31.5.10

Prince Of Persia: Le sabbie del tempo (Prince Of Persia: Sands Of Time, 2010)
di Mike Newell

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Le cose interessanti di Prince Of Persia dovevano essere due: il tentativo di dare vita ad una nuova serie d'avventura dopo il successo inaspettato di I Pirati Dei Caraibi e il rapporto con il videogioco originale a livello di messa in scena. Mi aspettavo molto dal primo elemento e molto poco dal secondo ma a sorpresa è stato il contrario.

Come film d'avventura infatti Prince Of Persia è una grande delusione. Mike Newell fa un buco nell'acqua non solo a livello pratico ma anche a livello teorico. Il montaggio è il peggiore mai visto, a lavorarci sono in tre (di cui uno il montatore di fiducia di Gilliam e un altro quello di Spielberg) eppure il film è un tripudio di stacchi errati, personaggi in posizioni diverse, scene d'azione incomprensibili, accostamenti forzati e transizioni tra sequenze che sembrano lo showreel di film diversi. Prince Of Persia, a fronte di una trama banale come si conviene, è dunque anche raccontato malissimo.

E non va di certo meglio se si considera l'idea di cinema avventuroso che è sottesa! Girato per larga parte in interni con una luce pessima che mette in risalto in ogni momento come tutto sia finto e basato su continui aiuti in computer grafica per le sequenze d'azione, il film suona fasullo ad ogni momento e dimentica che l'essenza del genere avventuroso è la prestazione, ovvero il movimento reale di corpi reali in ambienti reali (o verosimilmente tali), il fatto che quelle azioni vengano (in larga parte) realizzate sul serio e che lo scenario sia ampiamente credibile. Creare esotismo con un'illuminazione da teatro di posa è impensabile. Vedere alla voce Il Vento e Il Leone.
Non a caso l'unico momento in cui il tutto sembra decollare è quando i protagonisti affrontano il deserto il quale, vero o falso che sia, è altamente plausibile, vasto e, da solo, foriero di promesse avventurose. Finalmente.

Più interessante invece il legame con il mondo videoludico. Sebbene non ci sia quasi nulla dei videogiochi della saga omonima (tranne alcuni dettagli verso la fine), la produzione ha optato per la scelta vincente di ricalcare moltissime idee di regia e soluzioni visive dei videogiochi moderni, in particolare Assassin's Creed, dal quale senza vergogna il film riprende i movimenti del protagonista e alcune immagini vincenti (clamoroso il cappuccio per mischiarsi alla folla).
Il videogioco ha un modo tutto particolare di guardare alla realtà che rappresenta, lontano dall'animazione e parallelo al cinema dal vero. Che i film comincino ad incorporare quelle idee tentando di renderle adatte al medium è una tendenza che dà vita ad una ricchezza espositiva che colpisce anche in un film povero come Prince Of Persia.

30.5.10

I read the news today oh boy....

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Già è predisposto

27.5.10

Google Tv - Paradiso o inferno del webvideo?

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L'annuncio della Google TV arriva come momentaneo apice di una tendenza da tempo prevista, anticipata e quindi concausata dai produttori di contenuti. Il fatto che parte dell'industria televisiva e cinematografica e parte dell'industria che si impegna a produrre per la rete vadano nella stessa direzione, mescolando fondi, produzioni e professionalità, disegna un percorso di ibridazione che, con l'arrivo dei televisori connessi e "attivi" sulla rete come quelli che promette il progetto Google/Sony/Logitech, si compie pienamente.
La Google TV non è il primo esempio di progetto su questa scia (tanto hanno fatto altre società senza raggiungere davvero il consenso del pubblico) ma probabilmente si tratta del più importante per eco, risonanza ed apertura alle idee degli sviluppatori (che sono sempre le più devastanti in termini di impatto). Gli altri che avevano tentato di portare internet nel televisore hanno parzialmente fallito proprio là dove Google (o in caso di suo fallimento il prossimo grande player che si misurerà in questo campo) può avere il suo punto di forza: nei contenuti.

26.5.10

Una Canzone Per Te (2010)
di Herbert Simone Paragnani

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POSTATO SU
Una delle cose più interessanti del cinema commerciale italiano di questi ultimi anni è il genere adolescenziale. Foraggiato da un pubblico molto ben disposto, vasto e affamato di film e sentimenti alla buona, il genere ha conosciuto una crescita produttiva e una moltiplicazione in "orizzontale" (cioè attraverso generi diversi e contaminazioni varie) negli ultimi anni. Di commedia in commedia, di variazione in variazione il genere adolescenziale è diventato un metagenere che tutto contamina e da tutto viene contaminato.

Una canzone per te inserisce la tipica trama di un gruppo di ragazzi vicini all'esame di maturità che deve giostrarsi tra storie sentimentali, scopate e rapporti burrascosi con i genitori all'interno del musicarello e del cinema fantastico.
La variazione sul tema portata da Herbert Simone Paragnani porta quindi Una canzone per te ad avvicinarsi al cinema giovanile degli anni '80 americano (pur non avendo quella brillantezza e quella profondità di scrittura).
I personaggi che cercano di portare a termine qualcosa, un obiettivo extrasentimentale (vincere il concorso per nuovi talenti indetto da Mtv) e che nel fare questo devono scontrarsi con diversi ostacoli (questi si sentimentali), è una formula non nuova ma vincente, almeno rispetto alla solita produzione giovanlistica nostrana.
In più il film si avvale della presenza (la prima in una produzione per il cinema) di Guglielmo Scilla, in arte Willwoosh, la più grande websensation italiana.

Nella prima parte poi il film ha un ritmo invidiabile. Quando si tiene sui binari del fantastico imitando Ricomincio da capo nella diversa variazione di una medesima giornata, trova un davvero un felice incontro tra i topoi del genere e una scrittura leggera accompagnata da un montaggio sapido.
Peccato che poi nella seconda parte il fantastico sia dimenticato a favore del musicale (non eccezionale viste le band italiane coinvolte) e a favore della più classica dinamica di lento incontro + conversione all'amore per la vera anima gemella. Il cambio di registro spiazza perchè il fantastico è quasi dimenticato e soprattutto uccide l'ottimo ritmo che il film sembrava aver preso.

Interessante che in una storia per nulla disturbante (come poteva essere quella del poco riuscito Albakiara) faccia capolino il personaggio di una ragazza alternativa, vagamente emo, come vera protagonista positiva a scapito della solita precisetta Michela Quattrociocche (che in giro in motorino con casco rosa per le strade di Roma Nord è perfetta quanto John Wayne con cappello a tesa larga che cavalca nella Monument Valley).
Peccato solo che tutte le velleità di conversione alla musica alta del protagonista, che comincia citando e facendo ascoltare gruppi storici del rock, si spengano poi in un finale sui toni più promozionale dell'Mtv odierna (che commissiona) e vicini agli Zero Assoluto.

Il regista ha già vinto il premio "Maccio Capatonda" per il nome.

24.5.10

Illegal (id., 2010)
di Olivier Masset-Depasse

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FESTIVAL DI CANNES 2010
QUINZAINE DES REALISATEURS

L'ultimo post sul festival di Cannes è per il film che più mi ha colpito.
Già qualche anno fa avevo avuto modo di incontrare il cinema di Olivier Masset-Depasse, quando al festival di Roma passò la sua opera prima Cages. Già in quell'occasione ero rimasto stupito di come riuscisse a fare un racconto nel quale le emozioni dei brevi momenti e dei piccoli gesti prendessero vita e in cui i sentimenti dei personaggi in ogni singolo momento fossero chiari come essi fossero fatti di vetro.

Illegal replica quella visione di mondo e quel modo di girare una storia che, stavolta si occupa di immigrazione clandestina in Francia.
C'è sempre un incidente all'inizio e una donna che deve lottare per recuperare un uomo, solo che adesso è un figlio. Infine ancora una volta la protagonista si batte contro una barriera, non più fisica come il mutismo di Cages, ma concreta come le mura del luogo dove è reclusa.
Seguendo la classica dinamica di frustrazione e poi soddisfazione dello spettatore (talmente bene che nel momento topico è anche scattato l'applauso) Illegal racconta per microinquadrature, minuscoli stacchi di montaggio e punti di vista nascosti l'ansia e l'ingiustizia dello stato di clandestinità della protagonista.

Non manca di tagliare con l'accetta buoni e cattivi Masset-Depasse, sia chiaro, come non manca di concedere allo spettatore in certi casi, quello che vuole vedere. Ma il suo racconto a tratti ruffiano riesce ad essere vero più nei dettagli (una telefonata che non si riesce a fare, un messaggio che non arriva) che nel grande disegno globale, perchè, nonostante il tema impegnato, davvero ancora una volta ciò che interessa al regista è il lottare senza tregua contro barriere apparentemente insormontabili.
Allo stesso modo di Cages i momenti topici sono molti e tutti legati a sguardi e sensazioni, per costringere lo spettatore a calarsi in quei panni e riconoscere le proprie esitazioni e le proprie difficoltà in quelle della protagonista.
Essendo un film che racconta di un'impresa da compiere e di barriere da scavalcare ad ogni piccolo passo il regista non manca di sottolineare, in maniera sempre diversa, sempre originale e sempre comunicativa quanto fare questo progresso sia duro e costi al personaggio.

Le Quattro Volte (2010)
di Michelangelo Frammartino

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FESTIVAL DI CANNES 2010
QUINZAINE DES REALISATEURS

E' già in sala il più bel film italiano del festival.
Frammartino dirige una specie di curioso documentario che in realtà utilizza espedienti di finzione per mostrare il contesto più del testo. La campagna con i suoi tempi e i suoi ritmi vista attraverso alcuni movimenti. Capre, legna, boscaioli, processioni, ogni piccolo segmento ha una sua struttura interna, un suo svolgimento e un suo umorismo.

Ed è forse quella dell'umorismo la caratteristica più strana di un film quasi integralmente muto che punta tutto sulla visione che ha di ciò che riprende. Pensando a De Seta ma somigliando agli ultimi lavori di Olmi, il film di Frammartino ha un modo tutto suo di scavare una visione personale della campagna e delle sue bestie (c'è una capra formidabile).

Difficilmente categorizzabile si tratta di un esempio concreto di "qualcosa di diverso" che unisce una ricerca formale ad un'insperata ed inattesa godibilità immediata.

Exodus: Il sole ingannatore 2 (Exodus: Burnt By The Sun 2, 2010)
di Nikita Mikhalkov

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FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Abituati come siamo ad un cinema sofisticato che guarda il pelo nell'uovo, bilancia torti e ragioni e cerca di essere giusto prima di essere emotivo si può respingere con facilità Exodus che invece è un grande filmone (ed è solo la prima parte!) d'altri tempi, tutto sentimentalismo e provvidenza, religione che striscia nonostante il regime comunista e guerra ingiusta con la povera gente.

Il raccontone popolare di Mikhalkov è magniloquente e pieno di eccessi tutti controllati che potrebbero sembrare americanate solo ad un occhio poco allenato mentre sono intrisi del senso del grottesco e dello sguardo filmico russo. Certo declinati in maniera commerciale, con un gran ritmo e concessioni melodrammatiche che il cinema d'incasso russo non disdegna mai di battere.
Fin dalla prima straordinaria sequenza onirica il film è permeato di un modo di vedere gli elementi della natura che è figlia di quello che si faceva in quel paese negli anni '70, riesce a mescolare lo storico con il fantascientifico (il modo in cui la religione è trattata, vista e celebrata di nascosto ricorda i culti misterici dei film sul futuro), il militaresco con il sentimentale che parte solo dal cinema colossale americano degli anni '40 per arriva dritto nella modernità.

Un padre e una figlia si cercano disperatamente durante il secondo conflitto mondiale. Per trovarsi passano diverse allucinanti esperienze divise tra il fronte e il fronte interno. Tra bastardi, violenti, gentili e sordidi russi e nazisti. Un fiume in piena.

Zio Boonme che vedeva le sue vite passate (Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives, 2010)
di Apichatpong Weerasethakul

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FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Il vincitore della Palma d'Oro di quest'anno è senz'altro il film più dilatato, difficile, ermetico e simbolico visto passare nel non già esaltante concorso.
Nel raccontare un universo in cui l'animismo ha la stessa concretezza della realtà materiale e in cui fisico e metafisico non hanno eccessive distinzioni, Apichatpong procede per immagini come si conviene in questi casi e non certo attraverso un filo logico. In un cinema in cui ogni elemento inquadrato ha la medesima importanza e in cui il regista non insegue di certo i personaggi ma sta più attento a comporre le immagini in modo che animali, piante, cibo, uomini ed esseri condividano un medesimo spazio, la storia di un uomo che vede le sue vite passate poteva essere uno spunto veramente interessante.

Quello che accade è però che lo stile compassato, dilatato e molto molto tranquillo della pellicola, si abbatte come una scure sulla sua comprensibilità. Il viaggio di Zio Boonme verso la morte e contemporaneamente verso altre vite non ha i contorni esaltati di un trip metafisico ma quelli concreti di una vita che si spegne e le poche impennate convincenti (la favola del pescegatto, l'abbraccio sul letto, il fantasma che arriva e che poi veglia o il figlio scimmia) si perdono in un mare di dialoghi che girano intorno alle situazioni e rumori d'ambiente.
Le intuizioni, quelle si, paiono straordinarie, le loro attualizzazioni ben meno.

20.5.10

Sound Of Noise (id., 2010)
di Ola Simonsson e Johannes Stjärne Nilsson

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FESTIVAL DI CANNES 2010
SEMAINE DE LA CRITIQUE

Tutto nasce da questo video immesso su YouTube qualche anno fa e girato vorticosamente in rete. A furia di click e apprezzamenti la voce e' arrivata anche a qualche produttore che ha deciso di contattare i realizzatori per farne un lungometraggio.
Come si puo' immaginare da una simile genesi la trama e lo svolgimento del film sono altamente risibili, un po' stupidi e tanto ingenui. Tuttavia l'idea di musica che viene veicolata e' tutt'altro che cretina.

Il collettivo di 6 batteristi impegnato nelle performance musicali alla base del film (andare in un luogo e cominciare a percuotere e usare gli oggetti che si trovano li' per creare armonie) opera sul serio e quello che fa e' un'idea che va decisamente piu' in la' della sola musica.
I concerti in cui vengono "suonati gli ambienti" non avrebbero senso se fossero solo ascoltati, sembrerebbero musica pop normale, l'idea ha la sua forza solo nell'audiovisuale, cioe' se oltre ad ascoltare si puo' vedere l'ambiente trasformato e l'origine dei suoni. In questo facendo un passo in avanti rispetto all'elettronica.

Non siamo infatti nemmeno dalle parti della videomusica (che ha grande senso ma per tutti altri motivi piu' vicini alla semiotica), siamo proprio dalle parti della violenza artistica e del riappropriamento delle dinamiche (in questo caso sonorita') metropolitane moderne.
Il rumore sta entrando nella musica gia' da qualche decennio, la vita a contatto con un numero sempre maggiore di rumori (tecnologici o meno) ha dato vita a sempre piu' contaminazioni in tutto il novecento, ma prendere proprio gli oggetti che si trovano e trasformare i suoni dell'ambiente in cui ci si trova per fare musica e' un passo in avanti.

Per questo sebbene retto da una storia un po' cretina Sound Of Noise e' un gran film, perche' riesce a fare della fusione tra musica e video una nuova sintesi, creare nuovo senso e dare nuove motivazioni. Motivazioni che sono devastanti, violente e arroganti come ogni seria presa di posizione artistica dovrebbe essere.

Udaan (id., 2010)
di Vikramaditya Motwane

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FESTIVAL DI CANNES 2010
UN CERTAIN REGARD

Se non avete mai visto un film indiano commerciale vi siete persi qualcosa. Perche' se il cinema autoriale non e' troppo dissimile in tutto il mondo (ha solo stili differenti e come dice Marco Muller "sono film che tra di loro sono in rapporto come le onde del mare"), quello commerciale e' molto diverso poiche' per sua natura va incontro ai gusti dei diversi pubblici.
In India in particolare c'e' un semplicismo, una banalita' e una naivite' che da noi non si vedono piu' al cinema credo dagli anni '40 e che a primo impatto ci suonano semplicemente ridicoli.

Questo pero' e' un problema nostro non loro. Perche' se il cinema popolare indiano lo e' nel senso piu' stretto del termine (per il popolino) non e' detto che debba essere fatto male, dunque nei casi migliori, come e' quello di Udaan, riesce a raccontare la storia piu' scontata della Terra, i personaggi piu' tipici mai visti, con una forza ed un'efficacia che prendono in contropiede l'arrogante spettatore occidentale.

In Udaan si racconta di un ragazzo di 17 anni, cacciato da scuola per una bravata che deve tornare a vivere con un padre oppressivo che non lo vede e non lo sente da 8 anni. Il padre e' una bestia, il massimo dell'oppressivo, vuole controllare il futuro del figlio, lo mena, lo minaccia e lo violenta psicologicamente. Il figlio al contrario vuole fare il poeta (IL POETA!! Una cosa che non si sentiva da decenni! Nemmeno nelle fiction italiane!), come simbolo della sua sensibilita' e del legame che aveva con la madre, ovviamente morta. C'e' anche (e come poteva mancare!) un fratellino di sei anni sul quale si abbattono ugualmente le angherie paterne.

Vikramaditya Motwane e' bravissimo nell'accumulare con classe la frustrazione nello spettatore che, come a me non capitava da anni, arriva a provare autentico e sincero odio per il cattivo di turno (come in quei racconti del cinema di una volta in cui il pubblico poi se la prende con l'attore come se fosse il personaggio) per poi liberare la commozione nell'ovvio finale positivo.
Giocando su elementi determinanti come i volti e il movimento dei corpi (lo sguardo severo del padre, la camminata innocente del fratello), Motwane davvero riesce a coinvolgere partendo dal basso. Nonostante la purezza infantile e le aspirazioni intellettuali e sentimentali non possano piu' essere per uno spettatore smaliziato motivo di partecipazione sentimentale, l'abilita' indiana nel fare un cinema dai valori semplici riesce a dare vita ad un racconto che non si vergogna di essere sfacciatamente sentimentale e melodrammatico conquistando cosi', con onesta' intellettuale e cura registica, la totale partecipazione dello spettatore.
Cioe' non mi sono infastidito nemmeno quando le consuete canzoni cantano di sottofondo "La liberta' non puo' essere donata/ma va conquistata/Spicca il volo Rohan". Giuro che ci stava bene.

La Nostra Vita (2010)
di Daniele Luchetti

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POSTATO SU
FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Con il team creativo e un'idea di film non troppo distante da Mio fratello e' figlio unico Luchetti tenta nuovamente il colpaccio, ovvero realizzare una commedia che sia davvero capace di raccontare una parte di paese e una parte di umanita' con complessita' e senza indulgenze eccessive, utilizzando gli strumenti che hanno tanto funzionato nel film precedente.

C'e' innanzitutto Elio Germano, con un ruolo da vero e unico protagonista, c'e' Zingaretti ancora una volta di supporto e una serie di ottimi attori in parti piccole. Ci sono Claudio Collepiccolo alla fotografia, Mirco Garrone al montaggio e Franco Piersanti a musicare.
Cosi' alla fine, come si diceva, il risultato e' una sostanziale identita' formale con il film precedente.

L'idea alla base e' quella che cambia. La Nostra Vita e' meno dinamico di Mio fratello e' figlio unico e tutto retto su un lutto iniziale la cui elaborazione e' il nesso e il messaggio del film. E proprio qua sta la pecca piu' grave, nel fatto che il film voglia avere un messaggio.
Il denaro come unico obiettivo di quest'Italia, in qualsiasi strato della popolazione, la conquista commerciale dei sentimenti e l'incapacita' di affrontarli.
C'e' una sorta di arroganza e boria intellettuale nel modo in cui il piccolo imprenditore edile viene ritratto nei suoi impicci e inganni finalizzati a colmare il vuoto proprio e dei figli.

Sarebbe infatti anche meritevole una volta tanto aver raccontato una storia autenticamente popolana, che non si tira indietro di fronte agli aspetti piu' abietti e piccini di quel mondo, ma lo sguardo di Luchetti grida in ogni momento alla superiorita' culturale di chi ha studiato e alla nefasta influenza berlusconiana (benche' mai evocato) sulla mentalita' dei piu' ignoranti.
Come se non bastasse La Nostra Vita non riesce a dare vita a momenti autentici e sinceri benche' ci provi, come ad esempio nella scena del canto urlato al funerale che e' solo ridicola.

Infine, nonostante la stessa squadra, La Nostra Vita zoppica esattamente la' dove Mio fratello e' figlio unico marciava: sulle frasi. Sulla capacita' cioe' di riassumere il lavoro fatto in parte del film o su un personaggio o anche solo su una scena in una sola frase, una one-line la quale, carica di significato possa andare oltre le sue parole e farsi paradigma. Forse e' la mancanza di un libro dietro le spalle e quindi di una scrittura piu' articolata dalla quale attingere, ma ogni momento e' sottolineato, enfatizzato e quasi poetizzato senza aver sostanza (o magari proprio per quello).

18.5.10

The Myth Of American Sleepover (id., 2010)
di David Robert Mitchell

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FESTIVAL DI CANNES 2010
SEMAINE DE LA CRITIQUE

Il teen-movie e' un genere a se' e negli anni ci ha abituato ai suoi luoghi comuni, i suoi caratteri, i suoi percorsi evolutivi e i sui passaggi obbligati. Dalla prima scopata al primo bacio, dalla carta igienica lanciata sugli alberi al ballo della scuola, l'annuario e via dicendo. Tutto sempre all'insegna dell'umorismo demenziale.
Quello che fa The Myth Of American Sleepover invece e' prendere questa stessa materia e questi stessi luoghi comuni e caratteri fissi per raccontarli in maniera autoriale, cioe' puntando sull'introspezione dei personaggi piu' che sull'azione.

Il risultato e' un film che si svolge in una notte (l'ultima notte d'estate) seguendo le storie di molti personaggi diversi, tutti intenzionati a rimorchiare, baciare o scopare (a seconda dell'eta') e tutti destinati in un modo o nell'altro ad avere esperienze sentimentali e intime decisamente piu' importanti.
Sara' l'effetto novita' ma lo stile piu' austero del solito dona al film un'autenticita' che ci eravamo dimenticati potesse esistere in questo tipo di storie. Tutte le consuetudini dei riti di passaggi della cultura americana sono finalmente viste nella loro vera essenza e quindi diventano comprensibili nella loro natura (da dove vengano, a che servano e che funzione sociale abbiano).

In una parola The Myth of american sleepover pur non essendo un capolavoro restituisce dignita' ad un genere e ad un popolo. E anche il personaggio che a tutti i costi vuole fare sesso con due gemelle suona autentico nella sua confusa ricerca sentimentale prima che sessuale.

17.5.10

Outrage (Autereiji, 2010)
di Takeshi Kitano

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FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Ci speravamo un po' tutti e invece... Invece quello che si e' tanto affannato a ripetere con gli ultimi tre film e' vero, Takeshi Kitano e' senza ispirazione. Non sa che fare e, per non sbagliare, torna ai lidi sicuri, a quello che e' sempre piaciuto al pubblico: Beat Takeshi. Solo che ci torna senza anima. Con una trovata da quotidiano italiano verrebbe da scrivere: "Il vero Beat Takeshi e' morto sulla spiaggia di Sonatine". Ma lasciamo stare...

Outrage e' un film di yakuza in cui si spara tanto e si ammazza molto anche senza pallottole, a mani nude o con il trapano del dentista. Si ride abbastanza delle dinamiche grottesce della yakuza (in primis i mignoli tagliati che, lo ammetto, sono sempre divertenti) ma poi non c'e' altro. E siccome Kitano non fa film d'azione Outrage, quando si supera la prima fase introduttiva e si entra nella seconda che dovrebbe tirare qualche filo, comincia ad annoiare con la continua riproposizione di omicidi uno in fila all'altro che non portano a niente.

La cosa piu' sconcertante di questo film che, sia chiaro, e' comunque realizzato con la mano destra, cioe' con impegno e un minimo (ma proprio poco) di ricerca, specie musicale, e' che l'assenza di una qualsivoglia psicologia, o anche semplicemente di immagini evocative, sensazioni nell'aria, ambienti coinvolgenti o respingenti, insomma la totale assenza di significati e' voluta e non accidentale. Si potrebbe affermare che essendo voluta la cosa abbia in se' un significato ma rimane il fatto che Outrage a dispetto del titolo e' un film piatto e vuoto. Ecco l'ho detto.

16.5.10

You will meet a tall dark stranger (id., 2010)
di Woody Allen

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FESTIVAL DI CANNES 2010
FUORI CONCORSO
Si inizia con una voce fuoricampo che, citando Shakespeare, afferma che la vita e' un inferno di grida ed affanni ma in ultima analisi senza senso. L'ennesima variazione sul pensiero caustico, ateo e fondamentalmente materialista di Woody Allen. Non siamo ne' dalle parti delle sue commedie scoppiettanti ne' da quelle dei drammi, You Will Meet a Tall Dark Stranger e' un altro viaggio nell'universo dell'autore tra truffe medianiche, rapporti che non funzionano, paura della morte e svolte inattese.

In particolare da Match Point in poi sembra che Allen sia ossessionato dal possibile criminale che alberga in ognuno. Alle volte e' possibile assassino altre, come in questo caso, possibile truffatore, ma sempre l'istinto di uscire dai canoni della legge viene dal contingenza, dal caso per l'appunto.
Si racconta di due coppie, la prima Naomi Watts e Josh Brolin sono in crisi perche' mentre lei lavora lui cerca di diventare uno scrittore ma non guadagna e la seconda, il padre di Naomi Watts e una ex prostituta che lui ha sposato (separandosi dalla moglie) per sentirsi vivo hanno a che fare con i tradimenti da parte di lei.

Questa volta non e' l'intreccio (come in Match Point), ne' l'umorismo (come in gran parte dei suoi film), ne' infine il tema ad avvincere, questa volta ad essere straordinario e' semplicemente il modo in cui Woody Allen racconta l'animo umano. Con semplicita' e pochi gesti conduce questo viaggio nelle vite semplici (sebbene piene di svolte) dei suoi personaggi, lasciando il pubblico libero di notare e soffermarsi su un'infinita' di piccoli particolari.

La grandezza straordinaria di questo regista e' di non porsi nemmeno piu' il problema di fare un buon film, ma solo di cosa voler mostrare stavolta. Le piccole avventure di piccoli borghesi londinesi tra ironia e impossibilita' di trovare la propria felicita', lo vedrete, sono guardate co bonaria partecipazione e senza gli strali che lo caratterizzavano decenni fa, in piu' sono anche condotte con un'abilita' narrativa senza pari, superiore anche a quella sempre giustamente celebrata di Eastwood, l'unico altro cineasta d'altri tempi e fuori da questo tempo che ancora scrive e dirige i film con il gusto e la tecnica dei favolosi anni '50 hollywoodiani.

15.5.10

Another Year (id., 2010)
di Mike Leigh

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FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Che cineasta Mike Leigh! Another Year è, finalmente, un capolavoro il primo visto in questo festival.

Per questa pellicola il regista inglese sembra essersi proposto la cosa più difficile del mondo ma contemporaneamente sembra averla realizzata con una tranquillità e una semplicità (apparenti) da opera giovanile.
L'obiettivo è raccontare "un altro anno", un altro anno nella vita di uno dei personaggi protagonisti (quindi nemmeno una protagonista vera), un altro anno passato e irrisolto, un altro anno al termine del quale nulla è cambiato e l'esistenza continua vuota e insulsa.

Come anticipato per arrivare a raccontare di quest'anno Leigh infarcisce il film di personaggi dei quali quello cruciale non è il più esposto, ci vorrà un po' per comprendere chi tra le perone coinvolte sia quella del cui anno si sta parlando e anzi alla fine si ha l'impressione che tutto il film sia un lungo prologo all'inquadratura finale, splendida, muta e lacerante, ma solo perchè arriva dopo tutto quello che c'è stato.

Siamo dalle parti di Segreti e Bugie con il tono di La Felicità Porta Fortuna, ovvero un film di dialoghi (scandito dalle 4 stagioni) per lo più in interno e tra un numero ristretto di amici tra i quali intercorrono rapporti di tipo diverso. Dunque il terreno d'elezione di Leigh che come al solito dirige gli attori benissimo. Se già Sally Hawkins aveva stupito nell'ultimo film, in questo il discorso iniziato lì (su un possibile racconto leggero dei drammi della vita) è portato avanti dedicando a tutto il cast l'attenzione e la cura che lì era dedicata alla sola Hawkins.

Non manca, come si conviene in questo tipo di pellicole, una forte dimensione estetica, cioè la capacità di generare immagini che riescano a rendere i sentimenti più di quanto non facciano le parole, anzi utilizzando proprio quelle parole come trampolino di lancio per stampare in testa un quadro.
C'è una partita a golf che è il senso stesso dell'amicizia virile con le sue ombre proiettate sul green e un pranzo estivo in cui sembra di sentire il profumo dei fiori inebriare gli ormoni.
Personalmente io non avevo mai visto nessuno riuscire a rendere sullo schermo qualcosa di così complesso e stratificato come l'insoddisfazione personale che si ripete anno dopo anno.

14.5.10

Wall Street 2 - Il denaro non dorme mai (Wall Street: Money never sleeps, 2010)
di Oliver Stone

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FESTIVAL DI CANNES 2010
FUORI CONCORSO
Delle tante insensate operazioni di recupero di titoli noti per elaborarne dei sequel Wall Street 2 sembrava la piu' sensata. Il 2008 e' stato un anno drammatico per l'economia americana e in generale gli ultimi 10 anni hanno rivisto profondamente le basi, il funzionamento e le finalita' della finanza mondiale. Non senza problemi.

In questi anni Gordon Gekko, il simbolo del vecchio tipo di potere e di arrivismo economico era in galera incastrato per quello che oggi e' legale e fanno tutti. Uscito di prigione Gordon gira in metro, divide i taxi e deve preoccuparsi di non farsi sbranare vivo quando incontra i colleghi che hanno continuato a macinare nel mondo della finanza. Non sembra ma attende un modo di rifarsi e a tal proposito aggancia un giovane broker fidanzata con sua figlia.

Come spesso capita ai sequel delle ultime stagioni l'impegno e' ai minimi storici. Attori che non danno nulla, script che non regalano emozioni, cammei e inside jokes buttati in mezzo (Charlie Sheen fa una delle peggiori comparsate di sempre).
Soprattutto muore l'idea che un fiml abbia una sua vita e un suo senso indipendentemente da quello che pensavano gli autori mentre lo facevano. Oliver Stone torna a parlare di Gordon Gekko e confermare la sua visione del personaggio contro quella che e' diventata comune.
Nonostante fosse un cattivo nei decenni e' stato amato e imitato, in lui e nei suoi simboli (capelli tirati indietro, bretelle, sigari e frasi topiche) si e' identificato un modo di essere e una generazione e ora Stone lo stravolge lasciando intendere che e' sempre stata questa l'intenzione primaria.
No! Non c'e' il mito di Gekko ne' ne vengono creati di altri.

13.5.10

On tour (Tournee, 2010)
di Mathieu Amalric

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FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO
Mathieu Amalric e' uno dei piu' grandi attori di Francia di questi tempi e dopo una prima prova qualche anno fa ora torna a fare il regista in un film in cui e' anche l'attore protagonista. Per non variare molto dallo stereotipo dell'attore che passa a fare il regista anche lui come quasi tutti si mette a raccontare una storia di artisti da quattro soldi, in particolare di una compagnia di Bourlesque americana portata in giro per la Francia da un impresario francese e pieno di problemi.
La questione e' parlare di uno stile di vita bulimico e frenetico, eppure cio' che emerge di piu' dallo stile molto controllato e molto francese di Amalric (che molto guarda ai film di Desplechin), e' una sorta di dimensione ovattata dei sentimenti dove nulla scalfisce il protagonista. Non il disprezzo dei figli, non le umilizazioni sul lavoro, non le avanches e nemmeno i ricordi dei vecchi amori.
Una donna in ogni porte e un debitore in ogni citta', cosi' l'impresario si plasma sugli spettacoli che porta in scena. Le attrici di bourlesque sono tutte vere performer e si vede, Amalric conosce il valore del corpo e della corporalita' e non vuole blande finizoni ma corpi scandalosi. E per se stesso (con rara capacita' di comprendersi come se si guardasse da fuori) ritaglia un ruolo nel quale il corpo da scricciolo o ranocchio e' altrettanto importante.
Il film non e' quella fucina di sentimenti inespressi che vorrebbe essere, nemmeno nella pur bella scena del tentato rimorchio alla pompa di benzina, tuttavia ha un finale da impazzire: gli ultimi 10 secondi in cui viene lanciato un urlo in playback, riassumono per immagini, musica e climax narrativo tutto quello che il film poteva e voleva dire e che non e' riuscito a fare. Peccato.

Draquila - L'Italia che trema (2010)
di Sabina Guzzanti

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POSTATO SU
FESTIVAL DI CANNES 2010
SEANCE SPECIALE

Draquila e' un film cinematograficamente davvero povero. Non ha un immaginario di riferimento ne' tantomeno e' in grado di generare immagini che raccontino qualcosa, tutto quello che deve dire lo fa con la voce fuori campo o con le interviste alle persone. Non utilizza il comparto audio se non per far sentire le parole, ne' tenta qualcosa di ardito. Draquila e' in sostanza un documento di stampo televisivo allungato di qualche decina di minuti (e dotato di uno score) cosi' da poter finire al cinema.

Detto questo Draquila fa pero' un buon racconto. Prende fatti in linea di massima noti al suo pubblico di riferimento e li aggrega operando una narrazione fluida chiara e non eccessivamente faziosa, per quanto dichiaratamente di parte.
Sabina Guzzanti capisce di doversi levare dal proscenio e lascia spazio alle persone che una volta tanto non sono solo autorita' o protestanti ma soprattutto il popolo a favore di Berlusconi, quegli aquilani sfollati e poi risistemati che credono e hanno fiducia nel premier.

In questo modo, oltre a raccontare la cronaca dei giornali e a fare qualche interessante connessione in piu' (che tuttavia per quanto plausibile rimane arbitraria), Sabina Guzzanti riesce finalmente a mostrare qualcosa, ovvero il consenso nel suo farsi, l'effetto che fa un bambino baciato in piazza, un mocio vileda regalato o la scoperta delle intercettazioni, riesce insomma a mostrare il berlusconismo attivo di chi crede nell'uomo piu' votato d'Italia: chi e' il popolo di Berlusconi in una zona disastrata come l'Aquila, chi la' dove tutti si lamentano e dove la vita sembra insostenibile e' soddisfatto di quello che e' stato fatto per lui e quali siano le sue ragioni.
Il documentario non nasconde una certa violenza e una certa cattiveria nei confronti di queste persone, violenza e cattiveria che si fa fatica a non condividere a prescindere dalle preferenze politiche, perche' rivolte contro chi sceglie e rivolgere il proprio voto (e quindi decide le sorti del paese) sulla base di criteri che dire risibili e poco documentati e' poco. E' una cattiveria strisciante ma presente contro chi ha scelto per fini egoistici, per omofobia, per maschilismo, conservatorismo delle idee, timore, piccineria e ignoranza. Ed e' la cosa piu' cinematografica di tutto il film.

12.5.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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AVVERTENZA! L'indirizzo del feed è cambiato. Tutti i link da ora in poi rimanderanno nei posti corretti. Compreso iTunes.

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si parte con Notte Folle a Manhattan e la spiegazione di cosa sia questo film e perchè vada visto in lingua originale, si procede con il mito Puzzole alla riscossa e poi si racconta delle stranezze di Christine Cristina. Dopo aver annunciato e spiegato delle partite di calcio mandate in 3D nelle sale cinematografiche, si racconta cosa si dice in giro di Draquila in attesa della visione a Cannes e si parla di Due vite per caso, film italiano d'esordio dalle tante ambizioni solo parzialmente raggiunte.

LA PUNTATA DEL 07/05/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Robin Hood (id., 2010)
di Ridley Scott

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POSTATO SU
FESTIVAL DI CANNES 2010
CONCORSO

Si era detto che doveva essere un Gladiatore in calzamaglia e una volta tanto le banali voci non erano troppo lontane dalla realta'.
Robin Hood e' un racconto speculare a quello di Massimo Meridio, la narrazione della grande ascesa sociale e morale dell'uomo che e' diventato Robin Hood, e che quindi, si afferma implicitamente, non lo e' sempre stato.

Mentre Il Gladiatore partiva dalla gloria, dallo status di grande condottiere nelle grazie dell'imperatore morente, Robin Longstride e' un semplice arciere dell'esercito, poco simpatico ai superiori e non particolarmente carismatico. Ma il vero movimento uguale e contrario rispetto all'altro film e' quello che per la morte del proprio superiore (qui re Riccardo) porta Robin in alto, facendolo diventare un nobile di alto lignaggio per convenienza di tutti (in primis sua che altrimenti sarebbe tornato a fare una vitaccia) mentre Massimo Meridio veniva deportato come i normali gladiatori e da li' partiva la sua vendetta.

Robin Hood non e' quindi un vengeance movie sotto mentite spoglie come Il Gladiatore anche se lo stesso qualcosa da vendicare c'e', ma non e' personale. Il principe Giovanni prende il potere e l'eroe si trova a combattere, come vuole la leggende, al fianco dei poveri.
Dunque il movimento contrario di ascesa e lotta per i piu' umili e' speculare a quello di discesa e lotta CON i piu' umili del Gladiatore, ed e' il piu' grande punto in comune per un film che per il resto riduce al minimo storico violenza e sesso per ottenere il visto di censura dai 13 anni in poi, spalmando melassa ovunque.

Tutto quello che avevamo amato nei decenni passati di Ridley Scott e' ormai scomparso ma anche il senso dell'epica con il quale era riuscito a pervadere un'opera curiosa come Il Gladiatore qui manca. E non basta la credibilita' del corpo di Russel Crowe (uno dei pochi miliardari del pianeta in grado di sembrare e occupare realmente il posto di un umile sullo schermo) a dare al film una vera attrattiva.
Tra cuochi che diventati arcieri per contingenza che decidono le sorti della storia e combattimenti al ralenti (ancora????) Robin Hood e' disgraziatamente noioso. Noioso, lungo e senza eccessi di alcun tipo. Il mix peggiore che ci sia.

11.5.10

Da domani su queste pagine (e sul colonnino a fianco)

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Non ho fatto in tempo ad arrivare che mi e' stato assegnato il badge stampa piu' scrauso, potro' entrare alle proiezioni solo come bibitaro.
Ad ogni modo molta della copertura di quello che succedera' sara' fatta via twitter, come mostrato nel nuovo colonnino a destra. I tweet vengono dal mio account e da quello di mymovies cui partecipero'.
La novita' rispetto agli altri festival coperti via twitter e' che potete anche commentare i tweet da Friendfeed ed essi compaiono nella barra in alto che c'e' gia' da tempo. Certo dovete farvi un account Friendfeed, ma che ci volete fare, e' la vita!

7.5.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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AVVERTENZA! L'indirizzo del feed è cambiato. Tutti i link da ora in poi rimanderanno nei posti corretti. Compreso iTunes.

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo una trattazione seria di Vendicami, tocca poi subito dopo all'atteso film della settimana che lascia mediamente delusi, ovvero Iron Man 2, si racconta poi dello stranissimo Gli Amori Folli e di Cosa voglio di più, il nuovo intrigante film di Silvio Soldini. In chiusura si annuncia poi l'arrivo del nuovo Final Destination in 3D e si racconta dei piccoli (ma efficaci) Sotto il celio azzurro e Basilicata Coast to Coast.

LA PUNTATA DEL 30/04/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Notte Folle a Manhattan (Date Night, 2010)
di Shawn Levy

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La città di notte non è come la città di giorno, il cinema ce lo racconta da decenni. Da Fuori Orario a Cuba Libre fino a I Guerrieri della Notte l'estetica cittadina notturna è stata ridefinita come un far west o come lo spazio profondo, luoghi in cui può succedere di tutto e nei quali le regole e i diritti civili non valgono più. La legge o non esiste o è contro di te, gli uomini mangiano gli altri uomini, le donne attirano solo per poi respingere e chi ti vuole aiutare cerca in realtà sempre di fregarti.

Shawn Levy a questo tipo di racconti si era già avvicinato con i due Notte al museo, nei quali di notte il mondo del giorno si sovvertiva all'insegna dell'anarchia, similitudine gioiosamente caotica delle drammatiche avventure metropolitane sopracitate. Ora con Notte folle a Manhattan esce dal luogo chiuso e racconta con i toni della commedia proprio quel mondo dalle regole tutte sue.
E proprio in questo sta il merito maggiore della commedia cioè di tradurre un immaginario e un tipo di cinema solitamente drammatico, violento e disperato nel linguaggio della commedia dove regnano il sovvertimento delle parti, l'inganno, il senso del ridicolo e via dicendo.

L'edizione italiana però soffre del doppio problema doppiaggio/adattamento. Steve Carell e Tina Fey non rendono doppiati e molte battute sono adattate in maniera palesemente poco rispettosa del testo di partenza. La cosa che rimane tuttavia è il fortissimo ritmo che la commedia si porta dietro. La girandola di eventi che prende i protagonisti e li trascina nel gorgo della vita notturna è molto ben reso grazie a diversi espedienti e non ultima la scelta di riprendere in digitale (il che implica la possibilità di riprendere anche con poca luce).

6.5.10

Due Vite Per Caso (2010)
di Alessandro Aronadio

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Ah! Gli esordi italiani.....
Alessandro Aronadio è bravo, questo va precisato subito. Non solo gira con sapienza e mantenendo sempre chiara un'idea di stile che fa da collante estetico di un film che invece, a livello contenutistico, si fonda sullo sdoppiamento, ma è anche molto abile nel raccontare in maniera diretta una storia, sulla carta, non semplicissima.

Siamo dalle parti di Slinding Doors, anche se Aronadio sembra voler tanto stare da quelle di Destino Cieco: la vita di un ragazzo che prende pieghe diverse a seconda dell'esito di un possibile incidente fatto con una volante della polizia. L'idea è di usare il contrasto (o il non-contrasto) con l'ingiustizia perpetrata dalle stesse forze dell'ordine per parlare della rabbia giovane, della violenza inespressa e alimentata da una società che spinge al precariato e che circonda con l'odio. Gli esiti però non sono all'altezza delle ottime premesse.
Con intelligenza il regista divide il film attribuendo ad una delle due vite un tono leggermente più leggero e da commedia e all'altra uno più drammatico e serioso, mentre con la macchina a mano (e non) rimane quasi sempre attaccato agli attori adottando una prospettiva quasi da microscopio che gioca con gli sfocati e i dettagli per impedire (volutamente e con finalità destabilizzanti lodevoli) di percepire la totalità dell'ambiente e quindi della situazione.

Fermo restando qundi quanto di buono si possa dire sulle qualità registiche Due vite per caso si perde, specie nella seconda parte, appresso alla solita schematica divisione tra manifestanti (buoni e innocenti) e forze dell'ordine (matte e fasciste), quando invece la sua struttura lascia trasparire la volontà di operare un racconto più complesso che renda con maggiore obiettività la realtà dei fatti.
Ancora peggio il film è affossato da una serie di citazioni, omaggi e riferimenti al grande cinema ostentate con didascalismo e pretenziosità. Dal finale di I 400 colpi (prima mostrato, commentato e spiegato e poi imitato), al locale chiamato "Aspettando Godard", dalla musica di Il cattivo tenente allo sparo finto simulando la piastola con le dita di Il Giustiziere della notte fino allo sguardo di consapevolezza che i protagonisti di due vite diverse si scambiano (come in La doppia vita di Veronica o L'uomo in più) e via dicendo tutto è sbattuto e ostentato come giustificazione intellettuale (di cui, lo si dice come lode, non ne avrebbe bisogno) o ancora peggio vanto personale.
E' un esordio italiano del resto.

5.5.10

Top Score Del Mese: The Time Machine
a cura di Compatto

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The Time Machine è un film del 2002 diretto da Simon Wells discendente di H.G. Wells che ha scritto il libro.
Non so se il film è fedele al libro, perché non conosco bene la storia, ma ho visto il film e posso dire che non è un filmone.

La storia narra del mite professor Alexander Hartdegen che per poter riportare la sua amata in vita (uccisa da due rapinatori per una vile questione di denaro) decide di isolarsi dal mondo e costruire una macchina del tempo.
Ci riesce ma scopre che la sua donna è destinata a morire e tutti noi che abbiamo visto Final Destination sappiamo che quando la morte ci si mette non si sfugge, decide così di allontanarsi dal suo mondo per andare a scoprire cosa nasconde il futuro, scopre così che la Luna distruggerà la Terra e altri cazzi.

Durante il viaggio per tornare indietro il professore sbatte la testa e perde conoscenza per un lungo tempo, si ritrova così svariati anni nel futuro e scopre che la Terra è dominata da creature abitanti del sottosuolo conosciute come Morlocks, il loro capo, uno sdrumato e stanco Jeremy Irons vuole accoppiarsi con le donne umane per costruire la razza perfetta.
Ovviamente il buon Alexander non ci sta e aiuta la civiltà umana sopravvissuta, che si chiamano gli Eloi a uccidere i Morlocks, una volta fatto si trova una sensuale femmina Eloi da sbattersi e decide di rimanere lì per sempre.

Lo score che punta più sul drammatico che sull’azione è composto dall’allora novellino Klaus Badelt al suo primo lavoro da solista.
Ne abbiamo già parlato, Klaus ha fatto parte del team Remote Control per svariati anni, dal 1997 al 2002 aiutando Hans Zimmer a comporre grandi score come il Gladiatore, Hannibal, Pearl Harbor, Mission Impossibile II, Invincibile e altri.
Stupisce come Klaus sia riuscito a creare un suo stile di composizione senza dimenticare gli insegnamenti di Hans e company, solitamente i compositori di casa Remote Control sono cresciuti ed allenati a diventare dei finti Hans Zimmer.
In pratica succede che quando qualche produzione non può permettersi Zimmer per l’eccessivo costo, si prende un suo surrogato a scelta tra Geoff Zanelli, Steve Jablonsky, Atli Orvarsson, James Dooley e Ramin Djawadi.

Klaus invece fa parte di quei pochi compositori che sono riusciti a creare un loro stile, posso citare giusto Harry Gregson-Williams e John Powell, insieme a Badelt sono gli unici che si sono fatti valere anche come compositori solisti.
Se solo Steve Jablonsky si impegnasse un po’ di più! E' grande la forza in lui.

IL DOWNLOAD

4.5.10

Puzzole alla riscossa (Furry vengeance, 2010)
di Roger Kumble

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Strano come i titoli italiani debbano ingannare a tutti i costi. Puzzole alla riscossa è un film che mostra solo marginalmente i maleodoranti animali, al pari di altri come orsi, aquile o scoiattoli, mentre ha al centro un orsetto lavatore. Ovviamente più calzante era il titolo originale: "vendetta pelosa". Ma tant'è.
Strane traduzioni a parte Puzzole alla riscossa, nonostante possa vantare nel cast la presenza nefasta di Brendan Fraser, è un film davvero carino.

Realizzato per un pubblico d'età infantile e pensato per avere il punto di forza nella lotta tra il protagonista e gli animali, combattuta a furia di gag slapstick, il film trova una vena felicissima nel modo in cui dipinge il resto della società intorno ai protagonisti.
Se l'intreccio centrale è infatti dato, stereotipico e a suo modo prevedibile (benchè realizzato con humor e un ritmo comico non comune per queste produzioni) tutto ciò che gli è intorno, cioè lo sfondo della storia, colpisce per quanto si distacchi dal perbenismo familiare cui Hollywood ci ha abituato.

Si ride e di gusto degli anziani, delle forze dell'ordine, dei superiori, delle bibliotecarie, delle segretarie e di tutte quelle figure che, viste da un punto di vista infantile, sono autoritarie, istituzionali o socialmente meritevoli di rispetto a prescindere dall'effettivo valore del singolo e che di solito vengono dipinte con una deferenza priva messa in discussione morale.
La morale qui invece c'è e, sebbene per larghe parti il film possa sembrare una di quelle commedie Disney anni '50, in più di un momento si percepisce una certa insofferenza nei riguardi delle pompose e arrogante idiozie di certa parte del mondo adulto.

Se infatti la caratterizzazione grottesca del grande magnate incurante del rispetto della natura è prevedibile (ma godibilissima, specie nel suo rapporto con la segretaria), non lo è il modo in cui viene dipinta la massa.
La gente quando in grandi aggregati diventa obnubilata da chi gli prometta soldi, non si schiera con i buoni, e qunidi in difesa della natura, ma solo con chi è più retorico.
Puzzole alla riscossa è insomma condita di una sostanziale sfiducia nelle persone che ricorda quasi il grottesco modo in cui serie come I Simpson prendono di mira la società: senza mentire nè indorare la pillola ma adottando una prospettiva che non pretende di bacchettare per scatenare la risata.

2.5.10

Gli Uomini Che Mettono Il Piede Sulla Coda Della Tigre (Tora no o wo fumu otokotachi, 1945)
di Akira Kurosawa

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Noto in Italia con diversi titoli (anche Quelli che camminano sulla coda della tigre) il quarto film di Kurosawa visto con gli occhi di un occidentale di oggi è un fantastico B movie.
Tutto concentrato su un'unica situazione, caratterizzato da una durata stringatissima di 58 minuti e totalmente concentrato sugli eventi, tanto da poter essere diviso con facilità in 3-4 avversità da superare, il film gira intorno ad un gruppo di samurai che devono scortare il proprio signore attraverso una serie di posti di blocco istituiti dal fratello che gli dà la caccia. Per farlo si travestono tutti da monaci tranne il signore che viene vestito da portatore.

Fino a tre quarti di film non vedremo mai il volto (efebico) del principe e comunque anche dopo l'attenzione rimane sempre sui sei samurai (+ un vero portantino che si unisce in corsa, e così siamo a sette), concentrati nel gioco di suspense ed inganni finalizzato ad ingannare gli uomini del principe rivale che hanno il compito di non lasciar uscire il ricercato dal perimetro sotto il suo controllo.
Nonostante Kurosawa tornerà su una storia simile in La Fortezza Nascosta (i guerrieri e i servitori che scortano il principe), in questo film è molto più marcata la forza d'animo e la fedeltà dei samurai del gran signore.

Appiattito da alcune piccolezze come le ricostruzioni in interno di scenari che si suppongono essere esterni e di qualche dialogo eccessivamente lungo dovuto alla provenienza originale della storia (il teatro kabuki), il film però è la prima vera anticipazione di quel senso dell'azione kurosawiana che poi dominerà i lavori più noti, quel misto di stasi e impennate di tensione che servono a creare un ambiente propedeutico allo sviluppo dei personaggi.