26.2.10

Alice Nel Paese Delle Meraviglie 3D (Alice In Wonderland 3D, 2010)
di Tim Burton

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La partenza di Alice Nel Paese Delle Meraviglie è fulminante. Si tratta di uno dei momenti di miglior burtonismo che abbiamo mai visto. Alice, che ci viene mostrata avere da sempre sogni eccessivamente ricorrenti sui temi del paese delle Meraviglie, è ora una 18enne distratta e vagamente ribelle che, ad un grosso ricevimento, sta per ricevere una richiesta di fidanzamento da un ragazzo fastidioso, banale ma ottimo partito. Non sa cosa fare e il tempo stringe, tutti vogliono che si sposi ma lei non è convinta, non si sente pronta e non si inserisce in quel mondo di regole.

Tutto il contrasto tra il mondo pulito, colorato, roseo e idilliaco che come sempre in Burton nasconde le peggiori ipocrisie, costrizioni e sofferenze (oltre a tarpare la fantasia e la felicità individuale a favore della conformazione) sono mostrate ma tenute correttamente a freno perchè il cuore è l'ossessione di Alice che si crede ormai seriamente pazza, visto che sono anni che fa il medesimo sogno e visto che intorno a sè non trova nessuno come lei.
E proprio al ricevimento all'aperto comincia a vedere i cespugli muoversi, agitati da quello che senza vederlo già sa essere il coniglio bianco in doppiopetto dei suoi sogni.
All'avvicinarsi del momento della proposta di matrimonio da parte dell'orrido buon partito l'incertezza di Alice cresce, sente aumentare il suono del ticchettio di un orologio e proprio quando davanti a tutti (che si aspettano e fanno pressione per un matrimonio) le viene fatta la proposta da un cespuglio in fondo compare il Bianconiglio che indica l'orologio ticchettante, è tardi. Alice scappa lo segue nella tana e comincia il viaggio.

Mi sono dilungato su questa prima breve parte (circa i primi 15 minuti di film) perchè è la parte migliore di un film che è una lenta ma inesorabile picchiata verso il basso. Nonostante ogni tanto ci siano dei momenti alti, compensati da altrettanti momenti inguardabili (la danza di Johnny Depp è degna di Alvin Superstar e il 3D posticcio non vale il sovrapprezzo), è l'impianto generale di questo Alice nel paese delle meraviglie 3D a deludere.

Delude i fan dei racconti Carrol (la trama mischia elementi di Le avventure di Alice Nel Paese Delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice trovò) perchè siamo di fronte ad un racconto canonico, con uno svolgimento lineare in cui Alice addirittura ha una missione e un destino già scritti a cui ottemperare, cioè il massimo dell'ordine contrapposto al massimo del caos che era il testo originale.

Delude i fan del cartone animato disneyano nel quale Alice inseguendo il coniglio si perdeva e solo perdendosi trovava qualcosa in un mondo privo di senso. In più la bambina era sottoposta ad una serie di mutazioni che enfatizzavano il testo originale deformandolo attraverso una lente psichedelica che rendeva il suo viaggio una vera odissea allucinogena fatta di funghi, fumo e corpi che ingrandiscono e rimpiccioliscono. Tutto senza un ordine o un motivo preciso ma con un profondo senso del racconto e della metafora.

E delude anche i fan di Tim Burton abituati a racconti gotici ed empatici, in cui la solitudine di personaggi fuori dal comune trova nei luoghi più oscuri un porto franco. Qui invece, anche volendo considerare il film un'opera staccata dai testi di riferimento, Alice è un'eroina che sebbene sostenga che "i matti sono le persone migliori" poi lotta contro un nemico per riportare lo status quo, si schiera tra le fila di un esercito e come in un film fantasy marcia con un'armatura contro un drago! Unica salvezza sembrano alcuni isolati acuti della Regina Rossa, figura più complessa di quel che si possa credere, forse davvero la protagonista burtoniana del film. Sorella maggiore, brutta e deforme incattivita da una vita all'ombra della sorella minore più adorabile e carina che incapace di ricevere amore cerca la dominazione. Lei è la vera outsider!

25.2.10

Crazy Heart (id., 2009)
di Scott Cooper

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Fare un paragone con il recente The Wrestler sarebbe oltre che ingiusto (troppo più alto l'esperimento, riuscito, di Aronofsky/Rourke) forse anche sbagliato perchè il racconto di seconda occasione di uno sconfitto dalla vita (uno che una volta era grande) non l'ha certo inventato il lottatore degli anni '80, ma affonda ben più indietro nella memoria statunitense. Eppure è anche innegabile quanto il country singer di Crazy Heart riproponga i medesimi temi, problematiche e crisi, ricalcando (fino ad un certo punto) la parabola che aveva dato successo a Rourke.

Se però The Wrestler era un prodotto da festival, animato da sottotesti crudi e senza pietà, questo è un prodotto da Oscar, animato da pochi sottotesti, molta musica, molti buoni sentimenti e l'eterna ideologia dell'America dei grandi spazi e dei suoi cantori.
Conscio di tutti i propri limiti Crazy Heart fa quello che si fa in questi casi: scrive bene, musica pure meglio, sceglie un ottimo attore a cui dare in mano un po' tutto e fa un racconto che scalda il cuore e insegna qualcosa. E lo fa bene.

Se gli si deve davvero trovare un difetto è forse endemico al cinema americano che è sempre stato un cinema più di spazi che di volti, cosa che si rivela controproducente proprio in un film come questo nel quale, pur avendo un Jeff Bridges credibile e perfetto nella parte dello sfasciato di prima categoria, poi non gli mette accanto un cast altrettanto credibile, a partire da Maggie Gyllenhaal, brava ma dotata di un volto hollywoodiano e non da rovinata di Santa Fe come dovrebbe essere.
Accade dunque che la parabola da America profonda ancora una volta ha paesaggi straordinari, vasti, funzionali e americani ma anche molti volti puliti e rilassati da infinite sessioni di massaggi a Los Angeles e non facce belle ma volgari della provincia.

Ad ogni modo la statura dell'opera è indubbia. Se anche noi qui in Italia, senza capire le parole delle canzoni cantate (importantissime), senza avere il country nella nostra cultura e vedendo il film doppiato (quindi senza il lavoro sulle inflessioni dialettali) riusciamo ad essere mossi dalla parabola di Bad Blake che, caduto, cerca di rialzarsi tutto da solo, allora il film funziona veramente. Cioè è meglio di quello che vi sembra di poter capire dalle foto.

23.2.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Cominciamo con il punto sugli incassi e poi subito L'Uomo Fiammifero, film italiano indipendente dalla difficile distribuzione, e poi il mio disprezzo per Il figlio più piccolo. Si passa al deludente (sotto tutti i punti di vista) Wolfman e l'ancor più avventato Promettilo!. Si commenta il fatto che non hanno fatto vedere Il richiamo della foresta 3D alla stampa, si anticipa Invictus e si commenta il disaccordo con il resto della critica su La bocca del lupo.

LA PUNTATA DEL 19/02/10

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha dato via al tutto.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Genitori & Figli (2010)
di Giovanni Veronesi

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La manualistica sembra la vocazione di Veronesi. Dopo i Manuale d'Amore arriva questo nuovo campionario di Genitori e Figli che, sebbene non rechi il sottotitolo "Istruzioni per l'uso" (come invece viene definito il tema delle storie all'interno del film), ha comunque la medesima missione.
La formula vincente (al boxoffice) di Veronesi infatti non sta tanto nell'idea di dare delle linee guida o di insegnare qualcosa sui rapporti, quanto sul mostrare un campionario di supposta umanità, cioè nel pretendere (attraverso elementi paratestuali come i titoli o la cartellonistica) di illustrare la situazione italiana su un dato tema. E dopo l'amore (parola vincente più di tutte al botteghino) tocca alla famiglia.

I nuclei sono sostanzialmente due, da una parte Michele Placido e Margherita Buy alle prese con un figlio che non rispecchia il loro universo di riferimento (loro intellettuali, lui appassionato di musica, danza e Grande Fratello), dall'altra con un po' più di protagonismo Luciana Litizzetto e Silvio Orlando, genitori in costante litigio e poi separati che hanno a che fare con una figlia adolescente vogliosa di perdere la verginità e un figlio più piccolo, razzista e violento entrambi a modo proprio colmi di un forte disprezzo verso i genitori.

La visione del mondo proposta da Veronesi è quella in cui le colpe si tramandano di generazione in generazione, in cui il malessere e le cattive azioni dei figli sono da imputare alla cattiva aria che si respira a casa e la situazione sentimentalmente insicura dei genitori è da imputare ai nonni che conducevano una vita scapestrata e ugualmente destabilizzante. I nonni però, si sa è l'età, sono guardati con sguardo indulgente, poverini.

E' proprio questa ipocrisia che rispecchia quella della realtà quotidiana a suscitare il fastidio maggiore, la falsità di assolvere le categorie più benvolute (bambini e anziani) per affondare sui restanti restituendo un quadro per nulla obiettivo delle cose ma sentimentalmente ruffiano, che pretende di fare poesia inquadrando le foglie controluce con un dolly a salire e musica di sottofondo.
E' il forte senso di presa in giro molto poco raffinata, di truffa da mercatino all'aria aperta che impedisce di guardare con indulgenza un film che a tratti fa sorridere ma che rimane (come gran parte della produzione di Veronesi) spesso mal recitato e raccontato con eccessive lungaggini.
Se in Italians il momento più alto era costituito dalla scena in cui Castellitto fa rombare le Ferrari nel deserto (!!) qui si tratta di una nuotata a sfondo animalista che dovrebbe dimostrare tutto (il ribellismo giovanile a fin di bene, la presenza di ideali, la distanza dal mondo adulto, il possesso di un proprio universo simbolico di riferimento) e invece non mostra niente ma lo fa con musica trionfale di sottofondo.

22.2.10

Shutter Island (id., 2010)
di Martin Scorsese

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Quando il film inizia su una nave con Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo che a prua fumano sigarette sembra di vedere Ho camminato con uno zombie di Jacques Tourneur, non solo per ciò che accade ma per il tipo di sguardo sulla vicenda. L'aria che si respira è quel misto di perdizione brumosa e disperazione d'altri tempi che al cinema non si respira più se non nei film dei fratelli Coen. Invece Scorsese con un ambiente, dei costumi e un paio di espressioni degli attori in un pugno di minuti recupera tutto quel mondo e va anche oltre, lanciando delle suggestioni da Isola del dr. Moreau del dopoguerra.
Solo per questo attacco e per il conseguente senso di claustrofobica ossessione che è annunciato e implicitamente promesso dalle scene seguenti (i primi e teoricamente innocenti momenti sull'isola), Shutter Island non può essere liquidato come un qualsiasi altro film. Non è perchè sia di Scorsese o perchè si tratti di una produzione ricca di nomi interessanti (l'evoluzione della collaborazione con Robert Richardson e lo studio sugli effetti della luce tocca nuove vette), ma perchè lancia stimoli come nessun altro.

Questa premessa che suona come una excusatio non petita tuttavia contiene in sè anche un'altra valutazione, più negativa, su come poi il film si dipani. Nonostante infatti un approccio come al solito dinamico, inventivo e potente al genere (thriller psicologico con venature gotiche) Shutter Island più avanza più diventa banale e prevedibile, solo la ferma volontà dello spettatore di credere nella forza di Martin Scorsese può mantenere il dubbio su quel che stia succedendo, chiunque non abbia la medesima volontà di credere nel regista avrà capito tutto dopo poco.
Ma lungi da essere la prevedibilità il metro su cui godere un film è la banalità dell'esito a deludere. Che Scorsese giri un film dove non solo la storia va a parare dove vanno a parare tutte le altre ma che anche le idee che vi girano intorno alla fine traccino una morale nota è la vera delusione.

A parziale redenzione del regista va notato però come nell'ultimissima sequenza che segue la risoluzione dei molti misteri del film ci sia un fenomenale (quello si!) colpo di coda che riporta tutto ciò che è successo nell'universo personale del regista. Se non altro questo primo vero film di genere di Scorsese è una lettura personalissima e parziale di una storia altrui. Scorsese, come solo i migliori sanno fare, non fa un racconto ma mostra le cose che lo hanno colpito di quel racconto, vedere Shutter Island non è leggere il libro da cui è stato tratto ma sentire il regista che ci racconta come si è sentito leggendolo e perchè.

19.2.10

Promettilo! (Zavet!, 2008)
di Emir Kusturica

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Come capita a molti registi con il passare degli anni l’evoluzione del cinema di Kusturica è andata verso l’accumulo e l’esasperazione di quelli che sono sempre stati i suoi tratti fondamentali: la messa in scena caotica, la giustapposizione barocca di elementi grotteschi e drammatici per tirare fuori un senso nuovo e il racconto di storie che non temono di svincolarsi dal realismo per giocare con il favolismo e l’implausibilità.
Se già La vita è un miracolo si poneva sul crinale tra l’uso dei mezzi espressivi caratteristici del proprio cinema per raccontare qualcosa e l’uso di quei mezzi fine a se stesso, cioè per mettere in scena non una storia ma il proprio cinema in sè, Promettilo! fa un passo in avanti nella seconda direzione.

Più simile ad un cartone animato che ad un film, per l’elasticità con la quale dispone dei corpi dei propri attori e per le regole che sembrano reggere il suo universo, e rigidamente diviso in due filoni paralleli dal punto di vista della trama, Promettilo! racconta appunto di una promessa d’amore e dello sforzo dietro al suo mantenimento. Come spesso capita nel cinema di Kusturica c’è un protagonista giovane mediamente ingenuo che persegue un obiettivo di natura candidamente sessuale (in questo caso il ragazzo va in città per trovare tre cose: un’icona di San Nicola, un regalo per il nonno e una moglie), nel farlo entra a contatto con un’umanità tra il becero, il meschino e l’assurdo che tuttavia non è mai connotata secondo gli stereotipi di bene e male. Alla fine ovviamente troverà la donna pura, bella secondo i canoni classici e apparentemente lontana dal resto del mondo grottesco, brutto, sporco e cattivo.

In Promettilo! tuttavia c’è un compiacimento verso la dimensione più picaresca dello stile di Emir Kusturica che in molti punti sembra giocare contro l’interesse del film. Nonostante infatti l’evidente spostamento di mezzi e risorse, sia la storia del ragazzo puro di campagna che incontra lo spietato mondo cittadino sia l’altra linea di trama, cioè la lenta conclusione della storia d’amore campagnola del nonno con la maestrina, rimangono nel reame del kusturizate, senza farei quel salto in più che consente ai suoi film migliori (compreso Maradona di Kusturica, sorprendente proprio per questo) di raggiungere l’obiettivo finale: fare un racconto empatico che sia universale pur leggendo la realtà attraverso un filtro particolare.

Downsized

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In tempi di recessione economica l'America comincia a rappresentare se stessa in crisi e a riflettere sulle condizioni dei propri cittadini attraverso le forme di produzione culturale con il ritardo che è proprio di ogni mezzo di produzione. Se dunque il cinema mainstream è arrivato a sentire di dover affrontare di petto la crisi con Tra le nuvole (nei cinema italiani adesso ma presentato per la prima volta a settembre) e la serialità televisiva, che ha tempi anche più lunghi, non ha ancora elaborato nulla in proposito, il web con i suoi tempi ristretti, la sua lavorazione agile e il suo processo di approvazione delle idee ridotto all'osso già ci era arrivato a luglio. È infatti datata luglio 2009 la messa online del primo episodio di Downsized, webserie che si propone di raccontare brevi storie di esseri umani in tempi di crisi e che proprio nel primo episodio va vicinissima alle trovate di Tra le nuvole (o forse è viceversa).
L'abilità in questo caso sta ancora una volta nel non prendere di petto un argomento ma lasciarlo sullo sfondo per concentrarsi sul fattore umano che su quello sfondo o quel paesaggio si incastra, lasciando che le scelte che ogni personaggio deve fare siano pesantemente condizionate dalla congiuntura economica. Si configura così un'umanità downsized, termine che è sinonimo di licenziata ma anche ridimensionata, e riporta alle pulsioni e alle paure (e dunque alle reazioni) basilari dalla scomparsa delle certezze economiche. Reazioni che oscillano tra il ridicolo e il disperato come già mostrava Micheal Moore nel 1989 con il suo primo documentario Roger and Me, incentrato sulla chiusura di una fabbrica della General Motors nel sua cittadina natale.

16.2.10

La Bocca Del Lupo (2009)
di Pietro Marcello

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Vincitore dell'ultimo festival di Torino (il primo italiano in 27 anni), a metà tra documentario e finzione con la stimabile arroganza di chi non ha la minima intenzione di lasciar intuire dove stia la linea di demarcazione tra ciò che è vero e ciò che è inventato perchè non è lì il punto della questione e non è lì che deve andare l'attenzione, La Bocca Del Lupo racconta di un uomo e una donna (che in realtà è un uomo, cioè un trans) poveri in un contesto povero, due esseri umani derelitti i quali, conosciutisi in carcere si sono amati per più di 25 anni di un amore che ancora oggi li pervade.

Lui rude, violento e intimorente al solo sguardo ma "anche dotato di una dolcezza profonda" come sostiene lei che invece ha i tratti tipici della moglie di una certa età, un po' vittima del suo uomo, un po' dominatrice silenziosa. Entrambi sono raccontati da Marcello in primis abbinando l'audio delle cassette che si mandavano lui dal carcere, lei da fuori nel periodo in cui non sono potuti stare insieme con il video di Quarto, nei pressi di Genova, dove hanno trascorso gran parte della loro vita. Immagini di oggi, del degrado della periferia ma anche immagini di repertorio di quello che quel posto era.
Dopodichè nella parte finale i due sono davanti alla videocamera, incastrati nella loro angusta abitazione a confessarsi e raccontarsi.

Il modo in cui le loro parole fuori campo si snodano lungo immagini altre giustapposte dal regista, le vie lungo le quali il percorso video incrocia o si distanzia da quello audio, la volontà di cercare l'effetto straniante e il duplice livello di lettura ricordano sia per sforzo teorico che per realizzazione pratica quello che faceva Godard quando usava le immagini per arricchire il senso alle sue voci off pontificanti.
Non solo quindi c'è un'idea di cinema molto antica (e per tanti versi superata, nel senso di "non più praticata dal cinema") ma anche un modo di metterla di nuovo in scena che poco o nulla ha di nuovo da dire.

Con l'alibi di immagini altamente studiate e calibrate per cercare una dimensione estetica del reale, capace di infondere poesia in ciò che poesia non ha mai, la povertà, La Bocca Del Lupo sembra cercare sempre la giustificazione della cultura alta (anche il titolo fa riferimento ad un'opera letteraria) per una storia che più bassa non si può sia per scenario che per dinamiche (l'amore eterno che sboccia in prigione, l'uomo forte, il colpo di fulmine...). Ma lungi dal riuscire in un intento pasoliniano quello che sembra è che La Bocca Del Lupo voglia raccontare una storia vera dall'alto con uno sguardo intellettuale che non è mai partecipe ma sempre alla stessa distanza del divario culturale che separa chi mette in scena da chi è rappresentato.

Il sottile fascino del tarocco

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Interessante pezzo di Davide su Cineguru che fa un po' di chiarezza sul concetto di 3D tarocco che si affaccia negli ultimi tempi
Nel calderone dei “tarocchi”, almeno per certa approssimativa stampa italiana, è finito anche Alice in Wonderland, pur se l’articolo di Slate da cui tutto ha avuto origine non mette proprio sullo stesso piano i film che diventano improvvisamente 3D a 5 milioni di $ l’uno dopo il successo di Avatar e quelli che, pur avendo un diverso procedimento produttivo rispetto ad Avatar e ad altri film “ripresi con due telecamere”, nascono comunque concepiti in 3D anche se diventano tali in post-produzione
[...]
Detto questo, quindi, indubbiamente ci sono e ci saranno titoli che vengono convertiti in 3D solo al fine di salvare il salvabile, per dare cioè al pubblico, magari ancora confuso, un motivo per andare a vedere qualcosa che magari non avrebbe nemmeno preso in considerazione. Furbe operazioni di questo tipo sono state sicuramente Viaggio al centro della terra 3D e San Valentino di Sangue 3D, indipendentemente da qualsiasi giudizio sul loro 3D.

Poi ci sono titoli come Scontro di Titani e gli Harry Potter di cui sopra, ma si mormora anche di un doppio finale Twilight e di Transformers 3, che non sono nati in 3D, sono fortemente voluti in tale formato innanzitutto per non sfigurare al Box Office futuro, ma che potrebbero essere realizzati in 3D in modo eccellente, trattandosi tra l’altro di film in momenti ben diversi del loro processo di realizzazione e con intere sequenze realizzate in CGI.

Infine ci sono i film, come Alice in Wonderland nello specifico, in cui il 3D entra in un modo o nell’altro fin dall’ideazione del film, che poi ogni regista realizza con gli strumenti che ritiene più opportuni, in base alla propria sensibilità e alla proprie capacità.

Partire dal presupposto che i film non girati in stereoscopia sono 3D tarocchi mi sembra quindi un’affermazione quantomeno approssimativa. Cosa dovremmo dire allora dei film in animazione CGI, dove di sicuro non c’è niente di reale da “riprendere”, tantomeno in stereoscopia? Eppure sono proprio i film d’animazione che ci sono stati presentati in 3D per primi e avremmo presto più di un esempio, con Toy Story 1 e 2, di come un film possa rinascere nel nuovo formato, pur non essendo stato concepito per quello scopo, dato che sui film d’animazione e sulla possibilità di renderizzarli in stereoscopia bisognerebbe aprire tutta una lunga, apposita parentesi.
Per quanto mi riguarda mi sembra tarocco tutto il 3D in postproduzione e quindi anche quello dell'animazione. Le parti in CGI di Avatar ovviamente fanno testo a sè perchè, sebbene la realizzazione sia quella "tarocca", lo spostamento di soldi e mezzi è tale da non renderla paragonabile agli altri.
E' tarocco secondo me dunque anche il 3D Pixar o quello di Coraline perchè arbitrario e fasullo, tuttavia non ritengo il 3D tarocco necessariamente un male. La computer grafica ha tutto tarocco e in molti casi è un bene. La semplificazione, che nei momenti migliori diventa stilizzazione, spesso sa essere una sintesi della realtà migliore dell'analogica riproduzione di tutta la banda dell'esistente. Non voglio necessariamente vedere le cose come sono, voglio vedere qualcosa di coerente, un modo di mostrare il racconto che sappia aggiungere significato al racconto stesso.

15.2.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
La puntata comincia con la comparsata telefonica di Ilaria Ravarino da Berlino in fila per entrare alla proiezione di Metropolis.
Finiti gli screzi sul fatto che non sto al festival di Berlino si comincia con l'anteprima di Shutter Island, il nuovo film di Scorsese, poi continuando sullo stesso livello qualitativo si passa a Scusa ma ti voglio sposare e poi il noiosissimo Amabili Resti e il sorprendente Lourdes.
Siccome è finito l'embargo si parla anche di Wolfman e del nuovo film di Kusturica, infine si accenna a Gamer.

LA PUNTATA DEL 12/02/10

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha dato via al tutto.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Wolfman (id., 2010)
di Joe Johnston

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Che Wolfman non sarebbe stato un gran film gli appassionati avevano cominciato ad intuirlo dalle prime notizie sulle lungaggini produttive. Sembra che solo la tenacia di Benicio Del Toro abbia fatto arrivare il film nelle sale e ora che è possibile vederlo ci si chiede se tanta fatica sia valsa a qualcosa.
Nonostante infatti il consueto spostamento di mezzi, fondi e competenze Wolfman è un film che risente di molte scelte dubbie o eccessivamente difficili a partire proprio dal suo attore protagonista.

Nonostante un volto animalesco anche senza trucco Benicio Del Toro ha un corpo da antieroe, non tanto nel senso di antagonista, quanto in quello di uomo inadatto al ruolo del protagonista d'azione. Si percepisce un certo disagio nel vederlo vestire i panni del personaggio positivamente avventuroso come da tradizione hollywoodiana, anche perchè la trama si rifà smaccatamente all'originale del '41, e questo risulta in una molteplicità di momenti in cui il corpo tradizionalmente "sfasciato" di Del Toro appare fuori luogo.

Oltre a questo il film soffre di una forte mancanza di idee originali. La trama è sempre quella, le svolte paiono tutte altamente prevedibili e anche la messa in scena guarda eccessivamente a modelli illustri di gotico come Tim Burton (non solo le scenografie ma anche i movimenti rapidi attraverso i luoghi realizzati con la stessa tecnica digitale di Sweeney Todd o il momento romanticamente topico sugellato da un "Abbracciami" a cui mancano solo le mani di forbice).
Ma volendo anche sorvolare sui debiti o sui modelli cui si appoggia Joe Johnston, lo stesso non può non sfuggire come la sua idea di gotico e di suspense (le due componenti che dovrebbero reggere il film) sia poverissima. A questo punto tutto il resto (il conflitto paterno, l'amore impossibile...) perde di credibilità ed interesse riducendo il film ad un susseguirsi dei soliti colpi improvvisi enfatizzati dal sonoro e trucchi nemmeno troppo esaltanti (difficile in più momenti non pensare a Voglia di vincere).

Interessante comunque come il mito dell'uomo lupo moderno pur affondando in tempi antichi (l'originale del 1941 era ambientato nella contemporaneità) tralasci tutte quelle implicazioni religiose che erano il succo dei mostri classici. Non solo i vampiri hanno ormai perso qualsiasi connotato demoniaco a favore di una zombizzazione ma anche l'uomo lupo ora non è più un maledetto bensì un contagiato. Tutta la mostruosità sembra ridursi alla dinamica medica del contagio, malattie che si propagano e che sembrano avere spiegazioni scientifiche anche quando (come in questo caso) esse non vengono fornite.

14.2.10

Oltre Ogni Rischio (Cat Chaser, 1989)
di Abel Ferrara

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Nessuno è in grado di azzeccare tutti i film che dirige ma pochi sono in grado di passare da picchi sublimi a voragini immonde come fa Abel Ferrara. Regista inconstante, incapace di intendere e di volere, strafatto, incosciente e umorale per definizione. Alla fine gli si vuole bene, in molti gli vogliono bene, e gli si perdonano cose che a nessun altro si perdonerebbero.

Rientra nella categoria delle delusioni ferrariane anche Oltre ogni rischio, film girato prima dei grandi exploit ma dopo le chicche indipendenti come L'angelo della vendetta, opera che vorrebbe essere di genere, ricalcata sui modelli dei noir anni '40 con uno sfondo politico domenicano.
Si racconta di un ex militare ossessionato da incubi della guerra che torna là dove aveva combattuto per trovare una donna e questa, ora sposata ad un ex generale, che progetta di scappare con lui. Si inseriscono poi altri personaggi che vogliono sottrarre all'ex generale un certo quantitativo di denaro che sanno essere nella sua villa.

Il lavoro alimentare di Ferrara (non si spiega altrimenti la totale mancanza di qualsivoglia tratto del suo cinema) è stato ripudiato dallo stesso regista a causa, sostiene lui, di pesanti interventi dei produttori. Quello che si vede è uno strano ibrido tra la serialità televisiva (Ferrara aveva anche diretto alcuni episodi di Miami Vice), l'estetica dell'epoca, le musiche di Chick Corea (?!?) e alcuni topoi noir come la voce fuoricampo, tutto al servizio di una trama rose e fiori che calca la mano solo sulla retorica antidittatoriale e su qualche scena violenta.

12.2.10

La pirateria è in calo, lo dicono gli Oscar

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Controllare la vita (illegale) online dei film nominati agli Academy Awards è un curioso metodo di rilevazione ma si tratta comunque del più affidabile nonchè dell'unico possibile. La pirateria infatti è qualcosa di molto difficile da rilevare, studiare e sezionare. Solitamente ci si basa sui volumi di dati scambiati, ovvero quanto siano impegnate le reti e i protocolli. Un'impennata di traffico fatto su protocollo Torrent è abbastanza indicativo di un aumento dei dati scambiati che, lo sappiamo bene, sono in gran parte pirata. Avere uno spaccato però di cosa si pirati e come non è possibile a meno di avere un campione sempre uguale nel tempo da mettere a confronto, cosa resa difficile dall'imprevedibile circolazione pirata (le classifiche dei film o dei dischi più scambiati online non corrispondono quasi mai alle classifiche di quelli più venduti).

L'unico che riesce ogni anno a fornire un indicatore valido dello stato della pirateria cinematografica è Waxy e il suo consueto Pirating the Oscars. Si tratta di un report fatto ogni sui film nominati agli Academy Awards, un numero di pellicole che non solo sono indicative delle cose più desiderate ma subiscono anche un'impennata piratesca nei giorni tra l'ufficializzazione della nomination e la consegna dei premi.

11.2.10

Notizie che credete non vi interessino

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E invece vi interessano.
Filippo Roviglioni, Amministratore Delegato della 01 Distribution, è il nuovo Presidente della Sezione Distributori dell’ANICA. Lo ha eletto ieri l’Assemblea della Sezione, a scadenza del mandato di Michele Napoli.
“La lotta alla pirateria sempre più devastante e la sfida delle nuove tecnologie e delle nuove opportunità di fruizione dei film saranno i caposaldi di questa presidenza”, ha dichiarato Roviglioni all’indomani della sua elezione.“Insieme agli esercenti, i distributori hanno un ruolo essenziale nello sfruttamento economico del film, che devono affermare con convinzione e con spirito imprenditoriale innovativo anche e soprattutto in questa fase. Il successo del 3D, in particolare, ha dato vigore al box office e questo clima di maggior ottimismo sarà di buon auspicio per un confronto aperto e leale tra distributori ed esercenti, nel rispetto dei propri ruoli, per affrontare i necessari cambiamenti che il mercato stesso richiede.”
“Ringrazio –ha concluso il neopresidente dei Distributori - gli associati che mi hanno eletto e soprattutto il presidente uscente, Michele Napoli, per il prezioso lavoro svolto, soprattutto nella trattativa con gli esercenti per uno sviluppo armonico del 3D in Italia.”
Voi non lo sapete ma Roviglioni è anche il presidente della Federazione Antipirateria Audiovisuale (FAPAV) uno dei più arretrati difensore del vecchio status quo, quello delle stime approssimative, dei pedinamenti online degli utenti e dei biechi espedienti che stereotipizzano la pirateria impedendo di comprenderla.
Il fatto che sia diventato uno dei principali referenti per le discussioni con il mondo dei distributori cinematografici di fatto blocca qualsiasi velleità modernista in fatto di distribuzione e qualsiasi libertarismo di circolazione dei contenuti.
Così quando vi chiedete "ma perchè da noi non c'è un servizio legale per scaricare film fatto bene" vi potete anche dare una risposta da soli.

Scusa Ma Ti Voglio Sposare (2010)
di Federico Moccia

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La caratteristica più importante dell'ultimo film di Federico Moccia sembra essere il cambio di target. Il secondo capitolo della storia tra Alex e Nikki non è più rivolta alle ragazzine (target storicamente attribuito, non sempre a ragione, allo scrittore/regista) ma con un gesto di folle superbia va a prendere il pubblico del cinema di Gabriele Muccino, proprio quando è al cinema un suo film incorrendo in impensabili paragoni.
Scusa ma ti voglio sposare infatti non è più il classico romanzetto rosa adattato allo schermo e a Roma Nord cui siamo abituati ma un film in cui le storie del mondo di Alex (lui e i suoi amici), cioè quelle di uomini e donne (ma più uomini) 30/40enni, hanno la meglio. E come nell'universo sentimentale di Gabriele Muccino si tratta di storie che coinvolgono le dualità matrimonio/libertà, fedeltà/tradimento, responsabilità/infantilismo e via dicendo. Da parte invece sono messe le storie dell'universo di Nikki, quelle legate all'amore moccescamente idealizzato (poesie e surf sono gli interessi del fascinoso quasi-rasta con cui Nikki rischia di tradire Alex).

Da parte purtroppo è anche la storia di Nikki e Alex che, sebbene costituisca la parte principale del film, non occupa più quella centralità tematica che aveva nel primo episodio. Il fascino che poteva esercitare sul target giovanil-femminile la storia idealizzata con banalità di un amore che supera i confini dell'età e le difficoltà imposte dai rispettivi contesti di provenienza, è sostituito dalla macchinosa elaborazione di un racconto corale che coinvolge tutti i personaggi che nel primo film erano abbozzati in un unico grande delirio sulla difficoltà di mantenere saldi i rapporti davanti alle difficoltà (che a seconda dei personaggi sono la famiglia, i figli, il lavoro, l'insicurezza...).
Come al solito il film è diretto, scritto e recitato con i piedi ma si distingue dalla massa del restante cinema popolare per una professionalità elevata dei comparti tecnici. Contrariamente ai propri omologhi infatti Moccia si affida a direttori della fotografia, montatori, scenografi... di indubbia abilità, senza lasciare però che esprimano una propria personalità.

L'unica originalità dell'universo moccesco sta nell'aver cercato da sempre di glorificare e portare alla ribalta una categoria sociale esistente solo nelle menti di alcuni spettatori e con la quale evidentemente gradiscono identificarsi. Quella delle ragazze e dei ragazzi che non sono ricchi sfondati (e quindi non si sentono snob) ma nemmeno coatti (che disprezzano con lo snobismo intellettuale che ha chi si è laureato con 86 verso chi non ha una laurea), i quali pur appartenendo ad una borghesia di gran lunga più abbiente di un qualsiasi ceto medio attribuiscono a se stessi valori di "autenticità" e uno stile di vita punk (esilarante la visione dei punk che ha Moccia nel flashback dei genitori) fatto di locali normali etichettati come trasgressivi, di discoteche sulla spiaggia di Ibiza concepite come rave estremi e di oggetti feticcio di un libertarismo anni '60 come la Harley Davidson (!!).
Difficile che un film simile dal target incerto e forse sbagliato (troppo il pregiudizio anti-moccesco nei 30/40enni e troppa la pretesa di fare un racconto realista invece che romanzato) ripeta i grandi incassi del primo o comunque soddisfi il pubblico.

Leidy's new boyfriend

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Scavando nel sottobosco delle produzioni per la rete, degli esordienti registi di cinema e di tutto ciò che si trova online non necessariamente come punta di diamante di una strategia promozionale ma magari come esperimento di distribuzione di materiale che parli di sé, ci si può imbattere in molte produzioni ridicole, in alcune chicche girate controvoglia e senza fiducia nel piccolo budget a disposizione e infine in alcuni preziosi esercizi di stile. Sembra rientrare nell'ultima categoria Leidy's new boyfriend, già a partire dal titolo.

Un regista (serio), due attori (bravi) e una videocamera digitale: non sembra essere stato necessario molto di più per realizzare i 6 episodi che compongono Leidy's new boyfriend, una web serie che al momento pare conclusa e che rimesta in temi, storie e fobie già praticate ma con piglio decisamente professionale. Si racconta di Leidy, ragazza spigliata ed estroversa che rimorchia per strada un ragazzo decisamente meno spigliato ed estroverso di lei. I due si parlano, lei lo corteggia, gli fa capire che è interessata a lui e già nel secondo episodio c'è un invito a casa.

Si tratta di un inizio molto inusuale per una serie online, specialmente considerando il tema centrale della storia, cioè il fatto che una volta a casa di Leidy il ragazzo sarà drogato, incatenato e tenuto nello scantinato alla mercè della ragazza.

9.2.10

Usare la rete per distribuire

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Jamin e Kiowa Winans hanno realizzato Ink, film indipendente dalla modesta distribuzione che ad un certo punto, come capita a molti, è stato piratato e finito online. I due, visto che non avevano molto da perdere, hanno cavalcato l'accaduto, il film in più è piaciuto e molto. Risultato 400.000 download (cosa assolutamente fuori da ogni media per un film simile) e un'impennata verticale delle vendite di DVD e Blu-Ray, più un gran numero di persone che li cerca professionalmente.
Storie positive di pirateria virtuosa, o meglio del sistema piratesco che funziona ad un diverso livello rispetto al circuito tradizionale, ma anche ennesima che spiega come non tutti i film funzionino bene al cinema e non tanto per le caratteristiche della proiezione in sala, quanto per il tipo di pubblico coinvolto e per il tipo di coinvolgimento.
Qui alcune considerazioni di Kiowa Winans
I think to say victim is to characterize piracy as an all-together awful thing. The piracy of Ink is unquestionably responsible for its popularity around the world. Sure our trailers have been out for over a year and have had plenty of views outside the US, but we think that 70% of the illegal downloads are coming from outside of the US and we do get a good number of international buyers at our online store every day
[...]
We put a donation link up at the urging of some of the downloaders with the message ‘if you have watched Ink online for free and would like to contribute what you can, click here’. Guess what country has been the most generous? Germany! Germans have been twice as generous as Americans so… thank you Germany. We have also shipped a lot of Deluxe Bundle fan packs to Germany so Ink seems to be a big hit there
[...]
That said, I’m not sure what the revenue model will be for films
[...]
I think a reasonably-priced instant download the moment the movie becomes available would largely cure the piracy issue so we will see how it all shakes out over the next several years
[...]
Until the equivalent of the iPod is invented for film or long-format video files I think that piracy is going to be a huge battle ground, one in which I doubt Hollywood will win. There is always a smarter programmer out there that can move faster than bureaucracy. The film industry really needs to set its sights on overhauling its distribution system. Right now there are horrible things like region-coded DVDs that tie up a film’s rights in various countries and this is what has made the film business plenty of money over the years
[...]
We are going to keep all the rights to Ink and not give them away country-by-country so that when that iPod-for-movies emerges Ink can be the first film that debuts to the whole world.
via Gulli

Il figlio più piccolo (2010)
di Pupi Avati

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Il figlio più piccolo è anche quello scemo, almeno scemo come la mamma, che poi scemo al cinema non significa quello che intendiamo nella vita vera ma "dominato da sentimenti puri e positivi, incapace di ragionare con il cinismo e l'istinto di sopraffazione che caratterizza i cosìddetti intelligenti". Ecco allora che il figlio di un grande magnate di non si sa bene cosa ma comunque agganciato politicamente all'occorrenza, indebitato ma adeguatamente furbo (lui e il suo fido consigliere) da scaricare su altri debiti e società per rimanere a galla è in realtà un povero sfigato, perchè il padre l'ha lasciato proprio prima di fare i soldi veri, addossando alla madre debiti e indigenze. Almeno fino a che non si fa vivo dal nulla perchè gli serve una testa di legno per non finire in galera.

Storia familiare avatiana, nessuna novità, genitori bastardi (con gloria) e figli inermi che non possono far altro che amarli andando incontro a tempeste e bufere. Come al solito la scrittura è pregevole (a scuola si direbbe con disprezzo celato ancora peggio: "scorrevole"), e la regia non esiste. Ma non esiste sul serio. Non è solo una questione di "inquadrare" ma di dirigere tutte le operazioni connesse al film, orchestrare un racconto in modo che tutte le componenti seguano un grande disegno unico. Vedendo il film sembra di osservare gli esempi del manuale di sceneggiatura, per il quale ogni personaggio è tale se ha delle caratteristiche riconoscibili che lo separano dagli altri e che parlano (in senso simbolico) di lui, ecco allora quello che ci sente troppo bene, l'ipocondriaco, la svampita e via dicendo. Ma poi, come negli esempi, di queste caratterizzazioni scolastiche non se ne fa nulla, non si va da nessuna parte. Solo in alcuni casi le singole abilità (un bravo attore, un bravo costumista, un montatore decente) riescono a mantenere a galla una barca che con una troupe inesperta affonderebbe senza scampo.
Ci sono le peggiori trasparenze dell'anno senza dubbio e in certi casi il green screen è mal calibrato e si vede che l'immagine fa difetto. Non parlo di una cosa di cui si accorgono i malati come me, gli angoli delle immagini che sono come grattati via perchè l'effetto è fatto male. In un film di primo circuito, che va in sala!

L'obiettivo di Avati sembra essere, alla fine del film, di voler narrare una parabola familiare che si conclude con una certa amarezza e che sembra far intuire parabole simili ma più in grande. Un occhio al micro e uno al macro, parlando di sentimenti. Ma parlandone appunto e non mostrandoli.
Questo cinema edulcorato, all'acqua di rose e politicamente corretto fino allo spasmo di tutti i muscoli è forse il vero lupo travestito da agnello del nostro cinema, il male che non vediamo e che si insinua nelle sale.
Madonna ad un certo punto c'è un'inquadratura con lento zoom che sembra uscita dal peggior cinema di Comencini dei tardi anni '70.... Una cosa da manette subito.

5.2.10

Il Concerto (Le Concert, 2009)
di Radu Mihaileanu

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Se la furbizia cinematografica avesse un nome questo sarebbe Radu Mihaileanu. Il regista già responsabile di Train de Vie è infatti uno specialista nel raccontare storie che mostrino le cose come vorremmo che fossero, ci fa vedere quello che ci piace vedere con il piglio che gradiamo ma senza graffiare. E Il concerto non fa eccezione.

Iconoclasta con divertimento ed ironia verso istituzioni già demolite e universalmente disprezzate, il cinema di Mihaileanu ci massaggia con indubbia abilità nell'orchestrare un racconto che mischia umorismo, sentimenti e riscatto. Che la musica alberghi nei cuori dei più umili, che dal caos dei sentimenti possa uscire qualcosa di perfetto ed armonico come un concerto di classica, che la fusione di intenti possa letteralmente parlare ai cuori delle persone senza che essi debbano usare parole e che anche i più stupidi e testardi davanti alla possibilità di aiutare i loro simili si riscattino, sono tutte cose che ci piace molto pensare e quindi vedere raccontate perchè ci confermano il migliore dei mondi possibili.

Alla fine si tratta dunque di un melodrammone, fatto di agnizioni, svelamenti, figli non riconosciuti e genitori perduti, una matassa sanamente popolare condita dalla musica classica e da una dimensione che, per abilità del regista, appare autenticamente sentimentale.
E non è semplice dare un colpo al cerchio ed uno alla botte come fa Mihaileanu, che mentre ci propone quello che vogliamo vedere cerca di mettere molti bastoni fra le ruote dei protagonisti in modo che la conquista finale sembri sul serio poter non arrivare.

Ovviamente tutto questo non leva che Il Concerto sia un film molto carino e divertente. Ma non di più. Nonostante presti il fianco a lodi molto superiori e a velleità umaniste decisamente più alte del favolismo anni '70 di cui è contaminato, non è possibile davvero considerare un simile racconto acquietato qualcosa di più di un film ottimamente girato ed interpretato (straordinario Valeriy Barinov nei panni del finto impresario del Bolshoi).