31.10.08

"Al Festival Del Film di Roma non ci va nessuno"

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PRESENZE

%

2008 vs 2007

2008

2007

2006

Visitatori dei luoghi del Festival

- 3,3%

580.000

600.000

480.000

Accreditati

+ 7,8%

7.558

7.010

6.837

Totale biglietti emessi

+ 4,5%

115.000

110.000

102.000

Incassi biglietti

+ 14,5 %

€ 398.000

€ 347.610

€ 367.486

PARTECIPAZIONE DEL PUBBLICO

Tasso di occupazione media delle sale

89%

82%

65%

Tasso medio di votanti per il premio del pubblico

64%

-

-


Trattasi dei dati ufficiali diramati dalla direzione dei quali voglio sottolineare il solo -3,3% influenzato dai monsoni che si sono abbattuti su Roma negli ultimi 3 giorni (roba che ha rovesciato i vasi di cemento e fatto crollare i cartelloni)..
Qui è scritto ma so da altre fonti che anche il reparto "alimentare" dell'auditorium e degli stand subito fuori ha venduto di più, in linea con i dati qui sopra.

Louise-Michel (id., 2008)
di Benoît Délepine, Gustave Kervern

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Eccolo il film più strano del Festival, una commedia che quasi è un film comico dove i protagonisti sono un uomo che è una donna e una donna che è un uomo, alla ricerca di un direttore da uccidere. Alla chiusura improvvisa di uno stabilimento femminile infatti le lavoratrici decidono di prendere i loro risparmi ed assoldare un killer che uccida il direttore, ma in una grande azienda non è mai facile capire chi sia il direttore vero.

La comicità è tra le più stralunate e deliranti mai viste, impossibile da replicare e difficilissima da attuare. E la grandezza del duo Delepine-Kervern sta proprio nell'attuare moltissime strategie di messa in scena per rendere divertenti le loro assurde trovate.

La trama è un gigantesco attacco al capitalismo perpetrato attraverso l'arma della violenza e della disperazione. C'è una visione sprezzante dell'umanità che era dai tempi di Fantozzi che non prendeva forma. Una sorta di pietà per questi derelitti che sono oltre ogni dignità.

Si Può Fare (2008)
di Giulio Manfredonia

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ANTEPRIMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Se c'è una cosa che sappiamo fare è questo cinema che racconta storie di derelitti con un tono scanzonato, ridendone di gusto e lasciando passare qualche lacrimuccia di gioia per come questi poveracci poi trovino la felicità. Film che a modo nostro ci fanno sperare che esista un mondo migliore.

Mi viene da pensare allora che la vera grandezza di Mio Fratello E' Figlio Unico è di essere partito da questo genere per elevarsi ed eliminare tutte le mille piccole ruffianerie, gli espedienti di bassa lega e la pessima sceneggiatura per diventare un prodotto serio che mantiene solo i pregi di questo modo di fare commedia amara.

Si Può Fare invece è un tipico esponente della categoria. Manfredonia lascia mano libera ad un gruppo di attori che si divertono ad interpretare i malati di mente come ce li immaginiamo (l'unico un minimo interessante è Franco Ravera, già visto nei panni di un matto in La Ragazza Sul Lago) e Claudio Bisio è bravissimo a lasciare che la comicità rifluisca attraverso di lui per finire su di loro. Ma oltre a trovate davvero molto divertenti c'è il deserto della ruffianeria e della stupidità.

Si sceglie un tono favolistico (i matti che lavorano come montatori di parquet e al primo giorno gli danno in mano la motosega) ma non lo si segue fino alla fine pretendendo di convincere lo spettatore che davvero sia possibile una cosa simile (alla fine un serie di scritte con i dati sulle cooperative di malati di mente sono funzionali in questo senso).
A fronte di molte scene divertenti ce ne sono tantissime scritte in maniera pessima (Bisio e la Caprioli sul tetto per dirne una) e lo svolgimento risponde al più trito dei canovacci (se forse avrei potuto accettare che delle ragazze dell'alta società milanese escano con dei matti, di certo non accetto che escano con dei montatori di parquet!).
Ancora peggio si pretende di far passare l'idea non che i malati di mente siano normali ma che siano meglio delle persone normali.

La Siciliana Ribelle (2008)
di Marco Amenta

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ALICE NELLA CITTA'
FESTIVAL DEL FILM 2008

Il solito film italiano di resistenza alla mafia nel quale si racconta la vera storia di una ragazza siciliana ultima rimasta della sua famiglia, sterminata dalle famiglie rivali, che si presenta dalla polizia per testimoniare e avere da loro aiuto per la sua vendetta.

Fotografato da Bigazzi e diretto con una media professionalità il film si lascia vedere, si nutre di quello curiosità da organizzazione mafiosa e del facile sentimentalismo legato alle dinamiche di vendetta e di scoperta della realtà da cui si viene.

Ma oltre le giovani vestite tutte di nero che scoprono la libertà della vita in città, dei retaggi familiari inestricabili, dei mafiosi con il cappotto sulle spalle e di un finale che cerca a tutti i costi la lacrima non c'è davvero nulla. Dopo la moratoria sul cinema dell'olocausto per i medesimi motivi ne propongo una sul cinema di lotta alla mafia.

7 Blind Women Filmakers (7 filmsaz zan-e nabina, 2008)
Mohammad Shirvani

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Sette donne arabe cieche fanno 7 cortometraggi. Cioè gente che non ci vede con una videocamera in mano.
Poi mi dicono che vado a vedere i film turchi... Almeno quelli ci vedono!

L'idea sarebbe che queste donne sostituiscono ai loro occhi la videocamera e che noi quindi vediamo il mondo che, davanti a loro, non possono vedere. Nel concreto è una boiata inumana, una cosa di una noia disarmante che non ha il minimo interesse.
A tratti si prova anche dell'astio per le registe alle volte supponenti, alle volte in cerca della facile pietà, alle volte senza una minima idea su cosa fare.

Una trovata che dovrebbe fare leva sul nostro lato emotivo e pietistico ammantandosi di ricerca sperimentale sulle potenzialità della visione cinematografica. Ovviamente però non c'è nulla di tutto questo.
Il sesto dei sette cortometraggi non è stato mostrato per volere della regista e quando l'hanno comunicato dentro di me c'è stata un'esultanza incredibile.

La rigorosa organizzazione

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Interrogato un alto esponente del Festival Del Film sulle storture del meccanismo di voto popolare di cui si era parlato, la risposta è stata eloquente: "Ce ne siamo accorti in ritardo".
E chiesto anche se il vincitore (che loro già sanno) sia dunque stato influenzato da tale falla la risposta è stata "No. Abbiamo avuto culo".

Per l'anno prossimo comunque sono previsti ingenti migliorie al sistema che sarà anche brevettato e commercializzato come sistema di rilevazione d'opinione (prevedendo anche un riconoscitore di linguaggio naturale in grado di elaborare i messaggi testuali di apprezzamento o meno).
Le migliorie tecniche non me le ha potute spiegare nel dettaglio ma si tratta di introdurre degli indicatori di sala, orario e affluenza per bilanciare i voti.

30.10.08

Kill Gil volume 2 e mezzo (2008)
di Gil Rossellini

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

"Questa malattia è la cosa più interessante che mi sia capitata nella mia vita", la frase finale di Kill Gil vol. 2 e mezzo campeggia anche sulle locandine come tagline e mi aveva impressionato da subito per bellezza e commozione, prima ancora che Gil Rossellini morisse. Una dichiarazione programmatica di curiosità e un approccio alle cose della vita che è contagiosissimo.

Così com'è contagioso l'ottimismo e la forza del suo documentario che sebbene non brilli per fattura ha un'incredibile forza nei suoi contenuti, nonchè il merito di trovare una chiave sottile per raccontare quello che in sostanza è un continuo spostamento fuori e dentro gli ospedali.

In tre anni e mezzo 42 interventi per limitare, arginare e tentare di alleviare il dolore dato dallo staffilococco che si è introdotto nell'organismo del figlio adottato di Roberto Rossellini tutti raccontati e impressi su videocamera digitale.

"I germi sono i miei nemici. Molti nemici, molto onore diceva qualcuno. Io direi più molti nemici molto dolore" è solo una delle mille battute e degli scherzi che Rossellini fa davanti alla videocamera mentre riprende se stesso e la sua odissea verso la morte.
Non è tanto la forma stavolta ma il contenuto e l'origine dell'opera ad essere veramente affascinanti. Urge recuperare i volumi 1 e 2.

Rocknrolla (id., 2008)
di Guy Ritchie

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PROIEZIONE SPECIALE
FESTIVAL DEL FILM 2008

Il primo film è una novità, il secondo è ripetizione di uno stile, il terzo è conferma di un modus operandi.
Tornato al suo cinema di incastri e vicende parallele che lentamente convergono Guy Ritchie ritrova se stesso più avanti di dove si era lasciato. All'energia di Lock & Stock, aggiunge più complessità di racconto (qui ogni personaggio ha un suo doppio, cioè un altro uomo cui è sempre accoppiato e che è la sua parte complementare e viceversa), trova nuove idee (le telefonate mostrate con un montaggio che sembra far procedere in circolo le inquadrature o il fantastico inseguimento con i russi), non si vergogna di niente e mette in mostra ciò che vuole.

E' Guy Ritchie. Entertainment al 100% che sollazza il basso ventre come la testa e se molti dicono che non va a parare da nessuna parte hanno ragione. Ma lo fa benissimo!

Come al solito a regnare è la casualità ma soprattutto l'inconoscibilità della realtà e dei fatti della vita, principio dimostrato attraverso il classico McGuffin (qui un quadro) che scatena ire, inseguimenti e capovolgimenti di fronte tra pesci piccoli e pesci grandi.

Non c'è motivo di avercela con Guy Ritchie per il montaggio ipercinetico, per le inquadrature modaiole, per il continuo tappeto musicale ruffiano e l'esaltazione dei suoi protagonisti, perchè il suo cinema è vitale come pochi. Non siamo di fronte alla personalità di un Bekmambetov, vacuo nel suo saturare l'immagine, ma di un cineasta completo che si diverte ad intrattenere con storie dall'orchestrazione magistrale. E a me piace.

The Missing (Shen Hai Xun Ren, 2008)
di Tsui Hark

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Generi mischiati. Un inizio da j-horror, un centro sporcato con toni da commedia e thriller psichiatrico (doppie personalità, visioni...) e un finale da melodrammone. L'ultimo film di Tsui Hark non è facile, specialmente per il pubblico occidentale.

Ogni snodo fondamentale è molto centrato sull'etica, sullo spiritismo e sui principi cinesi che spesso ci risultano incomprensibili se non incondivisibili.
Come sua caratteristica l'enfasi posta in ogni mossa, ogni svolta e ogni sentimento non è poca (non è certo regista minimale Tsui Hark) e la ricerca fatta intorno alle percezioni alterate della protagonista non è certo di quelle banali.

Eppure non funziona nulla, arrivati a metà si desidera la fine se ne ottengono anche troppe. "Il film con più finali di questo festival" l'ha ribattezzato qualcuno con più esperienza di me e non a torto.

Alcune freddure

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Oggi è toccato all'incontro sulla pirateria e il bilancio non è stato migliore di ieri
Il fenomeno della pirateria è una faccia dell'inciviltà culturale ed è come chi imbratta i monumenti o chi distrugge le suppellettili delle scuole o chi corre ubriaco. Sono tutti membri di questa comunità incivile che si dà alla pirateria
Giorgio Assumma (SIAE)

che facciamo produciamo i film per il monitor del computer??
Paolo Protti (ANEC)

non sarebbe meglio se ci fosse uno che strimpella e uno dall'altra parte che ascolta, perchè il lavoro dei distributori convince la gente ad interessarsi a questo prodotto perchè allora abbiamo solo UGC e fare un film e farlo bene ci vuole tanta professionalità e tanta capacità
Davide Rossi (Univideo)
C'era anche gente decisamente più illuminata a parlare, i tecnici come Quintarelli, quando è toccato a loro però tutti questi se ne sono andati e non hanno sentito le proposte, le novità (per loro) e le potenzialità di ciò che loro condannano senza appello. Non hanno potuto capire (ma tanto non capiranno mai) che la tecnologia non è magia.

I due eventi (ieri e oggi) sono comunque affrontati nel dettaglio qui.

29.10.08

"Presto fate sellare i cavalli!"

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Giuro di non aver cambiato una parola! Questo paragrafo viene dalla conferenza di stamattina sul diritto d'autore e sono pronunciate da Assumma, il numero uno della SIAE, l'uomo che decide del diritto d'autore e della proprietà intellettuale in Italia
Una volta un artista mi ha detto: “ho fatto un concerto in Cina con centinaia di migliaia di persone, con i proventi voglio comprarmi una villa a Panarea”. Allora mi sono informato se li avrebbe ricevuti o meno e mi hanno detto che non sarebbe accaduto perchè la società di collecting cinese non li manda proprio, una cosa incivile ma all'ordine del giorno. Allora considerato come la Cina ma anche l'India siano mercati incredibili e importanti, abbiamo preso la carta e abbiamo scritto ai governanti come abbiamo già messo a punto un progetto denominato "Turandot". A quel punto abbiamo mandato un nostro messaggero in Cina, che ormai è partito da due giorni, per parlare con le autorità locali. Ora abbiamo ricevuto risposta e ospiteremo a breve dei delegati dalla Cina che ci verranno a trovare. In seguito noi faremo una spedizione da Marco Polo lì per risolvere definitivamente il problema. Per ora ci hanno regalato delle cravatte di seta
Potete facilmente capire quale sia stato il tenore di tutto il democratico dibattito a cui c'erano solo uomini SIAE & affini.
Alla fine di tutto l'incontro avevo talmente tanto veleno e violenza in corpo da essere tentato di levarmi una scarpa e battendola sulla scrivania urlare "VI SEPPELLIREMO TUTTI!!".

JCVD (id., 2008)
di Mabrouk El Mechri

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Eccolo il vero evento del Festival Del Film 2008! La proiezione di JCVD, attesissimo film di finzione con protagonista Jean Claude Van Damme che interpreta se stesso in una storia di rapina e assedio che si configura come un bilancio sulla sua vita professionale e personale.

Più in là delle metafore di Rocky Balboa e The Wrestler, il film su Van Damme è ironico e molto molto divertente, assolutamente indulgente con il suo protagonista (che ne esce come un grande attore e un grande uomo) e autocelebrativo in una maniera gustosamente indiretta. Eppure nonostante il divertimento non latiti si respira proprio l'aria del capolavoro mancato.

Peccato perchè il regista sembrava in grado di regalare di più, specialmente a giudicare dalla splendida sequenza d'apertura: un piano sequenza della realizzazione di una scena di quelle tipiche da film vandammiano, una cosa che sembra Ben Stiller che imita Effetto Notte.
Poi però l'ossessione per il racconto atemporale, una fotografia eccessivamente e troppo sovraesposta e la volontà di non esagerare (invece io quello volevo!) un po' ammorbano il flm.

Non solo c'è una specie di videoconfessione che preme l'acceleratore sul patetico (e che è la vera componente vandammiana, cioè il trash!) ma soprattutto c'è un finale che scontenta proprio, perchè dell'avventura impossibile di un Van Damme reale preso in fatti di finzione (si raccontano cose mai accadute) tutti quanti volevano vedere un finale di finzione.

Rimangono però 93 minuti di celebrazione indiretta in cui Van Damme è grottescamente riconosciuto e ammirato da tutti per cose stupidissime (bellissima la scena in cui gli chiedono di levare la sigaretta dalla bocca di un altra con un calcio), nei quali si fanno screzi a Steve Seagal e John Woo e nei quali c'è spazio per una facile commozione che potrebbe anche suscitare involontariamente il riso.
E' Van Damme.

Martyrs (id., 2008)
di Pascal Laugier

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Arrivato al Festival del Film in una proiezione notturna Martyrs si guadagna il pubblico delle migliori occasioni, anche perchè il film ci arriva con la nomea di "disturbante". A introdurlo regista e attrice protagonista che hanno detto (e non mi era mai capitato di sentire una cosa simile) "il film non è di quelli che piacciono a tutti, almeno la metà delle persone che lo hanno visto non lo ha potuto sopportare, agli altri però è piaciuto molto".

La visione conferma le aspettativa di truculenta violenza e pornografica indagine del martirio della carne. Raccontando di una ragazza che ha subito e poi è scampata da un martirio in stile Hostel (ma più serio e girato meglio) che ora si reca a massacrare i suoi carnefici senza sapere a cosa andrà incontro Martyrs cerca di fare un discorso sulla dipendenza dalla violenza, cioè sulla sindrome da martirio che ti spinge a infliggerti dolore se non lo fanno gli altri. Poi però il flim svolta e diventa qualcos'altro, in maniera inaspettata e che può non essere gradita (di qui il 50% che si arrabbia). Io l'ho gradita. Nella parte finale aumentano le pretese della pellicola ma anche la qualità, il reparto di immagini migliora e anche i riferimenti.

Certo il gore rimane e molto. La gente se ne andava a frotte e si sprecavano in sala le grida di pietà "No... Noooooo..." alle violenze peggiori. Alla fine quando si sono accese le luci dietro di me ho visto un vigile del fuoco in divisa, di quelli che lavorano qui al Festival, che probabilmente essendo sera tardi si voleva vedere un filmetto. Stava abbattuto sul sedile con la testa nelle mani.

28.10.08

Un fatto personale

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Solitamente non racconto fatti personali ma stavolta tocca un tema ormai quasi cult di questo blog.
Invitato da un amico giornalista, e grazie al prestito di un badge, ho avuto accesso oggi per la prima volta alla zona Mini Lounge del Festival, quei punti che sono presenti un po' in tutti i grandi eventi e che in sostanza si configurano come zone d'elite piena di design e musica ambient diffusa.
Nel Mini Lounge si fanno le interviste televisive, si danno le feste la sera, si prende il tè il pomeriggio, ci sono registi e attori, volti noti del giornalismo, si mangia gratis (e bene), ci sono i direttori e i figli di persone note. L'ingresso è ristretto a coloro i quali sono in possesso appunto del badge specifico (che subito diventa status symbol) e questi sono concessi con una certa parsimonia solo per motivazioni concrete (ne esiste poi anche uno giornaliero più facile da avere).

Io non avendo mai avuto motivazioni concrete non ci ero mai andato pur conoscendone l'esistenza, e appena sono arrivato mi ha subito dato la tipica impressione da Metropolis: la zona in alto (sta nel punto più alto dell'Auditorium) dove i figli di quelli che contano intrattengono relazioni importanti e si trastullano mentre nelle viscere della città la feccia lavora alle macchine che la alimentano.

Insomma in questo contesto, mentre ero proprio in mezzo al Lounge, discretamente affollato, in piedi a parlare con una ragazza della mia età (ma dal cognome ben più altisonante del mio) mi rendo conto di un particolare che mi getta un attimo nel panico ma che subito dopo mi fa spuntare un sardonico sorriso sulle labbra.
Sono salito in maglietta. Quella maglietta famigerata.

Misteri del premio del pubblico al Festival Del Film di Roma

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Nonostante diverse richieste di parlare con qualcuno sembra impossibile fare vera chiarezza sui meccanismi del concorso del Festival Del Film di Roma.
Quello che si sa è che ci sono due categorie principali di premi: quelli dati da una classica giuria (miglior film, attore e attrice) e quello per il miglior film dato dal pubblico. E proprio questa seconda categoria pone dei problemi di ordine logistico (anche perchè non si sa quanto sia considerata importante dall'organizzazione).

A votare è qualsiasi spettatore veda anche solo un film. All'entrata di ogni proiezione infatti viene consegnata una scheda con 5 codici a barre, finito il film si gratta la parte terminale di quello corrispondente al voto che si vuole dare (appunto da 1 a 5) per scoprire sotto la patina del classico Gratta E Vinci la parte terminale del suddeto codice a barre. Lo si espone in una delle tante macchine in grado di leggerlo sparse per l'auditorium e questa registra il voto.

L'idea di un voto davvero popolare è interessantissima ma come avrete capito dal meccanismo si pongono subito delle questioni alle quali nessuno sembra voler o poter rispondere.

Iri (id., 2008)
di Zhang Lu

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Con un andamento molto molto rilassato Zhang Lu vuole mettere in scena un mondo e un modo di intendere i rapporti Cina/Corea Del Sud in accordo con la memoria personale e con quella di un popolo (che non è il suo visto che è cinese e il film si svolge tutt in Corea) attraverso complesse metafore e situazioni criptiche.
Non che non sia abile, molte cose non si scordano facilmente (anche se è meglio non dire perchè), però la sensazione è che stavolta la metafora sia andata troppo in là e che il film esageri nelle sue evoluzioni (o involuzioni), almeno per lo spettatore occidentale.

Il già detto rapporto con la Cina, misurato attraverso la storia dei rapporti delle due nazioni e attraverso il diverso uso che si fa delle due lingue nel film, sono solo due degli elementi più incomprensibili per chi non provenga o non abbia approfondito la cultura asiatica.
Non che questo pregiudichi ogni cosa, ma sicuramente appesantisce e complica una visione già di per sè non facile, organizzata attorno ad una trama che, come spesso capita per film simili, è un pretesto.

Il solo motivo percui non si grida alla "bufala" o all'attentato verso il sonno dello spettatore è perchè Zhang Lu nonostante miri altissimo sembra capace e dotato di cose da dire.
Pur non conoscendo i particolari dell'attentato alla stazione di Iri, che è il presupposto fondamentale del film, lo stesso si percepisce un'eredità non facile e come il regista voglia fare di tale avvenimento una porta per qualcosa di più universale. Ma è tutto molto vago, molto incerto e molto, molto noioso.

L'Artista (El Artista, 2008)
di Mariano Cohn, Gastón Duprat

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Diciamolo subito: El Artista non è solo il film più bello che si sia visto qui ma anche uno dei migliori della stagione (a dimostrazione del buon lavoro di selezione fatto). Un'opera in grado di intrecciare mirabilmente comicità e popolarità con un registro altissimo e infiniti piani di lettura.

Attraverso la storia di un uomo che spaccia per proprie le opere di un anziano malato di mente che assiste e che così ottiene fama di grandissimo artista, i due registi operano una riflessione tra le più raffinate mai viste sul concetto non tanto di arte quando di artista (e questo era facile da capire, dato il titolo).
Una riflessione che in nessun modo è un punto fermo ma che fornisce a chiunque una base per farsi un'idea e riflettere sul tema, che costringe ogni spettatore a prendere una posizione a diversi livelli di profondità.
Che ruolo ha l'astrattismo? Che senso hanno i musei? Che rapporto intrecciamo singolarmente con le opere che vediamo? Quanto ci influenza il giudizio generale che viene dato dal momento che non si tratta di arte figurativa? Un artista è tale perchè espone? E' come l'orinatoio di Duschamps che è arte solo quando inserito in una mostra?

C'è una componente fortissima di critica all'ambiente dell'arte moderna (la pittura ma anche le altre arti come la danza), continuamente bersagliata da una serie di battute e situazioni a dir poco esilaranti ma anche una speranza e una fiducia nel ruolo dell'arte e dello studio più serio (la figura del professore universitario è l'unica che non è denigrata, anzi sembra quasi capire tutto).

Resistendo moltissimo e benissimo alla facile trappola di replicare l'idea di Oltre Il Giardino, El Artista gioca tutte le sue carte con uno stile visivo fenomenale, degno del miglior cinema "autoriale", fatto di inquadrature che schiacciano e tagliano il superfluo al pari di campi lunghi che incastrano il piccolo truffatore in strutture più grandi di lui, comunicando senza bisogno di parole (usate quasi solo per le battute).

Infatti moltissime soluzioni e moltissimi particolari fondamentali per la trama (come la prima volta in cui si capisce che le opere le fa il vecchio matto) non sono comunicati verbalmente ma con le immagini o con la maniacale composizione di ogni inquadratura. La conoscenza che i due registi sfoggiano del linguaggio filmico e della fotografia è davvero impressionante, specialmente per come non lasciano mai che l'intellettualismo e la ricerca formale ammorbi il film ma la pongono come uno strumento, al pari delle mille battute sparse per l'opera.

Aiutati Che Dio T'Aiuta (Aide toi, le ciel t'aidera, 2008)
di François Dupeyron

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Dopo un inizio che faceva veramente presagire il peggio questo concorso sta decisamente decollando con pellicole ottime, specialmente nell'ottica della missione del festival (un cinema che piaccia alla critica ma anche al pubblico).
Aiutati Che Dio T'Aiuta è un film dai temi forti che non cerca mai l'indulgenza ma approcciato con delicatezza e un tono scanzonato e ironico che ricorda moltissimo le nostre commedie più amare (il miglior Virzì) e soprattutto è dotato di uno spirito ottimista e inarrestabile perfettamente riassunto dal titolo.

Racconta di una famiglia francese di immigrati africani che vive nella periferia di una non ben specificata città. Il fuoco principale è sulla madre, catalizzatore di tutte le innumerevoli disgrazie che si abbattono su lei, il marito e i figli (uno messo peggio dell'altro) eppure indomitamente sempre capace di guardare avanti, non arrendersi e pensare a se stessa.

Lontano da qualsiasi ruffianeria (e dato il fine della pellicola era facile scadere) e da qualsiasi parente autoconsolatoria il film di Dupeyron è anche girato con grandissima sapienza, tutto orchestrato intorno al grande caldo dell'estate cittadina. Il quartiere semi africano dove si svolge il film è ritratto con dominanti caldissime e la macchina da presa spesso posta vicino al terreno è usata per enfatizzare il caldo percepito, cosa che dona alle diverse disgrazie che si abbattono senza pietà un carattere ancor più infernale.

Da grande, grandissimo cinema la sequenza del matrimonio della figlia, in cui commedia e tragedia si fondono con una profondità ed una forza nei rispettivi toni che nemmeno noi abbiamo mai raggiunto.

Guerrilla marketing al Festival Del Film

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E poi dicevano che non ci avrei fatto nulla con quella maglietta con il logo.

27.10.08

Easy Virtue (id., 2008)
di Stephan Elliott

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

La facile virtù del titolo è l'accusa che la protagonista (una pilota d'automobili americana) si vede continuamente fare dalla famiglia snob inglese del nuovo marito quando va a trovarla per la prima volta.

Come si intuisce dalla trama si tratta di un film tratto da un pezzo teatrale degli anni '30, di cui è stata mantenuta l'ambientazione d'epoca premendo l'acceleratore sulla comicità.
Il problema di Easy Virtue è che nonostante battute sagaci non fa ridere, non cerca una dimensione comica del cinema, non cerca di stupire, nè di intrattenere ma pretende di affascinare.
L'adattamento in sostanza non riesce e fa solo venire curiosità della versione muta che ne fece Hitchcock.

Le maschere fisse, come il maggiordomo impeccabile ma dalla battuta pronta o la mamma acida e possessiva, non vanno più in là della loro copertina e non si scorge proprio la volontà di girare qualcosa di buono, solo il tentativo di riprendere degli attori. Peccato.

Baksy (id., 2008)
di Guka Omarova

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Comincia come un ammorbante film kazako ma quasi subito Banksy prende una strada imprevedibile descrivendo la figura di una curiosa sciamana delle lande, una donna che nella modernità disperata di quelle lande fa miracoli e opera sugli spiriti delle persone.

Con il volgere della pellicola il tono si sposta gradualmente sulle corde del film di gangster finendo con uno splendido climax che regala sequenze di vera action lontana dal gangsterismo americano, da quello italiano e da quello asiatico. Squallore, soprannaturale e composizione delle inquadrature sono tutto quello che serve per questo curiosissimo pseudo-action movie alla russa.

Impossibile dire se mai riceverà una distribuzione ed è anche difficile stabilire se possa attirare un pubblico con la fotografia fredda e le immagini desolate con cui si presenta. Tuttavia è una delle cose più sorprendenti (ma non la migliore) viste finora.

26.10.08

Good (id., 2008)
di Vicente Amorim

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Sono anni che vado proponendo un embargo per il cinema sull'olocausto, ovviamente non per motivi ideologici quanto perchè è probabilmente il tipo di cinema più abusato, retorico e mal fatto che ci sia. Un genere per il quale l'impegno e la lacrima facile sono così a portata di mano da ammorbare quasi tutte le produzioni.

Non ero dunque molto ben disposto nei riguardi Good, film che racconta di un professore universitario di lettere tedesco durante il nazismo. Eppure nonostante questo e nonostante una buona prima parte abbondante che si trascina stancamente non posso negare che il bel finale tira le fila di tutto, donando una chiave di lettura molto particolare al film che lo rende a suo modo originale.

Il bello di Good è che non è un film sul nazismo, usa quel contesto solo come strumento, come simbolo di una situazione negativa. E' un film sulla vita quotidiana, sulle decisioni che si prendono e su come queste senza volerlo possano portarci dentro situazioni che non vorremmo. Il nazismo serve ad impressionare, serve perchè quando si vedono quelle divise si ha un forte rinforzo negativo.
Il bello è appunto questo racconto organizzato benissimo, dove la ridondanza iniziale è assolutamente funzionale allo scioglimento finale. Un film dove addirittura c'è una vera scena madre (non a caso individuata da tutti come tale) cosa che al cinema non si vede da tanto tempo.

Dove Cavol E' Osama Bin Laden? (Where In The World Is Osama Bin Laden?, 2008)
di Morgan SpurlockE

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Morgan Spurlock torna a rischiare la vita (o a fingere di rischiarla) davanti alla macchina da presa con un documentario che come per il precedente Super Size Me in realtà non parla di quello per il quale è pubblicizzato.

Dove Cavolo E' Osama Bin Laden? infatti non parla di Spurlock in viaggio nel medio oriente per cercare Bin Laden ma di Morgan Spurlock che viaggia nei paesi medio orientali per raccontarli al pubblico americano e mostrargli quale immagine il loro paese abbia veicolato in quei paesi.
E specifico che si rivolge al pubblico americano perchè scopo del documentario è sfatare i pregiudizi statunitensi. Poi certo in tutto il mondo quel tipo di pregiudizi posson attecchire, anche da noi c'è chi ritiene l'Islam una religione violenta e gli arabi tutti terroristi, ma l'approccio sembra proprio ritagliato per il pubblico americano.

Al solito, l'allievo non ufficiale di Micheal Moore, riesce meglio quando dipinge la stupidità americana (in questo caso i terribili allenamenti cui si sottopone prima della partenza) che quando vuole tirare la morale. Il suo viaggio dimostrativo è abbastanza banalotto e il suo buonismo multietnico fastidioso. In più la messa in scena documentaristica è sempre ai minimi.

Eppure come spesso capita nei documentari (e in tutti i film girati all'aperto come sosteneva Truffaut) in certi momenti la serendipty regala dei momenti straordinari come la cacciata da parte degli ebrei o ancora meglio il venditore di magliette del wrestling in arabia saudita.
"Vendete le magliette del wrestling??"
"Certo tutti amano il wrestling!!"
"Ma perchè?"
"Perchè è uno sport leale"
"Ma lo sapete che è tutto finto?"
"....... ....... Forse. Ma quando si giocano la cintura non lo è!"

Mereghetti 2008

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Anche quest'anno ha voluto a tutti i costi farsi una foto con me, nonostante io non abbia tempo da perdere per queste cose...

Ho dovuto fermare Pietro Salvatori, che anche lui è pieno di impegni (specialmente ad ora di pranzo), per farci fare la foto.
Meno male che poi la macchinetta digitale ha esaurito le batterie e non abbiamo fatto l'altra foto in cui lui mostra che sotto la camicia ha la maglietta del blog.

Il Passato E' Una Terra Straniera (2008)
di Daniele Vicari

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Quello che non aveva fatto Velocità Massima lo fa Il Passato E' Una Terra Straniera, e qui si potrebbe chiudere tutto.
Il film che Vicari aveva fatto con Valerio Mastandrea aveva un ottimo spunto che non riusciva a quagliare, mentre ora il suo ultimo con Elio Germano arriva anche più in là.
Si tratta sempre di una storia di amicizia virile cementata da un'attività svolta in comune contaminata dai rapporti che ognuno dei due intrattiene con altre persone, solo che adesso tutto si fa adeguatamente complicato e realizzato con maestria.

A partire dal titolo il film offre un modo di rappresentare il contrasto tra il proprio passato e il proprio presente non banale, utilizzando la violenza come mezzo espressivo in una quasi pornografica ossessione cronenberghiana per il dolore della carne che in alcuni punti sembra possedere Vicari e che culmina in un bellissimo finale.

Ma a stupire è il modo molto più maturo in cui è descritto il rapporto tra i due protagonisti, entrambi in cerca di un'identità nuova e entrambi morbosamente legati, specialmente uno dei due, da un rapporto quasi omosessuale che però non si concretizza mai nella pratica.

Per fare tutto questo Vicari usa molto poco il testo (i dialoghi sono improntati su uno stile naturalistico che esalta le doti di Germano) e tantissimo le immagini, anzi il cinema, cioè la modifica delle immagini attraverso la macchina da presa. Regnano gli sfuocati e le lenti deformanti con un modo di riprendere le città che guarda all'Asia ma anche a casa nostra.

Faccio un esempio: non avevo mai visto un personaggio passare da un lato all'altro della lente bifocale e la cosa avviene con una precisa economia nel senso del film.
Per il momento è il mio vincitore.

Il Sangue Dei Vinti (2008)
di Michele Soavi

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PROIEZIONE SPECIALE
FESTIVAL DEL FILM 2008

Ad un certo punto ho avuto come un miraggio, mi è sembrato di vedere in basso a destra il simbolo di Rai Uno...
Eppure Arrivederci Amore Ciao mi era molto piaciuto, sembrava davvero riscattare una vita di fiction, spazzando via ogni pregiudizio.
Il Sangue Dei Vinti è l'esatto contrario, conferma una vita di fiction con una fiction sul grande schermo e anche una delle peggiori. Mi dispiace solamente che le ovvie e facilissime polemiche che seguiranno il film come seguirono il libro oscureranno il giudizio ben più importante e più grave sull'orrore della realizzazione.

Si può davvero scegliere e dirigere attori così poco capaci, si può davvero approvare uno script con buchi così evidenti, si possono mettere in bocca battute così stupide, si può seriamente pensare che un film così banale e senza il minimo valore cinematografico possa essere gradito dal pubblico della sala?

In sala alla fine si è levato un grido unico, un "VERGOGNA" forte e chiaro, mi sono alzato subito per vedere chi era. Era Fabio Ferzetti. Mi è piaciuto tantissimo quest'atto di passione da parte di uno che fa questo mestiere da tanto.

25.10.08

Rassegna animazione italiana

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ALICE NELLA CITTA'
FESTIVAL DEL FILM 2008

Alice Nella Città è la sezione migliore, peccao che la danno ad orari impossibili" è il clichè sulla sezione dedicata ai bambini. E come tutti i clichè è verissimo.
Si tratta della prima parte della rassegna sul cinema d'animazione italiano. Una serie di cortometraggi uno in fila all'altro per circa 90 minuti, tutti di Gianini e Luzzatti, il primo animatore il secondo disegnatore.

Il tratto è assolutamente e volutamente bidimensionale e naive, tutto centrato sui colori e sulle inquadrature (che solo in apparenza sembrano piatte) e deformato con uno stile che ricorda tantissimo l'espressionismo tedesco per le sue linee sbilenche e nervose e ovviamente per le componenti più inquietanti di deformazione del reale.

L'altro ponte con l'espressionismo inoltre è la tipologia di animazione che ricorda Die Puppe ma con un richiamo molto più forte alla tradizione marionettistica, in special modo a quella dei puppi siciliani.

Il risultato di questi contrasti, a fronte di storie infantili, stiracchiate e molto favolistiche è raramente affascinante anche se indubbiamente creativo. Nemmeno Il Flauto Magico (tipico esperimento di animazione e classica) è riuscito a coinvolgermi anche se rimane indubbiamente l'ammirazione per uno stile così personale e invenzioni simili.

Steno Genio Gentile (2008)
di Maite Carpio

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Come preannunciato è l'edizione delle famiglie e proprio in tale tendenza si inserisce l'evento che celebra Steno con un documentario e un incontro (a seguire) con alcuni amici e colleghi (i figli, Scola, Montesano, Trovajoli...).

Il documentario è abbastanza standard, nulla di che, ma i contenuti sono decisamente la sua forza. Raccontato a partire da una serie di interviste ai "soliti" (Monicelli, Kezich, i figli, Scarpelli...) e da alcune immagini di film il film non fa nulla di interessante per chi conosca già la personalità e le idee del regista, non porta novità ma solo piccole curiosità.

Quello che emerge è appunto il "genio gentile", cioè la personalità geniale dotata di grande pacatezza, di un modo di fare tranquillo, compassato e molto comprensivo. Sinceramente però nonostante i tentativi siano molti non mi hanno convinto dello statuto di maestro di Stefano Vanzina, più semmai di quello di abile mestierante, vecchia colpe del cinema e ottimo scrittore di commedie.

Più interessante decisamente l'incontro in cui Tatti Sanguineti e Montesano in particolare hanno messo in luce aspetti curiosi e hanno chiarito ad esempio, la differenza che esiste con un coevo come Monicelli, capace di raccattare molti più premi, ovvero il carattere sul set, che io tradurrei più in generale con "la determinazione".

La Lunga Notte Del '43 (1960)
di Florestano Vancini

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Florestano Vancini è morto e comincia il recupero.
Il Festival Del Film propone il suo primio lungometraggio vincitore anche del premio miglior esordiente al Festival di Venezia. La sorpresa è che nonostante le aspettative fossero alte e nonostante una tematica abbastanza classica (nel 1960) per il nostro cinema (ovvero il "fatto di guerra") Vancini applica uno stile e una modernità di forma straordinarie.
Negli anni della nouvelle vague e in una scuola (quella appunto italica) che non può non seguire il rigorosissimo cinema della liberazione Vancini predilige senza subbio la forma applicando delle scelte a dir poco audaci. Parlo di montaggio sconnessi (molto prima di Agosti e Bellocchio), di inquadrare gli ambienti vuoti mentre si sentono conversazioni fondamentali in altri luoghi e soprattutto un finale, irrisolto e contemporaneamente risolto, degno della miglior causa.

Si respira in sostanza una visione chiara delle proprie idee e una capacità non comune di metterle in pratica.
Stupisce davvero il modo in cui nonostante uno stile che traghetta il cinema italiano classico nella modernità lo stesso Vancini mantenga fermissime le grandi conquiste dei decenni precedenti.
In pochi dicono che ha collaborato alla sceneggiatura Pier Paolo Pasolini e che la fotografia è di un giovanissimo Carlo di Palma.

La Duchessa (id., 2008)
di Saul Dibb

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Il festival romano sembra abbonato a questi film "parrucconi" (ricordo già Elizabeth l'anno scorso), ricostruzioni in costume di stampo fortemente intimistico che a me non hanno mai esaltato particolarmente, specialmente per come spesso lasciano che la perizia tecnica sovrasti la storia.

La Duchessa in questo senso è una piacevole sorpresa, Saul Dibb dirige molto bene gli attori, si tiene su toni sobri, non cerca di stupire e rimane concentrato sulla storia. Certo il film in italiano potevano anche titolarlo "I figli so' piezz'e core" oppure "Se mi lasci mi prendo i bambini" e racconta la classicissima storia di una donna che in tempi di restrizioni, regole e repressione era molto più moderna del suo tempo in fatto di mentalità, cosa che pagherà cara. Ma, e credo sia la prima volta che lo scrivo, La Duchessa vanta due vere prestazioni da grandi attori che lo sorreggono.

Che Keira Knightely reciti è una vera sorpresa che potrebbe lanciare la carriera di Saul Dibb come regista o come ammaestratore mentre che Ralph Fiennes faccia una grande prestazione è più ordinario. Quello che è poco ordinario invece è che gli venga anche affidato un bellissimo personaggio, esaltato dal fatto di stare in seconda linea (lui è il duca e come è facile capire la vera protagonista è la duchessa) e portato davvero magnificamente su schermo.

Un uomo algido, spietato, british e profondamente umano che calamita l'attenzione ogni volta che è in scena e nonostante tutte le possibili angherie suscita più empatia della più tipica consorte.

Appaloosa (id., 2008)
di Ed Harris

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PROIEZIONE SPECIALE
FESTIVAL DEL FILM 2008

Chi l'avrebbe mai detto che c'era ancora spazio per un bel western vecchio stile (lo crediamo ogni volta e poi magnificamente veniamo smentiti) e soprattutto chi l'avrebbe mai detto che sarebbe stato un western anche così incredibilmente moderno!
Ed Harris alla sua seconda regia dimostra una padronanza dei meccanismi del cinema e dell'evoluzione delle sue forme che impressiona. Il suo Appaloosa è un film che porta su grande schermo l'omonimo romanzo di Parker con un adattamento di rara precisione e meticolosità, uno script ad orologeria che lungo tutto il film costruisce un finale bellissimo non tanto nei fatti quanto nei sentimenti.

C'è tutto quello che gli amanti del western classico amano (con l'amicizia virile a dominare) e anche ciò che la modernità ci regala di migliore (personaggi sfaccettati e pieni di contraddizioni che vanno risolte) in uno scenario "crepuscolare" in cui le cose stanno cambiando, un'era è arrivata al termine e i personaggi sono costretti ad adattarsi.

Ma ancora (se non si fosse capito il film mi ha proprio comprato bene!) fin da subito Harris dichiara una fantastica sporcatura noir. Mortensen entra in scena accompagnato dalla sua voce fuoricampo che annuncia la situazione e ne spiega la provenienza con un tono assolutamente noiristico degno del miglior Chandler e poi la storia mette un uomo retto di fronte alla passione per una donna per la quale dovrà andare in deroga ai suoi principi conscio che è un mondo in cui amare è troppo difficile per avere una seconda occasione.

Non sarà forse il capolavoro dell'anno e forse nemmeno del festival del film, ma Appaloosa è uno di quei film pieni di soddisfazione che vorresti ti sparassero direttamente in vena!

24.10.08

I blog dicono sempre la verità e più dicono cose stupide più sono vere

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Anche questo è sintomo di evento serio, cioè la manifestazione di protesta. L'anno scorso la fontana di Trevi, quest'anno il sit-in.

Io speravo si manifestasse contro il cattivo cinema ed ero pronto ad aggregarmi in realtà si manifestava per la riforma Gelmini.
I giornali più o meno hanno ingrandito com'è ovvio. In realtà ero nell'epicentro a fare un minireportage per CurrentTV con un cellulare dalla qualità infima e non c'erano scontri.
Un ragazzo si è fatto dare una manganellata perchè voleva forzare il picchetto di polizia e due ragazze sono penetrate con uno striscione, prese e rimesse fuori. Basta. Per il resto tutti seduti a gridare slogan all'uscita e la gente che entrava da un'altra parte. Poco e niente.

Subito la mente è volata comunque al '68 veneziano, in cui ci furono manifestazioni di tutt'altra portata, importanza e veemenza. Si ventilò addirittura la sospensione del festival come a Cannes. Qui la solita cosa pizza e fichi de noantri, i soliti ragazzetti in parte convinti, in parte fomentati, in parte ignoranti, in parte acculturati.

La Banda Baader Meinhof (Der Baader Meinhof Komplex, 2008)
di Uli Edel

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

I tedeschi hanno deciso di venire a patti con tutto e così dopo il nazismo tocca ai loro anni di piombo in cui appunto la banda del titolo agiva più o meno come le Brigate Rosse da noi ma in maniera più violenta, strutturata e continuativa (del resto sono tedeschi).

Vedendo il film si pensa a quante volte noi abbiamo fatto opere di questo tipo (da Buongiorno, Notte a La Meglio Gioventù) con annesse polemiche sull'immagine che diamo all'estero e quanto si possano comprendere i fatti raccontati se non si è italiani.
Uli Edel si tiene in un corretto equilibrio, non condanna in toto ma mostra l'aberrazione totale a cui arriva la banda, la lacerazione interna e la stupidità profonda di molte decisioni. Condanna in sostanza i fatti e non le idee.
Dall'altro lato però condanna i fatti ma non le idee anche della Polizia. Quindi il risultato è un racconto di una vera guerra che non sembra insensata ma anzi molto sensata e quasi necessaria, come se fosse l'unica possibile soluzione di conflitti effettivamente esistenti.

Se il flim sia poi avvincente è tutto un altro paio di maniche. La Banda Baader Meinhof è lungo (due ore e mezza) e infarcito di fatti reali da riportare con attenta fedeltà, i quali ovviamente appiattiscono la narrazione. "I film non sono come la vita" diceva Truffaut citando Hitchcock, intendendo che le tante licenze che la narrazione cinematografica si prende migliorano la fruizione, la facilitano e la rendono un vero racconto. Riportare la realtà rompe le regole del racconto (perchè i fatti non sempre si svolgono secondo climax precisi o strategie retoriche) e quindi spesso appiattisce. In questo caso annoia proprio.

Parlami di me (2008)
di Brando De Sica

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Per semplificare ed essere spietati, tocca stabilire se Brando De Sica è figlio di Christian o nipote di Vittorio. Purtroppo però questo film non aiuta.
Si tratta della versione per il cinema dell'omonimo spettacolo teatrale portato in giro l'anno scorso da Christian De Sica. Spettacolo dalla regia di un'altra persona e scritto da Costanzo e Vaime. Il film dunque è ammorbante a dir poco ma era davvero difficile fare un buon uso di quel materiale.
Si tratta di quegli spettacoli di rivista nostalgici che rievocano sempre il passato, dove si fanno le cose di una volta (si canta Roma Nun Fa La Stupida Stasera e Frank Sinatra). Christian parla sempre del padre e cerca di venire a patti con il fatto di esserne il figlio (ma questi sono problemi suoi che qui non discuto).

Le scelte che fa Brando sono di riprendere il tutto guardando moltissimo (pure troppo, ha copiato il finale!) a Shine A Light di Scorsese e in molti punti va con le videocamere proprio sul palco, in mezzo agli attori, momenti quelli montati in maniera fluida con le altre immagini ma che chiaramente non appartengono alla tournè, probabilmente sono stati girati appositamente. La cosa è particolarmente chiara nel finale quando gli attori prendono gli applausi la videocamera va dietro di loro e si nota come il pubblico sia aggiunto in post produzione.

Il tutto però è molto televisivo oltre che molto poco interessante. Tuttavia il compito era veramente arduo per un 24enne che esordisce nel lungo e sinceramente nonostante la scialberia generale non mi sento di condannarlo.

L'unico momento dove c'è una (involontaria) lettura a più livelli è quando Christian, che tiene molto il personaggio di quello che voleva cantare ma la famiglia premeva per fargli fare l'attore, balla in maniera ridicola con un altro attore il quale dice "Se me vedesse mi' padre..." e lui risponde "Pensa il mio".

Che personalità!

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Molti dicono che la tecnologia de-umanizza ma non è vero! È umana, non può proprio esistere una tecnologia non umana perchè si tratta del prodotto dello spirito e in ogni caso è un'estensione del nostro corpo. La tecnologia ci riflette e ci rivela quali siano le nostre ispirazioni e i nostri sogni, cosa ci aspettiamo dal futuro e cosa vorremmo essere. Come può essere de-umanizzante?
David Cronenberg: un uomo distinto amante delle mutazioni della carne incontra il suo pubblico. Tutto da leggere qui e qui (non copioincollo qui per ragioni di tempo).

Un Barrage contre le Pacifique (2008)
di Rithy Pahn

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Come hanno potuto pensare davvero che sarebbe venuto un buon film da un simile copione? Come credevano che avrebbero donato interesse alla storia di una famiglia francese proprietaria di una piantagione di riso in Vietnam negli anni '40 che cerca di barcamenarsi, senza guizzi di trama, con la sola possibilità di piazzare la figlia sedicenne ad un ricco asiatico per tutto il film?

Un Barrage contre le Pacifique è un insulto alle possibilità del cinema. La storia doveva prendere vita da sola? Io dovevo appassionarmi senza motivazioni?
Inutile è dir poco.

$9.99 (2008)
di Tatia Rosenthal

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ALTRO CINEMA
FESTIVAL DEL FILM 2008

Consigliatissimo dal curatore della sezione Altro Cinema questo $9.99 è un film d'animazione in stop motion che affronta temi molto realistici con un approccio irreale, cioè contamina la realtà del racconto (vita di personaggi in un palazzo) con molti elementi soprannaturali, dalla presenza in terra di angeli a quella di piccoli demoni interiori che condizionano la nostra vita, fino ad improbabili mutazioni umane.
Nonostante quello che ho scritto il film è davvero molto ancorato alla realtà e quelle sopracitate sono metafore non eccessivamente complesse.
La cosa più bella e la più brutta contemporaneamente è che si tratta di un "Magnolia in stop motion" (poco originale) ma non tanto per la trama quanto (molto originale!) per come Tatia Rosenthal abbia capito che il segreto dello straordinario film fiume di Paul Thomas Anderson sia il legame musicale delle diverse storie.
Anche $9.99 ha un tappeto musicale importante non nei nomi ma nel ruolo. Un vero strumento nelle mani della regista che lo usa con grande abilità per dare senso a giustapposizioni che altrimenti risulterebbero povere.

23.10.08

8 (2008) AA VV

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FUORI CONCORSO
FESTIVA DEL FILM 2008

Negli ultimi anni quasi tutti i festival hanno ospitato un film collettivo che riunisca grossi nomi. Questo, otre ad essere quello con meno nomi interessanti, è anche il peggiore che abba visto.
Il tema sono gli otto obiettivi fissati dalle Nazioni Unite per il 2015, tutti relativi allo sviluppo dei paesi più disastrati. Tutti importanti. Tutti lontani dall'essere raggiunti.

Si tratta del tipico caso in cui l'importanza del tema fa girare la testa ai registi i quali si perdono appresso al messaggio didascalico e alla necessità di informare, dimenticandosi di dover fare un segmento di un film.
Il peggiore di tutti forse è Wim Wenders che sembra essere impazzito e realizza uno dei più brutti spot ministeriali degli anni '90. Esordisce alla regia anche Gael Garcia Bernal con un indolore e soporifero segmento padre/figlio. Gira (anzi monta) con la mano sinistra e in 5 minuti invece Gus Van Sant, assemblando immagini di repertorio (o presunte tali) di skaters (forse scarti di Paranoid Park) con informazioni, cioè dati, mandati in sovraimpressione.

Eppure quando sembra che tutti i grandi abbiano partecipato controvoglia e che i meno noti siano impazziti appresso all'umanitaresimo arriva Jane Campion, l'unica che si ricorda e ci ricorda come il cinema sia racconto e come un racconto possa dire molto più di dati e lezioncine. Il suo segmento è bellissimo, curatissimo e molto personale. Dire che vale la visione di tutto il film forse è un po' troppo ma magari vale il recupero in DVD, dove si potranno saltare le altre parti.

L'Uomo Che Ama (2008)
di Maria Sole Tognazzi

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CONCORSO
FESTIVAL DEL FILM 2008

Il cinema medio italiano (medio in tutti i sensi, dalla qualità al gradimento) è fatto di precisi ingredienti. Attori di calibro, o ritenuti tali, uno spunto di trama interessante, realizzazione senza guizzi, intimismo, un certo numero di scene intense, facce poetiche, metafore, simbolismi e finali sospesi. Sembra che non si dica nulla in realtà si dice molto. Ma poi in realtà realtà non si dice nulla.

L'Uomo che ama risponde in pieno a questa descrizione. Gli attoroni e/o presunti tali sono Monica Bellucci, Pierfrancesco Favino e Marisa Paredes, le metafore sono lasciate agli oggetti e al rapporto che stringono con i protagonisti (simbolo del loro stato d'animo), la realizazione tecnica è in mano a grande Arnaldo Cantinari (già direttore della fotografia per Soldini, Moretti ecc. ecc.), il buono spunto è raccontare la storia di un uomo che ama come una donna e il finale è sospeso.

Più del solito c'è la componente classicamente melodrammatica, fatta di gravidanze (o desideri di gravidanza) e malattie (quindi ospedali). Se ci fosse qualche dubbio addirittura si vede Favino ad un certo punto intento a guardare L'Uomo Di Paglia, il grandissimo melodramma di Germi.

Ma non c'è anima, non ci sono fiamme. Si cerca la rarefazione e si trova la noia. Non c'è passionalità ma solo la promessa di passionalità. Un film che può avere solo un pubblico ristrettissimo, agli antipodi di quello che storicamente piangeva ai melodrammi veri.

21.10.08

La Perfezionista di Cesare Lanza, un mistero cinematografico

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Ho già riportato le mie difficoltà nel cercare di andare a vedere in sala (per lavoro) La Perfezionista, film italiano invisibile come ce ne sono e ce ne sono sempre stati tanti. Ma che a differenza degli altri non vuole farsi vedere, non risponde alle chiamate, non invia i DVD alle testate, non fa promozione nemmeno gratuitamente in rete.
Casi simili esistono già si tratta di film che per un motivo o per l'altro passano in sala per il tempo minimo consentito senza voler essere visti, subito pronti per altre destinazioni (cioè la televisione) dove arrivano con il prezzo del film di sala o semplicemente destinati al fallimento per non dover rimborsare i soldi (già intascati) dei contributi statali (anche questa è una vecchia storia di cui già si parlò).
Alla fine però ce l'ho fatta a vederlo (anche se in una proiezione assurda dove in sala c'erano altre due persone di cui una aveva prestato la casa per girare gli interni e l'altro era il bigliettaro che la sera precedente mi aveva sconsigliato di vederlo) e i dubbi sono aumentati. Decisamente il mistero si è infittito.

Babylon A.D. (id., 2008)
di Mathieu Kassovitz

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POSTATO SU
Si può entrare nella storia del cinema avendo fatto un film solo? Si, sicuramente.
E si può entrare nella storia del cinema avendo fatto un solo film valido e una sequela interminabile di stupidaggini da galera?
E' questa la domanda che mi pongo ogni qualvolta Mathieu Kassovitz cerca con un suo nuovo film di farmi dimenticare che L'Odio, il film europeo degli anni '90, l'ha girato proprio lui.
Si può avere più disprezzo di così per se stessi? Si può girare un film come Babylon A.D. quando si è già dimostrato di conoscere e bene i meccanismi del cinema? E' questa la forma peggiore di degrado umano? E se ti vuoi fare del male, che c'entro io?

Per andare un minimo nello specifico Babylon A.D. è un film di fantascienza che non inventa nulla (e già...) e ripropone in serie i punti di forza di altri ottimi exploit del genere, guardando a modelli imprendibili come Blade Runner (sul serio, il film è palesemente modellato secondo le ossessioni di Ridley Scott) o anche più prendibili (ma comunque non raggiunti) come I Figli Degli Uomini per disegnare una parabola futuristico/religioso/filosofica.

Se Vin Diesel poteva comunque essere un scelta azzeccata, al pari di Michelle Yeoh, è tutto il resto che non va, sono le pretese assurde che il film mette in campo a fronte di una sceneggiatura poverissima che non costruisce ma porta in tavola.
I fatti, gli eventi, le suggestioni e le idee non sono mai presentate come un punto di arrivo o una parte di un processo di significazione ma come blocchi a se stanti. Kassovitz sembra pretendere che sbattere qualche metafora sull'occhio e la visione possa fare il medesimo effetto che fa in Blade Runner, senza che ci debba essere dietro il minimo sforzo riflessivo o di costruzione.

Senza parlare del finale (a questo punto si potrebbe dire "ovviamente") ridicolo a livelli incredibili, come sempre accade quando si tenta la grande filosofia e si sbaglia totalmente il film. Ma anche il resto della pellicola non regala mai un momento autentico, mai qualche scena intrigante e avvincente, mai un risvolto di un personaggio che si discosti dall'immagine che abbiamo di esso dalla locandina, ma i una visione problematica delle cose ma solo affermazioni fatte con una sicurezza totalmente fuori luogo.

Io non lo so.... Ma non è che si tratta di un caso di incredibile omonimia?

20.10.08

Non mi era mai capitato!

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Da feticista della sala (cioè quelli che le devono vedere tutte le sale e più sono strane meglio è, più sono assurde meglio è) me ne erano capitate di cose (sono stato nel cinema più piccolo del mondo con tanto di Guinness dei Primati appeso fuori, questo per dirne una), ma mai di non poter vedere il film perchè ero da solo e non me lo proiettavano.
Per lavoro devo cercare La Perfezionista, che a Roma sta in soli due cinema di cui uno solo fa lo spettacolo serale e quando mi sono presentato (di lunedì sera alle 22.30) già la strada del cinema proprio era deserta, con i fogliacci di carta che rotolano mossi dal vento. La cassa pure era vuota, è dovuta venire la cassiera a sedersi dopo che mi ha visto aspettare e poi mi hanno spiegato che per una persona sola non proiettano. Scelte.

Pare che in 4 giorni di presenza lo sono venuti a vedere solo quelli che l'hanno fatto. E pare abbia fatto schifo anche a loro. L'altra sala è il Warner Village (per me lontanissimo) che lo dà solo alle 16.30.

Domani ci torno, mi hanno consigliato lo spettacolo delle 20, magari un barbone lo convinco ad entrare, se no punto a fargli pena e stare da solo in tutta la sala (che anche quello non mi era mai capitato, al massimo sono stato in due in una sala, io e la persona con me).

Sto film è già un cult. Trema AlbaKiara.

19.10.08

Boner For Boner

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Solitamente parlo di serie per la rete che o sono già finite o sono in ampio svolgimento con decine di episodi arretrati da vedere, questo perchè ce ne vuole per capire che una serie è valida. Ma nel caso di Boner For Boner basta il secondo episodio, e questo perchè non è una serie valida, anzi è proprio realizzata con i piedi. Ma è completamente folle.

Boner For Boner (erezione per erezione) è girato senza cognizioni di messa in scena ma con una stupidità tale da rasentare la genialità. Per avere un assaggio di quello che intendo vi basti la trama. Si racconta di un ragazzo che ha un problema: riesce ad avere un'erezione solo guardando una foto del proprio pene in erezione. Nel momento in cui gli viene sottratta l'unica foto che possiede del proprio pene in erezione entra nel panico perchè non potrà mai scattarne un'altra non avendo l'originale da guardare e quindi non potrà mai avere un'erezione. Ad aiutarlo interviene subito il fratello il quale gli confessa un orribile segreto: anche lui non riesce ad avere un'erezione se non guarda suo fratello che ha a sua volta un'erezione e dunque ha bisogno anch'egli di quella foto originale (ottenuta non si sa come a questo punto).

Se lo spunto vi sembra stupidissimo è solo perchè non avete visto come è girata la serie. Con una demenzialità che se vorrete definire "idiozia non divertente" non potrò obiettare nulla. Però io non riesco a non ridere.

18.10.08

Lavorare con i migliori

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Avranno un bel da fare a convincermi che gli incredibili miglioramenti da Chicken Little non centrano nulla con l'arrivo della Pixar dentro la Disney.
Qui in buona qualità

17.10.08

AlbaKiara (2008)
di Stefano Salvati

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Raramente durante un film ho riso così tanto senza il consenso dell'autore. Ci sono stati dei momenti di risata fragorosa, di quelli che alzi i piedi di scatto per la furia ilare e alzi la bocca spalancata al cielo in un gesto sguaiato e incontenibile.
AlbaKiara è la quintessenza del concetto di "ridicolo", un film che svilisce e a sua volta viene svilito dall'uso insistito della musica di Vasco Rossi e che ridefinisce tutto il resto del brutto cinema facendoci venire voglia di gridare "aridatece Moccia!", il che è tutto dire...

Probabilmente il nuovo peggior film dell'anno. Di sicuro contiene una delle peggiori sequenze mai viste in assoluto. Le visioni oniriche della sorella artista introversa della protagonista, una cosa da brutta imitazione del peggior videoclip di Enya.
Sono quelle cose che ti fanno invocare l'arrivo di un censore illuminato che ponga fine all'accesso democratico al cinema. Ma alla fine anche questo passa. E domani è un altro giorno.

Davide Rossi (figlio di Vasco (foto a sinistra)) emulo in peggio (giuro!) di Silvio Muccino.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo un breve resoconto radiofonico del junket londinese di Quantum Of Solace si passa a creare il giusto hype per Wall-E, ad invitare la gente a spaentarsi con qualità per The Mist, si dichiara la propria posizione sulle premiazioni di Cannes dopo aver visto il vincotre La Classe, non si insulta mai abbastanza Disaster Movie, si sottolineano le cose più interessanti di The Hurt Locker, si ride virilmente del finto Sex & The City che è The Women e si dà un'anticipazione futura: evitare Babylon AD.

LA PUNTATA DELL'11/10/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.