30.6.10

Top Score Del Mese: Speed 2 Cruise Control
a cura di Compatto

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Scusate se sono mancato un mese ma ho avuto da fare.

Saltiamo i convenevoli e parliamo di questo filmaccio che è Speed 2, diretto da Jan de Bont, lo stesso regista del primo Speed che invece è un gioiellino, il film narra le sfortunate vicende di Annie e Alex, una coppietta felice che si imbarca nella crociera sbagliata, infatti nella stessa crociera si trova anche Geiger un pericoloso criminale che vuole far saltare in aria la nave per vendicarsi dei suoi datori di lavoro che lo hanno ingiustamente licenziato.
Ovviamente tra simpatiche disavventure i due innamorati riusciranno a salvare la situazione e a vivere felici e contenti.
Il film non ha avuto un buon successo data la mancanza di Keanu Revees, ma non solo per quello, mentre il primo film era un adrenalinica novità questo seguito è noioso e lento, anche perché che ci deve essere di così veloce in una nave da crociera?

Come compositore viene confermato Mark Mancina già creatore del famoso tema di Speed nel 1994, in questo seguito possiamo dire con fermezza che Mancina è l’unico che si è salvato grazie alle sue musiche adrenaliniche.
Mancina (che per fare questo film ha dovuto lasciare a metà il suo lavoro in Con Air all’amico Trevor Rabin) conferma la presenza del famoso tema del precedente film ma lo arrangia in maniera diversa rendendolo più veloce e presente.
Purtroppo come si sente nello score il numero di strumenti della Hollywood Symphony Orchestra è veramente limitato (siamo intorno ai 30 elementi) ma Mancina riesce, anche grazie ad un ottimo uso delle percussioni al sintetizzatore, a non far pesare troppo questa assenza.
Non mi viene niente di negativo da dire su questo score che ha il merito di avermi fatto scoprire “il mondo delle musiche di sottofondo nei film”, come lo chiamavo io all’inizio…bei tempi.

Tocca fare un ovazione alla La La Land Records che dopo 13 anni ha rilasciato questo fantastico score, prima girava solo un bootleg di 40 minuti scarsi di musica che si sentivano pure male. Anche se la prima traccia (quella a cui sono più affezionato) ha un brutto montaggio, questo perché sono 3 tracce che nascono separate, se le lasciavano così non facevano un soldo di danno.
Uno score che consiglio a tutti, che non vi annoierà, sì certo ci sono due pezzi con poco ritmo, i classici pezzi di tensione, ma pure quelli hanno un loro fascino.

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29.6.10

Twilight - Eclipse (id., 2010)
di David Slate

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Pensare di trascurare la saga di Twilight equivale a disinteressarsi del mondo in cui si vive. Scelta legittima ma disprezzabile.
Certo i film della serie non hanno mai brillato per valori cinematografici, ritmo o intrattenimento di classe e questo terzo, Eclipse, non fa che peggiorare, riducendo l'azione (comunque diretta molto male e in maniera svogliata, confusa e pressapochista, come dimostra lo stupido colpo di scena finale dell'unica battaglia del film), aumentando a dismisura i dialoghi ripetitivi tra i due protagonisti Bella ed Edward, mettendo a dura prova la pazienza degli spettatori non appassionati che si vedono sottoposti lungo tutto il film alla continua reiterazione della stessa dinamica (la ragazza dubbiosa sui suoi due uomini) e infine proponendo ancor di più una visione oscurantista del sesso.
Tuttavia a differenza di altre saghe cinematografiche di grande successo come I pirati dei Caraibi o Harry Potter (per citare quelle degli ultimi anni), quella di Twilight non è per tutti, non cerca cioè di accattivarsi spettatori di ogni tipo, sesso ed età in un'ottica generalista ma è anzi molto tematica e indirizzata ad un pubblico ristretto (pur nella sua grandezza). Testimonianza ne sia il fatto che esce al cinema in questi giorni senza temere i Mondiali di Calcio.

Le altre saghe vincono riproponendo in una buona confezione dinamiche, figure e archetipi eterni (il mistero della magia, l'eroismo giovanile, l'avventura esotica, l'uomo forte e via dicendo), differenziandosi da ciò che già è stato per la forma filmica scelta. Twilight invece a modo suo, pur partendo da una certa classicità, sovverte tante dinamiche e trova un successo di nicchia con modalità imprevedibili. Twilight (al cinema) nella sua pochezza formale è un trionfo di contenuti commercialmente perfetti per i nostri anni e per questo imperdibile.
A differenza della versione letteraria quella cinematografica deve operare la solita, inevitabile sintesi, deve quindi scegliere con ancora più accuratezza cosa mostrare e su quali elementi puntare, rivelando con maggiore precisione i segreti di questo successo e i desideri (espressi e non) che queste generazioni aspirano a vedere proiettati sullo schermo.

Non può non sorprendere come innanzitutto la storia sia tutta orchestrata intorno a due che già si amano e che di questo sono certi, e non come al solito intorno ad una tensione verso il raggiungimento di un amore, come si basi sull'inevitabile cesura e l'odio tra razze (vampiri, lupi e umani), come proponga una figura maschile debole e poco virile (specie in confronto alla controparte licantropa decisamente più "potente" seppur perdente) e una femminile che sembra il solito "motore immobile" ma che in realtà è centro dell'universo e unica ragione di vita di una serie di maschi (i due amanti e il padre) di fatto al suo comando, come non abbia nulla di divertente in un'epoca in cui l'alleggerimento comico è presente in tutti i prodotti e come infine parli di amore senza sesso (ma con fortissime pulsioni come testimonia l'eccesso di mani appoggiate su pettorali nudi) e di "attesa per il matrimonio" (si, avete letto bene!) ad una generazione che, come poche altre in precedenza, non ha il minimo problema a non aspettare.

Certo lo si è detto tante volte che trattasi di prodotto "emo", ovvero dark in un senso ancor più disperato e sentimentale, fondato sull'esibizione del dolore e dell'escoriazione fisica esteriore come metafora di una ferita interiore (il sangue nell'immaginario emo è fondamentale da cui la scelta del tema vampiresco, molto lontano dalla mitologia in materia ma traboccante di allegorie con al centro il sangue, di cui questa terzo capitolo in particolare fa abbondante uso), ma è anche vero che il pubblico di Twilight non è solo quello "emo" e che quindi il successo della saga dimostra come quel tipo di valori (amore iperbolico, autolesionismo, dialettica potenza/sentimento, irraggiungibilità della felicità....) siano oggi più trasversali di quanto non si possa credere.

25.6.10

Dead Wait

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Quando si tratta di seguire le mode e le tendenze, il web è in una strana posizione. Da una parte è la componente che più di tutte fomenta un trend, ampliandolo, allargandolo e declinandolo in mille modi possibili (lo vediamo in questo periodo con le vuvuzelas del mondiale sudafricano) dall'altra, a parte qualche meme particolare, non è quasi mai il medium in cui si originano le macrotendenze, ma tende più a cavalcarle.
Capita così che nell'ultimo periodo l'emergere di un cinema sempre più orientato alla diversa declinazione di tematiche horror classiche (zombie e vampiri sostanzialmente) abbia portato anche ad una serie pressoché infinita di spinoff e prese in giro di cui il mondo delle webserie è particolarmente vittima. E se dei vampiri si è già parlato a lungo, sugli zombie sembrava ci fosse meno interesse, almeno fino a Dead Wait.

Che la serie si occupi di zombie è evidente più che altro dal titolo perché per il resto, almeno all'inizio, non si direbbe. La forza di questo piccolo gioiello di narrazione tra il surreale e il thriller è infatti quella di saper creare un clima che è in primis ironicamente citazionista nei confronti della tradizione horror e catastrofica (siamo pur sempre su Internet!) e in seconda battuta, con il procedere degli episodi, sempre più centrato sul suo protagonista e sulle sue ossessioni.

24.6.10

Affetti e Dispetti (La Nana, 2010)
di Sebastian Silva

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POSTATO SU
La Nana arriva da noi dopo aver raccattato premi un po' ovunque (su tutti Torino e Sundance) ed è il classico film girato con macchina a spalla molto mobile, digitale ad alta risoluzione e piani sequenza sempre un passo dietro la protagonista. Niente colonna sonora se non i rumori ambientali, tutto in presa diretta e la ferma volontà di fare cinema "stretto", di volti e non di ambienti (che infatti sono per il 90% la casa dove vive la famiglia protagonista).

Al centro di tutto non c'è una donna di bassa statura, come pensavo io nella mia ignoranza, ma una governanta o forse sarebbe meglio dire "tata" (da cui "nana"), una di quelle donne di servizio che vivono nella casa della famiglia per cui lavorano con una propria stanza e compiti che spaziano dal pulire al cucinare al badare ai bambini (maschio e femmina adolescenti, più altri due più piccoli).
La Nana del titolo è in famiglia da molti anni, circa 20, ed è dunque diventata "una di famiglia" nel senso più perverso del termine, cioè ha sviluppato affetti, preferenze e relazioni che però non sono ricambiati alla stessa maniera ma solo fintamente. Per lei il mondo finisce in quella casa per gli altri no. Perchè alla fine della fiera loro sono una famiglia e lei è una donna di servizio stipendiata.
Quindi quando la famiglia decide di affiancarle un'altra ragazza che le dia la mano, scattano le ripicche e i "dispetti" dell'imbecille titolo italiano che mettono in mostra un universo sentimentale terribile e, nel finale, sorprendentemente profondo.

Senza inventarsi nulla formalmente Sebastian Silva racconta l'abbrutimento umano, attraverso ironia, suspense e una giusta dose di sentimentalismo, riuscendo (nel finale) a sganciare la vicenda dalla contingenza (cioè il rapporto famiglia/donna di servizio) per proiettarla più in generale nel mondo delle pulsioni umane.
Il suo modo sconnesso di raccontare la quotidianità e i rapporti è sorprendente per la minuzia certosina con cui è applicato, merito anche dell'ottimo lavoro fatto con la protagonista Catalina Saavedra, i suoi piccoli scambi con il figlio maggiore (il suo preferito) sono dei gioielli di recitazione e messa in scena, dai quali traspare in controluce e attraverso minuscoli particolari, tutta la perversione di quell'affetto assieme a paradossali pulsioni ancestrali (materne, femminili e sessuali).
E se Silva è così intelligente da trovare molti momenti di sommessa ironia (l'arrivo dell'energica aiutante consigliata dall'algida nonna) in un racconto tragico, ha anche la spietatezza giusta per non empatizzare con i suoi protagonisti e assolverli magnamimente ma li lascia in balia delle loro infami mestizie e piccolezze.

23.6.10

Alice (2010)
di Oreste Crisostomi

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Non avevo mai visto un film arrancare e trascinarsi così tanto e così a lungo come Alice. Come i soldati che strisciano nel fango per arrivare alla meta, così il film sembra disperatamente cercare di arrivare al 99° minuto per chiudersi.
Partendo da una trama che vede la protagonista brutto anatroccolo pronta a diventare carina con un taglio capelli a metà film (che poi non ha più economia) introversa e chiusa in un mondo banalmente artistico (scrive poesie e va a vedere performance surreali che lo stesso film vuole prendere in giro) si fa fatica a capire cosa questo film voglia essere. L'unica cosa chiara sono le aspirazioni: altissime.

Alice probabilmente vorrebbe essere un film complesso, in grado di scavare dentro l'animo di un personaggio outsider di questa società e contemporaneamente descrivere un momento storico (molti e continui i riferimenti, solo a parole e contraddetti dai fatti, alla crisi economica e all'omofobia), senza però riuscire mai a coinvolgere e convincere che quella che si vede su schermo possa essere una vita vera o un'autentica rappresentazione di essa.

Indeciso sui registri e oscillante tra il serioso e il grottesco involontario Alice fa un cattivo uso di tutto ciò che è a latere dei personaggi. Non solo vanta un cast poco dotato quanto a recitazione (e, a sua discolpa, anche diretto malissimo) ma inserisce gli attori in scene ed ambienti totalmente implausibili, fasulli e spesso dal registro sbagliato.
Se si lodano film che a fronte di un budget esiguo riescono a creare il medesimo effetto di immersione di altri per i quali sono stati spesi vagonate di soldi, occorrerebbe anche operare il ragionamento inverso, ovvero considerare quei film che a fronte di budget medio-piccoli riescono ad usare nella maniera peggiore tutto quello che hanno.

Tra personaggi che esprimono i loro pensieri a voce alta, momenti abbastanza imbarazzanti, idee che si intuisce vorrebbero essere alte ed intellettuali mentre non lo sono per nulla e, visto il titolo, momenti Paese-Delle-Meraviglie-Onirico o Alice-di-Woody-Allen (ovviamente entrambi urlati in faccia allo spettatore per essere sicuri che l'attenzione sia su chi quei riferimenti li ha pensati e non sul loro funzionamento nel film), la caratteristica più strana del film rimane quella che si diceva all'inizio ovvero il suo procedere senza nè capo nè coda.
Forse l'idea era approfondire tutti i personaggi o forse semplicemente si voleva applicare uno stile che giustapponga situazioni ad uno sviluppo più lineare, difficile a dirsi, fatto è che Alice è un susseguirsi di brutti momenti di cinema blandamente legati tra loro che fanno pensare più all'ego del regista (che alla fine si inquadra anche in un momento di meta-cinema da seppuku) che ai problemi di sceneggiatura.

20.6.10

CineCamp 2010

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In circa 10 giorni, ovvero il 2 Luglio, a Torino si terrà il primo CineCamp, cioè un BarCamp del cinema. Io ci sarò a parlare di produzioni per la rete.
Per il programma si dovrebbe aggiornare tra un po' il blog apposito.

17.6.10

Cadaveri eccellenti

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Una delle chimere e delle stupidaggini maggiori che circolano in rete, fomentate da coloro che di rete sanno molto poco, è che si possa fare un film o una serie o un prodotto artistico qualsiasi dal basso, cioè utilizzando la creatività degli utenti. La cosa non è mai davvero riuscita nonostante infiniti tentativi e gli unici casi in cui si è giunti a qualcosa di interessante sono stati quelli in cui gli utenti venivano coinvolti come collaboratori, i cui contributi erano poi organizzati e gestiti da un'intelligenza creativa unica, la medesima che dà vita all'opera. Come il caso di I.Channel o forse sarà l'esperimento di The Office e del suo fanisode, un episodio già andato in onda che viene riscritto dagli utenti affidando ad ognuno 10 secondi.
Negli ultimi due anni però sta prendendo vita una tendenza che, lungi dal coinvolgere nel processo creativo gli utenti, cerca di sfruttare le potenzialità che ha la rete di fomentare l'interazione tra individui sconosciuti per fare qualcosa di diverso ed interessante. Si tratta dei cadaveri eccellenti, un gioco che diventa forma d'arte e che era nato in Francia come forma di svago tra artisti, molto amato dai surrealisti.

A-Team (id., 2010)
di Joe Carnahan

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Solitamente quando scrivi una sceneggiatura durante una serata tra amici mischiando alcol a diverse gradazioni il risultato è qualcosa di estremamente divertente ma solo fino al mattino dopo. Fare di una sceneggiatura simile un film indirizzato a gente sobria è da considerarsi una follia.
Tuttavia, nonostante sia palesemente questa l'origine di questo cartone animato in live action con i personaggi della serie TV A-Team (tutti quasi uguali a parte Sberla che è diventato il tipico action-hero hollywoodiano anche per il fascino e l'ascesa dell'attore che lo interpreta), il risultato è incredibilmente godibile.

Certo occorre lasciare i pregiudizi a casa. Io che non l'ho fatto non mi sono goduto tutta la lunga introduzione, condendo continuamente la visione di ogni iperbolica sequenza con continui sbuffi per la palese immaturità del tutto. In realtà con il passare dei minuti il film mi ha conquistato anche nel mio scetticismo.
Il primo e più facile motivo è che è diretto benissimo da Joe Carnahan (lo stesso che ci aveva regalato Smokin' Aces), cosa davvero poco frequente, specie nel cinema d'azione. A-Team scorre bene, è raccontato con gusto, humor e divertimento condivisibile dal pubblico in sala e senza ricorrere a facili espedienti (solo a facilissime linee di dialogo), anzi cercando spesso modi originali e complessi di orchestrate le solite sequenze, in modo da dare una visione accativante di ogni personaggio senza mai indugiarci troppo. Il secondo e più complesso motivo è che il film fa leva con abilità rara nel tredicenne che è in te.

L'ho acpito nella tanto vituperata scena che si vede anche nel trailer (il volo in carroarmato) quando, sebbene stiano precipitando, uno Sberla esaltato oltre ogni dire dall'estasi della probabile morte spara continuamente con il cannone del carro per cambiare traiettoria e atterrare in acqua. L'umorismo che condisce il tutto, il senso dell'esagerazione non nascosta ma anzi esplicitata e la furia controllata di quello che è solo il finale di una lunga sequenza d'azione, è un mix tra i più efficaci che si sono visti quest'anno. A- Team è un film da vedere essendo pronti a ridere e a riderne assieme all'autore. E forse è la cosa migliore, la serie era una cosa stupida ma divertente e anche il film, stupido ma divertente sebbene in maniera diversa, è ragionevole.

Capitolo a parte merita il modo in cui è trattata la CIA. La violenza, la decisione e la fermezza con cui sono ritratti come degli idioti al servizio del male, la grande mela marcia all'interno del sistema americano ha dell'inedito. Se si somma questo con quanto visto in Green Zone, sembra chiaro che Hollywood ha preso una posizione precisa.
Certo A-Team è anche un film più conservatore della serie da cui viene (nella quale i personaggi sono scapestrati e disordinati ribelli fuorilegge, affascinanti come hippy, ma anche rigorosi soldati al servizio del paese) e in alcuni momenti si prende delle libertà eccessive come mettere in discussione il pacifismo gandhiano. Ma alla fine, l'infantilismo generale fa passare tutto in cavalleria.

Non alzatevi prima della fine dei titoli di coda come ho fatto io, dopo ci sono i cammei dei vecchi attori della serie (quelli ancora in vita e che non sono Mr. T).

15.6.10

Dada parte con Play.me, musica in streaming e (io sogno) un giorno film e videogiochi

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E' online da circa una settimana Play.me il nuovo progetto di Dada, l'unico possibile (o immaginabile) competitor italiano ad iTunes nel settore della vendita e della fruizione online di musica legale. Già con Music Movement Dada aveva segnato uno step importante per il nostro mercato introducendo l'ascolto legale in streaming di un catalogo soddisfacente, senza bisogno di essere registrato, in linea con quanto da tempo accadeva negli Stati Uniti.

Ora Play.me da una parta cambia leggermente traiettoria, dall'altra allarga l'idea originale di una musica da fruire più in streaming e meno (leggi: a scelta) in download. Non si disdegna nemmeno l'idea (per ora riservata al futuro) di poter applicare questo sistema anche a film, serie, videogiochi.

Play.me prevede un'offerta fruibile da web per 5€ al mese e una fruibile anche da smartphone per 10€ al mese. In ogni caso la tariffa comprende sempre un consumo musicale illimitato, in linea con l'idea che la musica liquida e immateriale dei file non debba essere detenuta dagli utenti ma essere raggiungibile da una molteplicità di device in the cloud (non a caso è il nome del servizio Dada).

Lei è troppo per me (She's out of my league, 2010)
di Jim Field Smith

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Il film fin dall'inizio doveva essere tutto adagiato intorno a Jay Baruchel, poco più di un pretesto di trama (donna stupenda decide di stare con ragazzo sfigato dal cuore d'oro) da allargare, variare e declinare in diversi ambienti e situazioni con relative figuracce o trionfi (due su tutti: l'incontro con i genitori di lei e l'incontro con la famiglia di lui, da una parte il tonfo umiliante (ed esilarante) dall'altra il trionfo indiretto (ed esilarante)).

Film facile da portare a termine anche facendo il minimo indispensabile e questo succede. I pregi sono un gran senso del ritmo che, come doveva, rivela più Jay Baruchel che altro, attaccato com'è ad una parte per la quale sembra nato e progettato. L'attore è capace di agitarsi a sufficienza per rendere il suo personaggio migliore della media dei personaggi sul genere, riuscendo ad emergere in quella che poteva essere un'opera da visione satellitare pomeridiana o da download illegale e che invece forse regge anche un visione cinematografica.

L'esperienza delle commedie simili arrivateci negli anni '80 (e con qualche fatica anche negli anni '90) ci ha insegnato che con questa materia, cioè con una trama che mette in ballo una situazione ventilata nei sogni di molti ipotetici spettatori, si può fare ben di più, si possono esplorare pulsioni e desideri, rivelare incoerenze e suggerire altre letture.

Jim Field Smith non fa nulla di tutto questo, nè ha la curiosità nerd di approfondire tutte le possibile situazioni, tutte le dinamiche nel loro profondo, nei dettagli. La problematica o la situazione paradossale non è declinata come si poteva fare (insistendo sui dettagli) ma affrontata per dare immediata soddisfazione a quello che già sappiamo di voler vedere (l'ex buzzicona che ha mollato lo sfigato, e per la quale lui ancora muore, che lo vede ora con una donna stupenda, o la medesima reazione da parte dei familiari/amici che l'hanno sempre preso in giro).
Una scena in aereo verso la fine salva tutto.

12.6.10

In rete tutto è mumblecore

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La settimana trascorsa ha visto l'uscita in sala di Humpday - Un mercoledì da sballo (la parte italiana del titolo è il primo dazio che pagano i film stranieri meno noti all'arrivo nel nostro paese), il primo film mumblecore ad arrivare in Italia. Sarà difficile per il nostro pubblico comprendere quanto questo film sia in linea con un movimento e delle novità che stanno investendo l'audiovisivo più in generale visto il doppiaggio affidato a Lillo e Greg (il secondo dazio che film interessanti e di poco richiamo devono pagare una volta passata la frontiera), eppure è così.

Mumblecore è il nome sotto il quale rientra un certo tipo di cinema indipendente americano sviluppatosi all'incirca dal 2005 in poi (anche se i primi film di questo tipo si sono visti già nel 2002) attorno a festival come il South by Southwest o il Sundance. Si tratta di film nei quali l'azione è sostituita dal dialogo, si parla molto, da cui il gioco di parole con "mumble", e si agisce poco, come capita in molti film europei ma come è raro nel cinema statunitense. Si tratta di opere a budget basso anche per essere indipendenti, girati in un digitale non ritoccato e con un piglio realista molto marcato. I soggetti non sono mai di genere ma sempre attaccati alla realtà di un frammento di popolazione solitamente tra i 25 e i 35 anni. Ricorda qualcosa?

11.6.10

Il calcio è racconto

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Lo "sport infilmabile" una volta ogni 4 anni diventa il centro della nostra dieta audiovisiva. Volenti o nolenti il periodo dei Mondiali di calcio sottopone tutti ad un bombardamento di immagini calcistiche che con gli anni si fanno sempre più raffinate interessanti e coinvolgenti.
Se per decenni è girata la voce che il calcio fosse uno sport impossibile da far rientrare in un film (voce smentita più volte da capolavori come Gli eroi della domenica o il classico Fuga per la vittoria), buono al massimo per quei film-documentari che la FIFA realizza per ogni campionato del mondo utilizzando troupe cinematografiche e riprese "alternative" a quelle televisive (buone per le telecronache ma pessime per fare un racconto), recentemente è stata proprio la televisione a modernizzare i propri mezzi, avvicinarli al cinema e cominciare a "guardare" diversamente lo sport più seguito del pianeta.

HD, 3D, ma anche telecamere a filo di piombo o a bordo campo, steadycam ad altezza uomo e carrelli, il calcio filmato o semplicemente "ripreso" migliora di anno in anno la complessità del suo linguaggio, perchè lo sport è racconto; racconto di uomini contro altri uomini, di rivalità antiche, di successi agognati e rivincite contro la storia. E ogni racconto merita una produzione di immagini che lo riguardano a livello delle aspettative, dunque questi mondiali di Sudafrica, viste anche le molte storie coinvolte, non faranno eccezione.

Tra pubblicità, videogiochi, videoclip e film il calcio sta subendo una revisione estetica nell'immaginario collettivo.
A cominciare a rivedere il linguaggio audiovisivo legato al calcio è stata, negli ultimi anni, la trilogia inglese Goal...

La fontana dell'amore (When in Rome, 2010)
di Mark Steven Johnson

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E' sempre triste seguire ogni nuovo capitolo della carriera in ascesa di quello che è il peggior regista hollywoodiano in circolazione.
Mark Steven Johnson, autore di scempi quali Daredevil o Ghost Rider, uomo privo di scrupoli cinematografici e privo dell'audacia o del gusto che potrebbero rendere la mancanza di scrupoli interessante, sta facendo strada. Arriva infatti nei cinema con questa storia sentimentale classica che si fregia di una serie di partecipazioni non banali.

Al centro di tutto c'è la storia pretestuosamente romantica di un'ipotetica fontana dell'amore presente a Roma (??) buttando le monete nella quale la gente si innamora (lo dico subito: non è la fontana di Trevi). La protagonista ha la sventurata idea di raccogliere alcune di queste monete dalla fontana diventando l'oggetto del desiderio ossessivo degli uomini che le avevano gettate. Tra di essi c'è anche il protagonista maschile innamorato di lei ma che non ha credibilità perchè sotto l'influsso dell'incantesimo. Risuciranno a sposarsi??

La cosa sarebbe archiviabile come una scemenza esotica centrata più suoi luoghi (Roma prima, New York poi) che sui personaggi, diretta come sempre con i piedi e raccontata anche peggio, con un disprezzo raro per la realtà delle cose ("Ah scappi! In Italia quando una donna scappa vuol dire che è innamorata!" e non vi descrivo come mettono in scena il tipico matrimonio italiano. Neanche Briatore....), se non fosse che poi il film si fregia di alcune presenze non eludibili e soprattutto portatrici della propria visione di cinema.
Tra gli spasimanti infatti si contano Danny DeVito e Jon Heder mentre a fare la parte dell'amico del protagonista/spalla comica è Bobby Moynihan (ex Saturday Night Live). Ognuno di questi pur seguendo la scansione della trama e obbedendo alle regole del film ha però evidentemente avuto una certa libertà nello scrivere le proprie gag o le proprie scene. Non passa inosservato infatti come il film splenda di un umorismo triste, malinconico ed estremo ogni qualvolta entra in scena Heder o come DeVito riporti le sue scene alle dinamiche con cui più è confidente o infine come Mynihan abbia una serie di battute one-line folgoranti da stand up comedian.

Certo è tutto sfilacciato, le risate arrivano ma fini a se stesse, il racconto praticamente non c'è e La fontana dell'amore è una serie di corse e corsette di personaggi strani (un tipo di idea di messa in scena già vista che ha raggiunto il suo apice in alcuni dei più stupidi e insulsi film comici americani degli anni '60) dalle quali dovrebbe scaturire addirittura una visione romantica della vita grazie alla presenza degli italiani (che impastano farina completamente nudi, giuro!) o dello sfondo italiano.
Ad un certo punto compare anche Don Johnson. Anzi compare due volte!

10.6.10

Chi è Kim Schmitz? La vita assurda del proprietario di Megaupload.com

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Kim Schmitz, noto in rete come Kimble, dovrebbe essere il proprietario di Megaupload, il sito streaming online da 1,5 milioni di contatti giornalieri. Occorre usare il verbo dovrebbe perchè lui ha sempre smentito a vivavoce la cosa (e del resto lo stesso ha fatto la società cui è intestato il sito), benchè ci siano infinite prove che dicono il contrario.
Nell'immaginario collettivo i principali nemici delle etichette musicali o degli studios cinematografici, ovvero chi mette a punto software di peer to peer, gestisce piattaforme di file sharing o ancora più recentemente mette in piedi piattaforme per lo streaming, sono attivisti della libertà di parola.
Ma non è sempre così. Shawn Fanning, l'ideatore di Napster, era un geek che ha pagato con lunghissimi processi il fatto di aver avuto per primo quell'idea; Niklas Zennström e Janus Friis, il duo dietro Kaaza, ha poi animato il web inventando Skype e ancora oggi il trio di ThePiratebay: Gottfrid Svartholm, Fredrik Neij e Peter Sunde ha più volte lanciato slogan, campagne e rilasciato interviste a favore della libera circolazione delle opere intellettuali, anche per sensibilizzare sul lungo processo ai loro danni. E poi c'è Kim Schmitz. Il suo profilo è di taglio leggermente diverso.

8.6.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo il racconto del geniale Backward (scritto con l'aiuto di Stefano Tacconi), si passa a raccontare lo splendido Il Segreto Dei Suoi Occhi e poi si racconta dell'ugualmente bello (ma per un pubblico più ristretto e demenziale) Gentlemen Broncos.
Dopo una piccola deviazione su Arca Russa (che viene tirato fuori ogni volta che si menziona "pianosequenza") si passa a parlare dei contenuti alternativi per le sale, dai Mondiali alla finale del Roland Garros fino al 3D casalingo.
In chiusura mi ricordo di parlare di Prince Of Persia.

LA PUNTATA DEL 04/06/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Bright Star (id., 2009)
di Jane Campion

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Jane Campion dirige un film in costume ottocentesco con al centro una donna che usa l'arte per comunicare con un uomo che ama e da cui è amata in maniera passionale, ma al quale non può unirsi a causa delle regole sociali. Contornata da una bambina piccola rompiscatole e incastrata in paesaggi umidi e vasti dove si muove con la libertà di chi è solo al mondo, la donna raccoglie in sè il proprio dolore che giungerà al culmine nel finale.
Non è Lezioni di Piano. E' Bright Star.

Superfluo notare le somiglianze contenutistiche e stilistiche tra i due film. Sebbene il confronto sia folle e impossibile (capolavoro irraggiungibile il primo, blando exploit il secondo), Bright Star cerca di portare avanti un'idea di interpretazione di mondo: vedere l'amore e l'arte come prolungamento l'uno dell'altra e interpretare il primo assieme al pubblico proprio grazie al grimaldello della seconda. La musica di Lezioni di Piano come le parole poetiche di Bright Star.
Al centro di tutto c'è il poeta John Keats e la sua vita breve, vista dal punto di vista della donna che l'ha amato e ispirato e che lui ha desiderato (la stella lucente del titolo). Certo la parola non ha la medesima immediatezza della musica e quindi non c'è uno spirito rude da conquistare ma semmai un animo pronto a ricevere che si arricchisce dall'incontro con il poeta.

Tuttavia davvero non è una questione di forma d'arte. A parità di tragicità e di visione della vita come ineluttabile destino, con quelle panoramica larghissime nelle quali piccoli personaggi si muovono in lande sconfinate o quei momenti di noia riempiti con giochi all'aperto, danze e passeggiate, quello che sembra mancare in Bright Star, e che invece attizzava continuamente la fiamma di Lezioni di Piano, è una dimensione estetica adeguata al narrato.
Jane Campion cita molto la luminosità di Hopper, guarda ai piccoli gesti da vicinissmo con particolare attenzione alla scrittura delle parole e al gesto artistico (sia la scrittura, sia la sartoria) e tutto l'immaginario iconografico di ampio respiro per una storia di fiati corti, mentre in Lezioni di Piano chiudeva i suoi personaggi nelle umide foreste per aprirli alle spiagge (umidissime) solo quando era funzionale alla storia.

Ad ogni modo una cosa per appassionati del melodrammone in cui ci si strugge una cifra. A me è piaciuto.

7.6.10

Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos, 2009)
di Juan Jose Campanella

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Se c'è una cosa che non mi piace sono questi film che si vede sono tratti da romanzi. Lo si vede dai dialoghi, da come sono disegnati i personaggi, dalla scansione della storia e dalle ramificazioni che ha il plot principale. Si intuisce una struttura sottostante che non è puramente cinematografica e si percepisce l'adattamento. Il segreto dei suoi occhi però è così un bel film che ci passo sopra.

Il film di Juan Josè Campanella, vincitore a sorpresa del premio Oscar come Miglior film straniero nell'anno di Il profeta e Il nastro bianco, affronta il giallo del libro da cui è tratto con un'attenzione agli elementi cinematografici in grado di sbriciolare tutto quello che di letterario si può comunque intuire. Se infatti da un parte il respiro della storia, la complessità della trama e l'ampio respiro del racconto gridano a vivavoce "LIBRO", dall'altra il grandissimo lavoro fatto sugli attori e sui piccoli gesti rimanda ad una dimensione cinematografica.

La storia funziona e molto! Cosa non usuale nei gialli moderni. La parte che comunica più direttamente con la fonte letteraria è infatti riportata con rigore cinematografico e una vasta conoscenza di come si debbano raccontare le trame al cinema. Al contrario gli altri significati del film, dal contesto storico ai rapporti tra i personaggi che sottendono tutta la storia sono puramente frutto di un lavoro sulla messa in scena e sul linguaggio filmico.

A parte il clamoroso (finto) pianosequenza al centro del film che è un concentrato di tutto quello che si deve sapere su come si racconti qualcosa al cinema, Il segreto dei suoi occhi trabocca di idee, trovate e soprattutto delicatezze unicamente finalizzate a confermare le convenzioni del genere ma con stile.
La storia d'amore che sembra non consolidarsi mai, i personaggi tormentati, lo scontro di intelligenze, tutto è raccontato con una minuzia filmica incredibile. Campanella riesce a far notare minuscoli gesti, piccole occhiate o anche speranze nascoste in fondo ad uno sguardo che rimane inquadrato per meno di un secondo ma che è indimenticabile.

3.6.10

I contenuti alternativi

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La notizia gira da un po' ma finalmente è ufficiale e quindi postabile.
I mondiali di calcio saranno trasmessi al cinema in 3D nel circuito The Space (che è quello nato dalla fusione delle sale Warner e Medusa). Le partite visibili saranno 12: Italia-Slovacchia il 24 giugno, poi Brasile-Portogallo, tre ottavi di finale, tre quarti di finale, le due semifinali, la finale terzo e quarto posto oltre che la finalissima dell'11 di luglio. In più forse qualche altra della fase eliminatoria ma non è ancora stato stabilito nell'accordo tra il circuito di sale e la FIFA.

I cinema coinvolti in totale saranno 20, probabilmente uno per ogni grande città e due per Roma e Milano. I prezzi invece varieranno dai 10 ai 15 euro a seconda della partita.

Previsione: se l'Italia perde la prima non ci va più nessuno.

Gentlemen Broncos (id., 2009)
di Jared Hess

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Al terzo film quella di Jared Hess comincia ad essere una filmografia dotata di uno stile talmente forte che rischia di diventare un limite. Non lo è ancora per fortuna, almeno non in Gentlemen Broncos che anzi utilizza tutto ciò che rendeva godibile Napoleon Dynamite per andare anche oltre.

Con i consueti silenzi espressivi, le fissità comiche e l'idea di raccontare i personaggi a partire dalla loro immagine e solo poi con ciò che dicono o pensano, il cinema di Jared Hess oltre ad essere comico in una maniera totalmente personalmente e follemente unica, è anche uno dei più realmente anticonformisti.
Da quando il Sundance Film Festival ha creato uno stile più omologato tra i film indipendenti americani abbiamo cominciato a vedere (finalmente!) gli americani grassi. Cioè abbiamo cominciato a vedere storie in cui i personaggi somigliano alle persone e da lì sono arrivate anche trame e intrecci più attaccati al quotidiano e via dicendo. Eppure in fondo, lo si è detto più volte da tante parti, i film indipendenti in stile Sundance rimangono indulgenti, buonisti e "americani" nel senso di "incastrati in dinamiche di autoassoluzione".

Ecco Jared Hess sta da un'altra parte. Innanzitutto perchè fa un cinema di volti e non tanto di spazi com'è tipico di Hollywood e poi perchè lui è davvero spietato con i suoi personaggi, anche quando questi hanno un talento e sarebbero stimabili. Sempre bloccati in una moda e in atteggiamenti appartenenti all'epoca sbagliata rispetto a quella che vivono (l'inizio degli anni '80 per Napoleon Dynamite e gli anni '80 pieni in questo caso), i suoi perdenti irrimediabili non sono cialtroni e pieni di cuore come quelli di Michel Gondry, sono cialtroni davvero. E basta.
Tristi fino al midollo, sconsolati, stupidi e anche vagamenti vanesi (in una maniera tutta loro) gli americani di Hess sono per davvero uomini orribili e questo viene raccontato a partire da musiche, abiti, ambienti e dettagli di composizione di una maniacalità incredibile (in questo film il personaggio orribile dell'angelo custode ha delle pose plastiche che da sole sono un trattato di estetica degli anni '80).

Al centro di Gentlemen Broncos c'è un ragazzo che scrive storie a tinte forti nello stile della peggior fantascienza di serie C e sebbene il suo mito sia molto peggio di lui, sebbene il "regista" che incontra, e che vuole fare del suo soggetto un film, sia ancora peggiore di entrambi, non si riesce a provare vera empatia con lui. Da questo distacco, che per lo più è operato con la comicità e l'umiliazione continua, Jared Hess ci mette davvero fronte all'inevitabile e scomoda scelta di stare dalla parte di orrendi e autentici perdenti senza cuore (e anche abbastanza bastardi e vigliacchi con chi gli vuole bene) o crederci migliori.

1.6.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Riparte il dopo-Cannes da uno dei film passati al festival che è già in sala ovvero il fantastico Le quattro volte e poi si racconta di U23D, che è solo uno dei molti film in uscita questa settimana che in realtà è ben più vecchio. Un altro è quel melodrammone d'altri tempi che è Il Compleanno, quella stupidaggine senza confini di Caotica Ana e il noiosissimo The Road.
Poi si passa a raccontare dei fenomenali effetti speciali di Sex & The City 2 e dei misteri legati alla saga di Saw arrivato ormai al sesto film (con il settimo in lavorazione) e i punti di contatto con la saga di Final Destination.
Grande spazio infine a Una canzone per te, praticamente un western di Roma Nord, e al recupero di Draquila.

LA PUNTATA DEL 28/05/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.