31.12.09

Shadow Of The Colossus

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Diciamolo subito: non avevo mai giocato a nulla di simile. Conoscevo già giochi molto simili, dalle storie simili o dalle stesse dinamiche, ma mai come in questo caso il contenuto è ininfluente di fronte alla forma. Shadow Of The Colossus è uno dei prodotti più raffinati e uno dei pezzi di storytelling videoludica migliori a cui abbia mai avuto l'onore di prendere parte. Forse l'unico gioco a cui abbia mai giocato per il quale la storia raccontata sia più importante dell'atto materiale di giocare.

Il trucco di Shadow Of The Colossus, il motivo per il quale è qualcosa di diverso rispetto a tutto il resto, è in sostanza il linguaggio audiovisuale. Se molti videogiochi utilizzano i trucchi del cinema (oltre al gameplay ovviamente) per risultare più interessanti e convincenti dei propri rivali Shadow Of The Colossus sembra programmato attorno ai trucchi filmici.
C'è innanzitutto il subtracting design, ovvero in parole povere il fatto che il gioco è essenziale. Non povero ma essenziale. Non ci sono cuori, stelle, pozioni, munizioni, nemici da un colpo, passanti, segreti e via dicendo. Ci sei tu, il cavallo, la spada, le frecce (cioè l'arma da vicino e l'arma da lontano) e 16 colossi. FINE. Tutta l'energia dei designer e degli animatori è stata profusa in pochi elementi realizzati con cura e ognuno con un pensiero dietro. Per tutta la sconfinata landa desolata che percorri per trovare i colossi non c'è mai nulla, solo il vento che soffia e al massimo qualche rettile.
Il vento. Ecco un'altra cosa fondamentale.

30.12.09

Io Loro e Lara (2009)
di Carlo Verdone

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POSTATO SU
La carriera di Carlo Verdone ha smesso di essere cinematograficamente interessante da tempo, tuttavia negli ultimi anni la storia produttiva dei suoi film ha sostituito (per interesse) i film stessi.
Nel 2006 all'annuncio di Il mio miglior nemico dichiarava di aver cambiato produttore, dopo decenni con Cecchi Gori passava a De Laurentiis perchè si sentiva tarpato, voleva più libertà e soprattutto più respiro internazionale che pensava la nuova società gli avrebbe garantito. Quasi 4 anni e un Grande Grosso e Verdone dopo dichiara di passare alla Warner perchè De Laurentiis non fa per lui, è eccessivamente pressante con la sua mania di controllare e (ma questo lo aggiungo io) non si è visto uno straccio di distribuzione internazionale, solo una qualità tecnica delle pellicole in picchiata verticale.

Oggi con Warner dichiara di voler fare un cinema diverso, più personale, lontano dalle solite figure borghesi, più morale, etico e via dicendo. E poi magari cercare una distribuzione internazionale. Io Loro e Lara è stato già sottotitolato e, fa sapere la Warner in persona, presto verranno i colleghi delle altre nazioni a visionarlo.
Quello che si troveranno davanti è un film girato maluccio (non peggio dei film delaurentiisiani che quelli non li batte nessuno ma di certo peggio di quelli cecchigoriani) e anche scritto male, che affoga nel buonismo una trama piena di assurdità che affianca scene, elementi e avvenimenti senza che stringano una relazione di causalità plausibile, adoperandosi con cattiveria solo nei confronti delle figure già deprecabili (cocainomani arrivisti, ipocriti e via dicendo). L'unica cosa positiva, come è sempre stato, è lui, Verdone. Solo lui ha delle trovate (improvvisate e non di sceneggiatura) che siano divertenti e solo lui ha un personaggio degno di questo nome, dotato di un conflitto interiore, di sfumature e teso verso il raggiungimento di qualcosa.

Attorno a lui ci sono non-personaggi, macchiette buone a fare delle gag ma inadatte a reggere un film. Se c'è un certo impegno nel trattare di striscio la crisi della fede, l'umanità dei preti e la difficoltà di operare nella realtà dei fatti (argomenti visti e trattati con una struttura di racconto curiosamente identica a quella di La Messa E' Finita) qualsiasi altra cosa è passeggera, come purtroppo alla fine è anche il film.
Verdone dice che si tratta del primo prete della sua carriera, perchè gli altri erano caricature, tic di un clero vetusto eppure quando in certi momenti rispolvera quelle movenze caricaturali si intravedono le uniche possibilità di ancorare il discorso alla realtà. Per il resto il personaggio di don Carlo è un uomo con un abito da prete e mai un prete che è anche e soprattutto un uomo normale come vorrebbe il regista.

24.12.09

Uno dei pareri pù interessanti su Avatar

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Se il cinema continua a giocare sul terreno dei videogiochi non può vincere.
In spite of gloomy prognostications, the end product looks staggering. Nonetheless, Avatar fails in one rather important respect. By common consent, its story's rubbish.
[...]
Even more tedious than the film's plot is the ideology enshrining it. In punctilious compliance with liberal pieties, an exploitative corporation unleashes brutish militarism on soulful indigenes, but a romance enables justice to prevail over apparently superior firepower. This threadbare fable makes you long to see a heroic merchant banker socking it to a tribe of tree-hugging but child-abusing primitives who're daring to challenge the rightful hegemony of capitalism.
So tired is Avatar's tale that you hardly notice it. The film is mere spectacle, about as emotionally engaging as the associated videogame.
[...]
In 2009, films such as Transformers: Revenge of the Fallen, Terminator Salvation and Fast & Furious have all seemed to reflect the assumption that emotional interaction is dispensable. Of course, movies like these do well at the box office, and so will Avatar. End of story? Not necessarily.
Whether cinema can live indefinitely by spectacle alone must be open to doubt. Dependence on shock and awe means that this year's sensation must be surpassed next year by something even more dumbfounding. Avatar demonstrates that this is still possible, yet it's not clear that it will always be. Before too long, a plateau may be reached. If that happens, those videogames may steal the crown of the movies that ape them. Once the thrill of novelty's faded, why just watch an avatar on the big screen when you can control one of your own?
Cinema will stand a better chance of holding on to an audience if it can persuade its young patrons to look beyond sensory stimulation.
[...]
This clearly isn't impossible. Earlier this year, District 9 floated a scenario spookily similar to Avatar's.
[...]
As Avatar's avatar, Sam Worthington is a colourless dullard. Sharlto Copley's unreflective middle-manager, on the other hand, was a weirdly unforgettable human being. District 9's aliens weren't saintly innocents, but complicated and irritable, yet somehow endearing, full-blown characters. The film's plot was surprising, the dialogue witty and the moral instructive.

Catch

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L'idea alla base di tutto può ricordare American Psycho (psicopatici che attirano persone dell'altro sesso con appuntamenti per poi ucciderle in maniera efferata) ma è asciugata di qualsiasi critica all'edonismo anni '80 o sottotesto sul concetto di doppio, e contaminata con le ansie sociali dei nostri anni.

Catch (arrivata al settimo episodio sui nove previsti per la prima stagione e dotata dei consueti episodi "extra") procede con un filo conduttore ma senza un intreccio che si dispieghi linearmente di episodio in episodio. Quello che accade di volta in volta sono appuntamenti nel mondo reale tra persone conosciutesi in rete sull'immaginario sito di dating Catch.com. Ad ogni appuntamento capiamo un po' di più su cosa scateni la violenza e quali siano gli elementi in ballo, il mistero sulla trama è chiaramente un elemento centrale ma ogni episodio è girato e scritto sufficientemente bene da non concentrarsi esclusivamente su di esso. Catch infatti evita il difetto tipico delle produzioni per la rete e invece di concentrarsi su quello che può essere il suo punto di forza opta per una scrittura appassionante ed interessante delle singole scene, riuscendo a gestire con abilità diverse trame contemporaneamente.

22.12.09

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata follemente incasinata nella quale si comincia con Crank 2 (e chiaramente anche il primo Crank), poi però si passa subito all'attualità con la media esaltazione di Sherlock Holmes (e relativi film del passato sul personaggio di Arthur Conan Doyle), poi si parla del solito Io & Marilyn e si chiudono le uscite della settimana con La Principessa e il Ranocchio. Si consiglia Piovono Polpette mentre si invita a non andare a vedere Astro Boy e si racconta di Luc Besson che mi screzia

LA PUNTATA DEL 19/12/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

21.12.09

Avatar, dal nostro uomo in Inghilterra

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Inviato a vedere Avatar, frankie666 risponde e scrive (con apprezzabile dono della sintesi) via mail:

Secondo me Avatar non è niente di che... Forse l'hype era troppa non lo so, cio che ho ritenuto di questo film e che c'era tutto quello che mi aspettavo, ma non c'era niente di quello che avrei voluto vedere. Non mi ha affatto sorpreso.
Va detto pero che lo sforzo, la realizzazione è massiccia. Si vede che si sono fatti veramente un mazzo tanto, e per questo ci devono essere voluti i veri anni.

Comunque passiamo ad una recensione, spero per voi soddisfacente. Cercherò di fare innanzitutto un analisi di quello che ho visto, dopo di che mi cimenterò in una mia personale impressione del prodotto, svagando e generalizzando come piace a noi sbruffoni.

Arthur e la vendetta di Malthazard (Arthur et la vengeance de Maltazard, 2009)
di Luc Besson

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POSTATO SU
In carriera Besson ha fatto di tutto, pure l'animazione e Arthur e la vendetta di Malthazard è addirittura il suo secondo lungometraggio animato (un terzo arriverà a chiudere la trilogia). Passare da Leon e Nikita ad un film che fonde animazione in CG e cinema dal vero con in mente unicamente il pubblico infantile ha un che di audace forse troppo audace, almeno a giudicare dai risultati.

Se Arthur e il popolo dei Minimei aveva almeno brillato per il risultato tecnico raggiunto all'epoca (era il 2006) questo secondo capitolo risulta ormai obsoleto, poco espressivo e abbastanza indietro rispetto a quanto si faccia anche in Europa. Il fotorealismo ricercato della CG (oepra dello studio francese BUF) è una paradigma oggi rigettato da chiunque, per non parlare poi dell'integrazione tra scene dal vero e animazione in CG, il cuore del prossimo capitolo che vedrà Malthazard definitivamente trasferito nel mondo reale.

Al di là delle componenti tecniche comunque c'è tutto un contorno di storie e personaggi assolutamente poco credibile, poco appassionante e fuori dal tempo. La ricerca di un animismo all'acqua di rose ottenuto attraverso la supposta fusione della domenica tra Arthur e la natura, la storia d'amore con la principessa dei Minimei e il rapporto con la famiglia sembrano uscire da una cattiva serie per la televisione mandata in onda da canali regionali all'inizio degli anni '80. Rimarrebbe la descrizione del funzionamento del minimondo dei Minimei, tutto concentrato in pochi metri di giardino ma dotato di una complessità che vorrebbe scimmiottare quella della società umana (con tanto di minoranza etniche e subculture doppiate da noti rapper).
In Francia la serie ha successo in Italia, anche a giudicare dal posizionamento dell'uscita (30 dicembre), non sembrerebbe. Per fortuna.

18.12.09

Un passo indietro per la Disney, uno in avanti per la Pixar

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Un passo indietro per la Disney e uno in avanti per la Pixar, le due società saranno pure una sola dal 2006 ma le politiche sono radicalmente diverse e il nuovo film La Principessa e Il Ranocchio in uscita questo weekend nelle sale italiane lo prova al di là di tutte le dichiarazioni fatte da John Lasseter in passato anche quando, incontrato in un afoso pomeriggio al festival di Venezia aveva dichiarato a Wired che saremmo rimasti sorpresi da quanto La Principessa e il Ranocchio abbia il cuore dei film Pixar.
Se vi state chiedendo cosa si sia inventata la Disney per tornare a realizzare cartoni "alla vecchia maniera" la risposta è molto semplice: nulla. L'aveva detto Lasseter quando esterrefatti dalle prime immagini gli avevamo chiesto se sul serio ci saremmo trovati di fronte ad un cartone animato realizzato come negli anni '90 come sembrava, "Si, nè più nè meno" aveva risposto.

17.12.09

Sherlock Holmes (id., 2009)
di Guy Ritchie

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POSTATO SU
Il personaggio di Sherlock Holmes sarebbe un eroe d'azione come molti altri o uno dei tanti abili solutori d'omicidi di cui è costellata la letteratura mondiale se non fosse per la fissazione sul metodo deduttivo.
Volendo per un momento accantonare tutta l'importanza della prosa di Arthur Conan Doyle e occupandosi unicamente dello Sherlock Holmes cinematografico, quello che lo rende un personaggio speciale non è certo l'ambientazione, le avventure o la complessità delle trame (siamo dalle parti del resto della produzione di genere) quanto la possibilità di mostrare i suoi micidiali ragionamenti nel loro dispiegarsi. In questo era stato ottimo il sottovalutatissimo Piramide di Paura.

Il grande fascino di Sherlock Holmes è la sua superiorità manifesta che sconfina in arroganza intellettuale. Posto all'altro estremo di Colombo, Holmes è palesemente migliore degli altri e lo dimostra in ogni cosa che fa, interessante in questo senso che sia stato scelto per interpretarlo proprio Robert Downey Jr., tornato al successo cinematografico con un altro personaggio affascinante perchè invidiabile ovvero il Tony Stark di Iron Man.

Il segreto di un film su Sherlock Holmes quindi è riuscire ad incastrare nel racconto giallo, cioè il racconto del disvelamento di un omicida o comunque delle trame ordite da un colpevole, il racconto dei percorsi mentali dell'ispettore. Contrariamente al solito il lettore/spettatore non si diverte a tentare di indovinare il colpevole, perchè la risoluzione è impossibile per tutti tranne che per Holmes, ma si diverte a vedere l'abilità del protagonista.
Tutto questo per dire che Guy Ritchie comprende e cavalca questa componente, ritraendo uno Sherlock Holmes si pieno di tormenti ma anche disumano per quanto è straordinario, allargando la fenomenale abilità deduttiva del detective anche ad altri ambiti come quello delle risse, nelle quali Holmes deduce i punti deboli degli avversari calcola le mosse e poi le esegue perfettamente.

Sherlock Holmes è un film lontano dai caratteristici intrecci forsennati che fino ad oggi rendevano unici i film di Ritchie ma che in un certo senso proprio nel suo specifico, cioè nel mostrare i ragionamenti deduttivi o le abili mosse, recupera il montaggio personale del regista che è la cifra del suo sotrytelling. Esattamente là dove serve.
Il risultato finale è un film divertente, rapido e fascinoso ma non esaltante. Un'opera molto poggiata sul carisma del protagonista e che si diverte a sondare la perfezione dei ragionamenti, riservandosi il piacere di lasciar intuire la debolezza di fronte all'altro sesso e il legame abbastanza ambiguo con Watson.

Fuori da tutti i discorsi poi ci sarebbe da dire che questo Holmes sembra Lupin III. E' infallibile, arrogante, spiritoso e divertente. E' in grado di mettere nel sacco tutti tranne la ragazza per cui è invaghito e che fa un mestiere quasi opposto/concorrente al suo, lei si fa aiutare da lui e all'ultimo cerca di fregarlo, è la sua femme fatale desiderabile e astuta che lo strega a modo suo e lo utilizza.
A voler esagerare, dati i toni esoterici della trama, mi viene da pensare ad un episodio specifico di Lupin (giacca verde, quindi miyazakiano) in cui smaschera uno che si fingeva dotato di poteri.

Berlusconi, Obama e Chuck Norris

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A pochi giorni dall'incidente che ha coinvolto Silvio Berlusconi nei pressi del Duomo di Milano si è molto parlato delle implicazioni che la rete avrebbe nel fomentare odio o correnti di pensiero che incitano alla violenza e poco al ruolo che il video dell'accaduto ha avuto in rete. Cioè si è parlato molto poco della sua diffusione, del suo successo e della sua capacità di diventare parte della discussione in rete.
Mentre le fotografie del premier ferito sono diventate meme, cioè sono state rielaborate diverse volte entrando in altri contenuti per essere decontestualizzate e fatte proprie dagli utenti all'interno di un meccanismo di slittamento dei significati attribuiti a quell'immagine fissa, il video di Berlusconi colpito e ferito ancora no.

16.12.09

Piovono Polpette (Cloudy With A Chance Of Meatballs, 2009)
di Phil Lord e Chris Miller

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POSTATO SU
Doveva essere la sorpresa di Natale e lo è, Piovono Polpette nonostante sia scritto da alcuni degli autori di Extreme Movie e nonostante sia diretto da chi già aveva firmato il terzo Shrek, lo stesso è un film dall'imprevedibile demenzialità, dalle pretese moderate (e quindi raggiunte) e soprattutto dal divertimento a più livelli.
Merito probabilmente del libro illustrato da cui è tratto, uno di quei rari casi di letteratura per l'infanzia che è meglio della letteratura per l'età adulta, in cui i due livelli dell'intreccio raccontato e dei significati veicolati sono curati alla stessa maniera e in cui si cerca anche una dimensione estetica di quel che si narra.

Se la storia è quella canonica del far emergere la propria speciale personalità nel caos del conformismo il modo in cui tutto questo è raccontato non cavalca nessun percorso già battuto, si prende beffe di molti stereotipi, canzonandoli e usandoli a scopi comici e non prende sul serio nemmeno il proprio protagonista.
C'è anche una storiella d'amore in Piovono Polpette, come si conviene, ma sembra che anche questa presenza forzata sia occasione per ridere delle convenzioni dello storytelling e rivoltarle mostrandone il lato ridicolo. Il ridicolo dell'esaltazione da cibo e da nuove possibilità economiche che svelano il grottesco.
Sembra uno Shrek epurato dei riferimenti pop e spinto sul versante del dissacrante senza voler a tutti costi conquistare lo spettatore nella maniera più facile questo film della Sony Pictures (che già aveva fatto buona impressione con Surf's Up) che fa ridere, e molto, con ritmo trovate originali e voglia di rivedere l'ovvio.

Ognuno ci leggerà quello che vorrà in questa storia di un inventore che riesce a far piovere cibo ma perde il controllo della sua invenzione causando delle tempeste di alimenti giganti e deve andare al centro della sua invenzione per riuscire a fermare tutto e salvare il mondo, ma sembra difficile non considerare una simile orgia di cibo che per lo più è junk food da un paese come l'America qualcosa di diverso da una riflessione sul loro squinternato sistema alimentare.
Non piovono di certo sedani e carote nel film nè le conseguenze di una tale abbondanza sono prive di attrattiva per lo spettatore (specie se il film è visto ad ora di cena) o di problemi per chi le mangia senza senno, tuttavia mai in nessun momento la morale è esplicita, raccontata o espressa ad alta voce, se valutazione c'è è solo nel modo in cui i singoli personaggi (anche quelli minori) si relazionano a questo cibo a volontà.

15.12.09

Io e Marilyn (2009)
di Leonardo Pieraccioni

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Non ha la precisa cadenza annuale del film di Natale delaurentiisiano ma poco ci manca, anche il canonico film di Pieraccioni per tutta la famiglia è una ritualità socioeconomica del nostro paese che ha davvero poco a che vedere con il cinema se non il fatto di essere ospitata nelle sale (molte sale).
Così anche quest’anno a partire da venerdì prossimo cediamo l’uso di gran parte degli esercizi cinematografici alla Filmauro per Natale a Beverly Hills e a Medusa per Io e Marilyn lungo quasi tutto il periodo natalizio in cambio di un gettito economico tale da giustificare la temporanea privazione e ricominciare a battagliare per la prossima stagione.

L'unica cosa da notare è lo straordinario momento (involontariamente) metacinematografico che vede il protagonista visitare l’Italia in miniatura. Lì fra i modelli in scala delle bellezze italiane, in quelle inquadrature nelle quali sembra starci tutto il paese riunito ai piedi del gigantesco Pieraccioni si scorge un’Italia piccina come quella rappresentata nel film, simile a quella reale ma privata di tutto il vero fascino dalla riduzione effettuata.

14.12.09

L'Ultra HD e il mito della qualità

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Se pensavate che l'alta definizione fosse abbastanza per i vostri occhi e che le rughe sul volto di Bruce Willis in Die Hard 4 siano già abbastanza evidenti così rassegnatevi al prossimo arrivo dell'UltraHD, nuovo standard nel campo della qualità video per le televisioni dotato di una risoluzione 16 volte superiore a quella del Blu Ray e disponibile sia nel formato 7680x4320 che in quello 3840x2160. Stiamo parlando di quella che nel mondo del cinema digitale viene definita qualità a 4k (o ancora di più a 8k), per intenderci qualsiasi cinema dotato di proiettore digitale in Italia oggi ha una risoluzione di 2k ed è un ottimo risultato! Negli Stati Uniti solo pochissime sale sono attrezzate con proiettori 4k anche perchè quasi nessuno gira film in quella risoluzione e la digitalizzazione di una pellicola fatta in qualità 2k è più che sufficiente.

Le cifre parlano di uno standard ad oggi impraticabile ma probabilmente destinato ad entrare nella nostra vita mediatica di qui ad una decina d'anni, che ne sentiamo il bisogno o meno. Eppure la recente congiuntura economica negativa ha dato prova di quanto la gente sia poco affezionata a livelli di qualità eccelsi e come si accontenti invece di una qualità buona, ne è prova l'emergere di prodotti scarsi dal punto di vista della risoluzione ma interessanti per quello che mettono in mostra come il materiale presente su YouTube e, se non bastasse, a fronte di film sempre più perfetti qualitativamente e canali televisivi che mandano in onda serie tv e show in HD il download illegale che appiattisce tutto alla minor qualità possibile gode di grandissimo successo. Quanto c'è di vero quindi nel mito fatto proprio dai reparti marketing secondo il quale il consumatore ricerca sempre maggiore qualità?

Jennifer's Body (id., 2009)
di Karyn Kusama

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POSTATO SU
Chi ha deciso che a dirigere Jennifer's Body ci sarebbe stata Karyn Kusama? Perchè rovinare in questo modo una sceneggiatura che aveva ben più di un elemento di interesse dandola in mano alla regista di Aeon Flux?

Non sono un fan a tutti i costi di Diablo Cody eppure di Jennifer's Body trovo apprezzabile non solo l'idea di fondo ("l'inferno è una teen ager") con tutto il parallelo tra la vita scolastica rigidamente regolata dalle regole dell'attrazione e le pene infernali ma anche lo svolgimento di una trama che si arrischia in terreni non semplici mirando non solo a contrapporre fiche e sfigate ma cercano di stabilire una relazione tra chi detiene il potere e chi si trova ad inseguire che non è scontata.
Ambientato in una cittadina di provincia Jennifer's Body sembra anche una curiosa presa di coscienza su quel mondo (spesso edulcorato) e sullo squallore dei meccanismi di popolarità ai margini dell'impero. Non solo ritrae la bella del paese per la squallida provinciale che è ma fa un discorso più complesso sulla vita ai margini.

Non ci vuole molto a capire per chi parteggi la sceneggiatrice, eppure il ritratto impietoso di Jennifer non è mai semplice attacco o anche semplice dualità (cattiva e bella ma bisognosa di affetto) e nessun personaggio è privo di contraddizioni interne, tutti hanno un loro cinismo da high school e chi ne è immune è solo buonista. Nulla di eccessivamente nuovo ma mescolato con intelligenza e proposto senza sbatterlo in faccia.
Purtroppo trovare i guizzi di Diablo Cody è un'impresa che sta tutta sulle spalle dello spettatore, non aiutato da un film che non riesce a dare i tempi corretti e gli accenti giusti su una sceneggiatura che gli è sempre un passo avanti.
Le uniche cose che possono passare dalla visione del film sono la facile metafore mangiatrice di uomini/vampira e l'attrazione/repulsione verso la migliore amica sfigata, suo doppio e improbabile simbolo di un'innocenza perduta. In pratica le cose peggiori.

11.12.09

Vetala

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È possibile andare oltre la stanza da letto e il soggiorno o al massimo oltre il vialetto della propria abitazione per girare una serie per la rete? È possibile con budget esigui raccontare storie tra il fantascientifico e l'horror senza dover rinunciare ad un livello accettabile di qualità? A sorpresa la risposta a queste domande non la dà la prolifica produzione statunitense in materia (e nemmeno quella italiana se per un incredibile caso del destino vi sia passato per la mente) ma quella canadese, che negli ultimi mesi si è rivelata foriera di produzioni per la rete indipendenti ma dal sapore professionale, che ad una realizzazione di livello abbinano una stimabile audacia nella scelta delle storie.

"Questi contadini finti passano più tempo a coltivare di quanto facciano quelli veri"

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Se non avete mai sentito parlare o non avete mai giocato a Farmville significa o che non avete un account Facebook o che rientrate in quel 50% di utenti attivi del social network che non hanno scaricato l'applicazione. In qualunque altro caso di sicuro ci avete giocato. Sono infatti 150 i milioni di utenti che utilizzano quotidianamente Facebook e ormai quasi 70 i milioni di giocatori di Farmville, videogame sociale disponibile solo sul social network di Zuckerberg e nuova grande macchina da soldi verso la quale puntare il dito.

Qualcuno ha visto Avatar

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Noi saremo tra gli ultimi a vederlo ma intanto sembra essere un dato di fatto che il film è ottimo ma imperfetto.
Cameron reportedly wrote the story, if not the full script, for "Avatar" at least 15 years ago but decided he had to wait until visual effects capabilities advanced sufficiently to credibly render his imagined world and its inhabitants. On this fundamental level, the picture is a triumph; it's all of a piece, in no way looking like a vague mish-mash of live-action, CGI backdrops, animation, performance capture and post-production effects.
[...]
Thematically, the film also plays too simplistically into stereotypical evil-white-empire/virtuous-native cliches, especially since the invaders are presumably on an environmental rescue mission on behalf of the entire world, not just the U.S. Script is rooted very much in a contemporary eco-green mindset, which makes its positions and the sympathies it encourages entirely predictable and unchallenging.

Variety

Avatar is unequivocally, completely, 100% the film that has been percolating in James Cameron’s head for the last fourteen years. It is not, in all probability, the film that you had in yours when you first heard that the man who directed Aliens and The Terminator was returning to sci-fi with a movie so ambitious that he had to build the technology to make it happen. If you can let go of your version and embrace Cameron’s – if you’re not, in other words, one of those splenetic internet fanboy types who’ve apparently made their minds up about Avatar before seeing it – then Avatar is a hugely rewarding experience: rich, soulful and exciting in the way that only comes from seeing a master artist at work.

Let’s address the Big Question first: to use the key phrase so often used in connection with the movie, is it a game-changer? Yes, and no would be the cop-out answer, but it’s also the truth. Avatar employs technology necessary to render its largely computer-generated, 3D world that will give directors, including but not limited to Cameron, one heck of a sandbox to play in over the next few years. That’s how the game has changed off screen.

On it, it may not be a game-changer, but no director to date has built a world of this scale, ambition and complexity before, and Avatar – much as the arrival of Raymond van Barneveld forced Phil ‘The Power’ Taylor to up his game – will have rival directors scrambling to keep up with Cameron. Avatar is an astonishing feast for the eyes and ears, with shots and sequences that boggle the mind, from the epic – a floating mountain range in the sky, waterfalls cascading into nothingness – to the tiny details, such as a paraplegic sinking his new, blue and fully operational toes into the sand. The level of immersive detail here is simply amazing.
[...]
The Na’vi, each of whom has clearly distinct features (no small feat for a clan of some several hundred creatures) may not always seem photo-real, but they do seem – and this is crucial – alive and extremely expressive, helped by the fact that the dead-eye problem, which has plagued mo-cap movies since their inception, has been well and truly solved.
[...]
Mind you, despite all the advances and groundwork laid, we might be not quite ready to see two CG characters effectively dry-hump each other. That’s just wrong…
[...]
At times – and this is perhaps Avatar’s biggest flaw, even beyond that bloody awful Leona Lewis song which mars the end credits – this manifests itself in New Age-y, hippy-dippy language and images that suggest that Cameron is one mung bean away from dropping out, man, and going all Swampy on our asses.
[...]
But it’s hard to imagine even the most jaded and cynical having any issues with the last forty minutes, in which Cameron uncorks the action and shows all the young pretenders – the Bays and the Emmerichs and the Von Triers – how it’s done. The human attack on Pandora and the subsequent fightback, led by Avatar-Jake, is a largely sustained setpiece of quite staggering scale, imagination and emotion that manages to compress both the truly epic – a human attack on a Na’vi landmark that recalls 9/11 in its devastating imagery – and the thrillingly intimate, as Jake finally faces off against the excellent Stephen Lang’s Quaritch, a scenery-chewing bad guy so badass that he can breathe the Pandoran air without a mask.

Empire

The film does not make you feel sick and it is not a disaster. All journalists watching the movie in Fox's Soho headquarters had to sign a form agreeing not to publish a review or even express a professional opinion online or in print before Monday. So by saying Avatar was really much, much better than expected, that it looked amazing and that the story was gripping – if cheesy in many places – the Guardian is in technical breach of the agreement. It is not a breach, however, to report that other journalists leaving the screening were also positive: the terrible film that some had been anticipating had not materialised. It was good.
The Guardian
Per chi vuole continuare a seguire (in attesa del New York times) ovviamente sta tutto qua.

10.12.09

Per la prima volta

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Uscirà anche in copie digitali ‘Io e Marilyn’ di Leonardo Pieraccioni, distribuito da Medusa Film dal 18 dicembre. Il direttore della distribuzione Paolo Pozzi ci spiega i motivi di questa decisione: «In genere escono in digitale solo i film in 3D: per ‘Io e Marilyn’ , invece, il fatto di realizzare – grazie a Cinecittà Digital Factory - le copie in digitale 2k da parte di Medusa è legato alla volontà di avviare il nuovo sistema basato sul recente accordo tra esercenti e distributori basato sul virtual print fee, e favorirne così l’operatività. Anche Pieraccioni è felice di questa iniziativa».
Medusa porterà il film sul mercato in 600/650 copie, ed è ancora presto per capire quante di queste saranno in digitale: «Dipenderà dalle richieste dell’esercizio – afferma ancora Pozzi - ma il numero è di importanza relativa; chi vorrà usufruire di questa possibilità potrà richiedere la copia digitale e noi pagheremo ovviamente il vpf stabilito associativamente; chi ha accordi di diverso tipo o aderisce a quelle condizioni o avrà la copia analogica. Lo scopo di questa nostra scelta non è un vantaggio economico, ma dare un segnale importante per il futuro aiutando l’introduzione del digitale».
comunicato agenzia duesse
Voi direte "E chissenefrega" e invece fornire la scelta è un passo importantissimo.

La Principessa e Il Ranocchio (Princess And The Frog, 2009)
di Ron Clements e John Musker

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POSTATO SU
Tentare di paragonare questo film ai vecchi Disney sarebbe ingiusto e sbagliato, come si può fare un paragone tra qualcosa di moderno e un pezzo di infanzia? La principessa e il ranocchio semmai si può paragonare alle opere degli anni '90 e rispetto ad esse, alle migliori tra quelle come Aladdin, La Sirenetta, La Bella e La Bestia o Il Re Leone, regge il confronto.

Se manca del tutto il carisma dei personaggi (specie al cattivo che storicamente deve essere il più interessante), manca una visione univoca (è un road movie ma non si punta su quello, è un film musicale come Gli Aristogatti o Il Libro della Giungla ma nemmeno quello è un elemento su cui puntare) e manca l'ironia raffinata di certe opere il nuovo Disney di sicuro ha un gran ritmo e una godibilità immediata forte. Diverte, non impegna e rassicura pescando dal calderone di morali che la Disney fa ruotare nelle sue opere (stavolta tocca a "i soldi non fanno la felicità, almeno se non si accompagnano all'amore").

La cosa più importante che La principessa e il ranocchio ci dice però è che la Pixar vuole stare per conto proprio e la Disney fa e farà cose diverse che non prende minimamente in considerazione il pubblico adulto. E anche a livello tecnico il film manca di tutte quelle contaminazioni con la CG che avevano regnato negli anni '90, nè ha il design grafico o le velleità di somigliare al cinema dal vero che si respiravano ad un certo punto. Siamo più dalle parti della pastosità dei cartoni anni '50. Scelta ragionevole che giova alla pellicola.

Le uniche differenze rispetto al passato sono per appassionati e cultori della materia, non certo per il target prediletto del film. C'è un modo di concepire la "narrazione" internamente alla trama come unico vero veicolo di conoscenza e verità che è una costante pixariana (tutti i personaggi imparano quello che sanno leggendo o sentendo racconti) come anche il tema di dover tornare in un certo luogo, nonchè un modo di giocare con le consuetudini favolistiche (continuamente nel film c'è il wish upon a star, cioè l'esprimere un desiderio guardando una stella) lontano dalle parodie della CG e vicino al divertimento narrativo. Nel primo caso si mettono in mostra gli stereotipi per canzonarli, nel secondo li si utilizza fingendo di metterli in discussione solo per ribadirli una volta di più. Come fanno le favole vere.

6.12.09

Una Donna Sulla Luna (Frau im Mond, 1929)
di Fritz Lang

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Fresco del successo di Metropolis Lang tenta ancora di stupire tutti con un film di fantascienza in cui infondere temi sociali, ma se le scene impressionanti e già all'epoca costosissime di Metropolis risentivano dell'espressionismo ormai al termine della sua parabola cinematografica e rappresentavano idee di design e di messa in scena creativa in grado di rendere la visione del futuro non solo velleità previsiva ma vera trasposizione iconica di temi attuali, Una donna sulla Luna è invece all'altro estremo stilistico.
Se esistesse una differenza vera tra il nerd e il geek si potrebbe dire che solo il primo può associare questo lavoro freddo e calcolatore a quell'altro ardito e sognante.

Una donna sulla Luna sembra più un'opera di previsione del futuro a tavolino (fallita) e di costruzione di un racconto in cui le condizioni contano più dell'elemento umano. Privo non solo dei temi tipicci dell'espressionismo (per i motivi sopraelencati) ma anche dei temi tipici del cinema langhiano, questo film non si fa notare nemmeno per soluzioni visive particolarmente fulminanti, se non forse la sequenza della partenza del razzo e della schiacciante pressione atmosferica.
Ad un parima parte lunga, poco utile e molto verbosa Lang ne fa corrispondere una seconda più d'azione e di mistero con il vero proprio viaggio e arrivo sul satellite terrestre. Ma in un film di quasi quattro ore una prima metà inutilmente verbosa pesa come un macigno e se in quel momento storico poteva essere importante dilungarsi sull'avida meschinità di una parte del potere politico che cerca di piegare la scienza al proprio tornaconto oggi non lo è decisamente.

A salvare, parzialmente, il tutto arriva la conclusione che dà un senso al titolo e al film, mettendo al centro di un lungo racconto dominato da figure maschili la scelta di una donna e la sua volontà sentimentale che in precedenza sembrava accantonata. Come già in Metropolis la dualità che anima la pellicola (in questo caso tra amore e ragione, incarnata dai due personaggi positivi che anelano la medesima ragazza) trova la necessaria mediazione nella donna, forse non in grado di sgominare il nemico ma sicuramente in grado di dare un senso all'esistenza.

Citazione a parte per gli esilaranti errori previsionali. Dopo aver fatto tanto bene con Metropolis qui Lang sbaglia quasi tutto. Se azzecca l'idea di un razzo spaziale a moduli di cui una parte si stacca quasi subito e altre via via, sbaglia la partenza da farsi per forza da dentro una vasca d'acqua, sbaglia il design interno (con moltissime maniglie per reggersi simili a quelle dell'autobus) e il look (si parte con dei golfoni come se il problema fosse il venticello freddo), azzecca l'assenza di gravità ma sbaglia a pensare che la si possa sconfiggere. Infine sbaglia la cosa più importante: sulla Luna di Lang c'è ossigeno e si respira normalmente!

Cellulite e celluloide

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si comincia con l'annuale parte sui cinepanettoni in arrivo e i film di Natale più in generale e poi subito A Serious Man, il capolavoro, e poi Il mio amico Eric, altra bomba.
Per quanto riguarda questa settimana ci si sofferma su 500 giorni insieme, Dorian Gray, Planet 51 e Meno male che ci sei, non prima di aver risposto alla terribile domanda: "Dimmi un film che ha una storia mai sentita prima"

LA PUNTATA DEL 27/11/09

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha deciso in proprio di registrare, tagliare e mettere online i file.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche e sottoscrivere i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Top Score Del Mese: La Tempesta Perfetta
a cura di Compatto

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Il film del 2000 La Tempesta Perfetta è diretto da Wolfgang Petersen e narra le vicende dell’Andrea Gail, una nave peschereccio che durante una sessione di pesca si imbatte in un miscuglio di tempeste e uragani che creano appunto La Tempesta Perfetta.
Tra un George Clooney puzzolente di pesce (che ricordiamo però essere sempre bono, secondo le femmine) e un Mark Wahlberg anche lui un po’ puzzone ma meno convinto c’è tempo per ammirare qualche bell’onda al computer il che rende tutto molto godibile.

Il film narra tre storie: la prima è quella del peschereccio sfortunato, la seconda è quella dei familiari ansiosi che aspettano notizie dal giornale e la terza è quella dei soccorritori, ma io dico c’hai una ragazza come Diane Lane, ma stattene a casa, ma la verità è che qualcuno deve pur portare la pagnotta a casa, sarà questo il significato del film? Mark Wahlberg affronta le onde più anomale per portare a casa i soldi? Non credo proprio.
Forse il significato è: mai fidarsi di George Clooney anche se è un bono…..non credo sia neanche questo. Passiamo allo score.

Composto e diretto da James Horner lo score della Tempesta Perfetta è molto godibile e anche molto bello, soprattutto la melodia scelta per i soccorritori è decisamente bella e l’uso dell’azione drammatica che distingue Horner dagli altri compositori non è mai stata utile come in questo film.
Una bella boccata d’aria per Horner che non stava passando un buon momento, infatti in quei tempi e forse anche un po’ ora era solito ripetersi troppo con le sue melodie, la partitura scritta per il film Bicentennial Man aveva dei pezzi quasi identici nota per nota a Braveheart e si sa che se un compositore vuole avere vita lunga deve solo che essere originale.

Pure gli score di Apocalypto e The New World non sono stati bene accetti dalla critica perché troppo simili a dei suoi lavori passati, per non parlare dello score per Troy, che a quanto dice Horner stesso ha composto in soli 5 giorni e infatti se sente, eccome se si sente.
Ma non è giusto attaccare un grande compositore solo per qualche score scopiazzato qua e là, ricordiamoci che è stato capace di vincere un Oscar con Titanic, ha creato lo score di Commando, insomma non si parla di un principiante, ma di un compositore che sta vivendo un momento no.
Ma nonostante tutto aspetto con ansia lo score di Avatar.

IL DOWNLOAD

4.12.09

Dieci Inverni (2009)
di Valerio Mieli

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POSTATO SU
Si invecchia già tra i 19 e i 29 anni e Dieci Inverni di questo parla, del trovarsi a fare il primo dei molti bilanci di una vita. Si tratta di un lavoro molto acerbo, diretto dall'esordiente Valerio Mieli, prodotto dal Centro sperimentale di cinematografia da cui è appena uscito, appoggiato dallo stato e coprodotto da fondi russi. Ci sono diverse competenze alle prime armi ma per fortuna c'è anche Federica Pontremoli, sceneggiatrice che nelle ultime due stagioni si è rivelata deus ex machina del cinema più sinceramente sentimentale che abbiamo prodotto.

La storia è sempre la stessa, boy meets girl, ma narrata con qualche semplicismo da cinema giovanilista e con un espediente narrativo che aiuta i realizzatori a non battere le solite strade. Silvestro e Camilla (già che io mi ricordi i nomi dei protagonisti senza andare a controllare è un trionfo per la sceneggiatura!) si conoscono casualmente nel 1999, quando hanno circa 19 anni e si trasferiscono dalle parti di Venezia per studiare, da lì comincia il racconto dei dieci anni successivi fatto saltando di inverno in inverno. Un mese del 2000, un altro del 2001 e via dicendo, dieci "quadri" come dice il regista nella cartella stampa (forse pensando ai quadri godardiani di Questa è la mia vita...) che con qualche sapiente forzatura al realismo vedono i due reincontrarsi e mancare un'altra volta l'appuntamento con il possibile amore.

La fotografia di Marco Onorato ricorda quella (mostruosa) di Il piacere e l'amore per come utilizza gli elementi atmosferici come parte dell'empatia del racconto (e lo si vede già dalla locandina), mentre il ricorso ad una precisione maniacale nel ricostruire le mode, gli abiti e gli usi dei diversi anni dà al tutto una patina di altrimenti impossibile realismo.
Ma sono loro due, Silvestro e Camilla (interpretati con calzante realismo da Michele Riondino e Isabella Ragonese due tra i tre migliori attori del panorama giovane), ad essere due veri personaggi di finzione in grado di essere eccezionali pedine melodrammatiche di un racconto di passioni coinvolgente proprio in virtù delle sue coincidenze folli.

Il continuo ritrovarsi anno dopo anno dei due è quasi sempre casuale e quasi sempre significativo, le loro vite procedono ma il rapporto tra i due sembra sempre fermo. Valerio Mieli sottolinea questo con un uso espressivo di oggetti, vestiti e luoghi per ancorare in ogni momento la storia a qualcosa e creare un passato che, arrivati a fine film nel 2009, sembra essere tale anche per lo spettatore.