30.4.11

Perchè Kenneth Branagh ha diretto Thor

Share |
2 commenti

Abbiamo visto Tim Burton dirigere due film su Batman, Ang Lee alla regia di un film su Hulk (nonchè fare in prima persona il motion capture del personaggio principale) e Michel Gondry portare al cinema Green Hornet. Non ci si dovrebbe più stupire alla notizia di un autore intellettuale che dirige un film commerciale su un supereroe, eppure l’accoppiata Kenneth Branagh/Thor ha del clamoroso per unione di accademico e commerciale.
Branagh è uno dei maggiori interpreti e registi contemporanei delle opere shakespeariane, Thor il personaggio protagonista di una serie di fumetti Marvel, un dio nordico che opera tra i mortali come un eroe tanto da essersi guadagnato un film a lui dedicato in uscita al cinema questa settimana.

Prima d’ora Branagh aveva lavorato per il cinema in maniera parsimoniosa e più che altro concentrandosi su trasposizioni d’eccezione (Enrico V, Molto rumore per nulla e Amleto), più altre opere tra il teatrale e il letterario (Frankenstein di Mary Shelley o Il Flauto Magico), come dice lui: “Copioni con molti thou e thee”.
Thor invece al cinema non era ancora mai approdato e ci arriva ora come parte di un progetto più grande orchestrato dai Marvel Studios: realizzare diversi film su diversi supereroi (Iron Man, Capitan America, Hulk...) per poi lanciare un filmone che li riunisca tutti (I Vendicatori in uscita nel 2012).

Dunque il più teatrale dei registi cinematografici contemporanei per uno dei progetti più commerciali dell’annata. Peraltro in 3D!
E per quanto affidare a Branagh un film come Thor, la cui trama gira intorno alla storia epica di una famiglia di dei, possa avere una sua logica, lo stesso il regista e attore è il primo ad ammettere la stranezza del tutto quando gli si domanda senza mezzi termini.

28.4.11

Freaks!

Share |
4 commenti

L'annata 2010/2011 si sta rivelando foriera di novità finalmente interessanti per il panorama del video in rete italiano. Dopo qualche anno in cui abbiamo visto esperimenti non sempre riusciti e più che altro ricalcati su modelli televisivi, ecco arrivare nell'ordine Il corso di Cazzotti del dr. Johnson, Travel Companions e L'Altra - Martina Dego a spianare una via italiana al linguaggio audiovisuale per la rete e dare respiro ad un panorama che sembrava schiacciato da sole produzioni anglofone.
Adesso a culmine di questo percorso sembra giungere Freaks!, webserie tutta romana che riunisce i tenutari di alcuni dei canali con il maggior numero di iscrizioni di YouTube in un'impresa dalle dimensioni impensabili, dai costi ridicoli e dalla riuscita sorprendente.
Matteo Bruno, Claudio di Biagio, Guglielmo Scilla e Giampaolo Speziale, rispettivamente Canesecco, NonApriteQuestoTubo, Willwoosh e il cantante degli About Wayne sono gli ideatori e animatori di un progetto che vede Matteo Bruno alla regia e montaggio e gli altri nel ruolo di attori (assieme a Ilaria Giachi e Claudia CicciaSan Genolini). Il tutto scritto da Guglielmo Scilla con Claudio di Biagio e musicato dagli About Wayne. Credits intrecciati che non danno conto di come poi tutti quanti prendano parte creativamente al progetto, in una logica collaborativa che ha poco a che vedere con le produzioni più professionali ed è molto più simile ai progetti nati in rete.
Il risultato è a dir poco fenomenale.

E' la prima volta in vita mia che non sento piangere

Share |
0 commenti

Arriva ora questo comunicato con dichiarazione ufficiale di Riccardo Tozzi, non solo numero uno di Cattleya ma anche presidente dell'Anica, l'associazione di settore principale
Si è chiuso un ciclo durato tutto il primo decennio del 2000, che è stato quello di rifondazione del cinema italiano. Siamo partiti da zero, con un cinema sparito dal mercato, e abbiamo fatto tutti un gran lavoro, tradottosi in una crescita costante in termini di quantità di pubblico, e di qualità di film. Arriviamo a Cannes con una quota di mercato intorno al 50%, caso praticamente unico al mondo, e con un festival che è all’insegna dell’Italia, con due film in concorso e la Palma alla carriera a Bertolucci. Inoltre, ci arriviamo avendo portato a casa la stabilizzazione degli incentivi fiscali e del Fus. Possiamo, dunque, dire che con questo Festival segniamo il punto d’arrivo della fase di rifondazione del cinema italiano e dobbiamo essere tutti molto soddisfatti del lavoro fatto in questo decennio. Finalmente abbiamo altri problemi, non più di sopravvivenza ma di crescita
La quota cui si fa riferimento è la percentuale che hanno negli incassi i film italiani. A Dicembre era del 30% e già era un risultato pazzesco che ci metteva al secondo posto dietro solo ai francesi.

Fast Five (id., 2011)
di Justin Lin

Share |
1 commenti

La stranissima saga di Fast & Furious ha visto un cambio di marcia dal terzo capitolo in poi, quello che con la deviazione giapponese priva di star doveva sancirne il definitivo salto dello squalo e quindi la morte. Invece che terminare con un buco nero di incassi la serie ha ripreso fiato e trovato un regista, Justin Lin, capace di infondere interesse e adrenalina anche in una storia che davvero non aveva motivi di averne.
A lui dunque anche il capitolo successivo, quello del ritorno di Vin Diesel e ora questo quinto. Entrambi in grado di rimettere a posto la saga come uno dei franchise più solidi e onesti del panorama contemporaneo. Azione vera, diretta alla grande, senza velleità e con grande coscienza della storia di questo genere.

Il quinto episodio è una sorta di Expendables, anzi sarebbe più corretto dire "I Mercenari prendono la patente B". Dominic Toretto infatti, scappato con il suo sodale in Brasile, chiama a raccolta per un ultimo grande colpo (ma chi ce crede??) amici e colleghi dai precedenti 4 film. Da Tyrese Gibson (2 Fast 2 Furious) a Sung Kang (Tokyo Drift) da Gal Gadot a Ludacris e Matt Schulze. Mancano solo Eva Mendes e Michelle Rodriguez ma dopo i titoli di coda anche questo è spiegato.

La sorpresa è che Justin Lin mescola e amalgama tutti questi protagonisti in un vortice d'azione trovando un equilibrio tra le parti migliore e più scorrevole di quello di Stallone (che però poi ha un cuore che sta ad altri livelli proprio). Fast Five è un film esagerato, fracassone e soddisfacente come non è mai facile riuscire a fare. Contrappone alla fisicità al limite del bolso di Vin Diesel (che si rimbocca la canotta sotto i pettorali), quella molto più monoespressiva (e quindi più in parte) di The Rock, creando un momento di confronto all'altezza delle alte aspettative.
Justin Lin è davvero uno dei pochi registi d'azione pura contemporanei che sa cosa fare in ogni momento, ha un controllo "muscolare" del ritmo della pellicola che gli consente di abbinare la forza distruttiva degli eventi dipinti con un montaggio rapido e sempre lucido. Ha l'arroganza di saltare a piedi pari molti momenti, riuscendo poi a suggerire cosa non si sia visto con l'attacco di montaggio successivo. I film di Lin sono come valanghe che distruggono tutto ma rimanendo all'interno della loro pista.

26.4.11

Angèle e Tony (id., 2011)
di Alix Delaporte

Share |
2 commenti

Esiste un genere che non è genere nel cinema francese, quello dei film d'ambito derelitto. Vite ai margini della città, ai margini del benessere e ai margini della legalità. Storie solitamente tragiche, filmate con macchina a mano e messa in scena sobria. Ma soprattutto film che, dietro un apparente realismo, mettono insieme personaggi totalmente irreali senza che questo infici la godibilità del film.

Angele e Tony sono due disperati, a modo proprio. La prima si è fatta un passaggio in galera e per questo non ha l'affidamento del figlio (momentaneamente parcheggiato dai nonni), il secondo gestisce una compravendita ittica ed è drammaticamente solo. La loro unione, prima di convenienza, può diventare la risposta ad entrambi i malesseri.
Con il chiaro ed evidente obiettivo di raccontare il paesaggio e la società prima che la storia (molto esile) dei due protagonisti, Angèle e Tony, risponde in pieno ai canoni del film d'ambito derelitto. Sebbene contaminato da una poco usuale speranza, lo stesso mette in scena famiglie e personaggi indigenti ed ignoranti con la consueta espressività poetica. In questo come in altri film del genere i pescatori non urlano e non sbraitano davanti a polemiche o difficoltà, non hanno atteggiamenti ignoranti nè sono particolarmente veraci. Anzi. Dal primo all'ultimo sono caratterizzati da una calma compassata e da una tendenza alla riflessione silenziosa più appropriati alle classi snob che a quelle spontanee.

La forza del film è però di fare di quest'irrealismo una caratteristica e non un difetto. I personaggi totalmente di fantasia funzionano più di loro eventuali controparti reali, suggeriscono invece che mostrare apertamente e pur non rispecchiando le cose come stanno riescono lo stesso, per allusione, a parlare di stati d'animo.
Non è un modo di raccontare diretto, che mostra un microuniverso per quel che è, ma un modo di filtrare un'idea di quel microuniverso per renderla in grado di parlare a molti altri.

25.4.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

Share |
6 commenti

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo due puntate di buco per ristrutturazione tecnologica nelle sedi della radio il podcast torna con una settimana difficile, un po' per la mancanza di film in uscita, un po' per le mie difficoltà a seguire i pochi che sono usciti.
Dopo un inizio in omaggio a Le Mani Sulle Città, si comincia con il racconto della visita sul set di Freaks!, la webserie, evento che mi ha tenuto lontano da proiezioni stampa. Passando invece alle uscite settimanali si comincia con la fantascienza irachena di World Invasion e si prosegue con il racconto di Thor e dell'intervista a Kenneth Branagh.


LA PUNTATA DEL 22/04/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

21.4.11

Il sesso aggiunto (2011)
di Francesco Antonio Castaldo

Share |
0 commenti

Era da tempo che non si vedeva un film come Il sesso aggiunto. Quasi mi mancavano queste vaccate boriose all'italiana.
Il sesso aggiunto rientra in un filone ben preciso del nostro cinema, un tipo di film che lo spettatore normale, e sotto i 70 anni, bene o male non conosce (per fortuna sua), perchè escono in poche sale rimanendo programmati per pochissimo, non girano per nulla in Home Video nè tantomeno sulle reti satellitari ma vincono premi oscuri in Festival mai sentiti. Non girano nemmeno sui circuiti pirata e questo perchè semplicemente sono film brutti e non prodotti da una major. Non si tratta infatti di quei film brutti ma efficaci, opere furbe, semplici e superficiali che si lasciano guardare da spettatori disillusi sull'entertainment. No, sono proprio brutti e basta. Senza senso e difatti senza pubblico.

Ecco Il sesso aggiunto ha tutte le caratteristiche del genere cui appartiene. Innanzitutto una trama dai contenuti "importanti", in questo caso la droga; secondo, una scrittura di forte impronta letteraria, al limite del "poetico" accompagnata da una recitazione di forte stampo teatrale; terzo, un atteggiamento dei singoli comparti tecnici in delicato equilibrio tra la competenza e la mancanza di direzione. In questi film tutti sembrano aver lavorato da soli, dando il massimo ma privi di una guida. Le luci sono ben messe ma solo per far vedere se stesse, la musica è onnipresente (qui è Piovani) e struggente, i costumi sono rifiniti ma esagerati. Tutto è caricato come la recitazione, piena di sguardi nel vuoto e momenti intensi. Momenti intensi in tutto il film! Dall'inizio alla fine.

Ma se davvero si dovesse trovare una caratteristica sola che distingua questo genere, beh allora sarebbe l'implausibilità. Nonostante il buon lavoro tecnico tutto il film non sta in piedi nemmeno a volergli bene. E non gliene si vuole! Spacciatori dalla faccia pulita, dialoghi alti in bocche basse, bambini deficienti, ricordi con la calza, moralismi senza remore, colpi di scena annunciati e tutti i personaggi che operano "profondissime" riflessioni sempre rigorosamente a voce alta benchè stiano da soli.
Il momento "Ok, mi alzo e me ne vado" di Il sesso aggiunto è quando ci si "sballa" (dimenticavo l'utilizzo di un linguaggio ggiovane per descrivere i ggiovani) in macchina urlando su un sottofondo di musica techno. Un po' un evergreen del genere.

Da non dimenticare infine l'ultima tragica caratteristica di questi film: l'accanimento della produzione e/o distribuzione contro chi ne parla male. Preferibilmente nei commenti ma anche via mail se è necessario.

Se sei così ti dico si (2011)
di Eugenio Cappuccio

Share |
4 commenti

Raramente ho visto tanto disprezzo per la tecnologia del green screen. Raramente ho visto un uso tanto smodato e incompetente dei trasparenti. Raramente infine un racconto sulle mistificazioni dello spettacolo, la vita combinata all'arte e la lenta risalita della china di un uomo che è tramontato prima di poter dire tutto quel che aveva da dire, è stato portato in immagini con così poca immaginazione.

La storia è quella del cantante-meteora ora pizzaiolo, richiamato per una serata su Rai1, che nella sua breve permanenza a Roma incontra la modella del momento e viene da lei condotto ad una festa in America per cantare al compleanno di quella che si intuisce essere la sua ragazza (ma perchè si deve intuire se non è una cosa scandalosa??).
L'idea è che benchè alla fine nulla cambi per il pizzaiolo, in questo modo avrà avuto modo di dire la sua, cioè cantare la canzone che nessuno gli aveva mai fatto cantare e così "vincere" sul proprio passato, affermando, prima di tutto a se stesso, di essere migliore di come lo avevano dipinto. Dall'altra parte c'è Belen e il mondo dello spettacolo vero, a molti zeri e molti flash. Su tutto un senso d'effimero felliniano condito con luci decadenti.

Si sarebbero fatti questi paragoni se Cappuccio non fosse stato aiuto regista sul set di Ginger e Fred? Non lo so e non mi interessa. Il film è brutto e mal diretto. Italiano nelle sue componenti peggiori, snob e arrogante nel suo pretendere che alla fine tutto rimanga uguale ma il protagonista abbia compiuto un viaggio prima di tutto interiore.
Cappuccio non sa immaginare una dimensione visiva per questo suo racconto benchè ci provi a piè sospinto e vuole riprendere il culo di Belen ma in maniera intellettuale. Quasi un atto in malafede.
E se il pessimo uso dei green screen non può essere indicatore diretto di un brutto film, lo stesso voglio prendere quest'elemento a sineddoche per il resto. Perchè c'è un limite alla trascuratezza.

Un post a parte andrebbe fatto sulla campagna ingannatoria montata attorno al film. Dal titolo fino ai poster che cavalcano un'idea di commedia leggera e sentimentale di cui in sala non si trova traccia.

Tronix County

Share |
0 commenti

Si è parlato molte vole di come online i racconti, le serie e più in generale la narrazione audiovisuale sembri poter avere senso solo se a sfondo comico. La risata sembra per il momento essere l'unica arma per agganciare lo spettatore distratto che vaga in rete. Dunque tra le ondate di gattini che suonano il pianoforte e bambini che ridono, si fanno strada una moltitudine di serie che puntano sullo humour, molto spesso senza averlo.
Fortunatamente comicità non significa solo gag, nei casi migliori uno svolgimento umoristico è il lascia passare per racconti che cercano anche di fare un altro lavoro, mostrare qualcosa e parlare di un piccolo microverso.

Caso più unico che raro è Tronix County, webserie approdata da poco in rete ad opera di Milkman Max (un nome, un programma). Nei tre episodi che fino ad ora hanno visto la luce del canale YouTube, si racconta di tre amici in un paesino sperduto, Tronix, e della vita senza senso (ma piena di violenza) che conducono.
Il genere è tra i più abusati, quello dei "roommates", gli amici che condividono qualcosa, solitamente una casa, che sono diversi fra loro, molto legati e che proprio per le loro differenze si trovano coinvolti in situazioni comiche. Tronix County però si basa in maniera molto libera su questo genere e quasi da subito si prende delle licenze per disegnare un mondo davvero grottesco.

19.4.11

Rio (id., 2011)
di Carlos Saldanha

Share |
2 commenti

Rio dimostra che soggetto, ambientazione e possibilità non cambiano molto nella gestazione di un lungometraggio d'animazione. La squadra responsabile (civilmente e penalmente) per la trilogia di L'Era Glaciale, cambia sponda e passa ad un film ricco, assolato e colorato ma ugualmente povero, freddo e grigio.
Rio fa sfoggio di una potenza di calcolo non indifferente, esagera in colori e scene di massa riuscendo in più d'un momento ad impressionare ma mai a coinvolgere.

Con un'ottica e delle idee sempre meno personali e sempre più disneiane d'annata (pure le canzoni c'avete messo!), Saldanha imbastisce un film tutto mossette, animali antropomorfi e gag fisiche senza fantasia. Gli uccelli che ballano dovrebbero far ridere e la ricerca di libertà da parte di un pennuto (il volo come metafora) dovrebbe commuovere.
Rio non ha davvero nulla di proprio e autonomo, nè qualcosa di realizzato a regola d'arte. Il Brasile stesso, patria del regista, è visto con gli occhi del turista e ripreso nelle sue dimensioni più stereotipiche (la corsa in moto nelle favelas!!), un paese che in qualsiasi momento si arrivi sta per iniziare il Carnevale.

Qualsiasi cosa possa venire in mente di interessante a partire da uno spunto che racconta di un uccello, ultimo rimasto della sua specie, che cresce nel freddo Minnesota e trasportato a Rio si perde nel suo paese Natale per poi ritrovare se stesso, è trascurata. Alle volta sembra che davvero l'unico scopo della complessa macchina messa in moto, per un film dai tempi di rendering infiniti, sia mostrare animali che ballano come umani che sculettano.
C'è anche un momento in cui tutto sembra perduto ed un personaggio sta per essere portato via lontanissimo, ad una distanza senza speranze. Ecco in quel momento si pensa a cosa avrebbe potuto fare la Pixar e si tocca con mano il divario, non tanto con la casa di Lasseter (irraggiungibile per definizione) quanto con il cinema decente.

Thor (id., 2011)
di Kenneth Branagh

Share |
0 commenti

Non potremo dire che non ce lo aspettavamo. Il Thor di Kenneth Branagh è praticamente quello che in molti avevano previsto sarebbe stato. Un film d'azione diretto da una persona che non si intende molto di azione e un film di rapporti interpersonali tra nobili regali che è quasi obbligato a strizzare l'occhio alle dinamiche da opera shakespeariana.
Sorvolando sulle motivazioni che possono aver spinto Branagh a prendere le redini di un simile progetto, il risultato sembra in linea con la filosofia dei Marvel Studios, garantire un livello medio a tutti quei film che, com'è fisiologico, non spiccheranno per nessuna caratteristica. E così è per Thor.

Organizzato con la più consueta delle sceneggiature che ruota intorno ai più consueti dei personaggi (mica quel fico, bastardo, metatestuale di Tony Stark), Thor racconta di un figlio che delude il padre per la troppa foga di compiacerlo, di un esilio in Terra in cui si innamora di una mortale (quindi appartenente ad un mondo diverso), di un ritorno per vendicare la morte del suddetto padre e di una battaglia scatenata dalla follia di un regnante. Da Romeo a Giulietta, fino ad Amleto passando per Macbeth. Branagh piega la sceneggiatura per adattarla all'idea che si ha di lui, che invece nella realtà non è solo Shakespeare ad oltranza.

Il risultato è quindi, da una parte uno Shakespeare annacquato, dall'altra molte parti d'azione girate con un'idea di action vecchia di decenni. La location (il New Mexico) vuole guardare alla fantascienza anni '50 e richiamare echi di Rosswell e Area 51, ma scenografia a parte punta tutto su inquadrature sghembe e grandi deserti come fossimo nel 1992.
Il senso è quello di un progetto un po' antico già nelle sue fondamenta e realizzato senza una conoscenza sufficiente del genere in questione. Di tutta l'epica profusa nelle relazioni interpersonali su Asgard, non c'è poi traccia sulla Terra e soprattutto non ce n'è traccia nelle scene d'azione. Tutte le grandi cavalcate e gli scontri "galattico-deistici" dovrebbero avere il respiro dei grandi momenti di cinema e sono invece girati senza idee, avendo la resa dei peggiori B movie di fantascienza.

15.4.11

Limitless (id., 2011)
di Neil Burger

Share |
10 commenti

L’ultima pillola in grado di cambiare la vita che si ricorda nella storia del cinema era rossa. O blu. A seconda della scelta. Ora la pillola al centro di Limitless è bianca ed ha un nome da farmaco (sebbene non sia proprio una di quelle medicine che si comprano con ricetta): MDT.
L’MDT amplia di colpo le tue capacità celebrali ma non si tratta di nulla di soprannaturale, anzi. Una sola dose fa in modo che per poco meno di 24 ore il cervello sia in grado di organizzare tutte (ma proprio tutte!) le informazioni che già possiede in maniera efficiente e quindi a metterle in connessione per trovare nuove risposte. Significa risolvere un problema mettendo insieme un pezzo di telegiornale sentito a 5 anni, una pagina di libro letto di sfuggita in libreria e parte di una lezione ascoltata distrattamente all’università. Ma significa anche imparare molto più velocemente e con più efficacia e avere una visione chiara di tutto quanto. In pratica l’uomo più intelligente e svelto che sia mai esistito. Senza contare l’effetto che tale intelligenza ha sulle donne.
Ovviamente l’MDT ha qualche lieve effetto collaterale. Se esageri muori, se smetti, muori.

Il film di Neil Burger viene da un libro (The Dark Fields di Alan Glynn) e si vede, nel migliore dei sensi. Il modo di raccontare e di procedere del film prende dalla letteratura le sue componenti migliori. Personaggi raccontati a fondo, situazioni originali e ben delineate, eventi a cascata ed incastro, uno sviluppo coerente e dettagliato fin nel minimo particolare e personaggi di contorno degni di nota (il mafioso violento e ignorante sotto MDT è impagabile!).
La vera ciliegina sulla torta però è il protagonista, lo scrittore fallito che non sfrutta il suo potenziale e diventa il migliore degli uomini possibili (“Funziona bene con chiunque ma funziona meglio se sei già sveglio di tuo” gli dice l’orrido ex cognato prima di dargli la prima pasticca). Il drogato di MDT che ha un progetto più grande degli eventi che vive ma che rischia di non vivere abbastanza o di non avere sufficiente MDT per realizzarlo.
Bradley Cooper, trova il suo ruolo perfetto, battaglia con De Niro suo rivale/socio in affari (“Non sarai mai meglio di me perchè non hai dovuto leccare ogni gradino della scala da salire o sposare la donna sbagliata con il padre giusto per arrivare fin qui!”) e quando prende le sue pillole, l’otturatore della macchina da presa si apre saturando i colori e diventa la quintessenza dell’uomo moderno, dal pieno controllo di sé e del suo destino. Almeno fino alla prossima dose.

Inoltre Limitless merita una visione per come sia un segno ulteriore dell’ingresso (finalmente!) in una nuova fase della fantascienza (questa volta il termine è proprio da intendere in senso letterale), quella dell’era di internet, in cui la tecnologia e il modo in cui l’uomo è visto in relazione ad essa sono figlie del digitale.
L’organizzazione dell’informazione è il problema principale dell’essere umano in Limitless ed è noto che è il problema principale di internet, la rete delle reti che funziona come un cervello in cui ogni punto (o peer) è come una sinapsi e in cui c’è tanta di quell’informazione che la questione non è la sua esistenza quanto la sua effettiva reperibilità.
Pensiamo sempre ad internet con la metafora del cervello. Limitless pensa al cervello applicando la metafora della rete e delle sue informazioni, cioè spiega l’umano attraverso il tecnologico. Esattamente il lavoro della migliore fantascienza.

14.4.11

Mortal Kombat: Legacy

Share |
0 commenti

Una major è una major, può cambiare pelle ma non cambierà abitudini. Warner Bros. sembrava incanalata con le migliori intenzioni nel mondo della produzione per la rete quando, al pari di altri studi cinematografici suoi simili, aveva annunciato che la divisione TheWb.com si sarebbe occupata di produrre e gestire la distribuzione dei prodotti pensati per la rete. Oggi l'uscita del primo episodio di Mortal Kombat: Legacy fa però pensare tutto il contrario.
La storia della genesi della webserie era delle più virtuose, da internet. Quasi un anno fa cominciò a girare in rete quello che all'epoca fu scambiato per il trailer ufficiale di Mortal Kombat: Rebirth, un nuovo film basato su Mortal Kombat. Si trattava in realtà di un test, un trailer per un film che non esisteva, realizzato da Kevin Tancharoen il quale, in totale indipendenza aveva girato e montato delle sequenze a forma di trailer, per dimostrare di essere in grado di girare un film su Mortal Kombat che fosse migliore di quelli che la stessa Warner (con la sua sottoetichetta New Line) aveva prodotto. Il vero obiettivo dell'operazione ovviamente era Warner stessa, la quale, interessata dalle immagini e dal movimento causato in rete dal finto trailer in questione ha contattato Tancharoen.
A gennaio di quest'anno esce un aggiornamento, un teaser per una webserie su Mortal Kombat. Warner ha infatti deciso di non farne un film ma una serie per la rete, idea nobile in sé, e anche considerando che una delle motivazioni che avevano spinto la dirigenza all'azione era stato il buzz creato online.

Habemus Papam (2011)
di Nanni Moretti

Share |
4 commenti

Moretti parla solo di quel che conosce. Da sempre. La politica, lo sport e se stesso. Usa di volta in volta ognuno di questi tre elementi per parlare degli altri due. Ha fatto film psicanalitici fin dall'inizio, ad un certo punto ha cominciato anche ad interpretare uno psicologo, ma di fatto poco è cambiato. L'idea è sempre di guardarsi dentro e farlo in una maniera così indeterminata e sentimentale che, come nel cinema migliore, ognuno può completare quel disegno con le proprie ansie, paure o speranze. Bianca è uno dei film più amati tra quelli noti e celebrati, esce in ogni discussione rivelando di aver toccato tutti in maniere profonde e differenti. Habemus Papam ha lo stesso modo di suggerire stati d'animo e scatenare empatia personale. Lui parla di sè in maniera così universale e allegorica che noi abbiamo spazio per pensare a noi.

Habemus Papam è un film finalmente bello e difficile, parlarne ora a caldo è stupido ma anche irresistibile. Lo spoiler è minimo. Ci sono due filoni con due protagonisti che si incrociano solo all'inizio. Il primo è il Papa in crisi, il secondo è lo psicologo chiamato ad aiutare. Il primo è il filone drammatico di un uomo in difficoltà, che deve guidare altre persone che la pensano come lui e che da una vita reclusa cerca risposte all'aria aperta, girando per la città. Il secondo è il filone comico di un uomo normale che fa una vita normale e viene rinchiuso in Vaticano con i cardinali (perchè sa il nome del Papa e non deve rivelarlo fino all'ufficializzazione) in un mondo di assurdità.
In più ci sono i cardinali, un ensemble in cui si notano almeno 30 anni di caratteristi italiani, che fa la parte di chi quel leader lo nomina e ci si affida.

La prima stranezza spiazzante è che il motivo che genera l'entrata in scena del personaggio di Moretti decade da subito. Chiamato a curare il Papa si accorge di non poterlo fare, serve qualcuno che non sappia che lui è il Papa. A quel punto in un film normale quel personaggio dello psicologo sarebbe scomparso, non avendo più nessuna economia nella storia, mentre in Habemus Papam la sua vita reclusa con i cardinali costituisce metà del film. La metà comica, altra stranezza. Moretti riserva per sè solo le gag, le incombenze serie le lascia a Piccoli.

Dall'altra il Papa, come le monache di Narciso Nero e come il Michele di Bianca, sottoposto a stress crolla e gli ritornano in testa i motivi d'infanzia, le passioni giovanili e la volontà di mollare tutto. Il film si svolge tutto tra preti, cardinali e cerimonie ma del Vaticano sembra non importare niente a Moretti, al pari di come non gli importava la religione o del sacerdozio in La messa è finita.

C'è un uomo che deve guidare delle persone che la pensano come lui e a cui serve una figura di riferimento, quest'uomo non è adeguato, non ce la fa. A quel punto i cardinali, cioè il suo partito, come si comporta, che farà?
Forse è deformazione morettiana ma è difficile non considerare in questo film tutto quello che nel film non c'è. Il paese e la politica. C'è un momento in cui devono prendere una decisione importante riguardo questo leader inadeguato e proprio lì, davanti a quella decisione su cui non può fare niente e di cui è sempre sembrato importargli in fondo poco, vediamo per un secondo lo psichiatra sinceramente abbattuto e disperato. E' un momento sorprendentemente triste per un personaggio fino a quel momento quasi clownesco e sembra insomma per un attimo di non guardare lo psicologo ma Nanni Moretti, disilluso e triste di fronte al reiterarsi di una guida assente e un partito geriatrico che fa fronte a tutto ciò con testarda opposizione.

Scream 4 (id., 2011)
di Wes Craven

Share |
2 commenti

Il problema di Scream credo sia endemico. Non è Craven che si è rincoglionito, nè Williamson che ha perso smalto o la serie che è stanca, è proprio il carattere, le dinamiche, la maschera nel senso letterale del termine ad aver perso in 15 anni i propri significati a furia di abusi e violenze linguistiche. Tonnellate di parodie, emuli stanchi e l'entrata in un certo tipo di immaginario collettivo hanno totalmente svilito il format e il concetto alla base di Scream e di fatto oggi un film simile è inguardabile.

Anche il primo della serie, opera fulminante, paurosa per davvero, piena di idee di terrore originali, divertente e intelligente, vista oggi non ha il medesimo effetto. Troppe le parodie per avere ancora paura di una delle trovate visive più geniali degli ultimi 20 anni (un abito nero da morte e una maschera bianca come L'urlo di Munch). Così Scream 4, nonostante inizi con il migliore dei pigli possibili (autoreferenzialità, metatestualità spinta, moltissima ironia, moltissima originalità), muore nelle sue ossessioni e nell'esigenza di fare nuovamente il punto della situazione.

L'ultimo grande filone di Wes Craven è sempre stato un finto slasher-horror che in realtà maschera la struttura più vecchia del mondo: il giallo whoddunit. Nonostante come in tutte le saghe storiche l'assassino sia una figura fissa (ghostface), in realtà dietro la maschera ogni volta c'è una persona diversa, ogni volta un insospettabile membro della comunità. Tutti sono sospettati e lo sceriffo Linus è la principale fonte di immedesimazione, colui che deve risolvere il caso.
Craven stesso tratta Scream come un giallo in cui, dopo ogni omicidio, lascia finti indizi, cerca di instradare o depistare a sufficienza lo spettatore, puntando su dinamiche da Agatha Christie.
Nel quarto episodio rimane dunque solo questo, solo la curiosità (vaga) di trovare il colpevole e capire chi morirà. Il resto sono le solite considerazioni sullo stato odierno del cinema di paura e un sacco di corse e rincorse con la maschera indosso che non riescono ad evitare l'effetto Scary Movie.

13.4.11

C'è chi dice no (2011)
di Giambattista Avellino

Share |
2 commenti

Il raccomandato al cinema esiste da sempre ed è sempre stata una figura negativa, che distrugge sogni e ruba il merito, quasi uno spauracchio per l'età adulta. Esiste nei film degli anni '50 come in quelli degli anni '70 e quelli moderni. La differenza con C'è chi dice no è che stavolta il raccomandato non è una figura paradossale ed estrema, talmente malvagia e gretta da non scatenare immedesimazione in nessuno, questa volta il raccomandato o i raccomandati sono così tanti e di così tante tipologie da risultare più simili al pubblico che guarda il film.

Ecco perchè, nonostante C'è chi dice no sia un film che per ampi tratti è scritto, recitato e pensato come una fiction televisiva e si nutra di ingenuità e banalizzazioni favolistiche al limite del tollerabile, lo stesso riesce ad avere dei momenti di inattesa sincerità.
Forse è più per demerito degli altri che per merito proprio, sta di fatto però che con tutto il suo politicamente corretto e buonista, il film di Giambattista Avellino disegna comunque una serie di raccomandati, segnalati e "piazzati" da cui non si scappa e da cui è difficile evitare l'identificazione per chi rientra nella categoria.
Non penso tanto al pubblico del cinema, quanto a quello dell'Home Video (esiste ancora?), delle televisioni a pagamento e via dicendo. Vedendo il film è difficile non pensare a quale reazione possa avere una certa tipologia umana vedendo un film che gli punta un dito contro in maniera diretta e la riempie di insulti, caricandola di responsabilità a nome della comunità.

Responsabilità certo che forse sono anche eccessive e sfociano nella solita autoindulgenza. Guardando infatti all'altra tipologia di pubblico, quello che vede il film e si identifica con il vessato, come al solito c'è un'esaltazione delle normalità ed un'esternalizzazione delle colpe. I protagonisti sono fenomenali studiosi e incredibili giornalisti, distrutti da un sistema. Non è colpa mia, io sono bravo, è che i raccomandati mi fregano. Quando il punto dovrebbe essere che anche il non bravo, il medio, il normale dovrebbe avere diritto a non vedersi sorpassato, non solo il genio.
Non lo si dice per ecumenismo o senso di giustizia globale, quanto per il fatto che C'è chi dice no in questa maniera cavalca la tendenza di tutti a scaricare la propria responsabilità dai fallimenti personali per attribuirli sempre e comunque, che sia vero o meno, ad un sistema che è etichettato come "pieno di raccomandati" a prescindere, e dove ogni mancanza del singolo si scioglie davanti all'ingiustizia che arriverà, giustificando ognuno a cercare una propria raccomandazione perchè "altrimenti il posto va ad un altro raccomandato, quindi...".

11.4.11

Boris, ragioni di un flop

Share |
13 commenti

L’uscita di Boris –Il Film doveva essere un momento cruciale per la comprensione del fenomeno Boris e del suo reale successo, quello che non è raccontato dai numeri di Sky ma che viene dalla massa di scaricatori illegali non rilevabili. Invece, complici pirateria e le prime giornate di sole dell’anno, il risultato è stata una sonora sconfitta.
423.000€ di incasso al primo weekend e 190.000€ al secondo, per un totale ad oggi di 871.000€, sono numeri molto piccoli (non a caso il film era quarto nella prima settimana e settimo in questa seconda), basti pensare che una pellicola per molti versi simile, ma con più star da vantare, come Nessuno mi può giudicare l’ha battuto sia nel totale degli incassi (ad oggi di 7 milioni e 150 mila euro) che nel primo weekend di uscita, quando il film con Paola Cortellesi era già alla sua terza settimana e incassava 668.000€.
Quello che i numeri raccontano è di fatto l’insuccesso in sala di una serie , e un film, che invece sono stati tra i più acclamati sia da pubblico e critica.
I motivi sono stati tanti. Come detto sicuramente ha influito il bel tempo, negli ultimi due fine settimana infatti tutti i film usciti non sono andati bene e l’incasso complessivo ha subito una forte picchiata rispetto ai weekend precedenti.

8.4.11

Source Code (id., 2011)
di Duncan Jones

Share |
4 commenti

POSTATO SU
Al suo secondo film ha già una poetica, uno stile e dei punti fermi. Duncan Jones (ex Zowie Bowie) è uno dei pochi registi in attività al momento, esplicitamente dedicati alla fantascienza intesa come "influenza sull'uomo di scenari futuri". Con Moon aveva dimostrato una forza di volontà una visione e una determinatezza nel raggiungerla che metteva quasi paura per essere un esordio. Con Source Code (che non è un progetto interamente suo ma gli è stato affidato) ripete molta della sua poetica e riesce clamorosamente a dimostrarsi migliore del film che ha girato. Anche questo è un film i cui presupposti sono poco spiegati (chi tira le fila di tutto? il mondo sa della tecnologia alla base del film? com'è stato selezionato il protagonista?) e anche stavolta c'è un uomo che lavora in totale solitudine scoprendo di non essere quel che crede di essere. Per vincere dovrà battersi contro il sistema, dovrà cioè completare la missione di ogni film di fantascienza: affermare la vittoria dello spirito sulla materia.

Jones è bravissimo e Source Code è un film buono che poteva essere un disastro nelle mani di qualcun altro. Ha una storia d'amore molto difficile da rendere credibile, un meccanismo (il protagonista rivive continuamente i medesimi 8 minuti nel tentativo di trovare un attentatore) che con poco può sgravare nel ripetitivo e noioso o nell'imitazione dell'indubbio modello che è Ricomincio Da Capo e infine dei personaggi risaputi. Jones riesce a superare ogni difficoltà, gira gli 8 minuti ogni volta in maniera diversa (cosa che da sola rimanda ad un mondo di universi paralleli e simili ma non uguali), rende il protagonista un personaggio credibile con sentimenti credibili e trova il modo di infondere umanità e quel senso di timore e fascino per il futuro che ha la vera fantascienza.
Se Moon quindi è un film migliore di questo Source Code, è invece qui che Jones compie la vera impresa.

In questa storia di morte e rinascita continua, finalizzata a compiere una missione, c'è tutto il senso della narrazione videoludica moderna, ovvero prendere soluzioni, idee e modo di raccontare dei videogiochi (e non "stile visivo") per adattarle ad un racconto filmico. Se ogni film giallo in fondo è un gioco ("Trova l'assassino"), questo è un vero videogioco raccontato come film.
Source Code, anche dal titolo, parte dall'idea di Matrix e finisce nel pieno della fantascienza anni '70 (basta anche solo quell'ambientazione claustrofobica, bagnata e al limite del gotico tra Scott e Gilliam). Che non è poco.

7.4.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

Share |
8 commenti

Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo aver fatto il dovere del cronista di cinema (d'assalto s'intende), si passa alle molte uscite appetitose della settimana. Il primo chiaramente è il più atteso, Boris - Il film dal quale si fa un po' il punto di questa stagione di commedie e in un certo senso di cambiamenti nelle affluenze del pubblico.
Fatto questo è il turno dell'altro film attesissimo, Kick-Ass e di quella che poi è stata la rivelazione del box-office, La fine è il mio inizio. In chiusura una parola veloce per The Ward di John Carpenter, Poetry.


LA PUNTATA DEL 01/04/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

31: The Series

Share |
0 commenti

In lode della brevità sono stati battuti milioni di tasti, postati milioni di post e tweettati milioni di tweet, almeno da quando la rete ha cominciato ad essere un luogo visitato e riempito di contenuti ad un livello tale che l'attenzione è diventata la risorsa principale da spartirsi. Così il mantra "less is more" è diventata un'esigenza e al pari del testo anche il video, online, ha subito una fisiologica (e sana) contrazione. Le produzioni per internet da sempre vincono con la brevità, 4-5, massimo 8 minuti, 10 se proprio il contenuto è fenomenale. L.C. Cruell ha esagerato. E ha fatto bene.

Raccontare una storia in episodi dalla durata di 31 secondi è infatti il format alla base di 31: The series, la serie scritta, prodotta e diretta da Cruell. Episodi non autoconclusivi e non a sfondo comico (almeno per ora) messi online ogni giorno. L'esperimento è appena iniziato, solo 7 giorni e quindi 7 episodi, ma per quanto è dato vedere fino ad ora le idee non mancano.
31: The series non spezzetta in piccole parti una storia grande, già scritta e girata, non ricicla in bocconi minuti qualcosa concepito per essere grande, ma idea briciole di narrazione che unite formino un grande disegno. Ogni episodio ha una struttura compiuta nonostante la durata esigua e si chiude con un cliffhanger. Certo, data la brevità il colpo di scena o il gancio che spingono alla visione dell'episodio successivo non possono essere ogni volta clamorosi, ma il modo in cui Cruell parte da una situazione misteriosa (una ragazza si risveglia chiusa in una cassa) in cui ogni elemento nuovo può costituire un indizio e utilizza questi come gancio ha del magistrale. L'idea del rimando infinito e della continua frustrazione davanti ad un lentissimo svelarsi delle cose sembra, in piccolo, quella che ha decretato il successo di Lost, ma se lì per ogni indizio arrivavano due nuovi misteri, qui, iniziando con una totale assenza di elementi per immaginare la storia, ogni indizio apre un numero sempre maggiore di possibili sviluppi.

6.4.11

Mia Moglie Per Finta (Just go with it, 2011)
di Dennis Dugan

Share |
0 commenti

POSTATO SU
Da incendiario a pompiere. La prima parte della carriera di Adam Sandler era all'insegna della dissacrazione, dell'umorismo demenziale e scorretto e di un attitudine tesa a provocare fastidio, mettere in imbarazzo e irritare. La seconda parte sembra invece tutta improntata alla normalizzazione e al rimpianto dei bei vecchi tempi di una volta in contrapposizione ai giovani d'oggi. Cosa che sì, dà veramente fastidio.
Dai film comici alle commedie, fino alle commedie romantiche (passando per qualche chicca d'autore), Sandler è rientrato nei ranghi e ora è uno come tanti.

Normale quindi che si ritrovi al fianco di Jennifer Aniston in un film per famiglie e/o per coppie che non riserva nessuna sorpresa e anzi, sembra fare di tutto per evitare un guizzo o una lettura particolare.
Remake di Fiore di Cactus di Saks, Mia moglie per finta propone il consueto intreccio della coppia simulata che poi non può fare a meno di scoprire di avere davvero qualcosa in comune e convolare a giuste nozze. Di mezzo (per giunta!) i figli.

E non è tanto il genere (nobilissimo) o gli intenti (commerciali come quelli di qualsiasi altro film) quanto lo spirito facilone e la presunzione che un simile cambiamento, da incendiario a pompiere, sia accettabile senza nessuna smorfia, che il pubblico possa e debba prendere per buona la redenzione di Sandler e magari esserne contento. Per giunta in un film senza idee, senza romanticismo e senza una scrittura a livello (solitamente il punto di forza di questo genere).
Che poi il meccanismo piaccia e il film abbia successo è un altro paio di maniche, ci sono meccanismi e automatismi che vanno oltre la comprensione umana e fanno sì che una commedia come questa sia più gradita di una sofisticata sul serio come Amore e altri rimedi o Amore a Mille Miglia o ancora 500 giorni insieme. Ma tutto ciò non cambia la sostanza dei fatti.