31.12.08

Oltre la serie B...

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Ero scetticissimo ma dopo la visione si questo trailer sono solamente scettico. E non tanto per la trama (che tanto...) quanto per come sembra sia realizzato. Ora comincio ad intravedere una minuscola possibilità che sia un prodotto non male.

30.12.08

Cane Randagio (Nora Inu, 1949)
di Akira Kurosawa

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C'è uno strano rapporto tra Cane Randagio e Ladri di Biciclette. Strano perchè i film non dovrebbero avere alcuna relazione: arrivano in sala nei rispettivi paesi uno l'anno dopo dell'altro, quindi tecnicamente non ci dovrebbe essere stato il tempo per Kurosawa di visionare il film di De Sica prima di iniziare le riprese del suo (occorre anche calcolare che all'epoca le pellicole non viaggiavano oltre continente con rapidità).
Tutto può essere ma è quantomeno improbabile, dato anche il fatto che, nonostante Sciuscià avesse già vinto un premio Oscar, comunque De Sica non era ancora De Sica a livello internazionale.

Il rapporto invece c'è perchè i film a livello di struttura si somigliano molto. Entrambi figli di due paesi che escono dalla guerra sconfitti, entrambi mettono in gioco un personaggio buono contro uno cattivo che poi cattivo davvero non è ("è l'ambiente che è malsano" dice ad un certo punto Mifune), entrambi raccontano un intreccio di caccia per mostrare con stile quasi documentaristico la realtà popolare del proprio paese, entrambi sono panni non lavati in casa, entrambi girano intorno al recupero di un oggetto rubato e infine entrambi "pedinano" i propri protagonisti.

Dette le somiglianze occorre precisare che Cane Randagio poi è completamente diverso da Ladri di Biciclette, ha un altro ritmo, altre accelerazioni e nel modo in cui a metà cambia genere e rallenta i toni passando da poliziesco a drammatico ricorda molto più Anatomia di Un Rapimento dello stesso Kurosawa.
E proprio in quest'analisi dei bassifondi (che tema più classico non c'è per il regista giapponese) e quest'indugiare lontano dall'intreccio principale dando più spazio ai silenzi che il film perde, o che quantomeno non riesce a trovare una sua strada. Peccato perchè poi lo splendido finale dove tornano suspence e azione fa intuire quelo che si vedrà più avanti nella carriera del regista cioè come riesca a raccontare meglio il suo paese e lo scenario in cui si muovono i suoi personaggi quando questi sono presi dal frenetico svolgersi degli eventi.

29.12.08

Cinebloggers Zeitgeist 2008 - la rettifica

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Come segnala anche Kekkoz nei commenti ho letto molto (troppo) in fretta la nota alla classifica che aveva postato e non mi sono accorto che ha controllato i post della connection per fare la sua classifica e che quindi non è la classifica della connection come era sembrato a me (la quale spero arrivi comunque).

Qui ho cancellato tutto il post vecchio (chi non l'avesse letto non capirà ma poco importa), le cose che ci stavano tanto sono sempre sul blog del legittimo proprietario.
E ora ritorniamo in attesa dello Zeitgeist della Connection...

"In un momento storico come questo..."

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Nonostante avessi avvertito certi mali sono duri da estirpare.

24.12.08

La memoria digitale non è fissa ma in costante movimento

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Non più storage ma movage dice Kevin Kelly per spiegare che cosa sia l'archivio nell'era digitale, nella quale le informazioni, i dati, le foto di famiglia, si devono muovere da un supporto all'altro per restare in vita...
E' una sorta di antitesi dell'idea secondo la quale tutto è registrato e dunque tutto rimane. Solo ciò del quale conserviamo la memoria viva e che quindi trasferiamo da un computer a un disco rigido, da un cd a un iPod, da un iPhone a un computer, ripensandolo, ricostruendone la consapevolezza, viene alimentato di vita.
E' molto meno deresponsabilizzante di quanto si pensasse. Anche nell'era digitale, la memoria ha bisogno dei suoi custodi, delle sue attenzioni, del suo amore.

La memoria digitale è movimento da un supporto ad un altro. Chi negli anni ha acquistato musica in cassette, CD e ora file l'ha capito e chi sta cominciando a scaricare film in quantità industriale lo può intuire, la selezione naturale di cosa mantenere vivo di ciò che abbiamo in formato digitale passa attraverso il concetto di trasferimento tra supporti.
Questo sarà vero anche quando lo storage online, cioè la possibilità di utilizzare la rete come supporto di memoria raggiungibile ovunque da qualunque mezzo, arriverà alla portata di tutti. Perchè poi il supporto materiale non morirà mai: le foto vorranno essere viste anche non su un monitor, i film vorranno essere archiviati in libreria, i documenti vorranno essere stampati e i dischi allo stesso modo pretenderanno di essere esposti.

23.12.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
In questa settimana prenatalizia si parla delle megauscite cinepanettonistiche a partire dal più sinceramente consigliabile: Madagascar 2, seguendo con forse il peggiore (perchè anche infido oltre che non divertente) Il cosmo sul comò, poi ci si fà quattro risate descrivendo il melodrammissimo Come un uragano e si piange il solito tentativo fallito di buon film che è Come Dio comanda. Una breve dissertazione su Natale a Rio che come ogni anno non è stato proiettato per la stampa e sincere lodi per l'onesto intrattenimento di Ember: Il mistero della città di luce. Si illustra la politica anti film su campi di concentramento prendendo spunto da Il bambino con il pigiama a righe, si avverte dei problemi di distribuzione di W. (di Oliver Stone), si continua a fare hype per l'uscita di Lasciami entrare e si consiglia (con moderazione) La felicità porta fortuna (Happy Go Lucky).

LA PUNTATA DEL 20/12/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Le ultime parole famose

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Il 90% della pirateria è camcording e il 3D, almeno per il momento la rende assolutamente inutile
Jeffrey Katzenberg

Il bello del 3D è che annulla anche qualsiasi tentativo di riprendere i film in sala abusivamente
James Cameron
Proiezione stampa di Viaggio Al Centro Della Terra 3D, dopo la consegna degli occhiali tridimensionali mi appresto ad entrare e sull'uscio della sala mi fermano:
- Mi dovrebbe dare il cellulare e qualsiasi dispositivo di ripresa, glielo dobbiamo imbustare
- E perchè? Non è in 3D?
- (attimo di silenzio seguito da espressione del viso che palesa l'incontro di due neuroni) Si! Ma non può registrare nemmeno l'audio!

A quel punto ho consegnato tutto rassegnato e non ho continuato a replicare: "Ma anche se registro l'audio poi chi lo registra il video a cui abbinarlo??"

22.12.08

Il Cosmo Sul Comò (2008)
di Marcello Cesena

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Mio Dio non pensavo mi sarei mai trovato a rimpiangere la regia di Massimo Venier...
Ma nessuno si incazza adeguatamente per il fatto che continuamente riciclano le medesime gag con effetti comici progressivamente sempre minori. In fondo io il biglietto lo pago talmente poche volte che non mi arrabbio più di tanto, ma chi lo fa sempre non scende in piazza?

E non so nemmeno se essere contento o no...

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In un raro caso di sfida in diretta con la sovrapposizione nella stessa settimana dell'uscita di Madagascar 2, Natale a Rio e Il Cosmo Sul Comò (i tre grossi nomi della stagione natalizia), la classica corazzata desichiana ha perso e di brutto contro il sequel della Dreamworks (3 milioni e fischia di spettatori contro 4 milioni e rotti) che ha anche fatto il doppio del terzo classificato (Aldo, Giovanni e Giacomo).

Solitamente si gioisce quando un prodotto migliore va meglio in sala di prodotti peggiori, ma non a Natale.
Se neanche incassano cifre mostruose che cercano di sanare le perdite del resto dell'anno per tutti gli attori della filiera (da chi produce fino giù agli esercenti e ai venditori di popcorn) che escono a fare i cinepanettoni?
Una rondine non fa primavera e già in passato alcuni exploit non sono andati bene come gli altri, salvo riprendersi l'anno seguente con gli interessi. Ma dato il botto potremmo rivedere più spesso una concorrenza più agguerrita nei medesimi giorni di uscita cinepanettonistici. Il che non è bene.

21.12.08

Scotty Got An Office Job

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Come molti anche Scotty ha un lavoro in ufficio abbastanza spersonalizzante e dal quale si sente intrappolato, lontano dal mondo che aveva immaginato per sè, ma contemporaneamente è anche contento che dopo 7 anni da freelance finalmente ha avuto un contratto vero e quindi un lavoro vero.
Da questa contraddizione abbastanza comune e dalla vita monotona e ripetitiva di un ragazzo palesemente creativo e "proattivo" arriva una delle webserie più demenziali e divertenti.

Scotty Got An Office Job è una serie di minisketch da ufficio girati sempre all'insaputa degli altri, il senso della serie è tutto in questa dinamica di segretezza che da una parte aumenta l'effetto comico e dall'altra dà senso ai sentimenti di estraneità verso il proprio ambiente del protagonista.
Scotty usa con tutta probabilità le videocamere del suo cellulare e del suo portatile per realizzare le piccole scenette e che uploada ogni settimana. Video di pochi minuti che raccontano ogni tanto la quotidianità e le stupide dinamiche da ufficio (lo stagista che gli ruba il cestino o il fatto che gli sia chiesto di rivolgersi ad una persona della quale si vergogna a chiedere in giro per non mostrare che non sa chi sia) in un modo malinconicamente esilarante.

19.12.08

Blogstar - giochi diseducativi....

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Mi è arrivato oggi come regalo di Natale da Dada (gruppo che comprende anche la piattaforma per blog Splinder) un gioco da tavolo chiamato Blogstar che riprende il funzionamento del monopoli sostituendo alle vie i blog e i network di nanopublishing e adattando tutto al contesto della blogosfera.

La banca è il web, i soldi sono la popolarità le case e gli alberghi sono il pagerank, gli imprevisti e le probabilità sono in linea con le cose che accadono in rete.

Obiettivo: diventare una blogstar azzerando la popolarità degli altri fino a costringerli a chiudere il i loro blog o i loro network.
Il gioco è carinissimo e l'idea pure. L'unico problema è che non conosco nessuno in grado di apprezzare la raffinatezza dei cartelli probabilità con su scritto "Rivolgendoti pubblicamente a Marco Zamperini lo confondi con Mantellini e sbagli il suo nome. perdi 180 punti in popolarità" o "Per uno strano aggiornamento dell'algoritmo di blogbabel recuperi 50 posizioni in classica. La tua popolarità sale di 260 punti" o anche "Resti fuori dalla A-list di invitati all'incontro con Al Gore. -150 in popolarità" o infine "Ricevi un invito a cena da Luca De Biase. Guadagni 100 punti in popolarità".

The Spirit (id., 2008)
di Frank Miller

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POSTATO SU
Quello che si diceva era vero.
The Spirit conferma che il meglio di Sin City era opera di Frank Miller e il peggio di Rodriguez, perchè il primo film di Miller da regista al 100% è un'opera a tratti delirante (motivo per il quale difficilmente piacerà al grande pubblico) e, scavalcando l'Hulk di Ang Lee, diventa il film che più di tutti porta su schermo il linguaggio dei fumetti. Anzi forse è il primo vero fumetto che si avvale anche di tecniche cinematografiche.

Innanzitutto il montaggio che, senza le transizioni ad effetto di Ang Lee, applica in tutto e per tutto le soluzioni e le logiche fumettistiche, nel senso che non solo si vede che è stato concepito da una persona abituata a pensare per tavole ma soprattutto cerca di tradurre quelle logiche in modo che abbiano senso al cinema.
Allo stesso modo Miller cerca di tradurre il suo stile visivo in modo che abbia senso al cinema (e questo non sempre riesce) in maniera più estesa e permeante di Sin City. Non si tratta solo di colori poco saturi con alcuni elementi dotati invece di colorazioni piatte e fortissime, c'è molto più senso del dramma ed espressionismo nell'uso che se ne fa. E poi c'è molto più gusto per l'estetica pura. Poche volte avrete il piacere in vita vostra di vedere un film così sfacciatamente preso dal suo lato estetico. E che lato estetico! Ogni inquadratura è un vero gioiello milleriano.

The Spirit poi si avvale di uno stile di racconto fortissimo (anche lì si sente che a scrivere c'è una persona che conosce benissimo le logiche e i meccanismi attraverso i quali raccontare una storia), che non teme il grottesco, l'ironico e i toni più assurdi e quasi imbarazzanti, con ampie e dichiarate concessioni anche al fumetto giapponese nonchè un citazionismo folle ed esagerato sia cinematografico che fumettistico che arriva addirittura a citare se stesso in uno stacco di montaggio (quello con il pupazzo del T-Rex in primo piano) preso da Big Fat Kill che neanche io so come ho fatto a ricordami dai fumetti.

La sapienza milleriana poi si apprezza tutta nella maniera incredibile in cui sottilmente prende una trama, un impianto e delle dinamiche tipiche da fumetto anni '30 e le riadatta oggi. Tanti punti del film sono quasi ridicoli per il semplicismo che mettono in scena, ma non c'è reale ingenuità semmai si tratta del suo contrario, di un'altissima sofisticazione che rende presentabili oggi dinamiche vecchissime e molto semplici. Certo, forse non sempre questa scelta paga, ma il fascino e l'abilità sono indubbie.
Fascino soprattutto di quest'eroe donnaiolo che spesso vediamo con gli occhi rossi e lucidi (e l'eroe che piange davanti alla natura (in questo caso davanti alla città) e ai propri affetti è un topos della letteratura greca antica che l'autore di 300 non può aver azzeccato per caso) del quale non si capiscono bene le proprietà ma la cui vita e il cui status (nonostante il buonismo poco sopportabile) è altamente invidiabile.

Insomma The Spirit non è un film facile, nel senso che nonostante un livello di piacere immediato dato da una storia ben raccontata e dai toni avvincenti (la vera avventura vecchio stile) ha anche moltissimi altri piani di lettura, spesso procede per associazioni non scontate e dunque, ad un occhio meno attento, può apparire naive. Ma non lo è.

18.12.08

Current Live

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Siccome sono giovane e blogger stasera (come spesso di giovedì) tra le 21.50 e le 22.30 sarò su Current Live, la diretta radiofonica di Current TV, dal cui sito c'è anche la chat per interagire e, dietro rapida registrazione, provare (inutilmente) a mettermi in difficoltà.

Stasera ci occupiamo del meglio e del peggio dell'annata diviso per categorie. Ci sarà da ridere.

Siccome poi vi conosco che siete pigri vi embeddo il player, se passate di qui in orario di trasmissione si accenderà da solo.
Poi quando è tutto finito uscite tranquilli, spengo io.

Con gli anni è arrivato alla sintesi...

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Neanche è uscito e già "Get Off My Lawn" è diventato un tormentone virale...

Ember (City Of Ember, 2008)
di Gil Kenan

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POSTATO SU
In un momento storico-cinematografico in cui vengono portate al cinema moltissime saghe letterarie e vengono adattati moltissimi libri comincia a fare la differenza non tanto le trame e le storie che sono raccontate quanto il modo con cui si sceglie di ridurre.
Adattare un libro è infatti sempre una riduzione, perchè in un libro c'è sempre più materiale di quanto possa entrare in un film. Occorre dunque scegliere cosa tenere e cosa scartare e questo equivale a scegliere cosa raccontare di quella storia e secondo quale percorso.

Se infatti esistono degli elementi che non possono essere trascurati (gli snodi fondamentali per la comprensione della trama) esistono anche diversi modi per renderli su schermo e diverse strade per arrivarci. Ember fa una scelta tra le più originali e inusuali tra quelle viste fino ad ora.
Il percorso seguito da Gil Kenan è stato infatti tutto concentrato sull'azione e poco sui personaggi. Il regista non ha tentato di fare tutto ma di fare una cosa sola ovvero raccontare bene gli snodi di trama dando un buon ritmo al film e concentrando la durata in soli 95 minuti.

In moltissimi punti si intuisce come gli elementi presentati possano essere molto più articolati di quello che si vede, di come in sostanza si tratti di parti che sicuramente nel libro sono trattate più a lungo, ma il film le tocca e va avanti perchè si concentra sull'azione, proprio nel senso delle azioni dei personaggi in gioco.
Ember ha il pregio di curare molto il comparto scenografico/costumistico (sebbene smaccatamente con un occhio all'espressionismo terminale di Metropolis, foto centrale) innervando il racconto sulle corse, le strategie, le fughe e l'ansia di risolvere il mistero. Così facendo trova la chiave corretta per rendere il fascino della città isolata, dell'ansia di libertà e dell'irrefrenabile volontà umana di conoscere.

In questo senso azzecca completamente il target (leggermente più giovanile del solito) e soprattutto il ritmo, senza la velleità di riportare la complessità di un'opera letteraria ma con l'audacia di voler operare un racconto d'avventura cinematografica come si deve.

17.12.08

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
"Cinema e Esondazione", quali i migliori film con al centro un'inondazione? Io il mio ce l'ho... Nel mentre che si disquisisce sulla materia c'è tempo per annunciare la venuta di The Spirit, per parlare male della deprecabile fantascienza di Ultimatum Alla Terra, per avere parole di rimpianto per Come Dio Comanda, l'ennesimo film non completamente riuscito di Gabriele Salvatores, per rassicurare i fan della serie che Madagascar 2 è come si aspettano che sia e per cominciare a creare hype per l'uscita a gennaio di Lasciami Entrare.

LA PUNTATA DEL 13/12/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

16.12.08

Come Un Uragano (Nights in Rodanthe, 2008)
di George C. Wolfe

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POSTATO SU
L'uragano del titolo è quello che si abbatte ad un certo punto del film sulla casa nella quale Richard Gere e Diane Lane si ritrovano insieme e a causa del quale superano i rispettivi freni inibitori per lasciarsi andare alla passione. Uragano fuori e uragano dentro che poi si abbatterà più che altro su Diane Lane.

Metafore semplici per un film tutto sommato semplice che preme tutto sul pedale del sentimentalismo spinto in una maniera talmente dissennata da lasciare per strada come spesso accade molte incongruenze.
Come Un Uragano è un film d'amore nel senso più pieno del termine e in quanto tale vive in una dimensione abbastanza sospesa che dovrebbe consentire un certo grado di semplificazione degli eventi e dei personaggi complementari per idealizzare il sentimento e gli avvenimenti e soprattutto per cercare di delineare il meglio possibile non i personaggi principali ma i sentimenti principali di cui i personaggi sembrano essere solo i necessari portatori nella storia.

Eppure Come Un Uragano mette in scena una serie di topoi del cinema romantico (affrontato dal più classico dei punti di vista femminili) conditi con inquadrature che sembrano piccoli quadretti primo novecenteschi (con la luce del tramonto che lambisce i fiori dell'angolo di giardino in cui l'amante sospirante legge le lettere colme di sentimento che arrivano dal suo amato che è dovuto partire per recuperare il rapporto con il figlio ma la pensa sempre) con una certa meccanicità che se conquisterà sicuramente gli amanti del genere lascia scontenti e un po' infastiditi gli altri.

Può esistere una dimensione più concreta, più attaccata alla terra sebbene sognante e più accettabile anche dai non amanti del genere per il cinema pienamente romantico? Si, I Ponti Di Madison County l'ha dimostrato.
Dico solo che James Franco si è fatto levare dai credits anche se nel film c'è.

15.12.08

Il Bambino Con Il Pigiama A Righe (The Boy In The Striped Pajamas, 2008)
di Mark Herman

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POSTATO SU
Parlo di questo film solo come pretesto per pronunciarmi contro il cinema sull'olocausto. C'è infatti un problema con i film sull'olocausto: hanno esaurito i significati.
E' un problema comune a molti film e molti generi (è anche il motivo per il quale non si riesce facilmente a fare un buon western nei tempi moderni se non cambiando ambientazione e tempo) e ha a che fare con il fatto che la moltitudine di prodotti già mandati nei cinema sul medesimo argomento hanno raccontato tutto il raccontabile, dunque se a questo punto si vuole fare un altro ennesimo film sul tema occorre avere idee nuove per fare cose nuove e dare nuove idee.

Il Bambino Con Il Pigiama a righe non fa nulla di tutto questo ed è il tipico esempio di quel cinema sull'olocausto che si potrebbe definire solo come "inutile". Ogni ennesimo film sul tema non fa che spiegare tutto da capo come se non conoscessimo la storia e come se non fossimo in grado ormai di riconoscere tutte le dinamiche di quei racconti.
La sola comparsa in scena di un uomo dai lineamenti smunti che indossa la classica divisa da campo di concentramento è un simbolo ormai fortissimo di dramma e tragedia, reso tale dalle migliaia di film visti, utilizzarlo di nuovo per parlare di quanto si vivesse male nei campi di concentramento è semplicemente privo di valore aggiunto.

Ciò che Polanski ha fatto con Il Pianista o anche più recentemente ciò che ha fatto Vicente Amorim con Good è stato qualcosa di diverso, cioè partire da tutto ciò che già sappiamo sul nazismo e sull'olocausto e prendere in considerazione come tante sensazioni e tanti sentimenti non vadano costruiti nel racconto ma siano già dentro di noi associati ad una divisa o una bandiera e usarli per altri fini. Fini che in Good erano un'attenta disamina sui meccanismi di acquiescenza e sulle conseguenze del'ignavia e in Il Pianista erano il viaggio paradossale di un uomo ai margini del suo tempo (tema tipicamente polanskiano).

12.12.08

Al cinema contro tutto e contro tutti

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Incurante della piena del Tevere telefono al Cinema Farnese (discretamente vicino al fiume) per sapere se la proiezione delle 20.30 si svolgerà comunque.
Mi confermano di si perchè comunque è in una zona leggermente rialzata dunque prima che dal Tevere arrivi l'acqua ci vuole che si allaghino completamente le strade (più basse) che lo separano dagli argini.
Eppure con acuta perspicacia l'esercente pone l'accento su un'altra problematica:
"Er punto però non è se ce sta o no lo spettacolo, ma come c'arivi te? Co' le pinne??"

Arby & The Chief

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Ecco cosa vuol dire saper raccontare. Anche raccontare una cosa stupida solo per divertire e poi finire per disegnare dei personaggi interessanti.
Arby & The Chief è una serie dai valori produttivi pressochè nulli. Girata palesemente di fretta (si vedono le mani dell'operatore!), male illuminata e spesso sfocata nonchè mal compressa è però un pezzo di vera abilità e padronanza del linguaggio audiovisivo incrociato con il machinima.

Ispirata vagamente (ma proprio vagamente!) a Toy Story e a La Strana Coppia racconta in sostanza di due action figure di Halo con caratteri opposti che giocano ad Halo. L'action figure non è che è animato in stop motion, proprio non è animato, è ripreso così com'è, spesso immobile e ogni tanto mosso appunto tenendolo con le mani da sotto.
La voce è realizzata con i software di sintesi e le parole che dice vengono sovrimpresse per mostrare come sarebbero scritte (idea geniale).
Cose semplicissime e veramente amatoriali ma utilizzate ad un livello altissimo, tanto che la serie non stufa e anzi è a tratti esilarante grazie ad una scritture e ad idee di messa in scena (sempre povere) intelligentissime.

Il vero protagonista è The Chief, quintessenza della peggiore tipologia umana che si possa incontrare in internet, il peggior esempio di nerd che nel caso specifico è un videogiocatore online ma potrebbe essere un commentatore o un troll e sarebbe lo stesso.

Ultimatum Alla Terra (The Day The Earth Stood Still, 2008)
di Scott Derrickson

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POSTATO SU
I film sugli alieni che atterranno sul nostro pianeta non sono mai sugli alieni stessi ma sugli uomini che guardano gli alieni atterrare, cioè sugli uomini che si trovano di fronte alla più grande scoperta della storia e che devono affrontare le milioni di contraddizioni di avere a che fare con quanto possa esistere di più diverso. In questo senso tutta la fantascienza sta nel controcampo di Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo che mostra gli uomini (tra i quali Truffaut!) guardare l'astronave. Per questo la dimensione visiva è importantissima nella fantascienza.

Da sempre gli alieni sono diversi, alle volte anche in maniera stupida sono diametralmente opposti (che è improbabile tanto quanto il fatto che siano uguali a noi), nel caso di Ultimatum Alla Terra originale gli alieni erano dei pacifisti armati, pronti a distruggere tutto in nome della pace astrale e della preservazione del nostro pianeta (una concezione molto americana). Oggi quegli stessi alieni rimangono armati ma sono degli ecologisti (e ancora ritornano le discussioni sull'obbligo che ha la paura di fare riferimento alle più strette contingenze).
Inutile dire che Ultimatum Alla Terra oggi è francamente ridicolo, pieno di elementi involontariamente divertenti e melodrammatico oltre ogni dire. Ancora di più (e in questo è vicinissimo all'originale) il film è fastidiosamente evangelico, individuando anche apertamente delle costanti tra il comportamento alieno e quello del Dio cristiano nei vangeli. Quasi a dire che viviamo tutti sotto un'unica legge.

Come anche nei catastrofici (genere che si tocca facilmente con le invasioni aliene) tutto è raccontato attraverso il dramma particolare che si incastona in quello generale e la morale vecchia come il mondo è quella degli umani come razza terribile ma anche capace di infinito amore. Come a dire che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Al momento non abbiamo notizie di altre razze aliene e supponiamo comunque di essere migliori per certi punti di vista.

Se ogni remake ha un motivo, viene da chiedersi quali siano le motivazioni di questo. Poter parlare male un'ultima volta dell'amministrazione Bush (il presidente scappa via con il vice e da lontano ordina solo bombardamenti)? Cavalcare le facili morali ecologiste con una trama che facilmente si prestava all'adattamento?
Perchè come film Ultimatum Alla Terra è pressochè nullo. Usa scenari, immagini e idee prese da altre parti (non necessariamente solo l'originale ma anche sue filiazioni più moderne) , immagina il fantascientifico con una banalità sorprendente, un sovraumanesimo banale e, come già detto, cristiano (Klaatu cammina sull'acqua) e non lo fa nemmeno in maniera creativa. Non crea un patchwork che generi senso ma un racconto piatto e prevedibile dove le variazioni da solito sono solo riferimenti ad un'attualità che già sa di passato.

Per gli amanti delle differenze con l'originale le cose più significative sembrano essere la figura del bambino (qui pessimo e male educato) e il giorno che la terra si fermò del titolo originale che non è più quello della venuta, ma quello della ripartenza, forse perchè già Spielberg aveva bloccato tutto per la Guerra Dei Mondi.

11.12.08

Come Dio Comanda (2008)
di Gabriele Salvatores

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POSTATO SU
L'idea non era niente male, quella cioè di guardare cose facilissime da giudicare senza giudicarle.
Raccontare delle disavventure di un padre e un figlio soli e neonazisti parteggiando umanamente con loro ma prendendone le dovute distanze ideologiche poteva davvero risolversi in qualcosa di mirabile se ben fatto. Invece una scrittura frettolosa e molto poco audace riducono il tutto ad un freddo racconto, ad un intreccio curato ma nel quale agiscono figure pallide.

Il lato terribilmente umano di figure deprecabili che fanno cose deprecabili con idee deprecabili è forse la cosa meno indagata e mostrata in assoluto al cinema, un tabù ancora.
Come dice il colonnello Kurtz dei militari vietcong "...quelli sono uomini che amano, che hanno delle mogli, dei figli e dei sogni. Eppure sono capaci di fare queste cose. Non vinceremo mai perchè non abbiamo il coraggio di comportarci così anche noi" e come lo stesso protagonista di Come Dio Comanda ribadisce quando spiega al figlio che non deve mai confessare a nessuno le sue idee para-naziste perchè "a quelli come noi basta un errore e sono fottuti per sempre" facendo riferimento alla scure della giustizia che si abbaterebbe su di loro dividendoli implacabilmente.
Sono momenti diversamente topici ma ugualmente emblematici dell'assunzione di un punto di vista diverso dal solito che permette di raccontare e partecipare a storie finora non raccontate, o meglio mai raccontate da quel punto di vista, parteggiando per quelle persone che solitamente (e con qualche ragione) disprezziamo.

Però Come Dio Comanda poi si perde dietro a facili metafore, fa un uso della musica che forse è il peggiore da decenni (eppure Salvatores è il regista di Marrakech Express...), mette in bocca ai suoi personaggi battute di una stupidità lancinante e li fa agire nella maniera più terra-terra con la quale si può comunicare una sensazione agli spettatori.
E così dobbiamo di nuovo dire di Salvatores che è l'eterna promessa non mantenuta del nostro cinema, che ha girato ancora un film impeccabile ma freddo, che gira intorno alla possibilità di essere buono ma non ha mai l'audacia di fare quel passo che completerebbe l'opera rendendola un vero bel film.

Tutto vuole essere realistico (i modi di fare dei giovani, il legame con il lavoro, i riferimenti all'attualità, la musica, gli ambienti ecc. ecc.) eppure sembra scollatissimo dalla realtà. I personaggi di Come Dio Comanda dovrebbero muoversi nel nostro mondo ma in realtà sembrano muoversi nell'idea che il cinema spesso ha del nostro mondo.

10.12.08

Stella (id., 2008)
Sylvie Verhyde

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POSTATO SU
Una delle cose più ricorrenti in questo blog quando si parla di film (magari francesi) che hanno al centro dei bambini è fare il paragone con I 400 Colpi, ogni volta trovando una motivazione diversa che rende tale paragone indispensabile "questa volta". Oggi tocca a Stella.

Questa volta però il paragone è davvero impossibile da non fare ("stavolta!"), perchè Stella non solo racconta ispirandosi alla vita dell'autrice di una bambina scapestrata che ha difficoltà a scuola, spesso causate dal suo atteggiamento ma dotata poi di un mondo interiore vivace, che ha dei genitori che la trascurano e che si tuffa nella letteratura (Balzac!) come rifugio personale, ma anche la struttura del racconto segue per molti versi la struttura del film di Truffaut.

La bambina passa attraverso molte difficoltà di piccolo conto, si mette nei guai, ha una sola vera amica, tiene nascoste le cose ai genitori, passa la notte dall'amica e poi c'è anche una clamorosa interrogazione-confessione verso la fine ripresa (quasi) senza controcampi.
Il finale, ve lo dico, è però completamente diverso.

Infine lo stile di ripresa anche è il medesimo, a parte la macchina a mano che non si usava all'epoca (ma che è proprio la declinazione moderna di quel tipo di libertà di movimento della Nouvelle Vague), c'è la protagonista prevista in ogni inquadratura, abbondanza d'esterni, stile semidocumentaristico e soprattutto una recitazione da parte della bambina molto compassata eppure empatica.
In conferenza mi sono anche preso la briga di chiedere personalmente quanto ci sia dei 400 colpi date le somiglianze e la regista ha risposto: "Niente". Vabbè....

Ad ogni modo i film non sono uguali, Stella attraverso l'impianto di I 400 Colpi vuole andare a parare da altre parti, come se con quello stile si potessero dire molte altre cose rispetto a ciò che si attende. E si può. Stella è un film veramente ben fatto, che sebbene non si nasconda dietro una finta modestia autoriale ma si prenda la responsabilità di voler fare un racconto alto, comunque ragguinge i suoi obiettivi.
C'è un rispetto del mondo interiore infantile, un modo di riprendere i bambini con la loro dignità e la loro personalità che, come si dice spesso, non è frequente. E alla fine il ritratto non solo della protagonista, ma anche del mondo che la circonda (che non è solo quello di quella contingenza spazio-temporale ma in assoluto quello degli estranei che la ignorano) è veramente efficace.
Sylvie Verhyde infatti non si lascia andare a disperazioni facili o ad altrettanto facili soluzioni ma cerca la via più complessa del ritratto di una realtà inconoscibile anche se avversa.

Chissà perchè tutto questo non mi meraviglia...

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Questo weekend lungo si è svolto a Roma il Gameland 2008, grande fiera/torneo di videogiochi che ha messo in palio un totale di 80.000 euro in diverse discipline.
Gears Of War 2, Halo 3, Call Of Duty 4, Guitar Hero III e ProEvolution Soccer 9 erano i giochi principali a cui si sono sfidati giocatori da tutta Europa principalmente.
C'erano il campione del mondo di Guitar Hero, quello di PES2009 e il primatista inglese, c'erano le migliori squadri (entrambe olandesi) di Gears Of War e una marea di gente da Rome dintorni ovviamente. Il prezzo del biglietto d'ingresso (che dava il diritto a partecipare) era infatti veramente modico, 15€.
L'organizzazione come vedete dal video ha realizzato tutto nei garage dell'Auditorium di Roma che adeguatamente illuminati erano uno scenario cyberpunk perfetto e non fuori dal tempo. Il fatto stesso di giocare sottoterra nell'oscurità mentre fuori c'era il sole era un'idea bellissima e l'aria che si respirava era veramente bella. Il primo giorno.
Peccato che le cose siano drammaticamente degenerate all'italiana finendo in vacca nell'ultima giornata con 14.000€ circa di mezzo.

9.12.08

Carmen Story (Carmen, 1983)
di Carlos Saura

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Innanzitutto c'è Paco De Lucia e io (che mi informo poco prima di vedere i film) non lo sapevo. E già c'è un motivo di interesse. Voglio dire quando si ha la possibilità di vedere Dio che suona, ma anche solo che sta lì e guarda ne vale sempre la pena.

Detto questo Carmen Story è un curioso film musicale sostanzialmente senza musica, se si eccettuano alcuni canti e soprattutto il ritmo dato dai tacchi sul palco. E' la storia delle prove della rappresentazione in flamenco della storia della Carmen, una trama che è un grandissimo classico di qualsiasi musical. Però non solo non ci sono musiche, soprattutto non c'è quel tono scanzonato da film musicale.
Altro grande classico, gli attori e il regista vivono tra di loro una storia che è esattamente quella della Carmen, cioè quella che poi di volta in volta provano. Con il procedere del film le prove delle diverse scene si alternano e si fondono in maniera sempre più invisibile con la realtà della situazione fino a che non si capisce più (o non importa più) se ciò che accade è reale o la parte teatrale.

L'unico vero punto di contatto con i film musicali sono le coreografie e il gusto per la composizione delle immagini. Nonostante l'ambientazione sia sempre una sala prove tutto è votato all'estetica. E che estetica!
Carlos Saura sceglie di farsi forza di colori pastello sparati e (apparentemente) non omogenei (perchè durante le prove ognuno viene vestito come vuole) e di molte comparse che non ballano di sfondo (perchè durante le prove c'è anche altra gente che fa altro), ma soprattutto fa un uso geniale degli spazi.

Al di là di tutte le considerazioni, di tutte le trovate di racconto, di colore e di ritmo, la forza superlativa di Carmen Story è come Antonio Gades (protagonista e coreografo) concepisca assieme a Carlos Saura i diversi momenti di ballo che scandiscono il film e che sono poi le fasi fondamentali del racconto (ogni snodo di trama e ogni svelamento di un sentimento avviene con un ballo).
Macchina in movimento, inquadrature parziali e grandissima enfasi sul suono dei tacchi che sbattono sono infatti i veri grandi elementi del film che addirittura si prende un'incredibile libertà espressiva nel momento del duello tra i due innamorati di Carmen, tutto girato giocando con colori e ombre neanche fosse la Hollywood post-espressionismo tedesco.

8.12.08

Espressioni che non vorrei più sentire. Almeno qua

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...che con i tempi che corrono non è poco
...che di questi tempi ce n'è bisogno
...che con i tempi che viviamo non mi sembra opportuno/ideale
applicati a qualsiasi contesto. In primis al cinema.

Drugstore Cowboy (id., 1989)
di Gus Van Sant

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Se esiste un cinema della droga, cioè un cinema che incentra il racconto di una storia attorno ad una dipendenza che solitamente è quella della droga (ma che può essere anche da medicinali o da violenza, adrenalina ecc. ecc. come tutto il cinema di Kathryn Bigelow), allora Drugstore Cowboy si pone come uno degli esperimenti più di confine. Sobrio, quando tutti gli altri film del genere trionfano di sovrimpressioni ed eccessi, e molto poco caricato anche riguardo i fatti che racconta.

Ma non solo è sobrio in assoluto lo è soprattutto per essere un film di Gus Van Sant. Perchè ciò che sembra davvero interessare al regista è mantenere è quello che promette nel titolo, ovvero dare un punto di vista da western sul mondo delle droghe.
Ambientato in una curiosa contemporaneità (erano gli anni '80) che sembra gli anni '50 (e la presenza di William Burroughs in questo senso è emblematica) il film procede con un'invisibilità rara per Gus Van Sant che, tranne qualche sovraimpressione, lascia davvero scorrere la storia scegliendo come chiave di lettura il continuo contrappunto della fuga e della caccia.

Il rapporto tra il capo della banda di drogati che rapinano le farmacie e il detective che lo cerca è veramente degno dei migliori western, a metà tra la compensazione universale (io esisto perchè esisti tu) e il bisogno reciproco (mi servi perchè se no io non esisterei) dal quale deriva quasi una perversa amicizia. Più di qualcunque altro suo "collega" drogato infatti è il detective che poi si dimostra incredibilmente vicino nei momenti migliori.

Interessante poi l'uso maniacale dei dettagli, delle macro di oggetti, particolari ed elementi su cui la mente in viaggio dei protagonisti spesso si fissa inutilmente (sensazionale il nodo alla cravatta mentre viene menato!).
Forse manca il senso ultimo della droga, manca il senso di dipendenza che è ciò su cui solitamente si impernia un racconto di drogati, ma di sicuro il film riesce a creare un'atmosfera di vita disperata (e ancora in questo senso è un vero western crepuscolare) nella quale non c'è gloria in assoluto (neanche dopo l'impresa della disintossicazione) nè particolare (i drogati non stanno bene nemmeno dopo le dosi).

6.12.08

La Felicità Porta Fortuna (Happy Go Lucky, 2008)
di Mike Leigh

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La Felicità Porta Fortuna è un finto piccolo film di un grande autore, un esperimento ingannevole che ne rivela la grandezza più di altre pellicole più internazionalmente riconoscibili come Il Segreto di Vera Drake o Segreti e Bugie.
Si può rimanere un po' spiazzati quindi dalla visione di un film che non si capisce bene cosa sia, né cosa racconti o dove vada a parare, ma alla fine la forma del racconto è talmente coinvolgente da convincere il cuore anche di ciò che la testa non capisce.

Senza orchestrare una vera trama (se non un accenno di storia d'amore senza complicazioni nel finale) ma solo mostrando la quotidianità umana, Mike Leigh racconta di esseri umani. Qualche giorno nella vita di una ragazza particolarmente solare e vivace (al limite del tollerabile) che si confronta con altre persone decisamente meno liete nell'approccio alla vita.

Il senso della commedia infatti è tutto qui. All'inizio si ride ben poco ma con il procedere della storia lo si fa sempre di più nonostante non aumentino né migliorino le gag. Semplicemente la maggiore confidenza con i personaggi in gioco ci porta a ridere delle loro assurdità (esemplare il caso dell'istruttore di scuola guida). Un metodo quasi maieutico molto complesso che porta dei risultati solo in virtù di un racconto impeccabile.

Tutte le persone che si contrappongono alla protagonista infatti rivelano col tempo delle repressioni, il loro atteggiamento fiero, metodico e organizzato svela sempre la necessità di nascondere insicurezze e paure. Mentre la protagonista con l'atteggiamento opposto ottiene solo benefici. Una tesi abbastanza semplice ma portata avanti con grande coinvolgimento, perchè alla fine è lo spettatore stesso a trovare un divertimento scanzonato anche là dove no ci dovrebbe essere come nella confessione finale.

Molto lontano dall'approccio Amelie ad una simile tematica, Leigh disegna una protagonista che non ha la favolistica freddezza della quasi asessuata francescina, ma una carica erotica fortissima anche se mai esibita.