30.9.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.30, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez assieme al prode Francesco Alò.
Solo tre film questa settimana ma attesi e di peso. Si parte affrontando la delusione data da La Passione di Mazzacurati, poi dividendoci subito su L'Ultimo Dominatore Dell'Aria per chiudere con il botto con il totale conflitto di pareri su Inception. In chiusura trionfo di consigli in pillole e segnalazioni televisive.


LA PUNTATA DEL 24/09/10

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.




Un weekend da bamboccioni (Grown Ups, 2010)
di Dennis Dugan

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POSTATO SU
Sull'uso e l'accezione che viene dato al termine "bamboccioni" nella titolazione di questo film ci sarebbe da scrivere un saggio di 500 pagine. Invece per gentilezza nei confronti del lettore non verrà spesa nemmeno una parola.
Grown Ups è l'ennesima collaborazione tra Adam Sandler (anche sceneggiatore) e Dennis Dugan (Vi dichiaro marito e marito, Zohan ma soprattutto il folgorante Happy Gilmore), coppia dai risultati talmente altalenanti che fa venire il sospetto di azzeccare il colpo solo per caso.

Se infatti Happy Gilmore era un esordio col botto, dinamico, esilarante e violento, Vi dichiaro marito e marito un'insopportabile pastrocchio maschilista e Zohan una satira divertente, estrema e audace nel suo (autentico) politicamente scorretto, Grown Ups è un film per famiglie nell'accezione più dispregiativa del termine. Un film che mette in scena famiglie e dinamiche da famiglia ad uso e consumo di un pubblico identico a chi viene rappresentato, che ne fruisce più in tv (in famglia) che al cinema. Ancora peggio il film dà libero sfogo alla piega peggiore dello stile-Sandler ovvero il passatismo "americana", cioè il ricordo e la nostalgia dei veri valori tradizionalmente bianchi e east coast.

Storia di un gruppo di amici affiatati che, una volta adulti, si incontrano nuovamente dopo anni di lontananza a causa della morte del loro coach di pallacanestro. Il funerale è l'occasione per loro e per le loro famiglie di trascorrere di nuovo del tempo insieme in una baita nel bosco, luogo in cui si confronteranno, risolveranno i loro problemi (causati dalla vita di città) e riscopriranno una dimensione panica a contatto con la natura e tutti quei pregi dell'american way of life apertamente contrapposti alla frenesia di questa vita moderna.
La scarsità di spunti comici (nonostante il profluvio di attori interessanti) è forse l'aspetto meno irritante di questa lunga parabola buonista autoincensatoria, dove addirittura in chiusura i belli, ricchi e ora anche felici protagonisti concedono ai brutti, cattivi e stupidi outsider di provincia il privilegio di una vittoria a pallacanestro (l'unica vittoria della loro vita lascia intuire il film), perdendo appositamente. Anche quella vittoria per gli outsider dunque è un regalo pietoso di chi ha tutto nei confronti di chi non ha niente e non una conquista personale.

28.9.10

Benvenuti al Sud (2010)
di Luca Miniero

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POSTATO SU
Che dire? Abbiamo rifatto Giù al Nord cioè Bienvenue chez les Ch'tis, il film di maggiore incasso della storia del cinema francese, uscito l'anno scorso. Ed è strano come uno dei rarissimi adattamenti italiani di soggetti originali stranieri sembri davvero un film più adatto a noi che a loro, cioè una storia di stereotipi regionali smentiti.
Nella versione italiana un uomo del nord è costretto ad andare a lavorare al sud come punizione per la sua smania di fare carriera, la vive come un dramma perchè teme tutte quelle cose che si dicono del meridione (mafia, violenza, furti, ostilità, distanza culturale e lassismo). Ovviamente si troverà quasi subito a confronto con la realtà dei fatti, l'azzeramento dei pregiudizi e anzi la preferenza della dimensione di vita meridionale su quella settentrionale. Così la commedia, da che è incentrata sul contrasto idea-del-meridione/realtà-del-meridione, diventa una commedia degli equivoci tesa a mentenere nella moglie meridionale l'idea pericolosa del sud dissimulando la realtà dei fatti.

Ecco perchè sembra un film più da un paese come il nostro, cinematograficamente molto legato alle differenze tra settentrione e meridione e interessato a conciliarle sempre e comunque. Così con un comico del nord e uno del sud, una sceneggiatura ripresa alla lettera e una serie di invenzioni comiche che, si sentono, vengono dal bagaglio delle individualità (Bisio e Siani), il film arriva in porto e strappa qualche risata.

Si potrebbe dire anche missione compiuta, se non fosse che Benvenuti al sud, anche rispetto all'insipido originale, non ha nessuna idea autonoma di sceneggiatura, nessuna trovata comica che sia indipendente dai suoi attori nè una visione autonoma e originale del conflitto regionale. Stupisce in questo senso leggere la firma di Massimo Gaudioso, che altrove non teme le conflittualità e raramente si preoccupa di ignorare differenze e attriti come in questo caso, predigiligendo invece la più complessa esposizione dei problemi e delle dialettiche, non necessariamente da risolvere.
Ma tant'è. Piacerà.

27.9.10

All'improvviso l'incoscienza rivelatrice

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Max Giusti con la massima ingenuità a proposito del doppiaggio di Cattivissimo Me
Il giorno migliore è stato il primo, quando Gru è nato. Il punto è che doveva nascere indipendentemente da quello americano, ero lì con Fiamma [Izzo] e buttavamo giù molte cose e se poi notavamo che in certi passaggi il personaggio non quadrava più tornavamo indietro per ripensarlo. Gli abbiamo dato una sua piccola anima.

Il doppiaggio di Steve Carrel praticamente non l'ho sentito, ne avrò sentito si e no un minutino giusto per rendermi conto di come fosse stato quel lavoro. Ma era proprio una cosa diversa all'americana, cioè con un background statunitense, lui usa un accento russo, per fare il cattivo ma noi in Italia non abbiamo gli immigrati russi per cui non funzionerebbe bene, non siamo così smaliziati con gli accenti stranieri.

24.9.10

9 ispirazioni + 1 plagio totale di Inception

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Chi pensa di essere originale dimostra solo di non conoscere sufficientemente bene ciò che c'è stato prima di sè. Christopher Nolan l'ha ammesso da più parti che in Inception sono confluite molte fonti di ispirazione diverse, molte cose che ha amato e che lo hanno colpito. Eppure il gioco artistico e concettuale messo in piedi dal regista di Il Cavaliere Oscuro è talmente complesso, ben organizzato e affascinante, che alla fine i riferimenti a ciò che è stato già fatto nel campo dell'arte e della rappresentazione dei sogni, sono molti di più di quanti lo stesso regista riesca ad ammettere. Come James Cameron con Avatar, anche Christopher Nolan è riuscito a operare una fusione perfetta di diverse mitologie, simboli e idee della cultura pop moderna, unendo in un unico universo le suggestioni degli ultimi anni. Noi abbiamo individuato 10 fonti più o meno esplicite (senza mai assolutamente fare spoiler!), consci che il bagaglio del film non si esaurisce certo qui. Vi sfidiamo a fare di più.

23.9.10

Buried (id., 2010)
di Rodrigo Cortés

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POSTATO SU
Buried è un film in una cassa. Una cassa da morto. Cioè ha una di quelle trame che al solo vedere il trailer vorresti iniettartela tutta in vena. Un uomo si sveglia in una bara e non sa perchè, è legato mani e bocca e dalla terra che entra dalle fessure della cassa di legno subito capisce che sta anche sottoterra. Chi lo ha seppellito però ha messo nella cassa anche un telefono cellulare (e diversi altri oggetti) che, vista la poca profondità cui è stato seppellito, ha campo e consente di comunicare con l'esterno. E comunicare con l'esterno è proprio quello che il protagonista deve fare.

Rodrigo Cortés scrive, dirige e monta l'impossibile racconto di un uomo chiuso in uno spazio angusto per 90 minuti, dosando con grande abilità drammaturgica la claustrofobia: forte all'inizio, minore in seguito e poi ad ondate quando serve. Non è infatti solo l'inventiva dei tanti possibili modi di inquadrare, riprendere e giocare con le immagini all'interno di una bara a stupire, ma come, a fronte di tante idee, il regista riesca anche a gestire il senso di prigionia, paura e ineluttabilità senza premere costantemente sull'acceleratore come verrebbe spontaneo fare.
E in tutto questo non si fa mancare nulla Cortés: zoom avanti e indietro, carrelli, piani sequenza, totali....

Ma se la fotografia e il montaggio sono intelligenti e funzionali, il vero miracolo lo compie la sceneggiatura che, poggiandosi su di essi, tiene viva l'attenzione per 90 minuti e anche quando zoppica allungando un po' il brodo (la telefonata alla madre ad esempio), si cava d'impaccio con qualche idea visiva o con un'impennata claustrofobica che ricorda al pubblico "Ehi questo sono diverse decine di minuti che sta in una cassa da morto in cui l'ossigeno tra poco finisce!".
Su tutto regna Ryan Reynolds, che da oggi ufficialmente diventa degno di stima, per come non cerchi mai l'esagerazione e come accetti intelligentemente di recitare su toni sommessi. La sua performance, se si escludono 3-4 scatti d'ira e paura, è tutta giocata sui piani d'ascolto, sulle piccole variazione e soprattutto sugli spasmi incontrollati del viso, proprio là dove altri attori con manie di protagonismo avrebbero optato per implausibili espressioni caricate che ammiccano al pubblico più che cercare il realismo delle emozioni e cercano l'applauso o il premio.

Astenersi maniaci della plausibilità ad ogni costo.

Dove vanno a morire i videoclip?

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Da quando esiste il video la videomusica ha subito un lungo processo di ridefinizione (film musicale, diretta televisiva e infine videoclip) che negli anni '90 e primi 2000, cioè nel periodo di massimo successo dei canali tematici musicali, ha toccato punte altissime di congiunzione tra esigenze di promozione commerciale e videoarte. Poi è arrivato YouTube e il videosharing, la nuova terra di conquista per tutte le forme di video brevi e promozionali (trailer, teaser e pubblicità ne sanno qualcosa), così anche la videomusica ha cominciato gradualmente a spostarsi dai canali musicali (ormai sostanzialmente "canali giovanili") ai canali di YouTube, e l'ha fatto talmente bene che come è noto i videoclip o le performance live sono il contenuto più importante del grande aggregatore.

Adesso progetti decisamente più audaci ed estremi, come quelli messi a segno nelle ultime settimane dagli Arcade Fire prima e dagli Weezer poi, sembrano preannunciare, con la loro esigenza di grandezza e la complessità della realizzazione, la fine di un certo modo di intendere la videomusica.

22.9.10

L'ultimo dominatore dell'aria (The last airbender, 2010)
di M. Night Shyamalan

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POSTATO SU
Gestazione lunghissima per quest'ultimo film di M. Night Shyamalan, suo esordio nel 3D (in realtà moltissimo posticcissimo e davvero poco funzionale), nel fantasy (??) e anche nel cinema di grande "commissione".
Shyamalan è regista molto personale, abile e peculiare, uno dei pochi che per davvero o si ama o si odia. Io diciamo che non lo amo, dichiaro da subito la mia posizione e contemporaneamente la mia volontà di non rimanerci vincolato. Mi piacerebbe farmi piacere Shyamalan e continuo a sperare che il regista che mi aveva fatto innamorare di Il sesto senso e Unbreakable ritorni. E invece anche stavolta non è tornato.

Infatti benchè il film venga da un anime cartone americano che scimmiotta quelli giapponesi (dal poco spendibile titolo "Avatar"), la sceneggiatura è come sempre dello stesso Shyamalan, dunque come sempre il film trabocca di dialoghi tra lo straniante, l'impalusibile e l'involontariamente ridicolo.
E purtroppo non va meglio allo svolgimento del racconto, farraginoso e abbastanza noioso (mi sono appisolato in una scena d'azione) nonostante si tratti di un racconto colmo d'azione con schieramenti semplici e ben chiari.
La terra si divide in quattro categorie e conseguenti regni: acqua, terra, fuoco e aria. Ogni popolo ha i suoi "dominatori" cioè persone in grado di padroneggiare il proprio elemento, plasmarlo e quindi utilizzarlo in battaglia. Il popolo del fuoco vuole prendere il dominio di tutto e fa la guerra a chiunque sterminando in primis i dominatori. All'improvviso però emerge l'Avatar, ovvero il prescelto, l'unico a dominare tutti e 4 gli elementi, rimasto congelato per cento anni tra i ghiacci. Il problema è che è un bambino.

Poteva venire una cosa carina e intrigante ma soprattutto seriale (il film finisce promettendo dei seguiti che difficilmente arriveranno), invece.... Invece come al solito a reggere la baracca è l'idea di cinema e soprattutto di regia di Shyamalan, sempre piena di inventiva, di soluzioni, trovate e azzardi arditi e riusciti. Un giorno questo regista si deciderà a farsi scrivere i film dagli altri e allora anche io potrò finalmente iscrivermi anche io, e con gioia, al club dei suoi ammiratori.

21.9.10

Inception (id., 2010)
di Christopher Nolan

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POSTATO SU
Se c'è una cosa che già sappiamo e abbiamo letto in lungo e in largo di Inception è che è intricato e fico. E lo è davvero.
Ma quello che meno spesso si fa notare e che mi ha stupito è quanto sia anche ben raccontato. Nonostante dei dialoghi che in alcuni momenti scivolano nel ridicolo, Inception riesce nell'impresa impossibile di distendere una trama molto intricata e molto difficile da spiegare con una semplicità e una chiarezza che hanno dell'impressionante. La maniera in cui Nolan organizza un racconto che si svolge su diversi piani (per chi non lo sapesse si racconta di persone che entrano nei sogni e una volta nei sogni entrano di nuovo in altri sogni e poi ancora più a fondo fino a perdere la cognizione di cosa sia reale) non è inedita ma calibrata e perfetta davvero.

Inception è una delle maggiori dimostrazioni di forza muscolare mai viste da un regista, che entrare nella testa degli spettatori per guidarli nel percorso interpretativo come i suoi protagonisti entrano nei sogni. L'aiuto, va detto, viene anche da quanto si appoggi alla struttura tipica dei videogiochi (livelli con ambientazioni diverse, un paesaggio di nemici ostili da cui difendersi, la morte che porta al livello precedente e gli obiettivi da conquistare), in piùp pare che il sogno sulle montagne sia identico a Modern Warfare 4.

Certo il film non è perfetto nè è il capolavoro ultimo della storia del cinema (personalmente gli preferisco Il Cavaliere Oscuro) ma una bomba all'americana delle meglio concepite, che non spiega tutto ma lascia il giusto spazio per il lavoro dello spettatore, fidandosene. Tutto seguendo e portando avanti quella che è la grande ossessione di Nolan, ovvero la paura dell'impossibilità di conoscere e comprendere davvero la realtà.
Il continuo reset di Memento, lo stordimento di Insomnia e gli inganni perfetti e impossibili di The Prestige sono tutte diverse manifestazione del tema portante di Inception, lo spaesamento di fronte ad una realtà alla quale non si può credere ciecamente. Con il suo finale aperto Inception si presenta come un'altra incursione nelle paure di chi ha esigenza di andare oltre la realtà fenomenica e non ci riesce come si trovasse in un lungo incubo.

Certo va anche detto che Nolan ha la maestria e l'incredibile rigore di Spielberg ma decisamente non il suo cuore, il suo cinema somiglia di più alle lucide e algide incursioni di Kubrick nell'animo umano, senza averne però il potere immaginifico e visionario ed Inception ne dimostra il titanismo, la forza e contemporaneamente gli attuali limiti.
Tracciando una linea fantascientifica e distopica, Nolan azzecca tutto tranne il mood, mai realmente disperato, mai sufficientemente sentimentale. Se tutto è credibile al massimo, il fallo si presenta però invariabilmente quando si devono coinvolgere i sentimenti.

17.9.10

Mangia Prega Ama (Eat Pray Love, 2010)
di Ryan Murphy

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POSTATO SU
La prima cosa che salta all'occhio vedendo Mangia Prega Ama è come tutti gli elementi del film sembrino convogliare verso l'autoassoluzione mediata dalla stilizzazione.
Nell'adattare l'omonimo libro Ryan Murphy (che di stilizzazione se ne intende avendo scritto e diretto sia Nip & Tuck che Glee) decide di creare intorno al racconto di passione e rinascita della protagonista un universo visivo acquietante e rilassante, come le oleografie. Filtrando il suo ritratto con i controluce di Robert Richardson, utilizzando ampi e ariosi dolly, panoramiche dall'elicottero e inquadrature fisse che sembrano piccoli quadretti dalla mirabile composizione, proietta la protagonista (e i suoi sentimenti) in un universo delicato e calligrafico che ne esalta la banalità. Tutto il contrario delle sue serie televisive.

L'idea sarebbe di mostrare un percorso di elevazione e comprensione di se stessi attraverso la conoscenza di altri luoghi e altri posti. Arrivare ad uno stile di vita e un'accettazione di sè superiori ed equilibrati rifiutando la vita di città come modello sentimentale, per abbracciare invece le filosofie spirituali e materiali considerate esotiche. In questo senso il viaggio gaudente in Italia (una mezz'oretta così densa di stereotipi esasperati da essere quasi veritiera e settare di fatto un nuovo standard in materia), quello mistico in India e infine quello equilibrato e conclusivo a Bali.

Realizzato senza nascondere in nessun momento come il target di riferimento sia assolutamente femminile (nonostante a quest'affermazione Murphy abbia commentato "Che stronzata!", giuro!), Mangia Prega Ama cerca di raccontare il mito del raggiungimento di un equilibrio che sia innanzitutto sentimentale e che passi attraverso l'accettazione di se stessa, allo stesso modo in cui nei romanzetti Harmony si raccontano gli intrecci amorosi, mettendo cioè in scena situazioni già note, in contesti di sicura presa e puntando sull'identificazione (sempre positiva) con la protagonista.
Mangia Prega Ama sembra dire in ogni momento: "Ce la puoi fare anche tu, non è difficile" ma lo fa mostrando una visione idealizzata e americanocentrica della realtà e spacciandola per complessa e sfaccettata.

Culture snob

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«Tarantino è espressione di una cultura elitaria, relativista e snobistica. E la sua visione influenza anche i suoi giudizi critici, pure quelli verso i film stranieri»
Tipo Tepepa, Django, La Mala Ordina e 6 Donne Per L'assassino?

14.9.10

Fratelli in erba (Leaves of grass)
di Tim Blake Nelson

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POSTATO SU
La nuova tragicommedia di Tim Blake Nelson ha due pregi fondamentali. Il primo è di non nascondere mai, nemmeno nei momenti più visceralmente comici, le sue aspirazioni alte e il secondo è di pensare un cinema che a fronte di modelli noti (lo scambio d'identità tra gemelli e la grande riconciliazione di una famiglia divisa da raggiungersi attraverso il ritorno nella terra natia) possa dire qualcosa di interessante, sia sul piano della fattura che su quello della risoluzione finale. Fratelli in erba è un film con un finale sorprendente che una volta tanto non è tale per stupire ma perchè quella fine spiazzante è l'unica veramente possibile.

La matrice più evidente è quella dei fratelli Coen, sia nel modo in cui è raccontata la storia (c'è anche il tipico prologo che dà la chiave per leggere tutto ciò che accadrà), che nella mistura di commedia e tragedia, che infine nelle improvvise e drammatiche impennate di violenza. La visione caotica della realtà, nella quale gli eventi sembrano dipanarsi senza una logica che non sia quella dei più imprevedibili rapporti causa-effetto, sembra ad oggi il modo più affidabile e onesto per parlare della realtà, cioè affrontarla in maniera grezza.
I fatti di cronaca implausibili come le costruzioni finzionali più ardite. Tim Blake Nelson ha il merito indubbio di unire tutto questo ad una salda tradizione shakespeariana. E se pure il film arranca un po' nella prima parte, sa trovare il ritmo giusto nella seconda, assestando un colpo dietro l'altro, fino alla grande cavalcata finale.

Non è un caso che i suoi film precedenti siano passati inosservati e che, nonostante Edward Norton, anche questo Fratelli in erba sia destinato alla medesima sorte. E' un film spiazzante e disturbante per come sa levare ogni certezza allo spettatore e immergerlo in un mondo di plausibili implausibilità, fino a che non si getta la spugna e si comprende che non c'è un ordine, nemmeno quello dato dalle leggi sulla probabilità.

13.9.10

Deliri da astinenza da cinepanettone

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Mi arriva or ora questa comunicazione
Iniziano oggi (lunedì 13 settembre) a Stoccolma le riprese di SOTTO IL VESTITO NIENTE – L’ULTIMA SFILATA il nuovo thriller di Enrico e Carlo Vanzina che a 25 anni di distanza dal successo di SOTTO IL VESTITO NIENTE tornano a raccontare il dietro le quinte del patinato mondo della moda milanese tra intrighi di sesso, cocaina e sangue.

Protagonisti del film sono Francesco Montanari, Vanessa Hessler, Richard E. Grant, Alexandra Burman, Giselda Volodi, Virginie Marsan, Paolo Seganti, Claudine Wilde, Ernesto Mahieux.
Vedetela come vi pare ma a me l'originale non era dispiaciuto ed è proprio per questo che inizialmente nel leggere della notizia ho provato quel dolore al basso ventre che mi prende quando ricevo notizie del tipo "la protagonista di Arnold è morta in galera", il dolore della memoria presa a calci.
Però poi penso che dopo anni e anni e anni di prodotti senza senso un'impresa fallimentare e totalmente perdente come questa potrebbe avere un insperato e involontario senso.

11.9.10

Le previsioni

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Ecco il momento in cui ritualmente mi rovino facendo delle previsioni sulle vittorie che regolarmente falliscono.
Le previsioni qui espresse non sono ovviamente solo frutto del gradimento personale ma anche delle inevitabili voci che corrono (che comunque dicono tutto e il contrario di tutto). In sostanza se, come è successo, si avvista al Lido Julian Schnabel che è ritornato appositamente è impensabile non tenerne conto nella previsione, anche se il solo pensiero di un premio a Miral mi fa star male.

Quest'anno in particolare la giuria poco convenzionale rende difficilissimo incrociare bontà dei film, gusti dei giurati e esigenze di un festival (ecco le mani avanti), ad ogni modo la mia scommessa va su:
Leone d'oro - Somewhere
Leone d'argento - Balada Triste de Trompeta
Coppa Volpi miglior attore - Vincet Gallo (Essential Killing)
Coppa volpi miglior attrice - Frieda Pinto (Miral)
Osella miglior sceneggiatura - Post Mortem
Premio Mastroianni - Yahima Torres (Venus Noire)
Menzione speciale per 13 Assassins

e buona fortuna, alla proclamazione sarò in aeroporto e siccome Corriere.it e Repubblica.it mobile sono diventati a pagamento non ho la garanzia di sapere subito i risultati. Grazie tante!

"I film che preferisco sono quelli girati in fretta e senza dargli troppa importanza" F. Truffaut

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"Vorrei sempre fare quanti più film è possibile. Alle volte mentre mangio nelle pause della lavorazione ad un film penso che risparmiando quei 5 minuti che uso per i pasti, potrei trovare il tempo per fare un altro film"
Takashi Miike, 80 film realizzati in 19 anni di attività

13 Assassins (Jûsan-nin no shikaku, 2010)
di Takashi Miike

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POSTATO SU
IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Da un soggetto non originale, che a sua volta si ispira pesantemente a I sette samurai, Miike tira fuori un film fuori dal tempo, girato con uno stile particolarmente controllato e con tecniche quanto più vecchio stampo è possibile. Il genere è il jidai geki, cioè quello tradizionale dei samurai, e lo sfondo è il Giappone di fine ottocento. Ci sono 60 minuti di preparazione e strategia e 60 minuti di spremuta di sangue. 13 Assassins è un capolavoro, di commistione tra l'etica dei mestieranti e il la sapienza di chi in ogni immagine sa mettere se stesso.

Non è infatti il lavoro di raffinata scrittura sopra I sette samurai (una cosa che ricorda il remake del remake che Haynes ha fatto con Lontano dal paradiso) a rendere 13 Assassins speciale, quanto il fatto che sia una spremuta di sangue in cui nemmeno una goccia cade fuori posto e ogni momento sembra il frutto di una preparazione decennale. Così non è ovviamente e lo sappiamo. Benchè si tratti di un film che ha richiesto molto tempo (per gli standard di Miike) siamo comunque nei 4 mesi di lavorazione. Niente.

La forza miikiana è quella essenziale e basilare del cinema, ovvero la capacità di generare immagini, di concepire momenti in cui la forza visiva parla più delle parole e della storia, scardinando di colpo le convinzioni e le sicurezze degli spettatori e presentando loro elementi che li mettano in crisi. Personaggi mutilati, attimi di quiete notturna appollaiati su un palo, sguardi prima di morire e un giardino dove le spade sono piantate come piante, sono solo le più alte e raffinate di queste immagini.
Ma 13 Assassins, che mischia l'alto con il basso sapendo che la differenza la fanno solo i critici, è un tripudio anche di immagini funzionali alla storia (il modo in cui viene preparato il villaggio per il grande scontro è mostrato in un massimo di 3 inquadrature molto brevi ma è assolutamente chiaro).

In più questo straordinario mestierante che macina film come fossero noccioline (una media di 4 l'anno per circa 20 anni) è capace di rigettare l'etica samurai (da sempre la sola regola del regista è il godersi la vita) pur abbracciandone l'epica e il rigore. Miike cioè utilizza i samurai per quello che sono nel nostro immaginario collettivo, fondendo in un colpo i sette samurai, gil spartani di 300 e ovviamente il mucchio selvaggio di Peckinpah, tutti insieme come figure di un teatrino, eppure ha anche la sprezzante autorità di ridicolizzarne l'etica estrema, calcando sul personaggio del guerriero dei boschi (quello che fu di Mifune).
Takashi Miike ha una sola etica, è quella della sua generazione di registi (la "generazione ironica" come la chiama Schrader), ovvero l'etica del "who cares?", non ha messaggi, non ha lezioni e non ha domande, solo la voglia di un cinema di pancia e di sentimenti estremi.

Zebraman 2 - Attack the Zebra City (Zeburâman: Zebura Shiti no gyakushû, 2010)
di Takashi Miike

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Anno 2025, Tokyo è diventata Zebra City dopo gli eventi raccontati nel film precedente e in particolare dopo che l'allora ministro della difesa si è proclamato capo assoluto della città. Zebraman, misteriosamente scomparso da 15 anni, lo ritroviamo in strada, senza memoria e senza coscienza di sè. Mentre nella città l'istituzione dello Zebra Time (5 minuti ogni 12 ore in cui ognuno può compiere indisturbato qualsiasi tipo di crimine senza subirne le conseguenze legali) miete vittime e fa crescere la popolarità del sindaco, l'ignaro Zebraman guadagna consapevolezza di sè e di cosa sia successo nei 15 anni che lo separano dal suo ultimo stato di coscienza.

Dopo il successo di Zebraman non poteva non arrivare un seguito ed esso, nonostante la bravura di Miike a rendere qualsiasi script una pellicola godibile, scanzonata e tesa, non poteva che essere inferiore all'originale. Questo perchè al centro di tutto il primo capitolo c'era la sorpresa spiazzante di come i sogni possano diventare realtà e di come per farlo e arrivare alla più imprevedibile delle svolte non ci sia bisogno di nessuna motivazione. Un'idea per definizione non ripetibile.

Zebraman 2, pur non rinunciando all'umorismo grottesco e all'azione volutamente parodiata che avevano reso grande il film precedente, è quindi una riflessione più marcata sui confini di bene e male, sulla loro separazione e sulla necessità di un bilanciamento. Certo Miike è sufficientemente intelligente, autoironico e in grado di prendersi poco sul serio da utilizzare come metafora della lotta tra bene e male un elemento superficiale e ridicolo come le striscie bianche e nere del costume da zebra, o da terminare il suo film nella maniera più stupida e irrisolta possibile. Tuttavia l'impressione è che Zebraman 2 non riesca ad essere più di un buon film grottesco, divertente e raffinato. Nulla a che vedere con il geniale delirio di pensiero divergente e creatività cinematografica che era il primo.

L'Ultimo Gattopardo - Ritratto di Goffredo Lombardo (2010)
di Giuseppe Tornatore

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

In un tempo in cui il cinema italiano produceva molti più film di quanti non ne produca oggi e in cui i suddetti film spaziavano tra generi diversi (dalla commedia, al comico, al western, all'autoriale, allo storico e all'horror), una casa di produzione era identificabile con il cinema stesso: la Titanus. A dirigerla negli anni d'oro del nostro cinema è stato Goffredo Lombardo, un uomo d'avventura, appassionato di pesca subacquea e finito a fare cinema per volontà del padre, il fondatore dell'azienda Gustavo Lombardo. In questa professione intrapresa per diritto di famiglia Lombardo ha portato l'audacia delle sue avventure marine, il rischio e il piacere per la grande impresa, oltre ad una conoscenza non comune dei meccanismi del cinema. E' rimasta celebre la storia produttiva difficoltosa di Il gattopardo, uno dei suoi più grandi successi ma anche il film che con i suoi costi esorbitanti rischiò di farlo fallire.

I numeri dei film di Tornatore non possono che essere eccezionali e così anche per un documentario apparentemente semplice, centrato su una figura importante e arricchitto dalle dichiarazioni e dai racconti di moltissimi uomini di cinema italiano che hanno lavorato con lui o lo hanno conosciuto, non ha potuto che pensare in grande. Talmente in grande che alla presentazione effettuata al Festival di Venezia il film non era completo. Diverse infatti sono stati i momenti in cui compariva il cartello "scena mancante" a sostituire le parti non finite che saranno pronte all'uscita del DVD.

Nonostante le mancanze tuttavia si comprende subito quale sia l'idea di "racconto storico" che Tornatore cerca di profondere. Con una fotografia non comune per i documentari cinematografici (ma ancora una volta i mezzi erano quelli del kolossal), il regista mischia con intelligenza le testimionianze di Verdone, Squitieri, Loren, Lancaster, Scola, Argento e moltissimi altri assieme alle immagini dei film da loro realizzati per la Titanus che scorrono sullo sfondo.

Ma anche lo snodarsi delle testimonianze, diviso per temi (la personalità, i film, la famiglia, l'affaire Gattopardo...), sembra essere un percorso di ricostruzione dell'identità debitore di quelle ricostruzioni umane tipiche dei film di Orson Welles. Lombardo come mr. Arkadin o come Charles Foster Kane, un uomo su cui si sa poco e su cui si indaga a partire da mille piccoli indizi, racconti, oggetti e misteri.

The Shock Labyrinth 3D (Senritsu meikyû 3D, 2010)
di Takashi Shimizu

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Il ritorno nella propria città dopo qualche anno di lontananza è per un giovane ventenne l'occasione per un confronto con gli amici d'infanzia. Subito però cominciano ad accadere fatti strani. Una ragazza creduta morta quando erano piccoli torna dal nulla, facendo riaffiorari traumi e ricordi. Il mistero che la circonda sarà l'occasione per tutti di rimettere piede nel labirinto di un parco giochi, attrazione abbandonata da moltissimo tempo, nel quale era successo il fattaccio. Il viaggio nel labirinto infestato da presenze ultraterrene, diventa però subito un viaggio allucinato e non privo di conseguenze, che oscilla tra passato e presente dei personagi, alla ricerca della verità, cioè di cosa sia davvero successo quando vi si recarono da bambini.

La trama sebbene intricata è nulla più che un pretesto, un MacGuffin, per poter raccontare una storia di derive mentali e fantasmi più interiori che esteriori. Ogni personaggio deve infatti fare i conti con le proprie paure, i propri conti in sospeso e le proprie colpe, braccato da presenze, fantasmi e dai ricordi.

Takashi Shimizu dopo aver ripetuto se stesso e il suo Ju-On in tutte le salse cambia trama, ma non tono nè idee di regia, e realizza questa incursione nell'horror 3D, tutta concentrata a mostrare effetti tridimensionali. Purtroppo il film funziona pochissimo, la paura non si vede nemmeno con il cannocchiale e a quel punto anche le migliori idee stereoscopiche non possono che crollare.

Non è tanto la ripetitività della trama, già sentita, gia abusata, già svilita di ogni significato da mille altri film che sono venuti prima di The shock labyrinth, quanto l'ostentata indifferenza con cui Shimitzu presta il fianco all'umorismo involontario, all'implausibilità (anche considerando le basi horror) e all'incoerenza. Nessuno dei personaggi, specie quelli che vivono quel dramma interiore che dovrebbe animare la storia, ha uno spessore convincente e il labirinto del titolo sembra uscire da Resident Evil (il gioco non il film), senza però averne la devastante carica emotiva.

Invece che unire personaggi e paesaggio in una combinazione dalla quale scaturiscano le paure ancestrali, i traumi e le fobie, The shock labyrinth insiste sempre sulle medesime simbologie nel tentativo (vano) di caricare di suspense oggetti, bambole, trombe delle scale e in un tentativo estremo anche la pioggia.

Nell'ufficio del preside

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Svegliato all'alba da una telefonata che mi comunica la convocazione nell'ufficio del direttore del festival Marco Muller, arrivo trafelato e trovo un gruppo di altri blogger/scrittori online, l'aria era di chi viene convocato dal preside.
Una colazione con i blogger alla presenza delle foto alle pareti (solo due, una con John Landis e una mentre dà il leone d'oro a Hayao Miyazaki) e di un servizietto da thè che sembra uscito da un film di Ang Lee (effettivamente utilizzato) nella quale spara contro tutto e tutti, si sfoga, annuncia il ritiro e regala perle come
Cerco sempre di mettere almeno due film d'azione asiatici nel festival, perchè mi sembra che quella sia l'unica cinematografica in grado di capovolgere il cinema. E quando capovolgi il cinema dando calci e pugni capovolto, allora sta succedendo qualcosa di importante

9.9.10

All Inclusive 3D (2010)
di David Zamagni e Nadia Ranocchi

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Il primo lungometraggio in 3D italiano.
Galera immediata senza processo, con secondini biechi e violenti, per tutti quelli che hanno preso parte (elettricisti compresi), più ritiro del diritto di voto e di fare film o opere audiovisive per i registi.
Passo poi io personalmente a dare un calcio in culo.

Questo post l'ho fatto perchè Google associ per sempre All Inclusive 3D a questa richiesta che faccio al ministero dell'interno, in modo che chiunque altro finisca per vederlo e poi si riversi in rete alla ricerca di comprensione la possa trovare.

Balada Triste De Trompeta (id., 2010)
di Alex de la Iglesia

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IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Il ritorno trionfale di Alex de la Iglesia (anche se senza lo sceneggiatore di fiducia Jorge Guerricaechevarria) è per un film tra i più debordanti del già debordante regista. Con suggestioni che vengono da mille mondi diversi (i più evidenti sono i Batman di Tim Burton e Bastardi senza gloria) de la Iglesia si misura con quel genere inventato da Guillermo del Toro, il fantasioso/storico, cioè il modo in cui gli spagnoli negli ultimi anni stanno affrontando la loro storia recente e in particolare la dittatura franchista.

Il buono di Balada Triste de Trompeta è come prenda la questione alla larga, ponendo la dittatura sullo sfondo (più precisamente all'inizio), il brutto è come sia denso di leggerezze e trascuratezze.
Eppure tali e tante sono le immagini meravigliose, significative ed evocative (il leone che compare all'inizio rimane dentro a lungo), tale è la capacità di generare idee e motivi visivi in armonia con un ritmo forsennato che non si può rimanere indifferenti. Pur sbandando a destra e a manca Balada Triste De Trompeta alla fine arriva al suo traguardo a massima velocità sfondando tutto.

Si racconta di due uomini e una donna, un bruto, un buono e una bella (ma che dico? bellissima!), tutti e tre lavorano in un circo e sono presi in un turbine violentissimo di passioni incrociate. Seguendo le strutture incalzanti simili a quelle che per lui scriveva Guerricaechevarria (uno che con il tipico svolgimento in tre atti ci si pulisce il culo), Balada Triste de Trompeta procede per accumulo fino alla classica (per de la Iglesia) risoluzione finale ad alto tasso spettacolare ed emotivo, anche stavolta in cima ad un palazzo.

La vera anima del film però non è nella sua trama, quanto nell'impressionante mutamento graduale con cui le persone diventano mostri (prima dentro e poi fuori di sè) e nella metodica ricerca dell'orrore visivo, che non è mai paura ma sempre disperazione.
I mostri finali, si intuisce, sono mostri figli della dittatura, eppure il sangue, la violenza efferata e la follia con cui contaminano il loro mondo vengono dalle passioni che, più che provare, subiscono. La forza di de la Iglesia quindi è che, sebbene la trama funzioni da sola, cioè indipendentemente dallo scenario storico, esso lo stesso influisce e permea il mood di tutto il film.

Essential Killing (id., 2010)
di Jerzy Skolimowski

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IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Non avevo grande confidenza con la figura di Jerzy Skolimowski e giusto per amore della follia di Vincent Gallo ero entrato a Essential Killing. Non sapevo quindi che mi sarei trovato di fronte ad un film che unisce due ossessionati in un'opera che va dritta la punto come poche.
La trama è questione di tre righe. Un talebano uccide degli americani, l'esercito USA lo prende, lo imprigiona, lo tortura, lo porta via in aereo e poi, arrivati chissà dove, mentre lo sta trasportando in un cellulare, questo fa un incidente, tutti morti tranne lui che scappa nei boschi innevati, paradossalmente simili ai deserti da cui proviene.

Leviamo ogni dubbio: il protagonista, ovvero Vincent Gallo, scappa dall'inizio alla fine del film senza dire mai una parola. Non ce n'è bisogno. Fa di tutto per sopravvivere, dall'essential killing del titolo (ovvero uccidere per sopravvivere contrapposto all'uccidere per altri motivi che faceva in patria), fino al furto e addirittura ad una paradossale scena di allattamento abusivo.
L'esigenza di non farsi prendere, mai per nessun motivo, lo spinge in luoghi inabitati che non conosce, in uno scenario naturale lontanissimo a quello cui è abituato e a contatto con quello che di fatto è un altro mondo. Lo spinge ai confini della natura e intimamente ai confini della sua umanità (raccontata nei sogni che fa, tra passato e premonizione).

Il racconto della sua deriva umana, che sfocia in pazzia quando ingerisce strani frutti (che scena quella con i cani!) e in regressione prima verso l'animale e poi verso l'infantile quando è vicino la fine del suo vagare, scaturisce da rumore e immagini. Non solo lui non parla, ma quasi nemmeno gli altri (è grottesco in questo senso l'incontro con la donna muta) e non si sente mai la mancanza del dialogo, l'angoscia del sopravvivere e l'esigenza di uccidere (da cui la regressione animale) parlano a sufficienza.
Questo se non lo distribuisce qualcuno lo faccio io.

Cold Fish (id., 2010)
di Sion Sono

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ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Partendo da un fatto di cronaca che ha del sorprendente, Cold fish racconta di un nucleo familiare composto da un uomo, una donna più giovane sposata dopo la morte della precedente compagna e una figlia di primo letto che mal tollera la nuova presenza. I tre, cominciano a frequentare il tenutario di un grande negozio di pesci amazzonici, poichè egli non ha denunciato la figlia, presa a rubare in un supermercato. Con il procedere dell'invadenza dell'uomo sempre di più emerge uno scenario paradossale: morti, cadaveri fatti a pezzi e ascesa sociale folle diventano la regola della loro vita volenti o nolenti, fino ad un finale impensabile anche date le premesse.

Quando si dice di un film che è implausibile poichè esagerato rispetto a ciò che accade nella realtà non si tiene conto di storie come quella da cui è partito Sion Sono, intricate, malate, nere e disperate più di qualsiasi finzione. Su questo strato il regista innesta le proprie considerazioni sul Giappone odierno e la forte spinta al successo di cui è vittima, lo fa esasperando il tono grottesco, premendo l'acceleratore sul comico nei momenti che sembrerebbero meno opportuni e mescolando i toni in maniere che un cineasta occidentale non farebbe mai.

Il risultato è un film che conquista a fasi alterne ma che nel rocambolesco finale riprende per i capelli il senso del racconto, regalando alcune sequenze tra le più spietate, splatter e imprevedibili che un film tratto da un fatto reale abbia probabilmente mai mostrato.

Se l'horror è il genere più morale di tutti Cold fish, che con la paura ha poco a che vedere ma che abbonda di sangue, dimostra saper tenere la schiena dritta allo stesso modo, senza parteggiare per il proprio protagonista (il classico pesce freddo dato in pasto ai coccodrilli) ma anzi condannando la sua ignavia e passività tanto quanto l'arroganza dei più potenti.

Tajabone (2010)
di Salvatore Mereu

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CONTROCAMPO ITALIANO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Tra finzione e documentario si snodano le vite di alcuni di ragazzi di Cagliari, le età sono estremamente giovani (tra i 13 e i 15) e l'estrazione non è delle più alte. Al centro delle storie, tutte tra loro collegate, ci sono i primi amori. C'è una coppia di zingari che scappa dal campo perchè le famiglie non li vogliono vedere insieme, un ragazzo africano che deve lavorare per mantenere la madre sola, una ragazza cui ronzano intorno diversi ragazzi, due gruppetti che si litigano le sfere d'influenza e infine una ragazza sovrappeso che abborda su internet un ragazzo che le piace e ha paura di farsi vedere per com'è.

Per Salvatore Mereu (fattosi notare con quella bomba di Sonetaula, uno dei migliori esordi degli ultimi anni) la storia sembra importare molto poco, i piccoli fatti intorno al quale orchestra questo suo film, realizzato in un anno di osservazione e lavoro con i ragazzi di una scuola di Cagliari, oscillano tra il banale e il poco interessante. Quello che invece è molto interessante è la vita cagliaritana adolescenziale, fatta di una multirazzialità più spinta di quella che di solito si vede, e il modo di indagare la realtà diverso dal solito che il regista ricerca con furore.

Quello che si intuisce in Tajabone è un lavoro non comune sui ragazzi (tanto che gli attori peggiori sono i professori), sia come attori che come collaboratori alla sceneggiatura, tutto mirato a raggiungere un'aderenza il più fedele possibile alle loro vere vite e al loro sentire. Il risultato non è perfetto certo ma in alcuni momenti, quando Mereu al semidocumentarismo dello stile aggiunge quegli artifici di finzione (cioè di linguaggio filmico) che ben padroneggia, Tajabone vive momenti di toccante autenticità.

Ciò che riesce di meno forse è il tentativo di creare un cinema ibrido tra la professionalità di Mereu e la salvaggia sincerità dei ragazzi. L'accostamento di una mano sapiente alla regia in diverse occasioni infatti stride contro una recitaizone o una sceneggiatura decisamente ingenue.

La Fossa (The ditch, 2010)
di Wang Bing

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IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

E' la mattina del film a sorpresa, solitamente se è un film grosso il titolo lo si sa già qualche giorno prima, ma non essendo girate voci era chiaro che si trattasse di un'opera di poco richiamo. Comunque nella grande sala nessuno sapeva che cosa stesse per essere proiettato.
Il primo indizio arriva subito: schermo nero con scritte di presentazione in cinese. Coro generale di disappunto "oooooooh". La scritta seguente uccide anche le speranze di vedere un film di un nome noto perchè recita: "un film di Wang Bing". Si ripete il coretto di "OOOOoooooohh!" un po' più forte e più sconsolato. Infine a caratteri cubitali, sia cinesi che occidentali, compare il titolo LA FOSSA e a quel punto il "NOOOOOO!" è sonoro e funereo.
Pregiudizi del pubblico (me compreso) a parte La Fossa si è però dimostrato un film sorprendente.

Salito alla ribalta mondiale del mondo del documentario grazie ad opere dalla durata esagerata ma fondamentali per i primi anni del nuovo millennio, ora Wang Bing realizza il suo primo lungometraggio di finzione nel quale, sorprendentemente, non sembra essere rimasto eccessivamente legato al documentarismo.

A fronte di uno stile rigoroso, di immagini molto fedeli alla realtà e di un modo di raccontare fatto di lunghi pianisequenza incaricati di mostrare la noia, le lungaggini e anche la prolungata esasperazione del dolore e dello schifo del campo di prigionia, il regista non trascura le componenti melodrammatiche. La seconda parte del film, quella dell'arrivo della moglie e della ricerca del cadavere, si prende infatti grandi libertà nello sforzo di raccontare e rendere sia il dolore che l'esasperazione, di fatto mettendo a frutto quell'atmosfera austera ed estremamente reale creata nella prima parte.

Con una macchina a mano per nulla neutra ma che anzi nel suo vagare svela le intenzioni del regista, La fossa riesce a rendere come mai si era visto prima il vero e autentico dolore fisico della punizione inflitta dal regime. Cosa significhi indebolirsi ogni giorno di più e procedere lentamente verso la propria inevitabile morte, mentre tutto intorno gli altri esseri umani, spegnendosi, ne annunciano la modalità.

8.9.10

The Town (.id, 2010)
di Ben Affleck

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Io che sono pieno di pregiudizi e che non avevo creduto che Ben Affleck fosse sul serio responsabile dello script di Will Hunting (mi ero figurato una complicata storia di favori incrociati con Gus Van Sant che gli aveva fruttato il nome sui credits), sono rimasto a bocca aperta davanti a Gone baby gone, uno dei più curiosi, anticonvenzionali e convincenti polizieschi degli ultimi anni. Ora con The Town si conferma che non solo Affleck non è cretino (l'ho anche visto in conferenza stampa e non riesco a farmene una ragione!) ma che ora è la partecipazione di Matt Damon a quella sceneggiatura ad essere oggetto delle mie elucubrazioni.

Ad ogni modo The Town non è così anticonvenzionale e così complesso dal punto di vista dei personaggi come il film precedente, anzi, il soggetto (che comunque viene da un libro anche se pesantemente riadattato) è molto convenzionale, un poliziesco ancora ambientato a Boston che sfocia nella classica dinamica "stretto tra due fuochi, tutti mi vogliono morto, devo scappare".
Quello che Ben Affleck fa è applicare il miglior filtro hollywoodiano, quello cioè che consente il racconto di genere con una lente personale. Quello classico del cinema dei mestieranti adattato alla modernità. In pratica il filtro-Eastwood.

Ne esce quindi un'opera girata con il rigore morale e la rigidità registica che guardano a Mystic River ma con una poetica della fuga che ormai sembra la cifra del cinema di Affleck.
Come in Eastwood inoltre in The Town non c'è una pallottola fuori posto. Ne volano tante ma ogni volta viene spontaneo chiedersi che cosa implicherà e che conseguenze avrà.
L'unica nota stonata è il finale che Affleck ha cambiato rispetto al libro.

7.9.10

Dad (Oca, 2010)
di Vlado Skafar

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SETTIMANA DELLA CRITICA
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Storia ridotta all'osso: un padre ed un figlio si confrontano in una giornata insieme, immersi nella natura. Dai dialoghi emerge un rapporto forte ma minato da lunghe separazioni, un divorzio e problemi lavorativi. In chiusura qualche minuto che racconta della crisi lavorativa in Slovenia e in particolare della vera chiusura di un'intera fabbrica che ha gettato nella disperazione migliaia di famiglie, aggiunge qualche dettaglio in più.

La durata è ridotta all'osso per un film che si propone un'obiettivo preciso: andare al di là del racconto di fatti o azioni per arrivare a descrivere con assoluta trasparenza il rapporto tra un padre e un figlio. Ambizione folle, specie se si considerano le premesse e le ambizioni.

Lo snodarsi dell'azione negli ampi paesaggi sloveni, dove una natura, solo a tratti interrotta da significativi tralicci dell'elettricità, sembra disegnare un tempo diverso da quello contemporaneo non può non ricordare il dittico Madre e figlio / Padre e figlio di Aleksandr Sokurov. Solo che mentre il regista russo trovava in immagini fortemente false (luoghi ricostruiti in studio o un'estetica rimasticata in postproduzione), in una colonna sonora costante e in una recitazione sussurrata, la chiave espressiva per descrivere i rapporti in comunione con la natura o con il paesaggio, Vlado Skafar fa una scelta maggiormente realista.

Non solo Papà è un film con tutti suoni in presa diretta, un uso parco della musica e immagini ricercate ma mai "ritoccate", è anche un film che sembra riprendere le cose come avvengono, ovvero una giornata tra padre e figlio come potrebbe svolgersi effettivamente e non un idealtipo filmico, un mito cinematografico che attraverso la suggestione arrivi a cogliere quegli assoluti cui si mira. La scelta è rispettabile ma non sembra pagare. Papà manca in ogni momento di mordente, guarda in alto ma senza riuscire ad alzarsi, non c'è carnalità, non c'è fisicità, non c'è sentimentalismo nè austerità. Alla fine inevitabilmente la trappola del semidocumentarismo lo condanna.

Il commento di Miike ai suoi Zebraman

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Scopro accidentalmente sfogliando il catalogo della mostra i "commenti del regista" delle schede che riguardano Zebraman e Zebraman 2, quest'anno proiettati qui a Venezia. Là dove tutti scrivono cose banali e scontate Miike scrive questo
ZEBRAMAN
Non avrei mai pensato che questo lavoro sarebbe stato accettato alla Mostra di Venezia, perchè: nel realizzarlo non si è fatto nulla per ottenere l'approvazione del pubblico; non si è badato agli investitori; le riprese sono state un lavoro di muscoli e budella, più che di cervello. O forse è proprio per questi motivi che avete permesso che il mio film fosse proiettato?
Voi italiani siete davvero fantastici. Vi amo, tutti quanti

ZEBRAMAN 2
Dal momento che i temi del film sono l'accelerazione e la distruzione il pubblico è avvisato: fate il pieno d'alcool e godetevi lo spettacolo; evitate assolutamente di guardare il film con qualcuno vicino a voi; questo film non è consigliato a persone in condizioni fisiche precarie.
E' proprio per questo motivo che mi piace questo film. In effetti, questo è il motivo per cui mi piacciono i film in generale

Potiche (id., 2010)
di François Ozon

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Ozon è uno che fa un film l'anno. Così. Come se il cinema fosse quello di 40 anni fa. Un film l'anno senza nemmeno ripetersi troppo o girare sempre intorno ai medesimi generi e temi. Insomma un film l'anno senza aiutini. E sono tutti belli. Beato lui.

Questo Potiche è dalle parti di 8 donne e un mistero, ma senza musica. Adatta un'opera teatrale e sceglie la cornice, i colori e toni del musical senza però voler fare un racconto con note, a parte un'esilarante finale con canzone. Questo gli consente di forzare l'immagine e il racconto proprio come nei film musicali.
Il testo di partenza è una commedia femminista anni '70 sulla diatriba comunisti/padroni. Mantenendo inalterata l'ambientazione Ozon ottiene di fare comicità con dinamiche, idee e maschere oggi impossibili. In più ci mette il solito immenso, gradasso, unto e carnale Depardieu. Che uomo!

Si può dire in lungo e in largo che il film "ha molti riferimenti all'attualità" ma sono solo balle. Potiche è un film fantastico, intelligente, divertente e raccontato con una maestria raggiungibile solo girando un film l'anno, cioè girando sempre. Il ritmo non cala mai, i toni si mescolano e nelle pieghe del testo il regista trova anche modo di suggerire legami omosessuali e lanciare idee femministe. Ad avercela certa gente...
Se il mondo del cinema funzionasse come quello del calcio lo comprerei subito e lo metterei a centrocampo.

Vallanzasca (2010)
di Michele Placido

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La vera grande sfortuna di Vallanzasca è di venire dopo Nemico Pubblico (quello con Vincent Cassel, ma paradossalmente anche quello di Mann). Già la figura di Vallanzasca ricorda, solo per alcuni aspetti, quella di Jacques Mesrine, in più il periodo è il medesimo e il concetto alla sua base (l'epica di una figura discutibile) anche.
Placido di suo applica il "sistema Romanzo Criminale", cioè quel misto di ricostruzione alla buona, dialetto (stavolta non eccezionale), buona azione inusuale nel nostro paese e un tasso di crudezza superiore alle medie italiane che comunque distingue il film.

Il resto è un racconto orchestrato bene ma non in maniera sorprendente, che concentra tutto sul personaggio di Vallanzasca, lasciando agli altri solo le briciole. Addirittura anche l'esuberante per definizione, ovvero Filippo Timi, a cui viene dato il classico ruolo estremo da urla e strepiti del drogato, non riesce ad emergere concretamente ma rimane sempre a margine.

Se però i fatti (quelli veri) sono sorprendenti e raccontati con la giusta dose di epica, e la violenza è presente e molto ben gestita, è tutto il resto a crollare. Vallanzasca sembra fare tutto bene ma senza anima, Placido è sufficientemente rigoroso da realizzare un racconto ben organizzato che opera ellissi quando è giusto e si dilunga là dove serve. Però è come se non avesse un'idea propria. Sì Vallanzasca l'antieroe, l'uomo d'onore, il criminale con un'etica, ma pare tutto uscire dalla bocca di Vallanzasca stesso e non dalle idee di un regista che unisce a ciò che racconta la propria visione delle cose.

I'm still here (id., 2010)
di Casey Affleck

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Il primo film da regista di Casey Affleck è un caso di truffa poco riuscita ma di esperimento mirabile. Il fratello del più noto Ben insieme a Joaquin Phoenix ha infatti inscenato il ritiro di quest'ultimo dalle scene in maniera abbastanza veritiera, contremporaneamente riprendendo il tutto con la scusa ufficiale di voler fare un documentario sulla svolta. Dunque mentre Phoenix non rilasciava interviste, incontrava produttori discografici, non rispondeva a Letterman, si umiliava davanti a P.Diddy (e ce ne vuole!) e via dicendo Affleck riprendeva tutto. In molti hanno sospettato la truffa ma loro sono andati avanti fino alla conferenza stampa di Venezia, in cui Phoenix non si è presentato e Affleck ha detto che è tutto vero. Una delle contaminazioni più forti che ricordi tra finzione e realtà.

Tutto vero non può essere, è evidente se si vede il film, perchè troppo idiota sarebbe Phoenix e soprattutto per alcune forzature di messa in scena che sono palesemente frutto di una preparazione ad arte.
Ad ogni modo l'idea di riprendere ciò che succede nella vita di una persona così nota ed importante nel momento in cui fa un annuncio shock, per quanto cretino, e decide, sebbene senza arte nè parte, di cambiare carriera poteva essere comunque interessante.

Con alcuni momenti da Sascha Baron Cohen in cui ci si prende gioco degli ignari astanti e altri che vorrebbero essere sinceri, I'm still here però arranca troppo per riuscire nella sua impresa. Il fallimento è dunque proprio di Affleck, regista non abile quanto il fratello, incapace di selezionare il materiale strettamente indispensabile e di montarlo in maniera snella e asciutta. Soprattutto incapace di dare al tutto una vera direzione.
Non si sa esattamente il progetto che ambizioni avesse e come sia stato condotto (improvvisando sempre? Cercando di dare una direzione agli eventi?) ma l'impressione è che si volesse davvero riprendere la vita nel suo svolgersi naturale, con l'inconveniente però dell'incapacità a rendere il protagonista di questa vita davvero interessante.

5.9.10

Miral (id., 2010)
di Julian Schanbel

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"Miral è il nome dei fiori al margine dell'autostrada, ce ne sono molti sicuramente li avrete visti ma non lo ricordate", è stato quando è comparsa questa frase sullo schermo, prima ancora dei titoli di testa, che ho capito che il film sarebbe stato un lungo, lunghissimo cammino di sofferenza. Avrei dovuto ascoltare quella vocina dentro di me e scappare. Ma non l'ho fatto.

Non l'ho fatto perchè Schnabel ha girato quel film impossibile che è Lo scafandro e la farfalla, un'impresa paragonabile alla conquista del K2 per audacia, difficoltà e tenacia, e chi sono io per andarmene di fronte al suo nuovo film?? Così sono rimasto e mi sono beccato due ore di un racconto fatto malissimo e assolutamente autoassolutorio su quanto sia difficile crescere a Gerusalemme. Che non lo metto in dubbio, ma se me lo devi raccontare in un film all'interno di un festival perferirei ti fossi fatto venire qualche idea di messa in scena non dico epica, ma quantomeno decente.

Tutto viene da un libro di Rula Jabreal (questa donna qua che sicuramente avrete visto in televisione) che racconta la propria vita con un sentimentalismo spicciolo, autoindulgente e ingenuo che mette impressione.
Schnabel dice che si è sentito in dovere di farlo visto che è ebreo e si è sempre disinteressato di queste questioni. Io faccio finta di non aver visto niente.

I baci mai dati (2010)
di Roberta Torre

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CONTROCAMPO ITALIANO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Roberta Torre è cineasta dura e pura, con idee chiare e abilità tecniche tali da consentirle di riportarle con altrettanta chiarezza su schermo. Ha realizzato alcuni dei più divertenti, colti e affascinanti musical italiani (impresa facile vista l'esigua produzione in genere) e ora un'opera molto bella che del musical ha la messa in scena e non la musica.

I baci mai dati infatti non ha parti cantate eppure sembra un film musicale per come dipinge un mondo a tinte forti (sia sulle pareti delle case, che sui vestiti che infine nelle psicologie dei personaggi), un mondo in cui tutto è possibile senza stupore, in cui il plausibile e l'improbabile si sposano magicamente, come se glielo consentissero i colori saturi.
E' così possibile raccontare di una bambina siciliana che sostiene di aver sentito la Madonna dirle qualcosa, darle un'informazione che non poteva sapere altrimenti che poi, il mattino dopo, si rivelerà esatta anche agli occhi di prete e polizia. Da questo discende una follia collettiva che colpisce il paese e i paesani, convinti che la bambina parli direttamente con la Madonna e quindi pronti a pagare perchè lei interceda per loro. La madre ovviamente cavalcherà alla grande tutto questo.

Contesto tristissimo, grigio, meschino e senza speranza per nessuno dei personaggi a fronte di una sceneggiatura vivace, divertente e arguta. Il film mischia volti noti (ma non troppo) a caratteristi siciliani per dipingere una società terribile, dominata da un cattivo gusto da record che è secondo solo ai cattivi pensieri.
Forse è per questo, per questo cinismo forte, intellettuale (ma mai snob!), che alla fine la risoluzione suona così perfetta, giusta e forse anche bastarda.

Passione (id., 2010)
di John Turturro

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Buena Vista Social Club ha figliato, e molto, e contro ogni consuetudine ha figliato bene. I molti documentari sulla musica dimenticata, le tradizioni da riscoprire e i talenti mai emersi che sono usciti in questi anni sono quasi sempre state opere valevoli (musicalmente e cinematograficamente) ma questo viaggio di Turturro nella musica napoletana è forse una delle più inconsuete.

Sgomberando subito il campo da dubbi preciso che l'attore e regista americano mostra di aver compreso appieno il senso, la complessità e le radici del fare e fruire di musica a Napoli. Lo spiega e mostra di aver interiorizzato quel modo di approcciare le cose, il che di per sè sarebbe già sufficiente a fare un ottimo film.
In più Turturro realizza anche un documentario interessante, nel quale tenta di ricostruire l'impressione di generica improvvisazione in mezzo alla strada che larga parte della musica napoletana di cui parla ha. Mostra l'asta del microfono, fa sentire la sua voce che fa domande in italiano, centellina le sue apparizioni dividendole in volute (lui che racconta guardando in camera) e "casuali" (lui preso dagli eventi che accadono davanti alla camera che sconfina ed entra in campo). Si inserisce anche come attore in un segmento totalmente demenziale con Fiorello che canta "Quanto si bell a cavall'e stu cammel".

Passione non è un documentario per americani o italoamericani ma qualcosa fruibile anche da italiani (non so dai napoletani), fondato sui volti come del resto gran parte del nostro cinema. Volti dei cantanti (ripresi spesso da molto vicino) e volti delle persone per strada sempre riprese senza avvertire e senza bloccare le vie o le piazze (tanto che stanno tutti fermi a guardare ciò che succede).
Il film infine è anche capace di alcuni momenti musicali realmente alti, anche se qui intervengono molto i gusti personali (amo poco le rielaborazioni moderne mentre un pezzo con chitarra e voce in chiesa e un mashup fatto live con Peppe Barra mi hanno fatto morire), cercando non tanto la tradizione e le voci del passato (poco il materiale di archivio) quanto la modernità, i cantanti e musicisti nella fascia dei trent'anni, cioè cosa si faccia, si canti e si suoni oggi a Napoli, professionalmente ma anche no, anche nelle bancarelle.

Detective Dee and the Mistery Of The Phantom Flame (Di Renjie Zhi Tongtian Diguo, 2010)
di Tsui Hark

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Il titolo dice già tutto. Il più classico degli sfondi da Cina medievale fa da ambientazione per una storia in purissimo stile Conan Doyle, con tanto di spiegazioni chilometriche e orchestrazione classica: avvenimento di un crimine inspiegabile, assoldamento del detective, indagini, confronto con il nemico che non si risolve, altre indagini, svolta, confronto finale. Il punto è che, dopo le ultime esperienze festivaliere di roba di Tsui Hark, ero entrato parandomi il viso con le braccia incrociate per il timore dell'ennesima vaccata con il botto. E invece....

Invece Detective Dee (per far prima) è un film che scorre rapido, dallo svolgimento intelligente, dall'azione ben diretta e che soprattutto centra il punto di questo genere di storie, adattando con grande intelligenza allo scenario e alla mistica cinese una serie di dinamiche principalmente occidentali (anzi azzarderei principalmente britanniche) come il razionalismo esasperato che riporta al materialismo e alla logica fatti apparentementi soprannaturali.
La storia parte da un omicidio che sembra venire da una divinità: un uomo toglie dei sigilli sacri e comincia a bruciare da dentro fino a che di lui non rimane cenere e lo stesso capita ad altri che si intromettono. A quel punto viene chiamato l'ex prefetto Dee, recluso 8 anni prima dalla reggente per aver tentato di rovesciare il sistema, l'unico talmente abile da poter risolvere il caso.

Holmes, anche nella sua ultima declinazione, è un superuomo d'azione perfetto, Dee gli è parente alla cinese (più calci) con anche un inedito gusto per le trasformazioni facciali tipico dei cineasti hongkonghesi. Non c'è possibilità di capire il colpevole ma il piacere sta nel vedere la geniale mente di Dee all'opera e come coniughi un processo investigativo fenomenale ad una mancanza di scrupoli e una disperazione (tutti lo vogliono morto, anche chi lo ha liberato e gli ha commissionato il lavoro) da film noir.
Certo mancano totalmente i guizzi da Hark ma vedere di nuovo un suo film decente, che scorre e che intrattiene con grande piacere è una gioia.

Noir Ocean (id., 2010)
di Marion Hänsel

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GIORNATE DEGLI AUTORI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

I film nei quali non succede nulla sono sempre un'insidia. Tentano, osano, indagano, sezionano personaggi, ambienti, contesti e situazioni cercando di raggiungere qualcosa di più alto di quel che si può raggiungere con i fatti e con l'azione. Se non ci riescono però è la fine. Noir Ocean non ci riesce.

Tutto ambientato su una nave da guerra francese negli anni '70, il film ruota intorno ad un ragazzo e principalmente ai suoi due amici. Scene di vita quotidiana di un servizio militare mal digerito come sempre è, difficoltà adolescenziali, episodi formativi, traumi, gioie e via dicendo fino a che non arriva (tardissimo, almeno a tre quarti film) l'evento che dovrebbe essere spartiacque: lo scoppio di un'atomica.

A quel punto si capiscono due cose: che il film è centrato su quest'evento e su come esso influirà sulle vite dei ragazzi e che la scoppio della bomba e ciò che ne deriva (il silenzio da mantenere, la paura, l'emozione...), dovrebbe essere anche la chiave metaforica di tutto.
Inutile dire che il fallimento sta proprio nel fatto che non lo è. Le ambizioni di ritratto di tenerezza e durezza della vita adolescenziale si infrangono e da quel momento in poi il crescendo sentimentale perde di senso. Diventa impossibile capire i personaggi (sentimentalmente intendo, razionalmente ce la si fa) nelle loro ansie, paura e reazioni assurde. Diventa insomma fastidioso. Molto.

Letter To Elia (id., 2010)
di Martin Scorsese

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Negli ultimi anni Scorsese ha sfornato una serie impressionante (per qualità più che per quantità) di documentari sul cinema, sempre tesi a raccontarne la storia, l'evoluzione e le peculiarità partendo dalla sua vita: quella di un italoamericano che cresce negli anni '50 e decide di fare cinema negli anni '60. Fatti e opinioni fusi, sia da spettatore che da regista. Opere incredibili che vanno oltre la didattica e diventano personali. Storie del cinema personale.

Il senso di tutto ciò è dichiarato in questo documentario da un'ora su Elia Kazan in cui Scorsese parla unicamente del suo incontro con i film di questo figlio d'emigranti greci, di cosa gli abbiano insegnato e di come abbiano influito all'epoca su di lui, che allo stesso modo era un ragazzo figlio di immigrati.
Si chiede Scorsese: "Cosa deve guardare un regista? A cosa deve porre attenzione? In ultima analisi chi è un regista?" e si risponde alla fine che non sono le luci, non sono gli attori, non è la storia o qualche altro elemento della messa in scena che va conosciuto e indagato a fondo, quanto se stessi. Come faceva Kazan.
Ecco qual è il punto di questi documentari, realizzare film che ancora una volta siano personali, anche se didattici.

Al di là delle ragioni d'essere di Letter to Elia, quello che emerge ancora una volta è il modo in cui Scorsese organizza questo tipo di racconto, fatto in prevalenza usando immagini che non ha girato lui ma che deve organizzare. Il suo obiettivo (che non è quello di molti documentari didattici) è di spiegare il contesto e mostrare l'emozione che trasmettano certe scene, cosa non semplice visto che queste sono mostrate fuori dal loro contesto e da quel flusso narrativo che le rende ciò che sono.
E qui sta lo sforzo vero del regista: nell'organizzare i climax narrativi di una storia vera (quella di Kazan, dei suoi alti e bassi, della sua audacia e della sua tenerezza) per dare senso a porzioni di film. Non mi ero mai accorto come fossero belle certe scene che sottovalutavo e sono pronto a scommettere che andando a rivedere i film cui appartengono non sarebbero altrettanto toccanti.

4.9.10

Lo Scapolo (1955)
di Antonio Pietrangeli

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RETROSPETTIVA
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Quando Pietrangeli non era ancora Pietrangeli (aveva girato il primo folgorante Il Sole Negli Occhi e solamente un segmento di un film ad episodi) e girava opere meno dettate da istanze personali e più da idee degli studi (Sordi era reduce dal successo di Il Seduttore e qualche anno dopo avrebbe girato Il Marito e il mitico Il Vedovo), ha dato vita a questo film assolutamente inusuali per lui e per Sordi.

Lo Scapolo è una commedia con al centro Alberto Sordi ma totalmente priva di quegli accenti tra il grottesco e il surreale che all'epoca erano la cifra dei film imperniati sull'attore, è anzi molto realistica e malinconica in una maniera leggera e accennata, senza forzature (cosa inusuale per la commedia italiana degli anni '50 che per operare il classico contrasto forzava molto sul melodrammatico o sul patetico).
Dall'altra parte è anche un film inusuale per un regista che si è quasi sempre adoperato su figure femminili. Qui non solo il protagonista assoluto è un uomo ma anche le molte donne di contorno alle avventure dello scapolo del titolo non sembrano interessargli, sono figure impalpabili, sfuggenti e dal carattere stereotipico utile unicamente a generare la reazione del protagonista.

Siamo più dalla parte di un perverso e misogino L'uomo che amava le donne, la struttura infatti procede di avventura in avventura (riuscita o meno che sia), accumulando tensione emotiva e incertezza sull'opportunità o meno per un uomo di quasi quarant'anni degli anni '50, solo e restio al matrimonio di mettere la testa a posto.
A completare il circolo delle stranezze del film (e a costituire la parte migliore) c'è un finale estremamente enigmatico, in cui la risoluzione del dubbio non coincide con una certezza e figuriamoci con una morale. Tutto sembra avvenire per noia, per caso o per vera e propria vigliaccheria e misoginia sordiana ("Ma te pare che me sposo? E che so scemo che me metto n'estranea in casa?") .

La passione (2010)
di Carlo Mazzacurati

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IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Con qualche sceneggiatore in prestito dalla fucina Fandango (che infatti produce) e qualcuno dal team di Silvio Soldini, Carlo Mazzacurati mette in piedi il suo script più vivace, divertente e autenticamente malinconico. In più questa volta la scelta che spesso appare scontata di avere Silvio Orlando come protagonista è davvero un'idea di casting azzeccata e giusta.

Sebbene si racconti ancora di un regista in crisi, questa volta l'idea di narrare con umorismo contagioso e intelligente la discesa all'inferno di un uomo una volta di successo che, confinato in provincia, si trova costretto a dirigere la rappresentazione della passione di Cristo per la processione del Venerdì santo, trova un piega particolarmente audace.
Questo perchè il regista interpretato da Orlando finisce davvero in un incubo personale nel quale da una parte cerca di evitare di finire in galera (è per questo che dovrà dirigere la processione) e dall'altra di salvare la sua carriera (contemporaneamente dovrebbe essere a Roma a stringere un contratto importante per il suo primo film dopo 5 anni di silenzio), finendo unicamente per essere sempre più disilluso e disperato.

La cosa migliore è che la provincia non sembra per nulla quell'alveo salvifico che spesso si mostra sullo schermo, anzi è il gorgo malefico che imprigiona, nel quale non prendono i telefoni cellulari, tutti sono meschini e piccoli e un regista di successo è costretto ad inchinarsi letteralmente di fronte all'arrogante star della tv regionale (un amgnifico Guzzanti, ma perchè non fa mai il caratterista??).
Peccato davvero che il film perda tutto (ma proprio tutto!) nel finale, chiudendo nel peggiore dei modi (sia contenutistico che formale) quello che poteva essere un film interessante davvero e riportando lo spettatore, a quel punto speranzoso, alla dura realtà.

Happy few (id., 2010)
di Antony Cordier

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Va detto subito Happy Few ha il merito di tentare qualcosa di inusuale e difficile. Il problema è che questo è l'unico merito.
Si racconta di due coppie che entrano in contatto quando il marito di una incontra la moglie dell'altra. Si conoscono, si piacciono ed escono tutti insieme. Una sera gli altri due rispettivi si baciano e lo confessano. Ne nasce uno scambio coppie a puro sfondo sessuale. Tutti vanno a letto con tutti (ad un certo punto anche in maniera omosessuale), disegnando un rapporto di coppia a 4 che nel privato è sessuale ma sfocia anche in gite, serate e scampagnate a 4 di rara comunione sentimentale.

A questo punto, nonostante uno stile misurato e non esagerato, si è comunque già passata la soglia del ridicolo. Cordier non riesce a parlare di qualcosa di strano e particolare con la dovuta plausibilità e scegliendo di allontanare qualsiasi tono da commedia si espone all'ilarità involontaria che piomba senza pietà in più d'una scena.

Perde così di valore anche il finale che, sebbene una realizzazione ugualmente irritante, idealmente poteva essere il momento culminante. Si esprime lì il concetto che in un rapporto a quattro, lasciarsi (lasciarsi a livello di coppia, ovvero smettere di incrociare i partner e di vedersi ma continuare ad essere due coppie distinte) possa essere simile a lasciarsi in un rapporto a due, che sopragginugano la medesima nostalgia, le medesime mancanze e le medesime insicurezze.

Reign of assassins (Jianyu, 2010)
di Su Chiao-Pin e John Woo

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Il nuovo film di John Woo non è di John Woo ma co-diretto da John Woo e si vede. Nel senso che a fronte di tante idee da Woo (l'ospedale o l'operazione come punto di svolta narrativo, il problema dell'identità mutevole, la ricerca della solitudine per l'eroe...) manca poi tutta l'effettiva idea di cinema di Woo, ovvero l'epica, il respiro, il manicheismo che genera complessità e soprattutto le colombe.

Già in Red Cliff lo si era visto alle prese con il film in costume, anche se non propriamente wuxia come questo, e non aveva fatto un passo indietro dal suo cinema. Qui invece simao di fronte ad una storia tipica del genere, con uno svolgimento particolarmente vivace ed elaborato ma scene ed idee visive particolarmente povere (sempre per il genere).
Reign of Assassins, scorre bene, è piacevole e riesce anche ad infilare un paio di colpi di scena relamente inaspettati (cosa inusuale nei wuxiapan). Per essere un film di Su Chiao-Pin sembra ottimo, per essere un film di John Woo pessimo.

3.9.10

Somewehere (id., 2010)
di Sofia Coppola

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Al quarto Sofia Coppola continua a battere sul medesimo dente: la solitudine nella fase di crescita (coincida essa con quella fisiologica o sia solo interiore). Che sia in una famiglia numerosa, lontana da casa, in un ambiente ostile o, come in questo caso, nella più totale immersione nel niente, la poetica di Sofia Coppola è chiara. La cosa che sorprende è come ancora trovi stimoli, idee e contenuti per parlare delle svolte umane, di sentimenti fuori dal comune e di tutto ciò che il resto del cinema solitamente non tratta (ovvero del rapporto dell'essere umano con la propria storia personale nel momento magari lungo in cui si trova nei non-luoghi e nel non-tempo ad interagire con non-persone).

I non-luoghi per antonomasia sono gli hotel (luogo d'elezione della regista per sua stessa ammissione) e in Somewhere anche tutti quegli altri posti transizionali come strade, premiazioni, macchine, conferenze... nei quali il protagonista è sballottato (e le cose non vanno meglio quando è a casa).
Il non-tempo invece è quella dimensione sfasata presente anche in Lost in Translation, data da un misto di jet lag e incapacità di governare la propria vita, la quale è costantemente gestita da altri o vittima delle "occasioni".
Le non-persone invece sono quel cumulo di interazioni professionali, false e lavorative nelle quali non si entra mai nel personale, non si condivide mai qualcosa ma si sostiene comunque un personaggio.

In particolare l'attore di Somewhere, famoso e bello è preda volontaria di una serie infinita di incontri sessuali casuali, di incontri professionali gestiti dall'ufficio stampa e solo quando si trova a passare del tempo con la figlia di 12-13 anni circa sembra ritrovare un'idea di vita come la ricordava. Che poi è il punto centrale di Somewhere: avere o cercare un somewhere che abbia senso da cui ricominciare o dove andare a termina il processo di mutamento.
La cosa curiosa è come un film che dovrebbe parlare a quell'1% della popolazione che conduce la vita ritratta riesca invece a toccare corde universali, stavolta senza nemmeno accennare una trama e contando solo sull'accumulo sentimentale. Sofia Coppola è sia brava che arrogante, un mix che finchè dura è ottimo.

Se volete saperlo c'è tutta la parte in cui l'attore si reca a Milano per la promozione e viene coinvolto nella cerimonia dei Telegatti assieme alla figlia (bravissima Elle Fanning, ma che famiglia è quella??), come capitò alla piccola Sofia con il padre. Il ritratto del nostro paese è abbastanza violento, specie per quanto è minuziosamente realistico. Non spara insulti a caso ma centrando sempre l'obiettivo.

2.9.10

L'Amore Buio (2010)
di Antonio Capuano

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A me Capuano piace e non poco, i motivi sono molti ma sostanzialmente tutto gira intorno al fatto che non trovo esista un altro regista italiano in attività capace di raggiungere una meraviglia estetica simile e farne un uso che sia al 100% finalizzato al proprio racconto. Il suo cinema è ad oggi la miglior fusione (nostrana) di forma e contenuto e in più a dei guizzi e un'audacia selvaggia (vedi l'imperfetto Luna Rossa) che adoro.
Ecco perchè sono particolarmente deluso da L'amore buio. Perchè da Capuano si pretende sempre di più. E lo si fa a ragione. Vederlo fare la fine di molti altri mediocri è uno spreco.

Per farla breve L'Amore Buio ha tutti quei difetti che solitamente imputiamo al cinema italiano quando siamo di cattivo umore e vediamo tutto nero. Un film che pretende compassione e compartecipazione invece di conquistarsela, che posiziona di continuo gli attori in ambienti studiati per fargli fissare il vuoto in silenzio pretendendo che sia espressivo, che punta alla poesia proponendo solo il risultato (la frase "poetica") senza il processo che la rende tale e (male dei mali) un film che ancora una volta propone senza idee la dialettica propria solo di una minoranza del paese, cioè quella tra vita annacquata alto broghese-intellettuale e aspirazioni vitali basso-popolari.

Si racconta di un ragazzo carcerato e una ragazza intrappolata in convenzioni borghesi, le quali per metafora sono anch'esse un carcere, entrambi sono di poche parole, entrambi vedono uno psicologo, entrambi reagiscono in maniere assurde e in più sono legati da un fatto, quello che ha fatto finire in galera il primo. Lui è un poveraccio, lei è praticamente ricca, annoiata e insoddisfatta. Devo davvero aggiungere altro?

1.9.10

Black Swan (id., 2010)
di Darren Aronofsky

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Aronofsky non si è allontanato nemmeno un millimetro dalla strada battuta con The Wrestler. è solo andato più avanti.
Un personaggio al centro di tutto, costantemente inquadrato, macchina a mano che lo va a prendere là dove sta e sembra non mollarlo mai (qui addirittura aggiunge degli stacchi di montaggio tra un pedinamento e l'altro che sembrano lasciar intuire che la macchina da presa l'abbia seguito per tutto il tragitto che non abbiamo visto), una storia che indaga il rapporto tra rappresentazione e realtà a partire dalla carne di chi mette in scena qualcosa che si suppone essere finto e il medesimo finale.

Ciò che cambia tra The Wrestler e Black Swan è il modo di vedere la realtà ritratta. Nel film con Mickey Rourke nulla sembra stato messo in scena e tutto accade come catturato documentaristicamente, mentre Black Swan è un tripudio di ritocchi all'immagine in chiave lirica (ci sono anche delle belle inquadrature che vengono dritte da Trono di sangue e un inizio che presagisce l'identità tra storia del personaggio e trama del Lago dei Cigni che sembra venire da Scarpette Rosse). Questo perchè là si raccontava di un uomo che tenta di ricomporre la sua vita e qui di una donna che la sta perdendo in preda a manie di persecuzione e continue allucinazioni. E sono proprio le allucinazioni della protagonista, assieme alle continue immagini irreali che lei (e noi) percepisce come reali, il vero elemento in più che non solo cambia il genere del film ma consente all'idea di cinema alla base di The Wrestler di fare un passo avanti.

La trama è chiaramente Il Lago dei Cigni, o meglio la storia di una ragazza che dovrà interpretare Il Lago dei Cigni e che nel prepararsi a farlo compirà il medesimo percorso del personaggio che interpreta. Un classico, ma reso sullo schermo con una verve che unisce The Wrestler e Requiem for a dream. Le immagini alterate del secondo e la secca crudezza del primo, il suo amore per la carne e gli effetti che hanno sulla realtà le cose fatte per finta, per rappresentazione. La finzione di un racconto (o di un incontro) che per essere tale ed essere magistrale deve essere verità.
Come dice Vincent Cassel verso l'inizio: "Faremo il Lago dei Cigni, lo so è un'opera fatta molte volte. Ma così non l'ha mai visto nessuno!".
Black Swan è bello, duro, forte e tirato alla massima potenza. Un film di genere, altissimo.