30.1.09

From Inside (2008)
di John Bergin

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FUTURE FILM FESTIVAL 2009
IN CONCORSO

Molto atteso arriva From Inside, tratto da una graphic novel e adattato cercando pochissimo il cinema e mantenendo quanto più possibile lo stile "disegnato", un esperimento di animazione a basso costo che punta tutto sul disegno.
Parlare di "animazione" in senso stretto infatti non è proprio corretto. C'è molto poco di animato, la storia è raccontata attraverso immagini ferme con solo alcuni elementi in movimento se si fa eccezione per le sequenze in CG del treno che corre.

E grande importanza ha il treno nella trama. Si racconta di una società postapocalittica attraverso gli occhi di una donna incinta che viaggia su un treno attraverso lande desolate. Il treno è carico di un'umanità disperata e varia ("Non incontro mai due volte la stessa persona" dice la ragazza) e i paesaggi non sono da meno, piove sangue fino a creare laghi interi rosso fuoco e se si incontra qualcosa sono macerie o altri treni distrutti. Mooooolto allegorico...
Tutto è raccontato tra realtà e incubi di lei legati più che altro alla nascita del bambino, sempre e solo con voce fuori campo (non essendoci una vera animazione).

La prospettiva è delle più disperate possibili, non sembra esserci possibile salvezza in alcun modo, tutto è destinato ad andare male e John Bergin non risparmia colpi allo stomaco (neonati ancora vivi infilzati con forconi, menomazioni, deformazioni...) all'insegna delle flebili speranze umane in un mondo inumano che vengono calpestate con violenza.
Tutto dovrebbe essere nobilitato dalla qualità del disegno e dalla sua capacità evocativa. Ma l'ambientazione CG da 4 soldi cozza molto con la cura del tratto disegnato e alla fine evoca ben poco, sembra più che altro voler provocare con il susseguirsi di situazioni una più estrema dell'altra e con una poetica di fondo molto banale.
C'è anche un po' di noia.

29.1.09

SOS! Tokyo Metro Explorers: The Next (2007)
di Shinji Takagi

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FUTURE FILM FESTIVAL
FUORI CONCORSO

40 minuti di avventure che sanno di cinema ma sembrano televisione. 3 ragazzi, 1 bambino e 1 ragazza nelle fogne di Tokyo in cerca di un fantomatico tesoro attrezzati di cellulari, torce e videocamera. Sotto la capitale nipponica troveranno veramente di tutto, da una specie di popolazione barbonesca, ai ribelli, ai rifugiati fino anche ad un vecchio soldato della seconda guerra mondiale che continua la sua guerra privata.

Il bello del film è il respiro da film d'avventura anni '80, spensierato senza essere cretino in grado di mettere in scena facili metafore senza risultare cretino.
Mentre i ragazzi cercano un fantomatico tesoro con una mappa poco affidabile e trovano effettivamente qualcosa, si succedono di sfondo le notizie della polizia che cerca un fantomatico mostro basandosi sul ritrovamento di alcune impronte. Mostro che chiaramente non c'è.

Non si vergogna di essere sfacciatamente immaturo Shinji Takagi e il film ne guadagna. Anche se sono solo 40 minuti lo stesso i ragazzi sono trattati con rispetto e dignità. Non è un capolavoro ma di sicuro intrattenimento di gran qualità.

Kenpei To Yurei (1958) Nobuo Nakagawa

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FUTURE FILM FESTIVAL 2009
RETROSPETTIVA

Horror senza orrore, fantasmi e presenze che si "presentano" ben poco e praticamente zero gore (che invece sarebbe poi diventata una caratteristica forte del cinema giapponese). Kenpei To Yurei è tutto centrato sul senso del rispetto e dell'onore, in primis della giustizia. Il malefico ufficiale che fa uccidere chi gli è utile che muoia alla fine avrà ciò che si merita e proprio in quel momento l'orrore prenderà un po' di piede.

Per il resto il film vuole evocare la paura e le "presenze", che sono tali solo nella testa del colpevole ossessionato da fantasmi che vede e sente solo lui. Tale rievocazione però non impressiona nè coinvolge molto, come non impressionano molto le tante forzature delle tipiche strategie di ripresa: ci sono inquadrature sghembe che con un movimento di macchina si raddrizzano e poi tornano storte, ci sono dialoghi mostrati in un'unica ripresa con la macchina che oscilla da una parte all'altra della coppia per mettere in primo piano chi parla e ci sono curiosi effetti di polarizzazione degli occhiali.
Tutte trovate poco coinvolgenti e chi conosce il cinema di Kurosawa (ben più ardito da questo punto di vista) fa anche fatica a rimanere stupito.

Idiots & Angels (2008)
di Bill Plympton

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FUTURE FILM FESTIVAL 2009
CONCORSO

Bill Plympton è uno degli ultimi autarchici, quella razza che può esistere solo nell'animazione, coloro i quali cioè fanno tutto da soli. Uno sforzo colossale portato a termine con un gruppo sparuto di collaboratori ma assolutamente senza alle spalle una forza produttiva propriamente detta. Stile totalmente originale e un modo fuori da ogni schema di affrontare la narrazione.

Idiots & Angels le caratteristiche del prodotto "autarchico" le ha tutte: una trama e uno svolgimento fuori da ogni canone (sono 70 minuti dove i personaggi non parlano mai), tematiche molto adulte affrontate con un certo senso del cinismo (apprezzabile in questo caso), disprezzo per la razza umana e uno stile di disegno ardito.

E ardite davvero lo sono le soluzioni di Plympton, che specialmente nella prima parte riempiono gli occhi con senso del nuovo. Più fiacca invece la seconda ma sempre interessante nonostante la prevedibilmente bassa qualità dell'animazione (ma lì il problema è di fondi e produzione).
Alcune immagini si stampano davvero in testa e, al di là della parentela con il cinema dal vero, non è forse questo il compito esclusivo dell'animazione?

Appleseed: Ex Machina (2008)
di Shinji Aramaki

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FUTURE FILM FESTIVAL 2009
FUORI CONCORSO

Così mi imparo a voler vedere un cartone prodotto da john woo e i cui costumi sono stati disegnati da Miuccia Prada (non scherzo).
Appleseed:Ex Machina non ha nessun senso filmico, è un lungometraggio in CG realizzato con uno stile realistico che come tipico di certa animazione nipponica ma che in questo caso finisce per far sembrare il tutto un machinima.
La storia è tipicamente johnwooiana senza che ci sia però il positivo del regista hongkonghese, senza cioè tutte quelle "domande" che si pone in ogni inquadratura, senza quegli interrogativi sul senso di una figura eroica e sulla funzione estetica del cinema.
Qui di estetico non c'è nulla, nè tantomeno di interrogativo. Ci sono solo le dinamiche semplici e basilari di ogni action movie (poliziotto compagno ferito nell'azione d'apertura, recluta che lo sostituisce, cattivi rapporti, showdown finale ecc. ecc.) sulla solita base di fantascienza dove l'anima lotta per integrarsi con la macchina. E basta.
Il tutto anche con una certa noia nonostante la tanta azione.

Cellulite e Celluloide, il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con il botteghino e le considerazoni sulle prestazioni di Sette anime, Viaggio al centro della terra 3D e Valzer con Bashir. Poi subito una stroncata a Bekett e l'amarezza per la medietà di Milk. Lodato invece Tutti Insieme Appassionatamente e infamato Italians. Defiance si meriterebbe di essere ignorato ma invece anche lui ha la sua dose di amarezza, solo risate invece per Il Respiro Del Diavolo.

LA PUNTATA DEL 23/1/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Il Dubbio (Doubt, 2008)
di John Patrick Shanley

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POSTATO SU
E’ difficilissimo portare il teatro al cinema e farsi aiutare da un maestro delle immagini come Roger Deakins sicuramente è utile in questo senso, eppure il senso ultimo di Il Dubbio sembra lo stesso non appartenere al film.

Verboso come sanno essere le opere teatrali e quindi necessariamente imperniato attorno a due punti fissi incrollabili come Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep, il film si propone scientificamente di indagare il concetto di dubbio o di sospetto cercando di lasciare che lo spettatore sia coinvolto attivamente nell’impossibilità di esprimere un giudizio.
Il prete protagonista è colpevole di ciò di cui la superiora lo accusa senza prove? I suoi cedimenti sono manifestazione di altre debolezze o semplice coda di paglia? La risposta a queste domande conta poco, quello che conta è porsi simili interrogativi e mettere in crisi la cultura del sospetto e del dubbio.

Tutto questo però emerge con una certa fatica e soprattutto grazie ad un’esposizione esagerata dei significati. Tutto è sufficientemente urlato e la trattazione molto banale della materia non trova il necessario contraltare in una conclusione alta. Anzi proprio la chiusura del film, sempre importante ma in questo caso fondamentale, è tra i momenti peggiori di un film che manca anche di affrontare il tema principale, quello della pedofilia.

Parlare di un tema così attuale in America non può essere considerato casuale o non influente e farlo trasportando le vicendo in un’altra epoca, foriera di altre contraddizioni (una chiesa ancor più fuori dal tempo di oggi e un prete progressista che oggi sarebbe solo normale) e incapace di giungere a vera sintesi.
Lo scontro dialetico tra Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep è quello tra il pensiero dogmatio tipico delle istituzioni cattoliche e quello più liberale che si prende la briga di “questionare” la reltà e gli ordini superiori. Allo stesso modo in cui la madre del ragazzo coinvolto ha tutta un’altra visione delle cose data dalla particolare situazione che vivono. Eppure da tutti questi scontri non emerge nessuna sintesi, nessuna idea.

E poi soprattuto perchè costellare la messa in scena con quelle inquadrature sghembe? Sempre presenti in momenti cardinali e quindi teoricamente portatrici di significati molto chiari ma poi incredibilmente banali. Perchè girare tutto come se ci fossero delle verità (appunto dogmatiche) da impartire? Il Dubbio alla fine rimane solo sulla trama.

28.1.09

Il Curioso Caso di Benjamin Button (The Curious Case Of Benjamin Button, 2009)
di David Fincher

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POSTATO SU
La questione si potrebbe risolvere in due parole: Forrest Gump.
Il Curioso Caso di Benjamin Button è infatti il classico film realizzato a forma di Oscar, pronto per intrattenere con ironia e sentimento a partire da una storia che ripercorre una parte della storia recente americana. La struttura del racconto poi è quanto di più abusato ci sia: uno dei protagonisti che ormai vecchio rivive tutti gli eventi attraverso la lettura di un diario da parte della figlia. Un modus operandi già visto (solo per dirne due) in Titanic o Il Piccolo Grande Uomo (ma in un certo senso anche nello stesso Forrest Gump).

Del film di Robert Zemeckis questo ha le dinamiche che sorreggono il racconto, cioè quelle che vedono un protagonista strano e innocente passare attraverso i grandi sconvolgimenti con in mente il suo unico vero amore, una donna più dinamica, emancipata e collegata al proprio tempo di lui.
Ciò che invece gli manca è la capacità di far emergere dalla globalità degli elementi di messa in scena un vero senso, nonchè la capacità di intrattenere che una volta era la caratteristica principale di Fincher. Solo la divina Cate Blanchett riesce con quel suo sguardo che E' cinema esso stesso a regalare momenti di coinvolgimento (come quando vede Benjamin tornato giovane dalla guerra).

Sebbene come idea quella alla base di Benjamin Button non abbia nulla da invidiare a quella alla base di Forrest Gump (un uomo che nasce vecchio e a mano a mano che vive ringiovanisce), lo stesso i personaggi non sono altrettanto affascinanti, lo stesso le loro idee e le loro interazioni non riescono a farsi paradigmatiche. Non incarnano un periodo, non incarnano un modo di vivere nè tantomeno la propria unicità.

Fuori dai canoni di una narrazione dotata di un intreccio originale (per quanto sia strano lo spunto della trama alla fine la trama è molto canonica) Fincher si trova male. Costretto a venire a patti con un'idea classica di racconto non riesce a staccarsi dal manierismo e dalla calligrafia, risultando in due ore e mezza scorrevoli ma inevitabilmente piatte e ripiegate sul già visto. Anche la locandina inevitabilmente è ricalcata su un'altra (che gli è superiore per le espressioni più convincenti dei volti e per come sono stretti nel quadro).

26.1.09

Sacrosanto!

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Mi ero dimenticato di sottolineare adeguatamente la notizia del Leone D'Oro alla carriera 2009 che andrà alla Pixar. Azzeccato è dire poco.

25.1.09

Vuoti A Rendere (Vratnè Lahve, 2007)
di Jan Sveràk

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Quasi dimenticavo di parlare di uno dei film più sorprendenti tra quelli al cinema.
Terzo capitolo di una trilogia sulle diverse fasi della vita che non conoscevo Vuoti a Rendere è una commedia intensissima e mai banale, che mette al centro di un racconto divertente e molto ritmato un personaggio come non se ne vedono di frequente.

E' un film a gestione familiare dove l'attore protagonista, Zdenek Sveràk, è anche lo sceneggiatore e a dirigere c'è, Jan Sveràk, suo figlio. I due hanno l'uno più esperienza dell'altro (ovviamente l'uno è il padre) e il risultato è una commedia raccontata veramente bene, un piacere per lo spettatore.
Piacere sia formale che di contenuto perchè la struttura del racconto, l'armonia dei dialoghi e il susseguirsi perfetto delle sequenze è utilizzato per parlare dei veri limiti e delle possibilità della vecchiaia senza timore.

Tra sogni felliniani (soprattutto per la movimentata ambientazione ferroviaria), realtà molto più materiali, atti d'amore egoistici e incredibili piani riusciti Vuoti a Rendere riesce nel meccanismo più basilare in assoluto del racconto: l'accumulo e il rilascio. Dopo aver accumulato tensioni, dubbi, asperità e aspirazioni dei singoli personaggi per tutto il film il rilascio avviene nella meravigliosa sequenza finale della mongolfiera (l'unica non apertamente comica) dove, non senza una certa tensione (e già a partire dalla sequenza precedente in macchina), l'intreccio principale si risolve con grande raffinatezza trasponendo la tensione emotiva e passionale che esiste tra i personaggi nella tensione per il pericolo contingente.

23.1.09

Tutti Insieme Inevitabilmente (Four Christmases, 2008)
di Seth Gordon

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POSTATO SU
Tralasciando il fatto che un film sul Natale vada al cinema ora (probabilmente a causa dell'assurdo affollamento che c'è stato nel mese di Dicembre) Tutti Insieme Inevitabilmente è quello che vi aspettate solo superficialmente.

La storia è molto classica: una coppia di lavoratori di successo di New York, indipendenti e convinti della loro vita senza figli, ogni anno evita accuratamente di vedere gli strani parenti per le vacanze di Natale mentendo e accampando scuse, ma quando il maltempo blocca il loro volo per le isole tropicali saranno costretti a vederli tutti. Le case da visitare sono 4 (entrambi le famiglie hanno genitori separati), una più strana dell'altra, e questo lento processo di riavvicinamento alle proprie radici e alla "famiglia" cambierà molte idee della coppia.

La cosa molto interessante è come Seth Gordon (già autore di uno dei più sorprendenti documentari indipendenti di sempre: King Of Kong) utilizzi la struttura in 4 fasi del titolo originale (che segnano il passaggio da un modo di vedere la vita all'altro) per riadattare i classici 3 atti del Canto di Natale di Dickens. Alcuni modelli di vita possibili che continuamente incrociano memorie del passato, suggestioni presenti ed evocazioni future.
Attraverso il viaggio per le 4 case i due da perfidi, freddi ed egoisti abitanti di città diventeranno una famiglia imparando ad amare i propri parenti, per quanto diversi da loro e oggettivamente fastidiosi.

Eppure nonostante il film risponda in pieno alle leggi di buona forma e rassicurante lieto fine da blockbuster hollywoodiano, pone molti più problemi di quanto sembri. La coppietta anche una volta accettata la "normalità" familiare in realtà non ha cambiato idea, i loro fastidi sono gli stessi e alla fine di tutto non sembrano per nulla più felici, solo più assuefatti ad un'altra idea di normalità.
Le visite ai parenti li costringono a riaffrontare fantasmi di vite passate che avevano archiviato e si erano lasciati alle spalle andando a fare la vita che realmente desideravano da altre parti.

A furia di frequentare i parenti e di subire una maratona di condizionamenti psicologici da parte di chi in tutti i modi (sia diretti che indiretti, sia violenti che amorevoli) depreca il loro stile di vita e li invita ad adeguarsi al modello familiare standard i due, che una volta erano veramente felici della loro libertà, capitolano anche sotto la spinta fisiologica alla riproduzione.
Ma non c'è vera catarsi e la sensazione finale non è di liberazione quanto di accresciuta tensione perchè si è rinunciato a qualcosa per ottenere qualcos'altro senza desiderarlo veramente.

Ah! E poi mi ha fatto molto ridere.

Che ci facciamo con tutti questi trailer?

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Un po' di tempo fa, quando il video in rete si andava diffondendo, ci si chiedeva che cosa sarebbe successo ai trailer e al loro grandissimo successo. Alla fine quello che è accaduto è che sono diventati un genere indipendente.

In rete i trailer si moltiplicano e si vedono molto più di prima, così alla fine spesso sono migliori dei film stessi perchè capita che un'idea sia migliore della sua realizzazione.
Oltre a questo in tantissimi casi i trailer sono montati, musicati e realizzati meglio dei film che annunciano. Raccontano benissimo e con più arguzia del film un tema e ne espongono in maniera più dinamica le principali implicazioni (in questo caso un personaggio pieno di senso del dovere ma pavido + situazione di pericolo + gag fisiche politicamente scorrette).

Questo si capisce ancora meglio confrontando questo trailer con la scena come è effettivamente mostrata nel film (opera mai arrivata da noi, il che pone seri dubbi sull'effettiva comicità). Nel trailer per come è montata e incastrata in mezzo ad altre scene è sicuramente più divertente e in fondo può anche andare bene così.
Se ne fruisce come fossero sketch televisivi. Del resto l'orchestrazione così spezzettata non è molto diversa da come sono girate le gag degli ultimi anni del Saturday Night Live.

22.1.09

Ogni volta dico che non me ne frega niente poi finisce che rosico

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Sono uscite le nomination agli Oscar.
Tra gli stranieri non c'è Le Tre Scimmie, per la miglior sceneggiatura non originale non c'è Revolutionary Road e per la miglior fotografia Roger Deakins è nominato ma non per Revolutionary Road.

Milk (id., 2009)
di Gus Van Sant

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POSTATO SU
A me Milk non è piaciuto. In giro ha raccolto recensioni molto positive quasi da tutti ma sinceramente non mi ha convinto per nulla.
Nel raccontare la storia vera di Harvey Milk, primo omosessuale dichiarato a ricoprire una carica politica negli Stati Uniti d'America, Gus Van Sant si lascia andare a tutto il possibile lato oscuro della regia.

Fazioso e tendente all'apologia senza riserve Milk punta moltissimo sulla larga condivisione e partecipazione nella storia che la maggior parte (se non totalità) del pubblico condivide. Il racconto è di quelli che si fondano sulla dinamica di liberazione e conquista di diritti civili (un classico hollywoodiano) e purtroppo lo fa non lesinando in retorica all'americana. Quelle cose che Gus Van Sant aveva sempre evitato conquistandosi la stima di tutti.
Milk è senza macchia e il suo rivale è peggio dell'assassino di Lincoln.

Gus Van Sant ci aveva abituato a ritratti più complessi e pieni di idee. Anche accantonando gli ultimi film stilisticamente stupendi e molto più "difficili", pure le opere precedenti erano solo fintamente tradizionali.
Will Hunting aveva moltissimo da dire in più rispetto alle dinamiche di nuova paternità e maestro/allievo che metteva in campo e allo stesso modo (pur se un po' meno) anche Scoprendo Forrester.

Milk invece dà al pubblico ciò che vuole, gli presta il fianco, mette in scena un'interpretazione mimetica dando grande libertà a Sean Penn (una cosa che piace sempre e per la quale tutti possono sentirsi in diritto di dire "Che grande prestazione!") ma senza profondere complessità in quel personaggio, alla fine ne fà un'imitazione. Anche per questo ho trovato molto più interessante e bravo Josh Brolin, che mi sorprende ogni film.

E piccole microsequenze magistrali come quella del discorso da fare con una minaccia di morte pendente sulla testa sono solo piccoli contentini.
Alla fine Milk, dato l'apprezzamento condiviso, si avvia ad essere il classico film ordinario da elevare a straordinario dando a Van Sant tutto ciò che si è meritato in passato.
In fondo un po' tutti i grandi registi ce l'hanno avuto un film così.

Know Your Meme

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Know Your Meme è da un po' la mia nuova droga informativa.
Si tratta di un geniale spin-off di Rocketboom che, al pari dello show da cui proviene, cerca di raccontare la rete attraverso i suoi fatti e le sue storie per capirla. Attraverso cioè i suoi meme.

Un meme, prescindendo un momento dal significato originale del termine, diventa in rete un pezzo di informazione continuamente ridefinito. Nel mondo del video online la differenza tra un meme e un video virale è che il secondo gira sempre nella medesima forma mentre il primo è continuamente remixato, riusato e rimesso online in maniera diversa da persone diverse.
Uno spot pubblicitario può diventare un video virale mentre l'esperimento Mentos e Coca Cola era un meme, perchè esistono centinaia di video di persone che l'hanno rifatto, rielaborato o anche solo citato.

I meme più importanti e conosciuti sono futilissimi ma segnano brevi periodi temporali, si diffondono a macchia d'olio e poi scompaiono lasciando ampie tracce in rete (tanto che spesso ritornano). Raccontarli cercando di spiegarli e capirli vuol dire raccontare il presente di un medium come internet per capire qualcosa di più sulle persone che questo medium lo usano e soprattutto su ciò che li spinge ad essere attivi.

Mettendo in scena in questo modo ciò che accade su internet si compie indirettamente una riflessione su chi sta dietro alla rete, sulla parte attiva degli utenti e su un pezzo di cultura popolare che si può propagare unicamente su un mezzo simile, incrociando le nuove potenzialità di produzione amatoriale (girare, montare, rippare, editare e musicare) con le nuove potenzialità di distribuzione (YouTube).

21.1.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
E' suonata l'ora del 3D e siamo pronti a rispondere a tutte le domande su Viaggio al centro della terra 3D, poi si ride commentando trama e svolgimento di Beverly Hills Chihuahua, si rinnova su richiesta il dispiacere per Come Dio comanda, si depreca Imago Mortis, si ricorda il curioso caso W., si consiglia Valzer con Bashir, si consiglia molto Appaloosa, si spiega perchè Australia valga poco ma comunque le donne si commuovono e poi si annuncia che la chicca della settimana è Vuoti a rendere.

LA PUNTATA DEL 17/1/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

20.1.09

Mi dimetterei, avessi una qualsiasi carica...

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Viaggio al centro della Terra 3D è tra i campioni di incasso della settimana, il secondo per la precisione, con una ragguardevole cifretta. Insomma la gente è andata vederlo.
E' stato promosso giustamente come il primo film in live action della rivoluzione 3D, una cosa da andare a vedere per l'uso della tecnologia ma colpevolmente un po' tutti (e mi ci metto dentro) abbiamo sorvolato sul fatto che la stragrande maggioranza delle sale (ma proprio stragrande!) se ne fotte e lo manda in 2D, senza dire nulla al pubblico. Solo a Roma è in 10 sale di cui una sola (ad Ostia!) effettivamente 3D eppure su tutte la scritta è Vaiggio al centro della Terra 3D.

Quello che è successo, lo si scopre facilmente facendo un po' di indagini, è che molti sono andati a vederlo in due dimensioni e sono usciti pensando che questo 3D in fondo è quasi uguale al vecchio 2D "giusto la scena dei piranas un po'..." mi ha detto un amico che l'aveva visto in 2D pensando fosse tridimensionale.

Tutto questo tempo a parlare di occhialini, sistemi, rivoluzioni, tecnologie, proiettori e ci siamo dimenticati di avvertire che no occhialini-no 3D-no party.
Gli esercenti se ne fregano perchè vivono un week end alla volta e io un po' mi sento colpevole. Cazzo ho fatto almeno una decina di articoli sul 3D negli ultimi mesi di cui uno pure su Repubblica e mi sono dimenticato di precisare che ci sarà qualcuno che manderà i film tridimensionali in 2D e che tocca stare attenti. Un po' è un fallimento anche mio.

Revolutionary Road (id., 2008)
di Sam Mendes

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Mi professo spesso "formalista" e come tale vengo attaccato, quindi un po' è un ruolo che mi sono ritagliato, in realtà le cose come sempre sono più complicate e Revolutionary Road mi ha messo alle corde. Chi l'avrebbe mai detto...
Io Sam Mendes non lo amo, ho visto solo American Beauty e mi ha fatto abbastanza schifo, tanto che non poi ho visto altro, in fondo non facevo questo lavoro e vedevo solo quello che mi piaceva (che tempi...). Non saprei dunque dire di eventuali cambiamenti di stile o evoluzioni ma... Questo film è un'altra cosa.

Che testo di partenza! Sapevo si trattava di un'opera fondamentale, la prima di Yates, scritta in un periodo (a cavallo tra anni '50 e '60) straordinario per la cultura statunitense, ma non immaginavo...
Pur non avendo letto il libro si comprende lo stesso lo straordinario lavoro di Mendes per portare in immagini la complessità (difficile a credersi) della storia raccontata. La linearità del racconto è disarmante, eastwoodiana (è stato già detto?) per come la minimale semplicità della messa in scena copre la barocca complessità dei significati e soprattutto per come si tratti (data la fedeltà al testo) di un racconto d'altri tempi, fatto di metafore esposte fin dal titolo che una volta avevano sicuramente più impatto di oggi (come ad esempio la figura del matto che in realtà capisce più di tutti la realtà perchè capace di pensiero divergente) ma che tuttavia funzionano. Funzionano!

La storia degli Wheeler, coppia giovane e borghese, serve a mettere in scena il più grande contrasto della società occidentale moderna, quello per il quale il benessere di massa sia tale per tutti.
D'un tratto i figli hanno potuto raggiungere facilmente le cose per le quali i padri avevano lottato una vita, solo che non sapevano più se lo volevano o meno. E tale contrasto è il medesimo dell'era moderna, quello tra l'assuefazione (e in certi casi l'aspirazione) alla medietà di un'esistenza borghese e l'insaziabile desiderio di straordinarietà di ognuno.

Nel film sembriamo partecipare del dolore e del senso di disaffezione di una coppia intrappolata nel medesimo imbuto di tutti gli altri ma molto lentamente si comprende come in realtà il film sia realmente sul dolore di una donna, come la trappola sia in realtà solo la sua. Un personaggio si adagia e si adegua alla medietà ed uno continua a soffrirne. Da questo distacco Mendes riesce a trarre tutto il senso del film con espedienti di regia classici incastrati in un impianto moderno (basta vedere l'uso della colonna sonora).

Peccato per il sottofinale girato con un tono completamente diverso rispetto al minimalismo del resto del film. Pieno di inutili sottolineature, di facili morali, di inquadrature ad effetto ed un carrello in avanti proprio sulla chiusura che più inadeguato, stupido e banale non si poteva fare. Eppure non rovinano un film capace davvero di "raccontare" nel senso più alto del termine, capace di parlare di modernità e di mettere lo spettatore di fronte alle sue contraddizioni con una sottigliezza e una forza raramente viste.
Più che un film straordinario, stavolta mi tocca dire una storia straordinaria messa in scena con la giusta funzionalità.

19.1.09

Defiance - I giorni del coraggio (Defiance, 2008)
di Edward Zwick

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Quando Billy Elliott e James Bond vengono catapultati da una macchina del tempo in Bielorussia durante la seconda guerra mondiale dovranno aiutare un gruppo di ebrei a mettere in scena l'esodo sostituendo il deserto con una foresta.
Tra colpi di pistola sparati a caso e improbabili storie d'amore dovranno anche riuscire a pronunciare ovvietà miste a grida d'effetto da fiction italiana, senza che questa sia stata ancora inventata.

Spoiler: Billy Elliott non diventerà ballerino e James Bond non ordina un Martini.

16.1.09

E nessuno mi ha detto nulla!

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Due giorni fa è morto Patrick "Il Prigioniero" McGoohan.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni sabato alle 17, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
In questa puntata si comincia subito dicendo le cose pane al pane e vino al vino e cioè che Sette Anime non vale niente ed è pure noioso, dopodichè la drammaturgia che ci avrebbe condotto a Lasciami Entrare viene interrotta da un messaggio di lode e allora si comincia l'incensamento. Poi con calma si demolisce Yes Man e si compiange la scomparsa del Jim Carrey divertente, ci si sorprende per lo splendido ritratto umano che viene fatto in W., si consiglia caldamente Valzer con Bashir, si depreca Un Matrimonio all'Inglese, si annuncia Appaloosa e si comincia a preparare il terreno per Australia.

LA PUNTATA DEL 10/1/08

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

14.1.09

Viaggio al centro della Terra 3D (Journey To The Center Of The Earth 3D, 2008)
di Eric Brevig

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POSTATO SU
Per dirla in due parole Viaggio al centro della Terra 3D è ciò che vi aspettate: un film inesistente costruito attorno ad un plot già noto e di comprovato successo (nonchè blasonato) che dà origine a situazioni suggestive e di forte azione utile a mostrare una nuova tecnologia. Il regista faceva film in 3 dimensioni per i parchi tematici...
Non aspettatevi dunque una storia ben raccontata ed appassionante, aspettatevi una dimostrazione delle potenzialità del 3D. Ed ho detto "potenzialità".

La tridimensionalità non è un effetto speciale, non è un artificio, è uno strumento del linguaggio paragonabile al colore o alla profondità di campo e l'uso di qualsiasi strumento di linguaggio è un processo in costante evoluzione, in particolare se tale strumento è di fatto nuovo. Il 3D moderno per tecnica di ripresa e riuscita sullo schermo non ha nulla a che vedere con quello anni '50 e '70 e in questo senso è una tecnologia nuova. Ha nuove tecniche, nuove possibilità e offre nuove soluzioni.
Capirne immediatamente l'uso migliore come anche farne subito un uso espressivo veramente interessante è praticamente impossibile. Non è mai capitata nella storia una cosa simile. Ma andare al cinema a vedere che cosa sia questo 3D di oggi può essere interessante.

Si tratta di una tecnologia imperfetta (se inclinate la testa da un lato o dall'altro l'effetto di tridimensionalità diventa fastidioso) ma in effetti foriera di molte novità e di un impatto che, superato l'iniziale sorpresa, è molto naturale.
Dire se il 3D attecchirà e sarà davvero il futuro del cinema come il colore è stato per il bianco e nero è impossibile. Di certo possiamo dire che mai come ora i più grandi (e innovativi) registi americani si sono buttati su una tale novità per promuoverla e utilizzarla. Di certo di qui a qualche anno i film in 3D saranno molti di più. Se poi sarà davvero una cosa buona rimarrà.

Per comodità di tutti rispondo già alle domande più frequenti:
- Si, si indossano gli occhialini ma no, non sono quelli degli anni '50. Possono essere di carta o più simili agli occhiali normali a seconda del sistema usato dalla sala. E si, te li danno all'ingresso
- Si, gli occhiali 3D sono fatti per essere indossati anche da chi porta già degli occhiali da vista senza che se li debba levare
- Si, il biglietto costa un po' di più (tipo un euro)
- No, non avremo per sempre gli occhiali, ce ne libereremo tra 5-10 anni (secondo Katzenberg) a favore di una tecnologia che fa fare tutto il lavoro allo schermo
- Si, le cose sembrano uscire dallo schermo ma no, non è quella l'innovazione principale, è la profondità
- Si, i film in 3D (tranne questo) in linea di massima usciranno anche in 2D che sarà poi la versione che finirà su DVD
- Si, il 3D casalingo arriverà tra qualche anno
- Si, il porno è un'opzione presa in considerazione

LA TECNOLOGIA DEL 3D

13.1.09

Questa è pesante

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E così niente oscar per Gomorra...
E nonostante l'anno scorso l'Accademy abbia fatto ammissione di colpa per non aver incluso nelle nomination 4 Mesi, 3 Settimane e 2 Giorni il film rumeno di Mungiu, vincitore quell'anno della Palma D'Oro a Cannes, e abbia anche cambiato il meccanismo di selezione.
Le motivazioni ufficiali del rifiuto al momento non ci sono. Semplicemente "non è stato selezionato".

Sinceramente non ce ne frega molto, il film ha preso premi decisamente più importanti dell'oscar ed ha raccolto consensi ovunque. Tuttavia sarebbe stata una spinta economica non indifferente alla Fandango e una buona pubblicità per il nostro cinema. Insomma un circolo virtuoso mancato, quelle cose per le quali si parla sempre di più di film italiani, questi vengono comprati di più anche all'estero, i nomi girano ecc. ecc.

Per tutti questi motivi questa categoria è l'unica per la quale vale la pena fare il tifo agli Oscar. E ora il mio tifo va a Le Tre Scimmie.

Imago Mortis (id., 2008)
di Stefano Bessoni

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POSTATO SU
Sembrava il ritorno di un horror italiano a budget medio alto girato da esordienti (quindi non le deviazioni di Avati) e invece è una via di mezzo. Imago Mortis è si girato da un italiano con una troupe in larga parte italiana (e con un cast internazionale), ma non si tratta di una produzione nostrana bensì di una coproduzione italo-spagnolo-irlandese, in cui a giudicare dallo stile la Spagna ha fatto la parte del leone.

Contaminato totalmente (e dichiaratamente anche dal regista) dalle atmosfere, dalle scene e dall'andamento degli horror iberici Imago Mortis è molto poco italiano, non solo non ricorda la nostra produzione recente (che è un bene) ma nemmeno quella più gloriosa (se non per un modo assolutamente argentiano di gestire l'interazione con i personaggi secondari).
Alla fine il film non brilla da nessun punto di vista. Non è un gioiellino di tecnica, non ha una trama appassionante, non intriga, nè (cosa più grave) spaventa.

Purtroppo il problema è che la trama accumula quasi matematicamente strumenti ed immagini che hanno fatto la fortuna del genere iberico, dalle ambientazioni in stile primi novecento, alle scene con luce rarefatta ma mai di buio, dalla negazione dello "spavento" a favore di una lenta scoperta dell'orrore, fino all'evergreen dell'inquietante passato di un luogo che sale lentamente a galla. Ma senza mai far interagire queste parti in maniera virtuosa.
Addirittura verso tre quarti la trama comincia a girare in tondo per un bel po', non si va da nessuna parte e si ripetono costantemente i medesimi schemi generando una noia inaffrontabile.

Poi un giorno qualcuno di migliore di me dovrebbe fare uno studio su come l'horror iberico, nonostante sia fiorito dalle prime cose di Amenàbar, si sia quasi subito staccato da quel tipo di messa in scena e da tutto quello che si era fatto in Europa e in America aderendo in pieni agli stilemi del fiorentissimo filone asiatico, dove (per dirne una) l'orrore non è mai nascosto ma sempre esibito, cosa possibile solo padroneggiando come fanno gli orientali la cultura dell'immagine. Nessuna meraviglia che poi gli exploit migliori in questo senso siano riusciti a Del Toro.