30.6.11

Faccialibro

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La breve storia delle produzioni per la rete italiana già può vantare due webserie che hanno al centro (e nel titolo) Facebook, i suoi iscritti e gli stereotipi umani che gli girano attorno. La prima era Fessbuc, nata e morta circa due anni fa, la seconda è arrivata in rete da poco ed è al terzo episodio (traguardo che aveva segnato la fine dell'altra) e si chiama Faccialibro.
Fessbuc e Faccialibro vengono da team creativi diversi, la prima faceva capo al televisivo Davide Crestani, questa seconda invece è scritta dal duo composto da Carlo Bassetti e Fabrizio Luisi, già responsabili di Gamers e autori di alcuni episodi delle serie televisive Camera Cafè e Piloti. In comune invece c'è uno spirito molto televisivo, molto retroguardista e poco tarato sul pubblico della rete.

Orchestrato intorno a 9 personaggi che rappresentano 9 maniere di vivere lo spazio dentro e fuori il social network (il designer sociopatico ma attivo online, l'arrivista che vede lo strumento come un modo per migliorare l'immagine di sé, la bella e stupida...) ma che soprattutto sono 9 macchiette senza identità e senza possibilità di compartecipazione, Faccialibro sembra in tutto e per tutto una serie televisiva comica, non a caso in stile Camera Cafè. Addirittura la webserie propone anche le risate finte di sottofondo (mai sentite in rete e sempre meno usate in televisione) e una serie di emoticons in sovrimpressione a sottolineare il tono delle azioni dei personaggi, segno chiaro ed evidente di quale sia il pubblico cui si rivolge e la maniera in cui intende approcciare il medium.

Super 8 (id., 2011)
di J.J. Abrams

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"Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 13 anni. Gesù! Ma chi li ha?", nel 1986 Stand by me si avviava a chiudere una stagione del cinema americano che aveva messo al centro della narrazione i preadolescenti di provincia, principale fautore e interprete di quella stagione era stato quasi 10 anni prima Steven Spielberg. A lui, a quel periodo e alla sua Amblin guarda Super 8.

Lo sforzo di J. J. Abrams di ritrovare quelle atmosfere e il segreto di quel tipo di cinema passa principalmente attraverso un casting perfetto e una scrittura minuziosa dei caratteri dei 6 protagonisti che ha la meglio anche sulla sceneggiatura dei momenti più cruciali (su tutti ancora una volta spicca Elle Fanning, sorella di Dakota, ma davvero che danno da mangiare in quella famiglia??) e costituisce il nodo cruciale di un film che in certi momenti riesce a ricordare il miglior cinema Amblin, non solo per il senso del racconto ma anche per la messa in scena (le scene di interni casalinghi sono di una mimesi impressionante).
Il risultato è un film inevitabilmente nostalgico (basti pensare anche solo all'uso insistito di canzoni d'epoca), finalmente sentimentale senza essere retorico e tenerissimo, anche se tutto è inevitabilmente influenzato dal ricordo e dalla madeleine Amblin.

Accanto alle biciclette, ai dolly, ai movimenti di macchina rivelatori e ai problemi con i padri c'è però anche tutta una parte puramente abramsiana (che va anche oltre l'onnipresente controluce lenticolare) e più il film avanza più questa prende la meglio.
Nel passaggio dalla presentazione di una situazione all'attuarsi del processo di svelamento della creatura aliena fuggita dall'incidente ferroviario (che ricorda per messa in scena quello di Lost), si misura tutta la personalità di Abrams. Filmati di repertorio che sembrano quelli Dharma e quel modo lento di creare aspettativa illudendo di svelare qualcosa, sono infatti la firma dell'autore da tempo.

Ma alla fine sono l'alieno e il modo in cui si guarda al cielo a segnare la vera differenza tra Abrams e Spielberg, tra ieri e oggi. Quello che volontariamente manca in Super 8 è infatti il senso di fascinazione e aspettativa positiva sulle forme di vita aliene (e per esteso quella voglia di credere), sostituita dall'uso dell'altro come specchio di problemi molto terrestri. 
In questo Abrams è contemporaneo e parlando di creature venute dallo spazio non guarda il cielo ma la Terra come accade in District 9, Monsters o (chiaramente) Cloverfield. Nonostante alla fine il suo alieno in un faccia a faccia con il protagonista abbia un colpo di coda spielberghiano al 100%, egli è palesemente il veicolo per un discorso sull'uomo più che il simbolo di un'aspirazione più grande.

27.6.11

Transformers 3 (Transformers: Dark Of The Moon, 2011)
di Michael Bay

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Tutti quanti abbiamo voglia di lasciarci alle spalle Transformers 2, compresi produttori e autori. Il secondo capitolo della trilogia, figlio di mille problemi nonchè dello sciopero degli sceneggiatori, è stato senz'altro uno dei punti più bassi della carriera di Micheal Bay (per quanto uno dei più alti per il suo conto in banca), ora il terzo aveva il difficile compito di tornare ai fasti dell'esordio e contemporaneamente di infondere nuova fiducia negli spettatori nei confronti del 3D. E, per quanto si è visto nell'anteprima stampa del film, i presupposti per farcela ci sono tutti.

Se il film originale rimane un mix ancora ineguagliato di intrattenimento, coinvolgimento, azione e idee visive, girato con una grande consapevolezza di se stessi e del proprio ruolo nel mondo del cinema (leggi: senza manie di grandezza), questo terzo recupera un po' di quello spirito e soprattutto rimette gli umani al centro del grande scontro tra robottoni.
Fortunatamente nella grande girandola finale che porta allo scontro titanico ad altissimo tasso di demolizione, sono di nuovo le piccole figure a contare, anche più che in passato, spostando l'asse dell'interesse dalle macchine con sentimenti agli uomini con sentimenti e conseguentemente anche l'idea di avventura. Non più una battaglia vera e propria tra pari quanto un'impresa impossibile compiuta dagli uomini per la salvezza del proprio pianeta.
Se un (finalmente) ottimo 3D fa il suo lavoro nel rendere la prospettiva e la profonda distanza tra uomini e macchine giganti, lo stesso si può dire del film che mentre riprende battaglie titaniche è sempre preoccupato di raccontare una storia parallela di piccoli Davide che abbattono grandi Golia.

Chi si preoccupava dell'assenza di Megan Fox, saprà farsi una ragione facilmente del fatto che a pronunciare poche battute e ad essere continuamente sballottata e salvata è un'altra donna dalle gambe chilometriche, mentre la vera novità che non ci si aspettava è l'ingresso determinante (non solo come ruolo ma soprattutto come presenza) di Frances McDormand. Dal lato non-umani invece è impossibile non notare come per la prima volta nell'animare un personaggio (Sentinel Prime) si sia cercato di imitare le fattezze del suo doppiatore (Leonard Nimoy) com'è uso nell'animazione tradizionale.
Il resto è Transformers, cioè grandi pianisequenza d'azione, moltissimo ralenti e un gusto tutto geek nel riprendere i mutamenti di forma meccanici delle macchine. In eredità dal secondo film inoltre rimane quello straniante senso di libera-macellazione per il quale negli scontri tra robottoni vengono mostrate cose che mai si mostrerebbero tra umani perchè troppo disturbanti per un film indirizzato a tutti i tipi di pubblico. I Transformers come niente si strappano via arti, si fanno esplodere le teste, si staccano le mascelle e via dicendo. I robot non sono uomini certo, ma ne hanno la forma e l'olio simula il sangue, alla fine quindi la similitudine con la figura umana è talmente sottile da lasciare comunque un po' interdetti, davanti a simili allegoriche efferatezze.

23.6.11

Hipstamatic videomusic

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Internet come strumento per la distribuzione di opere audiovisuali è ottimo, lo stesso però non si può dire quando lo si considera come strumento di creazione. Dei tanti esperimenti di creatività collaborativa in rete praticamente nessuno si è rivelato valevole, influente o anche solo di buon intrattenimento. Eppure il paradigma della creazione collettiva, della collaborazione da quattro soldi (io faccio una cosa, tu fanne un'altra ma separati e al servizio di qualcun altro) continua a dominare, e di anno in anno ritorna in forme diverse e con strumenti diversi, continuando a provare la sua inadeguatezza, non solo ad incontrare il gradimento del pubblico ma anche a dire qualcosa di significativo.

A tal proposito è interessante vedere come Terra Naomi, cantante/chitarrista divenuta famosa su YouTube con un video che (misteriosamente) nel 2006 le valse il premio per il miglior video musicale presente sulla piattaforma, per l'uscita del suo nuovo album abbia stretto una partnership con Hipstamatic (la società che produce l'omonima app per fotografie in stile analogico) per un "video collaborativo" (brivido lungo la schiena).
In sostanza l'idea è che a fianco di Terra che suona compaiono fotografie scelte tra quelle inviate dalla vasta community di fan (l'audace tema era "What do you love") previa scrematura fatta attraverso i voti della stessa community, com'è logico che sia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un video che non solo ha poco appeal ma non riesce nemmeno a farsi forza delle particolarità dello strumento scelto (le foto di Hipstamatic). La collaborazione di certo è servita a poco (a sua discolpa è stata anche applicata veramente male) ma non ha nemmeno fatto una promozione seria alla società che si è messa in prima persona nell'affare con un accordo partnership vero e proprio.

A fare da rovescio della medaglia c'è un altro caso che ha al centro Hipstamatic e videomusica. Curiosamente l'idea di fare un videoclip con foto di Hipstamatic era venuta solo poche settimane prima alla band italiana emergente e molto indipendente I Cani, che per l'uscita del suo primo singolo, Hipsteria, aveva utilizzato una serie di foto scattate ad hoc per costruire una storia muta.

22.6.11

I Knew Better - 13 Assassini

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Questa settimana esce quella bomba di 13 Assassini che vidi a Venezia e di cui ho già scritto qua.

21.6.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.

Si comincia con una breve nitro harrypotteresca per poi accennare ad alcuni film visti a Cannes a Roma e passare subito al film migliore della settimana, il bellissimo I guardiani del destino. Si accenna a 6 giorni sulla Terra senza purtroppo potersi soffermare troppo visto che non è stato possibile vederlo.
Dopo il consueto aggiornamento su Super 8 (uscito questa settimana in America) tocca a l'involontariamente esilarante L'ultimo dei Templari e Priest 3D, una coppia d'oro.
Ancora in caduta il nuovo film dei fratelli Farrelly, Libera Uscita, mentre è da vedere Il pezzo mancante, documentario sulla famiglia Agnelli e da evitare Venere Nera.






LA PUNTATA DEL 17/06/2011


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.






The Conspirator (id., 2011)
di Robert Redford

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Si potrebbe dire che un film con James McAvoy nelle sale basta e avanza ma questo non è il caso, perchè tra X-Men: L'inizio e The Consiprator è il secondo quello da andare a vedere.
Un film sull'assassinio Lincoln senza il presidente Lincoln, tutto centrato sui dialoghi e sul genere courtroom drama, per prolungare l'indagine che Robert Redford già aveva iniziato in Leoni per agnelli.  Come l'America sta reagendo a questa guerra, come gli eventi e gli atteggiamenti della politica stanno cambiando la mentalità della gente e cosa accade al fronte interno.

Se nel film precedente prendeva la situazione di petto, stavolta la prende di sguincio. Ambientando il suo film all'epoca della fine della guerra di secessione e centrandolo sulla furia delle alte sfere di trovare un colpevole per l'omicidio Lincoln (anche a scapito della realtà dei fatti, per calmare l'opinione pubblica e saziare la sete di sangue del popolo americano), il regista applica una metafora davvero flebile che da subito lascia intravedere l'attualità.

E' dunque un film di dialoghi e di attori The conspirator, in cui Redford cerca di ridurre al minimo la sua presenza a favore dello script di James D. Solomon e a favore della recitazione. E se i comprimari stentano un po' a decollare, sia per la performance fuori parte di Justin Long, sia per le infelici caratterizzazioni, la lenta battaglia del protagonista (l'avvocato che deve difendere la madre di uno degli attentatori che tutti vogliono impiccare senza interessarsi di scoprire se sia colpevole davvero) è organizzata secondo una rigorosa geografia dei volti, che lungo tutto il film mutano le loro espressioni dalle declinazioni della rabbia fino a quelle della pietà.
E' raro vedere un film che riesce così bene a far scorrere una sceneggiatura che potrebbe presentare mille insidie (proprio per la sua volontà di essere calco quasi perfetto del presente), senza rinunciare al linguaggio spettacolare del cinema americano (fatto di agnizioni, colpi di scena e clamorosi svelamenti). Sarà che McAvoy si trova meglio a recitare in costume....

Quindi se pensate che il film sia tutto come la foto qui sotto a sinistra vi sbagliate. E' come la foto a destra con qualche momento come la foto centrale.

20.6.11

Drive (id., 2011)
di Nicolas Winding Refn

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Dopo 15 anni di mancata distribuzione italiana (eccezion fatta per la trilogia di Pusher in DVD) sembra essere possibile la visione delle opere di Nicolas Winding Refn anche nelle nostre sale grazie alla vittoria del premio per la miglior regia a Cannes da parte di Drive (è questo che ha sbloccato anche la distribuzione di Bronson).
Drive è un film americano alla stessa maniera in cui Bronson era un film inglese, prende di petto il genere dell'heist movie e lo sottopone al raggelamento tipico di Refn, fatto di immagini fisse, nessuna macchina a mano (che invece era una costante nei suoi primi film), musiche elettroniche d'ambiente e attenzione maniacale ai corpi. Il regista danese gira inseguimenti e corse in auto con la medesima calma e sicurezza con la quale il suo protagonista si nasconde dalla polizia, applicando un rigore nel montaggio ed una scelta per ogni inquadratura che hanno del magistrale. Qui potete vedere 121 secondi prelevati dalla lunga sequenza iniziale che ne mostrano il rigore estremo.

Eppure le corse e le rapine sono la parte minore di Drive, che racconta di un uomo doppio, che di giorno fa la controfigura per le scene di auto nei film (body double) e di notte è un autista freelance per rapinatori (un po' come in The Drive di Walter Hill), il quale si innamora della donna sbagliata per la quale farà le cose sbagliate. Uno scemo (o ingenuo) virile come spesso capita nei film di Refn che utilizza come unico linguaggio la forza e la determinazione e che è preso in un vortice friedkiniano di violenza.
Il film certo non manca di efferatezza nè di soffermarsi sui risultati della violenza, per sottolineare la parte più materiale e fisica di qualsiasi cosa, dal sentimentalismo fino alla spietata (e folle) determinazione nel voler riportare i soldi al loro padrone. Se infatti Refn prosegue nella sua idea di racconto non manca di dimostrare padronanza delle regole del genere scelto, infatti solo un profondo conoscitore del noir contemporaneo avrebbe affidato alla faccia di Ron Perlman il ruolo del mafioso italiano.

Ma la parte migliore di film probabilmente sta in quel modo in cui, asciugando tutto il linguaggio della messa in scena (ma senza privarsi di ralenti ad effetto), Refn riesca a proiettare valori e idee tipiche del noir in uno scenario universale, con un pudore per i sentimenti ed una compassata rassegnazione che sembrano quelle di Aki Kaurismaki.
La sua capacità di generare immagini è superiore a qualsiasi regista di genere al momento in circolazione (si pensi a quando, dopo la sparatoria nel motel il protagonista compare sporco di sangue e poi riscompare nel buio) e il modo in cui guarda figure e personaggi archetipici malcela una mescolanza di aspirazione, stima e terrore che costituisce la cifra più interessante delle sue inquadrature.


19.6.11

Polisse (id., 2011)
di Maïwenn Le Besco

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Ricordiamoci di Polisse quando accusiamo di indulgenza, faciloneria e incompletezza il nostro cinema, quando parliamo di difetti che reputiamo nostra esclusiva. Ricordiamoci di Polisse perchè il filmetto ruffiano e senza virtù di Maiwenn Le Besco ha vinto il Premio della Giuria a Cannes (quello vinto da Il Divo, per dire).
Polisse racconta di un gruppo di poliziotti della sezione tutela dei minori di un commissariato parigino. Un gruppo di uomini e donne che soffrono e ridono come tutti anche se a contatto con i crimini più bassi e volgari. Violenze sessuali su minori da parte di parenti, amici e insegnanti, ma anche da parte di altri minori. Storie alle volte terribili, altre volte divertenti che tuttavia influenzano (lo vogliano mostrare o meno) le vite dei poliziotti anche quando questi tornano a casa.

La principale virtù di Polisse (nonchè l'unica) è quella di essere in grado di trattare in maniera leggera anche la materia più pesante. Che non è poco ma di certo non basta, specie se intorno ad una scrittura agile ed abile ci sono personaggi incompleti, rapporti di forza da fiction di Canale 5 e un'organizzazione generale del racconto che definire risibile è poco.
Per capirlo basta vedere la sequenza dell'agguato nel centro commerciale, nella quale nulla sembra nemmeno vagamente plausibile a fronte di uno stile fortemente improntato al realismo che caratterizza il resto della pellicola.

Maiwenn Le Besco, si intuisce, vorrebbe restituire la vera umanità e la vera quotidianità di un lavoro a tratti terribile e lo fa adottando uno stile asciutto e una fotografia molto realista, scansando quasi ogni riferimento di genere (nonostante di polizia e di casi si tratti) e forse proprio per questo andando incontro, inconsapevolmente, alla fiction italiana.
Polisse sembra fatto per conquistare, sembra fatto per accattivarsi la benevolenza e la compiacenza del pubblico con le sue impennate di giustizialismo, con il suo porsi sempre dalla parte di quello che dovrebbe essere obiettivamente corretto, ma in realtà è solo dalla parte del politicamente corretto. Perchè trascinare al commissariato una 14enne che ha relazioni sessuali con i suoi coetanei? Perchè umiliare un'altra minore che ha deciso di esporre foto di se stessa mentre si spoglia in una chat privata?
Polisse non si fa domande nè mostra fatti in maniera ambigua ma si pone sulla pedana di chi ha ragione mostrando i suoi personaggi come eroi di una battaglia che non è quella reale ma quella delle elite radical chic.

Cars 2 (id., 2011)
di John Lasseter e Brad Lewis

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Inizia come un film di spionaggio (nettamente il momento migliore), prosegue come un intrigo internazionale in ambienti sofisticati (le corse) e finisce come un episodio televisivo autoconclusivo di un cartone seriale. Il nuovo film Pixar appare come il meno coinvolgente tra quelli realizzati, un'opera in cui lo studio di Lasseter si riconosce solo per le sue caratteristiche meno clamorose, come l'abilità nel raccontare, il linguaggio asciutto e la maestria nel disegnare i caratteri.
Non solo nel film ma anche già nella sinossi di Cars 2 non c'è traccia di spunti sentimentali, di un'idea di cinema vasta e profonda come gli oceani di Alla ricerca di Nemo o di momenti che prestino il fianco ad un coinvolgimento dello spettatore. 
Realizzato con tutta l'abilità che abbiamo sempre riconsciuto alla Pixar Cars 2 è un film senza ambizioni artistiche che mira a perpetuare e migliorare il successo del capitolo precedente.

Già Cars era evidentemente il film meno interessante, toccante ed audace della compagnia ora questo secondo capitolo perpetua l'idea commerciale dell'opera che più di tutte è stata in grado di generare indotto attraverso il merchandising e lo sfruttamento dell'immagine dei suoi personaggi. Più spazio a Cricchetto meno a Saetta McQueen, più gag fisiche, meno creatività nel dar vita al mondo della macchine (non ritroviamo chicche imbattibili come i calabroni che sono dei piccoli Maggioloni Volkswagen), più azione, meno sentimento, meno originalità, più placement di automobili note (Peugeot e nuova 500 Fiat tra le più riconoscibili), più doppiatori noti (in Italia si nota troppo Alessandro Siani, per quanto in linea con il personaggio, e praticamente non si sentono gli internazionali Sofia Loren e Franco Nero) e una storia che somiglia ad un episodio televisivo di una qualsiasi serie animata più che ad un film.
Anche l'utilizzo conservativo e poco audace del 3D stereoscopico sembra in linea con quest'idea (Toy Story 3 e Up di certo facevano un lavoro più raffinato in materia), così come il cortometraggio che precede il film, con al centro la vacanza pseudo-hawaiana di Ken e Barbie, somiglia più ai corti inseriti nei DVD (divertenti ma mai esaltanti e appoggiati su personaggi e trame già noti) che a quelli solitamente mandati in sala (produzioni dalle ambizioni alla medesima altezza dei lunghi).

Considerare Cars 2 un pessimo film e l'inizio di una crisi di idee per la Pixar significherebbe però non tenere conto dell'evoluzione, delle dimensioni e dell'impresa incredibile condotta dalla società di Lasseter. La Pixar di oggi è una casa parte della Disney che da 16 anni sforna un film l'anno con una potenza ed un'intensità creativa che non hanno eguali (solo a livello tecnico la concorrenza tiene faticosamente il passo). Dunque che tra queste perle annuali ci siano ogni tanto degli esperimenti eminentemente commerciali non deve essere sintomo di nulla. L'anomalia è portare in sala capolavori per 16 anni senza sosta. Con Cars 2 la Pixar non ha fallito il bersaglio, ha mirato da un'altra parte.

18.6.11

The Artist (id., 2011)
di Michel Hazanavicius

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Qui si è nerd e integralisti del muto, sappiatelo, quindi quando arriva un film fatto alla maniera del cinema muto gli si fanno le pulci più che agli altri film. Perché siete voi che avete voluto ricalcare quello stile e noi quindi siamo qui a giudicare che lavoro avete fatto.
The Artist racconta del passaggio dal sonoro al muto, una "storia di Hollywood" già narrata in passato, che è un modo come sempre per narrare del successo, della sua componente effimera e blah blah bah Il succo già lo sappiamo ed è: "molte stelle del muto non capirono il sonoro o non seppero adattarsi". In più ci fu la crisi del '29.

Detto questo passiamo alla parte centrale, ovvero lo stile. Quello che The Artist sembra dimostrare non è tanto la propria bontà quanto l'intelligenza di Michael Hazanavicious, capace di scrivere un film pieno di piccole delicatezze e humor raffinatissimo, costellato di chicche e momenti per nulla banali.
Tutto inizia con il metafilmico moderno, una scena da un film nel film in cui l'attore protagonista è torturato e lo leggiamo urlare: "Non parlerò mai!! Maledetti!". Ecco questa è un po' la cifra di tutto il film che non segue davvero uno stile muto (e nemmeno interamente anni '20 perchè a tratti incorpora idee e soluzioni da cinema americano anni '40) quanto ne adotta a tratti le soluzioni.
E' innegabile che tali soluzioni siano non solo ben scelte ma anche estremamente funzionali. Un tip tap fatto dietro un paravento, un'inquadratura di una "sezione" di un palazzo, una scena di innamoramento attraverso alcuni ciak sbagliati e ancora la bellissima scena in cui la protagonista abbraccia un manichino con la giacca dell'attore, tutte cose che potevano figurare in un film muto per acume e senso del cinema.

Ma dove The Artist crolla e da "film interessante" diventa "film carino"è quando tenta di tirare le somme della sua storia. L'idea, sembra di capire, è quella di andare a ricalcare anche la leggerezza di certo cinema muto, con finali concilianti quanto improbabili e momenti di insperata catarsi. Ma come si diceva tutto questo poi è inserito in un film che ha molti espedienti di linguaggio moderni e che, nonostante nessuno parli, alla fine somiglia più ad un curioso film di oggi che ad un perfetto film di ieri. Inoltre non fosse per la straordinaria mimica di Jean Dujardin (premio al miglior attore talmente evidentemente meritato da non richiedere nemmeno la visione degli altri film per essere daccordo).
Non solo The Artist ma anche Juha di Kaurismaki e Intrigo a Berlino ci hanno dimostrato negli ultimi anni che non si può davvero fare un film d'altri tempi e che il risultato è sempre un ibrido che non sapendo che direzione prendere non può che lasciare tutti scontenti.

17.6.11

I Guardiani Del Destino (The Adjustment Bureau, 2011)
di George Nolfi

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C'è un che di prettamente americano e calvinista nell'idea, spesso sviluppata da Hollywood, di una gerarchia celeste burocratizzata, un paradiso fatto di gradi, compiti e ruoli che, più che rifarsi alle gerarchie militari (che in linea teorica sarebbero più appropriate), utilizza la metafora del grande ufficio. Quest'idea è quella del "grande piano" divino, ovvero di un fato (o provvidenza) che dir si voglia, che regge e regola tutto e che calza perfettamente l'allegoria burocratico-aziendale, nonchè la visione di un disegno intelligente.

I guardiani del destino prende questo topos e lo allarga contaminandolo (un poco) con un'ambientazione presa da un racconto di Dick (e quindi il controllo, i piani di realtà sovrapposti e il complotto), con un romanticismo classico talmente sincero e autentico da fare impressione (oltre che commuovere) e infine con un meccanismo tutto teso a svelare quella dinamica che agisce in maniera invisibile in almeno metà dei film hollywoodiani. Si tratta dell'idea di lotta contro il destino. Dal noir ai film sulla seconda occasione il cinema hollywoodiano trabocca di film in cui l'eroe è tale perchè per raggiungere la propria idea di felicità lotta contro quello a cui sembra predestinato. Se gli va bene c'è un lieto fine se gli va male per l'appunto siamo in un noir.

I guardiani del destino quindi dà sostanza materiale a quello che chiamiamo "destino", incarnandolo in un gruppo di uomini che sono gli incaricati di "aggiustare" le vite umane per assicurarsi che rimangano sui binari del grande piano. Un contrattempo se stai per prendere l'autobus sbagliato, un rallentamento o un cambio di programma improvviso per farti fare qualcos'altro, tutto per essere sicuri che tu segua il percorso scritto per te. E lo fa tenendo sempre sapientemente a mente che tanto più il sentimento del protagonista sarà credibile tanto più il meccanismo sarà ben oliato.

Il risultato è un film veramente romantico che non è mai smielato e che proprio analizzando in maniera geek (cioè con uno spiccato interesse per la dissezione dei meccanismi e del funzionamento dell'ingranaggio) come operi il destino (Chi ordina cosa a chi, con quali poteri, secondo quali regole e fino a che punto) e ponendo al centro di tutto la lotta apparentemente senza senso e senza speranza di un personaggio ribelle verso un sistema palesemente più grande di lui, si conquista il cuore dello spettatore senza se e senza ma. Puntando ad esibire quello che solitamente è nascosto e facendolo con un'abilità e un senso della storia che hanno del ragguardevole, I guardiani del destino riesce a raggiungere l'audace obiettivo di coniugare classicismo hollywoodiano con prospettiva moderna e geek, fusione che simbolicamente si rispecchia anche nel look retro degli agenti che agiscono in un contesto ipermoderno.

16.6.11

Libera Uscita (Hall Pass, 2011)
di Peter e Bobby Farrelly

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La cosa peggiore che possa accadere ai fratelli Farrelly è diventare moraleggianti, senza includere nel loro moraleggiare una punta di ridicolo che sottolinei quanto sia senza senso tutto questo moraleggiare. Ed è accaduto.
Libera uscita ha il coraggio di mostrare senza veli uno starnuto che causa liberazione intestinale ma non un uomo sposato, protagonista e positivo che ha un'avventura extraconiugale.

A parità di escrementi, nudità e volgarità rispetto ai titoli precedenti Libera Uscita mostra tutto il tempo che è passato da Tutti pazzi per Mary e quanto l'instradamento nei binari del lieto fine, tutti contenti ed equilibrio salvo, possa fare danni.
Si racconta di due mariti mediamente nerd, mediamente frustrati che parlano di sesso con amici e si dicono frustrati dal rapporto con le mogli e millantano che se questo fosse interrotto potrebbero rimorchiare un numero iperbolico di donne. Così quando le mogli decidono di dare loro una settimana di libera uscita, da soli in città con licenza di tradire i due si trovano davanti all'idea di passare dalle supposizioni ai fatti.

Se l'idea di raccontare l'insulsaggine di una delle più frequenti finte-frustrazioni maschili era stimolante, il modo in cui lentamente la storia si avvia a tirare le fila di quanto costruito lungo tutto il film sfocia nella melassa più appiccicosa.
Si può passare sopra il fatto che si rida poco, capita anche ai migliori, ma non sull'incredibile fedeltà alla moglie di un protagonista messo in gioco proprio per il suo desiderio verso altre donne. C'è un limite a tutto, specie se ti chiami Farrelly.

15.6.11

L'Ultimo dei Templari (Season of the Witch, 2011)
di Dominic Sena

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In L'Ultimo dei Templari non ci sono cavalieri Templari. Nè tantomeno si racconta una storia simile a quella di Il Mistero dei Templari (che comunque in originale si chiamava National Treasure). Season of the Witch, questo il titolo vero, racconta di streghe e crociati pentiti alla ricerca di un ultimo grande volume contenente il segreto per la lotta al demonio.

Il film appartiene al florido filone del cinema di Nicolas Cage e i suoi parrucchini, pellicole dalle trame solitamente pretenziose che pongono un eroe solitario (e capellone) al centro di grandi avventure, possibilmente mistiche e/o magiche. Purtroppo però non sono tutti come Drive Angry, che se non altro aveva la grazia e l'educazione di non prendersi sul serio, cercando di divertirsi mentre diverte il pubblico con un citazionismo esagerato e demenziale.
L'Ultimo Dei Templari ha il terribile difetti di prendersi troppo sul serio senza poterselo permettere, forse il guaio peggiore in un film d'azione che pretende davvero di raccontare di una caccia alle streghe medievale che era giusta, poichè le streghe c'erano e, visto che si mescolavano in mezzo agli umani, andavano cacciate.

Ed è un peccato perchè forse un buddy movie di ambientazione fantastico/cavalleresca che avesse messo Ron Perlman e Nicolas Cage con capelli di fronte alla lotta contro il Male nel senso più totale poteva anche divertire. Invece Dominic Sena attinge all'immaginario esorcistico (quello fatto di vomito iperbolico su frasi in latino) e lo fonde con quello guerresco, per raccontare del viaggio di una compagnia che non sa di andare alle radici del conflitto tra bene e male. Quello che però è Sena a non sapere è che nemmeno un cambio radicale di ambientazione storico geografica rende Nicolas Cage un superuomo credibile.

14.6.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Senza perdersi in troppe chiacchiere la puntata inizia subito con il film più importante della tornata ovvero il poco riuscito X-Men: L'inizio e subito dopo si parla del bellissimo Bronson, con relativo consiglio mirato dell'unica sala in cui lo fanno a Roma.
Dopo aver risposto alla blanda polemica su The Tree Of Life proiettato con i rulli scambiati si passa poi a London Boulevard e all'anticipazione dei primi 20 minuti di Transformers 3.
In chiusura una nota tutta particolare per Priest


LA PUNTATA DEL 10/06/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Priest 3D (id., 2011)
di Scott Charles Stewart

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Lo può negare quanto vuole (e lo fa) ma c'è qualcosa nella carriera attuale di Paul Bettany che punta verso il cattolicesimo deviato, cioè verso l'esplorazione dei meandri immaginari più bassi della religione che fa capo al Vaticano (quella che più interessa gli americani perchè foriera di misteri, gerarchie e latino).
Emissario sanguinario delle alte sfere in Il codice Da Vinci, angelo caduto ma non infernale in Legion e ora prete-guerriero in lotta contro demoni-vampiro. Il corpo attoriale di Bettany sembra continuare a riassumere in sè i contrasti di un immaginario tutto statunitense che lega alla religione della chiesa di Roma una violenza più fisica che psicologica.

E in Priest di violenza fisica ce n'è molta, il prete-guerriero al centro del film è infatti un reduce che, assieme ad altri compagni, si aggira in città futuristiche e blindate in cui la Chiesa domina le vite dei cittadini dopo avergli assicurato la sopravvivenza nell'eterno scontro tra umani e vampiri. E proprio i preti guerriero che oggi, come i veterani del Vietnam, non hanno un ruolo per la società sono stati l'arma per vincere. Inutile dire che la guerra è ben lungi dall'essere terminata e ci sarà occasione di tornare ad affilare le croci.

La cosa più interessante di questo film di Scott Charles Stewart (di nuovo in coppia con Bettany dopo Legion), che prende le mosse da una graphic novel, è il modo in cui decide di fondere moltissime mitologie cinematografiche diverse in un unico film.
La città chiusa e ipertecnologica in cui l'uomo è oppresso dalla Chiesa sembra ispirarsi agli scenari di Blade Runner (con tanto di fiammate nello skyline), gli ampi deserti fuori da esse e i mezzi con i quali ci si sposta nelle loro immensità sembrano venire da Mad Max, il tono degli scontri al pari dell'abbigliamento dei cattivi sembra guardare a Sergio Leone ma non solo, molto altro ancora è ravvisabile in questo grande pasticcio che gestisce malissimo le diverse istanze.

Con una mescolanza di colori a temperature diverse (il gelo delle città in contrasto con l'asfissiante calore delle immensità che gli sono fuori), un 3D praticamente inutile e un montaggio che procede per grandi ellissi come se volesse sperimentare qualcosa (ma non si capisce bene cosa) purtroppo Priest non funziona a nessun livello. Non è un film in grado di mescolare sapientemente i linguaggi, non è un film di puro intrattenimento convincente, non ha autoironia, nè infine risulta un passo in avanti nella concezione estetica di un diverso futuro distopico.

13.6.11

L.A. Noire

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Sempre di California si parla.
Lo stato economicamente e culturalmente più pesante degli Stati Uniti sta diventando l’argomento preferito di Rockstar la quale, dopo averci ambientato non ufficialmente un GTA (San Andreas) e Red Dead Redemption, ora con L.A. Noire rende finalmente esplicito il legame a partire dal titolo e inserendo molti luoghi noti nella mappa.

Ma non solo il riferimento ad un luogo vero. Gran parte della fama guadagnata da L.A. Noire in questi mesi è dovuta al continuo accostamento che viene fatto con il cinema, suggerendo che il gioco è un nuovo standard nel processo di fusione delle due arti e che questo avviene nella cornice del genere noir, idea sbagliata e fuorviante.
Il tipo di racconto che il videogioco mette in piedi non somiglia affatto a quello per il grande schermo nè al cinema noir classico, semmai è simile ai migliori esempi per il piccolo schermo e ai romanzi neo-noir. La differenza è sottile ma sostanziale, perchè il cinema ha un linguaggio, la tv un altro e il videogioco che attinge al cinema non fa il lavoro di L.A. Noire.

I casi che affronta il giocatore sono brevi storie autoconclusive, tenute insieme da un filo rosso che si dipana lungo il gioco, come una serie televisiva. Certo di videogiochi narrativi se n’erano già visti ma la particolarità di L.A. Noire è di cercare una sintesi tra narrazione e gameplay.
I momenti di gioco sono infatti continuamente interrotti da sequenze narrative, a volte anche molto brevi, in un continuo avanti e indietro tra gioco e racconto che cerca di sfumare il confine tra i due (ma purtroppo questo rimane, e come), e inoltre la ripetitività delle inquadrature, della successione delle azioni compiute e del dipanarsi delle storie (indispensabile per non programmare un gioco per anni e anni) lotta contro l’idea di cinema, aumentando di caso in caso la sensazione di guardare un altro episodio di qualcosa già visto.

10.6.11

London Boulevard (id., 2010)
di William Monahan

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C'è un che di straniante nell'espressione stordita e consapevole di Colin Farrell, almeno da In Bruges in poi, il personaggio del gangster se interpretato da Farrell è inevitabilmente malinconico e pietistico, anche quando come in questo caso il suo nome fa tremare tutti.
Uscito di galera e ancora rispettato nel suo ambiente il gangster ha sviluppato un cuore d'oro e come Carlito Brigante è determinato ad uscire dal giro. Non incontra però una ballerina quanto una attrice/modella famosissima, talmente famosa da essere andata in pensione già prima dei 30 anni, perchè non reggeva le invasioni dei paparazzi che comunque sono lo stesso sempre appostati davanti casa sua.

London Boulevard è quindi più schematico nel presentare il percorso di purificazione di Carlito's Way. Il protagonista di giorno lavora come tuttofare nella casa della modella, di notte cerca di sviare tutte le tentazioni, le implicazioni e i vecchi legacci che continuano a legarlo alla malavita.
Monahan è scrittore prima che regista (The Departed, Fuori controllo, Nessuna Verità e via dicendo), dunque come spesso capita agli scrittori quando sono dietro la macchina da presa dirige con mano compassata, abbassa i toni e punta sui dialoghi e le figure comprimarie (come il post-hippie, fricchettone che vive con la modella) e punta su riferimenti molto chiari.

Con un occhio a Guy Ritchie (più per le ambientazioni e i costumi che per il montaggio) e uno ai fratelli Coen per la rapida successione degli eventi finali, London Boulevard è più classico e ordinario di quello che le molte trovate di Monahan possono far credere e conferma che la prima impressione è quella giusta. Il percorso di uscita dal carcere non finisce nel momento in cui si passa la soglia ma dura fino a che non ci si è lasciati alle spalle la malavita.
Peccato quindi che diviso tra Carlito, In Bruges, Notting Hill (!?!?), Coen e Ritchie London Boulevard non centri davvero nulla accarezzando tante idee senza prenderne di petto nemmeno una.