31.8.11

Vivan Las Antipodas (id., 2011)
di Victor Kossakovsky

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Lo spunto è contemporaneamente stupido e interessante: la vita sul pianeta Terra vista mettendo in contrapposizione quei pochi luoghi agli antipodi che sono abitati. C'è l'Argentina, la Spagna, la Nuova Zelanda, le Hawaii, la Russia e via dicendo. 
Con la volontà di essere Malick, l'attenzione alla natura quasi commossa di Olmi e un'idea di unione di momenti simili ma lontani di Arriaga, il film dura un'ora e quaranta senza idee particolari che non siano la contrapposizione tra momenti opposti o l'assonanza di momenti simili. La trama chiaramente non c'è.

E' innegabile come la fascinazione di Kossakovsky per certi paesaggi, certi momenti e certe delicatezze (una farfalla rimane in una pozza dopo averla sfiorata con l'ala, una balena spiaggiata non riesce ad essere rimossa dall'uomo) sia contagiosa. Il suo sguardo è evidentemente ammirato senza risultare pedante o didascalico come spesso capita a Reggio. Ma tutto questo non dura. Ben presto l'assenza di un'idea sofisticata di montaggio si sente.
I singoli paesaggi sono presentati con pochissimi stacchi e lunghi piani sequenza, le transizioni tra gli uni e gli altri con movimenti oscillatori della macchina che mettono sottosopra un'immagine prima di passare ai suoi antipodi. Insomma non il massimo.

Soprattutto infastidisce l'arroganza di pretendere che tutto questo debba generare senso solo in base alle sue (indubbie) qualità estetiche. Per un'ora e quaranta.

Le Idi di Marzo (Ides Of March, 2011)
di George Clooney

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Spesso in passato la bontà nei film di George Clooney veniva dai suoi script, questa volta è proprio evidente. Nelle parole messe in bocca agli attori, nei risvolti di trama e nel modo in cui sono delineate le figure in gioco si misura il piacere indubbio di vedersi scorrere davanti Le Idi di Marzo, film che come spesso capita agli attori quando fanno i registi è tutto giocato sulle interpretazioni. Lo si capisce da subito, quando Mike Morris, candidato alle primarie democratiche, sostiene un dibattito con il suo avversario principale. I due  argomentano colpo su colpo e a scontro finito, quando è il momento degli applausi, dietro le quinte Paul Giamatti e Phillip Seymour Hoffman si scambiano uno sguardo che spiega tutto, è la prima volta che li vediamo e già abbiamo capito. A scontrarsi sono stati loro due, i responsabili delle due campagne, quelli che hanno scritto i due discorsi e curato le immagini dei due candidati. Una raffinatezza non comune che non rimarrà isolata.

Le Idi di Marzo guarda fin dal titolo al Giulio Cesare anche se non è ben chiaro se quel politico interpretato da George Clooney, che fa di tutto per sembrare Obama, sia quello che si prende la coltellata. Lo scontro di intelligenze tra gli entourage dei due candidati miete più di una vittima infatti e al centro di tutto sta il personaggio di Ryan Gosling, delfino dello staff di Mike Morris e principale interprete della dialettica che anima il film tra morale personale e compromessi della politica.

A vedere tutte quelle sagome che si stagliano su una gigantesca bandiera degli Stati Uniti (una delle scene più importanti) e a sentire i discorsi di speranza e fiducia nel sistema che contrappuntano un racconto di marcio che sorregge la politica, è impossibile non pensare a Robert Redford e a quella visione del cinema liberal, fatta di un misto tra fiducia e ammonimento, denuncia e speranza.
Le Idi di Marzo dunque sorprende anche se si è abituati alla mano sicura e asciutta di Clooney regista (che qui con buona percezione di sè e del suo corpo si affida il ruolo non protagonista del candidato, il volto fascinoso che presenta le parole del bolso e barbuto Phillip Seymour Hoffman) e benchè sul fronte politico non riesce a non far risuonare la campana dell'ovvietà, su quello dell'umanità è capace di dire qualcosa di acuto e toccante.

Box Office 3D (2011)
di Ezio Greggio

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PRE-APERTURA (!?!?)
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Allora io ve lo dico, fino a ieri credevo di non avere un guilty pleasure e oggi mi accorgo che sono i film di Ezio Greggio. Non me ne sono accorto dopo la proiezione di Box Office 3D ma prima, ripensando a Il silenzio dei prosciutti e considerando quanta aspettativa (totalmente immotivata) avessi per questo film. Insomma state per leggere un parere totalmente inattendibile.

Greggio fa quello che fa la banda Scary Movie, Horror Movie, Super hero movie e via dicendo, cioè pessime parodie. Pessime. Roba a costo minore di "basso" che non fa ridere se non gente che lo vive come un guilty pleasure e se ne vergogna anche quando lo scrive.
In questo film forse fa ridere anche meno del solito perchè tutto sembra vecchio (parodie di Il gladiatore, il Padrino, Harry Potter e Il codice da Vinci, dai!) eppure c'è un che di surrealmente anarcoide, di veramente insensato che se mi chiedessero chi interdire dalla direzione di pellicole tra Greggio e Ron Howard mi farebbe optare per Ron Howard.

Perchè queste porcate ignobili di Greggio, che non hanno il minimo ritmo, non hanno invenzioni, non hanno volontà, interesse, novità, sapidità o anche solo umorismo, sanno andare oltre qualsiasi concetto di metacinematografico, disinteressandosi di tutto ciò di cui ci si può disinteressare. Il risultato è uno schifo, è evidente, eppure in certi punti queste idiozie hanno un che di sincero. Accade per poco,  è breve e me ne accorgo solo io. Ma è così. Domani inizia il festival e mi sarò lasciato alle spalle tutto questo.

26.8.11

Epic Meal Time

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Ken Block, co-fondatore del marchio d'abbigliamento per skaters, bikers et similia DC Shoes, è un fissato di rally e un giorno posta sul canale DC Shoes di YouTube (che solitamente ospita contenuti in linea con una casa di abbigliamento) un video che lo vede al volante di una macchina da rally mentre compie evoluzioni spericolate. Una mossa senza senso che, come spesso capita in Rete, frutta imprevedibili milioni di spettatori (ad oggi per la precisione 3) e che lui, da buon imprenditore di successo, ha subito trasformato in una piccola serie arrivata al quarto episodio.

Ma non sono le evoluzioni di Ken Block in Gymkhana il vero oggetto d'interesse quanto lo show di un altro canale, nato e diventato famoso senza appoggiarsi a nulla e talmente cool da essere quello a cui DC Shoes (che dovrebbe essere cool per mission) si è appoggiata per legittimarsi come web video star. Nel suo quarto episodio infatti, il grande imprenditore e driver, ambienta le sue evoluzioni agli Universal Studios, variazione di contesto per mantenere l'interesse in una serie di video che in fondo non cambia poi molto, e con intento ancor più vivacizzante si fa legittimare dal cammeo (pretestuoso più che mai) di quella che è la serie di più rapida ascesa del momento. Epic Meal Time. Inutile dire che in realtà questa comparsata più che legittimare Ken Block e le sue evoluzioni stabilisce una volta e per tutte lo status di celebrity di YouTube di questo gruppo di artisti della cibo ipercalorico, tanto che più che indossare abiti di tendenza, rendono di tendenza il padrone di quella casa di moda con la loro sola presenza.

Epic Meal Time è un vero caso da YouTube, uno show che genera senso attraverso i sensi, proponendo il massimo dello scorretto e del diseducativo applicato al cibo e di fatto canzonando dal megafono Youtube i mille ipercorretti cuochi televisivi. Epic Meal apre il suo account a settembre del 2010 e già a giugno ha raggiunto il milione di iscritti, ad oggi ne conta un milione e 400 mila e il video più visto è stato visualizzato quasi 9 milioni di volte (l'episodio Fast Food Lasagna, un tripudio). La media degli episodi del loro show, che va online con un'impressionante cadenza regolare di una puntata a settimana da quasi un anno, è circa di 2 milioni di views.

Solo per vendetta (Seeking Justice, 2011)
di Roger Donaldson

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Un uomo comune al centro di una catena di eventi straordinari, un'organizzazione che si fa carico dell'omicidio di quei colpevoli che la giustizia non può punire adeguatamente (secondo loro) "scambiando" le vittime e tramutandole in carnefici. Io ti uccido il tuo, tu mi uccidi il mio. Già questi sono due presupposti hitchockiani ma il film, ovviamente, con lo stile rigoroso e puntiglioso di Hitchock non c'entra niente. Probabilmente la sola presenza nel cast di Nicolas Cage elide qualsiasi riferimento al maestro.

Siamo dalle parti della più ovvia delle serie B, cosa che in sè potrebbe pure regalare perle inaspettate, visto che la storia di suspense di un uomo che lotta per l'affermazione della propria innocenza si presta molto all'orchestrazione tutta occhi digitali e false identità che Donaldson mette in piedi. A crollare purtroppo è in primis il ritmo e in seconda battuta ogni forma di credibilità e in questo senso di certo Nicolas Cage, come al solito, non dà una mano.

L'organizzazione onnipotente che ha braccia ovunque e che controlla tutti è costantemente sopra le righe e sembra quasi agire per magia, senza che l'ossessiva presenza e il dominio sul fato di questa sconfinino mai nella vera e propria "ossessione", un tema che, dato anche il trauma iniziale della moglie del protagonista (January Jones che come sempre sembra ignara del film che si sta girando e nella migliore delle ipotesi appare infastidita), potrebbe portare da quelle parti.
Speculazioni intellettuali e velleità cinematografiche a parte il vero disappunto che scatena Solo per vendetta è quello riguardo le sue promesse implicite. Di tutta l'adrenalina, l'azione e il mistero che la pellicola si propone di mettere sul tavolo nulla si percepisce davvero sulla pelle.

Potremmo però ricordare questo film come quello con il maggior numero di attori di primo piano nati da serie televisive. Oltre a January Jones infatti compaiono anche Jennifer Carpenter, Harold Perrineau e Guy Pearce.

I Knew Better - This is England

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Questa settimana esce This is England a 5 anni dal Festival del film di Roma 2006 in cui fu presentato. Io lo vidi all'epoca e pare che io sia l'unico al mondo a cui non è piaciuto

25.8.11

Lanterna Verde (Green Lantern, 2011)
di Martin Campbell

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Con un solo franchise veramente attivo, vivo, vitale e in forma (la serie di Batman) la DC Comics cerca disperatamente il suo posto al sole nell'era dei cinesupereroi. Senza sosta prova a ridare vita all'icona per eccellenza, Superman, azzarda mosse senza senso, Catwoman, e tenta di dare fama a supereroi decisamente meno famosi della media come Jonah Hex, Watchmen e ora Lanterna Verde. E non che non investa cifre degne di miglior causa! Eppure il risultato è quasi sempre una delusione.

Non fa eccezione Lanterna Verde che prende vita da uno script che sembra uscire dagli anni '90, quell'era del cinema in cui l'eroismo a fumetti era roba da serie B e nella quale di conseguenza, se non si tentavano esperimenti ai limiti del trash (Thor & Hulk), si ricalcava senza fantasia la scansione narrativa delle storie a fumetti (era così addirittura anche il Darkman di Raimi).
E non basta purtroppo tutta l'abilità del mondo di Martin Campbell, uno che ha rivitalizzato la serie di James Bond per ben due volte in 10 anni, a portare Lanterna Verde dalle parti del coinvolgimento. Sebbene infatti ritmo, azione, idee e intelligenza registica non manchino (tanto che per un istante, verso la metà del film, sembra quasi che tutto stia per decollare) a latitare è l'ironia in un momento storico in cui il cinema trabocca talmente tanto di supereroi da rendere necessaria un po' di leggerezza. 
Lanterna Verde assesta un paio di battute (scontata quella sulla mascherina, talmente ridicola e fuori dal tempo da necessitare una forma di giustificazione) ma poi procede su binari di una serietà imbarazzante che lo portano ad essere difficilmente credibile o godibile. E centra poco Ryan Reynolds, uno che il suo lo fa sempre e che qua si ritrova un personaggio e delle battute che prestano poco spazio alla fantasia.

In maniera ancor meno accettabile il film propone un'idea di "eroe" vetusta come la DC stessa: quella del migliore cui vengono dati i poteri per essere ancor più un punto di riferimento inarrivabile; a cui ne associa una ugualmente passata di nemesi: un "peggiore" che diventa ancor più penoso con l'arrivo dei poteri. Eppure una delle evoluzioni più determinanti che in questi anni la massa di film a tema supereroe ha portato al cinema d'azione o d'avventura in generale, è stata la trasformazione dell'eroe senza macchia in deficiente da prendere in giro a favore di un altro tipo di eroismo, quello dissacrante degli outsider politicamente poco corretti e portatori di una visione di mondo che diverge dalla massa invece che incarnarla.

Unica nota positiva al 100% è quella del 3D, che si sposa perfettamente con la visione - da vecchio lupo del cinema - di Martin Campbell, che pure ha girato il film in due dimensioni. Lanterna Verde è infatti un film convertito, non con quattro soldi ma nemmeno con investimenti enormi, eppure raggiunge un risultato migliore di molti altri perchè mette in pratica l'idea che la profondità sia un'illusione e come tale non si crea solo con la conversione e lo sdoppiamento stereoscopico ma in primis con la disposizione degli oggetti nelle inquadrature. Per ogni scena profonda (definizione che esclude ad esempio le panoramiche o i totali che per definizione profonde non possono essere), Campbell aveva già individuato un punto di fuga e disposto personaggi, oggetti ed infine macchina da presa in maniera prospettica, così da sommare al 3D indotto con la tecnologia, la profondità indotta dal punto di fuga.

24.8.11

Fright Night - Il vampiro della porta accanto (Fright Night, 2011)
di Craig Gillespie

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Se dovessimo sconfinare nella saggistica e stilare un vero e proprio manuale del remake perfetto di questi anni in cui il cinema americano ci ricopre di rifacimenti, Fright Night meriterebbe un posto d'onore nel capitolo "Esempi da seguire". Basato sull'orchestrazione generale di L'ammazzavampiri (esordio di Tom Holland) ma completamente riscritto nelle dinamiche tra personaggi da Marti Nixon (una che sceneggiava Buffy e che si è dilettata con roba tipo Mad Men ma mostra di saper giocare metacinematograficamente con il fatto che i vampiri sono di moda) e infine diretto con sapienza, senso dell'equilibrio e straordinario ritmo da Craig Gillespie, già regista di Lars e una ragazza tutta sua, Fright Night è il risultato dell'equazione perfetta, corredato da un 3D rigoroso, ben fatto e coatto con tutto il suo corredo di fuoriuscite dallo schermo che riescono a lanciare oggetti in faccia agli spettatori senza farlo sembrare un espedientucolo. E non è poco.

La verità è che Fright Night riesce davvero a stare con un piede nel passato e uno nel presente. Da una parte recupera con efficienza lo spirito anni '80 di una action comedy con protagonisti teenager, tanto leggera quanto seria nel suo essere d'intrattenimento e voler mettere in gioco paure, strazi e questioni determinanti per il modo adolescenziale; dall'altra cambia tutti i rapporti di forza tra personaggi per inserire lo script nel solco dell'evoluzione contemporanea delle figure eroiche, riuscendo anche a mettere da parte Colin Farrel, straordinario finto-protagonista, che guadagna il trono del carisma ma invariabilmente, come tutti i cattivi che si rispettino, si mette al servizio di una storia più importante e determinante, quella che gira sulla faccia da nerd rinato di Anton Yelchin.

La scoperta di un vampiro dietro casa (che sorprende per quanto arrivi presto nel film) e la grande avventura del disperato tentativo di eliminarlo per non esserne eliminati, è tutta centrata non tanto sulla storia d'amore "impossibile" tra l'ex sfigato redento e la sua inspiegabilmente fica e popolare ragazza (talmente tanto che se ne stupiscono anche i suoi amici), quanto sulla cesura inevitabile che si crea nel momento in cui i rapporti di amicizia virile tra nerd, stretti e puri al limite del morboso (come raccontato benissimo da Superbad), si scontrano con la necessaria e impari entrata in gioco di altri rapporti sentimentali ugualmente indispensabili che richiedono profondi ripensamenti: quelli con le ragazze.
Non siamo insomma dalle parti dello stucchevole e celebrativo Io sono il numero quattro (anch'esso scritto da Marti Nixon), in cui un protagonista con il solo problema di quale ragazza scegliere (e il passato tormentato che si conviene) diventa ancor più desiderabile ricevendo in dono una vita avventurosa, ma più da quelle di Disturbia o ancora di Jennifer's Body, in cui l'avventura non è il fine ma il mezzo per far esplodere esteriormente conflitti e tensioni che nella vita normale implodono interiormente. 

Ideare e orchestrare lo scontro del secolo tra umani e vampiri con ritmo e intrattenimento, utilizzare il morso, il contagio, il passaggio dalle forze del bene a quelle del male e la necessarietà di scegliere chi e come eliminare "fisicamente" tra amici (uno straordinario Christopher Mintz-Plasse, il re di questi ruoli!) e ragazza, riuscendo a renderlo grandissima allegoria è veramente il risultato più alto cui un film di questo genere può aspirare e Fright Night lo raggiunge.

23.8.11

Le Amiche della Sposa (Bridesmaid, 2011)
di Paul Feig

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Una commedia con matrimonio che non è una commedia matrimoniale, un film promosso con la tagline "Un film per ragazze non deve per forza far schifo", insomma un film arrogante e incazzato. Già piace.
Co-scritto dalla protagonista Kristen Wiig, un ex-Saturday Night Live, e saldamente ancorato ad un umorismo che viene catalogato come "maschile", non per le sue qualità intrinseche quanto per il fatto che fino ad oggi sia stato praticato quasi esclusivamente da uomini in film per uomini, Le amiche della sposa ha il coraggio di proporre ad un pubblico femminile (quale altro andrebbe a vedere un film con quel titolo, quella promozione e quella cartellonistica?) una storia che più scorretta non si può in cui trionfano il cattivo gusto e l'umorismo demenziale.

E' indubbiamente una boccata d'aria fresca vedere come il matrimonio, l'istituzione più celebrata e raccontata nel cinema al femminile, possa diventare occasione per un divertimento spensierato e caotico e non necessariamente impegnato ad assolvere al suo compito di commedia matrimoniale.
Le avventure dell'amica della sposa a confronto con le altre damigelle e in particolare con una "nuova" amica più inserita sofisticata e attrezzata di lei, riescono a dire sul mondo femminile molto di più di quanto non facciano le commedie con Jennifer Aniston o Katherine Heigl (che si, ci riescono, ma solo a patto di fare ragionamenti metacinematografici).
E per quanto un film simile non possa avere la sofisticazione di un Una notte da leoni (che è il frutto di decenni di evoluzione del genere e di commedie simili), lo stesso si propone con la sfacciataggine di chi pare non aver bisogno di nessun altro per stare al mondo.

A cambiare soprattutto è l'ideale femminile. La figura di riferimento che propone le amiche della sposa non è la solita "quasi carina", vittima di sfortune e sempre incline a brutte figure, specie davanti agli uomini che gli interessano e alla fine invariabilmente pronta ad essere bella al momento giusto e prendere l'uomo che desidera (solitamente a scapito di un altro uomo che intanto sembrava avere i suoi favori). Kristen Wiig incarna una disillusa dalla vita che alle solite brutte figure (quelle sono immancabili) affianca anche una serie di iperboli demenziali solitamente aliene a questo tipo di commedie. L'improbabile arriva a nuove vette e invece che stazionare nella zona "intreccio" si espande anche a quella "gag" con risultati decisamente più audaci e apprezzabili. Invece che procedere con il freno a mano finalmente qualcuno racconta una parabola femminile con umorismo sfrenato.

22.8.11

I Knew Better - Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

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Questa settimana esce in sala Detective Dee, già visto e recensito qui ai tempi di Venezia

Comunicazione di ordine pubblico del blog

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E' in atto un regolamento di conti nei commenti a Fuori Vena, già da tempo turbolenti di loro. Lavare panni privati in luogo pubblico.

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte II (Harry Potter and the deathly hallows - part II, 2011)
di David Yates

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L'ottavo e ultimo film potteriano non chiude solo un ciclo di dieci anni di produzioni filmiche, ma anche il ciclo registico peggiore della saga. Dopo i due film di Columbus, quello di Cuaron e quello di Newell è stato Yates ad assurgere al ruolo di "regista di fiducia" della Warner per il franchise multimilionario e dopo tre film che hanno abbassato notevolmente la sapidità, l'interesse e la scorrevolezza delle avventure ad Hogwarts finalmente l'ultimo capitolo ci regala scampoli di cinema serio. Sicuramente i nodi arrivati al pettine della trama hanno dato una mano ma in più di un momento Yates si è preso delle libertà inventive (o le ha concesse ai suoi collaboratori) come non se n'erano viste.

Una sequenza al rallentatore ed una con musica in aperto contrasto allo scenario battagliero (come nella famosa pubblicità di Gears Of War / Mad World), un paio di trovate sceniche degne di questo nome e un ritmo in generale più sostenuto e centrato sull'azione, danno tutto un altro respiro al film. Torna quel fascino potteriano che si era distinto ad inizio saga, tornano quelle motivazioni che avevano avvinto un pubblico non solo giovanile e torna infine una dimensione emotiva degna di questo nome.
Quello che era promosso come il più battagliero e il più forsennato tra i film si rivela invece il più sentimentale come è logico che sia.

Il racconto della Rowling da una parte svela in pieno tutte le metafore cristologiche del salvatore-Potter (perdona ogni maligno, offre possibilità di pentimento e infine muore e risorge per salvare tutti) e dall'altra si concede quasi una lettura "apocrifa" della parabola evangelica (il Giuda della situazione, Severus Piton, è il buono e il suo tradimento è in sè per sè un sacrificio, l'unico modo affinchè tutti possano essere salvi e alla fine l'eroe glielo riconoscerà ponendolo al livello dei più stimati personaggi dell'intera saga).
A questo Yates affianca una messa in scena dai toni cupi come quelli che avevano caratterizzato le altre sue produzioni in grado però di riscoprire i piccoli momenti di comunione. Per la prima volta nella gestione yatesiana si coglie la volontà di dare ad ognuno un cuore, costellando il film di minuscoli assoli che corrispondono ad impennate emotive.
E se alla fine il finale vero e proprio si scioglie nel nulla e in un'inaspettata banalità, il sottofinale sembra più convincente di tutti gli altri 3 film che Yates aveva portato sullo schermo messi insieme.

19.8.11

Come ammazzare il capo... e vivere felici (Horrible Bosses, 2011)
di Seth Gordon

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Attenzione a considerare Seth Gordon uno come tanti altri. Il regista che oscilla tra serie tv, documentari e commedie hollywoodiane non è il classico esecutore di script ma un uomo di cinema a tutto tondo, capace di mescolare racconti, stereotipi e artifici narrativi in maniere inedite. Lo sa bene chi ha visto il suo documentario d'esordio, King of Kong (da recuperare assolutamente, con ogni mezzo disponibile) in cui racconta l'incredibile storia degli attuali tornei di Donkey Kong arcade e lo ha capito anche chi ha visto come il suo Tutti insieme inevitabilmente è riuscito ad essere una paradossale e divertentissima variazione alla lontana del Canto di Natale di Dickens senza che nessuno se ne accorgesse.

Anche alla base di quest'ultimo film c'è un'intuizione di quelle che possono arrivare solo a chi ha metabolizzato tutta la storia del cinema: i cattivi fanno un film, dunque i cattivi saranno gli attori di caratura migliore. Colin Farrell, Kevin Spacey e Jennifer Aniston sono i capi che vessano Jason Bateman, Charlie Day e Jason Sudeikis. Menzione speciale per il delinquente/consulente interpretato da Jamie Foxx.
In un film che prende di mira il modo in cui il lavoro costringe tutti a sottostare alla volontà di un superiore, questi devono essere le figure di riferimento, e più sono odiosi (e quindi involontariamente carismatici), più il film funziona. Più saranno attori noti, stimati e in grado con la loro riconoscibilità di generare carisma, più il lavoro sarà diretto. E funziona!

Seth Gordon dunque fa centro di nuovo, ad uno script vivace pieno di battute abbina un ritmo che le sa valorizzare. Si ride come in molte altre commedie, ma lo si fa ad un passo accelerato in modo che la risata precedente fomenti quella successiva, con un'idea di messa in scena che alterna al montaggio dei momenti slapstick, quello più compassato ma non meno ritmato delle sequenze verbali. Un manuale di come si faccia una commedia, dalla scrittura, al casting fino alle riprese.
Per i maniaci di King of Kong vi segnalo che c'è un piccolo ruolo anche per Steve Wiebe.

17.8.11

Conan the barbarian 3D (id., 2011)
di Marcus Nispel

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Diciamocelo, andarsi a confrontare con il Conan di John Milius era un progetto senza senso fin dall'inizio. Non tanto per la presenza esplosiva di Schwarzenegger, nè per la forza immaginativa di un fantasy barbarico e nemmeno per la partecipazione della voce profonda per eccellenza del cinema americano: James Earl Jones. Quello che ha reso Conan un film capace di resistere al tempo è stata la perfetta aderenza di quella storia e quell'ambientazione alle idee, le ossessioni e le preferenze degli occhi e del cuore di Milius. La forza, la natura, l'epica, la potenza e le sue contraddizioni, una dimensione di vita (realistica o meno) che presta il fianco ad inquadrature e sequenze capaci di mescolare personaggi e paesaggio come poche altre volte è stato fatto. Nietzsche per le masse.

Inutile dirlo tutto questo a Marcus Nispel (regista di Pathfinder ma anche del buon remake di Non aprite quella porta) non interessa minimamente, il suo Conan non è un "corpo da cinema" come quello del futuro governatore ma un bello con un po' di trucco in torno agli occhi, è un uomo delle caverne nemmeno troppo barbaro.
Se dunque eticamente e filosoficamente Conan si presenta lontano anni luce dal suo predecessore e dunque non andrebbe assolutamente considerato in parallelo ad esso, anche visto come film a sè (la storia di un barbaro che cerca vendetta) risulta abbastanza fiacco. In questo film d'avventura c'è ben poca avventura e quanto di peggio è montata male, vale a dire non si capisce nulla nelle scene più forsennate. Ci si deve fidare del fatto che Conan le sta suonando a qualcuno perchè nel groviglio di stacchi si distingue qualche tibia e qualche manata, nulla più, poi qualcuno cade a terra tramortito e non è mai Conan.

Insomma quest'ultimo film di Nispel appare come un'opera trascurata, fatta a tirar via, dove anche molti sfondi digitali sembrano più finti degli antichi fondali dipinti, dove tutto succede senza uno schema ben preciso, come se gli eventi dovessero necessariamente susseguirsi anche in mancanza di agganci logici e dove infine il bello ama la bella, ha con lei degli amplessi e tutto va al posto giusto. Insomma Conan annoia e non sa divertire.

NB Il film non è stato proiettato alla stampa in 3D, dunque non è stato possibile riportare la bontà o meno dell'uso della profondità eppure lo stesso un pregiudizio negativo sembra legittimo.


12.8.11

I pinguini di mr. Popper (Mr. Popper's penguins, 2011)
di Mark Waters

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Ci vorrebbe tutto uno studio a parte sul cinema con animali diretto ad un target infantile. Capolavoro di fatica ed addestramento negli anni '60 e con il passare del tempo sempre più cinema dello stato dell'arte della tecnologia e dell'interazione tra reale e irreale.
Più noti per essere dei punti di riferimento nell'evoluzione del motion capture o nel realismo della CG i film "con animali" (parlanti o meno) sono un genere a sè che incorpora parte delle dinamiche della commedia sofisticata, come l'ambientazione altoborghese possibilmente newyorchese o la dinamica conquista/tradimento della fiducia. I pinguini di mr. Popper non fa eccezione da nessun punto di vista e inoltre porta avanti uno dei temi più cari alle commedie leggere di Jim Carrey: i genitori insolventi.

La storia di mr. Popper, padre scapestrato e senza il tempo da dedicare ai suoi figli che, grazie all'inaspettato regalo di 6 pinguini, impara a dedicare ai suoi ragazzi il tempo che meritano e rimette in carreggiata la sua vita rivoltando l'ordine delle priorità (non più il lavoro davanti a tutto), non è troppo distante dalle molte altre interpretate da Carrey a partire da Bugiardo Bugiardo fino a Yes Man passando per Una settimana da Dio.
Quali siano stati i problemi dell'attore con la sua figura paterna non è dato saperlo ma un sospetto viene. L'eterno Scrooge che solo (e finalmente) nel film di Zemeckis ha dato vita al personaggio intorno al quale gira da tutta una carriera, qui limita molto smorfie e gag slapstick, concedendosi quasi con imbarazzo alcune imitazioni e qualche demenziale gag.

Il risultato è quello che inevitabilmente doveva accadere. Limando anche quella parte di follia insensata che Carrey sapeva portare a queste commedie non rimane nulla. E fondandosi questo tipo di produzione sull'individualità dell'attore protagonista, il film crolla assieme a lui nell'insensatezza.
Menzione d'onore come si conviene ai pinguini digitali, più veri del vero e finalmente ben poco "fumettosi". Tra poche settimane Neil Patrick Harris, sempre a New York, dovrà vedersela con i Puffi digitali ma difficilmente si può ipotizzare che l'interazione tra reale e fasullo raggiungerà simili livelli. 
La scelta di avere degli animali estremamente verosimili era rischiosa, più ci si avvicina al vero più si rischia di far notare al pubblico le differenze invece che le somiglianze, ma la fusione è lo stesso perfetta. 
Un film per bambini che paradossalmente è più per ingegneri, disegnatori e programmatori di computer grafica.


9.8.11

Captain America: Il primo vendicatore (Captain America: The First Avenger, 2011)
di Joe Johnston

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A Joe Johnston un po' gli si vuole bene e un po' anche no. Un po' non gli si perdonano film brutti forte un po' si amano le sue soluzioni puramente derivative di tutto il cinema spielberghiano/lucasiano a cui ha potuto assistire nel suo farsi e al quale ha contribuito come effettista speciale e scenografo. Capitan America ("Captain" scrivetelo voi) riassume bene questa doppia tensione tra amore ed odio.

Guardando esplicitamente al genere d'avventura anni '30/'40 (già esplorato in The Rocketeer), e quindi ad Indiana Jones, il film riesce a fare un racconto poco fumettistico di un personaggio da fumetti. Non fosse per la sua nemesi che in ogni scena trasuda esagerazioni da tavola disegnata, Capitan America potrebbe essere un film d'avventura e in questo sta il suo pregio e il suo fascino maggiore. Purtroppo poi l'esigenza di raccontare molte cose molto in fretta, un montaggio non particolarmente azzeccato (certi salti di scena in scena gridano vendetta) e le molte sequenze d'azione ben poco riuscite riportano il film verso il basso.

Più che un film poco riuscito sembra quindi il contrario, un filmetto che azzecca elementi di fascino i quali in alcuni momenti sembrano promettere di più di quel che poi si vedrà. E questi elementi sono quelli relativi all'ambientazione, alle origini del personaggio (la diatriba sul poter per una volta essere "migliore") e molte soluzioni visive rubate a quelle che Spielberg inventava per i film di Indiana Jones (in particolare la scena con le moto e quella degli aerei sono tra le cose più derivative mai viste). Ad un certo punto c'è anche un improbabilissimo momento Scala Al Paradiso...
Più che altro impressiona più di altre volte come i Marvel Studios siano riusciti a ricreare quel senso di grande continuity che anima i loro fumetti. Tutti i personaggi dei diversi film convivono e i rimandi continui di oggetti, trame, parenti e personaggi sono sempre più impressionanti, complessi e stratificati (per dire, Capitan America parla moltissimo di Iron Man) e gestiti con una progettualità produttiva mai vista.

4.8.11

Hanna (id., 2011)
di Joe Wright

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Esiste una categoria di film molto precisa, quelli che iniziano alla grande e lentamente si disfanno con il loro incedere. Film che partono mettendo sul tavolo le migliori idee oltre alle migliori intenzioni e lentamente distruggono quello che avevano suggerito di voler fare con la sistematica banalizzazione dei contenuti. Solitamente in questi film ad una storia ed uno svolgimento che tendono allo stereotipico corrisponde una forma estremamente ricercata che anch'essa lentamente passa dall'originalità alla banalità da videoclip.

Ecco non credevo che avrei dovuto di nuovo paragonare parti di un film ad un videoclip. Odio farlo perchè la maggior parte delle volte non ha senso farlo, oltre ad essere proprio sbagliato. Ma non per Hanna. Hanna finisce come un videoclip quando era iniziato come un film di John Milius. Le musiche dei Chemical Brothers (loro sì, sempre ineccepibili) passano da essere arma di contrasto alle immagini ad esserne volano, proprio come accade nei video musicali.
Joe Wright è determinato a raccontare una storia di contrasto tra il massimo della purezza e il massimo della contaminazione (temi non nuovi per lui). Una ragazza cresciuta nei boschi senza il minimo contatto con qualsiasi forma di tecnologia o di corruzione sociale (però mena!) contrapposta ai servizi segreti che operano al di fuori della legalità per proteggere se stessi. Jason Bourne incontra Mowgli. L'idea è subito vincente perchè l'Hanna del titolo è davvero in bilico tra purezza e violenza e sembra quasi affermare come la violenza della vita animale sia essa stessa una forma di purezza.

Poi però nella seconda parte, quella della fuga, degli incontri con gli altri uomini e della risoluzione finale, la scelta di premere sul versante idealistico e ad un certo punto quasi onirico (ma perchè???) apre una voragine nel film. I tempi si dilatano senza che anche gli stimoli e i possibili significati facciano altrettanto e così la più classica delle soluzioni finali, che in altri contesti non avrebbe stonato, non può che risultare svilente e un passo in più verso la banalità.
Da che il rapporto tra personaggio e paesaggio creava significati aggiunti ad una storia di ricerca d'identità e conquista della propria vita (un paradossale romanzo di formazione), il film riduce la sua ampiezza, dimentica il contesto e si concentra sull'azione dimenticando quel che dovrebbe originarla.
Non ci fosse Cate Blanchett, che come sempre onora il suo ruolo confezionando un cattivo d'eccezione tutto sorrisetti imbarazzati, desideri inespressi e compostezza, capace di microslanci sentimentali con uno sguardo, Hanna arrivato al fotogramma finale davvero non avrebbe più la minima credibilità.