30.9.09

Road to Festival del film di Roma 2009

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Solo (?!?) 15 giorni all'inizio. E visto che i nomi famosi si sprecano e di registi noti arrivano a palate, ho pensato di cominciare a dare notizia almeno qua delle cose interessanti, prendendo un po' da cose che ho potuto vedere e un po' dalle cose che lo stesso Mario Sesti (direttore della sezione Extra | L'altro cinema) mette in rete. Giusto per sapere cosa si vede in questo festival.

E così vi beccate la sbroccata di Mark Kostabi in Con Artist, documentario su di lui e su come abbia messo su una "fabbrica d'arte", dove non disegna nemmeno più i suoi dipinti da anni ma li vende senza scrupoli. Prima parla male della Chiesa poi va ad inaugurare una statua che ha fatto per il Papa. Praticamente un mito.

Motel Woodstock (Taking Woodstock, 2009)
di Ang Lee

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POSTATO SU
Non si tratta di un film su Woodstock come evento musicale, ma su ciò che quella manifestazione ha significato per tutti, cosa ha cambiato nelle singole vite anche di chi non ha partecipato. Per arrivare a questo Ang Lee adatta per lo schermo un libro che racconta di un ragazzo che ha contribuito a far sì che quel festival musicale si svolgesse proprio in quel luogo e che pur stando a pochi metri non è riuscito a prendere parte al concerto in sè, ma solo al clima che ha generato. Che forse è la cosa più importante.

La "presa" di Woodstock di cui parla il titolo originale è quella della prima parte del film, quella migliore, quella cioè in cui si decide di prendere quel terreno come sede e aleggia l'arrivo imminente di una marea umana come mai era capitato, dove la commedia domina e dove i personaggi sono dipinti a tinte forti per mettere in chiaro tutto e subito.
Il protagonista, i genitori del protagonista, i paesani e Michael Lang. E' subito chiaro che tipo di personaggi siano, a che stereotipo corrispondano e cosa possano fare messi a confronto gli uni con gli altri.

La seconda parte invece, quella dall'inizio del festival in poi, quella un po' più stanca, contamina i toni di commedia con il sentimentalismo da Ang Lee, quello di uno sguardo o una parola.
on lo nego io il regista taiwanese l'ho sempre trovato bravissimo e in questo film tranquillo e semplice nel quale ripete tutto ciò che ha già fatto divertendosi a prendere le parti più facili dimostra le sue caratteristiche più istintive. Basta vedere come spieghi l'omosessualità del protagonista con un dialogo solo che solo ad un certo punto si rivela abbordaggio (straordinario).
Se vi piace il suo cinema vi potete godere questo film piccolo che non mette in discussione nulla, non fa un discorso critico e complesso ma illustra faziosamente solo i lati positivi di un evento ormai mito venendovi in ogni modo incontro. Tutte caratteristiche altre volte condannate che tuttavia, di fronte alla grandissima abilità nel raccontare di Ang Lee e davanti alla volontà di fare un film che sia comunque piccolo, sfumano.

Ang Lee si diverte. Si diverte a citare il film di Woodstock con continui splitscreen (che a dire il vero aveva già sperimentato in Hulk), virando su una fotografia che ricorda i filmati d'epoca, si diverte con personaggi puramente comici come i genitori che poi inaspettatamente trasforma in grimaldelli sentimentali per parlare di come poco si conoscessero genitori e figli, di come dietro persone comuni si nascondano vite incredibili che ne condizionano gli atteggiamenti e di come gli uomini nascondano universi di sentimento dietro gli atti più minuscoli e comuni.

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Ricomincia alla grande la stagione radiofonica con le grandi novità della nuova edizione del Festival del Film di Roma e le consuete valutazioni sui film della settimana. In particolare si continua a sconsigliare Baaria, si inneggia al grandissimo District 9, si ricorda che Bandslam è molto meglio di quel che possa sembrarvi e vi si consiglia G-Force solo se siete interessati a vedere un gran bel 3D.

LA PUNTATA DEL 25/09/09

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



28.9.09

La musica salverà YouTube

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Più della metà. Circa il 64% dei ricavi di YouTube viene dai video musicali. Il cosiddetto sito di condivisione video è sempre di più un sito di ascolto musicale. I canali più sottoscritti sono quelli musicali, i video più visti sono i musicali ed esistono mille applicazioni per sentire in streaming solo l'audio dei video presenti sul sito. Da quando poi YouTube ha applicato la tecnologia di Content ID ai suoi video (finalmente) anche i profitti sono schizzati.
Ma non tutti quelli che sguazzano nel business della musica su YouTube guadagnano nella stessa maniera.

Il video in rete italiano non è una FlopTv

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A quasi 8 mesi dal suo lancio Flop Tv non va benissimo. Almeno per quanto riguarda i numeri sviluppati in rete (i video del sito sono poi mandati anche su canali satellitari Fox come ad esempio FX), le produzioni Flop Tv non generano visualizzazioni impressionanti né tantomeno sono parte dell'agenda mediatica della rete. Vengono visti poco e non se ne parla, non rimbalzano nei social network, non arrivano sulle caselle di posta e non sono segnalati su Twitter. Tutte cose che invece non si possono dire delle clip televisive di Maccio Capatonda (punta di diamante di Flop Tv) i quali, vecchi o nuovi, sono continuamente rilanciati in rete. Dunque in Italia il video in rete non funziona? La produzione apposta per Internet non trova terreno fertile in un pubblico abituato ai contenuti televisivi? Non esattamente. In Italia il video in rete funziona e, come negli altri paesi, funziona sia con contenuti pensati per Internet che per contenuti provenienti dalla televisione, il punto è che in Italia chi non è su YouTube non esiste.


25.9.09

L'inedito di Scorsese a Roma (Si! Esiste davvero)

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Sinceramente non conoscevo questo inedito di Martin Scorsese e non pensavo esistessero sui film mai distribuiti. Invece American Boy, del 1978, è circolato solo clandestinamente negli anni. Oggi è stato annunciato tra i film del Festival di Roma.

E' un'intervista a Steven Prince sullo stile di quella ai suoi genitori di Italianamerican. E voi direte "E chi è Steven Prince?", nessuno. Cioè uno che ha collaborato ad alcuni film di Scorsese (è il venditore di armi di Taxi Driver) e che era amico suo e degli altri registi della sua generazione. Uno che veniva alle feste e raccontava aneddoti, chissà, magari anche falsi ma lo faceva bene ed era una figura di culto per loro.
Nel documentario quindi racconta aneddoti e storie, ma incredibili! Roba che è entrata in mezzo cinema americano che è venuto dopo quell'anno...

24.9.09

Bandslam (id., 2009)
di Todd Graff

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POSTATO SU
Bandslam può sembrare una specie di High School Musical più orientato al film musicale che al musical (non ci sono canzoni se non quelle suonate effettivamente come Quasi Famosi) ma in realtà parte solo da lì e finisce per essere qualcosa di davvero diverso e inaspettato all'entrata in sala, più in linea con la passione per i geek che sta prendendo il cinema americano.

Innanzitutto è profusa una competenza e una passione musicale che cozza con il possibile target giovanile. Si parla di Bowie, dei Velvet Underground, del punk e ci sono battute su Leni Riefenstahl, tutte cose insomma note ad un certo tipo di pubblico, poi il personaggio principale è veramente sfigato, non un finto sfigato alla Shia LaBeouf ma uno vero.
Bandslam applicando uno schema più o meno classico lo forza. Basti dire che la solita dinamica donna-impossibile-raggiunta-per-meriti-sul-campo è divisa tra due ragazze una veramente impossibile e una semi impossibile e che diventa probabile, le quali si dividono le battute e le azioni tipiche del ruolo.

Il risultato è un film che sembra prevedibile in ogni inquadratura e ad ogni gesto ma che fa continue deviazioni dal percorso che seguono i suoi simili e profonde un gusto e una passione autentica e contagiosa per la musica rock.
Bandslam benchè ambientato nella modernità sembra avere i toni del film nostalgia perchè rievoca un periodo musicale passato e intorno ad esso muove dei personaggi più o meno classici con un gusto per la presa in giro delle regole del genere. Da antologia la scena in cui il fico cattivo della situazione ordina ai suoi sgherri di indagare sul geek che guadagna in popolarità e questi si ribellano.

23.9.09

Lourdes (id., 2009)
di Jessica Hausner

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Scampoli veneziani nella rassegna romana. Tra le cose che si erano distinte alla mostra mi mancava Lourdes, film rimasto a bocca asciutta ma di cui molto si era parlato. E come si vociferava il film è molto bello, in equilibrio tra uno scetticismo ateo e anche abbastanza anticlericale e una forte comprensione dei meccanismi che scattano nei pellegrini, nei malati, negli speranzosi e nei bisognosi.

L’ironia è sempre dietro l’angolo sebbene mai sbandierata e il tono è compassato. Per il modo che ha di congelare alcuni attimi ed astrarre emozioni e sentimenti sembra quasi un’opera di Kaurismaki, apparentemente gelida e sottilmente ironica.
Se il cineasta finlandese mira sempre a descrivere la “vita di schifo” condotta dai suoi personaggi Hausner descrive lo schifo che gira intorno alle esistenze dignitose dei malati. Lo schifo infatti è nel business che gira intorno ai pellegrinaggi, negli accompagnatori (sia quelli che vengono con i malati sia quelli “ufficiali”), nel disinteresse totale di tutti e nelle molte piccolezze che si muovono nell’orbita della carità cristiana. Non è neanche più un film anticlericale, ma un film che parte dall’anticlericalismo considerando la meschinità degli ambienti religiosi come la più assodata delle verità.

Per parlare di questo la Hausner sembra non muovere un muscolo, ingabbiata per propria volontà in una messa in scena rigida ma sempre chiara, tesa a creare empatia unicamente con la malata protagonista correndo verso un climax finale sorprendente visto il tono compassato della pellicola.
Fedele ad un approccio concreto e poco simbolico Lourdes spicca il volo definitivo con l’ultima parte che scioglie molte delle tensioni in gioco con un approccio che si rivela allegorico nell’ultima inquadratura e che riesce a rappresentare l’equilibrio tra volontà di credere e sperare e la dura concretezza della realtà delle cose.
Se c’era un film dalla messa in scena difficile, controllata, completa e complessa e che meritava il Leone d’argento era questo.

22.9.09

G-Force (id., 2009)
di Hoyt Yeatman

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Non è che lo consigli, si tratta pur sempre di un film con animaletti digitali parlanti che in realtà sono abilissimi agenti segreti per conto (più o meno) del governo americano e contro perfide multinazionali. Ma G-Force è uno splendido esempio di cinema 3D.

Si tratta in parole povere è quello che i promotori del 3D ci hanno sempre detto ma che non avevamo ancora visto: un modo di girare davvero immersivo, con una profondità che sul serio comporta una maggiore immersione e coinvolgimento nelle dinamiche narrate. Certo le dinamiche narrate sono porcellini d'India parlanti che corrono, ma il concetto (in questo caso) non è quello: è il gesto filmico.

Quando si dice un lancio studiato nei minimi dettagli

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Real D glasses, including Gucci designs, will be available "in certain outlets" before "Avatar" opens in December. Prescription glasses are on the way some time later.

21.9.09

District 9 (id., 2009)
di Neill Blomkamp

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POSTATO SU
Se qualcuno volesse un bignami di che cosa sia successo al mondo del cinema e al suo linguaggio negli ultimi 10 anni questo sarebbe District 9. Tutte le principali innovazioni, tutte le tendenze, anche tutte le mode, il pessimismo, lo zeitgeist, l'evoluzione tecnologica e autoriale che il cinema ha subito in questi anni portano a questo film di fantascienza distopica di un tipo mai visto prima che ci spiega cosa facciamo oggi con la grande macchina cinema.

Si parla di alieni, che negli anni '80 arrivano con una nave sopra Johannesburg ma che sono dei derelitti, denutriti e ammassati. A milioni. Il governo li isola in un'immensa baraccopoli e loro sviluppano, come in tutti i sobborghi, regole loro, una mafia interna, criminalità e spesso escono dal distretto 9 per cercare cibo e fare danni. Ah! Gli alieni sono degli orrendi gamberoni più o meno antropomorfi e la polizia li tratta come il peggio del peggio del peggio del peggio. Non sono semplicemente il diverso. Sono di più.

Come si capisce District 9 è anche il film più politico dell'anno. Non Videocracy e nemmeno Capitalism, ma un blockbuster neozelandese che ambienta una trama hollywoodeggiante a Joahnnesburg e che è pieno di effetti speciali. District 9 non ci conforta con opinioni che già abbiamo ma ci mette di fronte alla più scomoda delle verità politiche nella più fastidiosa delle maniere, attraverso una metafora facile e diretta che consente di esagerare in gore e splatter senza incorrere nel visto censura. District 9 è politico davvero perchè non è nemmeno un film sinistroide-liberale o umanista: è un film contro l'uomo fatto da umani. E' politico perchè è senza speranza.
Non c'è un essere umano vagamente decente. Tantomeno il protagonista, perchè all'interno del simbolismo noi non siamo gli umani che vessano noi siamo gli alieni orrendi. Non c'è un lieto fine e non c'è possibile felicità. C'è soltanto, e questo anche rientra nel cinema degli ultimi anni, l'apertura al sequel.

A questo punto va chiarita un'altra cosa: l'esordiente Neill Blomkamp non è un maestro della macchina da presa e il film non è privo di ingenuità, di qualche caduta di stile e qualche inciampo ma non contano nulla di fronte alla solidità con cui il racconto è portato avanti. Neill Blomkamp non è il nuovo Orson Welles ma sta sulle spalle dei giganti.
La tendenza a ibridare il linguaggio del cinema con quello della televisione, dei reportage, dei documentari, delle riprese amatoriali e dei video a circuito chiuso, tutto trova sintesi in District 9, che senza nessuna motivazione di trama (non stiamo assistendo sempre ad un documentario) utilizza tutte le forme di ripresa video ponendole sul medesimo piano, senza nessuna gerarchia, senza nessun rapporto di forza tra le une e le altre. Perchè il modo in cui percepiamo la realtà mediata dalle immagini è comunque un misto di tutte queste forme di stimolo.

Blomkamp viene dagli effetti speciali, è un tecnico e questa cosa pure è significativa. Perchè il narratore più abile tra tutti gli esperti di effetti speciali digitali che si siano mai messi dietro una macchina da presa realizza un film dove almeno l'80% delle inquadrature ha ritocchi digitali e dove tutti i personaggi più importanti sono modificati digitalmente se non creati al digitale, ma si stenta quasi a realizzare di essere di fronte ad immagini modificate.
District 9, non sarà il film definitivo, ma fa il punto della situazione e lo fa alla grande.

19.9.09

"Riuniremo tutte le città in una Lega" e la chiameremo??

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Sta arrivando. Preparate i taccuini per le frasi cult, che già si preannuncia didascalico come pochi.
Per i veri duri qui 8 minuti del film.
Poi dopo con calma faremo tutto un ragionamento su perchè i film italiani (solitamente pendenti a sinistra) traboccano di italiche virtù, italici attori e sono girati in pieno stile italico mentre questo colossal padano/conservatore non ha nemmeno un italiano nei ruoli principali ed è girato come i film europei degli anni '70....

L'uomo Nel Mirino (The Gauntlet, 1977)
di Clint Eastwood

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Fin da subito i film di Eastwood hanno questa caratteristica magnetica per la quale ad ogni inquadratura non puoi fare a meno di anelare per quella che verrà dopo. C'è una sorta di godimento e contemporaneamente di rilassamento indotto dal modo che Eastwood ha di far susseguire le immagini del racconto, un andamento rilassato eppur solido che riesce a portare a termine anche i compiti più ingrati.

L'uomo nel mirino appartiene alla prima parte della produzione eastwoodiana, quella pre-Gli Spietati, quella nella quale sparare non era mai un problema ma spesso la soluzione. E così succede in questo film. Tripudio di pallottole e iperbolica dimostrazione di possesso di piombo.
Su un canovaccio classico (un poliziotto odiato dal sistema deve scortare da una città ad un'altra una prostituta detenuta e possibile testimone contro un pezzo grosso, quasi subito scoprirà che c'è chi non vuole ci arrivi) Clint inserisce personaggi ancora più classici (la prostituta di buon cuore e il poliziotto bravo e retto ma in attesa di qualcosa che lo smuova dalla depressione) per una storia a due che devia dal tracciato e sfocia quasi nel metafisico.

Sebbene lontano dalla rarefazione della seconda parte della sua carriera è comunque innegabile come Clint profonda un rigore unico anche nelle sue prime pellicole, un passo certo e sicuro da grande maestro che rende godibile e quasi morale anche questa storia.

18.9.09

Basta Che Funzioni (Whatever Works, 2009)
di Woody Allen

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POSTATO SU

Divertente come ad ogni film di Allen che esce ci si affatichi a parlare del fatto che "Woody mette il suo pessimismo nel film" come se il personaggio protagonista fosse davvero Woody Allen o un suo avatar e quello che dice sia realmente il punto di vista del regista.
Il personaggio alleniano (quello nevrotico, ateo, caustico e disincantato che è al centro dell'80% dei suoi film fin dall'inizio e che solitamente è interpretato dal regista mentre in questo caso tocca a Larry David) ha ovviamente dei punti in comune con il regista e condivide alcune delle sue idee ma in nessun modo ne è lo specchio, è solo un personaggio messo in scena come altri. Tanto che di film in film prende posizioni diverse e fa cose diverse.

In questo caso il protagonista è tra i più pessimisti, molesti e superbi di sempre, al contrario però Basta Che Funzioni è tra i film più ottimisti e solari, nonostante il ritorno a Manhattan.
Chi conosce bene Allen infatti sa che se c'è un punto saldo nel suo cinema, accanto alla transitorietà di ogni rapporto e alla casualità che domina gli eventi, è anche la volontà di ritrarre il romanticismo e in un certo senso di crederci (sebbene in una sua versione a scadenza breve). Questo in Basta Che Funzioni è tirato al massimo assieme ad un meccanismo comico come al solito verbale (le gag fisiche entrano in campo solo quando Woody recita) particolarmente riuscito che rende il film solidissimo e come al solito, dilettuosamente piacevole come un massaggio alla corteccia celebrale, un'opera che accarezza lo sguardo con i suoi colori pastosi e le sue luci calde negli interni e plumbee negli esterni e che non pretende null'altro se non essere piacevole senza venirvi incontro.

Basta Che Funzioni si mette in evidenza poi anche per come rompa la quarta parete. Perchè se i film del regista non hanno mai disprezzato l'espediente della conversazione con il pubblico mai questa idea era stata così esplicita e così uno strumento per definire il personaggio.
In Io e Annie, per dire, Allen parla con il pubblico e compie dei dialoghi impossibili con i passanti per spiegare dei concetti e mostrare le insicurezza di Alvy, in questo caso invece Larry David sa di essere un personaggio, mostra di essere conscio di tutto il meccanismo della sala e del pubblico ma invece che uscire dal film come il protagonista di La Rosa Purpurea del Cairo ci rimane e la sua consapevolezza influisce caratterizzandolo come "dotato di una visione d'insieme più ampia degli altri".
Girando sempre il medesimo film Woody, come al solito, ha fatto qualcosa di bello come non gli avevamo mai visto fare.

Quando una serie ha successo in rete

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Successo in rete è un parola che possiede significati profondamente diversi da quelli che ha nel mondo reale. Non vuol dire necessariamente essere seguiti/letti/visti da un gran numero di persone, né significa essere parte dell'agenda mediatica. Il successo in un luogo dove sono le nicchie a contare è determinato da quanto un prodotto riesca a soddisfare il limitato pubblico a cui ha deciso di rivolgersi e quanto riesca a sfruttare l'affezione che genera.

Due delle serie per la rete dell'anno passato in questo senso più di successo stanno vivendo la propria seconda stagione in questi mesi. Si tratta di Legend Of Neil e The Guild, di cui si è parlato diffusamente anche su queste pagine, proprio per come si distinguessero dalla massa dei prodotti per appeal e precisione d'intenti. Per entrambe la prima stagione ha portato oltre ad una discreta fama anche nomination o premi di categoria e un certo ritorno economico tanto da essere stati invitati al Comicon, la principale manifestazione mondiale nel mondo dell'intrattenimento geek.
La prima è una serie che racconta la paradossale storia di un ragazzo che masturbandosi ubriaco davanti a Legend Of Zelda per NES si trova catapultato nel gioco (una trama che parodia i teen movie degli anni '80) e la seconda è la serie scritta da Felicia Day tutta ruotante intorno ad una gilda di maniaci di World Of Warcraft e a quello che accade nelle loro vite quando cominciano ad interagire nel mondo reale.

17.9.09

Ricky (id., 2009)
di François Ozon

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POSTATO SU
François Ozon ci ha abituato ad un cinema puramente francese, spesso divertito come in 8 Donne e Un Mistero, ma comunque serio e rigoroso. Ricky invece spariglia tutte le carte. E Ozon lo sa.
La sua forza infatti sta innanzitutto in come nella prima metà del film gioca con le aspettative dello spettatore. Si racconta di una famiglia spezzata: una madre e una figlia di 7 anni, che diventano di nuovo famiglia con un nuovo partner e un neonato.

Grazie alla musica, ad alcune inquadrature studiate e a fini stacchi di montaggio il regista comincia a suggerirci che ci sia qualcosa che non va: il bambino piange spesso, il padre sembra sopportare a fatica il nuovo ruolo e la bambina sente minacciata la sua unicità. Si respira una forte tensione perchè senza che accada davvero nulla Ozon lascia che lo spettatore si attenda continuamente il peggio, come se la tragedia fosse dietro l'angolo.
In realtà dietro l'angolo non c'è una tragedia ma una sorpresa davvero imprevedibile, che non anticiperemo qui anche se è possibile scoprirlo vedendo il trailer ufficiale.

Da quel momento in poi il film perde quella tensione abilmente costruita della prima parte e preme il pedale sul metaforico, c'è un che di fantastico e quindi di allegorico nella storia di Ricky, figlio di una donna operaia in una catena di montaggio di prodotti chimici e di un collega spagnolo. Figlio ibrido e "diverso", forse per quello che è nell'aria in quella fabbrica malsana o forse perchè si e basta.
In molti potrebbero rimanere delusi da Ricky perchè non prende mai la decisione che ci aspettiamo nè viene incontro ai temi progressisti che ci si aspetterebbe. Non è un film sulla diversità come ad un certo punto si potrebbe facilmente ipotizzare e la risoluzione finale del film, ovvero il modo in cui il regista decidere di chiudere il suo racconto, è veramente anticonvenzionale e ci parla con spirito quasi anarchico della libertà nella sua accezione più ampia.

16.9.09

Film in 3D all'interno di una catena in 2D

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Cory Doctorow, inesorabile come al solito, scrive sul Guardian a proposito delle possibilità del 3D stereoscopico oggi e nei prossimi anni. Cioè almeno finchè tutto il resto della filiera (Home video, televisione, satellite) rimane in 2D.
Movies, after all, rely on the aftermarket of satellite, broadcast and cable licenses, of home DVD releases and releases to airline entertainment systems and hotel room video-on-demand services – none of which are in 3D. If the movie couldn't be properly enjoyed in boring old 2D, the economics of filmmaking would collapse. So no filmmaker can afford to make a big-budget movie that is intended as a 3D-only experience, except as a vanity project.
[...]
I have no doubt that there are brilliant 3D movies lurking in potentia out there in the breasts of filmmakers, yearning to burst free. But I strongly doubt that any of them will burst free. The economics just don't support it: a truly 3D movie would be one where the 3D was so integral to the storytelling and the visuals and the experience that seeing it in 2D would be like seeing a giant-robots-throwing-buildings-at-each-other blockbuster as a flipbook while a hyperactive eight-year-old supplied the sound effects by shouting "BANG!" and "CRASH!" in your ear.

Non prendete impegni

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Nonostante ci sia Venezia a Roma e nonostante esca il nuovo film di Woody Allen il vero film da andare a vedere al cinema è un altro. E' Il mio vicino Totoro. Finalmente rimesso al cinema (la cosa fu annunciata un anno esatto fa) dopo 20 anni in cui da noi era stato distribuito unicamente per l'Home Video.
Il film è straordinario. Lo vidi tre anni fa in una retrospettiva e lo giudicai un minore, ma questo perchè sono cretino. In realtà è un film che si rivaluta sempre di più con il passare del tempo e uno di quelli (anche solo nella cerchia dei cartoni di Miyazaki) che più mi è rimasto impresso per forza espressiva e coraggio filmico. Perderlo al cinema sarebbe davvero davvero stupido. Molto stupido.

Non mi dilungo in ulteriori recensioni anche perchè ho scritto qua un po' di curiosità sulla realizzazione e alcune chicche trovate in libri e interviste. Andate e divertitevi. Io ve l'ho detto.

15.9.09

Lo ricorderò per film come...

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Tra qualche anno (se non già ora) Point Break sarà ricordato come uno degli action movie statunitensi più importanti per la chiusura della decade fondamentale (per il genere) degli anni '80. E, dopo Kathryn Bigelow, gran parte del merito è suo.

14.9.09

Drag Me To Hell (id., 2009)
di Sam Raimi

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POSTATO SU
Capita raramente di avere la precisa percezione di essere di fronte al capolavoro dell'anno già prima che il film sia finito e ancora più raro è che quando il film poi arrivi davvero alla sua chiusura questa sia degna delle premesse.
Drag Me To Hell non solo è uno dei più bei film stagionali (difficilmente sarà superato se non dall'annuale capolavoro Pixar) ma è anche uno dei migliori di Sam Raimi stesso se non il migliore, avanti anche rispetto agli ormai venerabili tre episodi di La Casa.

Raffinato, semplice, terrorizzante, divertente, cinefilo, professionale, amatoriale, serie A e serie B al tempo stesso, l'ultimo film del regista di Spiderman è il divertissment di un regista abile e tecnico, un uomo che padroneggia ogni singolo elemento della messa in scena e che quando decide di divertirsi fa divertire tutti.
Letteralmente Raimi "parla" con i suoi movimenti di macchina (basta pensare a come la muove nella scena della mosca sul volto) e riesce a dire le cose più difficili (la scena con l'incudine, un gioiello di umorismo al limite della parodia), lasciando che le parole in bocca ai protagonisti raccontino solo della trama, invero molto asciutta.

Nonostante sia stata da sempre la cifra del suo cinema in Drag Me To Hell la fusione tra horror e commedia è perfetta e portata a livelli mai toccati prima. Senza mai nemmeno sfiorare l'idea di parodia Raimi riesce a girare due film in uno o meglio un film in cui ad ogni segno corrispondono sistematicamente più significati che oscillano tra il serio e il faceto, riuscendo a far ridere sempre il pubblico con il film e mai del film (nonostante ad un altro regista con la medesima sceneggiatura sarebbe sicuramente capitato).

La raffinatezza con cui riesce a raccontare il passato della protagonista in due parole, suggerendo un mondo di complessità e lotte continue, il forte rigore morale dell'idea della trama, la durata compressa (sia in termini di svolgimento che di durata del film) tipica da serie B, le infinite idee di messa in scena che sembrano non esaurire mai il loro potenziale evocativo e la ragionevolezza di una chiusura adeguata a tutta l'idea di fondo dell'opera sono solo alcuni degli elementi sorprendenti anche per Raimi. I contenutisti saranno accontentati e i formalisti andranno in visibilio.

13.9.09

Top Score Del Mese: Independence Day
a cura di Compatto

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La trama di Independence Day la sappiamo tutti, ma vediamo di rinfrescare la memoria a chi non se la ricorda. In pratica gli alieni gelosi del nostro pianeta (che c’avranno da essere gelosi?) decidono di invaderlo per poterci costruire la loro nuova casa e come minaccia decidono di puntare i loro ehm razzi fotonici in svariati punti degli Stati Uniti d’America tra cui la Casa Bianca.

Ovviamente gli americani extra-orgogliosi non vogliono permettere a dei “fottuti alieni” di impossessarsi del loro “fottuto pianeta”, come se esistessero solo loro. Non mi pare di aver visto nessuna navicella aliena navigare nei cieli di Roma e questo mi ha offeso profondamente, insomma alla fine siccome la navicelle hanno una specie di scudo fotonico che li difende Jeff Goldblum (che secondo me ci credeva davvero) ha l’assurda idea di mandare a loro il virus dell’influenza, io avrei optato per il mal-di-gola visto che lo trovo molto più fastidioso, vabbè alla fine in preda all’esaltazione generale il presidente degli stati uniti d’america, dopo un monologo sul diritto dell’uomo, decide di salire a bordo di un aereo militare per andare a fare fuori qualche “fottuto alieno” e glie dice pure culo, quindi sicuramente verrà pure ri-eletto, passiamo allo score.

Roland Emmerich ha un solo merito, quello di aver in qualche modo scoperto il talento dell’inglese David Arnold facendogli musicare nel 1994 il film Stargate, da allora per Arnold è stata una totale ascesa musicando altri due film di Emmerich (Independence Day e Godzilla), svariati film di John Singleton (Four Brothers, 2 Fast 2 Furious, Baby Boy e Shaft) e dal 1997 è il compositore ufficiale dei film di James Bond.

Con Independence Day troviamo un David Arnold giovane e potente, che non ha ancora incominciato ad usare l’elettronica nei suoi score, infatti sia Stargate che Independence Day sono del tutto sinfonici e come ci si aspetta da un film di questo tipo lo score è decisamente epico, chiassoso e drammatico, qui per voi ho quella che credo essere la versione completa dello score di ID4, dico credo perché nel mondo degli score non si è mai sicuri, ci sono comunque 96 minuti di musica, un ottima esperienza di ascolto per apprezzare l’ottimo lavoro di questo compositore a cui io sono molto affezionato.

Peccato che Emmerich non lo chiami più per i suoi film, infatti sia The Patriot, The Day After Tomorrow, 10,000 B.C. e 2012 non sono musicati da lui, mentre per The Patriot ci si può stare visto che al suo posto c’è John Williams, la scelta di far musicare i suoi ultimi 3 film a Harald Kloser è piuttosto stramba e discutibile.

IL DOWNLOAD

Si torna alla normalità

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Praticamente le avevo sbagliate tutte le previsioni. Però Lebanon è bello forte e tranne alcune clamorose eccezioni i premi ci possono stare.

12.9.09

The Hole 3D (id., 2009)
di Joe Dante

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Il classico. Signori e signori il più classico dei classici.
Il buco del titolo è quello che due fratelli trasferitisi in un nuovo quartiere trovano nello scantinato, un buco nero apparentemente senza fondo di cui non capiscono il senso ma dal quale qualcosa comincia ad uscire. Bambine sanguinanti, pupazzi a forma di clown, uomini mostruosi e via dicendo.

La trama è così semplice che di più non si può, tutta una scusa per realizzare sequenze horror dalle dinamiche eterne e mostrarle in 3D. Joe Dante fa ciò che sa e gli piace fare e il film fa paura (a me almeno) ma paura in senso tradizionale, la paura del pupazzo parlante come La bambola assassina, paura dell'uomo nero e paura delle presenze che fanno rumori in un ambiente buio o ti trascinano verso il basso. Le paure ancestrali. Con me funziona.

Il 3D non è "utilizzato" nel senso che non viene impiegato in soluzioni ardite o espedienti dell'orrore, nè ci sono scene con i classici oggetti che escono fuori (se non proprio una o due). Il punto è che in questo caso la terza dimensione pur non essendo sfruttata dovrebbe servire a creare coinvolgimento in sè per sè, come se la sua presenza aumentasse il tasso di realismo della pellicola. Il che non è. E' Joe Dante che è bravo e lavora sugli elementi soliti della messa in scena.

A Single Man (id., 2009)
di Tom Ford

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Il single del titolo è il protagonista, un omosessuale professore universitario nell'America della fine degli anni '50 (o inizio '60 fate voi) che ha perso il suo amore dopo 16 anni di rapporto e si trova di fronte ad un'esistenza solitaria in un tempo e un luogo che non lo comprende e nel quale si sente tarpato.

Il film non è sull'omofobia si badi bene ma sul sentimentalismo, in questo senso è molto vicino (ma non all'altezza) dei film di Ang Lee (che è presidente di giuria per chi non lo ricordasse). E' un percorso individuale di perdizione e salvezza emotiva che passa attraverso la morte del proprio amato, l'elaborazione del lutto, lo specchio degli altri (il personaggio di Julianne Moore, l'amica che lo voleva come amante e che per lui rappresenta la vita di compromessi con un uomo che non si ama) e infine una nuova storia e un nuovo inizio.

Se è vero che il tocco di Tom Ford è lieve e delicato e Colin Firth in armonia con tale stile è misuratissimo è anche vero che il film a furia di tocchi lievi non trova vero sentimentalismo (la cornice, la struttura, la fotografia e la trama sono quelle del melò non prendiamoci in giro) e contrariamente alle opere migliori di Ang Lee i personaggi rimangono lontani, isolati nel loro sfondo da cartolina senza riuscire ad incastrarsi in esso.
La storia del single di Tom Ford in sostanza non trae forza dall'ambientazione, non riceve ancora più senso e sentimento dal contesto e dagli altri personaggi (tutti funzionali al protagonisti e assolutamente incapaci di vivere di vita propria) ma sembra un racconto distaccato dalle contingenze, una fredda considerazione sul sentimentalismo.

Quella volta che la mostra di Venezia premiò Stallone...

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L'aria era quella degli eventi storici. Marco Muller accanto a Stallone che lo incensa come cineasta fuori dagli schemi "Quando abbiamo pensato di dare il nostro premio agli autori che non sembrano tali ma in realtà lo sono ad un americano abbiamo subito concordato sul nome di Sylvester Stallone".
Di contro Stallone ha parlato del suo progetto su Edgar Allan Poe, precisando che il suo produttore stupito gli ha chiesto "Ma questo chi è? Ha una pistola?" e lui ha risposto "No scrive poesie". Questo per dire il livello del brainstorming che prepara il film. Ha detto che forse rifarà Il giustiziere della notte e ha detto cose più o meno scontate sul cast di vecchie glorie di The expendables.

Il punto è che la cosa benchè sembrasse fuori posto arriva nel momento giusto, cioè non quello in cui Stallone è al massimo della popolarità ma quello in cui gran parte della classe giornalistica ha l'età per essere cresciuta con i suoi film e la cosa si è riflessa nelle domande della conferenza piene d'amore più che di scetticismo.

Lola (id., 2009)
di Brillante Mendoza

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Il cinema filippino non si è mai fatto notare se non ora con Brillante Mendoza, già premiato a Cannes e ora in concorso a Venezia con un film (il primo che vedo suo) in perfetta linea con quello che è diventato il cinema autoriale da festival europeo. Anzi forse un passo indietro.

Lola sembra un film dei fratelli Dardenne in cui però succedono un po' meno cose. L'idea è di seguire due nonne (che in filippino si dice Lola), una ha perso il nipote, ucciso da una coltellata durante una rapina, l'altra è invece la nonna dell'uccisore. La prima deve trovare i soldi per fare causa e affrontare questo lutto, la seconda evitare che il nipote finisca in galera benchè colpevole. Entrambe sono più che indigenti e non possono contare sugli altri familiari.

Con pedinamenti simili a quelli visti fare da Christian Mungiu in 4 Mesi 3 Settimane 2 Giorni o da Sergei Dvortsevoy in Tulpan (e qui al festival già visti in Apan, ma con diversi intenti, originalità e aspirazioni), Mendoza macchina in spalla segue con lunghi piani sequenza i due personaggi attraverso una città delle filippine costantemente battuta da temporali tempestosi, in cui lo scippo e la violenza sono all'ordine del giorno e che, nella confusione generale, non riesce ad essere mai vicina davvero ai suoi cittadini. L'unico aiuto proviene, come spesso accade in questi casi, dalla solidarietà dei vicini.

Il punto però è che Lola con la sua storia e la sua messa in scena non leva e non mette nulla. Non racconta nulla di davvero interessante (se non un vago interesse etnografico) nè lo fa con uno stile che riesca a coinvolgere in maniera nuova e potente. Lola sembra un film da premio in un grande festival ma non lo merita sul serio.

The Last Days Of Emma Blank (De laatste dagen van Emma Blank, 2009)
di Alex van Warmerdam

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GIORNATE DEGLI AUTORI
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Se si dovesse dire in una parola sola di che parla The Last Days Of Emma Blank si potrebbe dire che è un film sull'immobilismo, un'opera in cui i personaggi nonostante passino attraverso vicende che cambiano il loro approccio alla realtà non cambiano mai la loro mentalità o le loro idee. Non c'è nessuna evoluzione interna ad essi ma solo esterna e alla fine della storia nessuno ha imparato nulla.

Si racconta di Emma Blank, apparentemente gran signora che vive da sola in una grande casa servita da una cuoca, una cameriera, un giardiniere, un domestico personale e un cane (che sarebbe un uomo che si comporta come un cane). Emma li comanda a bacchetta e pretende da loro cose assurde che loro eseguono malvolentieri ma senza mai discutere. Lentamente il film lascia emergere la motivazione dietro tutto questo.

Si tratta di una commedia, beninteso, e anche molto divertente (i pezzi con il cane-uomo, che poi è il regista, sono da morire) ma sembra più che altro un'operetta morale sulla grettezza umana, una tragicommedia da primi del novecento che grazie ad un clamoroso e divertente paradosso riesce a parlare di sentimenti lisi e ridotti alla loro componente istintuale, di una certa maniera morbosa e snob di intendere l'alcova familiare e di un mondo terribilmente legato all'interesse anche nei rapporti familiari.

Alex van Warmerdam dirige con mano sicura e senza nessuna velleità di mettere se stesso in primo piano, il film scorre rapido affiancando le scene come piccoli episodi di un teatrino tenuto insieme da alcuni raccordi comici e dalla continuità garantita dal desiderio dello spettatore di scoprire le ragioni di questo strano ensemble.

11.9.09

Per voi amanti delle scommesse....

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Eccoci arrivati alla parte spinosa delle previsioni. Nonostante ci siano ancora dei film che ho visto e di cui intendo scrivere (arriveranno nei prossimi giorni) lo stesso prima che vengano dati i premi mi sbilancio con delle previsioni che sono un incrocio tra ciò che mi sembra giusto, ciò che mi sembra probabile e ciò che "si sente dire" cioè l'aria che si respira. Questo significa che in mezzo ci sono anche film che non ho visto ma sui quali si insiste particolarmente.

Leone d'Oro per il miglior film: Lola di Brillante Mendoza (non mi ha fatto impazzire ma c'ha il physique du role del vincitore)
Leone d’Argento per la migliore regia: Lebanon (se lo meriterebbe troppo)
Premio Speciale della Giuria: Lourdes (non l'ho visto ma se ne parla molto e non credo che strappi il leone)
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Nicholas Cage (è fortissimo e Herzog con due film in concorso qualcosa deve rimediare)
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Margherita Buy (se premiano Lourdes non possono premiare la quotatissima attrice in questo caso la Buy pare in prima linea)
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: quelli di Baaria
Osella per il migliore contributo tecnico: Mr. Nobody o addirittura Tetsuo (questa previsione è la più dura)
Osella per la migliore sceneggiatura: Life During Wartime (che tanto gliela danno...)

In più c'è la wildcard A Single Man, film visto oggi che non è molto esaltante ma sembra un'opera di Ang Lee, che per chi non lo ricorda quest'anno è presidente di giuria, dunque qualcosa potrebbe strappare a sorpresa.
I premi verranno dati domani sera, quindi ci si risente domenica per gli insulti dovuti ai miei molti errori.

Celda 211 (id., 2009)
di Daniel Monzòn

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LE GIORNATE DEGLI AUTORI
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Ah! Il cinema carcerario... Quante soddisfazioni!
In Celda 211 si racconta di una guardia carceraria al suo primo giorno di lavoro che prima ancora di indossare la divisa si trova coinvolto in una rivolta e conseguente occupazione di un braccio del carcere da parte dei detenuti più pericolosi. Immediatamente la guardia si finge prigioniero per non essere pestato a morte e comincia il suo doppio gioco finalizzato alla propria salvezza.

Il film parte quindi come i migliori B-movies americani eppure sa anche farsi valere all'europea trovando verso metà una svolta imprevedibile che spariglia le carte in tavola e tramuta quelle che fino a quel momento erano ottime figure tipiche del genere in personaggi a tutto tondo.
La cosa può suonare come una sorpresa solo fino a quando non si vedono i titoli di coda e compare il nome di Jorge Guerricaechevarria, una delle penne migliori della Spagna contemporanea già collaboratore fidato di Alex de la Iglesia.

Violento quanto basta e ruffiano quando serve Celda 211 si propone di raccontare una storia avvincente e dipingere sostanzialmente due personaggi: il protagonista Juan e il deuteragonista Malamadre, il boss dei carcerati. Uno migliore dell'altro.
Il film stesso è lo scontro tra queste due figure, lo scontro tra le loro due intelligenze e i reciproci obiettivi che insospettabilmente ad un certo punto sembrano convergere senza che il film si annacqui di insipida melassa, anzi! L'avvicinamento dei due estremi non fa che arricchire le figure tramutando la storia in epica. E così alla fine anche l'attacco al sistema carcerario e la volontà di forzare una morale non suonano fuori posto.

10.9.09

La Doppia Ora (2009)
di Giuseppe Capotondi

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Verso il primo quarto del film si comincia a pensare come mai il cinema italiano sia incapace di girare film con una trama degna di questo nome. Verso il secondo quarto ci si comincia a pentire dell'affermazione fatta. Nel terzo quarto si pensa che va bene che ci vuole una trama forte ma forse La Doppia Ora esagera! E infine nell'ultimo quarto di film si rimane piacevolmente sorpresi da un finale aperto e da un racconto che scorre rapido. Così, sebbene non si tratti di nulla di clamoroso, alla fine si capisce di aver visto un film estremamente decente.

Certo forse non è roba da concorso, però La Doppia Ora (che è l'esordio al cinema di Capotondi) impernia una trama a metà tra il drammatico tipico italiano e il poliziesco su una struttura che ad un certo punto del film si rivela incerta. Una volta tanto però l'aggettivo "incerta" non si riferisce alla scrittura della struttura ma alla sua natura, cioè a come voglia spiazzare lo spettatore. Quindi incerta per volontà e con gusto.

Che capiate o meno i colpi di scena e i ribaltamente di fronte della trama prima che arrivino poco importa, il film sa sorprendere in molti modi diversi e raccontare senza porvi troppa enfasi la storia di due persone ai margini e un po' disperate nonostante non lo dicano e cerchino di non farlo vedere. Addirittura ci mette una punta di paranormale, ma proprio un pizzico. Che male davvero non fa.
E poi c'è Filippo Timi!

Soul Kitchen (id, 2009)
di Fatih Akin

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Uno dei luoghi comuni più triti della critica è quello che definisce una città "protagonista di un film", nel caso di Soul Kitchen però Amburgo è uno scenario decisamente determinante e sebbene non sia certo la protagonista del film è comunque un elemento fortissimo che supera il valore estetico che solitamente si dà alle città (vedi l'uso insistito di New York nelle commedie americane) per arrivare ad un livello emozionale (vedi l'uso unico che fa di New York Woody Allen).

Akin passa alla commedia e realizza un film che riassume il suo stile e la sua poetica tramutandola in una forma per lui inedita. Così la storia non riguarda i soliti turco-tedeschi ma dei greci ormai tedeschi da qualche generazione che si muovono continuamente attraverso Amburgo frequentando locali, girando per strada e interagendo in posti caratteristici non certo a livello turistico quanto a livello sentimentale.

Soul Kitchen è divertentissimo e con rara intelligenza, colpisce alla testa e poi alla pancia (ma anche viceversa) nel raccontare la storia di due fratelli deficienti come tutti i protagonisti di commedia i quali si battono per i loro amori. Amori verso altre persone, amori per la musica (il film ne è pieno) e per le proprie cose (che è ciò che si trasla anche nell'amore per la città ,benchè nessuno lo sottolinei mai).

Con un ritmo indiavolato e una grandissima comprensione dei meccanismi classici della commedia, come la caratterizzazione di un personaggio principale attraverso una deficienza o un handicap che in questo caso è un'ernia che lo fa deambulare a fatica, Soul Kitchen si diverte con il suo spettatore a raccontare una storia di disperati ma in fondo buoni che vincono sui cattivi. Eppure non c'è manicheismo nè banalità. La raffinatezza di Akin rende tutto leggero e mai insistito, lasciando che l'impellenza della risata non sia mai una forzatura ma sempre una liberazione.

9.9.09

Brooklyn's Finest (id., 2009)
di Antoine Fuqua

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Gli uomini migliori di Brooklyn non sono proprio dei santi ma si prendono le loro responsabilità. Fuqua torna a casa, cioè torna a raccontare le storie che gli piacciono quelle dei poliziotti incastrati tra dovere e desiderio, tra rispetto della loro missione ed esigenze affettive. E quindi torna al buon cinema.

Giustamente lungo (dura due ore e venti) Brooklyn's Finest scorre fluido con l'incedere tipico della tragedia teatrale, scomponendo la storia in tre filoni: il poliziotto infiltrato che deve decidere se consegnare il criminale amico il quale desidera disperatamente di redimersi, il poliziotto codardo finalmente in pensione che è chiamato per la prima volta a fare qualcosa di importante e il poliziotto che per trovare i soldi per cambiare casa e salvare la moglie da un ambiente malsano che potrebbe ucciderla dovrebbe rubare dalle scene del crimine e anche uccidere.

Quando dico che il film ha il passo della tragedia e non quello che sembrerebbe più consono del noir è perchè i personaggi di Fuqua non sono figure morali che devono rinunciare a quella moralità a causa di un gorgo di perdizione che li conduce verso il male, ma personaggi ambigui che si trovano di fronte ad un bivio e qualsiasi decisione prenderanno gli porterà infelicità, dunque sono come predestinati alla sofferenza.

E' un baro Fuqua. Ma che baro!
Ci mostra sparatorie, violenza, azione e suspense per distrarci, per convincerci di essere davanti ad un poliziesco mentre lentamente dispiega il suo dramma in modo che poi la sua definitiva esplosione finale colga di sorpresa il pubblico.
Non offre vie di scampo a nessuno, ponendo precisi quesiti etici senza fornire il minimo possibile indizio, tanto che sembra non parteggiare nemmeno per i suoi protagonisti che sono ripresi con il massimo distacco, proprio come se esistesse una certa consapevolezza che sono attori di un dramma e non persone che soffrono.

Lebanon (Levanon, 2009)
di Samuel Maoz

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Un film in un carroarmato, un film di guerra israeliano che per stile e scelte visive ricorda quelli americani ambientati nei sottomarini ma che è dotato di una sensibilità e di una violenza espressiva a cui agli americani non è consentito avvicinarsi. Lebanon potrebbe vincere il Leone d'oro e sicuramente qualcosa rimedierà (forse quello d'argento). I motivi sono molti.

C'è che il film è tratto dalla vita del regista che davvero andò in guerra 25 anni fa, davvero fu un ragazzo impreparato ad affrontare un combattimento, davvero stette in un carroarmato e davvero uccise. Quegli omicidi lo hanno tormentato per decenni fino a che non ha deciso che era ora di raccontarli per far capire a tutti com'è stare lì e perchè si prendono certe decisioni.
C'è che Lebanon è un saggio di regia, tutto ambientato in un luogo angusto ma colmo di invenzioni visive. Maoz con la macchina da presa forza i confini dell'interno di un carroarmato e trova continuamente il modo migliore di riprendere i suoi 5 protagonisti non ripetendo mai due volte la stessa inquadratura grazie a grandangoli, lenti deformanti, primissimi piani e composizioni particolari utili a traovare la maniera più efficace di mostrare le relazioni tra gli uomini.
C'è che l'unico modo di vedere ciò che è fuori dal carroarmato è attraverso una soggettiva del mirino del cannone e dunque la relazione tra "vedere" e "uccidere" è diretta (e qui lascio a voi la filippica sul fatto che riprendere e sparare si dicono con lo stesso verbo in inglese). E attraverso questo espediente Maoz riesce contemporaneamente sia a mostrarci gli avvenimenti che a farci capire i pensieri del protagonista. Quando egli guarda la devastazione che ha portato il suo colpo e poi stringe su animali dilaniati o si sofferma sul dolore di una madre, quella è solo secondariamente una scelta registica ma prima di tutto una scelta psicologica del protagonista.
C'è che il film è stato fatto senza soldi e scorre come razzo grazie alle idee.
C'è che mostrando poco del mondo esterno fa un uso del sonoro straordinario, riuscendo realmente a dipingere nella testa di chi guarda le dimensioni, gli ambienti e gli oggetti che non mostra.

E poi, ma questo è del tutto accessorio, c'è che Maoz è inconsapevole di tutto questo. Non ha visto L'Occhio Che Uccide, non si è mai fatto domande sulla relazione tra guardare e uccidere, non ha cercato di riprendere moralmente ma di esorcizzare il suo male.
In sostanza Maoz ha fatto un film totalmente di pancia concentrandosi unicamente sul raggiungere il senso claustrofobico di tensione emotiva di chi deve prendere una decisione in un batter di ciglia e poi ci convivrà tutta la vita. E raggiungendo quest'obiettivo, come capita nei casi migliori, arriva a trovare anche molti altri traguardi.

Il Grande Sogno (2009)
di Michele Placido

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CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Voleva un film complesso. Questo lo si capisce. In teoria Placido voleva fare una cosa molto buona: voleva ritrarre i sogni sessantottini di cui è stato partecipe in maniera più o meno imparziale cioè non mettendo la polizia dalla parte dei cattivi e i manifestanti da quella dei buoni ma distribuendo colpe e irragionevolezze se non in maniera equa comunque in modo da non fare un film nostalgico su quant'erano santi i manifestanti. Insomma un film complesso.

Il problema è il risultato. Abbastanza confuso in questa doppia presa di posizione da prestare il fianco a critiche da entrambi i fronti, talmente concentrato sul contesto da dimenticare il testo (cioè le storie in primo piano che diventano funzionali ad una dimensione emotiva dei moti più che ad un coinvolgimento del pubblico) e inevitabilmente vittima delle proprie aspirazioni.

La cosa la dico con un certo dispiacere perchè pur non amando particolarmente il cinema di Michele Placido non posso negare che in molti momenti il suo modo di raccontare non nè banale nè disprezzabile. Anzi.
Come gira e soprattutto come decide di montare le lunghe sequenze, le alternanze tra totali e particolari, le scelte di fotografia che prende (le medesime di Romanzo Criminale) e tutto il comparto di messa in scena sono davvero molto buoni e Il Grande Sogno con qualche aspirazione in meno e un po' di concentrazione in più sulla storia dei personaggi invece che sulla storia del paese poteva essere uno straordinario film medio come fu appunto Romanzo Criminale.

Ma non è così. Le ambizioni di canto di un'epoca, opera definitiva in grado di restituirn tutte le contraddizioni senza eccedere nell'attribuzione di colpe e redenzioni fa crollare il sistema. Il Grande Sogno non è La Meglio Gioventù e non è The Dreamers, rimane bloccato in un limbo di mezzo che indispettisce tutti e verso tre quarti ha anche un calo di ritmo grave.

8.9.09

La Horde (id., 2009)
di Yannick Dahan e Benjamin Rocher

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LE GIORNATE DEGLI AUTORI
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Maledetti siano i francesi e il loro cinema bello e vario.
Drammi, film d'azione, horror e noir, i francesi continuano a fare tanti film ogni anno e ad un livello eccezionale. La Horde non fa eccezione, un horror teso, classico per molti versi ma avanzato e personale per altri. Debitore al cinema americano in gran parte ma anche capace di scavarsi una nicchia alla francese.

Si parla di zombie, cioè di un genere che ha tutta una sua precisa evoluzione e un suo rigore morale e politico. Gli zombie della Horde sono moderni, nel senso che non camminano lenti come quelli di Romero ma corrono voraci e sono vittime di un'infezione come quelli di 28 Giorni Dopo (che si sta rivelando sempre più un film seminale nel suo genere).
protagonisti sono un gruppo misto di poliziotti e criminali e tutto parte dal fatto che dopo la morte di uno di loro un gruppo di sbirri si mette alla ricerca dei responsabili per farsi giustizia da soli. Li trovano in un palazzo isolato, li vanno a prendere, cominciano a sparare e lì scoppia l'invasione degli zombie. I due gruppi dovranno allearsi.

Dahan e Rocher non tralasciano nulla. I personaggi sono complessi e tutti posti di fronte a dei bivi e a dei contrasti interiori interessanti, lo sviluppo della trama cambia le carte in tavola per le diverse parti in molti momenti e i topoi del genere sono rispettati (l'assedio in un luogo chiuso, il sacrificio, lo splatter, il contaminato che nasconde il morso ai compagni, gli agguati...). Eppure si respira una forte aria di modernità.
Sarà la messa in scena guerrigliera o sarà la scelta politica di dipingere i buoni come degli stronzi, simili nelle loro atrocità ai molti militari mandati dall'occidente nelle odierne guerra mediorientali, e gli zombie come il nemico senz'anima che l'establishment militare dipinge nelle menti dei soldati.

O sarà semplicemente che il modo francese di rielaborare il classico statunitense contaminandolo con la sensibilità contemporanea europea riesce da 50 anni a portare comunuqe un'aria di forte innovazione, nei ritmi e nei contrasti forzando come con un piede di porco gli schemi fissi del genere, per approdare a qualcosa di più.

7.9.09

The Informant (id., 2009)
di Steven Soderbergh

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Soderbergh nella sua carriera sembra voler alternare film commerciali a opere più personali secondo una logica spiegata abbondantemente (e anche praticata) già da altri registi hollywoodiani come Scorsese.
The Informant dovrebbe essere un film per gli studios, di quelli commerciali che incassano, una commedia tratta da un fatto vero con Matt Damon girata con piglio scanzonato sulla scia degli Ocean's (del resto quello precedente, Che, era palesemente un film personale).

Quello che accade però è che nella filmografia di Sorderbergh i film personali sono polpettoni insulsi, sovradimensionati, pretenziosi e sostanzialmente forieri di una visione di cinema che vorrebbe essere fresca e sempre sul limite dell'innovazione mentre è solo banalmente originale, tesa a fare cose diversamente per il gusto di farlo e non perchè dietro ci sia un pensiero. Mentre i film per gli studios sono semplicemente brutti e inutili.

Ecco allora l'ennesimo divertissment che non è tale. L'ennesimo film dal livello di lettura leggero che lascia intuire anche una seconda possibilità di comprensione più articolata la quale però non si presenta mai.
The Informant gioca con un fatto vero, mostrando un personaggio curioso e intrigante e raccontando la sua storia con il piglio dei film anni '50 sebbene si svolga negli anni '90. Ma alla fine della fiera cosa rimane? Della storia di questo inguaribile bugiardo che finisce con l'incastrare se stesso cosa passa? Nulla. Il nulla più assoluto.

6.9.09

Campioni del mondo!

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(estratto da un pezzo per MyMovies.it)
Li ha paragonati ad una bottega rinascimentale "dove intorno ad una mente ispiratrice si riuniscono e crescono diversi talenti", li ha voluti premiare con un Leone d'oro alla carriera per la prima volta collettivo e ha voluto che a consegnarlo fosse un altro pilastro dell'industria digitale del cinema, George Lucas. Marco Muller quest'anno con il riconoscimento alla Pixar ha sancito uno dei fenomeni più impressionanti e importanti della storia del cinema autoriale e commerciale. Un gruppo di registi, autori che partiti dalla totale indipendenza hanno realizzato qualcosa di totalmente nuovo con mezzi nuovi inanellando per più di 15 anni un successo dopo l'altro senza cedere mai, conquistando ogni volta i botteghini e la critica nella sua totalità. Mai nessuno così. La Pixar è il simbolo stesso della devastante potenza innovatrice e liberatrice che l'uso virtuoso della tecnologia (e cioè di nuovi strumenti) può portare.

Per l'occasione i leoni sono stati 5, come i pilastri dello studio. Uno grande per il creatore, John Lasseter, e 4 piccoli per Andrew Stanton, Brad Bird, Lee Unkrich e Pete Docter. E loro per ricambiare hanno portato le nuove versioni in 3D di Toy Story e Toy Story 2, più un'anteprima di Toy Story 3, il successo annunciato dell'anno prossimo.
E' stata una cerimonia di fronte alla quale nessun geek del cinema può trattenere le lacrime. George Lucas, l'autorità massima (anche oggi) nel campo del cinema digitale, lo scopritore delle qualità di John Lasseter e il primo finanziatore agli albori della Pixar, che racconta la storia di come abbia incontrato Lasseter, di come ne abbia intuito il potenziale ma non abbia avuto il coraggio di investirci in quel momento storico e di come abbia cercato qualcuno per lui, qualcuno che lo aiutasse e lo finanziasse.

Quel qualcuno fu Steve Jobs (e qui le lacrime del geek diventano inarrestabili), da poco estromesso dalla sua Apple e in cerca di nuove avventure, l'uomo che anche oggi è socio della società e che, a detta di molti insider, un po' ama metter bocca nei progetti ma che soprattutto ha saputo investire nella cosa più rivoluzionaria dai tempi di Guerre Stellari: il primo lungometraggio animato in computer grafica della storia del cinema. Uno sforzo produttivo immane (se proporzionato al budget e alle potenzialità della compagnia) aiutato e riconosciuto solo in extremis dalla Disney che acconsentì a distribuirlo.

Vedere George Lucas raccontare questo e consegnare quel Leono d'oro scalda il cuore di silicio e celluloide del geek cinematografico più di ogni altra cosa, perchè se nel cinema moderno vincono quasi sempre i grandi vecchi, o al massimo i giovani vecchi, la vittoria della Pixar è la vittoria del vivere moderno. Il riconoscimento della compagnia come fabbrica d'arte da una delle manifestazioni cinematografiche più importante e per certi versi "vecchia" del mondo, è una medaglietta sul petto di ogni uomo che crede che la tecnologia sia in ogni caso un'opportunità e mai una catena. Che le macchine non ci controlleranno come in Terminator ma che sono la nostra salvezza come in Wall-e.

Capitalism: a love story (id., 2009)
di Michael Moore

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FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Michael Moore è Michael Moore e di certo non cambia. Così ad ogni suo nuovo film occorre chiedersi non tanto se sarà una buona inchiesta o meno ma quanto saprà, a fronte di tante esagerazioni, dare anche qualche stimolo importante.
Se Roger And Me era molto televisivo e abbastanza documentaristico (nel senso stretto del genere), Bowling a Columbine era stata una vera miniera di idee interessanti a fronte di qualche manichea contrapposizione e populista presa di posizione, Farenheit 9/11 un polpettone brutto e inutile e Sicko un film medio, Capitalism continua la scia del precedente.

Preso di mira ovviamente è il sistema capitalistico e la recente crisi economica, dunque nel mondo manicheo di Moore il nemico da combattere stavolta sono le banche e Wall Street in genere (e poi corollariamente Bush, i conservatori, la guerra ecc. ecc.).
Effettivamente il film ci dice delle cose interessanti su come l'America in effetti non sia sempre stata (si parla di storia recente) la paladina del capitalismo, di come quest'ossessione per la libera impresa in fondo non sia radicata per davvero nel paese che più che altro si è promosso come il più capitalista di tutti. Ovviamente tutto da prendere con le molle e le dovute proporzioni, se Moore dice 50 la verità è 10, però quel 10 esiste.
E poi c'è anche la parte esagerata di odio, livore e assegnazione di tutte le colpe da una parte sola. In un momento di vero furore anticonservatore incolpa la precedente amministrazione anche dell'uragano Katrina.

Quello che rimane davvero però è la straordinaria abilità da regista. Ruffiano, manicheo, baro, cinico e sfruttatore Moore ce le ha tutte. Ma quant'è bravo! I suoi documentari anche se parlano di economia e raccontano dati, numeri, nomi di banche e parole mai sentite a rotta di collo riescono ad essere fluidi, comprensibili, spettacolari e divertenti. Il suo lavoro d'archivio è eccezionale e la capacità di parlare (anche mentendo) per immagini è unica. Io stesso, con tutte le riserve che ho sui suoi trucchetti mi sono commosso in più di un momento.
Se lui stesso si considerasse più come Herzog e meno come un giornalista sarebbe anche meglio ma forse siamo noi che dobbiamo pensare che in realtà Moore non parla mai ai cervelli e sempre ai cuori.

Accident (Yi ngoy, 2009)
di Pou-Soi Cheang

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FESTIVAL DI VENEZIA 2009

Controllare l'incontrollabile, imbrigliare la realtà in schemi fissi e tramite una maniacale pianificazione riuscire a piegare alla propria volontà una catena di eventi talmente lunga da generare in tutti la percezione che non sia preordinata, questo il compito del Cervello. Per farlo si appoggia a 4 fidati collaboratori che eseguono i suoi ordini come parte di un piano più grande, ma come spesso capita nelle piccole gang o gruppi che agiscono al di fuori della legge i sospetti sono all'ordine del giorno.

Con l'asciuttezza e il rigore che caratterizzano i thriller asiatici moderni Pou-Soi Cheang confeziona un film prodotto dal maestro del genere Johnnie To che si muove con intelligenza nei confini della metropoli. Palazzi, strade affollate, macchine, discariche e via dicendo sono gli sfondi prediletti mentre per gli interni la scelta ricade su piccoli appartamenti o grandi capannoni. Tutto suscita un senso di stritolamente dell'individuo tra le maglie della grande città, dominata da quello stesso caos che finisce per instillare dubbi anche nei maestri dell'incidente.

Così la gang che uccide "facendolo sembrare un incidente" finisce per apparire come un gruppo sovversivo che si muove controcorrente nel regno caotico per eccellenza (le metropoli asiatiche), tentando l'impossibile impresa di controllare tutto, sebbene solo per qualche minuto. Il realismo chiaramente non è una priorità, la cosa più importante infatti non è che sia effettivamente possibile creare ad arte degli incidenti quanto quali siano le conseguenze di un tale tentativo di controllo dell'incontrollabile.

Nonostante l'autore l'abbia negato a più riprese è impossibile non pensare a La conversazione di Francis Ford Coppola, che con il film di Pou-Soi Cheang ha in comune l'ossessione per la scoperta della realtà sotto una patina di inganni, un'ossessione tale da portare il protagonisa a mettere in dubbio qualsiasi cosa. Se però il film di Coppola parlava di uno scenario dove le intercettazioni e le registrazioni creavano insicurezza, qui a generare il senso di costante precarietà sono le maglie cittadine, il sospetto del vicino di casa e l'impossibilità di conoscere ogni cosa anche per chi ha fatto della previsione dei fatti un mestiere. Il turbine di follia in cui il Cervello (nome emblematico più a fine film che ad inizio) viene condotto è simile a quello che prendeva Gene Hackman e traccia un filo sottile nell'evoluzione dei generi cinematografici tra il thriller politico americano degli anni '70 e quello meno schierato della modernità cinese.

Mostra digitale del cinema di Venezia

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