30.11.09

A Christmas Carol (id., 2009)
di Robert Zemeckis

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POSTATO SU
Sono sempre piacevolmente stupito dai giganteschi specchi per allodole di Robert Zemeckis, cioè dal modo con il quale compie una scelta a tavolino di precisione millimetrica riguardo la commerciabilità di questi suoi ultimi film. Si tratta di cinema realmente sperimentale, tecniche mai adottate da nessuno il cui esito non è mai chiaro quando si inizia a lavorarci e che in ogni film subiscono una profonda revisione a causa del miglioramento della tecnologia in ballo, e per ottenere ogni volta nuovi fondi per il prossimo film Zemeckis si assicura che il tema trattato sia così commerciale ma così commerciale da attirare gente al cinema solo con un nome e una locandina.

Così dopo la favola natalizia e l'epica celtica arriva un'altra favola di Natale stavolta dal titolo di comprovata fama, una certezza per le famiglie consolidata da un adattamento Disney e infarcita di nomi noti.
Nelle mani di Zemeckis il libro di Dickens viene trasposto al cinema con una ricchezza di immagini inedita e sebbene molte cose si siano già viste poichè già altri film e/o cartoni hanno adattato il racconto con una certa fedeltà la tecnica del performance capture e il 3D, utilizzati entrambi con una cognizione di causa ed un'intelligenza che non si vedono sempre, rendono l'esperienza coinvolgente ed emozionante.

In America il film ha incassato poco ed è comprensibile, i toni sono molto cupi, le strizzate d'occhio al pubblico infantile poche e il ritmo non sempre sparato al massimo. A Christmas Carol è in sostanza un film più per adulti, capace in certi momenti di regalare momenti di coinvolgente riflessione sul modo con il quale guardiamo al nostro passato.
Ma è soprattutto la libertà espressiva che Zemeckis mette in campo ad impressionare, quando tutto ti è possibile cosa vuoi fare? Ecco le risposte che il regista dà in ogni momento hanno spesso il sapore del miglior cinema.
Tra cinema dal vero e animazione oggi si pongono questi film, esperimenti audaci che non è dato sapere a cosa porteranno ma che vale la pena andare a vedere in ogni caso.

27.11.09

Più file(s) al cinema

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Al di là dei toni retorici e trionfalisti è realtà la firma dell'accordo (per la sua applicazione realt sul territorio si vedrà) tra distribuzione ed esercenti per arrivare ad una copertura decente del digitale nelle sale. La cosa conviene a tutti perchè tutti risparmiano e poi magari (magari!!) noi vediamo meglio più film (se non devi trasportare la pizza ti costa poco fare uno spettacolo con film più ricercati). Insperatamente la modernizzazione potrebbe arrivare come rimedio ad una crisi che esige risparmio, lo esige talmente tanto che le distribuzioni hanno chinato il capo e accettato di pagare.
Una grande opportunità per la crescita del mercato”. Così Paolo Protti, presidente dell’Anec, associazione esercenti cinema, giudica il protocollo sulle linee guida per favorire la digitalizzazione delle sale, concordato tra esercenti e distributori, la cui concreta applicazione partirà nei prossimi giorni.
“Il digitale è la più grande rivoluzione dopo il colore – dice Michele Napoli, presidente dei distributori Anica - E’ normale che interessi tutti, anche per i forti risparmi che produce. Avevamo promesso di collaborare con l’esercizio, che ci aveva chiesto aiuto, e abbiamo trasformato la promessa in fatti concreti. Il protocollo che abbiamo definito, rappresenta uno dei primi e più avanzati esempi in Europa di tangibile collaborazione di tutta l’industria del cinema. Possiamo esserne orgogliosi”.
“L’adesione al protocollo – precisa Protti - non è vincolante, ma tutte le distribuzioni che hanno partecipato agli incontri preparatori si sono dichiarate disponibili e sono convinto che anche la stragrande maggioranza degli esercenti approfitterà dell’occasione. I primi a poterne usufruire - ricorda Protti - saranno gli esercenti che hanno già provveduto ad installare il digitale nella propria sala”.

Woke Up Dead

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Woke Up Dead, appartiene alla nuova ondata di prodotti semi-professionali dove la parte "pro" è costituita da personale di Hollywood. Si tratta di un prodotto purtroppo non visibile al di fuori degli USA (ma riportato in basso c'è un servizio di The Hollywood Reporter che ne mostra le scene) e di alto profilo realizzato in collaborazione con Crackle.com (sito aggregatore e occasionalmente produttore di webserie) dagli stessi autori di Gemini Division (la serie con Rosario Dawson) e ha tra i protagonisti volti noti come Jon Heder e Josh Gad. La storia è quella di un ragazzo un po' nerd e sfigato che si sveglia con tutti i sintomi dello zombismo anche se a vederlo non si direbbe, è come contaminato ma pienamente cosciente e si ritrova a vivere da ibrido uomo-zombie una vita completamente diversa da quella di prima, sorprendentemente migliore con le ovvie conseguenze comiche.
Come ParaAbnormal anche qui si cavalca un fenomeno di successo, le teen comedy horror portate nuovamente in cima agli incassi da Zombieland (uscito negli States poco prima di Paranormal Activity). Qui il senso ultimo del racconto è più esplicito che negli altri casi: il protagonista era più zombie prima di quanto non lo sia una volta trasformato, come del resto nel film al cinema la triste vita del protagonista già era da morto vivente prima della grande contaminazione (entrambi poi si rifanno alla commedia inglese del 2004 Shaun Of The Dead dove il paragone tra morti viventi e vivi morenti è evidente).

26.11.09

"Ecco volevo dire che secondo me Avatar è una cagata pazzesca!!"

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Assolutamente non ufficiale, non autorizzata, non firmata e non confermabile in alcun modo è però arrivata in rete la prima recensione di Avatar, l'ha scritta qualcuno appartenente all'industria dell'entertainment si dice, qualcuno che ovviamente non la firma anche perchè il film ne esce a dir poco demolito.
Secondo chi scrive è uno schifo raro che fa anche vomitare (letteralmente) per come è utilizzato il 3D.
I watch a lot of movies, and am especially obsessed with watching horrible films with inflated budgets. I was delighted to find that Avatar didn't disappoint in the absolutely horrible fetishizing of azure humanoids that James Cameron has obviously been drawing on the back covers of his notebooks since middle school and secretly getting off to in the gym locker room. The new technology they've been using to eliminate the headaches and sickness conducive to old 3D tech has not been used properly in the action scenes throughout Avatar. The problem is with cutting in between 3D focal points and perspective - the mind cannot adjust to it without a buffer - thus, Avatar is literally vomit inducing.

But the movie itself, the story/acting/tone are alienating and weird. Of course there are very beautiful moments, with great editing/sound/art direction, but overall it's a horrible piece of shit. The entirety of the Hollywood marketing machine is behind it, however, so it's going to make a boatload (eh I could slip a Titanic ref. whatever) of money.

Amabili Resti (The Lovely Bones, 2009)
di Peter Jackson

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POSTATO SU
Ad ogni film Peter Jackson sembra migliorare. Le sue trovate si fanno sempre più sofisticate, le idee di messa in scena più raffinate, le ambizioni più alte e l'audacia tecnica più controllata, eppure i film sembrano essere sempre peggiori e Amabili Resti purtroppo non fa eccezione.

Dopo la monumentale impresa di Il Signore Degli Anelli doveva essere diventato il re degli adattamenti letterari al cinema e invece il punto debole di Amabili Resti è proprio quello, cioè che la vicenda è stata ridotta per lo schermo lasciando tantissimi buchi e personaggi apparentemente inutili.
Eccezion fatta per la protagonista e l'omicida (a quando un film di primo piano con Stanley Tucci protagonista?) gli altri personaggi non hanno spessore e spesso le loro azioni hanno poco senso. La famiglia di Suzie non ha personalità nonostante si intuisca come ogni singolo membro potrebbe averla, la madre ad un certo punto va a cogliere mele nelle piantagioni senza ragione apparente, il ragazzo amato e la ragazza che la vede dopo la sua morte non hanno nessuna psicologia nonostante siano presenti in ruoli che sembrerebbero determinanti e infine la nonna (interpretata da Susan Sarandon) subisce un cambio di carattere che non ha nessuna motivazione.

Tutto ciò che nel libro è costruito con un senso e un percorso preciso arriva nel film frettolosamente e alle volte senza quelle basi e quelle motivazioni che gli davano significato. In più il paradiso, o la zona di mezzo, in cui staziona l'anima di Suzie è pari pari quello di Al di là dei sogni (ma proprio tutta la pellicola sembra parente di quel film), stessa ambientazione digitale colorata e new age e stesso rapporto con la realtà.

Se la forza di Peter Jackson torna ad esplodere in alcune sequenze isolate come quella della sorella nella casa dell'assassino o un'altra fantastica in cui pur tenendolo costantemente sullo sfondo riesce a concentrare l'attenzione di tutto il pubblico verso un personaggio mai visto fino a quel momento, o ancora quando sperimenta punti di inquadratura e visuali impossibili con la normale attrezzatura utilizzando una microcamera comprata in una televendita televisiva (sic!), il resto del lungo film (2 ore e passa) è sostanzialmente monocorde.
Solo nel finale, quando la voce fuoricampo della protagonista tira le fila di quel che è successo spiegando il senso del titolo "amabili resti" si intuisce cosa poteva (e forse doveva) essere il film e che non è stato.

25.11.09

Dorian Gray (id., 2009)
di Oliver Parker

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Come quando in Photoshop si dà l'ordine Merge Down fino a che da tanti livelli non ne rimane uno solo che li comprende tutti appiattendoli così dal merge di Dorian Gray rimane la doppia vita.
"Il mio Dorian Gray è come Mick Jagger, si chiede cosa fare quando puoi fare qualsiasi cosa?" da questa laconica affermazione del regista che sarebbe arduo anche solo cominciare a correggere prende le mosse un film "moderno" per giovani che gli rende appetibile il racconto di Wilde e anche per l'occasione educativo. Alla fine Dorian si pente di tutto e si condanna a morire per amore di una ragazza (ho detto ragazzA eh!).

Lui è Caspian, Colin Firth sembra Orson Welles (prima in versione Macbeth, poi Mr. Arkadin e infine invecchiato proprio Charles Foster Kane) e le scene di sesso perduto (?!?!) uno spot Campari. Si salva solo Rebecca Hall per meriti extracinematografici.

24.11.09

500 Giorni Insieme (500 Days of Summer, 2009)
di Marc Webb

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POSTATO SU
E' possibile scoprire lo snodo fondamentale di una storia d'amore andata male oppure sondarne i meccanismi più imperscrutabili grazie ad un'esposizione dei fatti che non proceda con il consueto ordine temporale ma che segua un ordine diverso, deciso arbitrariamente dal narratore?

Questo sembra chiedersi 500 Giorni Insieme, film indipendente americano che come dice il titolo stesso racconta 500 giorni nella vita del protagonista. 500 giornate non propriamente "insieme" (ma questi sono i guai della traduzione italiana), l'anno e mezzo circa sarebbe "of Summer" nel titolo originale ovvero con Summer, nome della ragazza amata che in italiano diventa Sole. 500 giorni ossessionato da lei, prima come coppia poi come zerbino e infine come apatico uomo distrutto dal dolore.
All'interno di questo anno e mezzo il regista fa continuamente avanti e indietro, prima racconta una parte, poi una più indietro, poi di nuovo più avanti, poi vicino alla fine e via dicendo, badando bene a precisare ad ogni salto in quale giorno (tra i 500 possibili) ci si trovi.

Marc Webb vuole raccontare di ordinaria sofferenza con sguardo diverso, non si tratta solo di un espediente furbetto, mischiare le carte per rendere apparentemente nuovo ciò che è vecchio, ma di un tentativo diverso perchè oltre a sfalsare i tempi Webb cerca di sfalsare anche i sentimenti.
Il suo racconto atemporale non solo non segue il flusso ordinario e logico degli eventi ma nemmeno quello sentimentale, infatti un ordine che non sia arbitrario davvero non è rintracciabile e così troviamo il protagonista prima innamoratissimo, poi di nuovo no, poi si, poi indeciso ecc. ecc.

Se l'esperimento riesca, se cioè questo modo di ricostruire una storia d'amore e sofferenza sia efficace o meno è difficile a dirsi, sicuramente però 500 Giorni Insieme trova un fascino tutto particolare nel gioco di rimandi, mostrando i momenti di dolore e subito dopo la costruzione di quelle vette di felicità senza le quali il protagonista non sarebbe potuto farsi così male. In questo modo anche situazioni e topoi usurati dal linguaggio filmico perchè visti e rivisti di continuo (la solitudine, l'apatia e via dicendo) trovano un senso nuovo.
Se ogni immagine ha senso in relazione a quella che la precede e quella che la segue qui la stessa drammaturgia di sempre ha significati diversi e anche se questi non sono poi così radicalmente innovativi poco importa perchè il percorso di ascesa, caduta e purificazione del protagonista nonostante non sia mostrato in quest'ordine risulta più convincente di tanti altri.

23.11.09

Lo Spazio Bianco (2009)
di Francesca Comencini

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L'avevo perso varie volte e lo sono andato a recuperare al cinema, perchè benchè le sorelle Comencini non mi facciano impazzire devo ammettere che Francesca mi ha colpito con il cortometraggio sul terremoto a L'Aquila. E poi un film di Bigazzi è un film di Bigazzi.

Che le Comencini (con tutte le dovute differenze tra di loro) facciano un cinema smaccatamente alto borghese è ormai fatto assodato, come è assodato che siano l'emblema di un modo italiano di fare film degli ultimi anni che non è proprio il massimo del vanto. Un cinema che sostanzialmente non racconta grandi storie ma cerca di affrontare una dialettica sola, una contraddizione o tensione unica, declinandola in varie maniere lungo tutto l'arco dell'opera.
Così anche in Lo spazio bianco non succede molto nè tra i personaggi nè al loro interno, non c'è grande evoluzione o clamorosi colpi di scena, non c'è insomma quello che si definisce un racconto classico ma più una serie di considerazioni che ruotano attorno alla protagonista, alla sua infelicità e all'attesa dell'uscita dall'incubatrice (viva o morta) della figlia nata prematura.

Intorno c'è Napoli descritta tangenzialmente per piccoli quadri. Ci sono le difficoltà di fare l'insegnante in una scuola serale per adulti, c'è la piccola gente stretta dallo strozzinaggio, c'è la povertà (guardata e non vissuta), c'è l'immigrazione e c'è la difficoltà di stringere legami. Tutto accennato oppure reso dalle immagini di Bigazzi che come sempre sono straordinarie (e non è un'esagerazione).
In un film che scorre sostanzialmente indolore (e non certo per volontà dell'autrice) sono alcune idee visive a regalare momenti di cinema, come subito l'apertura con Margherita Buy che balla in una strana solitudine sebbene circondata da persone (da cui anche la locandina), più forte di mille parole senza ancora aver iniziato a raccontare.

20.11.09

The Riese

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Il budget stanziato per Riese, a detta degli stessi realizzatori/produttori, si aggira intorno alla cifra che è servita a realizzare dr. Horrible, quindi ci dovremmo trovare sui 200mila dollari. Il denaro si vede soprattutto nel dettaglio dei set e dei vestiti (si tratta di un racconto in costume), nell'uso di esterni e interni non rimediati a casaccio ma accuratamente scelti e scenografati, nello splendore delle riprese effettuate con la Red One e via dicendo. Un budget non da poco e dal quale occorre rientrare, anche perché il produttore/creatore Ryan Copple ha dichiarato a Straight di aver scelto la strada della rete perché al momento per il prodotto di un professionista come lui (con un piede nella serie A grazie a serie come quella di Stargate, ma non ancora affermato) è il mezzo migliore.
Per farlo è chiaro che avrà bisogno essenzialmente di due cose: un certo numero di veri fan e una serie di attività accessorie alla messa in onda degli episodi.
Come gli stilisti non guadagnano dagli abiti che vanno in passerella o dalle sfilate ma da borse, fibbie, occhiali e via dicendo, così anche chi opera in rete usa il prodotto più raffinato per guidare il pubblico all'acquisto di prodotti meno elaborati e più richiesti.

Come garantirsi un pubblico accanito? Come azzeccare il prodotto buono per chi è disposto a seguire una storia in rete? E come suddividere la scadenza degli episodi? A queste tre essenziali domande che si pone chiunque approcci questa forma di produzione con in mente un ritorno economico, quelli di Riese rispondono in maniera particolare con una storia dal genere poco pratico ma sufficientemente geek, lo steampunk (in pratica una sorta di fantascienza vittoriana), mettendo come sempre al centro di tutto una bellissima presenza femminile e orchestrando il racconto in capitoli, ognuno diviso in episodi, il primo dei quali della durata di 5 puntate da mettere online ogni due settimane.

Ce N'E' Per Tutti (2009)
di Luciano Melchionna

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POSTATO SU
Non è ben chiaro quale sia il significato del titolo di questa seconda opera cinematografica di Luciano Melchionna, attore e regista teatrale con l'hobby del cinema, o meglio del teatro in differita. La televisione che ingloba tutti? L'insoddisfazione che è sufficiente per tutti quanti? Oppure è il film che si propone di attaccare un po' tutti?
Ecco sembrerebbe più la terza opzione che altro. Un vago attacco generico contro questi tempi.

Con un piglio teatrale che ha davvero pochissimo di filmico Melchionna scrive (con Luca De Bei) una storia corale incentrata su un ragazzo che, salito sul Colosseo, sembra volersi buttare. Sentita la notizia conoscenti e amici vogliono andare ad assistere, aiutare o vedere che sta succedendo ma per un motivo o per l'altro sembrano non arrivare mai. Ad arrivare è invece un programma televisivo ansioso di riprendere la tragedia e di incentrare la trasmissione sul suicida e la sua famiglia.
Se già il soggetto fa pensare al teatro i dialoghi e la caratterizzazione estrema dei personaggi levano ogni dubbio. Lo straniamento, la metafora abbastanza diretta e quel modo di comunicare con lo spettatore (non per immagini o per intreccio ma per frasi secche e sentenze) risultano ampiamente indigesti allo spettatore di cinema puro, ma anche andando oltre questa contaminazione che sa di cattiva traduzione semiotica rimane la sostanza di un'opera snob, un meccanismo che pretende di essere decodificato e che non prevede alcun livello di lettura immediato.

Melchionna e Bei guardano la società dall'alto come il loro protagonista, ne giudicano gli atteggiamenti, rimpiangono la fine delle possibilità di espressione per i poeti ma anche la fine di un mondo dai valori umanistici alti. Attricette, tronisti, presentatrici, donne frivole e donne insoddisfatte, uomini medi e via dicendo ce n'è per tutti (appunto) ma non per qualcuno che valga la pena attaccare.
E' peggio l'ignorante vittima di un sistema, ingannato da chimere vaghe o l'intellettuale che si ritiene migliore e tenta di insegnargli come vivere senza neanche la decenza di mascherarlo, in un film che per toni, stile e aspirazioni non sarà mai visto da quelle persone che mette alla berlina? Possiamo, in pochi, puntare il dito e ridere dei molti senza farci vedere? Possiamo, ancora, fare un attacco alla tv del realismo e alla tv del dolore con il grottesco senza operare una seria riflessione su cosa quei meccanismi implichino? In un film prodotto da Anna Falchi!

Comunicazione di servizio

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73 commenti

Come avrete notato è cambiato il template
C'è più spazi per i post, di più per i widget e le cazzate varie, si vedono più cose senza dover scorrere ed è organizzato meglio.
Vedete anche che la cosa non è proprio definitiva, ci sono cose ancora da decidere e avverranno piccoli aggiustamenti.
Questo per dire che sono andato vicino all'esaurimento per questo cambiamento quindi vi pregherei di far pervenire con ordine e con tatto i vostri "Era meglio prima".

19.11.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con qualche news su progetti futuri per passare subito ad illustrare il gigantesco catastrofico 2012, poi si parla con una punta di delusione di Gli Abbracci Spezzati e con moltissima delusione di Good Morning Amman.
Si parla ancora di Nemico Pubblico, balzato in testa al botteghino, nonchè di Parnassus

LA PUNTATA DEL 13/11/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Segreti Di Famiglia (Tetro, 2009)
di Francis Ford Coppola

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POSTATO SU
Se c'è una cosa apprezzabile di questa nuova vita indipendente di Coppola è come se ne freghi di quelle regole hollywoodiane di culla dello spettatore cui è dovuto sottostare per decenni. Gira storie magari convenzionali ma affrontate con un piglio decisamente arrogante. E se anche Un'Altra Giovinezza non era stato un esordio così felice questo Tetro ha un suo morboso perchè.

Innanzitutto, e viva la faccia, c'è una storia vera con cambi di facciata, molte decisioni da prendere, colpi di scena e scene madri, un racconto propriamente detto che incastri personaggi e situazioni in una serie di eventi che possono o meno rivelarne le tensioni.
Certo tutto quanto è molto diluito in due ore e dieci che sembrano un po' più lunghe di quanto non siano ma la lentezza coppoliana è sopportabile, specie quando è motivata da un passo controllato che si prende la briga di raccontare il quotidiano, l'inutile (che è ovviamente la cosa più utile per costruire i personaggi) e il contorno.

Questo contorno scelto è l'Argentina, trattata con il solito atteggiamento hollywoodiano a metà tra lo stereotipo e il tradizionale. Non è cattiveria, è che per usare le parole di Coppola "ho scelto l'Argentina perchè sono rimasto conquistato dalla sua musica, dai suoi ambienti e dalla sua cucina", non quindi dalla sua realtà. L'Argentina di Coppola è lo stereotipo per turisti, il tango che esce dalle case e le coppie passionali, è la solita teatralità dello scenario che vince sulla scena. Cosa vecchio stampo e, oggi, abbastanza fastidiosa.

Per fortuna l'essenza del racconto si svela nell'ultimo terzo di film, precipitando tra colpi di scena e immagini evocative. Nel tirare le fila del racconto Coppola dà il meglio di sè: la trasfigurazione dell'animale morente che guarda i personaggi (che classico intramontabile!), il colpo d'accetta contro la finestra che mostra il volto di Vincent Gallo tra le crepe, il dialogo con l'ombra, la confessione con la rappresentazione teatrale di sfondo (un realtà/finzione almodovariano) , gli intermezzi musicali annunciati da Scarpette Rosse che ne imitano lo stile ma con la forza della colorazione digitale e via dicendo.
Nel finale Tetro mostra davvero la sua essenza tira le fila di tutto il raccontato rivelando ragionamenti e contraddizioni più complessi delle chitarre degli inizi, riuscendo a mostrare tensioni tra ammirazione, aspirazione e conflitti interiori altrimenti inesprimibili a parole.
Cosa voglia dire fare un lavoro creativo, cercare l'arte nella propria vita e cercare di venire a patti con se stessi attraverso essa, ma anche il rapporto tormentato tra finto e vero e come il finto spesso riveli il vero.
Questo è il vecchio Coppola.

18.11.09

Valentino: L'ultimo Imperatore (Valentino: The Last Emperor , 2009)
di Matt Tyrnauer

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POSTATO SU
Non è chiaro se sia capitato per felice scelta, per caso o grazie ad un'accurata pianificazione ma fatto è che il documentario sugli ultimi due anni dell'impero Valentino (quelli prima del ritiro dalle scene dell'omonimo stilista) è un piccolo gioiello che ci consente di scorgere il finzionale nel reale, il retorico nel prosaico. Sembra difficile immaginarlo ma forse davvero Matt Tyrnauer, giornalista di Variety e regista per l'occasione, aveva in mente di raggiungere questo scopo.

Come nei migliori film di finzione e nelle più grandi storie inventate infatti le persone diventano personaggi quasi subito, l'ambiente in cui agiscono è irrealmente paradossale e metaforico e la spalla a sorpresa ruba la scena al protagonista con una grande performance.
E' Giancarlo Giammetti infatti il vero protagonista di Valentino: L'Ultimo Imperatore, tanto che lo stilista stesso ad un certo punto sembra accorgersene in una piazzata nella quale si lamenta di non essere il centro assoluto delle riprese. Per chi (come me prima di vedere il film) non sapesse di chi si parla, Giammetti è il socio di Valentino da quasi 50 anni, ha sempre curato la parte amministrativa dell'impero e per un periodo ha fatto coppia con lui.

Tyrnauer non appartiene all'ambiente della moda e si vede, la guarda con lo sguardo incuriosito a tratti scandalizzato e spesso divertito dell'uomo comune di fronte ad un mondo così sfarzoso e colmo di grotteschi particolari (specie quelli che circondano l'opulento stile di vita di Valentino Garavani), questo genera un curioso cortocircuito tra realtà e finzione. Il documentario non mente mai ma riprende le persone come fossero personaggi. Valentino e Giammetti battibeccano scambiandosi battute che sembrano scritte per come sono originali e recitate per quanto sono divertenti, come in una trama ben oliata il progressivo avvicinarsi al ritiro di Valentino si fa sempre più incalzante a mano a mano che si scopre come il passaggio di proprietà (a favore della famiglia Marzotto) abbia lasciato scontenti i due e infine il contorno di personaggi famosi, amici, stilisti, maggiordomi, sarte e cani è degno dei migliori allestimenti teatrali.

Il mondo di Valentino nelle immagini di Tyrnauer somiglia alle commedie italiane degli anni '50 per come raffinati uomini di moda come lo stilista protagonista si affidino ad esilaranti collaboratrici e sarte dall'accento (e dall'umorismo) romanesco che gli fanno da spalla comica, ma ricorda in certi momenti anche il miglior screwball, diventa un melodramma quando lo spettatore comincia ad intuire la straordinaria dedizione di Giammetti verso Valentino ricambiata da qualche lacrima e alcuni abbracci e infine pare un film di Visconti quando dipinge lo stile di vita ottocentesco dello stilista.

Valentino ha odiato questo film fino a che non ha cominciato a ricevere premi e ad essere apprezzato in tutto il mondo. Ora ne è il principale sponsor.

17.11.09

New Moon (id., 2009)
di Chris Weitz

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New Moon è peggio di Twilight, che era tutto sommato salvabile. Stupido ma salvabile. Questo è mal raccontato, che è più grave, l'omonimo libro è adattato in fretta, i sentimenti (che sono il centro della vicenda) sono spiegati malissimo e di conseguenza crolla il gioco di bigottismo della Meyer, quello per il quale gli uomini desiderabili sono mostri e cedere alle pulsioni sessuali può voler dire perdere la propria anima se non morire.

La verità è che in questo Harmony-emo i vampiri ci stanno solo per fare arredamento gotico, la loro essenza non c'entra (sic!) nulla con il racconto, sono un espediente come un altro per giustificare l'esigenza di non cedere alle pulsioni sessuali. In Romeo e Giulietta a contrastare l'amore era la famiglia, qui la paura di morire, ma il succo è sempre quello del grande sentimento che non riesce a compiersi appieno perchè tarpato da qualcosa. E' ciò che è alla base di tutta la letteratura popolare femminile e anche dei film di Almodovar.
Il punto di New Moon, è dare nuova veste a questo tipo di dinamica eterna e spingere il più possibile sul desiderio sessuale di soddisfazione romantica.

Uomini dal fisico scolpito che si dimostrano forti, protettivi, animaleschi, teneri e rassicuranti che però non possono essere toccati accanto a vampiri emaciati fascinosi e irrimediabilmente perduti. E nessuno dei due può donare soddisfazione benchè stia sempre lì lì per farlo.
Il mio unico interrogativo è come finire una saga del genere. Qual è il finale commercialmente perfetto? Quello che non scontenterà il pubblico?
Ovviamente so che già esiste il finale e lo posso leggere ovunque, vi pregherei quindi di non scriverlo nei commenti, preferisco vedere come viene costruito nel terzo film.

Risposte a domande che avete sulla punta della lingua: l'ambientazione italiana è ridicola come sempre, Dakota Fanning compare per 10 minuti e vorresti guardare solo lei, è la Meryl Streep under18.

13.11.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con 24 Hour Party People arrivato in qualche cinema di Roma in ritardo ma dopo poco si parte con la grande lode a Nemico Pubblico, si continua con L'Uomo che Fissa le Capre, poi in discesa con Alza la testa, si annuncia il prossimo arrivo di 2012 e si consiglia caldamente Marpiccolo.
C'è poi il momento delusione per Gli Abbracci Spezzati e si racconta la storia di Metropolis in occasione della proiezione speciale all'Auditorium.
In chiusura piccolo momento per This Is It.

LA PUNTATA DEL 06/11/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Frammenti

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È arrivata al terzo episodio (venerdì sarà la volta del quarto) Frammenti la serie italiana per la rete (in onda anche in televisione su Current Tv, canale 130 di Sky) che sperimenta una curiosa fusione tra racconto per il web e alternate reality game, cioè quei giochi che prevedono un forte coinvolgimento degli utenti e che ipotizzano scenari alternativi a partire da elementi della nostra realtà (luoghi, oggetti, eventi...).
La serie è incentrata attorno al Letenox, farmaco definito come un "sedativo memoriale" in grado di cancellare parte dei ricordi, che sta per essere messo in commercio. C'è un protagonista (Lorenzo Soare) che conduceva un'inchiesta su di esso e che aveva scoperto cose sensazionali ma, avendo iniziato ad assumerlo per motivazioni oscure (si scopre nel secondo episodio), ricorda poco e i frammenti sono appunto le parti che vanno ricostruite dal pubblico al termine della messa in onda di ogni puntata prima dell'inizio della seguente. Il gioco ha origine online, nelle pagine dei singoli video, ma si sposta subito nel mondo reale. Gli indizi infatti vanno cercati ovunque, in rete come per strada.

9.11.09

Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo (The Imaginarium of Dr. Parnassus, 2009)
di Terry Gilliam

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POSTATO SU
E' talmente particolare il modo di lavorare, concepire e realizzare le sue opere che alla fine un film rimestato e rielaborato per far fronte alla morte di uno dei protagonisti sopraggiunta a metà lavorazione è uno dei migliori tra gli ultimi di Terry Gilliam.
Appurato che i tempi di Brazil e Paura e Delirio a Las Vegas sono lontani si può affermare che Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo è un'opera riuscita e in certi momenti dotata di lampi di quella complessità visiva e quella stratificazione narrativa che sono la cifra del miglior Gilliam.

Innanzitutto la trama, stranamente lineare e foriera di poche divagazioni che non siano funzionali ad una storia che di suo ne prevede, merito probabilmente del ritorno di Charles McEwon. Il dr. Parnassus controlla la propria mente e l'immaginazione degli altri consentendo a chiunque attraversi lo specchio del suo carrozzone ambulante (veramente bello) di entrare nella propria. Ogni attraversamento è un passaggio tra il mondo reale e quello finzionale (leggasi: digitale) nel quale i personaggi si trovano a scegliere tra il Diavolo e Parnassus stesso.
Parnassus da millenni fa scommesse con il Diavolo e negli ultimi anni si è giocato l'anima della figlia, per tenerla stretta deve collezionare più anime del principe delle tenebre e in questo lo aiuta un nuovo arrivato, cioè Heath Ledger.

Se tematicamente Gilliam non si allontana mai troppo da se stesso (alla faccia della grande immaginazione!) e anche visivamente rimane vincolato ai suoi standard (i saggi barboni, il mondo dei senza tetto delle grandi città, le lenti deformanti e la profondità di campo, i santoni e infine il contrasto tra i sogni, nel senso di aspirazioni, e la realtà vissuta) narrativamente stavolta trova una nuova unione riuscita tra l'esigenza di raccontare una storia canonica e quella di mettere in scena l'inenarrabile, la scintilla di assoluto alla quale anela, quell'avvicinamento costante al mondo dell'assurdo più o meno carroliano (bellissimo il passaggio giorno/notte con il riflesso in acqua).

Certo, l'impressione che più che mettere in scena una vera immaginazione Gilliam metta in scena gli stereotipi di quella che solitamente pensiamo sia una grande immaginazione, è forte. Ma se ci si svincola da questo probabilmente fondato sospetto (che è il regista stesso a sbatterci in faccia) si trova un film sorprendente e meno stralunato di quel che si possa pensare incentrato sulle possibilità di essere quello che non si è. Che rivedere le proprie opere a metà non gli faccia davvero bene??

6.11.09

Gli Abbracci Spezzati (Los Abrazos Rotos, 2009)
di Pedro Almodovar

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10 commenti

POSTATO SU
Questi sono i classici film sui quali non si scrive a caldo. Quelli che deve passare un po' di tempo, su cui ripensi, vedi che ti è rimasto e li guardi con un po' di distanza. E invece sono qua.

Non ho mai nascosto la mia passione per il cinema classicissimo rielaborato, ricucinato e rimestato di Almodovar, l'amore per le sue trame implausibili, le sue trovate da feuilleton, la sua messa in scena barocca e il suo sentimentalismo che sa essere spicciolo con pathos, insomma per tutte quelle cose che altrove sono citate come difetti ma che nei film di Almodovar trovano un equilibrio, una maestria e una partecipazione inedite che li rende espedienti per un grande racconto. Come se lui fosse il primo a non riuscire a non commuoversi nel raccontare quelle storie.
Se c'è una caratteristica su tutte che citerei come emblematica del regista spagnolo è la capacità e la volontà di fare racconti che siano tali nel senso più stretto. Intrecci fortissimi, trame complesse colme di risvolti e personaggi emblematici.

Preciso tutto questo perchè è proprio quello che manca in Gli Abbracci Spezzati. Nonostante si pianga spesso, nonostante ci siano diverse sublimi implausibilità e nonostante il discorso di fondo sia ancora una volta sulla potenza e l'importanza dei racconti che facciamo agli altri e a noi stessi, stavolta manca il vero pathos, manca cioè una sostanza dietro i pianti e gli occhi lucidi dei personaggi. Stavolta Pedro sembra essere il primo a non commuoversi per la storia che racconta.

Gli Abbracci Spezzati è narrato per ellissi temporali, come spesso si è visto nella sua produzione recente, e mette in scena il rapporto passionale tra un regista e la sua attrice contrastato dal vecchio marito di lei che è anche produttore del film. Si parte dal melodrammatico per finire con tinte noiresche date dalla fuga d'amore dei due.
Questa volta sembra che a fronte delle sempre straordinarie idee di messa in scena (le coperte soffocanti, l'autodoppiaggio e altre mille che non citerò) manchi qualcosa di vero da raccontare. La storia dell'amore travolgente non sa essere più feroce incazzatura come nei primi film, nè splendida indulgenza verso le donne come nella produzione dei tardi anni '90 e nemmeno puro entertainment come spesso è capitato. Stavolta è un melodramma poco sapido come tanti altri che si vedono in giro.

Rimangono solo le piccole godurie per fan, i rimestamenti del cinema almodovariano: il film nel film (Donne sull'orlo di una crisi di nervi), la scena di Viaggio In Italia (già citato in Il fiore del mio segreto), l'ossessione delle riprese già vista in Kika, l'espediente della traduzione sonora di qualcosa che è muto (Tacchi a spillo, ma anche Donne sull'orlo di una crisi di nervi) e la disabilità fisica (Carne Tremula).