28.7.10

L'apprendista stregone (The Sorcerer's Apprentice, 2010)
di John Turtletaub

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Se il management della Disney si fosse riunito in una stanza illuminata male a candele di un castello sulla cima dei Carpazi per evocare le forza oscure con un antico rito misterico al fine di possedere un corpo umano e fargli fare tutto ciò che vogliono come lo vogliono, una specie di zombie che risponde ai comandi dall'alto senza pensare, e l'avessero utilizzato per fare un film il risultato sarebbe L'Apprendista Stregone.
Un vero giornalista andrebbe a verificare se Jon Turtletaub esiste davvero o se è una di quelle identità fittizie da internet, un Luther Blisset, un nome dietro al quale non c'è nulla, un fantoccio per nascondere la macchinazione dei vertici dell'azienda. Un vero giornalista...

Cose che non ci sono in L'Apprendista Stregone: anima, originalità, pensiero divergente, voglia di fare una cosa che si distingua, recitazione, credibilità, plausibilità.
Cose che ci sono in L'Apprendista Stregone: parrucchino di Nicolas Cage, product placement, valori disneiani, conservatorismo, mitologia interna (un po' da 4 soldi), spettacolarità alla buona, ralenti+velocizzazione, Monica Bellucci, confusione, scena delle scope con score che guarda alla composizione di Dukas.
Quasi lo immagino John Turtletaub, zombie senza volontà, agito da un'entità esterna che con lo sguardo fisso avanti e la voce senza inflessione dice "Ora devo girare sequenza giovane che salva propria innamorata. Devo rifare scena Topolino scope. Devo rifare scena Topolino scope".

Dunque L'apprendista Stregone è un film che vale la pena vedere? Non credo proprio. Dunque è un film che piacerà ai più piccini? Probabile è fatto per ghermirli e nel buio (della sala) incatenarli con la dinamica "mi scopro vero eroe e ho anche la mia bella da salvare". Dunque è un film che rimarrà e avrà una qualche influenza sul resto della produzione di genere? Non credo proprio. Dunque c'è una cosa che si salva? Si, due: Jay Baruchel (che a me, me piace) e l'idea di un tipo di magia che si mescola alla fisica e quindi un passo in avanti (o indietro, poi ci penso) nel rapporto magia/tecnologia che domina le produzioni fantastiche moderne.

23.7.10

Giustizia Privata (Law abiding citizen, 2009)
di Gary Felix Gray

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POSTATO SU
Da Seven in poi il cinema dei grandi piani, delle grandi orchestrazioni che si srotolano davanti ai nosri occhi con impressionante metodicità ha ricevuto un consenso e quindi una fortuna produttiva sempre crescente. Giustizia privata è un tipico esempio della sua degenerazione.
Si racconta di un padre di famiglia a cui vengono uccise e violentate moglie e figlia sotto i suoi occhi. La sua sete di giustizia però si infrange contro il sistema, il suo avvocato infatti gli spiega che non sarà possibile avere il massimo della pena per i colpevoli (benchè siano stati catturati) poichè mancano molte prove e senza prove non c'è giustizia. La cosa avrà devastanti conseguenze dopo un ellisse di 10 anni in cui è stato messo a punto un piano di vendetta mostruoso.

Se potessi usare una sola parola per questo film sarebbe "implausibile". Anche con tutta la buona volontà e la disposizione ad accettare un'americanata con le sue assurdità fantasiose, il problema di Giustizia Privata è che va oltre la decenza nel presentare un pianificatore onnipotente, in grado di prevedere qualsiasi cosa con 10 anni di anticipo sui fatti.
Se il tema, come viene ricordato con una certa insistenza, è quello dei confini della legge e l'opportunità di colmare autonomamente le inadempienze giuridiche (il protagonista ha un legittimo desiderio di rivalsa ma lo espleta nella maniera più condannabile), il modo in cui si giunge ad una conclusione lascia esterrefatti.

Lungi dal voler porre degli interrogativi e mettere in dubbio le convinzioni dello spettatore medio sulla necessità di rispettare l'ordinamento o la possibilità di colmarlo autonomamente, Giustizia Privata mette in scena un folle che esagera sotto tutti i punti di vista in preda al furore vendicativo, di fatto rendendo la sua parabola simile a quella di un deviato e non più paradigmatica di un individuo esasperato. Non c'è un'idea vera e paradossalmente rivoluzionaria dietro l'agire del protagonista, più un piano da cattivo dei fumetti, privo quindi del fascino di chi dà l’impressione di essere inarrestabile ma colmo del ridicolo di chi dovrebbe esserlo davvero.

22.7.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Inizio in corsa visto che sono arrivato in ritardo e intanto la trasmissione è iniziata con Francesco Alò. Subito si parte con la diatriba su Predators, film che divide la critica, mentre invece tutti uniti nello screziare il pavido Solomon Kane e subito dopo nel parlar bene del goliardico e gaudente The Losers.

LA PUNTATA DEL 16/07/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Old Spice

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Nella settimana passata (più precisamente il 14 e 15 luglio) quella parte di rete che gira intorno al video e a YouTube è stata squassata da una campagna di video virali senza precedenti, un esperimento di conversazione quasi in tempo reale tra gli utenti e i produttori, all'insegna dell'umorismo e del marketing. Ma promozione a parte, la maniera in cui il team dell'agenzia di marketing Wieden + Kennedy ha interagito con gli utenti, facendo confluire i messaggi e gli stimoli da diverse piattaforme e rimettendoli in circolo a partire dai video del proprio canale ha avuto dell'incredibile. Uno sforzo senza precedenti che ha portato a 87 video cortissimi (durata media 30 secondi) prodotti in 11 ore di lavoro continuato, e che è proseguito anche il giorno dopo fino ad arrivare a circa 180 video in 24 ore totali, tutto costantemente facendo riferimento alle domande e alle curiosità che venivano dalla rete.

Fish Tank (id., 2009)
di Andrea Arnold

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POSTATO SU
Fish Tank ha vinto a Cannes il premio della Giuria nel 2009 (parimerito con Thirst) ed è un film fatto a forma di premio della giuria a Cannes. Sobborghi, vita difficile, sentimenti forti dietro scorza dura, protagonista femminile giovanile prevista in ogni inquadratura, il sogno di un domani migliore, camera mano e soprattutto a piedi che segue da dietro e di fianco, prime esperienze sessuali e infine la grande delusione che spezza i sogni.
Se si passa sopra ad uno stile e un'idea di cinema che da Rosetta in poi è diventata la regola, tanto da perdere qualsiasi connotato di novità, sperimentazione e innovazione che l'avevano caratterizzato in passato, Fish Tank è un buon film.

Il pregio maggiore dell'opera di Andrea Arnold è di essere spietata contenutisticamente là dove non è audace formalmente. Alla sua ragazza di periferia tutta violenza, arroganza e sconsideratezza il film non risparmia umiliazioni, difficoltà e delusioni, non cerca di carezzare lo spettatore ma lo trascina in basso con una calma che non sfocia in noia e che consente di realizzare in pieno le dimensioni del dramma vissuto.
La Fish Tank del titolo è la vaschetta dei pesci in cui la ragazza sembra imprigionata, la vita schifosa resa tale non tanto dal contesto (mica è un film italiano!) quanto dal caso, dalla situazione e dalla vita, cioè da valori più universali e meno contingenti. Non è un film politico Fish Tank, anche se chi vuole lo leggerà così, è un film umanista.

Se come detto lo stile è abbastanza ripiegato su quanto si faccia solitamente nel circolo autorial-europeo quando si approcciano tematiche simili, bisogna ammettere che Andrea Arnold, quasi avesse imparato dalle forzature allo stile invisibile di Audiard o di Masset-Depasse, in certi momenti aggiunge dei ralenti e delle inquadrature ravvicinante con poca profondità di campo (per dirigere lo sguardo solo nella parte a fuoco) che sono perfette per tempestività e utilità. Poche e ben dosate le sue sottolineature cozzano con tutte le altre scelte estetiche e morali del film (generalmente indirizzato verso il mostrare in maniera fintamente assente), ma funzionano. E come! Il rigore non è sempre necessario.

21.7.10

Il cinema d'estate con il freno tirato

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Il distratto frequentatore di sale cinematografiche potrebbe non essersene accorto, ma da almeno 4 anni a questa parte la distribuzione italiana sta cercando di cambiare la concezione di cinema estivo nel nostro paese. I tre mesi di giugno, luglio e agosto sono sempre stati considerati mesi morti per le sale perchè, si dice, fa caldo, la gente è in vacanza e quindi nessuno ha voglia di frequentare i cinema. Ma le abitudini vacanziere sono mutate da diversi anni e solo l’esercizio cinematografico sembrava ostile al cambiamento.
Nel resto del mondo poi non è mai stato così, anzi, in molti paesi (America soprattutto) il periodo estivo è paragonabile ad un secondo Natale per varietà e importanza delle uscite.
Dunque quello che dal 2007 si è provato a fare con una certa assiduità è stato smettere di spostare le grandi uscite estive all’autunno (l’informazione globalizzata aveva reso intanto il ritardo dei film stranieri più palese e deludente), programmare grosse uscite italiane per i mesi di giugno, luglio e agosto e infine infarcire l’offerta di un buon livello medio. L’idea era buona e c’era anche l’accordo di diversi produttori e distributori tra loro rivali ma uniti dal desiderio di smettere di perdere 90 giorni di reddito l’anno, affollando i restanti mesi di uscite importanti. Purtroppo però i risultati di questo quarto anno di esperimento sembrano segnare, a detta degli operatori del settore, il fallimento del tentativo.

19.7.10

The Losers (id., 2010)
di Sylvain White

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POSTATO SU
Praticamente l'A-Team. Non la serie ma il film. Sebbene storia e personaggi abbiano un'origine indipendente da quella del noto gruppo da telefilm (tutto viene dai fumetti della divisione Vertigo della DC), la trasposizione filmica di The Losers ricorda moltissimo quella appena vista dell'A-Team.
Un po' sono i caratteri e le caratteristiche dei protagonisti: una squadra di ex militari che continuano ad agire clandestinamente come un'organizzazione para-militare, ognuno dotato di una specializzazione, in fuga dal governo per riprendersi la propria vita e dimostrare la loro innocenza. Un po' è anche il modo in cui è stato realizzato il film, cioè con un occhio forte alla spettacolarità, trascurando il realismo e concentrandosi sulla funzione estetizzante della violenza e dell'azione. Succedono cose impossibili in The Losers ma impossibili nel senso più "bello" del termine.

Ancora una volta il principale nemico è la CIA, ma rispetto al film basato sul telefilm anni '80 in questo caso siamo su livelli cinematografici molto più soddisfacenti e arditi. The Losers gioca molto meglio con i codici del film d'azione per operare quel tipo di presa in giro da appassionato che con una mano canzona e con l'altra rispetta le regole, dando quindi di continuo un colpo al cerchio e uno alla botte. Propone uno stereotipo da film d'azione e contemporaneamente lo demolisce con l'ironia, pianifica una sequenza d'azione canonica e poi la gira in modo anticonvenzionale...

Parente di Bekmambetov ma con più gusto ed inventiva, Sylvain White riesce a rendere digeribile (e quasi gradito) il continuo uso del ralenti, riuscendo a regalare anche un paio di momenti di autentico furore compositivo (la sequenza dallo straniante commento musicale nel grattacielo e la sparatoria con vetri che cadono nell'hotel) a fronte di immancabili citazioni pretenziose (addirittura un Mucchio Selvaggio spogliato di nichilismo).
Nell'elencare i pregi di questo film da rapido consumo e facile oblio, non si può dimenticare forse il più intrigante, ovvero la costruzione di un villain talmente demenziale ed autoironico che sembra uscito da un film di Edgar Wright, forse il più rivelatore tra tutti gli elementi che puntano al divertimento puro e semplice.

16.7.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Cominciamo con l'incontro con l'ascoltatore medio di Radio Rock e poi subito ci gettiamo su Toy Story 3 e il segreto della perfezione dei loro film, le loro ossessioni e come mai fanno un 3D diverso da tutti gli altri. Nel tempo rimanente si loda l'ottimo risultato di Predators del grande Nimrod Antal e si parla del curioso Che fine ha fatto Osama Bin Laden?.

LA PUNTATA DEL 09/07/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Solomon Kane (id., 2010)
di Michael J. Basset

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POSTATO SU
Era con un minimo di aspettativa che ho approcciato Solomon Kane, trasposizione filmica dei romanzi degli anni '20 e '30, ma fin da subito è stato chiaro che non ci sarebbe stata soddisfazione. Nemmeno per gli amanti del genere, nemmeno per chi ha poche aspettative, nemmeno per una visione disimpegnata e ironica.
Questo perchè Solomon Kane si prende davvero sul serio mancando totalmente il punto della questione.

Prescindendo da quali possano essere le origini letterarie, la trasposizione filmica, per come si è scelto di comunicare il film e di realizzarlo, vuole porsi a metà strada tra il fantasy-gotico-religioso in stile Van Helsing e la riflessione sul ruolo e il destino dell'uomo nelle dinamiche di bene e male.
Solomon Kane però è privo di personalità, non ha un suo immaginario visivo potente e convincente, sembra la riproposizione degli stereotipi e di quanto di tipico si faccia in materia. Addirittura il protagonista ha una forte somiglianza con lo Hugh Jackman di Van Helsing. E poi ancora i ralenti, ancora le inquadrature a filo di piombo, le panoramiche in CGI, senza nemmeno avere il coraggio di mostrare l'efferata morte di un minorenne per timore di non ottenere il visto censura...
Senza contare che qualche infausta scelta tematica fa convergere tutto verso un simbolismo cristiano insistente e abbastanza normalizzante per un film su un ribelle che lotta contro il male a spadate.

Inoltre la diatriba bene/male e la lotta di un uomo per la salvezza della propria anima attraverso il (teoricamente) complesso rapporto istinto/volontà/azione, è sottolineato con un'insistenza spropositata rispetto a quanto poi effettivamente accada. Molte le scene in cui si parla di come Solomon Kane voglia cambiare vita, di come intenda comportarsi diversamente e via dicendo, senza però che ci sia evoluzione in questo pensiero, dunque si dicono sempre le stesse cose fino allo sfinimento.

Ma andando davvero al cuore della questione, quello che senza eccessive pretese si chiedeva ad un film simile per raggiungere il livello minimo di soddisfazione era di fare della buona azione, di creare uno scenario fantastico plausibile e un po' intrigante e magari di dare vita a personaggi che se non altro avessero delle caratteristiche forti, che sappiano a loro modo essere "mitici". Invece niente. Un branco di idioti che si picchiano e dicono frasi banali: "Solomon Kane pensaci tu!".

15.7.10

VidCon 2010

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Si è tenuto lo scorso weekend nel distretto di Century City a Los Angeles il VidCon 2010. Una tre giorni di conferenze, discussioni, spettacolini e riunioni intorno al video in rete. Sembra strano dirlo ma è la prima manifestazione di questo tipo, cioè la prima a cui fossero presenti più di 1.400 videoblogger, tra i quali naturalmente non mancavano i più importanti, noti ed influenti nomi di YouTube. L'evento è stato completamente sold-out, le cronache dei diversi giornali che l'hanno coperto (specie la stampa locale di Los Angeles) parlano di una folla che ha riempito tutti i luoghi e soprattutto di un pubblico tra i 18 e i 25 anni, il cui grosso era decisamente tra gli under 21, molti accompagnati dai genitori.

Nonostante siano parecchi gli eventi sul genere, gli Streamys in primis, il VidCon merita un discorso a parte per come è riuscito a mettere in evidenza alcune caratteristiche del rapporto che la rete (video) ha con gli utenti. Si è trattato innanzitutto di un evento molto centrato su YouTube, la cultura da YouTube e quel tipo di vlogger, cioè non tanto focalizzato sui produttori di webserie (quelle sono più da Streamys per l'appunto) quanto sugli one man show, i musicisti da internet e gli intrattenitori. A parlare e a guardare c'erano soprattutto quelle persone che hanno messo se stessi davanti alla videocamera.
Su tutti ha stupito l'annuncio di Dan Brown (non quello di Il Codice Da Vinci ma il vlogger noto come Pogobat) che in collaborazione con Revision3 a partire dal 2 agosto darà vita a Dan 3.0, esperimento nel quale postando un video ogni giorno Dan si impegnerà a fare quello che gli utenti gli dicono di fare, come in un I.Channel dal vero. Non è vita rappresentata come Justin.tv ma un altro scarto che dà una certa responsabilità a chi guarda, senza illuderlo di essere parte reale della scrittura dei contenuti.

8.7.10

Gemme della rete italiana

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In un anno è cambiato tutto. Se non tutto, si può dire molto. La rete italiana e soprattutto la parte attiva della condivisione video ha cominciato ad essere formata finalmente da persone vere. Non dai geek, non dai tecnofili né dai 30-40enni, ma da ragazzi tra i 15 e i 25 anni che utilizzano il video come mezzo espressivo.
Con un ritardo infinito rispetto al luogo più evoluto del video in rete, gli Stati Uniti, negli ultimi 12 mesi la parte italiana di YouTube ha cominciato a popolarsi di video confessioni, video messaggi, video produzioni e quant'altro, l'embrione di una produzione più seria. YouTube italiano ha cominciato a diventare un luogo in cui si producono cose, in cui si discute di quelle cose, in cui ci si insulta (molto) e in cui si sperimenta quello che si può fare. Diventa insomma a modo suo l'equivalente più popolare, guitto e spesso volgare, della prima ondata di blog. Qualcosa che aumenta la partecipazione degli utenti al mondo del video, che aumenta la consapevolezza di chi guarda di ciò che si fa in rete e che in ultima analisi ci rende tutti più partecipi di questo mezzo, potenzialmente portando ad un tipo di produzione più narrativa.

6.7.10

Predators (id., 2010)
di Nimrod Antal

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Attacca con i migliori 120 secondi iniziali probabilmente degli ultimi 20 anni, una bomba d'azione e citazione che mostra subito l'atteggiamento di Nimrod Antal (e in controluce quello di Rodriguez che produce), sembra dica: "Sappiamo che conoscete Predator, sappiamo che c'è stato e vogliamo sfruttare quello per andare avanti".
A me, lo dico subito, Nimrod Antal piace molto, il suo stile dinamico, invisibile eppur forte mi conquista nello stesso modo in cui faceva quello di John McTiernan. In più la longa mano di Rodriguez, che cura i mille piccoli dettagli utili a rendere Predators un perfetto film in stile anni '80, fa insolitamente bene. Decisamente meglio di quando dirige in prima persona.

I Predator si moltiplicano e viene introdotta una mitologia interna, cioè una serie di regole che sorreggono la loro società (divisa per la prima volta tra superiori e inferiori e dotata di animali e strumenti tecnologici ben illustrati), si gettano insomma le basi per qualcosa di più duraturo, il finale del resto sembra pronto a proseguire la saga.
La sorpresa è che Adrien Brody calza molto e che il machismo anni '80 ancora regge se ben portato. Ma a vincere davvero la partita è quella mistura che Antal riesce ad operare tra vecchia serie B (il film inizia e finisce senza prologhi o chiusure, ancora più secco del primo) e reaganiana serie A, citando in più punti il vecchio score e ricalcando alcuni topoi come il ricoprirsi di fango, la caduta nel lago da un'altura e via dicendo. Tutto questo sembra un'eredità pesante o un confronto invicibile ma invece Antal lo tramuta in un aiuto illustre.

Tentare una lettura politica o anche semplicemente sociale del film è una bella impresa. Chi sia quel nemico o da dove attingano quelle paure sono domande cui chiunque può trovare risposta ma che difficilmente costituiscono una lettura plausibile. Come dice Schrader "Io appartengo alla generazione esistenziale, nei miei film mi chiedevo se fossi degno di vivere, Tarantino [e i post-tarantiniani come Rodriguez ndb] appartiene alla generazione ironica e si risponde con un chissenefrega".

2.7.10

Toy Story 3 (id., 2010)
di Lee Unkrich

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Il film Pixar è un piacere tutto particolare che ci si regala con regolare cadenza annuale. Quest'anno tocca a Toy Story 3, poi sarà la volta di Monster's & Co. 2 e poi ancora Cars 2. Si apre una nuova era, quella dell'applicazione del franchising che non necessariamente significa un crollo delle idee. Perchè Toy Story 2 era decisamente più compatto, interessante e riuscito del suo predecessore e perchè questo terzo capitolo è molto più in linea con le ultime devastanti produzioni (Wall-E e Up) di quanto non lo sia con i precedenti capitoli. Basta vedere l'uso che viene fatto di prospettive che imitano gli obiettivi cinematografici nelle scene di caos con i bambini dell'asilo.

I personaggi classici vengono tagliati (solo i giocattoli essenziali, gli altri sono stati buttati negli anni) per fare posto a tutta una nuova schiera più in linea con il genere di questo terzo film, il cinema di carcere. Ovviamente si parla sempre di giocattoli che gli autori fanno parlare dotandoli di una personalità in accordo o disaccordo con le loro sembianze, per giocarci come fossero bambini dotati dell'arguzia di adulti (in questo i rimandi sottoculturali tra Ken e Barbie sono emblematici di un modo di vedere il mondo in primis e poi il cinema, perchè proprio Ken e Barbie, idioti fino al midollo sono anche i veri outsider di questo film).
Il modo in cui la Pixar affronta la serialità dei propri film sta tutta in come, potendo evitare la prima fase fisiologica di presentazione dei protagonisti, individua un soggetto in linea con le corde dei suoi autori e lo sviluppa con ritmo, facendo molta attenzione a come ogni svolta e ogni movimento causi uno smottamento interiore.

Andy prende in mano Buzz e Woody, li guarda attentamente, decide di portare solo Woody al college buttando Buzz nel mucchio con gli altri. E' una delle prime scene e quando vediamo Buzz finire nel sacco dove il padrone non lo può vedere, la sua espressione dice tutto quello che non avevamo capito nei due precedenti film.
Il soggetto poi è quanto di più pixariano si possa immaginare: i protagonisti finiscono in un posto dove non desiderano stare e per raggiungere il proprio oggetto del desiderio sentimentale devono compiere un viaggio, titanico tanto quanto i sentimenti che li animano, in un universo nel quale sono minuscoli.
Il viaggio questa volta è un evasione, segue cioè le regole del cinema carcerario e la parte comica sta in come i giocattoli dell'asilo di Sunnyside siano piegati ai ruoli tipici del genere. Dalla montagna umana muta che fa il lavoro sporco, al servo fedele, dallo sgherro scemo fino al doppiogiochista, quello che sa tutto e le vittime spaventate. Alla fine non mancherà la commozione nella risoluzione finale ma è la scena nell'inceneritore che rivela in pieno il senso di questo film. E' lì che accade qualcosa di unico e profondo anche per gli standard pixariani, che concede ad ogni spettatore il privilegio di leggere qualcosa di diverso.

1.7.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata coadiuvata da Francesco Alò che inizia annunciando di aver visto Il Gregge di Ylmaz Guney. E lo racconta.
Passando ai film della settimana si comincia con il film da supportare che è Panico al Villaggio subito seguito dal film da disprezzare visto da me e Francesco Alò uno accanto all'altro che è Alice. Si passa poi al sentimentalismo blando di Ragazzi Miei e al nuovo film di Kevin Smith Poliziotti Fuori e soprattutto al bellissimo Affetti&Dispetti, orrendo titolo italiano che nasconde La Nana.
In chiusura il resoconto della partita di calcio vista in 3D in sala.

LA PUNTATA DEL 25/06/10

Ordunque adesso anche se non siete di Roma o dintorni potete godere pure voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.