29.6.09

Transformers vs. Terminator: ecco perché scelgo i robot di Skynet

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I due film di McG e Michael Bay possono essere accomunabili per genere, ritmo, azione e carattere (entrambi film di alto profilo e intrattenimento hollywoodiano) e possono anche avere il medesimo pubblico ma mostrano due modi decisamente diversi di immaginare, sognare e teorizzare il rapporto dell'uomo con le macchine intelligenti.

Michael Bay si sforza in ogni modo di dirci che i Transformers sono come noi e i loro nemici sono nostri nemici solo perchè siamo alleati, non perchè si contrappongano direttamente agli umani. Al contrario quando John Connor dice per radio "...sono John Connor e se ascoltate questo messaggio siete parte della resistenza" spiega che i robot non sono noi, sono un'altra cosa, noi siamo lo spirito e loro la materia e per questo combattiamo. Questa è fantascienza!

26.6.09

Le prime opinioni ufficialmente imparziali su Avatar

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Proiezione di alcune scene di Avatar ad Amsterdam, la prima in assoluto per quanto io ne sappia, quindi esistono i primi pareri che non vengano da chi il film l'ha fatto.
E sono in linea con quanto si dica
I've just returned from a preview screening of James Cameron's hugely anticipated movie 'Avatar' at the Cinema Expo in Amsterdam and I'm still feeling the after effects of this jaw-dropping experience.
[...]
It's the third scene where my heart begins to pound like crazy. Jake and Norm will inhabit their Avatar for the first time. They enter some sort of capsule and - flash – their mind enters the blue creatures, now lying on hospital tables. And not before long Avatar Jake wakes up. And it took my breath away. I thought--just like you guys--that I've seen it all with Gollum, or The Hulk, but Cameron has done it again. These creatures seem so real, that within minutes you forget you're watching an enormous and very blue CGI character. Even the eyes are totally convincing. The characters have real personalities and a soul.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni giovedì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata svelta con le prime valutazioni sulle possibilità di Un'estate ai Caraibi, si incensa come si deve Coraline e la Porta Magica, si esprimono perplessità su Look Both Ways: Amori e disastri, si invitano quante più persone è possibile ad andare a vedere Una notte da leoni, mentre si mette in guardia da La ragazza del mio migliore amico e si anticipa Transformers 2.

LA PUNTATA DEL 18/06/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Scoppia la bolla del video in rete e arriva il product placement

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Dopo la salita, la discesa. Negli States chiudono serie e canali e si ridimensionano siti di produzioni, specialmente le avventure online dei grandi studios hollywoodiani, perché in silenzio e senza clamori è scoppiata la bolla del video in rete. Dal 2005 ad oggi si sono moltiplicate in maniera esponenziale le produzioni di alto e basso profilo inondando la rete di un'offerta scriteriata, per un pubblico poco pronto e poco ricettivo e soprattutto senza alcuna idea di ritorno economico.

Come in tutti i mercati che si rispettino solo una minoranza tra tutti quelli che hanno tentato la fortuna con il video in rete è riuscita realmente a guadagnare in termini di notorietà e ritorno economico, per il resto c'è stato l'oblio e la perdita.
Adesso arriva la prossima fase, quella della normalizzazione e della seconda ma più moderata salita, anche se di tutto questo in Italia non abbiamo sentito nemmeno una vaga eco.
Si comincia con nuove forme di product placement.

24.6.09

Crossing Over (id., 2009)
di Wayne Kramer

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POSTATO SU
Letteralmente il titolo significa “Oltrepassare” intendendo un incrocio, una staccionata, una barriera o, come nel caso del film, un confine. Anzi IL confine per antonomasia per gli americani ovvero il loro. Sia che si tratti della linea che demarca l’inizio del Messico e la fine degli Stati Uniti, sia che si tratti delle possibilità di ottenere la green card e diventare cittadino statunitense.

Il film di Wayne Kramer adotta una struttura ad episodi intrecciati (non atemporale e da decodificare come quelle di Arriaga ma coerente e procedente per analogie come quelle di Soderbergh o Paul Haggis) per affrontare diverse facce di un medesimo problema. Non solo l’entrata e la permanenza negli Stati Uniti ma come tutto ciò sia cambiato negli anni e come oggi il “diventare americano”, una volta considerato passo fondamentale per la grandezza di quel paese, sia infinitamente più vorticoso, problematico e foriero di contraddizioni.

Se infatti la musulmana che per colpa di un tema scolastico apparentemente a favore della Jihad (quando invece si afferma solo di capirne le ragioni) avrà un certo trattamento, altra sorte il film la riserva al ragazzo ebreo che tenta di ottenere il diritto a rimanere in America fingendosi un capo spirituale senza aver mai professato la propria religione. Ma ancora ci sono messicani (immancabili) che sfruttati dall’economia americana ma poi ributtati a calci al di là del confine dalla polizia, coreani integrati al punto da entrare nelle gang criminali e agenti dell’anti immigrazione che nascondono proprio nella loro famiglia crimini che rispondono a regole e dettami di una società che non è quella americana.

Non è dunque nella morale molto stelle e strisce del film (espressa apertamente in una concitata scena di sparatoria) il senso ultimo che Kramer vuole dare al suo film, quanto nel modo in cui le storie sono organizzate e mostrate e nel pathos profuso di volta in volta.
Pur non brillando da nessun punto di vista infatti Crossing Over è senza dubbio ben diretto e concepito per parlare non tanto a parole ma con i fatti. Con le espulsioni e le green card concesse, con i ricchi che rimangono e i poveri che vengono cacciati, con certe etnie e certe tipologie umane che hanno vie più facili (e non sempre legali) e altri che subiscono pene al posto loro.

IL FILM CORALE OGGI

23.6.09

La Donna Di Nessuno (Sans état d'âme, 2009)
di Vincenzo Marano

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POSTATO SU
Dalla Francia ci arrivano talmente tanti bei film che ogni tanto è un piacere scoprire che pure loro hanno delle pecore nere impresentabili, che anche loro producono, immettono sul mercato e addirittura mandano all’estero prodotti inguardabili. Peccato però che il prodotto inguardabile in questione porti la firma di un nome italiano.

22.6.09

Come da tradizione

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Ancora non abbiamo visto il nuovo Pixar (Up) che arriva il teaser di quello che ci aspetta tra più di un anno.

Un passo alla volta

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L'interpretazione della penetrazione (o meno) del 3D nel linguaggio cinematografico sarà un'operazione allucinante che durerà anni e vedrà protagonisti centinaia di articoli, libri (e se Dio vuole post) oltre ai film stessi.
Ad oggi, allo stadio embrionale che vediamo oggi (soprattutto per colpa dei film che non sono granchè) possiamo dire che il 3D è il primo modo di realizzare e proiettare film che riesce a restituire davvero il senso della visione attraverso il vetro, cioè la differenza visiva e percettiva che si ha tra la visione di una figura e la visione della stessa posizionata dietro ad una superficie trasparente. Partendo da questo mi sento anche di dire che mai vedere una figura al di là di un vetro (sia una finestra o quant'altro) è mai stato così emozionante.
Ecco. E questa è una cosa.

19.6.09

CircleDrawers

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Arriva dall'Islanda una serie che è un caso strano della Rete. Girata in inglese per il pubblico mondiale (le poche parti in islandese sono infatti già sottotitolate), vanta anche una introduzione di Steven Schirripa, attore noto per la partecipazione a I Soprano, e si tratta in sostanza di un prodotto ad alto budget girato dall'islandese Olaf de Fleur Johannesson, già regista di diversi documentari per il cinema, incentrato sul tema fascinoso del "lavoro" degli angeli.

Leggendo la trama e guardando un episodio a caso della serie (ora arrivata al settimo) ci si rende conto immediatamente dell'elevato livello qualitativo. La scelta che è stata fatta anche a livello produttivo è chiara. CircleDrawers è un lavoro professionale in tutti sensi e si pone senza dubbio come un prodotto di serie A eppure non raccimola quello che dovrebbe. Nonostante un posizionamento su Blip e uno su YouTube, la presenza su Facebook e tutta una serie di iniziative di passaparola, non riesce ad attrarre i visitatori che meriterebbe e che indubbiamente (dato il tipo di produzione) sta cercando.

18.6.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni giovedì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Reduce da Cannes a Roma si parte con il racconto dei 3 film visti, uno più bello dell'altro: Il Nastro Bianco, Looking for Eric e Un Prophèt. Subito si passa alla spiegazione del fenomeno Un'Estate ai Caraibi, si magnifica I Love Radio Rock e anche il truce ma alto spettacolo di Martyrs. Infine anticipazioni per Coraline e la Porta Magica e Transformers 2.

E infine gli utili consigli televisivi: Ombre Rosse, La Dolce Vita, Thank You For Smoking, Il Ladro di Bagdad, Lontano Dal Paradiso, Roma ora 11.

LA PUNTATA DEL 11/06/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Videogiochi senza interazione (e su grande schermo)

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A prima vista non sembra eppure in Coraline è radicata molta più tecnologia di quanta se ne sia vista nei film degli ultimi anni, solo che è utilizzata con una trasparenza paragonabile forse unicamente a quella di Gondry. Tecnologia nel senso più ampio del termine, dunque sia strumenti per la realizzazione del film (dall'utilizzo molto abile del 3D agli aiuti chiesti al digitale per animare lo stop motion) che linguaggi espressivi nuovi che si appoggiano su mezzi nuovi.

Chi innova rompe sempre qualche regola e così ha fatto Henry Selick quando ha deciso di realizzare l'ultima parte del suo Coraline adottando uno stile e una serie di soluzioni visive tipiche del mondo dei videogiochi per raccontare il superamento di una serie di prove da parte della protagonista.
Nel racconto di Gaiman infatti accade che Coraline debba correre contro il tempo per cercare degli oggetti sparsi nella casa e lo debba fare con l'aiuto di uno strumento che le consente di vedere la realtà diversamente, individuando così più facilmente ciò che cerca. Per mettere in immagini e poter raccontare facilmente lo svolgersi di queste azioni, e soprattutto per immedesimare gli spettatori in quel senso di ricerca e superamento dei propri limiti (che è l'essenza stessa del videogiocare), Selick ha allora scelto di usare modalità di racconto da videogioco.

16.6.09

Transformers: La Vendetta Del Caduto (Transformers: Revenge Of The Fallen, 2009)
di Michael Bay

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POSTATO SU
Non che uno non ci tenga a vedere un bel film pieno d'azione, sia chiaro, e non che lo slogan classico: "Azione dall'inizio alla fine!" non sia solitamente utilizzato per invogliare a vedere un film. Ma quando poi ti ci trovi davvero davanti ad un film che è azione e basta dall'inizio alla fine capisci che non è quello che vuoi. Che anzi è una noia mortale.

Così Transformers: La Vendetta Del Caduto dopo il successo del primo film preme l'acceleratore senza criterio su quegli elementi che dagli "exit poll" e dalle indagini di mercato sono risultati i più soddisfacenti. Più azione, più robot, più trasformazioni, più materia per bambini, meno umani, meno storia e (ovviamente) più esplosioni. Questo, neanche a dirlo, manda a farsi benedire quel sottile equilibrio di elementi che aveva reso il primo film godibile.

Si perde anche qualsivoglia velleità di parlare di un possibile rapporto tra uomo e tecnologia. L'idea alla base dei Transformers infatti era di non avere più una guerra tra uomini e macchine ma di avere una guerra tra macchine (facendo sì che anch'esse si dividessero in buone e cattive come noi) rendendole come fossero un'altra specie animale (da qui le antropomorfizzazioni che nel film in linea di massima si perdono) nella quale gli uomini giocavano un ruolo comprimario come quello che la tecnologia gioca nelle guerre tra uomini.
In questo nuovo film invece le macchine sono una metafora umana, ma non una metafora sottile ed elaborata, solo una metafora buona per far vedere cose che con gli umani non si potrebbero mostrare. Teste fracassate, mascelle che volano, arti spezzati e anche dell'olio (?!?) a simulare il sangue.

I Transformers in questo secondo film vengono scomposti e dilaniati secondo i medesimi principi degli uomini e non in una maniera originale tipica delle macchine (come accade ad esempio ai robot della serie di Terminator). Questo leva anche quell'ultimo barlume di originalità nel racconto di una storia che non è più solo di uomini ma di uomini e macchine e che qui invece diventa di botti e fughe.

Ti amo digitale terrestre

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Ovviamente io sono a favore del passaggio al digitale terrestre, ma del resto conoscendo bene la questione non si può non esserlo. Non solo perchè si ottimizza un servizio (più qualità, più canali, più possibilità, minor consumo energetico, minor costo) ma soprattutto perchè si libera banda, cioè quella parte dello spettro radiofonico utilizzato fino ad oggi per la televisione analogica diventa libero e sarà utilizzato per servizi di connettività wireless alla rete. La tv si sposta (ottimizzandosi) per far posto ad internet. Come essere più felici di così?

Ma c'è un'altra cosa che mi rende felice. Una cosa del tutto personale, che non potrei citare come argomentazione a favore in un dibattito, ma alla quale tuttavia non posso fare a meno di pensare. Si tratta del fatto che questo passaggio crea dei problemi. Problemi ai più anziani e problemi al pubblico più accanito della televisione generalista (quello della tv tematica già ha Sky), crea dei problemi a quel segmento di popolazione in linea di massima di età avanzata che domina il paese in cui vivo determinando i contenuti della televisione generalista (che non solo non mi piacciono ma non sono nemmeno qualcosa di nuovo), decidendo spesso e volentieri le elezioni e i referendum (quasi mai in linea con i miei desideri) e frenando l'innovazione tecnologica, quel pubblico che da oggi fa file chilometriche nei negozi elettronica per comprare all'ultimo secondo i decoder (ma poi per soli due canali non vale la pena aspettare, che ne so, una settimana e non fare la fila??).
Ecco. Che finalmente si svantaggi questo segmento per favorire l'altro segmento, il mio, mi fa godere.

15.6.09

Una Notte Da Leoni (The Hangover, 2009)
di Todd Phillips

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POSTATO SU
Todd Phillips è un regista che in Italia possono conoscere solo gli appassionati e gli amanti del cinema demenzial-studentesco americano ma che tra poco conosceranno tutti. Arrivato più che altro in DVD (Old School) o anche non arrivato per nulla (School Of Scoundrels) e passato al cinema solo con exploit meno convincenti (Starsky e Hutch, Road Trip) ora arriva nelle sale con Una Notte Da Leoni che in America è riuscito a scalzare Up della Pixar dalla prima posizione senza poter contare su nessun nome noto.

La motivazione di una simile prestazione è molto semplice: Una Notte Da Leoni è un film da morire dal ridere.
E non lo è solo per una sceneggiatura e dei dialoghi impeccabili, sebbene orchestrati su un canovaccio vecchissimo (un gruppo di amici fa follie in una nottata di addio al celibato a Las Vegas e il giorno dopo non ricordando nulla deve ricostruire tutto), il film è veramente divertente perchè diretto con intelligenza. Al di là delle battute molto del divertimento viene da sapienti stacchi di montaggio o movimenti di montaggio interno, dai colpi di scena e dai ribaltamenti di fronte e infine dalla capacità di saper arrivare fino al limite dell'iperbole senza sconfinare nell'esagerazione.

Quello della notte brava dove si misura l'unione tra amici e la capacità di esorcizzare qualsiasi demone della crescita e del senso di responsabilità è un topos specialmente statunitense che tuttavia diverte anche le donne e coinvolge gli uomini. Affrontarlo dunque non è facile perchè si è tentati dall'esagerare e basta con il rischio di non riuscire a mettere in scena davvero personaggi che siano combattuti tra l'età adulta e la vacanza da tale età.

Gioca con gli elementi della messa in scena Todd Phillips e lo fa talmente bene da riuscire a realizzare un film che a fronte di un grande divertimento riesce anche a raccontare una storia che questo divertimento lo alimenti. Non ci sono gag che si accavallano con il risultato di avere momenti esageratamente esilaranti a fronte di altri più monotoni (come capita spesso), ma tutto è dipanato nella durata del film con intelligenza e discrezione. Non c'è un momento di stanca, non c'è un momento in cui il film è poco comprensibile per il troppo ridere.

Non siamo di fronte ad un capolavoro della storia del cinema, ma forse ad uno dei migliori film comici degli ultimi anni (forse da Zoolander), capace di riproporre l'eterna figura dello stupido comico in una veste incredibilmente nuova (bravissimo Galifianakis) e capace di raccontare con straordinaria aderenza alla realtà il mondo della profonda e splendida idiozia al maschile.

Non perdete la sequenza fotografica finale. Una delle cose più azzeccate mai viste in materia.

13.6.09

Ognuno gli dia il valore che crede

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Senza fare clamori o dirlo a nessuno noto oggi che YouTube ha implementato la schermata principale in cui si vedono i video aggiungendo la possibilità di avere tra i menù dei video suggeriti anche una lista degli episodi di un'eventuale serie dividendo le finestre per stagione.

12.6.09

Un Prophète (id., 2009)
di Jacques Audiard

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Ho aspettato un po' a postare questo film visto assieme agli altri durante Cannes a Roma. Ho aspettato un po' perchè tra tutti è di sicuro il più complesso, come del resto complesso è il posizionamento di Audiard nel sistema cinema mondiale.
Per come la vedo io Audiard assieme a Todd Haynes, P.T. Anderson e forse Garrone (anche se il suo è un po' un cinema a parte) è l'unico a fare del cinema realmente contemporaneo e realmente alto. L'unico nuovo nome a fare cinema di oggi, a cercare cioè di portare avanti il discorso stilistico intercettando le linee guida dell'oggi con una consapevolezza dei meccanismi del cinema da maestro (l'entrata in scena del protagonista segnato da circatrici ovunque e fresche delle quali non sapremo mai l'origine ma che da sole raccontano un mondo intero).

Tutti i film di Audiard sono sul cambiamento, trascurano il prima e il dopo e si concentrano sul momento in cui avviene il giro di boa, in cui scatta qualcosa che cambia la vita. E i cambiamenti arrivano sempre da un arricchimento mai da una crisi, anzi la crisi ne è semmai conseguenza. L'amore insospettabile in Sulle Mie Labbra, la musica come dimensione di riscoperta di un mondo interiore in Tutti i Battiti Del Mio Cuore e qui l'alfabetizzazione.
E tutti i film di Audiard sono sulla comunicazione, sulle lingue non solo in senso glottologico ma anche nel senso dei linguaggi della musica, dell'alfabeto, dei sordomuti e via dicendo. Sono film che partono dai misteri e dalla potenza devastante di quella comunicazione per affascinare.

Il protagonista di Un Prophète è un personaggio molto bello, derelitto come pochi, violento perchè non conosce altro (come molti protagonisti di Audiard) ma anche dotato di una complessità e una profondità rara. Passa attraverso diverse lingue e proprio l'impararne di nuove gli fa cambiare vita, saltando in avanti nella scala sociale e in un certo senso anche evolutiva, alla fine non è cretino e spaventato come all'inizio (che scena la prima uccisione....).

E così anche il film non ha solo una dimensione, è capace di essere secco e asciutto come Il Buco di Becker, sentimentale con grazia, violento come Haneke e delirante come Lynch. Audiard cambia spesso registro senza cambiare il suo obiettivo, cioè il racconto di quei 6 anni in carcere che cambiano la vita di Malik. Gioca con i generi come un asiatico ma i suoi film non li puoi mai scambiare per asiatici, anzi ha quell'attenzione e quella concentrazione fissa sul protagonista che grida "Francia!" in ogni inquadratura.

Meno sentimentale che in passato e più concreto (l'intreccio è fortissimo e i fatti sono tantissimi) Un Prophète non disdegna di fare una capatina minuscola nel soprannaturale e soprattutto riesce ancora e di nuovo a "creare immagini" e in questo sta la contemporaneità di Audiard, nel saper dare vita in ogni suo film ad una serie di immagini che parlano allo spettatore contemporaneo. Immagini che contrariamente a tanti colleghi ugualmente giganti affondano le radici nel linguaggio contemporaneo e che sono forti non perchè belle in sè ma perchè inserite in una messa in scena che sa infondergli significato.

Martin never dies

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Pong!

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Forse è tra le cose migliori che produciamo al momento, il che la rende valevole un'occhiata sebbene, ve lo dico subito, non sia un prodotto perfetto ma qualcosa di troppo debitore alla televisione. Troppo decisamente.

Pong è ideata e scritta da Pier Mauro Tamburini e Simone Laudiero (già autori di programmi come Camera Cafè o Piloti) che, sebbene realizzata tenendo (finalmente!) conto di quale sarà il suo pubblico potenziale e guardandolo dritto in faccia invece che dall'alto in basso, è in tutto e per tutto simile nella scrittura e nella messa in scena ai più nuovi prodotti per la televisione cui i due hanno lavorato.

Videocamera fissa ad inquadrare una scena sempre uguale a se stessa all'interno della quale accade tutto e sceneggiatura incentrata sul reiterarsi dei contrasti tra una personalità più rigida e una più caotica accomunate di volta in volta da un medesimo interesse o obiettivo. Tutte dinamiche che possono rivelarsi ottime in televisione ma che non si adattano con il medesimo successo alla rete.

11.6.09

Il Nastro Bianco (Das Weiße Band, 2009)
di Michael Haneke

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Duro. Durissimo. Come sempre. Non il miglior film, ma comunque un film di Haneke.
Se c'è uno che gira sempre lo stesso film e per il quale la "politica degli autori" può ancora dirsi valida questo è senza dubbio Michael Haneke e questa Palma D'Oro non fa eccezione. Anche se c'è un bianco e nero da urlo (ma da urlo proprio! Tutto finalizzato a far risaltare come cazzotti quei nastri bianchi, simbolo della colpa) e anche se è tutto ambientato negli anni della prima guerra mondiale gli elementi del cinema hanekiano ci sono tutti lo stesso e sono centrali come sempre. La trama la si potrebbe comprare anche dal tabaccaio per quello che vale...

Innanzitutto la violenza. Fortissima, eccessiva e quasi sempre psicologica. Violenza sui bambini, violenza sulle mogli e sui sottoposti, violenza che raramente diventa fisica e anche quelle poche volte ci viene mostrata solo nelle sue conseguenze (con straordinari espedienti di montaggio sia canonico che interno (fenomenale la scoperta dell'impiccagione)) o fuori campo. Eppure si respira la violenza del vivere confinato nelle regole sia che siano autoimposte sia che siano proprie della comunità o della classe cui si appartiene. La violenza estrema del conformarsi alle regole del vivere civile.

I vincoli borghesi, la castità, il vivere in un contesto disperato, la religiosità, il perbenismo... Tutto diventa viene letto dal punto di vista della violenza nei film di Haneke nonostante poca se ne commetta. Tutto è imposizione e forzatura pronta ad esplodere non appena avviene qualcosa che regolarmente non ci viene spiegato fino in fondo (anche perchè chissenefrega!).

Chi siano gli omicidi di questo film, ve lo dico subito, non lo saprete mai (ma se seguite Haneke non vi stupirà) anche se stavolta alcuni indizi forti ci sono. E proprio da tali indizi forti scaturisce un altro elemento portante del film il discorso cioè sul nazismo e le sue origini. Discorso che tuttavia a me persuade poco o che quantomeno passa in totale secondo piano di fronte al dubbio e allo scuotimento posto da certe immagini.
Cosa contano i temi nazisti di fronte a scene come quella del bambino che suona il flauto fuoricampo o quella della figlia del reverendo con il volto contro il muro della classe?

10.6.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni giovedì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
E' arrivato Terminator Salvation e ovviamente è sotto le aspettative della saga ma sopra il livello medio del cinema d'azione, sotto ogni treno invece è Ca$h, al pari di L'Amore Nascosto. Intanto cominciano a spuntare notizie su Un'Estate Ai Caraibi.

LA PUNTATA DEL 04/06/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Looking For Eric (id., 2009)
di Ken Loach

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"I'm not a man. I'm Cantona" in questa frase di Eric Cantona che nel film interpreta se stesso c'è tutta l'idea dietro Looking For Eric, l'idea cioè di descrivere i processi mitopoietici della working class, di come le storie che insegnano e i sistemi di apprendimento e avanzamento culturale siano ovunque intorno a noi. Anche nel calcio.

L'ultimo film di Ken Loach è una commedia molto solare e tranquilla, quasi hollywoodiana nel suo svolgimento nonostante i presupposti tragici, ma dotata di un livello di lettura anche molto alto e intellettuale. Raramente in passato infatti Loach si era occupato così direttamente della formazione intellettuale dei suoi working class heroes.

La storia racconta di un postino di Manchester dalla vita derelitta. Due matrimoni falliti, figli disperati a carico, un'amore mai sopito che lo uccide giorno per giorno e tentativi di suicidio. In un momento tra i più deprimenti si mette a dialogare con il poster di Eric Cantona, il suo mito, l'uomo che vorrebbe essere. E in quel momento il giocatore gli compare accanto in carne e ossa per aiutarlo.
Nessuna magia, nel film è chiaro come si tratti di una proiezione mentale del protagonista, una proiezione appunto di ciò che vorrebbe essere che lo aiuta con consigli esilaranti, molto banali ma poi insospettabilmente efficaci (Cantona è noto per parlare per massime e proverbi, un po' come da noi Tomba).

Non sembra eppure Looking For Eric forse è il film più tecnico e cinematograficamente raffinato di Loach, capace di profondi abissi e immense tenerezze di cui ti accorgi a giorni di distanza. Cantona non sa recitare e il regista usa molto bene questa peculiarità donando al personaggio un'aria straniata e curiosamente fuori da tutto, anche se a tratti poi riesce a dargli insospettabili momenti di intensità. Veramente abile.

Ma la cosa migliore è appunto come tutto questo impianto sia usato per raccontare il riscatto di chi tutto quello che sa lo deve al calcio, cioè all'unica forma di racconto cui ha accesso. Manifestazione sportiva a parte il calcio (come qualsiasi altro sport) è storie di uomini, di cadute e risalite, di sconfitte inaspettate e riscatti ecc. ecc. E Cantona, per quello che è stato e quello che gli è successo, è chiaramente una bandiera di tutto ciò.
La parte favolistica del film è tutta in come Eric (il protagonista) risolva i suoi problemi grazie alla proiezione mentale di Cantona che utilizzando come esempi i suoi gol di volta in volta gli spiega una massima (molto terra terra) della vita. Ma lo fa in una maniera così autorevole, mitica e coinvolgente da essere sempre credibile e anzi desiderabile.

Per questo "I'm not a man. I'm Cantona" è il succo di tutto il film, perchè per il povero postino l'eroe del calcio, non è un uomo e non deve esserlo. E' qualcosa che eleva il suo spirito in assenza di qualsiasi altra forma di avanzamento culturale, è un punto di riferimento il più alto possibile che lo spinge a confrontarsi con se stesso. Proprio ciò che dovrebbe fare il cinema.

9.6.09

Do Androids Dream Of Web Series?

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Si chiamerà Purefold e sarà una webserie prodotta da una nuova costola della RSA Films, società di Ridley Scott che con il fratello Tony scriverà il soggetto e contribuirà ad ideare gli sviluppi chiave. Una serie con episodi da 5-10 minuti come tipico delle produzioni per internet che si svolgerà qualche anno prima del fatidico 2019 e che dovrebbe essere immesa in rete nel corso dell'estate, momento pessimo per noi ma ottimo per il mercato statunitense.

Se si pone sufficiente attenzione è quasi possibile riuscire a sentire le urla dei fan accaniti all'idea che qualcuno rimetta mano all'universo mitologico e fantascientifico raccontato da Dick e messo in immagini da Scott. Specialmente qualcuno che lo vuole fare per internet. Ma non necessariamente hanno ragione.

Un'Estate Ai Caraibi (2009)
di Carlo Vanzina

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Rispetto all’anno scorso cambia una parola nel titolo e si anticipa l’uscita di un paio di settimane, evidentemente la volontà di voler creare un franchise di successo (impossibile replicare quello natalizio ma si cerca comunque la buona prestazione relativamente alla stagione d’uscita) si misura non nella formula nell’uscita. I 5 milioni di euro totali dell’anno scorso infatti devono essere sembrati inadeguati alla sventagliata di commedianti e grandi fisici esibita.

Divertente però come quasi ogni anno in questi film vengano inseriti riferimenti spiccioli all’attualità politica che poi regolarmente dopo che il film è finito grazie ad avvenimenti reali diventano attualissimi. In questo film Biagio Izzo incontra Berlusconi (interpretato dal sosia doppiato male, che è così trash da essere quasi divertente) e il premier lo aiuta ad ingannare la moglie per potersi fare una vacanza al mare con l’amante.

Infine sarò ormai arrivato, mi sarò rincoglionito o sarò solo beceramente campanilista (addirittura rido agli sketch Brignano-Mattioli, no dico: Mattioli!) ma quando alla fine Proietti da che è un derelitto morto di fame ai Caraibi vince la lotteria e il bambino gli dice "Ci compriamo una casa??" e lui risponde "Si, ma a Roma! A ROMAAA!!!!", io ho goduto. Lo ammetto. Ho proprio goduto.

Update
Il sempre straordinario Mereghetti sul Corriere.it
[...] un'apparizione finale di Berlusconi (è il sosia Maurizio Antonini) talmente «educata» da non essere neppure adatta al Bagaglino.

8.6.09

L'Amore Nascosto (L'Amour Cachè, 2007)
di Alessandro Capone

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POSTATO SU
Realizzato due anni fa e già passato al Festival del Film di Roma L'Amore Nascosto arriva ora in sala sfruttando il richiamo mediatico dato dalla presenza della presidentessa dell'ultimo festival di Cannes, Isabelle Huppert.
Si tratta di una curiosa produzione italiana con una partecipazione minoritaria francofona (Belgio e Lussemburgo) voluta a tutti i costi per poter girare in lingua francese il film "perchè far recitare Isabelle Huppert in una lingua che non è il francese sarebbe delittuoso" è stato detto alla conferenza stampa, il che la dice lunga su molte cose.

La dice lunga cioè su come L'Amore Nascosto sia un film centrato su un attore o attrice in cui tutto è funzionale non al personaggio che interpreta ma alla recitazione di quel personaggio e nei quali tutti significati sono veicolati attraverso la recitazione. La messa in scena dimentica le sue potenzialità e si appiattisce su un solo elemento (la recitazione appunto) demandando ad esso l'onere di "fare il film".

Com'è tipico di questi casi L'Amore Nascosto racconta un personaggio squilibrato, uno dei più grandi topoi della facile grande prestazione d'attore dei nostri tempi. Più che essere il ruolo difficile per antonomasia infatti il matto è il ruolo caricaturale per antonomasia; le persone con problemi mentali al cinema, quando sono interpretati da grandi attori, risultano essere sempre molto più interessanti e intensi di quanto non siano nella realtà, passando ad essere mezzo per l'affermazione attoriale da che dovrebbero essere il fine di quell'interpretazione.

Questo ovviamente non leva nulla all'immensa bravura di Isabelle Huppert, ma anche lei non può nulla di fronte ad un progetto di film che non sfrutta a dovere le sue energie anzi le disperde. Alla fine ci si trova quindi davanti ad una storia che non parla della realtà, nemmeno per metafora, un film sostanzialmente non sincero e alquanto noioso, con una delle peggiori e più fastidiose colonne sonore che si ricordino.
La Huppert di suo è stata molto più incisiva quando ha interpretato La Pianista, una dissociata mentale che davvero poneva dei problemi allo spettatore e stimolava un confronto mettendone in forte crisi le idee. Ma quello, per l'appunto, era Haneke.