26.9.11

Baciato dalla fortuna (2011)
di Paolo Costella

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Estraneo alle principali logiche delle commedie con grandi attori del nostro cinema (non è diretto da un regista molto noto, non è scritto da qualcuno di molto noto, non è un remake, non sfrutta situazioni o nomi noti) Baciato dalla fortuna è un fortunato caso produttivo che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, lo stato di salute del nostro cinema medio. Perchè di cinema medio trattasi, sia ben chiaro, e nemmeno del più fulgido, tuttavia proprio nel notare come una commedia con Salemme, Asia Argento, Elena Santarelli e Alessandro Gassman che è centrata su un gioco di tradimenti amorosi intorno ad una vincita milionaria al Lotto, sia un buon prodotto sta l'affermazione di salute.

Quello che differenzia Baciato dalla fortuna dagli altri simili film che negli anni scorsi abbiamo prodotto senza sosta e senza un perchè non è tanto la sceneggiatura o le battute (oltre il limite del consueto) quanto il tono e il taglio generale.
Già vedere una commedia con Salemme (che scrive anche, quindi influisce a più livelli sull'esito) che non finisce bene e in cui il protagonista si rivela alla fine bastardo tanto quanto gli altri, con una catarsi che non c'è, desta meraviglia. Che poi la girandola di tradimenti ed affetti, influenzata dalla vincita milionaria, non faccia sconti a nessuno e senza enfasi (aspettate ripeto: senza enfasi!) dipinga un mondo cinico e stronzo come in una puntata dei Simpson è ancora più sorprendente.

E il cinismo che suona come realismo, che non risparmia il protagonista e che dà alle risate un tono più amaro e soddisfacente è la vera svolta che viene da personaggi dai quali non ci si aspetterebbe tanto. Non c'è solo Salemme alla scrittura ma anche Massimiliano Bruno, il regista Paolo Costella (un film con Boldi e uno con la Gialappa's in curriculum) e Gianluca Bomprezzi ( I cesaroni), tutti al servizio di un prodotto per le grandi masse che non propone niente di nuovo nel suo racconto ma che parla con più intelligenza pretendendo che i suoi spettatori siano più acuti della media.

24.9.11

Ruggine (2011)
di Daniele Gaglianone

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Dopo Pietro, Gaglianone continua ad indagare il mondo dei disadattati della modernità e per farlo stavolta sceglie un racconto che fa avanti e indietro nel tempo, ponendo nell'infanzia parecchie delle cause del malessere dell'età adulta, giocando sui rapporti con i genitori come pietra angolare per l'evoluzione personale.
Un gruppo di bambini vive una disavventura con un dottore pedofilo in una terribile provincia tutta cemento, asfalto e ruggine. Ci scapperà un morto e nessuno sarà più lo stesso. Potrebbe essere uno Stand by me disperato o un Goonies drammatico, invece è un Io non ho paura senza idee. E ho detto tutto.

Per Gaglianone il punto sembra tutto stare nel senso del grottesco e nell'allusione ma le figure che propone non riescono ad essere mai credibili o drammaturgiche (eccezion fatta per Mastandrea, ma lui ormai se non tenta di tenere in piedi pessimi film non è contento), le parti con i ragazzi adulti alle prese con le ripercussioni (piccole e grandi) di quell'evento iniziale nella loro vita attuale sono abbastanza ridicole. Ridicole nel dover essere drammatiche, ridicole nel voler alludere a qualcosa di cui non riescono a parlare e ridicole nel proporre in alcuni casi un'idea di purezza ed idealismo fuori dal tempo.

E dispiace dirlo ma ancora una volta si abusa di Timi, il quale non ha minor colpa nel lasciare che continuamente si abusi di lui e della sua tendenza ad andare sempre e comunque sopra le righe. Probabilmente è uno degli attori più interessanti, profondi e capaci del momento, eppure in pochi riescono a tenere a bada e irregimentare la sua grinta rabbiosa. Il risultato è l'ennesimo pedofilo matto e mostruoso, esagerato in ogni tic e in ogni mania con facce da maniaco che nemmeno in una commedia reggerebbero.
Ruggine insomma non sta in piedi, da qualunque punto lo si voglia guardare e ancor peggio annoia.

23.9.11

FPS Russia

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Con il massimo dell'ironia spara veri proiettili su veri bersagli con vere armi di tutti i tipi nei suoi video. Finge accento russo e ama scherzare mentre fa saltare in aria di tutto, anche con le armi meno convenzionali che non è chiaro come e dove si procuri. Si fa chiamare Dmitri Potapoff, tenutario del canale YouTube FpsRussia ed ultimamente è entrato in un drive-through di McDonald's con il suo carroarmato per ordinare da mangiare, anche se solitamente si limita a sparare a sagome o manichini.
Lo etichettano come "l'ennesima stranezza di YouTube" ma quest'uomo, arrivato con il proprio canale al 16esimo posto tra i più sottoscritti di sempre e che macina più di due milioni di view di media per video, è tutto tranne che una "stranezza da YouTube", quanto l'ennesima incarnazione dello spirito fondante del video online.

Già poco tempo fa, parlando di un altro fenomeno emerso nel corso dell'ultimo anno come Epic Meal Time, l'attenzione andava tutta sulla "prestazione", ovvero su come mai funzionano così tanto online i video in cui gli ingegneri dell'alimentazione sballata preparano pasti oltre ogni computo calorico e poi li consumano con violenza. Ha tutto a che vedere con una delle componenti fondamentali del video in rete: fare qualcosa di stupefacente, farlo davvero, farlo in tempo reale.
Questa era una componente determinante anche della ricetta segreta di molti video virali come se ne vedevano pochi anni fa (veri o falsi che fossero, come spiega l'esempio del falso-Nike di Ronaldinho e le traverse colpite di seguito) ma ora lentamente si sta traducendo nell'ingrediente delle webserie non narrative.

Ma come fa a far tutto? (I don't know how she does it, 2011)
di Douglas McGrath

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Siamo dalle parti della più consolatoria tra le commedie, quelle che ti battono una pacca sulla spalla e ti dicono: "Non ti preoccupare, sei meglio te. Abbiamo fatto un film con una protagonista che ti somiglia proprio per dimostrartelo", quelle in cui nella vita della protagonista tutto sembra infernale mentre ovviamente non lo è (marito che la ama, casa di lusso, gran lavoro, figli sani ed amorevoli, stima e riconoscimenti professionali...) quelle in cui problemi ordinari vengono elevati a problemi esistenziali, proprio per il suddetto motivo consolatorio.
La novità è che Sarah Jessica Parker ora va a rompere le uova nel paniere nel terreno di Jennifer Aniston, solo rivolgendosi ad un target leggermente superiore in termini di età (ma comunque inferiore alla sua).

Attingendo alla mitologia Harmony (belli, tenebrosi ma anche teneri con passati burrascosi) e fondendola con la più tipica delle mitizzazioni del quotidiano, Douglas McGrath cerca di mantenere evidente più che può l'ispirazione letteraria (il film era già un libro omonimo di Allison Pearson), attraverso degli inserti fintodocumentarstici in cui i personaggi del film punteggiano l'azione con delle minidichiarazioni nella forma di un'intervista.
Ma forse la cosa peggiore del film, che altrimenti sarebbe anche innocuo, è la sua pretesa di raccontare di un'umanità preoccupata di non avere veri problemi, disperata di fronte alle insormontabili insidie della'unione tra vita personale e professionale in un contesto socioeconomico altissimo. Il suono di falsità di questa campana è fragoroso come poche. 

Come sempre alla fine vince Pierce Brosnan, che da attore protagonista ora, finalmente, è diventato il caratterista che meritava di essere e può dare il suo meglio in queste parti di grande seduttore in giacca e cravatta, capitano d'industria dal cuore tenero e il passato tenebroso.

22.9.11

L'alba del pianeta delle scimmie (Rise of the planet of the apes, 2011)
di Rupert Wyatt

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Se è vero come è vero che Rupert Wyatt è stato scelto per la direzione di L'alba del pianeta delle scimmie in virtù del lavoro fatto in The Escapist (un film su un'evasione con poche parole e molta intesa tra i prigionieri), si capisce bene come mai in questo film, che ad un certo punto sembrava potesse essere davvero qualcosa di grosso, funzioni solo la seconda parte, quella per l'appunto della fuga. Nella prima la consueta valanga di banalità pigre, di personaggi per nulla disegnati ma solo presi e messi sul set da un catalogo di "cattivi" o "ingenui" o ancora "spietati uomini d'affari" e di situazioni abusate mostrate senza la minima voglia di fare qualcosa di nuovo, ammorba tutto e anche il più volenteroso tra gli spettatori non può che sentirsi deluso.

E' invece quando le scimmie si ritrovano insieme in una "prigione" e l'intelligenza di una comincia a contaminare e dominare quella delle altre che tutto il film cambia. Quella suggestione che doveva dominare tutta la pellicola si fa strada, il senso profondo di un film di conquista dei propri diritti (da parte delle scimmie?!?) si palesa e tutto gira per il verso giusto fino anche al finale, che proprio per la sua natura interrotta non chiude nulla e per questo conferma la suggestione.
Peccato per i sottotitoli che ad un certo punto sono usati per far capire cosa si dicano le scimmie. Si tratta di dialoghi non indispensabili che forse avremmo potuto capire anche senza sottolineatura.
Tra citazioni del primo film (molto bello il ribaltamento iniziale degli uomini che catturano le scimmie con le reti), presenze di Charlton Heston in film visti alla tv, partenze della nave Icarus e infine scimpanzè a cavallo, L'alba del pianeta delle scimmie strizza l'occhio ai suoi predecessori molto più di quel che non si potesse credere.

Ma queste sono solo minuzie, perchè il film ha tutto un altro vero fascino. E' Andy Serkis e il lavoro fatto per Cesare. Il motion capture, non è una tecnologia stabile ma in continua evoluzione e nell'ultimo anno ha fatto passi in avanti pazzeschi (sia per la cattura dei movimenti che per l'inserimento del personaggio digitale nella scena assieme agli altri) e Serkis continua a migliorare il suo rapporto con i sensori e la tecnologia. Il suo corpo si muove e risponde come deve all'apparato che indossa e che ne cattura i movimenti, il suo Cesare è perfetto. Ma non è unicamente suo il merito.
Al progressivo raddrizzare la schiena dell'attore (che dura tutto il film) corrisponde anche un lavoro sui tratti della scimmia molto accurato. E non parlo solo del classico "pelo" che sembra proprio vero, parlo della vicinanza delle sue fattezze a quelle umane (specie rispetto agli altri animali), delle sue espressioni e della fluidità dei movimenti. Ci sono delle minuzie devastanti e il rapporto stretto con James Franco è vero oltre ogni dubbio.
Per il lavoro incredibile che sta facendo Serkis merita un posto nella storia della recitazione.

20.9.11

La pelle che abito (La Piel Que Abito, 2011)
di Pedro Almodovar

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Vi fu un tempo in cui l'attesa per ogni nuovo film di Almodovar era spasmodica e mi riempiva di speranze e godimento. Oggi non è più così, dopo diversi passi falsi e una certa pigrizia nell'inventiva dei suoi film Pedro Almodovar ha smesso di suscitare quegli smottamenti sentimentali violenti e creativi di una volta. Tuttavia La pelle che abito, pur non discostandosi dalle suddette deficienze, riesce a ritrovare un nuovo senso nel terrore, tanto autentico quanto inedito.

Il viaggio nell'idea di cinema della paura di Pedro Almodovar è un'esperienza unica. Totalmente privo di qualsiasi forma di efferatezza (anche gli spari producono poca dilaniazione e gli stupri sono quasi invisibili) e per nulla interessato a mostrare contenuti disturbanti, La pelle che abito parte come sempre da un calco noto che il regista tratta come una forma d'ispirazione. Stavolta è L'isola del dr. Moreau, classico di fantascienza/horror portato al cinema almeno 3 volte (e una volta dai Simpson!) e centrato sui terrificanti esperimenti di ibridazione tra uomini e animali condotti da un chirurgo pazzo a furia di asportazioni e "riattacchi". Al tema Almodovar chiaramente sottrae tutta la componente bestialità/razionalità e aggiunge quella riflessione sull'ibridazione dei sessi e il mescolamento di caratteri maschili e femminili che in un modo o nell'altro attraversa tutti i suoi film.
E in questo, in un'edita proposizione di transessualità chirurgica estrema (perchè perfetta), sta tutto l'orrore psicologico. Una gabbia che assimila una clinica chirurgica ad un ospedale psichiatrico da Carpenter e che trasforma davvero il corpo di Banderas, abbattuto in un abbigliamento imprescindibilmente ordinario e contrario ad ogni idea di fascino, ma soprattutto svilito in quella che storicamente è sempre stata la sua componente più forte, la fisicità sensuale.

Purtroppo però ad un'idea ed un soggetto degni della miglior causa non corrisponde una forma inventiva paragonabile a quelle cui ci aveva abituato. Forse non è lecito pretendere che un regista replichi i suoi tratti più forti, che ripeta sempre la canzone cavallo di battaglia, tuttavia anche considerando come La Pelle Che Abito insista su tante componenti almodovariane (è presente la solita abbondanza di intrecci da feuilleton che vanno da figli legittimi e illegittimi, morti improvvise in incidenti, ospedali, agnizioni, svelamenti e clamorosi ritorni) è indubbio che manchi quella maniera tutta particolare con cui il regista sapeva raccontare il modo in cui i suoi innamorati folli si guardano, o che quantomeno non ci sia nulla a sopperire a quella mancanza.

Gli amori impossibili dei migliori film di Almodovar sono raccontati con un piglio visivo capace di mostrare modalità inedite di contatto visivo tra gli amanti. Da Lègami a Parla con Lei, da Carne Tremula a Il fiore del mio segreto, uomini e donne stabilivano un rapporto declinato attraverso metafore e momenti registici altamente significativi centrati sul "vedersi" (per non parlare della sala di doppiaggio di Donne sull'orlo di una crisi di nervi).
Ecco perchè nell'ammirare il grande amore folle che anima il chirurgo di La Pelle che Abito si sente la mancanza di un guizzo almodovariano, vuoto ancor più evidente nel momento in cui si ha un assaggio di almodovarismo nell'attimo in cui, spiando la sua amata di nascosto attraverso una videocamera, Banderas si pone accanto all'immagine gigante della testa di Elena Anaya che d'improvviso alza lo sguardo e lo guarda, come se sapesse dove sia l'obiettivo della videocamera.

18.9.11

Puffi (The Smurfs, 2011)
di Raja Gosnell

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Sembrava una follia quando fu annunciato: un film su I Puffi realizzato in live action con i personaggi di Peyo animati in CG, e invece il risultato segna uno dei punti più alti raggiunti fino ad ora dall'animazione digitale. Impressionante il dettaglio e l'animazione dei personaggi ma ancor di più la verosimiglianza del gatto Birba (considerato anche che si tratta di un animale esistente e dunque non da creare ma da imitare).
Stranamente la medesima cura non è poi stata posta alla terza dimensione del film, che come spesso capita semplicemente non esiste, anche in virtù di uno stile di ripresa che ne rende di fatto molto difficile la percezione.

In un'epoca di continui revival i Puffi sono l'ennesimo prodotto dell'industria culturale riesumato e rimesso al centro dell'immaginario collettivo infantile a forza di placement e merchandising. L'infinità di brand e marche che campeggiano nel film o sono utilizzate dai Puffi in questo senso sono solo un passo di quest'idea più grande di "piazzamento" degli omini blu.
Manhattan è ovviamente il più grande dei piazzamenti, il più grande dei brand che vengono associati ai Puffi per il loro rientro sul mercato ma poi arrivano anche Google, Microsoft (la "finestra magica" la chiama Grande Puffo), Vaio e via dicendo. Tutti esempi che oltre a parlarci del posizionamento commerciale dell'operazione raccontano anche un'altra dimensione, quella di un film che si rivolge ad un nuovo tipo di genitori, più geek e meno conservatore, senza rinunciare al consueto svolgimento disneyiano.

Molto del film è infatti dedicato agli accompagnatori dei bambini. La linea di trama che riguarda Neil Patrick Harris, diviso tra un lavoro oppressivo e una vita che da due sta per diventare a tre, sembra volersi rivolgere ai più grandi con i suoi molti momenti sentimentali che di certo annoiano un bambino. Ma il genitore in questione non sembra essere quello classico, Harris è infatti il genitore geek, che pone domande precise e approfondite ai Puffi sulla loro natura (le stesse che girano in molti "trattati" ironici online) e che rappresenta il nuovo 30-40enne a cui il film non rinuncia a parlare. La mossa tuttavia non sembra vincente ma solo un espediente che annoia il pubblico vero del film ed è un peccato, perchè come storiella leggera e divertente i Puffi aveva tutte le caratteristiche di ritmo e azione che servono.

17.9.11

The Eagle (id., 2011)
di Kevin MacDonald

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Al posto dei cowboy gli antichi romani, al posto degli indiani i britanni.
Kevin MacDonald, il regista con l'hobby del documentario già dietro le macchine da presa di L'Ultimo Re di Scozia, State Of Play ma anche ideatore di Life in A Day, gira un film che dire che non gli appartenga è poco. The Eagle, scritto da scozzesi e inglesi, recitato da un cast misto di americani e britannici e infine tutto centrato su quello spostamento di senso che un ribaltamento di fronte costringe ad operare, è una delle opere meno sensate dell'anno. Quanto ci vuole per convincere un soldato della malafede del proprio fronte? Quanto ci vuole per fargli cambiare idea su tutto il sistema padrone/schiavo? 90 minuti circa.

La storia è quella di un ufficiale romano che si fa spedire in Britannia, vicino al vallo di Adriano, perchè lì suo padre cadde in battaglia con tutto il suo plotone perdendo lo stemma romano (per l'appunto l'aquila), incidente increscioso che ha gettato discredito e vergogna sulla sua famiglia e che il protagonista è intenzionato a cancellare a furia di gesta eroiche. Sul posto salva la vita ad uno dei britanni che era finito come vittima in uno spettacolo da colosseo, diventa il suo schiavo e in seguito la sua guida quando si avventurerà al di là del vallo. Con lui scoprirà che forse i britanni non sono i barbari che credeva e che forse i romani non sono dei santi.

Il modello è sempre quello: Soldato Blu. Il passaggio dall'altra parte del fronte e la vicinanza all'altra parte in causa opera un mutamento di prospettiva e la scoperta della vera natura del proprio fronte. Complice una storia di occhi dolci tra i due protagonisti che si risolverà in un (apparente) nulla di fatto. Ma come se l'applicazione di dinamiche da storia americana ad un contesto da antica Roma non fosse sufficientemente fastidioso, Kevin MacDonald applica a personaggi romani anche valori, idee, paure, ansie ed ossessioni degli eroi americani. Il risultato provoca uno stridio tale da assordare le orecchie e si vorrebbe fingere di non vedere il continuo anacronismo narrativo, ma non c'è scampo.

16.9.11

Shame (id., 2011)
di Steve McQueen

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

La prima cosa che risulta evidente vedendo Shame è la sua natura ibrida di film controllatissimo ed austero ma contemporaneamente anche molto sbilanciato verso temi e toni di grande appeal per il pubblico. La storia di un erotomane che nasconde traumi nel suo passato non ha uno svolgimento canonico, non passa attraverso rotture di equilibri o conquiste ma si espande orizzontalmente in tutte le direzioni come un liquido. In questo sta il pregio e il rischio maggiore del film. 
La vita distaccata, fredda e colma di un sesso cercato solo se a pagamento, altrimenti accettato quasi passivamente, del protagonista contamina ogni ambito del racconto con la vergogna del titolo. L'erotomania è prima mostrata come una malattia (verso la quale si ha ben poca empatia) e successivamente come un trauma.

E' abbastanza scontato dirlo, specie dopo l'assegnazione della Coppa Volpi, ma è Fassbender il paesaggio sul quale si gioca gran parte della forza del film. McQueen lo prevede quasi in ogni inquadratura e quando non lo fa (la lunga canzone cantata dalla sorella) è solo per dare più forza alla prossimo momento in cui tornerà in scena. L'idea è di lavorare per sottrazione e con il corpo quasi per tutto il film, non solo i molti amplessi filmati, ma anche le botte o la corsa ripresa a figura intera (bellissima di una bellezza tutta misteriosa).
In ogni caso l'attore recita con espressioni che oscillano tra l'impassibile e il vagamente preoccupato.  Solo nel finale ci sarà un'esplosione d'espressività che fa il paio con il tentativo di una svolta nella vita. McQueen e Fassbender scommettono che solo pochi momenti saranno sufficienti e hanno ragione. Il misto di dolore, frustrazione, rabbia, eccitazione, disperazione e solitudine che l'attore mostra nell'amplesso a tre è qualcosa di raramente visto.

La cosa meno forte di Shame invece è come per gran parte del film arranchi nel tentativo di preparare i momenti più emotivi (il rimorchio in metropolitana, uno straordinario esempio di sfacciata inibizione) che devono stridere con il tanto sesso a pagamento o disimpegnato che viene mostrato senza nessuna partecipazione, senza nessuna eccitazione. Spesso il film si perde in lungaggini, spesso manca di interesse o non riesce ad andare a fondo quanto dovrebbe, cosa evidente in particolar modo nelle interazioni tra i due fratelli. Cosa volesse fare davvero McQueen alla fine dunque non è chiarissimo, rimane solo un ritratto di un personaggio molto intenso nella sua banalità.

Pollo alle prugne (Poulet aux prunes, 2011)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

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CONCORSO 
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

Il secondo film da regista di Marjane Satrapi (in collaborazione con Vincent Paronnaud come già accadeva per Persepolis) conferma che il fumetto al cinema si traduce più facilmente in animazione che in live action. Considerazione banale ma nemmeno troppo. A parità di "fumettismi" infatti Pollo alle prugne si lascia contaminare forse eccessivamente dalla sua provenienza e per lunghi momenti sembra suonare una bella melodia stonando.

Le transizioni da scena a scena, la disposizione dei personaggi nell'inquadratura, il modo in cui entrano o escono dai vari segmenti e infine anche molti degli atteggiamenti che assumono (il protagonista che pedinando una persona sbuca dai posti più impensati come i bidoni della spazzatura), tradiscono una mentalità o un concepimento fumettistico. Questo accadeva anche in Persepolis ma la forma animata riusciva a mitigare questi elementi estranei inglobandoli di nuovo nel più grande insieme del linguaggio filmico.
Virando invece sul live action al 90% (inserti animati ci sono anche qui) Satrapi e Paronnaud optano inizialmente per uno stile da Jean Pierre Jeunet e il deja vu che si ha verso Il favoloso mondo di Amelie gioca un po' contro il film.

Le cose che invece funzionano sono principalmente due (tre se si contano gli sfondi disegnati): la seconda parte del film, con la sua chiusa (molto ruffiana) in cui tutto ciò che è stato raccontato (ovvero la vita del protagonista) è riletto alla luce di una nuova scoperta, come in un controcampo di tutti gli eventi che ne scopre una dimensione infinitamente più sentimentale; Mathieu Amalric. L'attore di Lo scafandro e la farfalla è sicuramente uno dei migliori di Francia nonchè d''Europa, almeno tra quelli emersi negli ultimi 15 anni, e in Pollo alle prugne riesce a passare dalle espressioni caricate da fumetto a quelle più moderate del cinema. Da solo Amalric opera quell'adattamento e traduzione di contenuti da medium a medium che spesso i registi sembrano trascurare. Lui che dovrebbe essere solo un interprete è autore di questi film tanto quanto loro.

15.9.11

Morbid Minutes

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Una delle più grandi promesse mai mantenute dalle webserie è quella relativa all'intrattenimento horror, cioè alla possibilità per i contenuti di paura di trovare una nuova vita in un formato breve e soggetto al linguaggio della rete. Sebbene inizialmente l'unione di libertà espressiva, cinema fai da te, distribuzione senza limiti e durate ridotte facesse pensare ad un florido sviluppo per un genere tra i più amati e tra i più praticati a bassi budget, alla fine pochi sono stati gli esperimenti in materia davvero degni di nota.
31 Seconds aveva tentato una forma di narrazione che, sebbene non pienamente, dell'orrore abusava del brivido come chiave di lettura in maniera efficace, e anche Inside piazzava una protagonista in una situazione spaventosa, tanto quanto faceva L'altra - Martina Dego. Tuttavia solo Blackbox TV è riuscita a prendere di petto la questione e proporre un'idea efficace di paura per la rete.

Ora Ted Raimi, fratello del più noto Sam, e con lui autore dell'esordio low budget La Casa (The Evil Dead), tenta di portare in rete i paradigmi horror a metà tra vera paura e autoironia del genere che sono la cifra della produzione di famiglia.
Morbid Minutes è una serie distribuita tramite Break.com (ma senza la dignità di una sezione apposita, una pagina riassuntiva o qualsiasi URL autonomo!) nella quale Raimi prende a piene mani dal modello più abusato per l'horror online, Ai confini della realtà (sommato ad Alfred Hitchcock Hour, da cui mutua il riferimento temporale accorciato in "minuti"), e confeziona delle ministorie dell'orrore.
I risultati non sono sempre straordinari ma nei casi migliori introducono un diverso grado di commistione tra serietà e ironia nel mondo delle produzioni horror per Internet. Quel che era stato fatto in passato infatti era decisamente più polarizzato: da una parte la materia parodica, dall'altra quella seria. La terra di mezzo in cui la famiglia Raimi sguazza da sempre invece, quella che riesce a prendere seriamente sia l'orrore che l'ironia, è una novità online. E l'episodio Tie Game in questo è molto rappresentativo.

10.9.11

Le previsioni di Venezia 68

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Come da rituale, piazzo le mie scommesse prima di prendere il treno che mi riporta a casa. Anche quest'anno le previsioni sono scommesse non valutazioni, cioè sono il frutto del gradimento ma anche di un azzardo su cosa possa piacere a questa giuria, incrociato con le voci di corridoio dell'ultim'ora.

Conscio che non potrò mai replicare il clamoroso risultato delle scommesse dell'anno scorso (ecco! Le mani avanti!) quest'anno ho proceduto per aree, individuando dei film che dovranno prendere un premio per meriti effettivi e opportunità politico/ideologica e cercando di posizionarli nello scacchiere delle menzioni.
Tra parentesi c'è il film che io avrei fatto vincere, per il Leone D'Oro mi sono sbilanciato, non credo ce la farà Faust ma voglio crederci in Aronofsky!

Leone D'Oro - Faust (Faust)
Leone d'Argento alla regia - Sion Sono per Himizu (Ann Hui per A simple life)
Coppa Volpi miglior attore - Michael Fassbender per Shame (Christoph Waltz per Carnage)
Coppa Volpi miglior attrice -Deanie Yip per A simple Life (Aris Servetalis per Alps)
Menzione speciale - Carnage (Dark Horse)
Premio Mastroianni - Juno Temple per Killer Joe (Juno Temple per Killer Joe)
Osella miglior sceneggiatura - Carnage (Killer Joe)
Osella miglior fotografia - Terraferma (Terraferma)

Il vetturale del San Gottardo (1942)
di Ivo Illuminati

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RETROSPETTIVA
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Creduto perso per anni, salvo poi essere stato ritrovato e restaurato dalla Fondazione Cineteca Italia, questo film di propaganda è una testimonianza importante della volontà di apertura verso l'Europa. Pensato per placare le polemiche dovute ai lavori del traforo del San Gottardo e realizzato da un regista che fu tra i pionieri del muto ma che nel ventennio era stato considerato pochissimo, il film è una favoletta pulita e innocua (anche a livello di propaganda).

Tutti i conflitti che animano la pellicola, da quello tra i vetturali e gli ingegneri (i primi sono l'unica forma di trasporto che i secondi uccideranno con il traforo) fino a quello più particolare tra uno di loro e lo spasimante della figlia (che guarda caso è ingegnere), si risolvono con la nascita di un figlio. Partito come un'opera che vuole mettere a confronto due mentalità, quella progressista e modernista contro quella conservativa tipica delle comunità provinciali, nell'ottica di una risoluzione a favore dell'interessa nazionale, il film sempre di più prende la piega del romanzetto, dimenticando le priorità.

E non è di maggior interesse la fattura, idealizzata e stilizzata in un momento storico in cui il realismo stava per risorgere dal cimitero francese e arrivare nelle strade italiane, di fatto pronto a relegare in un angolo quest'idea di cinema ripulito e sofisticato.
Durante una dissolvenza incrociata per poco si vede pure il ciak....

Damsels in Distress (id., 2011)
di Whit Stillman

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Il film che chiude la mostra di Venezia di quest'anno è una commedia americana ambientata in un college. Contrariamente a quanto fa immaginare l'ambientazione Damsels in Distress è un film che si allontana quanto più possibile dalla convenzionalità, per dipingere (non senza un certo buonismo di fondo) una condizione umana particolare.

Le damigelle in pericolo del titolo sono le protagoniste, attiviste di un centro contro i suicidi, idealiste e pronte a fare tutto per dimenticare i propri traumi, ma il riferimento all'archetipo narrativo della povera donna che l'eroe maschile salva sa di grottesco davanti alle poco qualificanti figure maschili del film. Uomini maschilisti e completamente idioti che le ragazze ricercano per aiutarli e sentirsi migliori di loro.

Con un umorismo che alle volte conquista proprio, e un punto di vista decisamente femminile sul mondo maschile, Stillman ha il merito di non risparmiare critiche alle sue eroine.  Il film manca però di personalità e sembra girato con uno stile a metà tra la rarefazione di Solondz che il grottesco di Wes Anderson. questo matrimonio di understatement e awkward genera un figlio troppo pulito, senza il beneficio della carica kitsch che John Waters metteva nei suoi quadretti.

Anhey Ghorhey Da Daan (Alms of the blind horse, 2011)
di Gurvindher Singh

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ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Nel Punjab una casa in un villaggio di poveri è abbattuta di notte. Il giorno dopo una famiglia condizionata da quest'evento vivrà la sua giornata confermando le vessazioni da parte dei padroni.
Ecco no. Così no. Non sono mai stato avversatore del cinema più difficile, quello che pretende un grande sforzo di comprensione ed attenzione da parte dello spettatore, anche quando funziona poco e annoia molto. Ma così è troppo.

Singh pensa ai volti dei suoi attori (tutti spettacolari perchè appartenenti a dei non professionisti) e sembra credere che partendo da quelli e rimanendo su quelli il film funzionerà, ma non è così. Di tutta l'attenzione e la benevolenza concessa nulla torna indietro.
Scene quotidiane, momenti di noia, discussioni poco proficue e qualche sporadico momento emotivo non costruiscono quel quadro di vessazione quotidiana che si intuisce essere l'interesse del regista.
Fare film lenti e senza uno svolgimento canonico è un peso non una facilitazione, ed il film può sopportare tale peso solo se costellato di idee.

Ki (My name is Ki, 2011)
di Dawid Ladzek

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GIORNATE DEGLI AUTORI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Ki è una ragazza madre. Giovane, bellissima e con un figlio a carico di due anni. Il padre biologico è meglio abbandonarlo ad inizio film e per mantenersi posa nuda di fronte ai pittori. Intanto è ospitata in una casa in cui c'è un ragazzo responsabile ma distante. Lei non si rassegna a smettere di vivere da ragazza e cominciare a fare la madre, nonostante il figlio Piotr sia l'unica cosa a cui si interessi.

Con uno sguardo che cerca di eclissarsi e che emerge unicamente quando manifesta un pudore inusuale per la nudità femminile, Dawid Ladzek sta nel bene e nel male con la sua Ki, anche quando lei è la prima ad agire contro i propri interessi. Lo stile è quello dell'autorialità europea degli anni duemila (pedinamenti, macchina a mano e inquadrature fisse sulla protagonista) e la trama è solo un momento nella vita della ragazza, non eccessivamente significativo per quel che succede ma rappresentativo di un modo di vivere.

Di tutta la furia e la leggerezza che Ki mette davanti alla macchina da presa, il suo agitarsi con il quale combina danni ma risolve anche situazioni, Ladzek tira le fila nell'ultima scena, come si conviene a questo tipo di cinema. La chiusa non lascia esaltati ma nemmeno delusi. E con il tempo il film e il personaggio di Ki, un po' ti crescono dentro.

9.9.11

Kotoko (id., 2011)
di Shinya Tsukamoto

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ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

In Kotoko c'è un momento raro anche per il cinema di Tsukamoto, un momento in cui sembra che il regista si ponga un limite per poi superarlo, cioè sembra affermare che esiste un indicibile (o nel caso specifico infilmabile) e ne è palesemente terrorizzato lui per primo.
E' un momento in un film che spesso si dilunga (ci sono 3 canzoni di Cocco che sospetto essere sempre la stessa ripetuta), spesso ripete se stesso e altre volte prende binari talmente imprevisti da stonare. Non è insomma Tsukamoto al massimo della sua compattezza, quando ad un'intenzione precisa come un rasoio fa corrispondere un'esecuzione rigorosa nella sua furia epilettica.

L'oggetto dell'indagine questa volta è una donna, madre di un neonato che, come sempre nel cinema del regista giapponese, è ossessionata senza un motivo particolare dal cemento, dal metallo e da visioni. Stavolta però più che la carne, il centro di tutto è la mente (come già in Nightmare detective), e la mamma è tormentata iperbolicamente da timori e pensieri inconsci di morte del figlio se non proprio di omicidio di questi da parte sua (anche influenzata dalle continue notizie in materia che vede nei telegiornali). In mezzo una storia d'amore e violenza con Tsukamoto stesso (che se nei suoi film non si riprende con la faccia gonfia dai pugni non è contento).

Se dunque l'impianto sembra tsukamotiano al 100%, meno lo è il ritmo. Almeno fino a quel momento in cui l'ansia, lo stress e la tensione indotta dal pianto continuo ed ossessivo del bambino (che il regista mescola in un montaggio audio da urlo con i rumori, le grida degli adulti, lo stridio del metallo e l'oppressione dei suoni elettronici) sembrano culminare nell'omicidio efferato con arma da fuoco a pochi centimetri dalla testa del neonato. Ed è chiaro come il sole in quel momento che il regista è terrorizzato da quello che ha scritto ed ha paura a guardarlo (e quindi filmarlo), se lo raccontasse a parole la voce tremerebbe, se fosse lui l'operatore le mani gli tremerebbero.
Ecco questa straordinaria partecipazione al lento avvicinamento ad una paura che è tangibile e vera è la parte più forte di tutto il film.

Life without principle (Dyut Ming Gam, 2011)
di Johnnie To

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CONCORSO 
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Anche quando gira una commedia Johnnie To ci tiene a dipingere un mondo in cui sono le scelte che facciamo a determinare le persone che siamo. In Life without principle le vite di tre personaggi ruotano intorno ad una somma di denaro prelevata da una banca nel giorno del crollo delle borse occidentali per la crisi in Grecia, ognuno dovrà fare delle scelte che metteranno in crisi la sua onestà.

Non c'è bisogno di sparare colpi di pistola per essere buoni gangster, buoni poliziotti o buoni consulenti di una banca, ma 5 milioni di dollari possono aiutare a superare un momento difficile anche per la Triade. Con un umorismo che non è frequente nei film del regista di Hong Kong ma che è da subito travolgente, Life without principle mette in ballo valori piccoli e temi piccoli (almeno rispetto ai grandi ideali che solitamente dominano i personaggi di Johnnie To) per raccontare incertezze e piccole titubanze di uomini minuscoli in un periodo di crisi.

E' commovente vedere come questo regista concepisca i suoi soliti spazi urbani non solamente in chiave noir o poliziesca ma come un universo complesso, in grado di farsi portatore di storie e racconti universali, di tutti i toni e i generi.
Come sempre i gangster non sono peggiori dei poliziotti e il loro lavoro non è diverso da quello dei bancari, nè richiede meno onestà. Stavolta Johnnie To però fa un passo indietro, rinuncia ad ogni sottolineatura e gira in maniera invisibile un film contemporaneamente diverso ed uguale al suo solito. Una piacevole discontinuità.

8.9.11

L'ultimo terrestre (2011)
di Gianalfonso Pacinotti

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

C'era attesa intorno al primo film di Gipi, apprezzato fumettista italiano, un po' per il suo statuto inconsueto, un po' per l'argomento scelto, un po' per la produzione (Fandango, che sbagliano leggermente meno degli altri) e infine un po' per la campagna di marketing fatta online che aveva fatto presagire quel che poi è stato.
L'ultimo terrestre è un film solo apparentemente anticonvenzionale, in realtà poggia saldamente i piedi nel più tipico cinema italiano, non che questo sia necessariamente un male, ma cercando di scrollarsi di dosso un'identità se la ritrova di nuovo sopra, solo messa male.

La storia di un uomo anonimo, triste e traumatizzato da qualcosa, tanto che subisce passivamente tutto nella sua amara vita, passa attraverso diversi colpi di scena proprio quando gli alieni stanno per sbarcare sulla Terra. 
Gli alieni non sono il centro del film, sono lo scenario, sono come le case popolari con piscina e non assegnate, come i predicatori-santoni vestiti da manager o ancora i colleghi spietati del protagonista, sono un elemento perturbatore che serve a far emergere una cosa che a Gipi preme molto, l'Italia di questi anni. L'argomento è abusato e non è che si veda nulla di nuovo ma qualche idea e qualche contenuto indubbiamente è azzeccato. Si vede che Gipi è conscio dell'esigenza di alcune cose di non essere dette con le parole ma con le immagini, le situazioni o i contesti, questo però non fa di lui un regista e la deficienza emerge nelle fase drammaturgiche più complesse, dove non tutto scorre come dovrebbe e si ha l'impressione che manchino sempre pochi centimetri alla meta emotiva.

Il lato su cui il film cede terreno per davvero però è quello del personaggio principale e del suo viaggio che è verso l'amore da una parte, verso un tradimento dall'altra e verso una scoperta imprevista e liberatoria da un'altra ancora. Qui alla lunga emergono tutti i temi più italici. Il rapporto con la famiglia di provenienza, la lotta dell'outsider in un mondo di conformati, l'intelligenza dell'apparentemente scemo in un mondo di furbi autodefiniti e via dicendo.
Un umorismo azzeccato e forte, unito a qualche momento sinceramente spiazzante (quello del mancato soccorso notturno) sono solo episodi, macchie di leopardo in un film dal finale che arriva in media res senza però configurarsi come un vero finale aperto.
L'ultimo terrestre è godibile, è divertente, è carino e ha qualcosina da dire sull'Italia ma non è un film da festival, abusa della sua carineria, si fa schermo del kitsch (i costumi degli alieni) e manca l'appuntamento con la serietà degli intenti.

Killer Joe (id., 2011)
di William Friedkin

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

C'è un lavoro che Friedkin sa fare meglio di altri e che in Killer Joe emerge con maggiore forza rispetto al passato, ed è quello sui corpi degli attori. Tutti i suoi capolavori sono costellati di personaggi ai quali gli attori danno una fisicità non comune, che non si ritrova nelle loro interpretazioni successive o precedenti. Linda Blair è il caso più eclatante ma anche William Petersen, per non dire Gene Hackman, hanno subito il medesimio trattamento. Ed è attraverso questo lavoro sul movimento e sulla presenza, oltre che ovviamente sulla recitazione, che Friedkin dà corpo e dinamismo ai suoi film.

In Killer Joe la sfida è massima e il risultato alle altezze della folle impresa. Prendere un testo teatrale e farlo diventare un film che non sembra teatrale (l'aiuta Tracy Letts, autrice originale, che ha riscritto il film per il cinema), applicare il suo modo di procedere e il suo stile ad una scrittura che guarda a Tarantino e stimola uno svolgimento della storia che ricorda le clamorose avventure nel caos insensato del mondo che dipingono i Coen, e infine fare tutto questo a partire da un personaggio spaventoso, cattivo e contemporaneamente grottesco, affidato a Matthew McCounaghey.

Proprio la spiazzante scelta di un attore il cui volto e il cui fisico sono notoriamente associati a tutt'altra tipologia di cinema, di ruoli e di serietà, è la cifra su cui si misura il successo e la spiazzante riuscita di un film che gode anche di altri fantastici interpreti (Emile Hirsch e Thomas Haden Church per dirne solo due) ma che in ultima analisi è su quel fisico palestrato, pulito, ordinato e falsamente rassicurante che poggia il suo senso.
L'avventura tarantiniana di Friedkin diventa subito personale e lascia la matrice d'ispirazione solo in superficie, perchè il regista cerca di utilizzare quello che di fatto è un sottogenere del noir, per trascinare lo spettatore nel medesimo abisso di sorpresa, deragliamento e paura (carnale e viscerale) che provano i protagonisti, sorpresi da Killer Joe tanto quanto noi lo siamo dal suo interprete Matthew McCounaghey.

Faust (id., 2011)
di Aleksandr Sokurov

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Che Aleksandr Sourov avrebbe portato a termine la sua quadrilogia sul potere con Faust lo si sapeva da tempo (i primi tre capitoli sono dedicati a Hitler con Moloch, Lenin con Taurus e Hiroito con Il Sole), quel che non si sapeva era come, a fronte di tre film dedicati a figure di potere politico si sarebbe inserita questa chiusa letteraria. Il risultato è una delle punte più alte del cinema di Sokurov e dunque del cinema in assoluto, nonchè un'operazione intellettuale di estrema raffinatezza e laboriosità. Un lavoro veramente d'altri tempi.

Il Faust sokuroviano è senza dubbio il più bel film visto alla Mostra del cinema di Venezia 2011, lo si può affermare anche prima che finisca la manifestazione. Con un'arroganza intellettuale e un ardore cinematografico che da tempo non vedevamo battere nelle opere del regista russo, Sokurov mette in scena un adattamento virtuosistico e muscolare, un lavoro intellettuale impressionante, grazie al quale dell'opera originale (che a dire il vero al cinema nessuno ha mai rispettato realmente) rimane contemporaneamente pochissimo e tantissimo, e che piega quella trama a queste esigenze.

Pochissimo perchè tutto il film si concentra nella primissima parte (il patto col diavolo è firmato dopo 1 ora e 40 su 2 ore totali di film) e tantissimo perchè quella parte è sviscerata come mai si era visto fare. Con i movimenti di macchina costanti e ondivaghi di Arca Russa, le forzature all'immagine in obliquo e gli stretch orizzontali e verticali di Madre e Figlio e infine con il gusto per una totale compenetrazione tra personaggio e natura che caratterizza tutta la produzione di Sokurov, Faust racconta la corruzione di un uomo in maniera quasi pornografica.
Mai le dinamiche e i dialoghi teatrali avevano avuto tanto senso al cinema, mai si era visto un simile passaggio dal linguaggio del palcoscenico a quello del set, mai un racconto intriso di dinamiche e di uno svolgimento drammaturgico così antico era stato restituito con tanto senso.

Ma ciò che sorprende è che nonostante un eccesso di parole, un vero tripudio di battute e dialoghi, è comunque l'immagine a determinare il vero senso ultimo. Con un budget all'altezza delle sue ambizioni e della sua immaginazione Sokurov non sbaglia nulla e raramente si aveva avuto l'impressione di essere davanti ad un film tanto perfetto, capace di combinare elementi agli antipodi come Il signore degli Anelli e Stalker (ma in fondo Stalker è presente in tutti i film di Sokurov).
L'andamento dinamico e incessante di questo treno che è Faust sembra non conoscere sosta, un modo di procedere che crea un ambiente più ampio di quello inquadrato in ogni istante, nel quale i personaggi si muovono liberamente anche andando dietro la macchina da presa per poi rientrare in campo dalla parte opposta. Un mondo reale in cui il demonio agisce con il massimo della naturalezza, senza particolari artifici, un mondo visto attraverso mille filtri e viraggi di colori perchè ogni sasso, ogni albero e ogni fiume stringe un legame preciso con il passaggio della storia in cui è inserito.

C'è un universo di senso in ogni momento di Faust, un quantitativo di invenzioni visive pensate per catalizzare un senso ultimo di corruzione e passione che fanno pensare al profluvio di creatività di La città incantata e che sono in grado di generare il medesimo piacere gutturale e intestinale della visione.
Non è un film per tutti Faust, richiede un minimo di conoscenza della storia prima di entrare in sala (basta la trama di Wikipedia) e di un amore per il senso veicolato con le immagini. Astenersi perditempo.

7.9.11

4.44 Last day on Earth (id., 2011)
di Abel Ferrara

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Quando uscirà una biografia completa ed esaustiva sulle vicissitudini professionali e le lavorazioni dei film di Abel Ferrara sarò il primo a comprarla. Intanto dobbiamo accontentarci di quello che si capisce dalla visione dei suoi film.
Inopinatamente inserito nel concorso ufficiale, questo "catastrofico" a basso budget, che si svolge a quasi 24 ore da una fine del mondo ampiamente prevista, annunciata e ormai metabolizzata da tutti con una calma che sorprende i personaggi stessi per primi, è tra i film più poveri (in tutti i sensi) del regista e pare pensato, scritto, girato e montato in una settimana. Inizialmente si temevano le similitudini con Last Night, il film canadese che raccontava anch'esso di un ultimo giorno del mondo con ambizioni autoriali, ma andando avanti se ne rimpiange l'assenza.

Ambientato quasi tutto in una stanza e su un tetto, condito con effetti speciali non solo superflui (fuoricampo per fuoricampo, a questo punto la si poteva anche non vedere mai la fine del mondo) e tutto giocato su una moltiplicazione di schermi, televisori e monitor di pc che trova qualche giustificazione di trama ma puzza di ristrettezza di budget, 4.44 Last Day On Earth dovrebbe emergere per le sue idee. Dire che non emerga è poco.

Abbandonato il furore cattolico qui è l'animismo buddista a dominare dei personaggi rassegnati alla fine e che nelle ultime ore, come gli altri abitanti del pianeta, cercano qualche contatto con i parenti (tutti invero rassegnati e molto tiepidi) e qualche insperata riconciliazione umana.
Relazioni personali a base di sesso, poco sentimentalismo, qualche amicizia rispolverata e tanta disperazione. Il ritratto umano e sociale, che sembra essere la prima preoccupazione di un Ferrara che ha ormai dimenticato come l'indagine sulla forma sia parte della realizzazione di un film, non va più in là di una denuncia sterile (il mondo finisce per il buco dell'ozono, "aveva ragione Al Gore") e di un simbolismo d'accatto (tutti gli schermi rimandano conversazioni ma nessuno sembra ascoltare).
Ormai solo Willem Dafoe continua a crederci indefesso. Il suo impegno a fronte di un nulla sullo schermo è quasi commovente.

Tormented 3D (Rabitto horaa 3D, 2011)
di Takashi Shimizu

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Dopo The Shock Labyrinth 3D Shimizu torna alla mostra di Venezia con un altro horror 3D, il quale prende le mosse proprio dagli eventi del film precedente. Ma invece che fare un blando sequel Shimizu porta i personaggi di Tormented in sala a vedere proprio The Shock Labyrinth dove la tecnologia tridimensionale fa passare quel coniglio di pezza che si vede nel primo film, in questo secondo. Quando il coniglio sembra uscire dallo schermo il bambino lo afferra e lo prende effettivamente, così tutto ha inizio.

Ecco, questa è l'unica vera grande trovata di un film che rispolvera tutti i topoi del j-horror senza avere nessuna forza. Però proprio nella riflessione metafilmica sulla tecnologia (che come sempre è la portatrice di mistero, inconoscibilità e quindi forza generatrice di angoli bui in cui si annida la paura) Tormented 3D trova almeno un momento di interesse.

Per il resto ci sono apparizioni, scissioni mentali, incubi in cui si è trascinati da coniglioni di pezza giganti (siamo al limite dell'involontariamente comico, proprio ad un passo eh!) e quel continuo rimando di inganni che il cineasta fa allo spettatore ("ecco chi era il colpevole! Invece no, si era immaginato tutto! Invece no, solo questa cosa qua era reale!") tipici di certo cinema asiatico. Il tutto senza una vera idea di terrore che rimanga più a lungo degli spaventi per i "botti" e le impennate sonore.
Alla fotografia c'è Christopher Doyle ma è come se non avesse nemmeno guardato le immagini dal monitor di servizio.

Sarebbe troppo facile far notare chi, tra personaggi e pubblico, è il vero tormentato.

The Exchange (Hahithalfut, 2011)
di Eran Kolirin

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Raggelato è dire poco. The Exchange è un film in cui  non avrebbe sfigurato Bill Murray, un racconto tutto espressioni fisse e colme di humor, in cui un uomo, un dottorando in fisica, torna a casa un giorno al di fuori dei soliti orari e gli sembra di riscoprire un mondo. Da quel momento in poi diventa come drogato di queste esperienze fuori dai canoni, guardare ambienti vuoti, scrutare gli altri mentre non sanno di essere visti.

Sebbene non sia la chiarezza il punto principale del film (che più che narrare un conflitto o la sua risoluzione preferisce suggerire e magari stimolare) il suo incedere a passo lento ma spezzato da frequenti risate, che confermano come regista e sceneggiatore siano ben consci dell'assurdità e del grottesco delle situazioni descritte, dona una consapevolezza inedita a questo tipo di opere.
Il percorso anticonvenzionale del protagonista verso sguardi nuovi sul solito mondo è consapevolmente grottesco, una consapevolezza che rende subito autore e pubblico complici nello sguardo.

Con un'audacia e un'ironia decisamente fuori dal comune The Exchange non è però un film da grande pubblico. Pur avendo il pregio di descrivere un mondo nuovo partendo e rimanendo in un condominio, compie un viaggio tortuoso e dalla meta incerta che non tutti potrebbero essere disposti a compiere assieme a lui.

People Mountain, People Sea (Ren Shan, Ren Hai, 2011)
di Cai Shangjun

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Come consuetudine anche quest'anno il film a sorpresa è un cinese. Dopo Still Life (che vinse) e La fossa (che figurò bene) è il turno di People Mountain, People Sea che da subito si capisce si inserisce sul solco dei primi due ma inferiore.
E' cinema cinese d'autore dai tempi dilatati, categoria tanto abusata quanto difficile da realizzare. Sono infatti anni che la Cina più autoriale ha cominciato a proporre un'indagine delle campagne e delle zone remote attraverso una contemplazione silenziosa e metaforica.

La ricerca da parte di un uomo dell'assassino del fratello non è un susseguirsi di indizi ritrovati e inseguimenti ma di pasti e momenti di silenzio, interrotti ogni tanto da qualche notazione anticlimatica ("L'abbiamo trovato, però ora è fuggito e non sappiamo dove sia").
Addirittura da un certo punto in poi il film sembra ricalcare l'ossessione che già era del Wang Bing di La fossa per l'indagine degli abissi umani e delle atrocità che si consumano nelle miniere (in questo caso, lì erano campi di lavoro). Uomini ammassati e deumanizzati, abituati ormai ad una vita violenta ed efferata.

Manca però la profondità e la capacità di contemplare quel mondo che viene descritto che era di Wang Bing. Le immagini, eterne e sfiancanti, di Cai Shangjun non si fanno mai portatrici di senso. L'errare quasi senza meta del protagonista non riesce mai a parlarci di quel che dovrebbe (anonimato? solitudine? disperazione? ricerca di qualcosa cui aggrapparsi?) come del resto non paiono parimenti funzionare i momenti vagamente sentimentali.
People Mountain, People Sea in sostanza appare un film fallito, che ad una messa in scena probante e prolissa non affianca alcuna ricompensa cinematografica.

6.9.11

Himizu (id., 2011)
di Sion Sono

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Sion Sono era già a Venezia anche l'anno scorso, nella sezione Orizzonti, con Cold Fish, opera che non convinse tutti. Ora torna, in concorso, con Himizu, film che rielabora con lo stile allusivo e delirante di Sion Sono il dramma di Fukushima.

Spiace dire che a fronte di idee (e capacità di metterle in relazione) fuori dal normale, non tutto sembra funzionare perfettamente in Himizu. La storia di due ragazzi vessati in tutte le maniere possibili dai genitori, scombussolati dallo tsunami, devastati internamente e malconci esternamente, che cercano di ricostruire se stessi senza successo, è costellata di immagini di una potenza rara che però non si fanno mai sistema.
Se, ad esempio, il patibolo con cappio meticolosamente preparato e addobbato con luci natalizie che i genitori preparano docilmente per liberarsi della figlia è uno tra i simboli più forti mai visti del senso di castrazione di una generazione da parte di quella precedente, e il continuo ripetersi senza sosta di atti violenti contro i protagonisti parla abbastanza chiaro, la deriva folle pare più scontata e meno efficace.

Tra pistole sognate dentro lavatrici, suicidi auspicati e sogni di normalità destinati a frustrazione, Himizu calca troppo la mano sul senso di impotenza e di violenza dei giapponesi sui giapponesi, finendo per diluire la sua carica dirompente in un mare di aggressività.
Privo della dimestichezza con la violenza umiliante di uno Tsukamoto ma dotato di molta più leggerezza Sion Sono pare non metterla a frutto nemmeno questa volta e Himizu appare come l'ennesima promessa non mantenuta.

Il villaggio di cartone (2011)
di Ermanno Olmi

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

I pervertiti di questo blog sanno che ho una passione insana per il cinema di Ermanno Olmi anche se per tanti versi contraddice moltissime delle cose in cui credo. Ovviamente io in questo film, come solo un folle può fare, ci speravo.
Reduce da due documentari bellissimi come Terra Madre e Rupi del vino, Ermanno Olmi torna al cinema di finzione anche se aveva detto di averci rinunciato. Peccato, perchè quel capolavoro di cinema vero che è Centochiodi era una chiusa perfetta. 

Invece con Il villaggio di cartone e la sua storiellina ina ina di immigrati clandestini nascosti in una chiesa sconsacrata e svenduta da un sacrestano, Olmi si allinea al peggio del nostro cinema "anziano". Inseguendo ossessioni da terza età, assillato da un simbolismo tanto diretto quanto stantio e trascurato come solo gli anziani registi italiani sanno essere, l'uomo che una volta diresse Il posto si piega alle derive della senilità.

Lo sforzo è infatti ai minimi storici in questa vicenda tutta svolta in un teatro di posa (ma se non altro lo è "palesemente"), fuori dal quale sembra infuriare la guerra vera e propria e che vuole a tutti i costi essere didascalica. Fino ad oggi Olmi era stato il massmio della didascalia a parole ma non nel cinema, questo travaso superfluo e non richiesto potevamo risparmiarcelo.

Terraferma (2011)
di Emanuele Crialese

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Tra i registi italiani di oggi nessuno ha quella capacità di generare immagini che Emanuele Crialese padroneggia. Nonostante non sia ancora riuscito a realizzare un film che possa mettere a frutto nella maniera migliore le sue doti più evidenti (solo Respiro fa davvero intuire cosa potrebbe essere un capolavoro firmato Crialese), lo stesso il regista che a Venezia porta Terraferma è costantemente in cima ai desideri cinefili.

Purtroppo anche questo nuovo film conferma i difetti rilevati in precedenza. Una tendenza eccessiva a cavalcare temi, momenti e situazioni abusate pretendendo (inutilmente) di estrarne novità, che impediscono al film di volare altissimo dove lo porterebbero le sue trovate.
Una barca colma di turisti (come si vede nelle locandine), migranti che nuotano nella notte come Lo Squalo, reti nel mare azzurro e tutta la visione di Stromboli (dall'alto fino ai vicoli) parlano molto di più di quanto non faccia il profluvio di ovvietà spacciate per audaci affermazioni che escono dalle bocche dei personaggi.

Già il tema dei clandestini che non possono essere aiutati per legge (visto anche in Welcome e qui al festival anche in Il villaggio di cartone) pare qualcosa di non eccessivamente originale per il nostro cinema, sempre attento a professare la sua fede con grandi cartelli, in più qua Crialese fa scontrare le nuove norme con il vecchio codice del mare dei pescatori di Stromboli, per il quale un uomo non lo si abbandona mai in mare.
Ma è una dialettica vecchio/nuovo che non aggiunge nulla a Nuovomondo, che a sua volta non aggiungeva nulla a Respiro (che a sua volta aggiungeva poco al cinema italiano in materia ma se non altro aveva il merito di andare a parare altrove).

Amore Carne (2011)
di Pippo Delbono

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ORIZZONTI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Il non-cinema ha un nuovo simbolo.
Pretenzioso, pomposo, vuoto, "poetico" (nel senso più dispregiativo che le virgolette possono dare), insulso, personale, ombelicale, vanesio, autoindulgente, passatista, retrogrado, ininfluente, delirante, malconcio, precario, privo di stile, privo di idee vere, privo di qualsivoglia pulsione comunicativa seria e in ultima analisi superfluo oltre ogni dire.
Tutto quello che il cinema non dovrebbe essere mai. Uno solo dei momenti di Amore Carne rovinerebbe inevitabilmente anche il miglior film di Scorsese.

Io lo vidi, blogger me lo pubblicò, google spero lo indicizzi. Voi lo sapete, se lo vedete è a vostro rischio e comunque mai in una sala dalla quale non possiate fuggire o su un televisore non vostro che non possiate spegnere.

Pivano Blues, sulla strada di Nanda (2011)
di Teresa Marchesi

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CONTROCAMPO ITALIANO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Tutto il peggio del giornalismo cinematografico televisivo italiano riassunto in un documentario che è in realtà un lunghissimo coccodrillo da telegiornale. Riciclando materiale d'epoca, interviste da lei fatte, partecipazioni a manifestazioni, riprese di premi consegnati e presi e infine contributi per l'occasione (pochi) da nomi ricorrenti (Ligabue, Vasco), Teresa Marchesi confeziona questo santino insostenibile che esalta a furia di slogan.

Non c'è analisi, non c'è lettura nè c'è illustrazione degli aspetti più interessanti di Fernanda Pivano, solo il racconto delle sue conquiste professionali e una banalizzazione del suo pensiero, condito con le amicizie importanti (a cominciare dai beatnik ovviamente) per fare colore e sentimento. 
Un documentario fatto per strappare l'applauso di chi vuole salire sul treno dell'esaltazione del deceduto, che tratta una delle figure più interessanti del panorama culturale italiano come un oggetto da museo, con la volontà di ammirare senza conoscere, di esaltare per definire se stessi intellettuali. 
Terribile. Davvero. Terribile.

Cime tempestose (Wuthering Heights, 2011)
di Andrea Arnold

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Da un film su commissione come questo Cime Tempestose era difficile aspettarsi tanta logica prosecuzione di quanto di buono mostrato in Fish Tank. E invece...
Invece Andrea Arnold asciuga la trama del romanzo di Emily Bronte da qualsiasi fronzolo, elimina tutta la parte di storia che non riguarda Heathcliff e Catherine e, dando per scontato lo svolgimento della storia, si concentra solo ed esclusivamente sui movimenti sentimentali e sul racconto per immagini di quel complicato insieme di odio, amore e riempitivo della solitudine che è il loro rapporto.

Come per Fish Tank sono ancora i particolari inquadrati a distanza ravvicinatissima e con poca profondità di campo il mezzo espressivo prediletto dalla regista. Nulla di nuovo od originale ma raramente tali contrappunti erano stati usati meglio. 
Il montaggio mescola piani medi, primi piani e per l'appunto questi super dettagli cercando di simulare di volta in volta la furia sentimentale, l'attenzione degli amanti o anche l'eterno scorrere del tempo attraverso. C'è un ramo che batte di continuo contro la finestra, costante lungo gli anni che passano, così come piante mosse dal vento che non si curano di quanto accade. Tutto già sperimentato e tutto funzionante!

Con una fotografia in 4:3, camera a mano come fossimo in un contesto violento suburbano (invece siamo nella violentissima campagna) e la precisa idea che le radici di tutto stiano nell'adolescenza, in quei primi incontri (di nuovo tornano i temi di Fish Tank), e che il dolore fisico autoinflitto stringa un rapporto determinante con il dolore interiore, Andrea Arnold gira il meno convenzionale dei possibili adattamenti di Cime Tempestose dimostrando che una regista attaccata a temi moderni può perseguirli anche dirigendo un romanzo ottocentesco.

Questa storia qua (2011)
di Sybille Righetti e Alessandro Paris

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Quella che si è costruita negli anni intorno a Vasco Rossi (con grande complicità dello stesso Vasco) è un'iconografia rock a tutti gli effetti. Vera, fasulla o gonfiata ad arte che sia, si tratta di qualcosa di raro se non unico nel panorama italiano. Questa storia qua riesce a spazzare via tutto quest'apparato di significati con il lavoro del cinema, cioè a partire dalle immagini.

Per andare a cercare le origini della musica di Vasco Rossi nelle origini della vita di Vasco, i due registi del documentario sono partiti da un lavoro sul materiale di repertorio che ha del meritorio. Non solo una quantità di foto e video messi a disposizione da amici, parenti e conoscenti ma anche un'organizzazione di questi tra il filologico e il retorico (in senso positivo), mirato a mettere in luce uno degli aspetti meno calcati del cantante.

In Questa storia qua c'è la storia di Vasco dalle sue origini ad oggi ma sono menzionate solo quelle parti che hanno coinvolto amici, parenti, conoscenti, membri delle diverse band o altri concittadini di Zocca.
A contrappuntare lo sconfinato materiale di repertorio poi ci sono una serie di interviste ma soprattutto di immagini e di paesaggi fotografati in maniera eccezionale (e davvero mai banale), che hanno il merito di incastrare i fatti raccontati o le considerazioni fatte dagli intervistati (e da Vasco con la sua voce fuori campo) in quei luoghi.

Infine, la scelta più forte di tutte si rivela anche la più vincente. L'immagine di Vasco è presente nel documentario solo attraverso il materiale di repertorio (eccezion fatta per la chiusa). Mentre l'audio è registrato per l'occasione, di video non c'è nulla di nuovo relativo alla sua figura. Ed è proprio tagliando fuori il Vasco moderno dal documentario su Vasco, che quel lavoro di smitizzazione dell'immaginario rock devastato riesce a compiersi.

5.9.11

A simple life (Tao jie, 2011)
di Ann Hui

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Fin dal titolo A Simple Life sembra ricalcare le operazioni buoniste del cinema americano (ma anche del nostro), inni alla vita e alla tranquillità che spesso sono la scusa per film conservatori, senza idee e semplicemente strappalacrime senza un'idea precisa di come fare a prenderle con classe. Questo film non è così, questo film parla davvero di una vita semplice.
Con atteggiamento compassato e minimale, senza ravanare nel dramma ma anzi cercando di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno nelle vicende dei suoi protagonisti, Ann Hui racconta la storia semplicissima (e proprio per questo mortalmente complessa da rappresentare come tale) di un uomo e la sua donna di servizio. Lei lavora nella di lui famiglia da 60 anni ormai, lui ha circa 40 anni e ne dipende come da una madre.

Non vi aspettate improvvisi drammi, parenti serpenti che sbucano nell'ombra o tragiche congiure, A simple life è un film che se lo vede Miyazaki si commuove (come ho fatto io del resto), un film in cui le persone cercano di essere brave persone e di comportarsi bene. Tutte. Ma contrariamente a quanto accade quando il cinema vuole raccontare storie di buoni con toni buoni, qui il ruffiano è ridotto ai minimi termini e qualsiasi sospetto di allisciamento del pelo dello spettatore che potete avere mentre leggete questa recensione è solo dovuto alle vostre esperienze cinematografiche negative in materia.
A Simple Life gioca d'attesa, si acquatta mentre sembra raccontare cose normali e nelle pieghe di eventi apparentemente poco importanti inserisce dettagli di una delicatezza e una sensibilità micidiali. Non è tanto nello svolgersi degli eventi che sta il segreto di questo film, quanto nella tenacia con cui i personaggi entrano sottopelle allo spettatore a furia di normalità per poi fuoriuscirne al minimo movimento del cuore.

Incastrato per bene dentro i palazzoni di Hong Kong (ma la famiglia in questione è abbiente) e saldamente ancorato al contesto del cinema hongkonghese (si sprecano le partecipazioni speciali nella parte di se stessi, ne dico due per dirle tutte: Tsui Hark e Sammo Hung), costellato di umorismo e soprattutto determinato a fare comprendere ad ogni altro essere umano che si siede in sala la radice vera del vivere sociale, A simple life appare come un film che poteva venire solo dal clima asiatico, la cui compassata ammirazione per l'instancabile affetto che gli uomini provano per altri uomini si fa stupore anche nello spettatore più disincantato.
Se non vince qualcosa il mondo è un posto ingiusto.

Dark Horse (id., 2011)
di Todd Solondz

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Uno dei registi più oscuri tra gli acclamati è Solondz, autore di film da grande pubblico sulla carta ma di nicchia sullo schermo, ostico per certi versi e dall'altra parte capace di conquistare con sceneggiature mostruose, umorismo particolare e punti di vista sulla vita, le persone e la società, totalmente fuori dalla norma.
Dark Horse è un film-Solondz a tutti gli effetti, il suo tocco è sempre riconoscibile, anche se per molti versi si stacca da quanto visto in precedenza.

Si tratta di un'opera piccola piccola, che racconta di un uomo e su di lui si ferma, senza mai ampliare lo spettro delle proprie considerazioni. Tutti coloro i quali ruotano intorno a lui sembrano esistere solo in funzione del racconto che il regista vuole fare di quest'uomo e dei suoi sentimenti. 
Il Dark Horse è il cavallo scommettendo sul quale si fanno i soldi, quello che sembra non poter vincere ma al quale lo scommettitore vero affida la sua sorte perchè pensa di sapere qualcosa che gli altri non sanno.
Come volesse cavalcare una moda il personaggio in questione è un nerd cresciuto, un bambinone ben oltre i 30 anni che vive con i genitori e lavora svogliatamente nella ditta del padre. Ha i soldi ma non ne guadagna davvero, guida un hummer giallo, è inadatto alle relazioni sociali e colleziona action figure. Insomma è uno stereotipo. Ma l'incredibile viaggio che il regista fa compiere allo spettatore lo restituirà alla giusta complessità.

Mescolando, sogni, aspirazioni e realtà, in maniera alle volte indistinguibile, e condendo tutto il consueto humor di situazione, privo di battute quindi, con Dark Horse Todd Solondz riesce nell'impresa di raccontare la delusione di un uomo per se stesso e un certo male di vivere che va a braccetto con il benessere assieme alla presa di coscienza e l'immensa tristezza che si celano dietro un atteggiamento difensivo.
Senza nessuna paura di dare torti e ragioni, utilizzando solo musica diegetica e una valanga di silenzi, ema poi parteggiando senza se e senza ma con il suo protagonista, Dark Horse si pone il più alto degli obiettivi e lo raggiunge. Da inchino e bacio dell'anello.

3.9.11

Alps (id., 2011)
di Yorgos Lanthimos

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

Non fa di certo sconti al pubblico Alps, né intende venirgli incontro in alcun modo, questo occorre saperlo da subito. Si tratta di un film che ha altre ambizioni, è un viaggio non facile da compiere alla fine del quale (e solo a quel punto) se ne potrà comprendere il senso e sentirsene ricompensati.

La storia è quella di un gruppo di uomini e donne che interpretano i morti, cioè si informano (blandamente) su passioni, desideri e abitudini di persone appena decedute e le interpretano per i genitori, i mariti o chiunque lo voglia. Tutto quanto è girato in forma comica, con un umorismo gelido fatto di grandi silenzi e impennate di assurdo e ridicolo.

Dove le cose si fanno più intrecciate è sul terreno della contaminazione tra ridicolo, grottesco e tragedia, quando Alps in poco vira sul violento, sul terribile e sul drammatico.
Le motivazioni che spingano i protagonisti a fare quello che fanno, cosa si celi nel loro passato, cosa li ossessioni e perché ad un certo punto si sciolgano non è spiegato appositamente, questi mutamenti nell’intreccio sono infatti poca cosa in confronto alle reazioni che scatenano.

Ognuno ne tragga le proprie conclusioni. Alps non è un film facile ma è un film serio, un progetto complesso che probabilmente non raggiunge tutti gli obiettivi che si era fissato ma che ha l’audacia di cercare percorsi diversi di linguaggio e di generazione del senso. Viva la faccia.

Testimony (Edut, 2011)
di Shlomi Elkabetz

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GIORNATE DEGLI AUTORI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

Un film di attori che raccontano.
Attori israeliani, presi uno alla volta e inquadrati in luoghi simili a quelli in cui è ambientato il loro racconto, narrano storie vere di israeliani e palestinesi durante la seconda Intifada. Si tratta di storie drammatiche o anche solo strane alle volte che non mettono le vittime tutte da una parte ma sanno mostrare anche come si arrivi a certe scelte e certe atrocità da parte dei soldati.

La materia non è che offra tantissimi spunti e la regia cerca di dare una certa vivacità muovendosi (poco e occasionalmente) accanto, di fianco e dietro agli attori, facendo piccoli viaggi in quegli ambienti in cui essi sono incastrati.
Tutto velleitario, tutto privo di una vera volontà di scatenare qualcosa di parallelo o concordato con il racconto.

Testimony è un modo nemmeno troppo furbo di mettere in scena storie di conflitti israelopalestinesi senza nessuna idea drammaturgica. Nessuna.

2.9.11

Warriors of the rainbow: Seediq Bale (Seediq Bale, 2011)
di Te-Sheng Wei

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Il primo grande film epico taiwanese su un pezzo di storia di Taiwan (prodotto da John Woo) è un film davvero poco cinese o anche solo poco asiatico. Il modo con il quale guarda ai suoi eroi e ai suoi cattivi infatti ha un che di puramente americano.
Non si tratta di una scelta di individualismo eroico quanto proprio di un modello espressivo che oscilla tra L'Ultimo dei Mohicani e Apocalypto (senza chiaramente essere a livello di nessuno dei due) nel raccontare la rivolta di un gruppo di nativi delle montagne taiwanesi contro i coloni giapponesi nel 1930.

La rivolta è destinata a finire nel sangue fin dall'inizio e i riottosi lo sanno, il punto è che sono stufi di essere "civilizzati" e sottomessi e preferiscono andare nel regno dei cieli ma guadagnandosi la gloria. Succo del discorso i 300 spartani seediq bale si batteranno eroicamente e con grande pianificazione contro l'esercito giapponese che per farli fuori ricorrerà alla contraerea e alle bombe a gas da opporre alle lance.

Anche passando sopra ad effetti speciali talmente malfatti da tirarti fuori dal film ogni 5 minuti e ad una lunga serie di canti tradizionali che contrappuntano l'azione, Warriors of the rainbow nonostante sia un film costantemente sul piede di guerra, non riesce mai a toccare. Facendo fare ai cattivi cose buone e ai buoni cose cattivi getta forse il cuore oltre l'ostacolo, pianificando una complessità che non riesce a gestire sapientemente. Il risultato è una certa confusione e quasi zero possibilità di adesione sentimentale.

Un été brulant (id., 2011)
di Philippe Garrel

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Pellicola fuoriuscita dalla macchina del tempo. Se i film segmentano e selezionano il proprio pubblico nel momento in cui scelgono quali caratteri mettere in scena e in che maniera, io mi domando con raccapriccio chi sia il pubblico di Un été brulant.
Storia di due coppie, di cui una in difficoltà tali che condizionerà l'equilibrio dell'altra. Tutti un po' artisti (chi più fortunato chi meno) tutti comunque ricchi e senza particolare bisogno di lavorare. Tutti bohémien d'accatto, attaccati ad un concetto presessantottino di "rivoluzione". Rivoluzione comunista s'intende.

Senza vergogna Garrel racconta di personaggi (lo preciso: che agiscono ai giorni nostri) che fanno discorsi in cui si dicono: "Se non sei per la rivoluzione allora sei reazionario e i reazionari stanno coi fascisti", che se la prendono con Sarkozy quando, in una scena che non c'entra nulla, vedono alcuni uomini di colore arrestati (chiaramente non si sa se ci fosse un motivo o meno) e che nel momento di massima trasgressione dicono: "Forse non sono comunista. Mi interessa solo dipingere e amare".
Insomma un film godardiano degli anni '60 privo di quegli elementi che lo rendono interessante, cioè privo di Godard e fuori dal contesto di quegli anni.

Operazione nostalgia si potrebbe dire (e comunque non si dovrebbe perchè il film è ambientato nella modernità) ma questo non salverebbe il film dal suo guaio maggiore: la sua sconfinata lentezza a fronte di una totale mancanza di invenzioni visive o idee filmiche. Tutti i personaggi lavorano nel cinema (ci sono almeno un regista, un aiuto regista e due attori) e c'è anche un film nel film ridicolissimo (forse l'unica cosa voluta) ma di cinema serio nemmeno a parlarne. Il fatto che stia in concorso è il solito "mistero".

Scossa (2011)
di Carlo Lizzani, Citto Maselli, Ugo Gregoretti, Nino Russo

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

I 4 registi di Scossa insieme fanno circa 200 anni, come poteva venire il film se non così??
Un'accozzaglia di pessimi effetti speciali che però tutti hanno voluto usare, sceneggiature eccessivamente letterarie (anche più di quanto non facessero nei loro anni migliori), un'ideologia sparata senza lesinare in parzialità offuscante e una prospettiva lamentosa da vecchietto al bar. Si critica senza spiegare, partendo dal presupposto che tanto lo sappiamo tutti che in questo paese cambia tutto perchè non cambi niente, che poi i siciliani hanno gran cuore e ci facciamo forza nelle disgrazie ma lo stato è assente e hai bisogno di aiutini.
Devo andare oltre? Devo riportarvi cose del tipo che un documento comunale inquadrato ad un certo punto è scritto in Comic Sans? No, non devo ammettiamolo...

La Desintegration (id., 2011)
di Philippe Faucon

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Se già le storie di nazisti e/o neonazisti non sono granchè interessanti per il loro essere tutte uguali, tutte ruffiane e concentrate a condannare qualcosa che tanto tutti quelli che vedranno il film già condannano ampiamente, ora sembra il turno del cinema anti-estremismo islamico.
La Desintegration racconta della discesa nel vortice dell'islam armato di un ragazzo francese di origini nordafricane, proprio con il piglio con il quale spesso si racconta di normali ragazzi che vengono catturati e affascinati dai gruppi ideologicamente estremi: si parte da una totale estraneità, si passa attraverso alcune disavventure personali che spingono nelle braccia dell'estremismo, si fa qualcosa di brutto a qualcuno cui si vuole bene e infine c'è l'atto estremo.

Applicato al contesto nordafricano-francese questo schema calza perfettamente e per quanto Faucon si sforzi di mostrare, con la sua messa in scena sobria e apparentemente distaccata, accanto all'islam dei terroristi anche quello più radicato e autentico delle generazioni precedenti (quello che predica tolleranza e pace) lo stesso l'idea che quel tipo di religione che sfocia in un'ideologia politica sia trattata come il nazismo rimane. E l'equivalenza tra movimento politico e religione è solo uno dei semplicismi che invece che aiutare la comprensione, semplificano la riflessione.

Peccato. Perchè l'idea di partenza espressa dal titolo, cioè che accanto e dopo l'integrazione possa esistere anche una de-integrazione, cioè un processo uguale e contrario di separazione delle singole etnie o religioni all'interno di una comunità, poteva meritare più dignità.

A Dangerous Method (id., 2011)
di David Cronenberg

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Se non è la carne è il delirio mentale. Nei casi migliori sono entrambi. Il cinema di Cronenberg è capace di declinare ogni storia e ogni argomento secondo la dialettica o l'assonanza di queste due componenti. In A Dangerous Method com'è facilmente intuibile dalla trama (la relazione tra Freud, Jung e una paziente di quest'ultimo), la mente è non solo il quadro di lettura ma anche l'oggetto dei discorsi e da questo forse deriva l'insipienza del film.

Cronenberg fa una scelta radicale (per lui) e gira un film tutto parlato, in cui la componente immaginifica non va più in là delle potenzialità e delle velleità di qualsiasi altro regista mestierante. Ma se all'inizio i dialoghi sono particolarmente evocativi e riescono a raccontare di più di quel che dicono, proprio assecondando l'immaginario cronenberghiano di mutazioni, contatti epidermici e fuoriuscite dal corpo, con il procedere del film questo viene sempre meno per lasciare spazio alla battaglia dialettica tra i tre. Questo, nemmeno a dirlo corrisponde anche ad un drastico calo del fascino del film.

Che Michael Fassbender e soprattutto Viggo Mortensen riescano poi ad animare il film disegnando una relazione che lentamente si deteriora tanto negli sguardi (sempre meno d'ammirazione e sempre meno speranzosi) quanto nei toni (sempre meno concilianti), è caratteristica meritevole ma non salvifica. Il film galleggia nella medietà. Imperdonabile per uno come Cronenberg, era meglio un fallimento epico.

1.9.11

Carnage (id., 2011)
di Roman Polanski

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MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011

Polanski un film tutto in una casa già l'aveva fatto, anch'esso tratto da un'opera per il teatro, si chiama La morte e la fanciulla ed è bellissimo. Se poi proprio vogliamo essere precisi anche Rosemary's Baby è tutto fondato sulle architetture e gli spazi stretti della casa abitata dalla coppia protagonista, per non dire di Repulsione che rende la clausura imposta dalle mura domestiche il centro del film. Dunque che Carnage sia tutto ambientato in una casa (più relativo pianerottolo) non è nulla di nuovo, anzi subisce un confronto in giusto con gli altri film.

La novità semmai è che Carnage è un film piccolo, piccolissimo, dalle minute ambizioni e dall'eccessiva ombelicalità. La storia in forma di commedia di due coppie di genitori che si incontrano per risolvere "civilmente" un problema di figli (uno ha ferito con un bastone il volto dell'altro) si risolve nell'esposizione di fissazioni, falsità e ansie borghesi. Proprio tutto quello che odio del teatro. La pretestuosità dei contesti che sfocia nella banalità della morale altezzosa e snob.
Ancora di più Polanski usa il cinema per lavare i suoi panni. Il film parla palesemente del suo "caso" raccontando di un colpevole e una vittima e mettendo in scena l'impossibilità di giudicare, la difficoltà di assegnare pene e forse l'inutilità di tutto questo. A scanso di equivoci il ragazzo che interpreta il colpevole, colui che colpisce l'altro con il bastone, si chiama Elvis Polanski.

E non arriva purtroppo il cinema a salvare il regista. Nonostante una sceneggiatura (che è dell'autrice teatrale Yasmina Reza ma rimaneggiata da Polanski stesso) ricca di ironia, umorismo realmente divertente e qualche guizzo e nonostante quattro interpreti fuori dal normale, presi con un capolavoro di casting (che idea John C. Reilly in un ruolo e un film simile! Perfetto), lo stesso Carnage fa il suo lavoro lontanissimo dal cinema. Anche la recitazione, straordinaria, dei 4 è quel che di più lontano si può immaginare dalle opere per il grande schermo.
Ci si può lasciar divertire dalle molte battute, ammaliare dalla grazia e dalla potenza interpretativa di Christoph Waltz (ma possibile che quest'attore fuori da qualsiasi media lo doveva scoprire Tarantino a quarant'anni suonati?!?! In Austria non se n'era accorto nessuno??), come dai mille riferimenti che la trama offre se la si confronta con le ultime vicissitudini di Polanski, ma rimane che Carnage è un film realizzato alla perfezione ma povero di audacia che lo spettatore dimentica in fretta.