30.10.11

TinTin e il segreto dell'unicorno (TinTin and the secret of the unicorn, 2011)
di Steven Spielberg

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Se n'era parlato così tanto di questo film che fallire o proporre una copia sbiadita di quelle che ormai erano e aspettative era diventata l'opzione più probabile, invece TinTin è ancor più sorprendente di quel che si poteva immaginare. Non è un mistero che la forza muscolare del cinema di Spielberg si sia infiacchita negli ultimi anni e anche i film che più ne dovevano beneficiare (La guerra dei mondi, Indiana Jones 4) ne erano privi. In TinTin torna il genio.

Diretto come fosse un unico lungo pianosequenza (davvero gli stacchi di montaggio si contano sui palmi di un paio di mani) questo primo lungometraggio d'animazione (con recitazione in performance capture) di Spielberg è un tour de force inumano in primis per lo spettatore. 
Si parte con una trattativa e si finisce con la promessa di una nuova avventura, tra questi due momenti si corre soltanto in una furia umana e narrativa che leva il respiro anche a chi guarda. Si corre, si naviga, ci si batte, si rischia, si vola e si guida a velocità folle. TinTin concretizza il pregio ideale di qualsiasi film d'avventura: raccontare una trama nel farsi dell'azione, unendo queste due componenti (quella dinamica e quella narrativa) nella messa in scena.

Ma se narrativamente, come avrete capito, siamo dalle parti dell'eccellenza avventuriera, cioè dalle parti di Indiana Jones (infinite sono le soluzioni che attingono al bacino di sperimentazioni attuate in quei tre memorabili film) è tecnicamente che il film stupisce. Già l'idea di usare l'animazione per fare l'impossibile, quel quasi unico pianosequenza che unisce l'azione in diverse location e (in un momento da grido a scena aperta) anche in diverse epoche, è degna dei migliori exploit, ma la ricchezza di dettagli e particolari dei quali Spielberg riempie ogni quadro sarebbe impensabile in un film dal vero. Il grande inseguimento con l'aquila ne è l'esempio perfetto, nessuno è in grado oggi di anche solo immaginare un'opera simile di ingegneria del cinema.
Spielberg dunque fa la cosa contemporaneamente più facile e difficile in assoluto: usa una tecnologia cercandone (e in molti casi trovandone) lo specifico.

TinTin è l'insopportabile saputello che si teme ma il buon Steven, che conosce il cinema, lo trasforma in spalla e punta tutto sull'irresistibile outsider, il capitano Haddock, al quale fa due regali: i climax più significativi e Andy Serkis (il suo performance capture è nettamente migliore degli altri).
Ogni inquadratura è un'idea, ogni taglio di montaggio una sorpresa. Se l'avventura al cinema ha un senso che travalichi lo stereotipo del continuo cambio di location e dell'attraversamento dell'esotico intorno al mondo, Spielberg sembra trovarlo nel dinamismo dei punti di vista. Con il suo primo film d'animazione, cioè il primo in cui può inquadrare ogni scena anche da punti impossibili, Spielberg sembra trovare il senso epico della grande avventura nel modo in cui guarda l'azione dei suoi personaggi.
L'avevo detto all'inizio: il genio è tornato.

28.10.11

I pokeristi del cinema

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Quando mi è stato chiesto un pezzo sul poker e cinema, il primo pensiero che ho avuto è stato che il gioco d’azzardo è condito dal medesimo sale del cinema: la ricezione graduale di informazioni agognate reso scoppiettante da un elemento sorpresa.
Proprio per questa grande identità di stimoli forse le due strade si sono incrociate poche volte. O meglio relativamente poche volte.
Perché il cinema è fatto di corpi e gesti, mentre al tavolo verde ci sono volti e sguardi, pochi registi quindi sono riusciti a tramutare i secondi in primi, i migliori sono riusciti a fare in modo che il lento disvelamento delle informazioni del gioco corrispondesse allo svelamento delle informazioni sulla storia.
Forse ci volevano i primi piani stretti sugli occhi di Sergio Leone per un vero grande film sul poker e sull’azzardo.
Quello che di certo abbiamo però sono grandi film con al centro figure di pokeristi, malati dell’azzardo presi in trame che esulano dal gioco ma che lo prevedono in più d’un momento come elemento di confronto con il nemico.

27.10.11

Where the hell is Matt?

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È stato una delle prime vere YouTube-Star, il suo video del 2005 e poi ancora quello più raffinato del 2006 fino all'apoteosi sponsorizzata del 2008 (quasi 40 milioni di visualizzazioni) sono tra i più noti e universali di sempre. Lui, Matt Harding, l'uomo che balla nei luoghi più comuni ma anche più impensati del pianeta, è invece una figura enigmatica: non si sa quanto guadagni, che vita conduca e se sia riuscito a fare del viaggiare intorno al mondo un lavoro o se rimanga un hobby da YouTube-Star. In occasione della data romana del tour che sta eseguendo per girare il prossimo video (data d'uscita probabile: marzo 2012), siamo riusciti ad incontrarlo, in una Piazza del Popolo affollata da persone venute per ballare con lui. In fondo a quest'articolo trovate l'intervista integrale (in cui non balla).

I video della serie Where the hell is Matt? sono un gioiello di viralità e universalità, impossibili da smettere di guardare e terribilmente calamitanti, parlano a tutti, conditi con una musica quasi sempre molto ruffiana, mostrano tutto quello in cui si vuole credere. Come uno spot televisivo (ma con più classe), dipingono il migliore dei mondi possibili in cui tutte le persone fanno la stessa cosa in luoghi meravigliosamente diversi. Il massimo dell'ottimismo pensabile. E sembra esserne conscio anche lo stesso Matt che per questo prossimo video ha intenzione di girarsi le nazioni più ostili e meno amichevoli del mondo per dimostrare che le persone sono uguali a prescindere dal luogo in cui vivono.

Melancholia (id., 2011)
di Lars Von Trier

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Vicinissimo per stile e suggestioni ad Antichrist ma anche molto ricalcato su certe dinamiche familiari tragiche tipiche del primo DOGMA, il primo catastrofico di Von Trier è il consueto incrocio tra fascino per una tematica inedita nelle mani di un autore austero come il sopracitato, furbizia di marketing e distruzione sentimentale.
Mai prima d'ora un film di Von Trier si era aperto con tale meraviglia visiva, nemmeno il ralenti di Antichrist (che pure era bello e la cui forma ritorna in questo ralenti per scene) era a livello dei piccoli quadri iniziali utilizzati per raccontare per astrazione sentimenti, confusioni e velleità dei personaggi (che poi regolarmente non si verificheranno) all'accadere dell'evento poi paventato per tutto il film, la collisione del pianeta Melancholia con il pianeta Terra.

Riprendendo molti dei suoi luoghi comuni come la divisione del film in quadri con un titolo o i fili di piombo dall'alto o ancora il matrimonio come momento cardinale, Von Trier gira sempre il medesimo film (grazie a Dio!) raccontando la medesima umanità smarrita davanti all'assoluto. Un assoluto che può essere la pena di morte, come l'umiliazione da parte di una comunità o infine l'arrivo di un pianeta ad impattare il nostro. In questo realizzando pienamente l'ideale di cinema danese tracciato da Dreyer a suo tempo.

Ma quello che in Melancholia invece delude è proprio ciò che in passato aveva esaltato, ovvero l'audacia. Dopo la fenomenale sequenza d'inizio infatti il film si ripiega su una struttura molto dialogata e poco immaginativa (giusto le fughe nel grande campo da golf lasciano immaginare qualcosa di migliore), che all'uso audace della vista sostituisce quello meno audace (per colpa della scrittura) dell'udito. 
Nemmeno Dogville, che era pure estremamente dialogato e ripiegato sulla parola, era così scarno dal punto di vista immaginativo. 
Melancholia purtroppo è un film pigro, che ripropone quel che Von Trier conosce e sa fare, e che proprio per questo non sfocia nel totalmente noioso ma riesce a regalare qualche contentino.

26.10.11

La peggior settimana della mia vita (2011)
di Alessandro Genovesi

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Un merito indubbio del film dell'esordiente Alessandro Genovesi è quello di non nascondersi dietro un dito e ricalcare con pesantezza il modello originale: Ti presento i miei.
Invece che cercare una via di mezzo o di mascherare il film di cui questo La peggior settimana della mia vita è evidentemente un remake, Genovesi lo espone e tratta il testo originale alla stessa maniera con cui gli americani sono soliti trattare i propri film (o anche quelli degli altri) nel momento in cui li ripropongo: ne mantiene lo scheletro e le maschere, lavorando sul contorno per adeguare al tempo e al luogo differente le situazioni.

E se la scelta di Fabio De Luigi pare azzeccata, come quella di affiancargli un "amico" all'italiana, cioè un personaggio-macchietta più insensato e libero di spaziare su una comicità tradizionale mentre lui ricalca quella statunitense, meno adeguata sembra quella del tono generale del film.
La maggior differenza tra i due lungometraggi è infatti il tono iperbolico di La peggior settimana della mia vita, che abbandona qualsiasi probabilismo per avvicinarsi più all'umorismo da cartone animato.

Una scelta voluta ma lo stesso controproducente per un film che per il resto gode di una produzione e una realizzazione di prim'ordine. Eppure poco si può fare quando una commedia fondata sul leggero slittamento di senso di quella che è una realtà quotidiana (il rapporto burrascoso con i parenti acquisiti) perde la raffinatezza del leggero salto tra probabile e improbabile, reale e impensabile. 
La peggior settimana della mia vita rimesta nell'improbabile, impossibile e impensabile (perchè aggiungere la ex assatanata??), Ti presento i miei nei suoi momenti migliori gestiva un equilibrio miracoloso tra il comico esasperato e il realismo esasperato.

25.10.11

L'amore all'improvviso - Larry Crowne (Larry Crowne, 2011)
di Tom Hanks

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Spesso gli attori che passano alla regia realizzano film tutti recitati, dove l'unica componente creativa sembra essere la recitazione e in cui tutto è asservito ad essa. Non è il caso di Tom Hanks, che dopo diversi episodi di serial televisivi debutta alla regia di una commedia romantica per il grande schermo, dimostrando subito un atteggiamento poco convenzionale. 
Innanzitutto L'amore all'improvviso (grazie, titolisti!) è scritto, oltre che dallo stesso Hanks, da Nia Vardalos (l'attrice di Il mio grasso grosso matrimonio greco) e poi nella sua infinita leggerezza prende di petto ma da un'angolatura peculiare la crisi economica.

Quanto l'industria hollywoodiana segua l'attualità di quel che accade nel paese ci è evidente solitamente in caso di guerra, quando il teatro del conflitto diventa teatro di film, in questo caso con ancor più tempestività del solito il cinema statunitense ha risposto alla mutata condizione del proprio paese (da dominatore economico del mondo a nazione in profonda crisi) e L'amore all'improvviso è uno dei più clamorosi casi citabili.
Se infatti finora abbiamo visto la crisi arrivare per metafora (il pugile affamato di Cinderella Man, la maniaca speculatrice di I love shopping) o di striscio, magari con qualche battuta in qualche dialogo, solo alcune pellicole, tra cui si distingue Tra le nuvole, hanno voluto incentrare una trama su di essa. 
L'amore all'improvviso in particolare racconta della caduta di un uomo che perde tutto quello che ha (lavoro, casa e benessere) per via delle ristrettezze e come nella miglior tradizione statunitense si fa forza e ricomincia. Dall'università.

Ancor più impressionante è il fatto che un film così spensierato a fronte del contesto che mostra (la costrizione all'austerità) sia interpretato da due attori di primissimo piano (a fare da spalla a Tom Hanks, c'è Julia Roberts) che quando si impegnano in commedie solitamente è per opere altamente sofisticate.
Ecco L'amore all'improvviso è il contrario della commedia sofisticata, un filmetto tutto musiche, scooter e sole, in cui un uomo cade e si rialza nella sua clamorosa seconda occasione, riconfigurando la sua vita verso la semplicità e non verso il basso.
Non siamo davanti ad un grande film ma ad uno dotato della caratteristica fondamentale del cinema migliore, saper dribblare i propri difetti e concentrarsi su ciò che importa di più: l'impatto emotivo.

21.10.11

Matrimonio a Parigi (2011)
di Claudio Risi

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Non sono gli abissi intellettuali a spaventare, nè i deserti di senso o gli oceani di pregiudizi. Nemmeno le cascate di doppi sensi da avanspettacolo degli anni '10 o le folate di razzismo. E' la totale assenza di novità. E' quella che ti annienta sotto la poltrona.

Massimo Boldi non è nè il primo nè l'ultimo comico che porta al cinema film bene o male sempre uguali, sempre semplici e sempre poco divertenti, ma nessuno come lui ripete costantemente il medesimo canovaccio di idee non sue e già ripetitive a loro volta. 
Da quando si è separato dalla Filmauro e dal cinepanettone ufficiale (passando da film con Natale nel titolo a film con Matrimonio nel titolo) è stato il primo a beneficiarne, perdendo assieme a Boldi anche altri personaggi della medesima risma come Fichi d'India, Enzo Salvi e via dicendo. Perdendo insomma la parte più fracassona e infantile che adesso si ammassa nei medesimi prodotti.

Matrimonio a Parigi, è architettato come una commedia degli anni '50, in cui gli adulti sono i comici e danno vita a siparietti di incompetenza, cialtronaggine e stupideria varia, mentre i giovani sono i maturi che sviluppano storie d'amore e cercano di trovare un posto nel mondo. Su questo canovaccio l'intreccio intessuto è chiaramente poverissimo (ma davvero non è quello ad infastidire) e ancorato ad un senso del comico che si appoggia sulla ripetizione di luoghi comuni riguardo extracomunitari, gay, meridionali e superdotati (nel cast c'è Rocco Siffredi che non interpreta se stesso ma lo stesso si dà per scontata la sua nota caratteristica fisica).

Inutile dire che poco o nulla cambia l'inserimento di un personaggio come Guglielmo Scilla, ovvero Willwoosh, incastrato in un personaggio serioso e molto lontano da quello che "interpreta" nei sui video. Guglielmo Scilla è estremamente in parte nel suo piccolo ma l'impatto sul gradimento generale del film per ovvie ragioni non può che essere nullo.
Sarà stata l'uscita di altre commedie italiane molto popolari, di grande successo e molto carine nell'anno passato, ma mai come questa volta l'annuale film di Boldi mi è sembrato fuori dal tempo.

17.10.11

Un poliziotto da happy hour (The Guard, 2011)
di John Michael McDonagh

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Con un gusto d'altri tempi per il disegno di un personaggio anticonvenzionale, politicamente scorretto ma ineffabile e geniale, McDonagh gira questo poliziesco di provincia irlandese come fosse un western, mettendo il proprio investigatore ottocentesco (per l'appunto geniale e pieno di tic e manie) al centro di una storia di droga e corruzione in cui nessuno sembra volerlo aiutare a parte uno straniero.

L'idea alla base dovrebbe essere quella di un film dalle venature di commedia, fondato sul fascino del protagonista (per questo interpretato tassativamente da Brendan Gleeson), in grado di stupire con gli spunti da thriller e il finale western. Molte di queste aspirazioni purtroppo falliscono.
Il rapporto a due tra il suddetto protagonista e lo straniero (un agente della CIA chiamato ad investigare sulla storia di droga che sta avendo luogo in questa provincia irlandese), dovrebbe essere il legame virile e sincero che si crea tra due uomini retti (nonostante le apparenze), espressione più alta di quella cristallizzazione di valori e virtù che spesso è l'ossatura del western classico. Però non funziona.

Il rapporto con un paesaggio non usuale per un poliziesco (la provincia irlandese) dovrebbe avere il medesimo senso, e anche quello non funziona al 100%. Infine i tocchi di stramberia del poliziotto (dal rapporto con le prostitute, altre figure tipiche del west, al suo atteggiamento arrogante, razzista e sboccato) dovrebbero essere l'elemento che alleggerisce e invece in molti momenti rubano la scena all'intreccio vero e proprio fino a chiedersi quale sia il cuore del film.
Solo nello showdown finale, quando è il momento di farsi seri e affrontare la morte a volto scoperto, tutto gira in armonia, tutto funziona e si comprende davvero che tipo di film Un poliziotto da happy hour poteva essere invece di quello che è stato.

14.10.11

I tre moschettieri (The Three Musketters, 2011)
di Paul W. S. Anderson

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Ci sono diversi sentimenti che pervadono il corpo dello spettatore minimamente esigente durante la visione di I tre moschettieri. 
Il primo è la rabbia. Arriva subito quando i suddetti moschettieri sono presentati a Venezia in tono iperbolico (uno emerge dall'acqua con una specie di muta meccanica, uno si butta dai palazzi come in Assassin's Creed e l'ultimo sfonda le catene con cui è imprigionato) e vengono impegnati in una sequenza in cui sfuggono a dei tranelli meccanici predisposti in una segreta progettata da Leonardo Da Vinci (!?!?) piegandosi all'indietro come in Matrix. La voglia di uscire dal cinema è fortissima.

La seconda è ilarità incredula. Arriva quando, subito dopo questa intro forsennata, l'azione si sposta in Guascogna e vediamo D'Artagnan prima duellare con il padre poi andare a Parigi e sgominare con gli altri Moschettieri una 40ina di guardie del cardinal Richelieu con un misto di scherma e arti marziali orientali. Alla qual cosa va aggiunto il fatto che è ormai evidente come la profondità del 3D la si scorgerà solo a sprazzi.

La terza è la calma consapevolezza. Arriva quando tutto si chiarisce e da che il nuovo film di Paul Anderson rimesta nel già visto cinematografico e videoludico, la trama ingrana e la storia comincia a premere sul fumettistico, esplicitando senza vergogne le sue velleità steampunk. A quel punto tutto acquista senso. Le frasi stupide i colori saturi, il look sopra le righe via dicendo. 
E come fumettone cinematografico I tre moschettieri in 3D funziona e come!

Molto merito va a Glen MacPherson, direttore della fotografia che aveva colorato con toni accesi già Resident Evil: Afterlife (sempre per Anderson) e che qui trova pane per i suoi denti. C'è una sequenza di riassunto degli eventi e spiegazione del contesto che viaggia a metà tra la visuale a volo d'uccello degli ultimi videogiochi di strategia e i boardgame classici, un'idea fantastica!
Ma tutto il resto del merito io lo assegnerei d'ufficio a Milla Jovovich, la quale con una parte minore rispetto agli altri e un ruolo derivativo (praticamente è Fujiko, o Margot che dir si voglia, di Lupin III), sbaraglia tutta la concorrenza, incluso sua maestà Christoph Waltz, che qui davvero non si impegna per nulla e lavora al minimo sindacale. 
Dopo una carriera in filmoni dai grandi botti e dal poco senso (del resto se l'è pure sposato Paul W. S. Anderson) è impossibile non riconoscere la straordinaria pervicacia di quest'attrice sublime sempre impegnata e sempre in parte, sia che faccia una cattiva senza psicologia in Zoolander, sia che faccia la sperduta in Il Quinto Elemento, sia che uccida di tutto in Resident Evil. Ha meno battute lei in tutta la carriera di Woody Allen in uno qualsiasi dei suoi film, ma ogni suo personaggio rimane scolpito. Un colosso.

13.10.11

Cowboys & Aliens (id., 2011)
di Jon Favreau

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Il sogno è chiaro: unire due delle più grandi e simili tra le mitologie cardine del cinema americano.
Nonostante tanti ci avessero provato in varie maniere (e Lucas ne sa qualcosa) nessuno mai aveva fuso in maniera così diretta ed esplicita questi due universi (se si esclude Galaxy 999 di Leiji Matsumoto), e quando dico diretta intendo prendere al lazo gli alieni.

Ci prova così Jon Favreau in un film che purtroppo non ha nessuna delle caratteristiche che avevano reso Iron man il cult che è. Cowboys & Aliens non ha un briciolo di autoironia (nonostante un titolo che sta lì nell'Olimpo dei più espliciti assieme a Snakes on a plane) e, cosa ancor più grave, non è nè un western, nè un film nè di fantascienza.
Il punto è che i due generi un po' si sono passati il testimone, quando il western ha cominciato a tramontare, la fantascienza ha cominciato ad affermarsi nel cinema di serie A dopo decenni di ragni giganti, perchè entrambi rispondevano al medesimo bisogno di conquista di uno spazio ignoto e per questo selvaggio, sia che si tratti dell'universo, sia che si tratti delle immense vallate o dei deserti.  Non a caso già l'inizio di Star Trek (precursore di questa fusione) affermava che lo spazio è l'ultima delle frontiere.

Nella furia di accontentare tutto entrambi i generi ne escono scontenti e questo primo incontro tra due prime donne del maschilismo protagonista (Harrison -stanchezza- Ford e Daniel -mi ispiro sempre e solo a Jason Bourne- Craig) si risolve in un buon film d'azione classico, in cui l'individualismo dell'eroe si rispecchia in una comunità di supporto, capace di stringersi attorno al suo salvatore di fronte alla minaccia comune. No come nel west o nello spazio veri, dove gli uomini sono soli con se stessi, abbandonati da tutti o arrivati ultimi di uno sterminio e si confrontano con il nemico nel vuoto riempito dal vento (solare).

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Puntata che arriva dopo un buco di due settimane e quindi si recuperano un po' di film già usciti a cominciare ovviamente dal bellissimo Drive, per poi parlare bene dell'ultimo Almodovar, La pelle che abito, e malissimo di L'amore che resta.
Poi, una imprevedibile quanto impensabile digressione su Steve Jobs (?!?!), si riprende con A Dangerous Method, Blood Story, Baciato dalla fortuna ed Ex:amici come prima, i due film con Salemme e Gassman.
In chiusura il pessimo e truffaldino Abduction, il terribile Il villaggio di cartone e il perfetto Jane Eyre.


LA PUNTATA DEL 7/10/2011


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



Amici di letto (Friends with benenfits, 2011)
di Will Gluck

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Dopo essersi messo in luce con una delle commedie più interessanti e capaci della scorsa stagione, Easy girl, Will Gluck torna ad esplorare in forma di commedia i rapporti umani mediati dal sesso. Ancora una volta è uno stile di vita sessualmente più libero l'elemento perturbante rispetto all'ordine sociale alla base dell'intreccio del film. Mentre però in Easy girl la trasgressione era inesistente, solo una voce alimentata da continui gossip, in questo caso i due protagonisti si illudono di poter mettere in piedi il più vecchio tra i rapporti utopici, quello di un uomo e una donna che hanno rapporti sessuali svincolati da una relazione sentimentale. E se il tema non è il massimo dell'audacia, Gluck cerca di compensare con un racconto che deborda anche nei momenti in cui l'atto sessuale è in corso, solitamente un trionfo della banalità e dell'eccesso di piacere mentre in questa caso, segmenti in cui portare avanti la relazione tra i personaggi.

Il salto di qualità, budget, aspirazioni e pubblico non giova però al regista. Il contesto di alto profilo (New York, la location più abusata e per questo più difficile per una commedia romantica) l'esigenza di accontentare un pubblico più vasto di quello unicamente giovanile e probabilmente anche la voglia di concretizzare quel sogno di trasgressione che in Easy girl era solo una voce mandano in frantumi Amici di letto.
E di certo non giova al film il fatto di arrivare nelle sale pochi mesi dopo Amici, amanti e.... il film del veterano Ivan Reitman che di fatto affrontava lo stesso tema (ma con ancor meno verve), rivolgendosi al medesimo target.

Se infatti i momenti più intimi del film (le relazioni a due) paiono funzionare è la necessità di far convivere comprimari d'eccezione come Woddy Harrelson (un gay sopra ogni riga pensabile) e Richard Jenkins (padre malato del protagonista) con il filo principale della trama del film che nuoce ad Amici di letto. E con l'incedere del film sembra che ad ogni nuova scena regista, e spettatore, debbano scendere ad un nuovo compromesso, accettare una nuova contaminazione e l'ennesimo momento di tenerezza ostentata per poter andare avanti verso il più scontato dei finali, dimenticando quasi che lo spunto e l'impianto generale potevano regalare più d'una soddisfazione.

11.10.11

Johnny English - La rinascita (Johnny English - Reborn, 2011)
di Oliver Parker

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Nella sua vita cinematografica Rowan Atkinson ha sempre cercato il contrario di quanto facesse nella sua vita televisiva. Con la ferma intenzione di evitare di realizzare film che siano aggregati di gag o anche solo banali prese in giro, ha realizzato almeno tre lungometraggi in toto attribuibili a lui, visto l'impegno, la cura e il modo in cui ne ha seguito tutta la gestazione, tutti lontani da un'idea di narrazione per il grande schermo. 
Questo secondo Johnny English in particolare, arriva dopo il clamoroso e fallimentare intermezzo di un lungometraggio dedicato a mr. Bean per riprendere e rinforzare l'idea dell'originale: un film di spionaggio con toni di commedia e non una semplice parodia. Il risultato però anche questa volta non è all'altezza delle premesse.

Tuttavia in Johnny English nulla di quel che deve essere serio è realmente serio e poco di quel che deve essere umoristico è tale. Le gag di Atkinson ravanano sempre nel medesimo calderone, quello della comicità tradizionale, specialmente fisica, ambito in cui lui è molto bravo ma che coltiva con poca convinzione. Aspirando a qualcosa di più raggiunge qualcosa di meno e a fronte di momenti sinceramente divertenti nei quali si mette in gioco con tutto il corpo nella realizzazione di momenti di umorismo plastico, Johnny English La Rinascita è pieno di sequenze che non riescono a infondere un po' di vita anche alle gag più tradizionali.

La cosa più strana è che il fallimento arriva proprio nel tentativo di rendere Johnny English un personaggio diverso da mr. Bean. Perchè se è vero che Bean è un cartone fatto uomo, un personaggio paradossale e difficile da mettere in relazione con altri esseri umani (come il suo film ha dimostrato) è anche vero che proprio in questa maniera presta il fianco alle doti migliori di Atkinson. Al contrario Johnny English ruota sempre intorno al medesimo principio, quello dell'uomo che si crede migliore di quanto non sia e dei fatti che lo smentiscono, ripetendo ad oltranza la medesima gag con variazioni che non riescono a distrarre dalla ripetizione.
Così alla fine si dimostra un assunto che era sostenibile fin dall'inizio, che per fare un film serio con toni di commedia occorre essere un cineasta serio.

6.10.11

The Walking Dead Webisodes

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Prodotti per la rete e prodotti per gli altri schermi si stanno molto lentamente ibridando, gli uni attingono dagli altri (in entrambi i sensi) talmente tanto da raggiungere un standard né carne né pesce appetibile per il pubblico di bocca buona di entrambi i media.

Sta per iniziare la nuova stagione di The Walking Dead, la serie tv di AMC trasmessa in Italia da Fox, che aveva raggiunto un ottimo seguito presso il pubblico geek per il suo prendere di petto (almeno nei primi episodi) l'apocalisse zombie. Effetti speciali e trucchi fuori dal comune per i budget televisivi, uniti alla regia di Frank Darabont avevano fatto il resto. Con il pallino che hanno tutti gli studi televisivi per "il coinvolgimento delle persone in rete" erano stati previsti anche una serie di making of pensati per una messa online, incautamente chiamati webisodes. Nulla di che.
Per il calcio d'inizio della seconda stagione invece è stata messa in cantiere una piccola serie per la rete (questa volta sì, degli webisodes!) che sviluppa una trama parallela: la genesi di uno degli zombie apparso nella prima stagione che più aveva suscitato la curiosità del pubblico.

L'amore che resta (Restless, 2011)
di Gus Van Sant

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Che Gus Van Sant abbia un lato oscuro, fatto di film in cui si lascia prendere la mano da un sentimentalismo smodato e incontrollato non è una novità, e la cosa è evidente anche in alcuni dei suoi film più equilibrati come Will Hunting o Scoprendo Forrester, nei quali in più di un momento si intuisce una deriva melodrammatica e semplicistica che se viene sventata è solo per un pelo.
L'amore che resta (e l'orrendo titolo italiano suona più azzeccato al tono della pellicola dell'originale) non riesce a sventare la catastrofe e da subito si presenta come un film fastidioso e supponente.

La storia di due ragazzi outsider, di cui una malata di cancro e quindi destinata a morire, pretende di incollare a furia di melassa mitologie differenti ma ugualmente smielate senza una chiave realmente coinvolgente. I due amanti giovani, furiosi e idealisti, le due solitudini che si completano, l'adolescenza rovinata da un trauma, la malattia, la morte come recisione immediata di un amore giovane al suo picco e infine la profondità sentimentale e culturale come elemento separatore dal resto della società.

Insistendo senza ritegno con stereotipi e stilemi della sottocultura hipster contemporanea (vestiti, tagli di capelli, musica, atteggiamento) Gus Van Sant gira un melodramma classico (lui e lei si incontrano, si riconoscono come parte di una categoria a parte, si amano ma lei è malata) volendone aggiornare le dinamiche eterne. Il fallimento è tanto più fragoroso quanto L'amore che resta si dimostra incapace di inserirsi in quella modernità che sbandiera con le sue continue affermazioni hipster.
Non c'è rabbia giovane in quelle urla, non c'è alterità in quei tagli di capelli e quei costumi ricercati e infine non c'è vero sentimento nelle inquadrature a filo di piombo che ritraggono i protagonisti stesi per strada a colmare le proprie sagome di gesso.

5.10.11

This Must Be The Place (2011)
di Paolo Sorrentino

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E' un film di paesaggi, obiettivi deformanti e canzoni quest'ultimo di Sorrentino, una scelta radicale e fedele al genere scelto. Un road movie pieno di strade, luoghi sconfinati da America profonda, nessuna città e un personaggio tra i più curiosi (anche per la filmografia di Sorrentino) e forse irrisolti che ha mai dipinto.
La rockstar da vent'anni fuori dalle scene, insicura, fragile e irrimediabilmente invecchiata che va in cerca del carnefice nazista del padre all'indomani della sua morte, non ha i connotati di potere (totale o parziale) che avevano i suoi protagonisti passati ma ne incarna le caratteristiche di outsider di lusso.

Con un'insistenza non trascurabile tanto sugli occhi tristi di Sean Penn quanto sui cieli statunitensi, il viaggio nell'America semplice di Sorrentino non arriva mai ad una sintesi, fotografa ma non mette in relazioni posti, persone e storia, è insomma il viaggio di un turista che ammira e basta. Non riesce quindi a raggiungere l'umanesimo struggente dell'epopea lentissima di Una storia vera.
Eppure la macchina produttiva sembra in gran forma. Non solo per lo Sean Penn decisamente impegnato e molto molto ben diretto (lui che tende ad avere una personalità tale da schiacciare quella di molti registi sfociando in performance ombelicali) ma anche un Bigazzi in forma smagliante, che si sbizzarrisce con continui dolly e carrelli folli (bellissimo quello che entra in acqua) in grado di tenere viva l'attenzione del pubblico da solo con alcune prospettive meravigliose.

Il film americano del regista di L'uomo in più è in realtà un film solo girato in America ma profondamente italiano nel suo senso di irrisolutezza, un'avventura tra alcuni luoghi comuni del regista (l'eredità degli anni '80, le grandissime personalità indagate nell'animo, i dialoghi pungenti, il fascino degli uomini titanici e identificati come malvagi) che nulla aggiunge e molto annoia.
Se la forza di Sorrentino sta nel raccontare storie anticonvenzionali di personaggi fieri della propria anticonvenzionalità, ai margini di tutto eppure potenti, che cercano quanto più possibile di separarsi dalla media, qui l'assurdo Cheyenne è in realtà molto più normale e ordinario di quel che possa sembrare.

4.10.11

Ex: amici come prima (2011)
di Carlo Vanzina

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Con le dovute eccezioni è qualche tempo che la filmografia dei fratelli Vanzina ha subito una lieve sterzata. Dopo i remake settantini di Monnezza e febbri da cavallo, ma già dai tentativi di film estivi di grande incasso, il loro cinema ha cominciato ad asciugarsi di qualsiasi sofisticazione sconfinando nella sciatteria più pura. La modifica formale poi ha anche coinciso con una più precisa idee di storie che, pur rimestando sempre nella commedia brillante e mettendo a confronto o in contrasto classi sociali alte e basse, adesso si concentra nel riprendere uomini per bene.

Che la borghesia, il garbo e la dignità siano una fissazione dei fratelli che una volta firmavano anche alcuni tra i più beceri cinepanettoni è un fatto, ora però accanto ai tradizionali mostri del loro cinema, uomini abietti, volgari, arrivisti, arricchiti e spietati, si affianca anche una sequela di brave persone, solitamente borghesi e abbienti che vedono la loro onestà e semplicità minacciata dal contesto. Mogli, figli, colleghi, amici e anche genitori, tutti intorno a queste figure si comportano in maniera immorale, imbrogliano, rubano, fregano e vanno ad escort. In alcuni casi questi protagonisti cascano loro malgrado nel gorgo, in altri si salvano.

Così anche in Ex: amici come prima (sequel senza nessuna connessione ad Ex di Fausto Brizzi), fa capolino un politico inviato al parlamento europeo, spronato dalla moglie a fare di tutto per arricchirsi e conquistare potere, schifato dai colleghi che pensano e parlano solo di escort e suo malgrado innamorato di quella che non sapeva essere il primo ministro di un paese baltico. 
A lato di questa storia più pregnante politicamente, ci sono le solite storielle di tradimenti, amori mai sopiti, scambi di persona che caratterizzano il loro cinema. Soprattutto c'è un andamento scollegato fatto di piccole gag (individuali e lasciate ai singoli comici invece che scritte in sceneggiatura) che rendono quasi irriconoscibile il cinema dei fratelli, anche solo pensando a Questo mondo di ladri, film del 2004 di certo non magistrale ma che oggi appare avanti anni rispetto a questi lavori paratelevisivi che finiscono al cinema.

3.10.11

Abduction (id., 2011)
di John Singleton

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Quello che tutti hanno pensato era falso. Abduction sembrava una piacevole, per quanto palesemente innocua, distrazione da Twilight per Taylor Lautner, il licantropo deuteragonista della saga. Invece ne è una logica prosecuzione al netto del sovrannaturale (ma al lordo degli addominali!).
Nonostante cartellonistica, pubblicità e trailer lascino pensare che Abduction sia un film d'azione con banali riflessi da thriller moderno (quello in cui il tema portante ruota intorno all'asse identità/tecnologia/complotto), un prodotto da sano maschio americano con macchine, pistole e inseguimenti non a caso affidato a John Singleton, la realtà è che Abduction è una variazione in stile action sempre indirizzata al pubblico delle twilighter.

Lo si capisce ben presto quando l'attenzione del regista e della trama si spostano gradualmente dal protagonista alla sua relazione con la ragazza per la quale aveva una cotta da piccolo e che si ritrova suo malgrado presa nel turbine di eventi dai quali lui cercherà di proteggerla. Se infatti inizialmente la sovraesposizione delle doti atletiche di Lautner può far pensare ad un film con un sano uso della presenza fisica e plastica del protagonista, dalla metà almeno è chiaro a tutti come l'interesse non stia nell'azione (che pure c'è), nè nell'intrigo, nè nei risvolti spionistici quanto nella ridefinizione di Lautner come uomo d'azione nell'ideale femminile. 
Ogni dubbio poi è fugato nel momento in cui, dopo una notte passata all'addiaccio (nella quale i due hanno dormito abbracciati), Lily Collins si sveglia e vede che il suo eroe romantico ha pianto nella notte pensando ai genitori.

Appurato questo non stupisce più che l'intreccio tra CIA, tecnologie avveniristiche spacciate per reali, agenti di spionaggio freelance e padri che arrivano all'improvviso faccia acqua da tutte le parti o che tutto il lavoro sui corpi sia monodirezionale e centrato sulla pressione delle mani di lui sui fianchi di lei. 
Abduction è un film veicolo per Lautner, e non importa che la recitazione sia ai minimi storici (solo Alfred Molina, come sempre, si salva), l'unica cosa che conta è la coerenza interfilmica con il resto della sua filmografia.

RCVR

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Già un anno fa Bite Me aveva cercato di allargare (ma con moderazione) il raggio d'azione della serialità non animata di machinima.com. Si tratta di una web serie umoristica (strano!) a tema apocalisse zombie (strano!), che vede un gruppo di accaniti videogiocatori subire loro malgrado un'invasione di morti viventi (praticamente c'è in nuce l'idea della ben più audace serie nostrana Skypocalypse). La trama è come sempre un plagio di L'alba dei morti dementi, mentre la realizzazione sembra inserire con forza le dinamiche da videogiochi solo per giustificare il posizionamento su machinima.com (che non produce nulla, ospita). Nel secondo episodio si vedono infatti i protagonisti impegnati in una partita online in multiplayer e il sottotitolo della serie è "A gamer's apocalypse", proprio una foglia di fico. Se non altro però Bite Me è in tutto e per tutto un prodotto dal taglio "web".

Ora invece RCVR riprende le atmosfere di X-Files abusando di un budget decisamente elevato che consente di girare episodi di 10 minuti (la serie ne prevede sei, ora siamo al terzo), ambientati nel 1973 senza fare economia di location o oggetti d'epoca. Insomma RCVR è un prodotto per la televisione a tutti gli effetti, non solo per il denaro speso ma soprattutto per il linguaggio e il taglio scelti. Un prodotto per la televisione messo online che non potrà fallire perché distribuito da quello che al momento è la voce online più ascoltata, anche quando non parla dei suoi soliti argomenti.
Le prime 3 puntate raccontano la più classica delle storie di misteri e lo fanno con uno stile impersonale buono per tutte le stagioni, anche quella del video online. Segnale ancora peggiore, la serie piace molto a quelli di Variety che, come si intuisce anche dal tono usato nell'articolo, non sono mai stati fan delle produzioni per la rete.
Se le tecnologie hardware stanno lentamente portando il video della rete nelle televisioni di tutti, i contenuti si stanno adeguando di conseguenza, perdendo i connotati di novità e ricalcando il linguaggio dei loro cugini televisivi. Almeno alcuni di essi.

I Knew Better - Drive

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Questa settimana è uscito Drive che io avevo già visto e recensito qui mesi e mesi e mesi fa.