28.2.11

The Fighter (id., 2010)
di David O. Russel

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Fatto vero, sport, interpretazioni mimetiche, fisici plasmati per il ruolo, recitazione sopra le righe. Il format è perfetto, il risultato meno.
The Fighter racconta la vera storia di un pugile proveniente dalla provincia americana, fratello di un altro pugile, alla sua epoca famoso e di moderato successo (e non manca mai di rimarcarlo) ma ora perso nella droga. Il minore cerca di emergere e farsi una carriera mentre il maggiore cerca attraverso di lui di rivivere la propria e una famiglia ingombrante gli tarpa le ali per egoismo. Solo una donna potrà salvarlo.

In controluce si legge Rocky, e molto. E questo non perchè ogni qualvolta si filmi una storia di pugilato si debba pensare al film di Stallone, quanto perchè questa storia di pugilato è una storia di fisici piegati dalla volontà, di un uomo che quando trova l'equilibrio interiore trova anche quello fisico, una storia di seconde occasioni e di sportivi che si fanno artefici del proprio destino attraverso peripezie personali disperate.
L'ingombrante Christian Bale esagera come suo solito, si guadagna un Oscar e a modo suo vince la partita. Il film però perde in mano ad un regista che sceglie di riprendere la boxe imitando la televisione (forse l'esigenza di "realismo") e che si affida all'esagerazione dei caratteristi per rendere l'idea del dramma.

Ad emergere davvero quindi è solo Amy Adams. "Solo" perchè è solo lei e "solo" perchè è totalmente sola, persa in mezzo ad un film che procede seguendo la poco romanzesca riga dei fatti veri (in questo di fatto rivalutando l'incredibile sforzo di The Social Network) con aspirazioni e sentimentalismo alla buona.
Là dove il "potevo essere qualcuno" di Fronte del Porto incrocia l'"Adriana!" di Rocky si piazza The Fighter.

24.2.11

My Anime Girlfriend

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Una delle cose più difficili e contemporaneamente più facili da fare in una webserie è l'animazione. Facile perché disegnare è alla portata di chiunque lo sappia fare, non ha limiti di budget e consente di produrre serie e situazioni di qualsiasi tipo. Difficile perché il processo produttivo che porta ad un'animazione è lungo e laborioso oppure corto e dispendioso. Ed essendo l'economia di mezzi una delle caratteristiche principali delle produzioni per la rete più interessanti e selvagge, se si spende da una parte tocca risparmiare da un'altra, portando a squilibri fastidiosi e controproducenti (a meno di clamorose trovate).
Per questo forse i migliori esperimenti in materia sembrano essere quelli che mischiano animazione e live action, riducendo al minimo indispensabile la prima e contemporaneamente dandole il compito che meglio sa espletare, non tanto disegnare un mondo e gli eventi, quanto dar vita alle cose più improbabili e fantasiose.

È il caso del bellissimo e seminale Drawn By Pain di Jesse Cowell (in cui una ragazza che da bambina ha subito traumi pesanti riesce ad animare i propri disegni e lo fa per scopi violenti da giustiziere/vigilante) ed anche quello di una serie partita da pochissimo, arrivata solo al secondo episodio ma già molto promettente.
My Anime Girlfriend già dal titolo e dalle poche premesse si rifà ad un filone molto florido al cinema, quello delle "ragazze virtuali", le storie in cui uomini mediamente sfortunati con l'altro sesso si creano o si ritrovano per le mani ragazze non di carne, bellissime, che stravedono per loro ma che solitamente col tempo rivelano di avere delle fastidiose controindicazioni. E benché la trama dei primi due episodi ancora non sia arrivata a questo, sembra comunque quella la direzione che prenderà anche My Anime Girlfriend

Rango (id., 2011)
di Gore Verbinski

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I cartoni fatti da chi non fa i cartoni. L'esplosione dell'animazione nell'era moderna è arrivata alla fase in cui questi fuoriescono dagli studios solitamente dedicati ad essi e diventano materia buona per registi di tutti i tipi. Non solo gli specialisti (i pixariani, la Dreamworks e via dicendo) ma anche Wes Anderson o Gore Verbinski, registi molto focalizzati sul cinema live action che portano quel modo di fare e lavorare nell'animazione.

Rango è un film strano, affascinante e complesso almeno per tre quarti, poi purtroppo è un po' schiacciati dal peso delle sue ambizioni e dalla difficoltà di far collimare due idee diverse di west e deserto (quella classica in cui l'uomo lo colonizza e lo trasforma in luogo di vita e quella moderna psichedelica in cui è un luogo di morte in cui trovare se stessi attraverso un'esperienza tra l'allucinato e il mistico).
Un camaleonte da acquario, che si crede un attore, per errore si ritrova sbalzato fuori dall'auto in cui lo trasportano nel mezzo del deserto. Troverà una cittadina west e comincerà a recitare la parte dell'eroe della valle solitaria + lo straniero senza nome. Come inaspettato risultato (e da vero camaleonte) diventerà ciò che finge di essere.

Il metacinematografico è dietro l'angolo ma sempre ben dosato, non invade e non appesantisce, Rango è un film da ridere e di grande azione, quella colma di senso dell'intrattenimento e di furioso dinamismo, quella che era il punto di forza del primo I Pirati dei Caraibi e che ricorda il miglior Indiana Jones.
Il riferimento esplicito e diretto è però Sergio Leone e la sua idea di un west di volti e non di spazi. Lo si capisce dalla carrellata di incredibili personaggi secondari, minuziosamente curati e vicini a quell'idea leonina di polveroso west messicano. Eppure Rango sembra attraversare tutta la storia del genere western, dall'eroe senza macchia, alla sua caduta, dalla disillusione alla variazione messicana, fino alla fine del mito della frontiera e l'arrivo della modernità.
Dopo una serie di sequel che non gli hanno reso giustizia finalmente Verbinski torna a mostrare quella maestria notata in The Ring, quella capacità di raccontare molto con molto poco, di gestire personaggi e trama con un forte senso dinamico. E addirittura alla fine (o sarebbe meglio dire all'inizio) anche la parte sentimentale funziona.

23.2.11

Manuale D'Amore 3 (2011)
di Giovanni Veronesi

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Lo so perchè siete venuti a leggere questo post. Per avere risposta alla domanda "E' riuscito Robert De Niro a denirizzare la commediola italiana o è stata questa a cinemaitalianizzare De Niro?". La risposta in fondo al post. Intanto voglio parlare di Scamarcio.

Quello di Scamarcio è infatti il primo segmento di Manuale D'Amore 3, come al solito un film a tre episodi stavolta uniti dalla narrazione di Cupido, il tassista arciere, una figura il cui senso è davvero sfuggente. Il segmento giovane è quello che rivela con maggiore chiarezza i limiti di Giovanni Veronesi e come mai i suoi film siano dimenticabili e poco convincenti.
La storia dell'avvocato di città che va nella provincia toscana a cercare di convincere dei contadini a vendere il loro terreno ad un'impresa che ne farà un campo di golf, sarebbe anche carina, ci sono spunti abbastanza divertenti e quell'ambientazione è il cavallo di battaglia di Veronesi già dalle collaborazioni con Pieraccioni (si ritrovano tutti i topoi dal matto del paese agli scherzi e la goliardia). Ma è quando il film cerca di essere di più, di mantenere la promessa del titolo ed essere romantico che la barca affonda senza speranza a causa di una pessima mescolanza di toni. Non sono infatti tanto la poesia d'accatto o le intense espressioni intense, quanto le subitanee ed improvvise accelerazioni verso il sentimentale, totalmente fuori posto e mal accostate a momenti di commedia, che generano il ridicolo.

Stessa cosa nel segmento di Carlo Verdone, che dei tre è quello più godibile per le improvvisazioni e le estemporanee battute di Verdone, piccole chicche da mestierante della battuta. Il resto è piattume, come il manicomio pieno di matti bellissimi ed estremamente creativi. Non ci potevo credere ma ce n'è addirittura uno alle spalle dei protagonisti che dipinge un olio su tela, un mare in tempesta....
Anche lì il modo in commedia e sentimento si uniscono rende tutto poco credibile e coinvolgente perchè si passa dall'uno all'altro senza che i loro toni si mescolino ma semplicemente accostandoli.

Ultimo arriva il segmento di Robert De Niro, Monica Bellucci e Michele Placido (che ha l'onore di mettere le mani al collo di Bob). Il senso di straniamento è forte. E sebbene negli ultimi anni ne abbiamo visti di filmacci a cui ha preso parte l'ex grande attore, qui si toccano nuove punte. Come la scena in cui va a fare jogging sembrando Benny Hill o il pessimo green screen dei fuochi d'artificio o ancora la scena in cui lavora con il portatile sui resti del foro romano (?!?!!).
Più che usare De Niro in quanto tale, con la sua tecnica, il suo modo di fare ed interpretare il cinema, Veronesi l'ha piegato e abbassato al livello del suo film. Lo si vede nelle sue narrazioni fuoricampo in inglese o nelle mossette da italiano, tutto lo porta ad essere al livello dei bravi attori italiani coinvolti in questi progetti e non l'elemento esotico e magari nuovo che poteva essere. Unica eccezione i suoi intensi primi piani intensi, che se non altro sono intensi per davvero.

21.2.11

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Grande puntata, vibrante d'entusiasmo per un weekend di grandi uscite. Si parte dal bellissimo Il Grinta e si prosegue con l'ancor più bello Il Cigno Nero. Tocca poi al decisamente meno bello The Shock Labyrinth Extreme 3D, passato a Venezia e già dimenticato, e al sorprendentemente convincente Amore e altri rimedi, ma la gran sorpresa è Un gelido inverno. In chiusura il deludentissimo Sono il numero quattro.


LA PUNTATA DEL 18/02/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Shelter (id., 2010)
di Mans Marlind e Bjorn Stein

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Lo sdoppiamento di personalità non esiste se non nei film, decenni di cinema hollywoodiano ci hanno convinti che sia una patologia, ma in realtà non è vero. Inizia così Shelter, con questa dichiarazione da parte della dottoressa Julianne Moore, impegnata a smascherare un caso di doppia personalità all'interno di un processo.
Il cinema che smentisce il cinema ed espone le proprie truffe, un inizio che sembrava promettere tante cose a partire da una dichiarazione programmatica di consapevolezza. Invece è un fuoco di paglia e tutto si perde in un attimo.

In pochi minuti infatti la dottoressa verrà smentita, sarà il padre a mostrarle un caso di sdoppiamento talmente clamoroso ed evidente da mettere in crisi le sue certezze. Peccato che questo caso la trascinerà in un vortice di eventi rischiosissimi che affondano le radici (e te pareva!) nel paranormale.
Julianne Moore, che ritiene Rosemary's Baby uno dei suoi film preferiti di sempre, si impegna e non poco nel folle tentativo di dare vita ad una delle trame meno plausibili di sempre e soprattutto meno interessanti. L'idea del cinema in lotta con il cinema per l'affermazione di una falsa verità si perde immediatamente, come anche tutto il fascino del concetto di personalità multipla (più persone in una, più ruoli in un attore). Il fine qui sono quei colpi dati allo spettatore attraverso "il botto", cioè la scena in cui il volume si impenna.

Il duo svedese Marlind e Stein (già messi a capo del quarto capitolo di Underworld) dirige all'americana senza personalismi. La cosa potrebbe anche giovare al film, non fosse che la mancanza di personalismo sfocia in un'aderenza senza testa a tutte le logiche del peggior horror, quello che non suggestiona raccontando una storia da brivido ma mira a spaventare col frastuono e le mostruosità.

18.2.11

Unknown (id., 2010)
di Jaume Collet-Serra

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Liam Neeson ha un talento tutto speciale per scegliere i film peggiori. Senza quella bulimia che diventa autoironia da parrucchino di Nicholas Cage ma con una serietà che lo fa spesso sconfinare nel ridicolo, si concentra spesso su produzioni di serie B (che è bene!) pretendendo di farle diventare serie A a furia di espressioni intense (che è male!). Per un Darkman e uno Schindler's List arrivano poi decine di produzioni improbabili già sulla carta, rese solo peggiori dalla sua recitazione tirata via per i capelli.

Unknown piomba in sala dopo Io vi troverò, Scontro tra titani, Chloe, L'ombra del sospetto e A-Team e subito si dimostra in linea con questi prodotti. Una trama con una sola idea attorno alla quale gira tutto (la ricostruzione dell'identità di un uomo che in viaggio in Germania batte la testa e quando si sveglia nessuno lo riconosce più, moglie compresa), azione confusa, onnipresente, svogliata e improbabile non tanto nelle iperboli (che è accettabile) quanto nella ferma volontà di non essere precisi e chiudere alla svelta le scene (uomini che non si scansano, persone che sentono le grida di altre a centinaia di metri di distanza, spiegazioni fuori luogo...) e infine sentimenti intensi solo a parole.
Non aiuta poi la regia disattenta di Jaume Collet-Serra, già vista in Goal II e Orphan.

Sembra quasi di riuscire a sentire il produttore dire: "Voglio Frantic + The Bourne Identity!", tanto Unknown ricorda e attinge senza ritegno dai due film. Da una parte infatti c'è l'uomo americano ricco, sperduto nei bassifondi di un paese europeo, aiutato da un'avvenente ragazza locale, che cerca di ricostruire l'intrigo di cui è inconsapevolmente protagonista. Dall'altra c'è il processo di ricostruzione di una vita a partire dalla perdita di memoria con servizi segreti e spionaggio di mezzo.
Unico elemento veramente salvifico, su cui si possono poggiare gli occhi stancati da tante assurdità, è la bellissima fotografia dello spagnolo Flavio Labiano (cresciuto con Alex de la Iglesia), in grado di dare un minimo grado di credibilità alle vicende narrate, inventando toni di colore e inquadrature da noir spionistico.

17.2.11

Valentine's Day From Hell

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Interattività è forse la parola più abusata, svilita e consumata dal marketing dei prodotti tecnologici e per la rete negli ultimi 10 anni. Il suo grado di depauperamento del significato originale è pari forse solo a quello di "multimediale". Molte cose oggi sono effettivamente interattive, nessuna nel senso in cui lo ha inteso per anni il marketing.
Normale quindi che al solo leggere o sentire la suddetta parola venga voglia di mettere mano alla pistola. La serie interattiva Valentine 's Day From Hell è una piacevole eccezione.
Si tratta del più classico colpo all'americana: sfruttare l'interesse e l'aumento di ricerche per un momento, una festa o un trend, inserirlo nel titolo o progettare un prodotto intorno ad esso e infine realizzare qualcosa di ottimo, commercialmente e contenutisticamente.
Come ogni anno infatti il giorno di S.Valentino è stata occasione per la monetizzazione di molte ricerche dell'ultimo minuto e, nello specifico del lavoro per questa rubrica, occasione per passare in rassegna tonnellate di video tematici, quasi tutti umoristici, che hanno colto l'occasione per raggranellare click facili. Nessuno però ha fatto il lavoro di Valentine's Day From Hell.

Biutiful (id., 2010)
di Alejandro González Iñárritu

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In pochi sono tanto odiati dalla critica come Alejandro González Iñárritu, forse solo Lars von Trier (che però gode anche di una frangia di appassionati). Era così quando faceva i film assieme al suo fido sceneggiatore dalla mano pesante, Guillermo "tante storie unite da un filo" Arriaga, ed è così anche adesso che scrive da solo i propri film.
La verità è che Iñárritu è un regista meticoloso, scrupoloso, preciso e molto abile, ma ha un'idea di cinema e di narrazione talmente diretta che bada solo al risultato e non a tutti i passaggi che sono in mezzo, cioè a come si arrivi ad esso.

Biutiful racconta di gente disperata nella periferia di Barcellona, vite che vanno già male ma come sempre possono anche peggiorare. Uomini, donne e bambini la cui esistenza ai margini è talmente misera da non avere spiragli e ogni azione che si compie ha ricadute negative, ogni decisione porta alla peggiore delle conseguenze.
Il contesto influisce sulle persone, lo squallore entra nelle loro vite e influisce sulle loro azioni (il caso della bombola di gas è esemplare). Questo Iñárritu lo costruisce con dovizia di particolari, come cura in maniera maniacale il volto di Bardem, perfetto di suo e più che perfetto grazie all'impegno profuso. Sull'attore spagnolo e sulle pieghe del suo volto si gioca gran parte del film, è lui ad indirizzare lo spettatore e su di lui si ripercuote ogni evento. In ogni momento, ad ogni svolta la macchina da presa va subito a cercare la reazione del protagonista e su di essa si fonda il movimento di commozione e partecipazione.

Ma in questo sta anche il grande limite del cinema di Iñárritu, cioè nel mostrare personaggi al limite, uomini distrutti e figure archetipe (la prostituta che non vorrebbe esserlo ma è più forte di lei, gli operai dal buon cuore, i padroni sfruttatori pieni di dubbi) chiedendo allo spettatore di fidarsi del fatto che sono tali. Iñárritu mostra il risultato e non il percorso perchè non convince lo spettatore di quello che sta accadendo ma glielo impone come presupposto. L'effetto è come quello di un libro raccontato rispetto ad un libro letto. Nel secondo caso si segue un percorso che genera senso e si arriva a maturare idee e sensazioni, nel primo queste cose sono direttamente illustrate.
Per questo, per quanto interessanti, ben realizzati e a tratti commoventi, i film di Iñárritu non riescono ad incidere realmente, perchè vogliono essere e non sono effettivamente, badano all'impatto più immediato (l'espressione di un attore) senza sforzarsi di lasciare allo spettatore il processo conoscitivo/esplorativo. Ti chiedono di credere a certi personaggi senza cercare di convincerti.

16.2.11

I Knew Better - Il Cigno Nero

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Questa settimana esce Il Cigno Nero, alias Black Swan, visto a Venezia ed è un capolavoro.

Sono il numero 4 (I am number 4, 2011)
di D.J. Caruso

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Se c'era un regista che a dispetto dei film fatti aveva generato simpatia e interesse è D.J. Caruso. Il suo merito principale è stato di aver preso un film dalla trama molto scontata e ricalcata su altre pellicole come era Disturbia ed averlo tramutato in un gioiellino spensierato, un'opera di puro intrattenimento ben diretta, girata, interpretata e raccontata.

Cambio di sceneggiatori, cambio di commissione, cambio di intenti. Quasi 4 anni dopo D.J. Caruso dirige e si prende la responsabilità di uno dei pastoni più clamorosi degli ultimi anni.
Prendendo spunto da una serie e un universo mitologico nati sui libri di Jobie Hughes e James Frey (che scrivono sotto lo pseudonimo di Pittacus Lore), la trama di Io sono il numero 4, per come è presentata al cinema, somma una serie di stimoli e dinamiche provenienti da altri film, senza però fare un lavoro di sintesi che porti a qualcosa di nuovo.
La caccia di Terminator (e la sua voce off finale), una razza diversa mischiata agli umani come in Highlander, ragazzi che scoprono di avere ognuno poteri diversi come in X-Men, la high school come terreno eterno di scontro di tutto l'action adolescenziale, la ragazza normale coinvolta nella vita avventurosa del ragazzo anormale di cui è innamorata come in Twilight, gli alieni brutti e sporchi e via dicendo ad libitum.

Eppure alla fine della fiera non sono le ispirazioni da altri film o altre saghe ad appesantire un film che comunque potrebbe regalare ottimo intrattenimento, quanto la mancanza di personalità. Io sono il numero 4 sbaglia proprio nell'unico punto in cui non dovrebbe sbagliare, cioè nel dar vita ad una dimensione estetica e narrativa propria, un mood riconoscibile ed originale che lo distingua dalla massa e consenta la fidelizzazione. E' l'idea alla base del successo di Twilight, cioè che al di là del contenuto (di provato successo) i film hanno una riconoscibilità immediata che li distingue da tutti i molti omologhi presenti e passati.

15.2.11

Amore e altri rimedi (Love and other drugs, 2011)
di Edward Zwick

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Non si può parlare di Amore e altri rimedi se non partendo da Marshall Herskovitz e Edward Zwick, un duo di produttori/scrittori/registi (qui il secondo scrive e dirige mentre il primo scrive e basta), che ha basato quasi tutta la carriera (L'ultimo samurai a parte) sui racconti di trentenni realizzati per la televisione (fece il botto con due serie: Thirtysomething e My So Called Life, oltre ad essere tra i primi a sbarcare in rete con Quarterlife). In questo dettaglio sta molto del motivo per il quale Amore e altri rimedi non è esattamente come tutte le altre commedie romantiche con le quali condivide tipologia di titolo e locandina.

Occorrerebbe anche dire del titolo originale "amore e altri medicinali/droghe", che spiega molto del secondo livello di lettura di un film che a fronte di uno svolgimento canonico da commedia sentimentale (incontro, innamoramento, rottura, ritorno), cerca di dipingere un paesaggio dietro i personaggi, che sia autonomo da essi e possa incastrare la vicenda in un periodo ben determinato.
Siamo nel 1997, l'industria farmaceutica è in ascesa e i medicinali vengono spacciati ai dottori come merendine, ma sta per arrivare il più clamoroso di tutti: il viagra. Il protagonista è un donnaiolo impenitente refrattario all'amore, rappresentante di una grossa casa farmaceutica e si innamora di una malata di parkinson al primo stadio (ma che, si sa, non potrà che degenerare tutta la vita), anch'essa restia ad innamorarsi (ma pronta e vogliosa di sesso) per non essere mollata al momento della degenerazione.

La forza del film è che il mondo della farmaceutica non è mai condannato apertamente, non ci sono tirate moralistiche, non ci sono clamorosi effetti collaterali o evidenti danni dell'industria. In questo senso sembra di essere di fronte ad un film di Jason Reitman, il contesto influisce molto nella storia ma non è mai sottoposto ad un giudizio esplicito. Il film sembra non prendere posizione anche se, chiaramente, la prende.
Così a fronte di alcuni momenti tirati per i capelli e alcune banalità, Amore e altri difetti ha l'indubbio pregio di prendersi sul serio (pur essendo una commedia) e di andare a fondo nell'intento di essere un film romantico (cerca la lacrima unendo tragedia a commedia dei buoni sentimenti). Senza tentennamenti o ironie di sorta Herskovitz e Zwick vanno fino in fondo e realizzano uno dei film più intimamente e profondamente romantici degli ultimi anni.

14.2.11

Un Gelido Inverno (Winter's Bone, 2011)
di Debra Granik

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La grande e ancora crescente ondata di film indipendenti americani che ha invaso sale e festival (principalmente il Sundance) negli ultimi 10 - 15 anni, ha un merito indiscusso, quello di aver cominciato a fare una riflessione fondata sulle immagini dell'America reale, sulla sua dimensione estetica come espressione di quella etica.
Mai come nei film indipendenti abbiamo visto statunitensi veri, sovrappeso, con le rughe e disperati. Nemmeno nel cinema della New Hollywood si osava tanto in termini di adesione al paese reale.

Un Gelido Inverno condivide con il genere cui appartiene (un genere identificato unicamente dalla modalità produttiva) quest'idea e sa portarla con intelligenza alle estreme conseguenze. Senza condire il suo ritratto americano della ruffianeria in cui l'indie sembra spesso rifugiarsi Debra Granik filma una provincia tra le peggiori mai viste. Un colpo d'occhio visivo da pugno allo stomaco, un microcosmo dove la disperazione è innanzitutto in quegli spazi che solitamente sono il rifugio estetico americano (grandi spazi naturali, grandi spazi urbani).
E così un film non eccezionale, che è solo preparazione e mai esplosione, riesce a trovare uno spazio nella testa e nella pancia dello spettatore.

Gente orrenda che vive in posti orrendi e ovviamente ha rapporti orrendi e fa cose orrende. Un Gelido Inverno racconta solo uno di quelli che possiamo immaginare essere stati tanti passi evolutivi nella formazione di una ragazza che bada a tutta la famiglia (madre inclusa) e che deve affrontare la progressiva scoperta del massacro del padre (che già non amava tanto).
Jennifer Lawrence è bravissima. La sua espressione impassibile ha quella fissità e quella durezza nello sguardo che si ritrovano nelle facce di chi ha visto di tutto già da minorenne. E' uno specchio immobile su cui rimbalzano le atrocità che guarda e che sono ancora più atroci perchè perpetrate da o a carico di una ragazza 17enne.

11.2.11

Senna (id., 2010)
di Asif Kapadia

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Senna come Maradona. Figure su cui un documentario riesce facile, figure la cui vita è colma di fatti da raccontare e il cui profilo offre mille spunti per riflessioni, letture e affabulamento. Uomini contro il sistema, calmo e religioso il primo, criminale e autodistruttivo il secondo (eppure il primo è quello che è morto). La vita, le opere, gli umori e la presenza di Ayrton Senna nel mondo dello sport è un'occasione talmente succosa e piena di spunti che non si può non rimanere delusi dal documentario di Asif Kapadia.

Siamo infatti dalle parti della più spinta agiografia. Il film utilizza solo immagini di repertorio, nulla di girato oggi, e fa raccontare gli eventi ad intervistati d'eccezione (cronisti di automobilismo di diverse emittenti e paesi nonchè le persone coinvolte direttamente, sia dalla famiglia di Senna che dal mondo della Formula 1). Il racconto è cronologico e quasi accademico. Tutto ciò che di importante successe tra il 1984 e il 1994 nella vita professionale di Ayrton Senna, con qualche lieve deviazione in quella personale. Una vita che, lo sapevamo già, gode di momenti altamente drammaturgici e che Kapadia cavalca senza mettere mai in dubbio il suo protagonista, cercando in ogni modo la più totale delle santificazioni. Il risultato involontario è di dipingere in certi momenti un uomo talmente snob (nella sua supposta ascesi) e vittimista (nonostante effettivamente vittima di ingiustizie, ma è l'atteggiamento che conta) da essere comprensibilmente inviso a molti colleghi più terra terra.

Senna sportivamente è stato l'incarnazione dell'uomo artefice del proprio destino, un eroe da film di Raoul Walsh, capace di prendere una situazione avversa e di tramutarla in favorevole solamente con l'applicazione della volontà e della propria abilità. Rimonte impensabili, vittorie conquistate contro ogni senso e ogni svantaggio, imprese dolorose e disumane conquistate per sentimentalismo. Nella vittoria o nella sconfitta la vita di Senna suona filmica e Kapadia annacqua tutto, riducendo il pilota brasiliano ad eroe, da che era uomo.
Alain Prost, il grande antagonista, diventa un uomo di potere senza talento (ma ogni anno arrivava a pari punti con il brasiliano, alle volte anche guidando macchine inferiori), la Formula 1 un covo di cospiratori ai danni del religiosissimo Senna e le case automobilistiche fabbriche di disumana elettronica.

Unici momenti di vero documentarismo sono i filmati dei briefing pregara in cui i piloti si riuniscono per discutere norme e regolamenti del circuito che affronteranno. Le reazioni, il maschilismo, la goliardia e i subitanei cambi di tono come le scenate (in primis di Senna) rivelano un mondo di ragazzini miliardari che si comportano come fossero all'asilo: "Qualcuno vi ritiene degli esempi. Sbagliando. Ma è così. Cercate di tenerlo a mente" viene detto ad un certo punto ed è la frase più forte di un film che teoricamente è su un altro argomento.

10.2.11

Panetteria Maiello

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Settimana intensa per il mondo della pubblicità in rete. Come ogni anno il Super Bowl ha tentato di monopolizzare gli occhi e le attenzioni sui propri contenuti pubblicitari. Spazi strapagati che vengono di conseguenza anche strapompati e che cercano di unire più media per massimizzare l'attenzione. Dall'altra parte è arrivata stabilmente online (siamo al quarto episodio in un mese) Panetteria Maiello, una webserie-spot di Vodafone con Luca e Paolo, simbolo di una crescita del pubblico per contenuti video in Italia.
Anche quest'anno per il Super Bowl YouTube ha rinnovato Ad Blitz, è il quarto di fila, iniziativa intrapresa dal grande aggregatore di concerto con le principali aziende inserzioniste, mirata a prolungare la gestione della vita online dei brand a partire dagli spot del Super Bowl. L'idea è quella del contest (un meccanismo già rodato da altre aziende sempre in relazione al Super Bowl), cioè votare i migliori spot tra quelli andati in onda durante la manifestazione (noti per la loro novità, originalità e importanza). Il risultato sperato è per l'appunto continuare ad avere il polso dello sfruttamento e della vita online dei suddetti spot, i quali, volenti o nolenti, continueranno ad essere visti per molto tempo. Nonché aumentare la consapevolezza dell'importanza di un uso responsabile e conscio del video in rete.

Sanctum 3D (id., 2011)
di Alister Grierson

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Uomini intrappolati nelle grotte sott'acqua. Buio, strettoie e problemi di respirazione. Questo basta a descrivere un film volutamente di serie B, palesemente centrato sull'azione e sul 3D. Non a caso viene promosso utilizzando a caratteri cubitali il nome di James Cameron, quando poi il regista di Avatar c'entra solo marginalmente (è produttore).

L'unico tema di Sanctum 3D direttamente riconducibile all'influenza di cameroniana sembra essere quel gusto per l'esplorazione e per il cinema come macchina dello stupore esotico che da sempre lo anima. Viene da pensare che considerando il lavoro fatto dal regista con le riprese subacque nel tempo trascorso tra Titanic e Avatar (nonchè per The Abyss a suo tempo), questo film sia figlio di quelle esperienze e quelle attrezzature.
Ci sono i momenti iniziali di Sanctum (in elicottero sopra la foresta) che sembrano le equivalenti scene di esplorazione di Pandora e ce ne sono altri in mezzo al film, nelle grotte, di meraviglioso stupore di fronte all'inesplorato e alle meraviglie (violente) della natura.

Forse questa capacità e volontà di stupirsi e stupire mostrando i grandi spazi e il confronto umano con l'ambiente è la virtù migliore di un film che altrimenti regala poco. Sanctum sembra un'opera da passaggio in seconda serata estiva su Italia Uno, un film in cui le psicologie non esistono, i conflitti sono quelli canonici ("Papà non mi ha mai dimostrato il suo amore e pensa solo ad esplorare", "Mio figlio non mi capisce", "Io sono pieno di soldi ma non ho un briciolo del coraggio di quest'uomo" e via dicendo) e vengono espressi a parole, raccontandoli apertamente.
Terza dimensione da manuale, come si sperava e come era inscritto nel progetto. Attrezzatura fornita da Cameron e utilizzo allo stato dell'arte della profondità per mostrare le profondità marine. Da quel punto vista nulla da eccepire.