31.3.10

La Vita E' Una Cosa Meravigliosa (2010)
di Carlo Vanzina

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Forse un duo come i fratelli Vanzina lo abbiamo solo in Italia. Due autori nel senso più stretto del termine (portatori non solo di una visione personale di mondo ma anche di una personalissima di cinema e soprattutto di scrittura), capaci di misurarsi con un certo successo in diversi generi (i thriller degli anni '70, le commedie popolari della stessa epoca e le commedie sofisticate degli anni '80), baciati ad un certo punto da un buon successo di pubblico e quindi dotati di grande riconoscibilità, estremamente prolifici e dotati di idee molto chiare eppure capaci di girare alcuni tra i film più trasandati, superficiali e tirati per i piedi che si possano vedere (e non parlo dei cinepanettoni!).

La vita è una cosa meravigliosa
riassume perfettamente questa situazione. Si tratta di una commedia garbata, giocata su dinamiche classiche (dal tradimento, allo svelamento, fino allo scambio di persone), recitata da attori rodati e imperniata su un concetto anche interessante da sviluppare (l'attitudine italiana di aggiustarsi i problemi tramite intrallazzi vista come condizionamento esterno agli individui e non sempre interno) ma portato sullo schermo con una sciatteria rara.

Come dicono loro (giustamente) non esiste solo la commedia a tesi che divide nettamente i buoni e i cattivi, il cinema italiano da sempre ha utilizzato i cattivi come protagonisti per avvicinarsi, guardarli da vicino e scoprirne motivazioni e contraddizioni. Eppure viene da rivendicare la forza del manicheismo nel vedere come i loro "mostri" da baraccone sono assolti senza un perchè, tramite soluzioni iperboliche a problemi contingenti.

Il bravo chirurgo che vizia il figlio svogliato chiedendo favori agli amici professori per farlo andare avanti all'università e in cambio assume o licenzia le loro amanti nella clinica privata dove lavora, come soluzione lavapeccati va in Africa (?!?), senza affrontare minimamente ciò che ha fatto da un punto di vista critico.
Ancora una volta però tutto questo sarebbe anche foriero di una possibile (sebbene arrendevole) visione di mondo se non fosse che è raccontato, mostrato, proposto e sceneggiato con i piedi, largamente al di sotto di qualsiasi media (anche italiana!).

30.3.10

Colpo di fulmine (I love you Phillip Morris, 2010)
di John Requa e Glenn Ficarra

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POSTATO SU
Si moltiplicano negli ultimi tempi cinematografici le storie vere di truffatori clamorosi, uomini che hanno mistificato tutto nella propria vita riuscendo comunque a stare al mondo, anche con un certo successo, fino a che implacabile è calata la scure della giustizia.
Da Prova a prendermi a The Informant fino a Colpo di fulmine, la vita di autentici truffatori (americani), camaleonti delle personalità e abili atleti del movimento tra le scartoffie burocratiche delle amministrazioni statunitensi, mostrano il cinematograficamente inedito lato debole di quella società solitamente propugnata come giusta e inaggirabile.

In particolare Colpo di fulmine con un umorismo decisamente più marcato dei suoi predecessori racconta di una figura incredibile che diversamente dagli altri truffatori cinematografici continua a cambiare identità e a sfuggire alle maglie della legge per un desiderio di affermazione personale.
L'impresa infatti comincia con una perentoria affermazione di omosessualità. Il protagonista dotato di una vita e una famiglia decide di fare outing e cambiare stile di vita nello sforzo di abbracciare il vero sè. Da questa affermazione di indipendenza ne discendono a cascata degenerante le altre, andando anche oltre la ricerca della propria identità.
In carcere poi l'amore verso Philip Morris (da cui il titolo originale) scopre una passione autentica che motiva molte delle sue scelte e in molti sensi dà un'altra piega al film.

Di sicuro Colpo di fulmine mette molta carne al fuoco ma una scansione rigorosa della storia, un montaggio preciso e un'interpretazione multiforme e controllata (com'è tipica di Jim Carrey) rendono tutto estremamente chiaro e digeribile. I continui raggiri alle istituzioni sono mostrati in chiavi ironiche, così come il rapporto d'amore con Phillip Morris e i dolori del camaleonte frustrato. Anche il dolore è mascherato dal continuo ricorso alla commedia.
Sebbene non sia ben chiaro cosa voglia essere Colpo di fulmine si esce dalla sala con un senso di destabilizzazione verso quelle certezze burocratiche e incrollabili nei confronti di come ci si debba muovere all'interno della nostra società. Il che è sicuramente un bene.

29.3.10

Remember Me (id., 2010)
di Allen Coulter

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Rispondendo in pieno alla logica che vuole il film romantico con target giovanile dominato da una figura maschile ma incentrato su quella femminile, Remember Me è girato intorno al corpo di Robert Pattinson ma badando bene a tenere Emilie De Ravin al centro della trama (come dimostrano l'incipit e il sorprendente finale).

Per il resto i topoi ci sono tutti: un tormento interiore che funesta l'animo nobile di un ragazzo che vive un rapporto di incomprensione con la famiglia ma di amore verso la sorella più piccola, l'incontro con una ragazza meno problematica ma ugualmente afflitta da una relazione zoppicante e tempestosa con il padre e l'amore che salva ma è difficile da realizzarsi per i soliti problemi di comunicazione e relazione tra animi burrascosi.

Remember Me, voluto e prodotto dallo stesso Pattinson che la saga di Twilight ha reso ricco ma anche vincolato ad un personaggio espressivamente limitato (anche lì siamo davanti a film incentrati sul suo corpo ma ruotanti attorno alla protagonista), riesce però a centrare con felicità la sua missione, quella cioè di fare del romanticismo volutamente foriero di illusioni, sogni e aspirazioni che solo uno spettatore giovane (più dentro che fuori) può trovare originali ma che può comunque tramutarsi in un racconto tanto ingenuo quanto efficace e riuscito.
Stereotipo dell'originalità che si ripete ad ogni generazione perpetuando un certo modo di sentire i sentimenti che si aggiorna solo nell'estetica e che ad ogni passaggio illude la generazione in corso di essere diversa da quelle passate.

Proprio per questo (e per la già citata felice riuscita dell'intreccio) non si comprende come mai il film abbia un (inanticipabile) finale tanto inatteso quanto rovinoso, in grado con poche immagini di ridefinire tutto il senso e lo scopo della pellicola trasformando Remember Me da opera riuscita a pacchianata americana nel senso più deteriore del termine in soli 5 minuti. E' record!

24.3.10

Happy Family (2010)
di Gabriele Salvatores

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Ho aspettato un po' prima di scrivere di Happy Family perchè il ritratto metafilmico e metaletterario di un nucleo familiare allargato che per metafora (esplicitata) è la società realizzato prendendo tutte le soluzioni del cinema di Wes Anderson (principalmente Rushmore e I Tenebaum, ma senza saper puntare sul rapporto particolare con la musica e sull'esplosione di sentimenti) mi aveva un po' spiazzato. Troppo curato per essere una schifezza e troppo pretenzioso senza giungere a nulla per essere un buon film.

Si racconta di uno scrittore con alle spalle una rendita tanto solida quanto grottesca (come in About a Boy), che vuole scrivere una "bella sceneggiatura". Mentre scrive le parole diventano immagini e vediamo la sceneggiatura già film. Il racconto poi viene di tanto in tanto interrotto dalle pause che lo scrittore si prende per farsi dei massaggi o quant'altro. Durante le pause i personaggi escono dal computer e gli parlano, fino al finale metaforico e catartico.

A salvare quest'improbabile trama è in molti punti l'umorismo e in molti altri lo stile della messa in scena che sceglie di puntare su colori, costumi e ambienti. Di volta in volta tutto è rosso, tutto è giallo, tutto è verde, tutto è bianco ecc. ecc. in accordo con diverse fasi del racconto e della stesura (come in Hero).
Effetti speciali particolarmente mal realizzati poi incorniciano tutto in un'atmosfera irreale di una Milano costantemente assolata, popolata di uomini e donne "spaventati", lasciando intendere che la paura, nelle sue varie declinazioni, è la dominante di questi anni (come in Bowling a Columbine).

Non è la prima volta che Salvatores tenta un film dal racconto non lineare e non canonico. L'aveva fatto con Denti e Amnèsia. E non è nemmeno la prima volta che mette in scena personaggi che prendono vita. L'aveva fatto in Nirvana. Sembra però ancora una volta che quest'esigenza di trovare forme diverse per parlare di cose diverse (in questo caso la società e il vivere moderno) rimanga tale. A questo punto era meglio la memoria odontostomatologica di Denti.

23.3.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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AVVERTENZA! L'indirizzo del feed è cambiato. Il sito presso il quale erano ospitati i file audio ha cominciato a dare eccessivi problemi, motivo per il quale le ultime due puntate non erano raggiungibili. Ora ho cambiato piattaforma e tutto sembra andare per il meglio. Chiaramente cambia anche l'indirizzo. Tutti i link da ora in poi rimanderanno nei posti corretti. Per chi segue tramite iTunes si vedrà, al momento ci sto ancora combattendo.

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Subito si comincia con la triste e amara storia delle proibizioni e i sequestri di occhialini 3D fomentati dal CODACONS.
Si entra invece nel vivo trattando rapidamente Happy Familiy mentre ci si dilunga sullo splendido Io sono l'amore e sull'ancor più meraviglioso Il profeta. Sempre sull'onda del cinema carcerario si racconta brevemente anche di Celda 211, in uscita nelle prossime settimane.
Tornando alle uscite della settimana tocca al grande Gibson di Fuori controllo, si fa una breve menzione per E' complicato, mentre ci si dilunga un po' di più su Daybreakers.

LA PUNTATA DEL 19/03/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Daybreakers (id., 2010)
di Michael e Peter Spierig

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I vampiri non sono più quelli di una volta. Non sono più soli, non sono in diretta opposizione a Dio, non soffrono nel vedere le croci, nè tantomeno nel sentire l'aglio, non sono fascinosi dandy rumeni, non succhiano sangue con lasciva malizia e non arrivano di soppiatto. Non si trasformano nemmeno più in pipistrelli.
Da una decina di anni (per comodità diciamo da 28 giorni dopo, ma si potrebbe argomentare fin da Intervista con il vampiro) la figura del vampiro si è andata zombizzando, cioè è andata assumendo alcune caratteristiche dello zombie. Il vampiro moderno è in grande compagnia, spesso vaga per le città, mangia più che mordere, è un bestia e in certi casi anche privo di un'intelligenza propria.

Daybreakers a questo proposito fa un discorso interessante proponendo una società dell'immediato futuro (anno 2019) quasi completamente vampirizzata che ha imparato a convivere con la cosa. Le città sono strutturate per funzionare prevalentemente di notte e tutto è fatto in modo da potersi spostare di giorno senza incrociare i raggi solari, i chioschetti vendono sacche di sangue ed una sola multinazionale ne controlla il mercato.
Chiaramente una società di vampiri ha il grosso problema della scarsità di sangue. Meno sono gli uomini più esso è raro. La multinazionale cattura i pochi umani rimasti e li coltiva come si fa con le mucche, tenendoli intrappolati e mungendogli il sangue anche se contemporaneamente cerca un surrogato da vendere quando il sangue vero sarà finito.

Fantascienza distopica con vampiri si potrebbe dire ma ancora di più Daybreakers in controluce rivela come, sebbene dell'horror non sia rimasto nulla, lo stesso i vampiri rimangono un veicolo privilegiato per parlare delle paure sociali.
Da che erano la progenie del male i succhiasangue ora sono dei contagiati. In un'epoca di pandemie il vampirismo si trasmette come una malattia e come una malattia ha una cura (se non sbaglio è la prima volta che si trova una cura al vampirismo). Scompare ormai del tutto qualsiasi connotato sovrannaturale per rientrare nell'ambito scientifico, la paura del futuro si mischia con la paura del contagio, della malattia senza cura a livello mondiale. Non paura dell'inspiegabile ma dello spiegabile.

Un giorno qualcuno deve scrivere un libro sulla sovrapresenza di fratelli registi negli ultimi 15 anni di cinema.

22.3.10

Dragon Trainer (How To Train Your Dragon, 2010)
di Chris Sander e Dean DeBlois

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Colpo azzeccato.
La terribile convivenza con la Pixar spesso ha affossato il gradimento e la ricezione dei film Dreamworks (ma di certo non gli incassi), mai in grado di reggere il passo dei rivali e alle volte oggettivamente non riusciti (si pensi a Mostri contro Alieni), qualche volta però anche lo studio di Katzenberg riesce a mettere a segno il colpo realizzando un film che trova tutto ciò che cerca. E questa è una di quelle volte.

Sul solito canovaccio di un ragazzo che si sente diverso dall'ambiente in cui vive e vive un rapporto diffcile con il padre che lo vorrebbe come lui, i registi Sanders e DeBlois orchestrano un racconto pieno di gag divertenti e in grado di prendersi sufficientemente in giro. Il risultato è un'opera dotata di quella scanzonata leggerezza che spesso riesce ad andare più a fondo nel racconto dei sentimenti di quanto riesca a fare l'austera pretenziosità.

L'idea più che alla trama (che come detto è sempre quella) gira intorno all'ambientazione: un villaggio di vichinghi con tutte le trovate e le ironie del caso e il rapporto con un drago che subito diventa metafora del rapporto con un animale domestico ("Sdentato", questo il nome del drago, ha movenze e atteggiamenti alternativamente sia da cane che da gatto).
La cosa non stupisce se si pensa che Sanders e DeBlois sono le menti dietro a Lilo e Stitch ("Aaaaaaaahhh! Ora capisco..." starete pensando).

Era dai tempi di Kung Fu Panda (modello al momento insuperato) che non si usciva così soddisfatti da un film Dreamworks, con l'impressione che non potendo competere con la Pixar (del resto chi potrebbe?) la strada migliore da battere è proprio questa.

19.3.10

Morire di 3D

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Da che il CODACONS aveva lanciato paradossali allarmi sulla pericolosità medica e la poca igiene degli occhiali 3D si è passati a circolari del Consiglio superiore della sanità e sequestri (sic!) in alcune sale per motivi non chiari e senza una regolamentazione. La questione è seria e lo vedrete, nel weekend molti non proietteranno in 3D per non incorrere nel sequestro (che viene a costare di più del mancato guadagno).
Ho tardato a fare un post al riguardo attendendo una replica delle associazioni che stamane hanno indetto una conferenza stampa apposita con tanto di oftalmologi ma poche soluzioni da opporre.
Tutto è finito con dovizia di particolari in un pezzo su MyMovies.

Il succo è che il CODACONS deve farsi notare, il cinema macina soldi (giusto ora) con questa tecnologia e al momento di Avatar non si parlava d'altro quindi è sembrato il bersaglio più adatto per far vedere che ci tengono alla nostra salute. Anche perchè in molte regioni si vota e conviene a tutti farsi vedere.
Sia chiaro che non è mia intenzione svelare complotti, le cause sono molte e complesse ma di certo questi elementi hanno avuto una loro influenza specie considerato che non esiste una vera motivazione per ciò che accade. I sequestri sono fatti anche per motivi (la mancanza del marchio CE) che il governo stesso ha decretato non necessari. E' puro allarmismo che si sgonfierà di certo ma c'è da chiedersi quando e dopo quanti danni.

Io sono l'amore (2010)
di Luca Guadagnino

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Il nuovo film di Luca Guadagnino era passato a Venezia nella sezione Orizzonti, alcuni l'avevano visto e quasi tutti ne avevano parlato bene. Quello che avevano tralasciato di specificare è che è fenomenale.

Si racconta di una famiglia di altissimo livello economico, i Recchi, magnati di non è chiaro quale settore, comunque titolari di un'azienda gigante a gestione familiare con ramificazioni in altri stati. I Recchi vivono tutti in un unico palazzo al centro di Milano, una casa d'altri tempi e del resto loro stessi sono una famiglia d'altri tempi, raccontata con toni d'altri tempi, tanto che fino alla comparsa della prima automobile si fa fatica a capire quando sia ambientata la storia.
La trama ripropone il mito della donna sofisticata che riscopre il lato passionale della propria vita attraverso la conoscenza di un uomo rude ma raffinato, ma non è su quello che si misura la forza di un film come Io sono l'amore. Guadagnino in ogni momento cerca percorsi diversi dal solito, procede per sineddoche concentrandosi sui particolari e ammassa temi diversi (tradizione, modernità, esterofilia, omosessualità, conservatorismo ecc. ecc.) cercando un linguaggio cinematografico altissimo e al tempo stesso fondato su presupposti narrativi commerciali (il climax, l'intreccio forte, i segreti che si svelano).

Scandito in tre capitoli (Milano, Londra, Sanremo) il percorso di liberazione della protagonista dalla gabbia che aveva costruito per sè è anche un percorso nella sensorialità di paesaggi naturali contrapposti alle città e pietanze raffinate.
Soprattutto Io sono l'amore fa continuamente quello che non ti aspetti, affronta gli eventi e i personaggi con un taglio inaspettato e una vena melodrammatica che non stona nemmeno nel grande crescendo finale, quando la musica sempre più imponente arriva a sovrastare le parole. Ma va bene così.

Ne esce un film di dettagli, girato vicinissimo agli attori (Tilda Swinton produce anche)e fondato su particolari rivelatori, capelli raccolti, pietanze che comunicano come fanno i corpi di La promessa dell'assassino e pensieri che prendono forma come in un film di Lynch. Verrebbe da dire che c'è troppa carne al fuoco per un solo film se non fosse che tutta questa carne poi è gestita con pugno fermo e rigore per non risultare indigesta. E non lo risulta.

Mine Vaganti (2010)
di Ferzan Ozpetek

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Ozpetek sembra funzionare solo quando tiene i piedi per terra. Ad ogni successo cinematografico il regista italoturco tenta con il film seguente qualcosa di più ardito, di più elevato e sostanzialmente di più difficile, con risultati di critica e di botteghino molto deludenti. L'ultimo in ordine di tempo è stato Un giorno perfetto, in concorso a Venezia e dileggiato da più parti. E come sempre accade per riprendersi da un tonfo torna al cinema che gli è più caro e che si dimostra ogni volta più in linea con i gusti del pubblico. Mine Vaganti poi è anche una commedia.

Si parla di omosessuali in Italia (del sud), di tavolate, di ambienti che costringono e spiriti che volano più in alto, ci sono colpi di scena, storie romantiche e una generale aria consolatoria. Così facendo anche stavolta Ozpetek si riprende il favore di una parte del pubblico con un film tradizionale, divertente e pacifico.
Quello che dispiace è che il regista non abbia poi davvero fiducia in questa forma di cinema. Se Mine Vaganti fosse davvero una commedia nel senso più pieno del termine non avrebbe le estenuanti parti drammatiche che irrompono (in particolare con il personaggio di Nicole Grimaudo che alla fine dei giochi si rivela privo di qualsiasi utilità) a dare una giustificazione intellettuale ad un'opera per il resto (e grazie al cielo) molto immediata e ridanciana.

E' un peccato perchè poi le parti di commedia sono davvero bene fatte, scritte e dirette. Guardano al cinema di Almodovar, come del resto Ozpetek fa quasi sempre, ma trovano un modo efficace di parlare di un mondo arretrato prendendolo in giro con gusto. Il personaggio di Ennio Fantastichini, padre burbero e all'antica che si ritrova ben due figli gay, è il cuore della comicità del film e funziona molto, così come a modo suo funziona Elena Sofia Ricci truccata da Marisa Paredes.
Se il film avesse avuto il coraggio di essere tutto centrato sulla forza eversiva della commedia anche nei suoi intenti più alti invece che appoggiarsi costantemente ad intermezzi "intensi" in cui vengono introdotti senza essere affrontati mai davvero (che è tipico del nostro cinema) temi come i confini dell'omosessualità, l'idea di un diverso che non abbia solo a che vedere con la sessualità, l'esplorazione di sentimenti intensi che girano intorno all'amore e all'attrazione ma non sono nessuna delle due, forse sarebbe potuto essere una sintesi di quello che Ozpetek mira a fare e quello che il pubblico ama vedere.

18.3.10

INST MSGS

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Del maiale non si butta via niente, della rete nemmeno. Secondo questo spirito nasce INST MSGS - The Web Dramatized, una web serie interessante che, per usare le parole dello stesso autore, "romanza le conversazioni della rete". Conversazioni pubbliche, conversazioni private, status update, annunci su Craigslist, tweet ecc, tutto è buono per diventare una storia per immagini. Il materiale sembra infinito tanto che ogni episodio di INST MSGS porta in immagini non solo una conversazione o un annuncio in particolare ma anche, a corollario, qualche altro messaggio interessante e più breve trattato in pochi secondi. L'idea è il massimo che si può avere: racconti veri (con tutta l'imprevedibilità delle cose vere) di persone che mettono la propria vita in rete, trasportati in webserie da un team creativo esperto di cinema.

Come negli storici episodi di Ai Confini Della Realtà una voce introduce ogni puntata spiegando che cosa succederà con una frase che fa anche da slogan, spiega cioè che solo la messa in scena è arbitraria mentre i contenuti sono reali: "La rete è piena delle migliori storie, le vostre storie. Arrivano sotto forma di tweet, post e annunci Craigslist. Quello che noi facciamo è prendere il meglio della rete e romanzarlo. Questi sono i vostri INST MSGS".
Seguono circa 4 minuti di racconto incorniciati (prima e dopo) da due segmenti più piccoli che possono essere un tweet contestualizzato o una missed connection recitata da un pomposo attore shakespeariano. Le parti più piccole di solito sono sponsorizzate, cioè sono abbinate ad un partner commerciale ogni volta diverso.
Ospitato principalmente dal sito di produzione Revision3 e poi presente con una serie di account propri sui diversi siti di condivisione video (in ogni caso compare sempre un logo Revision3 rivendicare la paternità dell'opera), la serie utilizza in ogni puntata una doppia forma di promozione. Da un lato la sponsorizzazione, dall'altro dei banner in sovraimpressione.

Quando eravamo cinebloggers

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E' online un'indagine di Cinemonitor sui blog di cinema realizzata con l'obiettivo di
approfondire quella che viene considerata una critica cinematografica “non convenzionale”, lontana da logiche mainstream, rivestita in qualche modo di un modus operandi profondamente diverso rispetto a quello tradizionale e che varia a seconda di chi scrive. Non si trattava tanto di stabilire un vincitore enunciatario (critici tradizionali vs cinebloggers ), né chi fosse il più o meno bravo (blog con più lettori e visite vs blog “deserti”), quanto piuttosto indagare su una scrittura orientata unicamente verso - e per - il racconto e la narrazione di un cinema senza filtro. Metacinema.
Una scrittura che nasce e si sviluppa quindi principalmente per motivazioni personali, attitudini, ma in primis per passione (madre di ogni futura aspirazione)
La cosa è stata realizzata da Francesco Sarubbo coinvolgendo me, il giovane cinefilo e UnoDiPassaggio.
Il risultato è un pezzo riassuntivo e un PDF con le domande che ci ha sottoposto (alle quali io ho risposto senza sapere, per ignoranza mia, che sarebbero andate online, pensavo fossero utili per fare il pezzo e raccogliere opinioni, da questo discende la trascuratezza dello stile e la brutalità delle affermazioni).

Alla fine la cosa ha un suo perchè anche per i non addetti ai blog per come (specie nelle affermazioni degli altri due storicamente più coinvolti nel movement) traccia in controluce il racconto di un'epoca che è passata e che non si capisce come andrà a finire. O dove.

Fuori Controllo (Edge of darkness, 2010)
di Martin Campbell

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Hanno ucciso la figlia di Mel Gibson, poliziotto indurito da anni di servizio a Boston, che madornale errore...
Questo è quello che mi aspettavo: Mel Gibson che si vendica senza pietà o risparmio di pallottole sotto i consigli e i comandi dell'espertissimo Martin Campbell. Invece la questione è leggermente diversa.
Fuori controllo, o Ai Margini Dell'Oscurità come dice il titolo originale, mira ad un obiettivo diverso. Da una parte cede un po' sul lato della vengeance movie e della violenza e dall'altra inserisce cospirazionismo e complottismo delle alte sfere politiche e industriali. Il viaggio del detective Craven non è tanto nei suoi abissi personali quanto in quelli della società e di quello che le multinazionali delle armi nascondono in accordo con il governo.

Alla fine nonostante la consueta solidità di un racconto spedito, esperto ed asciutto di Martin Campbell (fantastico come proceda rapido saltando a piedi pari molti momenti che riesce a riassumere nell'inquadratura seguente solo con un'attenta composizione) si ha l'impressione che ci siano molte occasioni perdute. Si accenna al vengeance movie, come già detto, senza che quello sia il vero cuore, si danno suggestioni di un viaggio allucinato senza però che nemmeno quello costituisca la parte forte del racconto, si allude a complesse cospirazioni ma poi si risolve tutto in poco.
La causa di un simile ingorgo di temi sfiorati è probabilmente l'origine del tutto, ovvero una serie televisiva inglese di metà anni '80, sempre diretta da Campbell, della durata di 330 minuti (6 puntate), nella quale la medesima trama era affrontata probabilmente con la calma, la perizia e la dovizia di approfondimento che necessitava.

In Fuori controllo a stagliarsi solido come al solito è giusto Mel Gibson, a otto anni dall'ultimo film come attore (in Italia da Signs) lo troviamo invecchiato e radicalizzato, come uno dei più grandi uomini di cinema della modernità. Più di molti altri attori a lui simili (per tipo di scelte professionali) Gibson anche solo da attore porta al cinema la sua visione delle cose del mondo, una visione non certo moderata o facilmente condivisibile, ma senz'altro sincera e affrontata con complessità. Mel è un fondamentalista cristiano, un conservatore ma anche una persona di straordinaria sensibilità e se nella vita si ubriaca e grida insulti antisemiti nei film porta le sue idee con maggiore intelligenza e coscienza di cosa sia un film e come funzioni la messa in scena. Non teme di risultare vecchio (anzi!) o basso (anzi!) se questo aiuta il film (e lo fa), trasforma cose che in molti non sopporterebbero nella vita reale in elementi espressivi (preghiere, croci e prediche, per dire) che ci parlano del mondo del personaggio e ce lo fanno vedere attraverso i suoi occhi.

16.3.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo un breve resoconto sulla diretta degli Oscar fatta su Radio Rock e recupero di alcuni film della settimana scorsa di cui non si era parlato non essendo andata in onda la puntata.
Quindi via con la stroncatura di Alice Nel Paese delle Meraviglie 3D e l'esaltazione di Revanche, prima di partire con l'attualità di Percy Jackson il nuovo finto Harry Potter e di Legion, il film in cui gli arcangeli si sparano a vicenda. Poi tocca alla tristezza di Appuntamento con l'amore e alla decenza, tutto sommato, di Chloe.

LA PUNTATA DEL 12/03/10

Per i file occorre ringraziare il prode Luca che pur non avendo nulla a che vedere con l'amministrazione della radio ha dato via al tutto.
Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivione.

Chloe (id., 2010)
di Atom Egoyan

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Amanda Seyfried contrapposta a Julianne Moore, tradizione e stranezza, due modelli di bellezza che sono nel film due modelli di vita e di etica. Atom Egoyan su questo sembra incastrarsi, su come l'etica e i valori siano opinabili e impossibili da conoscere realmente tanto quanto gli accadimenti.

C'è una moglie, bella ma non più giovanissima (Moore) che sospetta che il marito, la cui bellezza aumenta di anno in anno (Liam Neeson) la tradisca con qualche giovane studentessa. Rosa dai dubbi chiede ad una prostituta dal fascino giovanile (Seyfried) di far finta di mostrare il fianco casualmente ad un abbordaggio del marito. Per vedere come si comporta.
Pessimo errore.

Tra interni di una borghesia altissima e raffinata fino all'eccesso, fino cioè alla spersonalizzazione e alla dispersione umana (la casa gigante e trasparente che paradossalmente nasconde invece di mostrare) ed esterni ruvidi fatti di orti botanici e caffeterie, i tre personaggi si muovono per lo più fuoriscena. Tutti i momenti topici sono raccontati e dunque filtrati dal giudizio e dal punto di vista del personaggio che li narra, mentre gli alterchi, le litigate e le discussioni avvengono davanti allo spettatore senza mediazione alcuna che non sia del regista. L'obiettivo è spiazzare dire cose che forse sono vere e forse no per affermare che verità non ce ne sono mai.

Atom Egoyan trova una strada tra ossessioni comuni e avvincenti anche per lo spettatore meno intellettualmente esigente e suggestioni alte (pure troppo), per accontentare con stile le due anime del pubblico. Dà un colpo al cerchio e uno alla botte tenendosi a metà strada tra il genere, l'azione e i colpi di scena di Attrazione fatale e le rarefatte atmosfere del cinema sentimentale europeo. Il risultato non brilla da nessuna parte ma è indubbiamente riuscito. Forse l'azione non fa per lui ma il dramma da camera sicuramente.