31.5.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Dopo una breve celebrazione del successo di Malick a Cannes subito si parte con il film della settimana: Una Notte da Leoni 2.
A seguire un film di tono completamente diverso, il sudcoreano The Housemaid e poi l'italiano Et in terra pax, esordio tra luci e ombre. Subito dopo grande dispiacere per non essere riuscito a vedere Balla con noi, il film danzereccio all'italiana.
Dopo la pubblicità invece il resoconto del clamoroso rapporto annuale che afferma che il cinema italiano non è più in crisi, e soprattutto l'incontro con l'ascoltatore di Radio Rock durante la conferenza.


LA PUNTATA DEL 27/05/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Four Lions (id., 2010)
di Christopher Morris

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Fare un film e reggerlo tutto sull'idea che stai facendo qualcosa di scorretto.
Four Lions è una commedia non eccessivamente divertente che utilizza un umorismo di stampo molto televisivo per raccontare la vita di un gruppo di jihadisti da 4 soldi, che hanno capito poco della guerra santa e che pensano solo a farsi saltare in aria.
Ci sono un paio di momenti molto divertenti e non coincidono necessariamente con le parti più scorrette e ce ne sono altri eccessivamente seriosi e ponderati. In nessun caso corrosivo. I jihadisti sono ridicolizzati come esseri umani, non come jihadisti e quel meccanismo non è mai davvero colpito.

Quello che occorre chiedersi però è che succede se un film che si fonda sull'idea di fare qualcosa che sa di proibito e di "non si dovrebbe fare" viene visto con uno sguardo disincantato. A fronte di tutte le persone che leggendo "Scandalo" nei titoli che parlano del film ne rimangono impressionati, esiste anche un'altra categoria di spettatori che non si scandalizzano poi tanto, registrano l'unicità, la particolarità e la libertà del caso ma poi nel vedere il film non sono scossi dalle battute sui suicidi. Ecco quel pubblico rimarrà scontento da un film a tratti noiosetto e mai davvero coinvolgente.

Discorsi sul tema "Ah in Italia non potremmo mai fare una cosa del genere" lasciano il tempo che trovano. Se questi sono i prodotti che escono da un abuso del politicamente scorretto tanto vale non farli. Non ci perdiamo niente. E' più scardinante Checco Zalone.

29.5.11

Corpo Celeste (2011)
di Alice Rohrwacher

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La diffidenza con la quale mi sono avvicinato a quest'opera prima di una regista con un cognome già sentito era grande e l'essere stato selezionato alla Quinzaine di Cannes non è che fosse riuscito a scacciare il pregiudizio, anche perchè il fatto che il film metta in scena una bambina in un ambiente religioso faceva davvero pensare ad un disastro di pregiudizi, consolazioni e velleità. Invece!

Invece Alice Rohrwacher non si inventa niente di niente ma riesce a completare un film non facile, con alta ambizioni senza mai scadere nel patetico, ridicolo o nel auto assolutorio. Così alla fine anche il fatto che l'attrice bambina abbia delle fattezze che ricordano la famiglia Rohrwacher sembra un pregio invece che un difetto come inizialmente giudicavo.
Il dipinto del difficile inserimento in un disastrato sud (Calabria) di una bambina nata e cresciuta in un rigoroso nord, passa per la cresima, quindi il catechismo, quindi il rapporto con le istituzioni locali e il modo in cui ti "gestiscono" prima ancora di quello con i coetanei.

Alice Rohrwacher adotta lo stile dardenniano: seguire ed inquadrare la sua protagonista spesso anche in barba alle leggi del campo controcampo, in modo che tutto (dalle idiozie dette, agli errori di grammatica, fino alle canzoni e all'atteggiamento dei coetanei) siano vissuti in rapporto a come colpiscono la protagonista.
Alla chiesa non sono fatti sconti, anzi forse è più opportuno dire alla parrocchia non sono fatti sconti. Alice sembra essere interessata non tanto al "sistema cattolicesimo" (questo compare solo alla fine nella forma di un vescovo in quella che è la peggiore scena del film), quanto al sistema "ignoranza" che in molti luoghi viene filtrato e incanalato dalla religione e che finisce per colpire i bambini attraverso il catechismo e molte imposizioni.
La bambina protagonista non è intelligente nè scema, non è eccessivamente infantile nè eccessivamente matura, abita e vive luoghi ed eventi senza apparentemente influire su essi, subendo senza contrattaccare, in maniera perfetta. Così alla fine il modo apparentemente impermeabile attraverso il quale subisce le imposizioni di un mondo che palesemente non la rispecchia, ma al quale non di meno si dovrà adeguare, è l'unico vero dramma silenzioso del film.

28.5.11

Una Notte Da Leoni 2 (The Hangover II, 2011)
di Todd Phillips

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Avrete letto ovunque, se siete ben informati, che Una notte da leoni 2 è assolutamente identico al primo in maniera maniacale. E' vero. Come ha scritto Manhola Dargis "se sovrapponeste un diagramma che riporta tutti i culmini narrativi, i personaggi e le battute di Una Notte da Leoni 2 con quello di Una Notte da Leoni, i due si allineerebbero in maniera praticamente perfetta". Non di meno però il film diverte più della media dei sequel dei film divertenti.
Nel format "hangover" i punti interessanti e divertenti erano sostanzialmente 2: la sorpresa data dalla scoperta graduale degli eventi dimenticati; la follia inedita e anticonvenzionale di Alan (Galifianakis). Come potrete immaginare in questo secondo manca il primo elemento ed è invece confermato il secondo.

Se infatti non c'è certo sorpresa nello scoprire gli eventi clamorosi della notte sotto effetto di droghe e alcol (ad ogni modo erano più clamorosi gli eventi del primo), c'è invece ancora stupore nell'assistere al modo in cui Galifianakis interpreta "lo scemo comico". Il suo Alan è un ragazzino mai cresciuto un po' cretino anche per lo standard dei bambini ed estremamente sentimentale. Galifianakis dà corpo a quest'idea di maschio mai cresciuto con una forza comica che è sorprendente. Anche le battute più sceme o le gag più trite sono divertenti (si pensi a quando butta l'ancora dopo aver fatto finire un motoscafo sulla terra ferma, qualcosa di visto mille volte ma che lui riesce a rendere di nuovo esilarante) e nell'ottica tipica di Phillips (gli uomini non crescono mai davvero) è la quintessenza metaforica del film.

Questa volta infatti una sequenza inedita svela il meccanismo e insieme costituisce un momento quasi commovente. Si tratta del flashback che ha Alan quando entra in meditazione, rivede parte delle scene già trascorse del film ma i 4 protagonisti nella mente di Alan sono bambini. In quel momento i due Notte da Leoni e il fatto che siano esattamente identici sembra trovare senso. Il paradigma della grande avventura virile vissuta tra amici, tra il paradossale, il rischioso e il divertente (per i protagonisti stessi), è uno dei luoghi comuni esistenti nella realtà ma poco raccontati dal cinema. Phillips (che da anni indaga i meccanismi regressivi dell'amicizia e del divertimento maschili) ha scoperto come possa parlare meglio di altri tipi di racconti della sostanza di cui è fatta l'amicizia tra uomini, del legame che intrattiene con l'età infantile e del contrasto con l'età adulta (doversi sposare).
A questo punto fare un sequel diverso, anche di poco, sul serio non aveva senso.

26.5.11

La fine della crisi e l'inizio di iTunes

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Qui lo si diceva da tempo ma ora è diventato ufficiale

[...]A fronte di questo, le cifre presentate oggi dalla Fondazione Ente dello Spettacolo parlano di 141 film prodotti nel 2010 (una delle punte massime degli ultimi 30 anni, paragonabile solo a quanto fatto nel 2008 e nel 1980) di cui solo 27 coprodotti. Parlano di un record di investimenti privati, arrivati a coprire il 65,3% del totale e di un product placement presente nel 48% dei film italiani. Cifre positive oltre ogni dire e cifre molto attese dopo i successi di botteghino dei film italiani di quest'anno.

Successi nei quali lo Stato centra poco e nulla, questo è il primo dato ad emergere. Il FUS, arrivato al minimo storico dopo 4 anni di tagli, ha inciso pochissimo nei 312 milioni di euro investiti (solo per 35 milioni). Questo fa sì che la quota di capitali privati nazionali per la prima volta abbia toccato l’81% del totale, rispetto al 19% provenienti dall’estero per le coproduzioni.
[...]
Ed è infine proprio Riccardo Tozzi a tirare le fila di tutto annunciando che dopo 10 anni di lavoro il cinema italiano ufficialmente non è più in crisi “e non voglio più sentirlo dire! A fine anni ‘90 avevamo una quota di mercato del 12%, ma abbiamo lavorato in tutti i settori da quello politico a quello qualitativo e ad oggi la quota è quasi al 50%. Non rimarrà tale a lungo perchè in questo paese d’estate non si va al cinema, ma contiamo per la fine dell’anno di rimanere sul 40%, a livello di paesi come la Francia e molto avanti rispetto a Spagna o Inghilterra la cui quota di mercato interno è intorno al 10%”.

Quindi ora che si fa? Ora che il cinema è in salute ed incassa quali sono le idee per il futuro? “Aumentare la torta” risponde sempre Tozzi. Se infatti avere una quota maggiore del 50% è quasi impossibile, bisogna mirare ad aumentare il numero complessivo di spettatori in modo da aumentare gli incassi. Ciò si può fare dando una mano al cinema americano, che in quest’ultima annata ha visto una forte flessione, un riflesso del più generale calo di affluenza in sala che stiamo vivendo.
[...]
In realtà mancherebbe ancora un ultimo punto e lo facciamo notare noi: internet. Se bisogna ampliare la torta evidentemente si deve passare anche per una distribuzione diversa, un’offerta legale a pagamento online. E qui arriva la notizia inaspettata.

A darla è Paolo Del Brocco AD di Rai Cinema: “Certo! Vendere e noleggiare film online è molto importante e noi come Rai Cinema abbiamo appena chiuso un accordo con iTunes, saremo i primi italiani a vendere e noleggiare film sullo store di Apple”.

L’accordo è di tre giorni fa, dunque i film cominceranno ad essere disponibili solo tra un po’, ma secondo Del Brocco nella prima tranche di opere messe online saranno presenti sia pellicole del presente che del passato, appartenenti all’immenso archivio Rai. Prezzi e finestre invece non sono ancora chiari, visto che per molte opere la Rai è coproduttrice, dunque deve trattare con gli altri soggetti produttori, ma sostanzialmente si tratta, dice Del Brocco, di cifre differenziate a seconda del film e in linea con il mercato. Le uscite invece dovrebbero essere contemporanee all’Home Video.

Ciliegina sulla torta Rai Cinema ha anche stanziato un fondo per produrre 12 film pensati unicamente per una commercializzazione online.

How I Met An Alien

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Mentre al cinema l'Italia gioca in casa, nel senso di "dentro le case", con storie intimiste, centrate su caratteri particolari, spesso ancorate a realtà regionali o comunali (sia che si tratti di commedie che di drammi), in rete le prime web serie ruotano tutte intorno alla fantascienza.
Un anno fa o più si parlava dei primi esperimenti più simili alla tv che alla rete: Sithome, Pong!, Gamers e molte delle serie di Flop TV erano rimediazioni del format tutto televisivo (e infatti poco efficace in rete) di Camera Cafè. Produzioni di derivazione televisiva ad opera, spesso, di professionisti del mondo televisivo. Da quando invece gli utenti hanno cominciato a realizzare prodotti seriali per la rete il tema delle trame si è spostato sulla fantascienza come con Freaks! o L'altra - Martina Dego. Unica notabile eccezione è Travel Companions (che intanto continua ad accumulare ulteriori trofei e il cui format è stato replicato anche da Maccio Capatonda).

A dimostrazione della tendenza arrivano però anche i prodotti meno riusciti. Si tratta in particolare di How I Met An Alien, web serie sconclusionata già a partire dal titolo (che cita una serie tv con la quale non ha nulla a che vedere) e dall'andamento incerto tra il comico (ma con poche gag), il fantascientifico e il citazionista.

Paul (id., 2011)
di Gregg Mottola

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Simon Pegg e Nick Frost sono il volto più interessante della comicità contemporanea assieme a Zack Galifianakis (anch'egli nelle sale italiane in questo periodo). Ma se loro sono il volto un altro 50% del merito dei loro exploit migliori (L'alba dei morti dementi, Hot Fuzz) va a chi muoveva i fili dietro le quinte, Edgar Wright. Paul mostra proprio questo: come la forza di Frost & Pegg non sia più così dirompente nel momento in cui sono lasciati eccessivamente liberi.

Dal punto di vista del soggetto Paul non è troppo lontano dai due film britannici che li hanno resi noti, si tratta di un modo particolare di parodiare (ma con serietà) un genere ben specifico, il film di fantascienza spielberghiano. A differenza del passato però stavolta al timone non c'è Wright bensì Greg Mottola, regista interessantissimo che si era fatto notare con SuperBad ma soprattutto con il bellissimo Adventureland.
Il risultato però è deludente considerati i presupposti. Perchè Paul è una commediola rassicurante e carina che liscia il pelo al popolo nerd, fa un'immane pubblicità al ComiCon, afferma che tutti i desideri si possono avverare e rigira ogni elemento della trama verso il bene e il lieto fine. Bigotti che si convertono in un attimo, agenti brutali che diventano agnellini.

Certo si ride in Paul, l'idea di un alieno (doppiato da Seth Rogen in originale e da Elio in italiano con i consueti risultati stranianti), che da anni vive sulla Terra, anche lui un po' nerd e che ha contribuito a molta fantascienza dando consigli a grandi autori (cammeo vocale per Spielberg) funziona, ma non si va più in là di quella "carineria" che non sembrava parte del repertorio Frost & Pegg. Soprattutto si avverte un eccesso di citazionismo alla buona, dalle musiche nel bar (che sono quelle del bar di Guerre Stellari), al luogo da cui Paul dà indicazioni a Spielberg, fino alla montagna finale, tutto mette in mostra dettagli di altri film senza mai trovarne lo spirito.
Se dunque i due attori devono giocare su meccanismi diversi dal solito, perchè la partita non è più a due ma a tre grazie all'aggiunta dell'alieno, Frost rinuncia al personaggio dello stupido comico che faceva benissimo (gli idioti in questo caso sono entrambi) e dall'altra parte della macchina da presa Mottola imprime una virata fortissima verso il sentimentalismo maschile.
Nè gli attori/sceneggiatori nè il regista però riescono a raggiungere in pieno i rispettivi obiettivi.

24.5.11

Et In Terra Pax (2011)
di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

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Botrugno e Coluccini sono esordienti. Hanno fatto qualche corto (di cui tre abbastanza noti) e scritto di cinema, prima di arrivare con Et in terra pax alle Giornate degli Autori a Venezia, raccogliendo consensi e una distribuzione (L'Istituto Luce) dopo aver realizzato il film con la produzione di Gianluca Arcopinto e l'autarchica Kimera Film, senza chiedere soldi a nessun altro. Questo per dire che ci sono talenti che escono dal centro sperimentale che fanno percorsi diversi e fanno cinema non assistito, senza pensare necessariamente ad un distribuzione ma sapendo che il cinema, se lo vuoi fare, lo devi fare e basta.

Ecco, il preambolo inusuale è per dire che c'è dello stimabile in Et in terra pax, che è un film ben girato, ben pensato e ben realizzato ma sostanzialmente non mi trova daccordo mai, in nessun momento.
Il punto è che esiste una vallata dell'incredulità anche per il cinema della borgata. Come per il cinema in computer grafica anche per quello che racconta la disperazione suburbana a mano a mano che ci si avvicina a ritrarre con autenticità quei luoghi si rischia di creare un effetto dissonante dato da personaggi che non somigliano alle vere persone. Ed è ciò che accade ad Et in terra pax.
Tutto è girato al Corviale, terribile periferia romana, un luogo perfetto in cui sono inseriti volti e parlate semplicemente non da borgata. Non c'è altro modo per dirlo: quelle facce, quelle frasi e quegli accenti non vanno daccordo con quei luoghi, quei tagli di capelli e quei vestiti. Non siamo certo dalle parti della folle implausibilità teatral/doppiatoria di Il sesso aggiunto ma come recita la legge della vallata dell'incredulità, è proprio avvicinandoti molto senza raggiungere il tuo modello che le differenze si fanno marcate, perchè a quel punto si notano più delle somiglianze.

Dissonanza a parte Et in terra pax ha anche un modo di guardare alle storie e i personaggi che racconta (parzialmente tratti dalla cronaca) che non mi piace nè mi trova daccordo. Con un sottofondo musicale di musica sacra molto spinto il film palesemente vuole mettersi sul medesimo piano pasoliniano (che però usava volti veri) e contemporaneamente ergersi al di sopra delle storie narrate per guardare il tutto con una pietas (ma perchè pietas si deve sempre scrivere in corsivo?) che sa di giudizio.
Botrugno e Coluccini dividono i loro personaggi in buoni e cattivi, danno colpe (in primis alla società, come si conviene) e scelgono chi assolvere e chi condannare (nello specifico è assolto dai registi chi è condannato dalla vita). Tutto il contrario della scelta di Matteo Garrone per Gomorra, che anzi sembra non esistere o non avere opinione alcuna.
Et in terra pax quindi alla fine è un racconto di borgata da parte di chi non vive quel contesto (e in questo nulla di nuovo) che applica uno sguardo dall'alto verso il basso, sebbene con la bonarietà del buon padre. I due registi in sostanza non riescono ad evitare la trappola dell'eccessiva poetizzazione di un contesto molto poco poetico, condendo il film di discorsi sui massimi sistemi, valutazioni ed elaborazioni intellettuali da parte degli stessi protagonisti fino a sconfinare in una messa in scena "idealistica", tipica di chi appartiene ad un altro mondo.

23.5.11

Zack & Miri, amore a primo.... sesso (Zack & Miri Make a Porno, 2008)
di Kevin Smith

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3 anni ci ha messo Zack & Miri ad arrivare in Italia. L'ormai non più ultimo film di Kevin Smith (intanto ha girato e fatto uscire Poliziotti Fuori e Red State, quest'ultimo ancora inedito in Italia) è il secondo al di fuori dell'Askewniverse, il mondo creato da Smith in cui convivono tutti i personaggi dei suoi diversi film. Nonostante questo però Zack & Miri è forse uno dei più pienamente smithiani da qualche tempo a questa parte.

E' stato probabilmente un boxoffice domestico non esaltante a frenarne la corsa verso l'Italia, tuttavia un titolo simile potrebbe avere più fortuna nelle nostre sale che in quelle statunitensi. La storia di come due coinquilini, che mai prima di quel momento avevano pensato di avere rapporti tra di loro, decidano di girare un film porno per uscire dallo stato di indigenza che causa l'assenza di acqua corrente e riscaldamento (d'inverno) nella loro casa, è un modo per parlare di due temi più cari all'Europa che agli Stati Uniti.

Kevin Smith, che ora è passato alla totale autarchia produttiva e distributiva, in Zack & Miri sembra preconizzare questo stato. Le varie fasi attraverso le quali i due passano per la produzione e la distribuzione del loro film ricalcano quelle delle combattive produzioni indipendenti (mondo che l'autore di Clerks conosce bene), aggiornate al tempo di internet e filtrate dalla metafora del porno.
Zack & Miri in più di un momento afferma che per fare un film basta farlo e similmente a Be Kind Rewind (uscito solo pochi mesi prima) mostra come le produzioni avventurose, dalla dubbia qualità e professionalità possano essere le migliori. Il cinema non è solo il suo esito (un buon film) ma soprattutto il suo processo, la gioia del farlo.

Dall'altro lato poi c'è il tema della forte indigenza dei protagonisti. Raramente in una commedia americana vediamo una situazione tanto disperata. Zack e Miri non hanno più parenti prossimi (uno dei motivi per i quali pensano di potersi permettere di girare un porno), non hanno lavori stabili e remunerativi, vivono una situazione di autentica povertà postmoderna e sembrano non vedere un'uscita alla fine del tunnel. Non c'è mai critica sociale o un discorso su crisi economiche e via dicendo, solo uno sfondo, un paesaggio nel quale agire personaggi in cerca di sopravvivenza che non fanno un dramma della propria condizione.
Guardando il film a 3 anni di distanza, con la coscienza di cosa è successo dopo al mondo e a Kevin Smith, Zack & Miri sembra davvero aver catturato lo spirito del momento in cui è uscito.

20.5.11

Il Dilemma (The Dilemma, 2011)
di Ron Howard

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Tutto il cinema di Ron Howard si basa sui dilemmi. E' uno di quegli elementi che contribuiscono ad alimentare la sua fama di "regista classico" e contemporaneamente uno dei molti espedienti con i quali il regista di alcuni tra i film più sopravvalutati degli ultimi anni maschera la pochezza delle proprie idee.
Nell'episodio dei Simpson "When You Dish Upon A Star" Ron Howard propone ad alcuni executive di una casa di produzione idee assurde per un film, ogni volta cambia eventi e personaggi ma lascia immutato il concetto che il protagonista sia dilaniato da un dilemma che lui reputa commovente ma in realtà è stupidissimo. All'ultima malsana idea (suggeritagli da Homer) gli executive ovviamente gli daranno il via libera consegnandogli un sacco pieno di soldi (e parte la musica di Happy Days).

Probabilmente è andato così il pitch di Il Dilemma, il ritorno alla commedia dopo più di dieci anni per un regista che, rispetto a prima, è ora considerato uno degli autori di Hollywood (e ha anche diversi Oscar a supportare la tesi). Tutto si basa sull'idea che il protagonista debba decidere se raccontare o meno al suo migliore amico di aver visto la di lui moglie baciarsi con un orrido tatuato. La cosa getterebbe l'amico nello sconforto proprio quando i due stanno lavorando ad un importantissimo progetto che potrebbe cambiare (economicamente) le loro vite. La reticenza a svelare il segreto causerà la girandola di gag che caratterizzano il film come commedia e soprattutto svelerà un universo di menzogne che si reggeva in perfetto equilibrio.
Nulla di nuovo.

Il segreto del film sta tutto nella scelta di due collaboratori che da tempo hanno intrapreso un percorso di analisi della crisi di coppia.
Da una parte c'è Vince Vaughn, che negli ultimi anni con Ti odio, ti lascio, ti..., L'isola delle coppie e Tutti insieme inevitabilmente ha indagato a modo suo i rapporti uomo-donna contemporanei, il quale è protagonista assoluto di un film che viene venduto come una bromance. Il suo ruolo sovrasta sia quello di Kevin James che quello di Jennifer Connelly (nel film la sua fidanzata) rendendo Il Dilemma di certo non una bromance ma nemmeno una commedia sentimentale, solo un assolo in cui Vaughn dimostra davvero molto impegno e dedizione. Purtroppo malriposti.
Dall'altra c'è Allan Loeb, sceneggiatore di Due cuori e una provetta e Mia moglie per finta, responsabile di una sceneggiatura che, pur negando i ruoli classici dei comprimari accanto al protagonista, riesce a cesellare dei piccoli ruoli azzeccati e divertenti, tra i quali spicca l'amante tatuatissimo e sentimentalmente instabile di Channing Tatum.

Il problema di Il Dilemma però è come Ron Howard metta insieme tutto questo in un film che pretende di volare più alto della media delle commedie, mentre non riesce nemmeno ad arrivare alla sufficienza. La sua pretesa continua di mettere in mostra se stesso attraverso una regia dalla mano pesante (punti di vista inusuali, stacchi fulminei ed inutili su ricordi e racconti immaginari desaturati, grandi scene di massa...) si scontra con l'esigenza che lo script avrebbe di una regia invisibile e funzionale alla storia.
Così alla fine Il dilemma non è niente se non una collezione di gag di cui solo alcune davvero convincenti. I personaggi secondari non hanno spessore o interesse e il dilemma del titolo (quello che dovrebbe smascherare una realtà ipocrita) è più ridicolo e bambinesco che intrigante. Materiale che poteva essere buono per un film spensierato e divertente ma pessimo per le aspirazioni di Ron Howard.

19.5.11

Mr. Beaver (The Beaver, 2011)
di Jodie Foster

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Arriva fuori concorso a Cannes (e subito nelle nostre sale) il terzo film da regista di Jodie Foster, ancora una volta centrato su una famiglia e nuovamente alle prese con la malattia mentale di uno dei membri.
Il castoro del titolo (che in italiano diventa "mr.") è il pupazzo che il protagonista adopera per superare il suo problema di depressione. Parlando attraverso il pupazzo inscena una nuova personalità o meglio quella parte di sè che lotta contro l'immobilismo e l'ignavia che da qualche anno stanno rovinando la sua vita professionale e familiare.
Da quando Mr. Beaver prende controllo della vita di Walter tutto sembra migliorare di colpo: il lavoro, i rapporti con i figli e quello con la moglie. Ma è pur sempre una personalità parallela...

Mel Gibson è senza ombra di dubbio il più maltrattato ed emarginato tra gli straordinari talenti del cinema americano. Se poi si meriti o meno quest'emarginazione, a causa delle sue intemperanze alcoliche antisemite, non è discorso da farsi in questa sede, tuttavia ogni film che riporta sullo schermo la sua maschera drammatica (molto migliore di quella già forte nelle commedie e nell'action) è un piccolo evento.
Era riuscito a dare una forza vibrante all'ultimo fiacco film di Martin Campbell e ora è il fulcro di un film poco convincente dal punto di vista sentimentale ma estremamente curato.

Ed è questa la vera forza cinematografica di Jodie Foster, avere un occhio registico coraggioso e audace. Purtroppo fa spesso il passo più lungo della gamba (insulsa la storia parallela del figlio adolescente, un po' sbrigativa la risoluzione finale) ma la convinzione con cui porta avanti la storia grottesca di un uomo che parla attraverso un pupazzo e si fa così rispettare, ha del meritevole.
E' precisa e rigorosa, il castoro ansima e rimane assieme a Walter anche quando fa sesso con la moglie o quando le scene si fanno serie e pesanti, generando una dimensione tra il grottesco e il pietoso (in senso positivo) che è merce rara.
In originale quest'idea è rafforzata e resa ancor più comica dalla parlata cockney dialettale del castoro che invece nel doppiaggio italiano diventa semplicemente profonda e autorevole, quasi a suggerire gli sviluppi finali del film.

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Si parte con un resoconto della serata Machete e con il resoconto degli incassi dello suddetto film. Dopodichè si passa ai film della settimana cominciando dal ridicolissimo Beastly e il poco riuscito RED. Leggermente meglio va per l'horror spagnolo Con gli occhi dell'assassino ma poi le uscite si confermano mosce con l'inutile Uomini senza legge.


LA PUNTATA DEL 13/05/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

18.5.11

Il ragazzo con la bicicletta (Le Gamin Au Velo, 2011)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne

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Chi ha scritto che questo film è una fiaba non ha visto gli altri film dei due fratelli belga. Chi ha scritto che il personaggio di Cecile De France (la donna che si occupa del bambino protagonista) è una fata madrina che lo accompagna non ha capito niente del cinema. Capita anche questo.
Il ragazzo con la bicicletta è un film dei Dardenne al 100% (nonostante un po' di musica classica a fare da score, un finale meno tragico del solito e una fotografia leggermente più patinata), in cui si esprime di nuovo e alla grande la loro poetica di piccoli individui (solitamente bambini o con problemi legati ai bambini) schiacciati da una società che sembra indifferente, non li aiuta e spesso si mette di traverso. E si ritrova di nuovo quello stile asciutto e dalla mano forte, che ha influenzato gli ultimi 10 anni di cinema europeo e che rappresenta sicuramente la forma più pura di linguaggio filmico possibile oggi. Cinema che va dritto al punto della questione usando un racconto ma non dandogli mai importanza. Un'idea di cinema che crea una visione di mondo talmente forte che si potrebbero levare delle scene (anche cruciali) o aggiungerne altre e il risultato sarebbe il medesimo.

Stavolta però, contrariamente a quanto capitato nei primi 4 film del duo, la storia si dipana in maniera più omogenea, senza quelle impennate d'azione e sentimento in precedenza relegate agli ultimi minuti. La storia di questo bambino che non si arrende al fatto che il padre non voglia più vederlo è narrata lungo tutti gli 89 minuti con la medesima intensità e il medesimo furore. Furore del bambino stesso che, rispetto ai protagonisti dei passati film dei fratelli, mostra una grinta e una tempra fuori dal comune.

Non siamo di fronte ai soliti uomini e donne agiti dal destino, incapaci più di tanto di prendere le redini della propria vita, avendo un obiettivo forte da perseguire, ma più vicini alla Lorna del loro penultimo film.
Cambiando gli addendi non cambia però il risultato. Se in passato l'essere sballottati da una vita che sembra riservare solo amarezze o costringere a decisioni terribili, era un modo per lasciar uscire la profonda umanità dai volti inespressivi dei personaggi, stavolta il suo opposto, cioè la furia del bambino protagonista, la sua corsa costante in tutte le direzioni, sempre in fuga da qualcosa è lo stesso un modo per raccontare un sentimentalismo esasperato.
In più la risoluzione finale, clamorosa considerando la filmografia Dardenne, ha una forza e quasi un valore, simili a quella del finale di Ordet.

17.5.11

I Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Carribean: On Stranger Tides, 2011)
di Rob Marshall

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Qui si è sempre stimato parecchio Gore Verbinski. Anche quando dirigeva il secondo e terzo film di una saga che era partita alla grande ma stava finendo schiacciata sotto il peso di interessi milionari e obblighi su obblighi, imposti da produzioni avide di successi originali. Ma se per l'appunto gli ultimi due film dei pirati dei caraibi erano pessimi nonostante un buon regista, si può solo immaginare cosa possa essere questo quarto che, per di più, è in mano al regista di Nine e Memorie di una geisha.

Tutte le vostre fantasie più sfrenate riguardo pessimi film e agonie in sala sono realtà. Pirati dei Caraibi 4 appartiene alla categoria "film d'azione noiosi", quelli in cui ci si addormenta nelle scene di battaglia e si auspica una rapida fine a dispetto degli oltre 120 minuti di durata.
Il punto è che Rob Marshall fallisce là dove Verbinski bene o male salvava la baracca, cioè nel proporre un'idea di film d'avventura seria e credibile a dispetto di trame che da ironiche si son fatte via via sempre più stupide. Controfigure in evidenza, momenti di vero imbarazzo quando a muoversi sono i veri attori, greenscreen palesi e mille artifici messi in scena invece che nascosti, distruggono ogni possibile impressione di esotismo. E sono solo alcuni dei fastidi primari. Come si può immaginare un film sui pirati in cui tutto appare fasullo e posticcio, in cui il protagonista è goffo quando tira con la spada e nello stacco di montaggio seguente è bravissimo ma palesemente ripreso di spalle da lontano?

Come se non bastasse anche Jack Sparrow, uno dei pochi miti originali di questi anni di cinema, riceve il colpo finale. Da freak vincente e fuori dai canoni lentamente sta rientrando nei ranghi e in questo quarto film dimostra di avere un cuore e delle pulsioni sentimentali (verso Penelope Crua, l'alternativa latina dopo quella cinese dello scorso film), dimenticando totalmente quel curioso senso di impotenza sessuale (e correlata ambiguità) che gli dava ancor più fascino e mistero. Ora è tutto esplicito e dichiarato.

16.5.11

The tree of life (id., 2011)
di Terrence Malick

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Sia per la Bibbia che per il Corano Giobbe è l'uomo giusto messo alla prova da Dio per dimostrare come non si debba giudicare l'operato divino in base ai parametri umani. Tree of life comincia con una citazione su Giobbe.
La storia è presto detta, sebbene non semplice da ricostruire lungo la frastagliata ed episodica narrazione malickiana. Un architetto insoddisfatto (Sean Penn), nel recarsi al capezzale della madre morente (Jessica Chastain che ricorda molto la Sissy Spacek di La rabbia giovane) compie un viaggio metafisico oltre la morte e indietro nella memoria a quando era ragazzo. Intorno all'età di 14 anni infatti due lutti colpiscono la sua famiglia e prende coscienza del rapporto conflittuale con il padre.

L'obiettivo di Malick era narrare la vita nel senso più lato possibile. La vita dell'uomo, degli animali, delle piante e del pianeta, soggetta alle leggi naturali e della grazia, il contrasto tra esigenze terrene e necessarie aspirazioni trascendentali. La grazia e la natura negli uomini come nei dinosauri.
Tra ampie digressioni sull'origine dell'universo e della Terra, scene da microscopio e da telescopio, dinosauri e feti, The tree of life fa un racconto per quadri, esasperando lo stile già di suo frammentato di Terrence Malick. Il regista racconta una vita intera mostrandone solo un dato momento e senza l'aiuto di una trama propriamente detta, come se si chiedesse quali siano le immagini, le visioni e i colori in grado di raccontare una vita, non tanto nei suoi eventi ma nel suo più profondo sentire. Raccontare sentimenti senza legarli ad eventi.

Ecco The tree of life riesce nella titanica impresa di mettere davanti agli spettatori il più clamoroso dei contrasti, quello tra sofferenze e gioie terrene rispetto all'immensità dell'assoluto. Ponendo l'origine di tutto e la sua fine come confini facilmente oltrepassabili.
Come esempio della portata basti dire che lungo il corso del film gli uomini si chiedono il perchè delle sofferenze che Dio impone loro, i figli si chiedono il perchè di un'educazione repressiva da parte del padre. Il macro e il micro, continuamente messi a confronto, siano cellule e pianeti che uomini e dei.

Come sempre Malick raggiunge i suoi obiettivi passando per tutto ciò che non è umano. I rumori ambientali sono presenti con una forza pari solo a quanto la fotografia di Lubezki insiste sulla luce solare (il film si apre e si chiude su dei girasoli e in mezzo i raggi controluce sono una costante) e sulla "sostanza" materiale e tattile degli elementi naturali. Animali, piante, vento, terra e acqua hanno lo stesso peso e la stessa importanza delle figure umane nelle inquadrature di Malick, per questo non c'è momento in The tree of life in cui anche la più nota delle inquadrature non stupisca e affascini.
Moltissimo viene da 2001: Odissea nello spazio (immagini di pianeti che eclissano il sole, un meteorite come il monolito, la musica classica...), anche grazie al comune utilizzo di Douglas Trumbull, eppure lo stesso il film vive di alcuni momenti spiazzanti e di una bellezza devastante come un feto nascosto dietro la membrana ovulare che ricorda un volto dietro una tenda, una mano dentro la palla di un pesce rosso bagnata dal sole che entra dalla finestra.
Tree of life è un film altissimo che lavora dentro lo spettatore. Malick c'è riuscito ancora.

12.5.11

YouTupolis

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Il futuro di YouTube sarà come lo dipinge YouTupolis? In contemporanea a nuovi annunci e una serie di eventi senza precedenti (il trittico William&Kate/Woytila/BinLaden) è uscita una nuova webserie che tra scenografie espressioniste (rigorosamente digitali), un occhio a Metropolis, molto 1984 e voce fuoricampo da noir racconta di un ipotetico futuro in cui YouTube ha preso il controllo del pianeta. Il grande aggregatore sarebbe riuscito a diventare la multinazionale che controlla le vite di tutti offrendo un nuovo servizio: tutti quelli che che cominciano a trasmettere in streaming la loro vita 24 ore su 24 ore verranno pagati. Il pagamento varia in base al numero di view e, come si racconta nel primo episodio, l'iniziativa ha riscosso un immediato successo tra i disoccupati (vista la generosa offerta monetaria del portale) e a mano a mano ha conquistato tutti.
Anche la protagonista, la cui voce fuori campo racconta cosa sia accaduto, ha fatto parte del programma e dopo le dirette streaming è arrivata la possibilità di navigare la rete e fare tutto quel che si vuole tramite YouTube (come oggi piano piano sta accadendo con Facebook) e da lì Google ha cominciato a controllare di fatto il mondo reale.

"Hanno tutto, oggi tutto è di YouTube" si sente mentre si vede un rossetto con scritto sopra "Property of YouTube" e di sfondo un palazzo in cui un megaschermo manda immagini dai classici viral (c'è Star Wars Kid).
La serie è arrivata al secondo episodio soltanto ma già sembra promettente, specie per come non volendolo (è sicuramente stata scritta e girata qualche mese fa) riesce ad intercettare gli eventi più recenti e gli ultimi annunci del gigante del video.
Da poco infatti YouTube ha incrementato le sue possibilità di streaming allargando il bacino di utenti che possono usufruire di YouTube Live. E a beneficiarne sono stati subito i tre eventi sopraelencati, che per un raro caso si sono verificati ad un breve lasso di tempo l'uno dall'altro, mettendo alla prova server e bande della rete con dirette estenuanti.

11.5.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata all'insegna del Gruppo Machete, il gruppo radunato intorno a questa trasmissione per andare a vedere Machete al cinema, arrivato a 108 aderenti. A qualche ora dalla proiezione non si poteva parlar d'altro.
Tra un guizzo e l'altro si parla delle altre uscite della settimana, o almeno quelle poche che ho visto. Il bel Fast Five e Tatanka, sorprendente e deludente al tempo stesso.
In coda anticipazioni su uscite della settimana prossima come RED e Beastly e la pietosa ricerca della strada per arrivare al cinema.


LA PUNTATA DEL 6/05/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.