31.3.11

Hop (id., 2011)
di Tim Hill

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POSTATO SU
Ah la Pasqua! Tempo di conglietti che con le loro slitte volanti trainate da pulcini portano piccole uova colorate nei giardini di tutti i bimbi del mondo. La vera tradizione!
Non è ben chiaro se prima poi anche noi subiremo la mitologia americana relativa alla Pasqua e se i coniglietti soppianteranno gli agnelli fatti al forno, di sicuro gli americani stessi (almeno al cinema) stanno modificando la loro tradizione a favore di una più comoda ibridazione con il re delle feste commerciali: Babbo Natale. Ecco quindi la fabbrica di uova di cioccolata (che sembra quella di Willy Wonka ma è, ovviamente, sull'isola di Pasqua), le slitte volanti e i sistemi per girare tutto il mondo in un giorno solo.

L'ibridazione con il modello vincente di festività remunerativa (sempre il Natale) avviene anche ad un livello più raffinato, cioè quello della forma. Hop infatti risponde ad un modello cinematografico che è tipico del Natale: il film che racconta il retroscena del lavoro che porta felicità ai bimbi. E questo retroscena si compone sempre di una parte industriale (il meccanismo attraverso il quale ogni anno avviene la magia del Natale) e di una di crisi (quest'anno si rischia di saltare il Natale perchè qualcosa è andato storto).
Così accade anche in Hop, il coniglietto pasquale di turno è ormai vecchio e deve passare il testimone al figlio (ottemperando ad una tradizione vecchia di secoli) ma questi vuole in realtà fare il batterista e per sfuggire al proprio destino scappa ad Hollywood. Lì incontrerà un ragazzo in cerca di lavoro ed identità a cui rovinare la vita e poi salvarla.

Se lo schema è applicato perfettamente alcune zone d'ombra rimangono nel finale. Solitamente questo tipo di cinema, smaccatamente rivolto all'infanzia, si fa portatore di ideali di libertà, liberazione ed esaltazione dell'autostima. Il mantra "insegui i tuoi sogni", "sii te stesso", "trova il tuo destino", sembra essere applicato anche in questo caso salvo un clamoroso tradimento finale.
Il figlio del coniglietto pasquale infatti, non solo vuole fare il batterista ma è anche molto bravo, riceve complimenti da tutti e partecipando ad un talent show (dove il giudice è David Hasselhoff, e se lo dice lui...) sembra essere ad un passo da una scontata affermazione come musicista. In extremis tuttavia manderà tutto all'aria per un repentino cambio d'idea, non motivato da nessuna scoperta o nessun evento negativo, solo per andare incontro al desiderio paterno di vedere il figlio che segue le sue orme. Si tratta di quello che succede nella realtà nella maggior parte dei casi, da questo punto di vista quindi una chiusa più sincera, ma che sembra cozzare con tutto l'ideale positivo di inseguimento di un sogno che il resto del film persegue.

30.3.11

Amici, amanti e... (No strings attached, 2011)
di Ivan Reitman

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E che Natalie Portman sia. Sulla scia degli Oscar la distribuzione italiana ammassa titoli con la titolata. Oltre al Cigno Nero abbiamo nelle sale anche Amici, amanti e... letterale traduzione di No strings attached. Commedia romantica con Ashton Kutcher che, attenzione, funziona. Un bel passo in avanti rispetto a La mia ex ragazza e soprattutto Evolution, i due precedenti titoli di Ivan Reitman.

Ma il film funziona soprattutto perchè funzionano le componenti più determinanti della commedia romantica: il romanticismo convincente, i comprimari, lui non ingombra.
Ecco Amici, amanti e... si rassegna a dare alla protagonista il potere nella messa in scena, si affida quanto serve alle di lei espressioni (convincente anche quando dice il solitamente banale "L'ho perso") e piazza qualche ironia non da poco nel rapporto con i personaggi di seconda fascia. Dalla compilation per le mestruazioni agli scherzi ai danni del ragazzo tutto sembra funzionare e creare un'aura di naturalezza invidiabile.

Non un capolavoro certo (specie considerando chi c'è al timone) ma un film decente in grado di parlare di sentimenti sul tanto desiderato terreno della liberazione sessuale. L'indipendenza dal rapporto di coppia e la possibilità di avere rapporti unicamente sessuali, le chimere di un periodo in cui sempre meno il legame è un valore a livello sociale ma che rimane desiderabile a livello personale.

29.3.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Subito in partenza Frozen, l'horror verbale in cui si parla più di quanto si muoia, e poi subito dopo l'altro "horror" della settimana cioè Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata. A seguire due non-film in una recensione sola Silvio Forever e La Fine è il mio inizio.
Pure Sucker Punch delude tantissimo, nonostante il favore per il regista di 300, mentre la sorpresa è il bel Non Lasciarmi.


LA PUNTATA DEL 25/03/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Boris - Il film (2011)
di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo

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POSTATO SU
Siamo di fronte forse all'unico caso in cui il passaggio di una serie televisiva al grande schermo ha senso a priori, prima ancora di leggere la sceneggiatura. Il passo successivo di una serie che parlare del fare serialità in Italia non può essere infatti altro se non un film che parla di fare cinema in Italia.
Il risultato è in linea con tutto ciò: Boris - Il film è molto simile a Boris - La serie, ne è figlio, ne ha lo stile, ne ha la comicità (irresistibile, non solo verbale e devastante) e ne costituisce (in linea di massima) una puntatona. La cosa solitamente è indicata come un male, in questo caso invece è ontologicamente inevitabile. Boris è l'eccezione.

Se dunque il film è pieno di colpi diretti al suo pubblico affezionato, ammiccate, citazioni, tormentoni, riproposizioni di eterne dinamiche e via dicendo, è anche qualcosa che da noi non si è mai fatto, cioè un film sul fare film lontano dalla poesia del tutto (cioè dal filone Sogni D'Oro, Il Caimano e via dicendo) e calato nel set e nell'industria. Fare cinema non come arte alta ma come lavoro basso, una dimensione, la seconda, che nella realtà è quantitativamente superiore alla prima.
E' paradossalmente un'idea uguale e contraria ad Effetto Notte di Truffaut, il film che rappresenta le due linee guida teoriche del regista francese, ovvero girare film come lavoro fatto per vivere e il mondo del cinema come microcosmo bello in sè, a prescindere dal risultato).

Non c'è nessuna poesia nel cinema di Boris e nonostante si ripropongano molti momenti da Effetto Notte (l'attrice chiusa in camerino che blocca la produzione, quella che non riesce a dire le battute e il regista che deve inventare una soluzione, la storia d'amore sul set, il sesso clandestino, il tono da commedia che arriva a salvare tutto....) qui sono totalmente ribaltati. Fare cinema è sempre brutto anche quando può essere bello (i produttori si ritrovano per la mani i diritti per trasporre La Casta e ne esce un cinepanettone), il lavoro sul set non è un macchina che migliora le idee di partenza ma le rovina e più il cinema entra prepotente più lo schifo avanza. Chi lavora ai film è gente terribile, dal primo all'ultimo e il lavoro del filmmaker è il peggiore possibile.

Certo la lettura non è scevra da un certo vittimismo (è sempre colpa degli altri e del sistema) nè di una visione un po' stereotipica e facilona delle cose (i cinepanettoni per come li rappresentano non esistono più da una decina d'anni e sono la sentina d'ogni male). E' innegabile però che Boris racconti ottimamente il rovescio della medaglia truffautiana, se esiste un cinema bello a prescindere ne esiste anche un altro brutto in ogni caso, che bello non sarà mai nè potrà essere salvato da nulla, nemmeno dalla commedia.

28.3.11

Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata (2011)
di Carlo Vanzina

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Diciamolo subito Sotto il vestito niente non era male. Era un film argentiano nel midollo, che trascurava quanto di Bava ci fosse in Argento e prendeva dal maestro solo l'aspetto più epidermico, però a modo suo funzionava.
E diciamo un'altra cosa, tutti i remake che i Vanzina hanno fatto di se stessi (o del padre) da La Mandrakata al Monnezza, sono stati deludenti non tanto per quelle che dovevano essere le vere motivazioni (il passaggio del tempo, non sono più quegli anni, c'è più quel cinema nè quel pubblico e via dicendo) quanto perchè non avevano coraggio di osare, era sempre cinema trattenuto, annacquato e diluito.
La storia si ripete con Sotto il vestito niente - L'ultima sfilata. Niente donne impagliate, niente cadeveri, masturbazioni, carne, droga masticata, vomitata, sputata, niente lame insanguinate, unghie spezzate, pioggia, freddo, caldo. Niente che dia allo spettatore una sensazione forte che accompagni il racconto rafforzandone le tensioni.

Storia di modelle senza moda, di droga accennata senza pathos (dove sono gli effetti?), di sesso raccontato e omicidi senza sangue. E proprio su quest'ultima componente mi vorrei soffermare. Perchè io capisco annacquare il resto ma perchè un omicidio senza sangue? Perchè raccontare una storia di omicidi e di tensioni (no perchè le tensioni ci dovrebbero essere) senza la componente più esaltatoria che è il sangue?
Come si può pensare un film di genere senza spingere su nessuna componente? Quale può essere il risultato? Un giallo Mondadori. Ma mentre La Ragazza De Lago, l'altro film-giallo-Mondadori degli ultimi anni, era se non altro ben raccontato, interpretato e curato (cosa che non si sa bene perchè lo ha reso un film eccezionale nella insondabile percezione comune) qui siamo di fronte alla solita trascuratezza.

Dalla fotografia, al montaggio, alla scrittura, alla recitazione tutto è fatto a tirar via, senza impegno, senza idee, senza dedizione. In molti non si stupiranno di tutto ciò e anzi si chiederanno il perchè di tanto stupore da parte mia. Il motivo è che si dica quel che si vuole ma i fratelli Vanzina ad un certo punto della loro carriera hanno dimostrato una certa attenzione al cinema. Si, è stato un momento breve e ha dato vita a pochi film buoni ma non certo eccezionali (tra cui per l'appunto Sotto il vestito niente), eppure vedere qualcuno che ha dimostrato di sapere come si faccia un film che scientemente decide di non farlo, fancendosi inevitabilmente interprete di un'estetica della trascuratezza, manda in bestia.
Bisognava capirlo dalla scelta di avere Francesco Montanari, uno dei corpi e volti cinematografici più esaltanti emersi negli ultimi anni, e fargli parlare un improbabile siciliano. Ve li meritate i meme.

The Ward - Il Reparto (id., 2011)
di John Carpenter

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POSTATO SU
C'è sempre eccitazione all'arrivo in sala di un nuovo film di John Carpenter. Non sempre però il risultato è all'altezza delle aspettative.
L'immenso Carpenter, un uomo assurto allo status di "classico" già in vita, non sta bene e si vede, gira al suo minimo sindacale, ripete se stesso e accontenta chi già lo ama senza però esaltare nessuno.
The Ward presenta infatti tutti i temi del regista (dall'ambiente chiuso e confinato dal quale non si esce, alle donne come vittime/protagoniste, al viaggio mentale, il trauma...) organizzati in una struttura finalizzata alla suspence, quella dell'eliminazione dei personaggi uno alla volta.

A mancare però è il guizzo che ci si attende da un regista che non segue un filone ma ci ha abituato a creare i filoni. Ecco The Ward è un film medio, che segue un percorso invece che batterlo, che non presenta nulla di nuovo (nemmeno una figura interessante come l'angelo amputato del suo Masters of Horror) e che si configura più che altro come un compendio del cinema carpenteriano.

Un film fieramente fuori dal tempo, che se ne fotte di tutti i mutamenti portati al genere dall'indigestione giapponese degli ultimi anni, che si abbevera di apparizioni anni '80 e disegni malefici, che suggerisce e non mostra e che infine fa bella mostra dei coltellacci. Cioè fa bella mostra del mezzo e non di chi lo maneggia, ovvero dell'atto in sè di squartare più che lo squartatore. Il timore è di subire non di chi ci farà subire.
Non lo so. Per me l'ultimo film di Carpenter rimane Vampires.

27.3.11

Frozen (id., 2010)
di Adam Green

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Fare un film dell'orrore, o di tensione, in stile sundance, cioè in stile indipendente, con quell'attenzione al dialogo e all'intimismo che solitamente caratterizza quel tipo di pellicole. Scelta audace, quasi da anni '70, che però non paga, almeno non per Adam Green.
Succede che tre ragazzi rimangono bloccati su una seggiovia per il più classico dei disguidi alla chiusura degli impianti. Pensano che non ci sia più nessuno e levano la corrente, loro invece sono là e ci rimarranno per 8 giorni se non fanno qualcosa. Anche perchè 8 giorni e 8 notti a quelle temperature non le passano.

Ecco quindi l'espediente perfetto per un film di dialoghi, 3 personaggi bloccati in una situazione di tensione che fa emergere le loro reciproche spigolosità, i sentimenti e le reazioni estreme. In più la tensione di un film che non teme di mostrare sangue, orrore e tensione come il suo genere impone.
Oltre ai molti dialoghi anche alcune impennate violente. C'è chi prova a buttarsi giù, chi tenta di scalare i cavi e poi il freddo che attacca la pelle all'acciaio e via dicendo. Tentare di sopravvivere non sarà facile.

Eppure in mezzo a tanto dialogo si perdono i corpi. Il film non riesce ad essere uno di quei film in cui la negazione dell'orrore lo suggerisce, l'assenza della paura ne conferma la presenza annunciandola. Nè riesce ad essere (ma del resto non lo voleva) un film di corpo e, sangue, ossa e devastazione, lo è solo occasionalmente nelle suddette impennate. Che di certo non bastano.
Quindi nè carne nè pesce, esperimento fallito e tutti a casa.

26.3.11

Sorelle Mai (2011)
di Marco Bellocchio

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In tanti ci avevano provato in varie maniere, nessuno l'aveva fatto in un film solo. Filmare il tempo che passa, segnato sui volti e sui corpi in crescita e in invecchiamento delle persone. Sorelle Mai è un film girato in 8 anni, un film nel quale le persone invecchiano e i bambini crescono. Marco Bellocchio l'ha girato in 6 estati approfittando dei seminari di regia che tiene a Bobbio, di volta in volta affrontando una dimensione particolare della storia, girando scene fini a se stesse ma anche no. Il film ha dunque una storia generale ma ogni quadro (individuato dalla data dell'anno cui si riferisce) è quasi autoconclusivo.

Sorelle Mai è per l'appunto la storia delle sorelle della famiglia Mai e anche un po' di tutti gli altri membri, una storia di soldi, di provincia e di famiglia, quella di Bellocchio ampiamente rappresentata dai tanti parenti che ci recitano e lo stesso regista l'ha definito "la chiusura del cerchio iniziato con i Pugni in tasca". Cosa che sembra davvero eccessiva.
Sorelle Mai è ovviamente un film sperimentale, perchè nei seminari di regia questo si fa, perchè conta di più insegnare che rispondere ad un disegno generale (il film) e perchè poi tutto si è aggregato in un secondo tempo.

Il risultato però è godibile e conferma il decennio di grazia che sta vivendo quest'autore, un periodo in cui tutto quel che tocca sembra tramutarsi in oro, in cui non sbaglia un film, una mossa e in cui i temi che lo caratterizzano emergono nei film in maniera netta, chiara e potente.

25.3.11

Silvio Forever (2011)
di Roberto Faenza e Filippo Macelloni

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La questione è presto svolta ed è tutta sul cinema che qui non c'è.
Silvio Forever ha due idee di regia, ma davvero due soltanto, non è una semplificazione. La prima è raccontare la vita e le opere di Silvio Berlusconi attraverso le sue dichiarazioni, in modo da non avere i "fatti" inoppugnabili ma la sua versione, che parla quindi più di chi è lui che di quello che ha fatto (e questa già potrebbe essere definita un'idea di sceneggiatura e non di regia, ma non stiamo a sottilizzare, è un blog che diamine!). La seconda è, laddove non sia disponibile l'audio di Silvio in persona, mettere una voce che lo sostituisca in modo da non appesantire con i sottotitoli continui e poter concentrare le immagini su foto d'archivio e filmati. La voce in questione è di Neri Marcorè che imita (con discrezione) quella di Berlusconi. Questa è un'idea di regia ed il risultato è terribile. Terribile.

Oltre queste due componenti, una blanda l'altra terribile, non c'è altro cinema ma c'è un resoconto di dichiarazioni berlusconiane che raccontando la sua vita ne mettono in risalto la vanità. Un insieme buono per un notiziario, un approfondimento televisivo o quel che vi pare, non per un documentario cinematografico. Semplicemente perchè non è in grado di generare senso ma aggrega materiale.

Che poi l'operazione sia commercialmente ottima, come tutto quello che circonda la critica berlusconiana (meglio se banale, quanto ha venduto Il corpo del capo?) e che presti il fianco a pontificazioni ulteriori, che ratificheranno tutto quello che già sappiamo, su cui già siamo daccordo e già ci siamo detti mille volte (noi che la pensiamo in una certa maniera, gli altri si sa queste cose non se le filano) al pari di come fa il film, sono fatti acclarati.
Quindi divertitevici, parlatene e dibattete, ma tra di voi che qui invece ci si occupa di cinema.

24.3.11

Sucker Punch (id., 2011)
di Zack Snyder

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Stavolta Snyder l'ha fatta grossa. Se già le evoluzioni grafiche di 300, l'adattamento impossibile di Watchmen e la variante gufesca di Ga'Hole avevano diviso parte del pubblico tra amanti e odiatori di questo regista dal ralenti facile e dalla mano e il segno pesantissimi, Sucker Punch andrà anche oltre.
Opera ambiziosissima, colma di riferimenti ed elementi da tutto il cinema degli ultimi 10 anni, ibridata con il fumetto ma anche con l'animazione giapponese e via dicendo. C'è tutto dentro Sucker Punch (da Peter Jackson ai nazisti, dai videogiochi ai manga, da Jean-Pierre Jeunet a Baz Luhrmann fino a Kill Bill) e questo tutto cerca di arrivare a vette inusitate attraverso la consueta etica della violenza stilizzata (e rallentata) che Snyder ha spesso sperimentato. E' cinema che predica la lotta contro la vita, per la vitalità. Non certo la morte ma la battaglia come atteggiamento verso le cose.

Ma non si tratta tanto di una morale (per quanto questa ci sia e molto forte, ribadita anche dalle voci fuori campo), quanto dell'aspirazione a fare un film che sia definitivo in tutti i sensi, che riesca cioè ad unire le evoluzioni grafiche in CG, l'immaginario moderno, la psicanalisi, il labirinto mentale, l'intellettuale, il materiale e il sentimentale. Con un finale a sorpresa.
Il risultato purtroppo è un The Fountain, cioè un film esagerato in tutti i sensi che non riesce a risultare involontariamente ridicolo cadendo sotto il peso del suo titanismo (suo e del suo regista, in questo caso anche soggettista, produttore e sceneggiatore).

Dopo 4 film dal soggetto non originale (tra remake, trasposizioni e adattamenti) girati con uno stile molto influente su tutto il resto del cinema, Snyder passa a qualcosa di ancor più difficile e alle riprese personali affianca una storia scritta su misura. Alla morale visiva muscolare e plastica affianca una storia che afferma il valore della combattività fisica e mentale. Sucker Punch si potrebbe dire un'opera sulla resistenza mentale rappresentata come resistenza fisica.
Ma tutto è troppo tirato, troppo estremo, troppo rallentato e vuole essere troppo definitivo. Snyder ci piace, spesso ha grandi idee ma stavolta ha esagerato proprio!
A salvarsi è la sequenza di apertura, ancora una volta un prodotto magistrale, un prologo tutta musica e rallentatore che dimostra come Snyder sia più di una morale di ferro e gigantismo, ma un artista visivo non da poco.

23.3.11

Una Donna, Un Ruolo

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Elizabeth Taylor, aka La gatta, 1932-2011

22.3.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Con un piccolo inizio sulle rassegne cinematografiche romane si passa subito al piatto forte della settimana, Amici miei…Come tutto ebbe inizio. Superata la tristezza si passa al trionfo della settimana che è Nessuno mi può giudicare e all'altra grande delusione, Dylan Dog. Ma è su Gnomeo e Giulietta che parte la polemica, sull'opportunità che i cartoni siano solo per bambini. Per solo adulti di sicuro è invece il bellissimo Tourneé e l'inconsueto Sorelle Mai. In chiusura c'è anche spazio per Street Dance 3D.


LA PUNTATA DEL 18/03/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

21.3.11

Dylan Dog (id., 2011)
di Kevin Munroe

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Poteva infine mancare Dylan Dog? In questo decennio di comixploitation sarebbe stato quasi ingiusto tralasciare un adattamento dal noto fumetto di Tiziano Sclavi. Talmente si sentiva il bisogno di una versione cinematografica dell'indagatore dell'incubo nonostante quella "non ufficiale" di Michele Soavi (che però aveva l'ufficiale Rupert Everett) del 1994, che la si è fatta anche senza molti degli elementi cardine.

In questo sta la prima contraddizione: fare un Dylan Dog ufficiale (non come Dellamorte Dellamore) ma poi non poter utilizzare molti dei "marchi" caratteristici del film. Non c'è Londra, non c'è il maggiolone bianco (è di proprietà della Disney la quale non lo concede) e non c'è Groucho (la cui immagine è vincolatissima). Cosa rimane? La camicia rossa, le clark, la pistola a tamburo e il font sostanzialmente.
Ma elementi caratteristici a parte il vero disastro di questo Dylan Dog di Kevin Munroe è che è un pessimo horror mascherato da noir. Il motivo per il quale i fan (del fumetto e del cinema tout court) dovrebbero insorgere non sono tanto i mancati riferimenti e le imprecisioni quanto il pessimo girato e lo spirito non italiano, vedasi la sequenza della vestizione girata come Rambo che si mette la fascia.

Il Dylan Dog di Kevin Munroe diventa un film tra l'investigativo classico (voce fuoricampo e intrighi) e l'horror, che incrocia il "mostrismo" moderno in stile Underworld (le razze vampiri, lupi mannari e zombie prese in un intrigo di potere, magheggi e risveglio di demoni).
E se si potrebbe anche passare sopra un protagonista fuori parte (ma come si fa? E' tutto il film!) di certo non si può chiudere un occhio di fronte la lunga sequenza finale della mutazione in demone: un uomo con un costumone di gommapiuma dura da fare invidia ai pochi mezzi del Tetsuo di Tsukamoto e all'ingenuità di Wishmaster di Craven.

18.3.11

Videogame reunion

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Una fantasia da sempre molto fertile è quella della rottura della barriera tra mezzo di comunicazione e fruitore. Lo spettatore che entra nello schermo e quindi nel film, o il personaggio del film che ne esce fuori (La rosa purpurea del Cairo e Last Action Hero solo negli ultimi 25 anni ne sono stati esempio), il lettore catapultato nel fumetto e poi di nuovo fuori (il videoclip di Take On Me) o nel libro (La storia infinita) e via dicendo. Entrare fisicamente nell'opera di cui si fruisce o farne fuoriuscire i personaggi, passando da realtà a fantasia e viceversa, è il simbolo più evidente di un mutato rapporto di confidenza e simbiosi con i contenuti.

Così non stupisce che solo poco tempo dopo che esistano le serie per la Rete, luoghi in cui si possono girare storie e idee senza doverle necessariamente far approvare a qualcuno, già un'opera come Legend Of Neil esplorava l'idea di un videogiocatore che penetra nel mondo con cui sta giocando. Adesso VideoGame Reunion esplora il contrario, ovvero i personaggi dei videogiochi nel mondo reale.

Gnomeo e Giulietta (Gnomeo and Juliet, 2011)
di Kelly Asbury

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Un po' di Romeo + Juliet, un po' di Toy Story e molto Elton John (che è anche produttore esecutivo). Gnomeo e Giulietta è un cartone molto semplice, molto alla moda e molto esile, dal target unicamente infantile e che sembra più carino sulla carta (i nani di due giardini adiacenti che sono rivali e vivono il dramma shakespeariano) che nella realizzazione.
Opera carina, vivace e spensierata che solo 15/20 anni fa sarebbe stato un cartone di assoluto livello medio ma oggi, vista l'evoluzione del genere, sembra fuori dal tempo.

E dire che lo stile c'è. L'opera kitsch, con musiche kitsch (i classici di Elton John coreografate con lustrini e paillette), centrata su personaggi kitsch (i nani da giardino), tutto coerente. Tuttavia Gnomeo e Giulietta non riesce mai a regalare una sorpresa o un'idea originale.
La storia di Shakespeare in musica e modernizzata con balletti è di Baz Luhrman ma qui manca il lavoro sulla parola originale e il testo di partenza che era invece il cuore di quell'operazione, mentre l'idea del mondo dei pupazzi/giocattoli che si animano quando gli uomini non ci sono è di Toy Story ma manca quel senso di coesione sentimentale e anche di spietata cattiveria nei confronti dei personaggi positivi che hanno i tre film Pixar.

Inevitabile l'acquietamento del tragico finale a cui si sostituisce solo la rappresentazione di una tragedia che poi si rivela fasulla e spiana la strada al lieto fine che si conviene. In questa necessità ineludibile (il film come si è detto ha un target unicamente infantile) però c'è l'unica idea originale.
Per giustificare la concessione rispetto ad una delle caratteristiche principali del testo originale, il film fa dialogare il nano da giardino Gnomeo con una statua di Shakespeare stesso. Il primo racconta le sue avventure al secondo che ne riscontra le somiglianze con il suo testo e lo avverte del finale tragico, quando però al posto di questo si presenterà il lieto fine gli gnomi avranno modo di affermare ironicamente: "Non è meglio così??".
No.

15.3.11

Amici Miei...Come Tutto Ebbe Inizio (2011)
di Neri Parenti

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POSTATO SU
Di tante operazioni audaci questa pare la più audace e la più rischiosa di tutte.
Di remake all'italiana se ne sono visti e sebbene abbiano avuto scarsi risultati (di botteghino e di gradimento) alla fine sono stati solamente esperimenti un po' tristi. La Mandrakata, Il Monnezza, Eccezzziunale veramente 2 e via dicendo erano scialbe attualizzazioni, più che altro firmate Vanzina, di miti rivalutati.
Ora questo prequel di Amici Miei suona come un passo in più nel mondo dell'arroganza produttiva. Non si tratta di rifare qualcosa, di ritornare su certi passi ad anni di distanza ma di andare a rivedere pretestuosamente le basi di un racconto che più seriamente di altri è entrato nell'immaginario. Come se non si sapesse che Amici Miei non è Febbre da cavallo.

Quello che Neri Parenti ha diretto non è un episodio in più nella filmografia di un personaggio o di alcuni personaggi diventati nel tempo (e con la nostalgia) oggetti di culto, quanto la riproposizione in forma bassa di qualcosa che era alto. Non siamo più nella serie B rivalutata ma nella piena autorialità che diventa cinepanettonismo.
Amici Miei, Come Tutto Ebbe Inizio è esattamente quel che ci si aspetta, un cinepanettone mascherato da commedia in costume nel quale non si ride quasi mai e che ricalca film, situazioni e personaggi di Germi/Monicelli. C'è anche la tendenza ad una certa cattiveria e malvagità di fondo, un umorismo alle volte più nero della media che dovrebbe essere il segno che unisce questo film agli altri della saga. Ma questa cattiveria non diventa mai umanità, la spietatezza non è mai debole piccolezza o disperata tristezza.

Le macchiette di Neri Parenti sono sagome che interpretano gag (per lo più già viste in altri film in costume o in altre barzellette popolari), la cosa di suo già è fastidiosa. Ma il fastidio tocca le sue vette più alte quando in queste gag entrano personaggi storici noti (Leonardo Da Vinci, Lorenzo de' Medici, Savonarola) senza nessun criterio.
Come al solito non è tanto il fatto che non si rida (sono sicuro che qualcuno riderà), quanto il fatto che non si faccia del cinema ma si espongano delle gag inquadrando chi parla. Tutto il succo della mancanza di idee sta nell'ultima sequenza in cui in maniera posticcia viene inserita la supercazzola. Una cosa fatta tanto per farla.
Unica nota positiva è la scenografia e i costumi, decisamente migliori della media italiana. Una Firenze ricostruita a Cinecittà veramente credibile, oggettistica e abbigliamento che non sembrano costumi di carnevale e un'illuminazione doviziosa. Alcuni frame sembrano presi da un film vero.