tutte forse è il modo in cui i rapporti vengono mostrati, attraverso grandi ellissi temporali (spiegate sempre in maniera molto delicata e invisibile) e con sbalzi di umore, tono e complicità che invece che sembrare paradossali convincono ogni volta di più.
E' semmai la recitazione che non convince, troppo teatrale (come era facile che accadesse), troppo caricata e troppo poco cinematografica. Nichols non tiene a bada per nulla la voglia di strafare di Clive Owen e Jude Law che risulta in una sfida a chi carica di più mentre sia Natalie Portman che Julia Roberts sono decisamente più compassate, limitando i danni.

Non è chiaro quanto Closer possa o voglia parlare dei tempi moderni tuttavia il suo approccio modernista è apprezzabile come la volontà di fondere America e Europa (non nella trama chiaramente ma nel modo di filmare) attraverso uno stile che in più di un momento guarda a Woody Allen (le riprese in esterni da lontano) e a tratti i rapidi carrelli e le luci di Scorsese.

15.6.08

Beyond The Rocks (id., 1922)
di Sam Wood

Share |
4 commenti

Il preziosissimo e maniacale lavoro che Martin Scorsese fa con l'American Film Institute e con le altri importanti cineteche del mondo (in questo caso in collaborazione con una olandese) ci regala un altro film dimenticato e creduto perduto, una pellicola dei tempi del muto che vede per la prima e unica volta insieme due grandissimi divi, Rodolfo Valentino e Gloria Swanson.

Il film occorre dirlo subito non è strepitoso, la sua importanza è più storica che altro, Beyond The Rocks segna infatti la prima grande collaborazione tra due star di primo piano (cosa abituale oggi ma rarissima all'epoca) e testimonia il modo in cui tale fusione di nomi veniva trattata a livello di trama, riprese ed esposizione dei soggetti.
La trama è un melodramma d'altri tempi, ingenuo e banale visto oggi, ma particolarmente fiammeggiante per come i due amani si cerchino, si perdano e si ritrovino, con un fare e uno svolgimento che non si allontana poi tanto da quello che 5 anni dopo farà Murnau con Aurora, specialmente per il finale.
Tuttavia ci sono spesso le fasi "oniriche", in costume che rappresentano la proiezione dei protagonisti in un altro tempo e in un altro contesto. Metafore storiche della loro vicenda che mi suonano sempre come delle perdite di tempo incredibili e di cui non riesco a capacitarmi.

Lo stesso Scorsese in una intro gustosissima spiega il valore del film e invita lo spettatore a concentrarsi sulla luminosità dei volti, cosa che in fondo vale per qualsiasi film muto, ma che in particolare in Beyond The Rocks vive di una curiosa "gara" tra i due grandi attori.