30.12.10

Che bella giornata (2010)
di Gennaro Nunziante

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POSTATO SU
Forse solo Carlo Verdone era riuscito a fare tanto, passare dai programmi comici televisivi al cinema con un grande successo e ripetersi qualitativamente anche nel secondo film.
Che bella giornata è nè più nè meno Cado dalle nubi (vi è piaciuto quello, vi piacerà questo), che in sè già è tanto. E' tanto fare un film onestamente divertente, consapevole dei propri limiti ma soprattutto delle proprie potenzialità, scritto senza nessuna abilità particolare ma con l'intelligenza degli script rapidi e ben organizzati, centrato sulle gag e funzionale ad esse (e nulla più eh!).

C'è poco altro da dire su Che bella giornata. Presenta Checco Zalone nel suo classico personaggio che stavolta sogna di diventare tutore dell'ordine come è tradizione nella sua famiglia, ma dopo diversi tentativi nella carriera da Carabiniere (scartato per la sua incorreggibile tendenza a promuovere le irregolarità compiute dai suoi familiari) viene preso da un cardinale (dietro raccomandazione ovviamente) per lavorare alla tutela dei beni della Chiesa a Milano. Sarà bersaglio delle attenzione di un'attentatrice maghrebina che vuole far saltare in aria la Madonnina ma che crollerà davanti alla tenera goffagine e alla corte di Checco.

Ho raccontato per bene la trama perchè la cosa più interessante è proprio come, al di là della più classica delle critiche sociali ("Ah ma tu hai studiato! Tranquilla qui non serve a niente, da noi non si fa un cazzo!"), c'è anche un modo curioso di concatenare gli eventi. Le solite critiche all'Italia sono un pelo più forti e un pelo più radicali del solito.
E' chiaro che tutto è funzionale alle gag e quindi la corte che Checco fa alla maghrebina si risolverà in un nulla di fatto a livello sentimentale ma lei cambierà idea sul suo attentato, tuttavia il modo insensato con cui i fatti accadono (Zalone, riconosciuto incompetente da tutti e causa di mille problemi per il suo lassismo meridionale, viene continuamente promosso e piace a tutti, tanto da far cambiare idea alla ragazza a furia di furti e abusi di potere) ricorda quasi il modo in cui Lumet dipingeva il suo protagonista in Prova ad incastrarmi: criminale incallito ma talmente simpatico da farla franca in un sistema incline a favorirlo.
Che non è poco.

23.12.10

Today of all days

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In principio era il buddy movie, quella categoria di film in cui due amici collaborano per uno scopo comune. Solitamente sono film d'azione, solitamente sono anche commedie, solitamente sono maschilisti. Roba da uomini.
Come Today of all days, webserie che non è una serie ma una miniserie, cioè solo 3 episodi molto brevi e non autoconclusivi, un piccolo racconto quasi in tempo reale di quello che succede ad uno sposo e al suo migliore amico mentre questi lo accompagna in chiesa.
Lo spunto apparentemente banale presta il fianco ad una storiella tra il divertito e il generazionale. Nei pochi minuti in cui Today of all days dispiega la sua trama (il migliore amico dello sposo è un mercenario e si dà il caso debba portare a termine un lavoro che include una sparatoria proprio in quel momento) facendo intelligente economia di location e di ripresa, non manca di mostrare tutti i momenti, i valori e i luoghi comuni tipici di una certa tipologia umana. L'azione funzionale ai personaggi e non viceversa. Nel terzo episodio la serie si concede addirittura anche un momento in stile Call Of Duty di rara intelligenza, non tanto per la realizzazione (facile) quanto per il modo in cui lo si inserisce nel racconto (difficile) e gli effetti che questo lascia sui personaggi (ancora più difficile).

Hereafter (id., 2010)
di Clint Eastwood

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POSTATO SU
C'era eccitazione all'idea di un film di Clint Eastwood che avesse a che vedere con il paranormale, complice il solito trailer ingannevole. In realtà Hereafter è un film sugli uomini e sul loro rapporto con l'al di là, i propri cari defunti e via dicendo. Ancora una volta persone normali che si battono contro la società che la pensa diversamente da loro.
Per parlare di questo Eastwood usa la figura del medium, l'uomo che dialoga con i trapassati ma a parte alcune inquadrature al buio sfocate che dovrebbero essere il regno di mezzo tra qui e lì non c'è molto di più. Nè tantomeno si tratta di un film che utilizza il paranormale ai fini della trama (se non in una scena).

La cosa più sorprendente è come Eastwood e Peter Morgan (lo sceneggiatore) credano in questo al di là, nella banalità della sua esistenza (i morti che parlano con i vivi danno loro consigli come angeli custodi) e nella possibilità di interazione tra i due mondi (ciarlatani a parte). Forse proprio in questa spiazzante presa di posizione sta la parte peggiore di un film decisamente troppo lungo già dopo un'ora, che non ha la forza della superbia intellettuale ma la debolezza della superstizione.
E stavolta gioca contro il godimento del film il solito stile compassato, minimale, controllato e rigoroso di Eastwood, che non ha nessuna fretta nel raccontare una storia che il pubblico ha fretta di smettere di guardare. Mentre infatti le tre storie principali nel loro dipanarsi iniziale sono molto ben distese e raccontate, il loro successivo (e molto tardivo) intrecciarsi è decisamente più difficoltoso.

Ci sono due gemelli di cui uno morto, una giornalista sopravvissuta allo tsunami haitiano e appunto il medium. Tutti cercano l'al di là o hanno un rapporto con esso. E' impossibile però non ravvisare la mancanza di un filo conduttore vero tra le linee di trama, così a fronte dei soliti momenti eccellenti (i primi minuti di vita insieme dei due gemelli, il tentato approccio al corso di cucina) manca poi il collante che li renda parte di un tutto omogeneo.
Solo il personaggio di Matt Damon, il medium, sembra davvero riuscito: un uomo onestamente medio, vestito senza guizzi, con un taglio di capelli brutto come solo chi non si cura, senza personalità forte e in questo senso in grado di andare oltre il racconto dei propri fatti, terminando in un imbuto di cene solitarie in cucina, inquadrato da un'angolatura dello stipite della porta o seduto sull'angolo del letto di una camera di hotel mentre nel silenzio guarda immagini di uno sport che non gli appartiene.
Momenti fantastici persi in un film dimenticabile.

Cellulite e Celluloide - Cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata ricca di film che, non prima di una serie di idiozie iniziali, comincia con il racconto della prima (non anteprima) di The Tourist, uno dei peggiori film dell'anno, seguito da uno dei peggiori italiani della stagione La bellezza del somaro. Si parla poi anche del terzo episodio di Le Cronache di Narnia, insospettabilmente migliore del precedente, e del blando American Life.
Vero mattatore della settimana, a sorpresa, è però il bellissimo Megamind.


LA PUNTATA DEL 17/12/2010

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



22.12.10

Un Altro Mondo (2010)
di Silvio Muccino

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Stavolta non c'è da ridere. Questa è la vera novità. E la si potrebbe chiudere qui, perchè per il resto Un altro mondo ribadisce tutto quello che di dannoso era presente in Parlami D'Amore (uno dei film più involontariamente comici della sua stagione), sebbene in maniera minore.
Ancora una volta si racconta una storia di scoperta dei sentimenti autentici e vita a contatto con gli altri, da parte di un tormentatissimo personaggio che vive in contesti ben oltre l'agio. Se non è l'amore di due amanti è quello parentale e così in Un altro mondo è l'incontro con il fratellastro molto minore e molto perduto, unito all'obbligo di occuparsene, che faranno capire al protagonista come la vera felicità sia darsi a qualcun altro (lagrima).

Il problema ovviamente non è la trama, che in sè non presenta variazioni dalla classica struttura di un qualsiasi melò e anzi in certi momenti rispetta i binari del più ordinario cinema della commozione, il problema è la messa in scena all'insegna dell'urlo.
L'urlo non è solo quello delle parole urlate ma anche quello delle immagini urlate, delle metafore urlate, dei richiami autobiografici urlati (un fratello maggiore fa da padre ad uno minore, ma il secondo insegnerà al primo ad amare). Tutto in Un altro mondo è sottolineato e raddoppiato. I personaggi esplicitano verbalmente i loro sentimenti, la musica sottolinea il momento, la luce si fa poetica e l'immagine paradigmatica, tutto nella messa in scena punta continuamente nella medesima direzione, di fatto urlando un contenuto. Tutto è insistito e purtroppo naive.

In questo senso non può aiutare la solita recitazione maldiretta (se per Silvio siamo abituati fa specie vedere Isabella Ragonese così scialba) cui sembrano essere sempre affidate le sorti del film. A salvare la baracca inaspettatamente ci pensa Michael Rainey Jr., il bambino di colore coprotagonista, un vero miracolo di casting capace di trattenere e liberare sentimentalismo quando serve e in grado di gestire i toni meglio degli adulti.

Il carattere letterario dei dialoghi (per non dire della voce over!), la ferma volontà di fare poesia e non prosa, unita alla scoperta dell'ovvio e alla dimostrazione del già visto, rischiano di mandare in bestia lo spettatore anche a fronte di un film dai valori tecnici decisamente migliori della media. In particolare si distingue la bellissima fotografia dell'ex collaboratore di Gabriele Muccino, Marcello Montarsi, che replica quel modo di procedere che aveva reso fulminante l'esordio del fratello grande (colori saturi, movimenti continui e secchi, temperature diverse a seconda dei luoghi e sovraesposizione), citando anche nell'immagine del campo da pallacanestro sul tetto un momento di La ricerca della felicità.

20.12.10

La bellezza del somaro (2010)
di Sergio Castellitto

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POSTATO SU
Castellitto è una figura molto strana nel cinema italiano, un attore di caratura che si diletta come filmmaker. Uno dei nostri nomi più noti in Europa (specialmente in Francia) ma anche un esponente di tutto ciò che è la vecchia parte del cinema, tagliato fuori da qualsiasi cosa "nuova" si faccia.
Tutto questo sembra essere la spina dorsale di La bellezza del somaro. Un film vecchio per vecchi (non anagraficamente ma intimamente), che parla ad un pubblico di nicchia con situazioni paradossali e un linguaggio fuori dal tempo. La cui colpa va equamente diviso tra Castellitto appunto e la moglie, Margaret Mazzantini, che ha scritto tutto.

Si racconta di una coppia molto borghese (architetto e psicologa, ricchi di famiglia) con una figlia unica che dà problemi (ridicoli). In una scampagnata nella casa di villeggiatura assieme ad un gruppo di amici (genitori e figli) emergerà come questa figlia minorenne stia insieme ad un vecchio, un uomo di 70 anni profondamente intellettuale. Certo anche le famiglie amiche non stanno messe meglio.
La cifra del film è la commedia surreale di stampo teatrale. I personaggi sono tutte caricature estreme, la recitazione è esagerata, i dialoghi oscillano tra i toni dell'assurdo e del malinconico. Jannacci (il fidanzato 70enne) è il più classico degli elementi perturbatori, tale unicamente per il fatto di esistere, poichè poi fa poco e nulla, emblema di una tipologia umana onestamente intellettuale e in pace con se stesso grazie alla cultura.

Probabilmente però la parte più imbarazzante è il vero cuore del film, ovvero i rapporti che questi genitori cialtroni e falliti intrattengono con i figli, sempre e comunque migliori di loro. Ne escono male i genitori ma su toni talmente assurdi e grotteschi da far pensare che ci dovrebbe essere un senso più alto in tutto questo. Incredibile in questo senso la puerilità del personaggio di Gianfelice Imparato, sempre attaccato ad un auricolare nel quale ascolta un corso di inglese.
Forse è il somaro del titolo (sempre presente in quasi ogni inquadratura) ad esprimerlo? Forse sono le moltissime metafore esplicite e schiaffate in faccia allo spettatore (la donna di servizio rigida e colta che si emancipa, il serpente amico di uno dei figli, il momento topico della "canna" fumata come fosse chissà cosa...).
Poche volte si è visto un film così lontano dal linguaggio moderno e del proprio mezzo. La bellezza del somaro sembra un pasticcio anni '60, che parla dei problemi di quegli anni, di quelli che oggi suonano invecchiati male e che risultano anche poco comprensibili.

17.12.10

Le Cronache di Narnia: il viaggio del veliero (The Chronicles of Narnia: The Voyage of the Dawn Treader, 2010)
di Michael Apted

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Più secco, più rapido e diretto il terzo film di Narnia salta a piedi pari le lungaggini e le difficoltà del secondo per cercare la sincerità del primo. Non ci riesce, ma nel tentativo trova una formula buona per reiterare le avventure fantasy di Lewis.
Impossibile non riconoscere il merito a Michael Apted che trova il mix e soprattutto a Dante Spinotti, responsabile di una fotografia che trova le tonalità di colori più giuste per un racconto d'avventura esotica.

Al terzo racconto (cinematografico) sul regno di Narnia, le metafore vengono al pettine. Stavolta sono ammessi solo i fratelli minori, per raggiunti limiti di età dei maggiori, e si aggiunge un fastidioso cugino. L'avventura nel mondo fantastico è ancora più esplicitamente un rito di passaggio d'età (al termine i nostalgici del regno Edmund e Lucy avranno voglia di tornare alle loro vite vere) e Aslan è ancora più dichiaratamente Dio ("Esisto anche nel vostro mondo ma ho un altro nome").

Al di là della scelta di quale racconto adattare per lo schermo, la forza del film sembrò però risiedere nelle immagini. L'elemento fin dal titolo è l'acqua e i toni dell'azzurro chiaro dominano anche molti altri momenti (i bagliori delle spade e quelli delle stelle ad esempio). Aumentano i totali e diminuiscono le monotone e ripetitive inquadrature a volo d'uccello inaugurate da Peter Jackson, soprattutto alcuni degli snodi di trama più spettacolari (la rivelazione dell'identità del drago, le apparizioni della strega, la spiaggia finale) trovano un impatto visivo degno di questo nome.
Sebbene manchi ancora quel senso panico e avventuroso del primo film, è indubbio che questo terzo capitolo di Narnia sia quello che riesce meglio a mostrare il fascino visivo di un mondo che i protagonisti dicono sempre di sognare ma che fino ad ora non era mai sembrato davvero suggestivo.

Un uomo, un film

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Blake Edwards, 1922 - 2010 Uno sparo nel buio

16.12.10

The Tourist (id., 2010)
di Florian Henckel von Donnersmarck

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E' difficile anche parlare di The Tourist, non solo vederlo fino alla fine. Difficile perchè il film diretto da Florian Henckel von Donnersmark è una delle opere più sbagliate, sbilanciate e fallite che abbiamo visto arrivare dalle grosse produzioni hollywoodiane negli ultimi anni. Un vero caso di studio di tutto quello che non si deve fare in un film per farlo venire bene.

A fronte di un cast importante, una location esotica (per gli americani, per noi è sempre e solo Venezia) e ambizioni vintage (si tratta di una spy story, remake di un film di francese di 5 anni fa, girata con il piglio da commedia rosa anni '60) il risultato è un polpettone che cerca di unire momenti di azione, a momenti di dramma, a momenti di commedia, mancando regolarmente il colpo. Come se cominciando in ritardo non riuscisse mai ad essere in tempo, facendo ridere (involontariamente) quando c'è da piangere, annoiando quando c'è da ridere e facendo piangere quando c'è da rimanere senza fiato.

Fare l'elenco dei problemi e dei difetti del film sarebbe, oltre che sfiancante anche poco utile a comprendere la totalità del disastro. Basti dire che c'è un grande equivoco di fondo che è quello del linguaggio. Il tono compassato e il ritmo controllato da commedia d'azione anni '60 è compeltamente fuorviato.
Si sceglie di insistere moltissimo sulla bellezza di Angelina Jolie, rimarcandolo spesso anche nella trama e sottolineandone lo stile attraverso frequentissimi cambi di improbabili abiti. Il risultato non è però la creazione di un personaggio fascinoso, quanto l'insistenza sul superfluo e lo squilibrio nell'alchimia con l'altro personaggio, Johnny Depp, nei panni del bruttino sfigato (???), ammaliato dall'incontro con la femme fatale.

Siamo dalle parti della classica dinamica "uomo normale preso in intrighi internazionali", eppure nonostante i molti tentativi di realizzare un'immedesimazione tra il pubblico e Depp, le implausibilità e le assurdità sono tali e tante da rendere impossibile il meccanismo.
Battute impensabili, recitate con toni che le rendono ancor più ridicole, senza mai vera ironia ma anzi credendo eccessivamente nella serietà di quello che si sta facendo, completano il quadro di un film che cerca di soffermarsi sui dettagli e invece accumula solo banalità.
Alla fine, tale è il senso di ridicolo, che i due non sembrano più nemmeno belli.

10.12.10

Tron: Legacy (id., 2010)
di Joseph Kosinski

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Di che stiamo parlando? Tron: Legacy doveva essere un filmone per famiglie di ambito fantascientifico, esattamente quello che fu Tron (fantascienza + fantasy) ma con budget e aspettative di incasso maggiori. Del resto dietro c'è la Disney. Ecco non è tutto questo. Chi ha ascoltato la (straordinaria) colonna sonora dei Daft Punk se n'è già reso conto.
Tron: Legacy è un'esperienza di immersione tridimensionale che si poggia sull'audio tanto quanto sul video. Immagini e suoni che creano un ambiente, uno stato d'animo e un modo di sentire le cose. In questo senso e da questo punto di vista si tratta di un film nettamente superiore ad Avatar.

La storia divide rigidamente il film tra mondo esteriore e mondo interiore al computer (nel vecchio film invece si faceva avanti e indietro), come in Il mago di Oz il primo ha una dimensione visiva meno ricca, in 2D, il secondo una piena stimoli, in 3D, per segnare e aumentare l'idea di passaggio in un altro mondo.
La trama, diciamolo subito, non è semplicissima da seguire. Coinvolge un certo tipo animismo orientaleggiante nei confronti della vita all'interno delle macchine e forse necessita di più di una visione per essere compresa a pieno. Ma non è lì il punto, motivo per il quale probabilmente Tron:Legacy non piacerà a molti.

Procedendo sul segno già tracciato dalla Pixar con Wall-E (non a caso i dirigenti e i registi dello studio di Lasseter hanno fatto da consulenti) il nuovo Tron batte i territori di una fantascienza diversa da quella cui siamo abituati, in cui l'elemento umano non si contrappone a quello tecnologico ma lo compenetra trovando in esso la classica rinascita dello spirito che caratterizza la catarsi del cinema fantascientifico. Le macchine e il digitale non sono cattive nè il nemico, contengono in sè la minaccia al pari della soluzione per il trionfo umano.
Questo mutamento arriva a rispecchiare al cinema i cambiamenti avvenuti nel modo in cui la società in questi anni ha cominciato ad utilizzare e percepire la tecnologia, non più qualcosa di contrapposto alle discipline umanistiche ma semmai qualcosa che le estende.

Frutto del lavoro di un pubblicitario (il regista Kosinski), di diversi designer e dei Daft Punk (coinvolti non solo per la colonna sonora ma anche per tutto il sound design), Tron: Legacy è molto di più del suo predecessore, è un lungo trip audiovisuale dalla bellezza e dalla stratificazione di rara complessità, che non si vergogna di prendere smaccatamente anche elementi da 2001: Odissea Nello Spazio, Blade Runner e Matrix. E alla fine, nonostante un Jeff Bridges ringiovanito davvero poco riuscito, riesce lo stesso a fare il lavoro del cinema: convincere e coinvolgere lo spettatore in un mondo impossibile reso credibile dal potere suggestivo di immagini e suoni.

9.12.10

I due presidenti (The special relationship, 2010)

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Nota da noi unicamente per il suo secondo capitolo (The Queen), la trilogia su Tony Blair scritta da Peter Morgan era iniziata nel 2003 sulla tv inglese con The Deal, diretto da Stephen Frears (che in tv aveva iniziato la sua carriera) e centrata sul sorpasso a sorpresa di Blair su Gordon Brown per le elezioni del 1997 e sul patto tra di due poi tradito dal primo ministro.
Nel secondo capitolo, spostato al cinema per evidenti motivi di richiamo del personaggio principale, si affrontava più che altro la figura della Regina anche se l'ottica era quella dello sguardo di Blair, un progressista che comprende le ragioni dei conservatori, empatizza con la corona e l'aiuta invece che godere del proprio successo.

Ora questo terzo capitolo affronta la special relationship tra il primo ministro inglese e Bill Clinton, a partire dai suoi viaggi dei primi anni '90, utili a studiare la strategia dei liberal americani (come ingraziarsi i conservatori e guadagnare elettorato), per poi passare ai loro sogni (Clinton che immagina almeno un decennio di governo di centro sinistra nei due più importanti paesi occidentali e di riflesso un'ondata progressista anche in molte altre nazioni), alla necessaria rottura dovuta agli scandali sessuali del presidente americano e all'inclinazione verso il successore di Clinton.

I film sono tutti e tre molto naive, ma con stile. Nei primi due lo stile è quello magistrale di Frears (The Queen ha dei momenti unici) mentre in questo terzo è la scrittura di Morgan a compensare le tantissime semplificazioni da romanzetto buone per affascinare con semplicità il pubblico (Blair che scopre dell'impeachment alla tv mentre spalma la marmellata per i bambini, Clinton che sveglia la moglie al mattino per confessare l'adulterio e via dicendo).
Morgan fa un ritratto complesso di Blair, non sembra amarlo ma ne capisce la portata rivoluzionaria, è un opportunista mascherato benissimo da idealista e soprattutto è affascinante, talmente affascinante da conquistare anche noi spettatori mentre tradisce gli amici.

Alla regia di Loncraine va il merito di un'unica intuizione, rubata a Vincere. Solo nel finale di questo terzo film, l'immagine dei filmati televisivi di Blair smette di essere quella di Michael Sheen e diventa il vero Tony. Dopo un processo lungo 3 film (diventare presidente, relazionarsi alla regina, relazionarsi all'America) si compie il percorso del laburista che a camp David si allea con il conservatore per eccellenza George W. Bush. A quel punto l'attore lascia il posto al vero Tony, il personaggio non è più immagine mediata dal regista ma mediata dai media tradizionali.

6.12.10

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni - I knew better

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A grande richiesta, ma soprattutto grande esigenza, comincerò a linkare i film già recensiti in occasioni speciali (tipo Festival) nella settimana della loro uscita italiana qualora questa si svolgesse diversi mesi dopo.

Come tutto questo inseguimento dell'attualità influisca sul blog tutto e sul concetto stesso di blog (che di queste dinamiche da giornale non avrebbe bisogno) ancora non lo so. Magari no, magari si. Magari è parte di un meccanismo più grande che va di pari passo con i link su Facebook e le segnalazioni su Twitter.
Di certo è più comodo per tutti.

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Top Score: Conan - Il Barbaro
a cura di Compatto

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Conan è un grandissimo film di John Milius con un enorme (e non mi riferisco alla recitazione) Arnold Schwarzenegger, fresco del titolo di Mr. Olimpia.
Il film narra le gesta di Conan che dopo lo sterminio della sua famiglia per mano di Thulsa Doom decide insieme all'arciere Subotai e alla fregna di turno di uccidere il suo arcinemico.
Non c'è altro da dire sul film, lo conosciamo tutti e ci piace, anche se la recitazione lascia molto a desiderare. E parlando proprio di recitazione lo stesso Milius sapendo di non poter contare su una grande prova di attori decise che le musiche avrebbero dovuto avere un ruolo fondamentale, riempiendo quegli spazi vuoti.
Si recò allora dal compositore Basil Poledouris che con lui fece Un Mercoledì da Leoni e gli chiese di “darci dentro” con la musica, ovviamente il lavoro di Poledouris fu eccellente tanto che a ormai quattro anni dalla sua morte Conan il Barbaro è considerato uno dei suoi migliori lavori.

Sono uscite ben due edizioni di questo score, il primo nel 1982 e un altro nel 1992, ma questa nuova edizione della Prometheus è veramente interessante.
Primo perchè contiene lo score completo del film, secondo perchè molto materiale dello score si era perduto o si sentiva malissimo, allora si è deciso di ri-registrare il tutto con l'orchestra sinfonica di Praga diretta da Nic Raine e per essere fedeli al capolavoro di Poledouris hanno richiamato l'orchestratore di un tempo.
Il risultato non è la perfezione, ma ci si avvicina di molto.
Qui potete vedere il video della registrazione, il brano è Riders Of Doom (senza coro).


IL DOWNLOAD

Megamind (id., 2010)
di Tom McGrath

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Se è vero come è vero che il processo di creazione di un lungometraggio d'animazione dura all'incirca 4 anni allora Megamind è stato concepito poco dopo l'uscita (e il successo di pubblico e critica) di Gli Incredibili. Difficile non pensare che un film sul mondo dei supereroi realizzato con un approccio così adulto, così concreto e così poco superomistico, in fondo non sia figlio di quella straordinaria produzione.

Megamind però è anche sicuramente il cartone Dreamworks più bello di sempre, e non certo per merito del tema. Se infatti il regista è la stessa persona al timone della serie Madagascar (in produzione nei medesimi anni, ci si chiede come abbia fatto a seguire entrambi...) è anche vero che tra gli scrittori figurano collaboratori dei fratelli Coen e nella categoria "consulenti e produttori esecutivi" nomi come Ben Stiller, Justin Theroux e Guillermo Del Toro. Nessuna prova schiacciante ma qualche possibile spiegazione su un simile innalzamento di qualità.

Megamind prende la storia di Superman (di Richard Donner) e la sovverte, una dinamica tipicamente Dreamworks: citazionismo spinto finalizzato a ribaltare le previsioni degli spettatori (ma c'è davvero ancora qualcuno che si aspetta che il buono sia il personaggio positivo??). Megamind, il cattivo, in realtà è tale solo a causa del contesto in cui è cresciuto e la storia del film, la sua ricerca di una controparte che ne giustifichi l'esistenza, causerà la conversione al bene. Notabile poi come finalmente si smetta di vedere in chiave sempre e comunque positiva il perdente o il nerd di turno.
E qui sta la componente più convincente del film, nel fatto cioè che Megamind vince a modo suo, senza stravolgere le logiche Dreamworks, dimostrando che non è quel che fai ma come lo fai a fare la differenza.

L'unica particolarità del film è come esso compia il suo percorso narrativo due volte. C'è una prima storia, molto canonica, che presenta i personaggi e si chiude in 30 minuti con il rapimento della bella e lo scontro con l'eroe, e poi una seconda storia, quella più pregnante e decisiva, che occupa il resto del film.
Fatta salva questa variazione siamo nel campo della prevedibilità e proprio in questo modo si dimostra che può esistere un buon cinema Dreamworks, capace di sorprendere sul serio e regalare momenti di forte autenticità, senza negare la propria natura.
Come già visto in Rapunzel (e prima in Toy Story 3) c'è un'evoluzione netta nel modo in cui viene gestita l'espressività dei volti. Così anche in Megamind i personaggi "recitano" meglio ma non solo, la solita storia è raccontata con un'abilità nel distendere e snodare gli eventi che riesce nel miracolo. Convincerci nuovamente che quel modo abusato di narrare una storia e disseminare colpi di scena non è ormai così trito da risultare prevedibile, ben dosato può ancora funzionare.

Cellulite e Celluloide - Cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata speciale con ospiti Johnny Knoxville e Chris Pontius di Jackass 3D. Per l'occasione è intervenuto a dare man forte anche Boris Sollazzo. Nonostante questo però il delirio ha dominato.



LA PUNTATA DEL 01/12/2010

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



2.12.10

Stay-at-home-dad

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Chi segue e guarda costantemente cosa si produca in rete e per la rete non può fare a meno di notare come questo tipo di racconti sappiano parlare del presente. Questa è la missione che in genere si pone il cinema in quanto forma di racconto principale (per importanza e influenza) della contemporaneità. Come si possa capire e mostrare ciò che sta accadendo nel (quasi) tempo reale che richiede girare, montare e distribuire un film è l'impresa che gran parte dell'industria del cinema (italiana come americana) insegue, riuscendoci solo parzialmente e non sempre tempestivamente o correttamente.
La televisione di contro, nonostante l'emergere e il continuo crescere della popolarità e della qualità dei suoi prodotti seriali, non sembra essere interessata a questo, racconta storie fantastiche o molto contingenti, senza però cercare di ancorarle ad un momento storico. In linea di massima potrebbero accadere in qualsiasi posto e in qualsiasi tempo.
Solo le webserie dimostrano sempre di più di avere un attaccamento alla realtà più forte di qualsiasi altro tipo di racconto audiovisuale. Questo perché da una parte sono facilitate dalla rapidità produttiva, dall'altra sono realizzate da persone che vivono la condizione dominante, cioè le cosiddette "persone comuni".

Ecco perchè probabilmente le serie che raccontano, con più o meno dedizione, della nuova situazione dell'America contemporanea aumentano di mese in mese.

Adam Resurrected (id., 2010)
di Paul Schrader

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Proprio quando si pensa che ormai Jeff Goldblum riservi le sue partecipazioni a produzioni per il grande schermo solo per i film peggiori della stagione arriva Adam Resurrected, ultimo film di Paul Schrader, a rimuovere ogni convizione.
Se un certo cinema di Scorsese è decisamente finito, una sua costola vive in quello di Schrader che della gloriosa stagione '70/'80 fu co-autore a tutti gli effetti. Non è ovviamente il cinema dei piccoli criminali e della vita pericolosa newyorchese, quanto quello dell'esame della colpa e del percorso di redenzione che ne consegue.

In Adam Resurrected in particolare convergono diverse istanze già note: la suddetta elaborazione delle colpe, il rapporto tra carne e spirito, la purificazione e l'esistenzialismo. Quest'ultimo in particolare è la componente più marcatamente schraderiana. Perchè vivere e come vivere sono domande che da sempre l'autore si pone attraverso i suoi film e Adam Resurrected mostra un consueto percorso di purificazione e salvazione (nel deserto, come Cristo) che passa attraverso l'immersione in un contesto peccaminoso.

Come il paramedico di Al di là della vita anche Adam per purificare la sua carne non affronta un percorso di bene ma assiste agli orrori e ne prende parte. Affonda per risalire. La particolare clinica psichiatrica per reduci dall'olocausto in cui è residente è popolata da esseri in cui si specchia e simboli della carne (come la straordinaria infermiera tutta ordine, rigore e sesso peccaminoso) che costituiscono la sua discesa materialmente, accompagnata a quella mentale dei ricordi.
Una purificazione inoltre che si nutre degli spazi desolati del deserto, interrotti dalle geometrie moderne della clinica, che attinge ad un serie di tecniche scorsesiane (il carrello rapido in avanti, il montaggio fatto di stacchi subitanei) ma che opera anche una ricerca sull'immagine tutta personale, dando al film uno stile, una pasta e un mood subito chiari.

Adam, che riesce a controllare il proprio corpo tanto da farlo sanguinare a piacimento, che muore e risorge di tanto in tanto (solo l'ultima resurrezione, quella spirituale sarà quella vera) ma sempre con sofferenza e che prova dolore fisico perchè è abitato dal male nella stessa maniera in cui il Cristo dell'ultima tentazione soffriva perchè abitato dalla santità, è quindi un altro fantastico esempio di come Schrader attraverso un contesto (l'olocausto e i suoi reduci) e alcune ossessioni (confrontarsi con i peccati che si è stati costretti a commettere malgrado se stessi) continui a generare nuove riflessioni e domande sul perchè viviamo e come sia opportuno vivere, se nel mezzo delle vertigini peccaminose o nella quiete e noia della tranquillità.