30.11.11

Lo Schiaccianoci 3D (The NutCracker 3D, 2011)
di Andrei Knochalovsky

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In pochi avevano preso alla lettera Andrei Konchalovsky quando, descrivendo il film che stava per ultimare, dichiarava "E' Brazil per bambini" o "E' ispirato a The Wall dei Pink Floyd", e invece è così. E non è una nota positiva.
La battaglia tra lo schiaccianoci, i suoi alleati e l'esercito dei topi è mostrata proprio attraverso la metafora del totalitarismo preso da quei due film. Le uniformi di The Wall con gli scenari e la fotografia che guardano a Brazil, quel senso di straniamento e distopia di un futuro non troppo lontano, immersi in un passato molto vicino (gli anni '20 a Vienna), in cui il regista ambienta il suo Schiaccianoci.

La cosa peggiore però non è tanto l'idea completamente fuori dal tempo di cinema o favola per bambini, quanto il fatto che le moltissime concessioni che il regista si prende rispetto al testo originale non portino nulla di nuovo e positivo, anzi!
Lo Schiaccianoci 3D ha l'aria di quei film seri e impegnati di Adriano Celentano, solo girato con molti mezzi e una certa esperienza di come si faccia un lungometraggio. Per il resto si riscontra la medesima ingenuità ideologica, il medesimo semplicismo e le medesime allegorie senza senso.

Aver inserito Albert Einstein come zio della bambina protagonista (!?!?) è solo un esempio possibile di un'opera che vorrebbe essere tradizionale e innovativa, debordante ma anche classica e ovviamente non riesce ad essere nessuna delle due. 
Manca il senso dell'avventura, il senso del sogno, del trascinamento in un altro mondo e quello dell'ansia infantile (unica eccezione le ottime trasformazioni "horror" di Turturro). Manca insomma tutto quello che un racconto per bambini realizzato da un adulto (che intende infonderci anche valori adulti) solitamente ha.
Una nota positiva poteva essere il 3D, che in un film ad alto budget europeo si vorrebbe diverso da quello americano per cura e raffinatezza, purtroppo però il regista stesso ha deciso di non far vedere alla stampa il film in tre dimensioni, così da non distrarli. Quindi quello che rimaneva da guardare purtroppo era tutto il film.

29.11.11

Super (id., 2011)
di James Gunn

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Di storie di supereroi improvvisati se ne sono viste parecchie negli ultimi anni. Da Zebraman fino a Kick-Ass, l'idea di una persona comune che si inventa supereroe nonostante non abbia nessun potere ma solo perchè "andrebbe fatto", è stata già una metafora metacinematografica (sul cinema di oggi innamorato dell'eroismo) e dell'attualità, del modo in cui cannibalizziamo una volta di troppo in più ciò di cui ci cibiamo.
Mai però ci si era spinti ai livelli di Super.

Con un'attitudine spensierata, un umorismo marcato, e delle animazioni iniziali che fanno intuire tutt'altro James Gunn avanza nel terreno dello sgradevole a piè sospinto. Super insulta, disturba e colpisce bassissimo con la forza del mondo da cui proviene Gunn (la Troma) e con il gusto del cinema migliore, quello che non ha bisogno di una fotografia raffinata ma procede di intuizione in intuizione, con un piano ben preciso in testa.
Nonostante infatti l'andamento poco costante Super è uno dei pochi film moderni con una sola, unica tesi di fondo che non affronta mai direttamente ma sempre di rimpallo. La storia dell'uomo più comune e pavido del mondo che diventa un vero e proprio vigilante violentissimo incapace di fare differenza tra chi salta la fila e chi spaccia droga, e quella della ragazza che lavora nel negozio di fumetti che si innamora di lui e lo segue come spalla (lui che da bravo cattolico la rifiuta sessualmente più che può), è uno tra i racconti più forti sul tema dell'aberrazione umana e dell'istinto di violenza mai sublimato della società moderna.

Ma non è certo la morale a fare di Super un gran film quanto l'atteggiamento. Senza nessuna pretesa didascalica, senza nessuna concessione alla serietà (tutto è espresso con comicità), senza mai rassicurare nessuno su nulla e senza mai fare un passo indietro da un'idea di cinema disturbante, che passa dai golfini a V ai volti aperti in due con gioia, James Gunn dimostra che la lezione della Troma non si ferma a "film fatti male" ma è una questione tutta giocata su cosa mostrare al pubblico e per suscitare quale reazione.

28.11.11

Bar Sport (2011)
di Massimo Martelli

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Ce ne vuole per rovinare la forza comica di Angela Finocchiaro e Claudio Bisio (che era irresistibile anche nei film di Natale di Neri Parenti!), ancora di più ce ne vuole per far recitare male Giuseppe Battiston e contemporaneamente (in un film solo!) ridicolizzare il grottesco di Stefano Benni.
Bar Sport è tutto questo e anche di più. E' anche una serie improbabile di effetti sonori da cartoon per sottolineare i momenti comici. Sul serio.

E dire che la struttura episodica del libro non era stata resa male, con un occhio (ma proprio lontano) a quell'idea di ellissi più che di episodio di Amarcord e la mancanza di spiegazioni o velleità di raccordo.
Massimo Martelli però si perde nella passione del racconto senza riuscire a trasmetterla. Letteralmente "si perde", arriva al centro dei molti racconti e sembra non saper più dove andare anche quando il percorso è già tracciato. Così invece della salda sicurezza dei narratori migliori, quella che consente anche in poche parole, poche immagini o pochi stacchi di suggerire tantissimo, in Bar Sport c'è una continua e claudicante insicurezza che annoia anche quando le cose raccontate sono interessanti.

27.11.11

Miracolo a Le Havre (Le Havre, 2011)
di Aki Kaurismaki

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Ostinatamente dalla parte dei più poveri ("Non saprei che dialoghi scrivere per dei personaggi ricchi") e cocciutamente intenzionato a costringere i suoi attori in minime espressioni facciali e movenze limitate, l'unico regista ad essere mai riuscito a far uscire i propri film fuori dalla Finlandia continua imperterrito a portare avanti una politica di umiltà straordinaria.

Senza rinunciare, a suo modo, ai generi e in particolar modo al noir (che concepisce unicamente in maniera "classica" cioè fino al 1962 e non dopo), anche Miracolo a Le Havre racconta una storia di polizia, criminalità di piccolo stampo, uomini in contesti sottourbani che navigano impassibili tra le difficoltà del vivere che la cronaca racconta. 
Racconti surreali e astratti di fatti contingenti e reali. Stavolta è l'immigrazione clandestina al centro della vite di alcuni abitanti di Le Havre e in particolare di un lustrascarpe. Ma come sempre al di là dell'intreccio a Kaurismaki interessa il paesaggio urbano e umano, uno stile di vita incredibile eppur paradossalmente reale.

In un ambiente chapliniano il regista finlandese fa muovere i suoi zombie emotivi, personaggi che sembrano ripetere in maniera coatta la loro routine, senza crederci mai, covando in fondo agli occhi una speranza nascosta che, è evidente, non si realizzerà.
Con un umorismo che sembra venire fuori dall'improvvisa presa di coscienza del regista stesso dell'assurdità di quel che sta girando e i soliti colori saturi e spaventosamente uniformi (il rosso-Kaurismaki lo si riconosce tra mille), quest'ultimo quadro, tra i molti della carriera di Kaurismaki, vuole fortemente apparire come il più ottimista grazie ad un finale conciliante, eppure la disperazione è la medesima di sempre.

25.11.11

Your Dungeon, My Dragon

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Microsoft, come sempre, ha preso una direzione ben precisa e per i contenuti video di intrattenimento che manda su Xbox Live! ha deciso di non rischiare: ai videogiocatori si danno contenuti relativi ai videogiochi. Così, accanto alla sicurezza delle sicurezze, ovvero The Guild, la webserie più di successo in assoluto ormai arrivata alla quinta stagione e da 4 anni distribuita in anteprima sui canali della console Microsoft (dopodichè ovunque, partendo da YouTube e finendo nei DVD), ora ha piazzato Your Dungeon, My Dragon, che già dal titolo svela l'obiettivo: piazzarsi nel cuore dei videogiocatori.


Al centro, com'è facile immaginare, ci sono personaggi da gioco di ruolo oscillanti tra il fantasy e il demenziale (ad esempio l'asino/zombie) impegnati in verbose discussioni, colme di riferimenti pop/geek, che sembrano venire dal cinema di Kevin Smith prima maniera (quello stile Clerks). Insomma, un pasticcio molto autentico ma anche molto modaiolo, che ogni tanto trova la battuta azzeccata ma che forse insiste troppo su temi e stereotipi di quello che immagina essere il proprio pubblico (il videogiocatore accanito).
Non è un caso che nonostante i valori produttivi alti (anche vista la committenza) questi siano dissimulati da un doppiaggio che per la qualità dell'audio cerca di sembrare amatoriale.

24.11.11

Happy Feet 2 (Happy Feet 2, 2011)
di George Miller

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Da Mad Max ad Happy Feet, dagli sconfinati deserti postatomici alle sconfinate distese di ghiaccio in procinto di sciogliersi del preapocalittico. George Miller ha vissuto un decennio da regista di genere (Mad Max, Ai confini della realtà), uno da regista di film per famiglie (L'olio di Lorenzo, Babe va in città) e uno da regista di film per bambini (Happy Feet, Happy Feet 2), con una parabola qualitativa discendente che va di pari passo a quella ascendente degli incassi.

Già il primo film con pinguini danzerini era stato uno dei cartoni più noiosi della sua annata, ora questo seguito torna a ribadire la noia in sala giustificata da una morale di ferro (ecologia, sensibilizzazione infantile) e da un senso generale di cuteness verso i piccoli pinguini batuffolosi che dovrebbe sanare tutto.
In realtà è tutta una copertura per una storia che scricchiola e personaggi lontanissimi dall'aggettivo "interessante". Certo i cartoni esplicitamente e unicamente diretti ad un pubblico infantile raramente hanno storie originali, e la cosa non è mai stata un problema poichè nei migliori exploit sono i personaggi, le interazioni che stabiliscono e soprattutto il senso del ritmo interno al film a fare la differenza, ma questo è proprio quello che manca in Happy Feet 2.

Rimesso in carreggiata di tanto in tanto da qualche battuta di Robin Williams (qui doppiato da Massimo Lopez per il pinguino spagnolo e da Pierfrancesco Favino per quello stralunato) e ammazzato da estenuanti riferimenti ecologici e un insensato 3D, questo film animato sembra non essere nulla pur volendo essere tutto.
Con due krill a fare la parte dello Scrat di L'Era Glaciale (l'intermezzo slapstick tra le avventure principali) e qualche pixarismo mai veramente curato (il senso di abbandono e separazione di un personaggio molto piccolo di fronte al molto grande) Happy Feet 2 si propone come il gregario d'eccellenza, che guarda ai modelli più alti senza raggiungerli, che non riesce mai ad intrattenere davvero ma che lo stesso tenta disperatamente di farsi vedere. E in tutto questo affanno dimentica anche quale dovrebbe essere il cuore del film (pinguini che ballano) recuperando tutto in extremis all'ultimo minuto.

Tower Heist: colpo ad alto livello (Tower Heist, 2011)
di Brett Ratner

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Ci sono due tipi di action comedy: quelle che sono più action (Arma Letale) e quelle che sono più comedy (Starsky & Hutch). Tower Heist appartiene alla seconda categoria.
Lo si capisce già dalla locandina che pone nel medesimo quadro Ben Stiller, Eddie Murphy e Matthew Broderick, con il solo Casey Affleck a rappresentare il cinema d'azione (il che la dice lunga) e lo si capisce da una rapida lettura dell'improbabile trama. Tower Heist fa infatti dell'improbabile mascherato da probabile (il piano di rapina al centro del film è molto elaborato ma totalmente impensabile) la cifra comica principale, lasciando le pure gag quasi esclusivamente a Eddie Murphy e Matthew Broderick.

Scegliendo di non brillare da nessun punto di vista Tower Heist riesce comunque ad essere una visione piacevolissima grazie ad un bilanciamento non comune tra quelle che solitamente rimangono pure velleità. 
Invece che esserci velleità di morale (la solidarietà tra perdenti), velleità di attacco politico (il colpo perpetrato ai danni di chi speculando con la finanza ha sperperato i soldi altrui) e velleità sentimentali, ci sono dei reali momenti coinvolgenti su cui regna un finale parzialmente inatteso e gratificante per intelligenza e coerenza.
Merito, una volta tanto, davvero di un cast in forma e disposto a lavorare fuori dai canoni. Stupiscono il ritrovato vigore di Eddie Murphy (ottimo, come spesso capita a chi lavora al fianco di Ben Stiller), la comcità sottotono di Casey Affleck e la serietà di Ben Stiller (meno comico del solito e portatore di tutti i momenti drammatici da solo).

I tre attori, in accordo con una messa in scena sobria e diretta, realizzano forse la più asciutta e minimalista tra le commedie d'azione, puntando al minimo sindacale e trovando così più d'una ragione e più d'un argomento.
Sono film così, di poche pretese e realizzazione ordinaria che, nel complesso, segnano il livello qualitativo vero di un sistema cinema come quello hollywoodiano.

21.11.11

Real Steel (id., 2011)
di Shawn Levy

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In Real Steel non c'è davvero nulla di Steel, il racconto di Richard Matheson (poi diventato un episodio di Ai confini della realtà, poi ripreso dai Simpson in una puntata in cui Homer si finge robot pugile), se non l'idea che in un futuro molto prossimo (circa una trentina d'anni da oggi) il pugilato diventi uno sport da robot, così da soddisfare l'esigenza di violenza sempre maggiore del pubblico.
La poca fedeltà all'originale però non è un male. Questo film prodotto dalla Dreamworks ma distribuito quasi ovunque dalla Disney, porta infatti più il marchio della seconda che della prima, è un racconto molto indirizzato ad un pubblico preadolescenziale che pur rimestando nel noto e nell'abituale regala più di una raffinatezza.

Al timone c'è Shawn Levy, navigato mestierante della commedia qui prestato all'epica padre/figlio di un film che si colloca subito tra i suoi migliori, per equilibrio, inventiva e raffinatezza.
Una raffinatezza che è prima di tutto di scrittura. Real Steel infatti è organizzato come una commedia sentimentale (due personaggi non si piacciono, poi si piacciono lentamente, poi uno scopre che l'altro aveva cercato di ingannarlo e lo abbandona per tornare nel gran finale) e come nelle commedie sentimentali a fare la differenza è l'alchimia tra i due protagonisti. In questo l'altrimenti inadeguato Hugh Jackman e il per nulla esordiente Dakota Goyo (13 ruoli all'attivo e 11 anni di età) rendono al massimo.

Alla base di tutto c'è inoltre l'utilizzo di uno scheletro ineccepibile, quello di Rocky (ed è già il secondo film questo mese), esplicitamente citato nell'incontro finale in più di un momento (il campione che incontra un signor nessuno, i russi come nemici, alcune fasi di combattimento prese da Rocky III, la resistenza incredibile e l'urlo finale liberatorio).
Tutto questo Levy lo amalgama davvero bene, aggiungendo anche un tocco più country, fatto di ambientazioni campagnole statunitensi, fiere di paese e camion, insomma ancorando alla contemporaneità un racconto che dovrebbe essere di fantascienza e che così diventa di prossimo futuro.
Se molti film raccontano sempre la stessa storia (e questo è senz'altro uno di quelli) non tutti sono in grado di farlo con una leggerezza, un'abilità e un'inventiva simili.

18.11.11

Anonymous (id., 2011)
di Roland Emmerich

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Shakespeare non era Shakespeare. Forse. Forse era un conte raffinatissimo che scriveva di nascosto e dava i suoi testi ad un prestanome che si prendeva la gloria, tutto perchè era sconveniente per un nobile essere anche un autore teatrale e lui ci teneva a veder comunque rappresentato quel che scriveva.
Il conte in questione ad ogni modo ha avuto una vita shakespeariana fatta di intrighi di corte, agnizioni, svelamenti e clamorosi colpi di scena tra il politico e il sentimentale.

L'impressione è che Emmerich riesca meglio quando le spara proprio grosse e non quando cerca un'impensabile equilibrio nella descrizione di una realtà probabile che ci vogliono tenere nascosta. Che Shakespeare non fosse quello che crediamo è fatto accademicamente noto, ma la fantabiografia, comunque romanzata, comunque agiografica, di un personaggio sul quale non si hanno notizie che viene spacciata per vera, è un po' pesante.
Non è questione di soggetto ma di metodo. Ogni storia ha un suo genere, un suo modo di essere raccontata e per trascendere simili principi bisogna essere iconoclasti, audaci, magistrali e via dicendo. Altrimenti si seguono i canoni, perchè se no va a finire come con Anonymous.

Che poi intendiamoci, fosse un buon film si sarebbe passati sopra a tutto, ma è quando i luoghi comuni si fanno indecenti che diventa inevitabile pensare: "Ma davvero mi sto facendo raccontare la vera verità storica da Emmerich?" e desiderare l'arrivo del grande meteorite.
Anonymous è un lavoro pulito e ordinario, scritto all'americana per sollazzare chi ha un'idea di passato "che in fondo è proprio come ai giorni nostri", e che ottempera al principio tutto hollywoodiano per il quale il regista/scrittore/musicista/artista al centro del biopic deve aver avuto una vita in linea con la sua poetica artistica e quanto peggio non disdegna l'uso dei peggiori trucchi per piegare la realtà a quest'assunto.

17.11.11

Lost in Google

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L'arrivo online dell'atteso primo episodio di Lost in Google, la webserie firmata da The JackaL il cui pilota/promo/teaser era stato postato circa 4 mesi fa, segna il punto di arrivo ad una produzione finzionale (si spera stabile) di una delle squadre di produzione audiovisuale più organizzate, interessanti e serie del panorama online italiano.
Lost in Google è una webserie basata su due assunti, uno di contenuto e uno di forma. La storia semplicissima è quella di un ragazzo risucchiato dentro il motore di ricerca dopo aver tentato di cercare la parola "Google" su Google stesso e degli amici rimasti fuori a cercarlo. La trovata di forma è quella di integrare in ogni episodio alcuni tra i commenti all'episodio precedente, cercando di direzionare il racconto in armonia con i suggerimenti degli utenti.

Nessuna di queste due idee è davvero nuova. Giocare con la profondità, l'estensione e il confine che esiste tra la realtà e la sua rappresentazione in rete (specie ad opera di Google) è stato nel tempo un tema al centro di molti video. Mentre lavorare con le trame di una serie, sfruttando parte dell'intelligenza e della creatività collettiva dei commenti era l'idea di I.Channel, una delle primissime webserie, rivoluzionaria nel suo piccolo ma arrivata in un'era in cui la serialità online non aveva sbocchi, fonti di reddito o sponsor pronti ad investire.
Di tutto questo però quelli di The JackaL fanno un ottimo mix, condendo il tutto con l'abilità che hanno sempre mostrato nel confezionare i video (meno nel recitare, quello è un tallone d'Achille che si portano dietro da tempo).

16.11.11

Scialla (2011)
di Francesco Bruni

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Quando mi capita di vedere in film di diffusione nazionale stereotipi, espressioni o luoghi comuni tipicamente romani rimango sempre stupito. Cosa gliene frega al resto del paese e cosa possono trarre da un'espressione gergal-giovanile unicamente romana? Poi scopro che "scialla" è diventata una parola di pubblico dominio grazie ad un concorrente mariadefilippesco, ma lo stesso l'effetto è straniante. Ad ogni modo la "traduzione" che fa da sottotitolo (stai sereno) è fantastica e in questo rapporto tra titolo e sottotitolo sta tutto il film.

Francesco Bruni, al netto di Virzì, conferma di essere un incredibile cesellatore di personaggi, l'unico capace oggi di prendere figure al tempo stesso fuori dal comune (del cinema) ma estremamente comuni (nella realtà) e inserirli in un intreccio, solitamente poco elaborato, ma che ne esponga tutte le sfumature.
Scialla! è un film molto riuscito, anche se non ha la visione d'insieme del miglior Virzì (quella che evita qualsiasi banalità e dà ai film un ritmo e un'arroganza invidiabili), dalle piccole (e non poche!) aspirazioni tutte assolutamente raggiunte e che evita in quasi ogni momento l'autoassoluzione.

La dialettica tra Filippo Scicchitano (il ragazzo, un non attore a tutti gli effetti, spontaneo e ben utilizzato ma incapace di dar vita a momenti artificiosi come quelli più drammatici) e Fabrizio Bentivoglio (un attore vero, uno che interpreta) è molto riuscita e parla della capacità di Bruni-regista di bilanciare sforzi e forze. Scicchitano rende bene solo accanto a Bentivoglio che lo aiuta in ogni momento e gli dà tempi e credibilità. E sebbene alla fine il protagonista sia, giustamente, l'attore più esperto ma anche quello con il personaggio meno interessante (un professore di liceo con velleità intellettuali deluso dalla vita, non mi dire!), Scialla riesce a non soffocare sotto la spinta dell'irrefrenabile voglia di "raccontare la società", riuscendo a "raccontare due persone" che incidentalmente sono personaggi.

Così (miracolosamente!) non suona borioso nemmeno il parallelo scenico con I 400 Colpi (mentre il film di Truffaut va in sottofondo e se ne sente lo score, il protagonista in un'altra stanza si comporta come Antoine Doinel) di cui Scialla coglie l'essenza più intima e profonda, ovvero mostrare quel mondo interiore vivace di un non adulto che nessuno comprende perchè nascosto da un'infinità di comportamenti sovversivi.
Il film è tutto così, apparentemente scontato ma intimamente voglioso di mostrare la propria alterità. Simbolo perfetto di tutto questo sono il sottofinale (quello riguardo l'esito degli scrutini di fine anno) prima scontato poi molto meno e il finale vero (quello in prigione) espressione della dimensione più moraleggiante e becera che per fortuna poco si vede nel resto del film.

15.11.11

Breaking Dawn - parte I (Breaking Dawn - part I, 2011)
di Bill Condon

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Un primato questa saga di Twilight lo avrà di certo e si spera a lungo: tra tutte quelle passate da libro a grande schermo è quella trasposta nella maniera più scriteriata, confusa e sciatta.
Breaking Dawn parte I conferma il trend calante intrapreso dalla produzione dopo il diligente inizio di Catherine Hardwicke. Sempre di più la storia e la narrazione si fanno assenti e nei pochi momenti in cui ritornano sono pretestuose. Gran parte delle dinamiche fondamentali accadono fuori scena o dentro i protagonisti (senza gesti, immagini, metafore, allegorie, simbologie, azioni, relazioni o anche solo suggerimenti che lascino intendere la loro presenza, tutto va creduto sulla fiducia) e il film sembra un lungo elenco di “quadri”, momenti iconici che suggeriscono uno stato d’animo in accordo o per contrasto alla colonna sonora, levata la quale diventa difficile comprendere il tono dei diversi momenti del film.

In questo capitolo diretto da Bill Condon (quello di Dreamgirls) sembra che nulla succeda anche quando succede. Come nelle migliori soap opera televisive il racconto (che pure ci sarebbe perchè di cambiamenti e svolte ne arrivano) è tutto continuamente rimandato a favore di momenti empatici e sentimentali solo a parole. Una confessione è rimandata o annullata per far spazio ad un confronto tra lupi ringhianti, il racconto di una svolta è rimpicciolito per far posto a sequenze musicali con paesaggi e anche il lento scoprire quello che l’elemento centrale del film (che succede dopo la prima notte di nozze?) non è per nulla lento, anzi arriva subitaneo e nella stessa maniera se ne va, per far spazio a lunghi primi piani enfatici.
Tanto il film è diretto con sciatteria e trascuratezza che in questa produzioni milionaria ci sono green screen evidenti, ritocchi ai volti dei personaggi che li fanno sembrare manichini, momenti di umorismo che non si comprende se sia voluto o solo ridicolo e trucchi dalla falsità evidente.

Per questo Breaking Dawn parte I, mancando di tutti i rudimenti principali della narrazione (l’arte del rilascio graduale di informazioni) è uno dei film più noiosi dell’intera saga (e dopo Eclipse ce ne voleva!). Anche il momento topico dell’agognatissimo accoppiamento (ciò che è stato al centro dei tre precedenti film) viene liquidato con poco per passare agli sguardi dubbiosi.
L’impressione è che la saga (cinematografica, s’intende!), stia mangiando se stessa, cioè si stia nutrendo di quelli che sembrano gli elementi di apparente successo, moltiplicandoli all’infinito. Di capitolo in capitolo, registi sempre meno capaci insistono sempre di più sulle attese, sulle agonie e sui primi piani intensi, radicalizzando di film in film il proprio pubblico (se il primo Twilight era solo “orientato” al pubblico femminile, questo è irricevibile da un’audience maschile) e smettendo di fornire elementi di interesse per ripetere quelli più consueti.

Tutto quello che aveva di buono l’esordio cinematografico dei libri di Stephenie Meyer (dalla narrazione svelta, ad una sostanziale e genuina ingenuità di fondo, dal racconto di un sentimento che si forma fino al disvelamento del mondo dei vampiri) sembra sempre di più un miraggio.
Quasi 120 minuti di film forniscono una sola informazione nuova, ripetendo tutte le dinamiche ad oltranza (Bella ama Edward ma si sente legata a Jacob, Edward ama Bella ma teme di farle male e tollera Jacob per lei, Jacob ama Bella e non tollera il rivale in amore ma farà di tutto per difenderli).
Avere astio nei confronti della saga di Twilight ha poco senso, è un racconto adolescenziale come molti altri, molto adeguato all’epoca emo (per la continua metafora del sangue come fonte di sentimento), fondato su un amore contrastato da ogni parte e sul continuo rimando del desiderio (sebbene con più d’una strizzata d’occhio alla religione). Mentre avercela con i film invece ha molto senso, perchè da tutto questo materiale non traggono niente, si appoggiano al fanatismo generato altrove e ripetono ad oltranza i medesimi stereotipi sentimentali, senza avere la buona creanza di creargli intorno un racconto che gli dia senso e li carichi di significato.

14.11.11

Immortals 3D (id., 2011)
di Tarsem Singh

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La caratteristica più evidente a tutti di questo Immortals, il suo voler essere stilisticamente una prosecuzione di 300, è anche quella meno nascosta. Di contro quel che Tarsem Singh fa di tutto per nascondere è una sostanziale incapacità di incarnare le idee e gli ideali epici in un film destinato al mercato americano. Là dove Snyder (con più di un aiuto da Frank Miller) riusciva ad inscrivere nel suo trionfo di machismo anche tutta una serie di valori e temi tipici dell'epica reale, su uno sfondo totalmente irreale e frutto di CG, Tarsem Singh manca il bersaglio.

E dire che Immortals è anche visivamente più impressionante di 300. La raffinatezza visiva delle scenografie, dei fondali, della composizione delle immagini e di alcune trovate cromatiche, in più di un momento regala inaspettata meraviglia. E' semmai tutto il comparto di sceneggiatura ad essersi preso una vacanza a metà lavorazione.
Pur senza tirar in ballo le vere storie dei veri miti (perchè farlo? perchè farsi del male?) il problema di Immortals è una sostanziale scollatura tra immagine e contenuto. La storia di Teseo secondo Singh è una storia al 100% statunitense, in cui i personaggi agiscono secondo pulsioni, desideri, strategie e ideali moderni con espressioni e movenze moderne. A questo punto anche le idee migliori (la marea che lascia tutti sporchi d'olio) si perdono nel mare di seconde occasioni, rapporti conflittuali paterni e individualismi.

E dire che, sempre parlando della dimensione visiva, Immortals ha un ottimo 3D, tutto postprodotto ma realizzato in armonia con la composizione prospettica delle immagini e con gli sfondi in CG. Insomma un prodotto che non è per nulla tirato via per i capelli ma che in certi (molti) punti sembra voler buttare tutto alle ortiche. E come avete notato sono stato così signore da non toccare nemmeno l'argomento "costumi e portamento degli dei dell'Olimpo".

10.11.11

Continuum

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Una ragazza si sveglia da una camera iperbarica e si ritrova su un'astronave. Assieme a lei nessun altro, solo la voce di sintesi del computer di bordo. Nessuno dei due però ricorda pienamente come sono arrivati a questa situazione.
Non c'è nulla di clamorosamente inventivo in Continuum se non il modello distributivo. La nuova webserie di Blake Calhoun, già creatore di Pink (altra webserie ormai non più visibile dall'Italia ma pluridecorata in passato), è un grosso misto di suggestioni fantascientifiche a metà tra il cinema (c'è l'intelligenza artificiale parlante di 2001: Odissea Nello Spazio, la solitudine straniante di Solaris, il design di Moon) e la televisione (i tagli di montaggio di Battlestar Galactica, la fotografia delle serie più deteriori di Star Trek e il senso del mistero dell'onnipresente Lost).
Ora che i primi tre episodi sono stati messi online, dopo un'attesa che durava da almeno un anno, quando fu distribuito il primo trailer, possiamo dirlo: Continuum è una vera delusione.

9.11.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Breve riassunto del Festival del film di Roma in apertura e poi subito subito ci si getta su Warrior, il filmone della settimana, e poi sul successo annunciato di I soliti idioti.
Dopo un digressione su Totò 3D, visto al Festival di Roma, si prosegue con un altro 3D, quello del Pina 3D di Wenders e poi l'imprevisto Tomorrow when the war began.
Al momento delle rubriche di Cellulite e Celluloide si affrontano anche i film della settimana scorsa per poi passare a "Cellulite e Celluloide Risponde", questa volta centrato su Il buono, il brutto e il cattivo.
In chiusura si parla del Faust, finalmente uscito nei (pochi) cinema e di Il re Leone 3D.
Il podcast si chiude a pochi secondi dalla fine effettivamente della trasmissione per un errore tecnico. Ci scusiamo.




LA PUNTATA DEL 4/11/11


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

8.11.11

One Day (id., 2011)
di Lone Scherfig

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Ci sono attrici da commedia romantica, attrici da dramma romantico e poi c'è Anne Hathaway.
Se già Amori e altri rimedi aveva mostrato come una commedia con venature drammatiche trovi in questa protagonista una giovinezza e un'autenticità poco rintracciate negli ultimi anni, ora One Day, con tutto il suo comparto di scontata melassa è un'ulteriore dimostrazione di come Anne Hathaway trasformi in credibile l'incredibile.

Non è infatti il taglio rapido e secco di Lone Scherfig a fare la differenza (non arrivava a queste vette An Education, pur avendo una scrittura migliore, nè tantomeno Italiano per principianti), e non è nemmeno la scrittura di David Nicholls (che adatta con le consuete esigenze di sintesi un proprio romanzo) tantomeno l'inadeguatezza di Jim Sturgess (mai così fuori posto), quanto l'occhione comunicativo e i movimenti empatici di Anne Hathaway.
Se già Rachel sta per sposarsi aveva dimostrato lo spirito da outsider, che alberga nel volto di questa attrice, è One Day a confermare come occhi grandi e bocca larga possano dipingere tutto lo spettro umano e sentimentale di una (improbabile ma credibile) bruttina che diventa donna affascinante attraverso un processo di affermazione personale ed intellettuale lungo 20 anni.

Come nei migliori casi anche per One Day il melodramma nostalgico (questa volta sono gli anni '90) è costellato di buchi, implausibilità e forzature (i due rimangono quasi uguali per 20 anni, solo al termine arrivano degli stonati capelli bianchi) ma, complice la forza di un intreccio molto ruffiano che ripercorre vent'anni mostrando sempre la medesima data (si procede di 15 Luglio in 15 Luglio), trova una delle caratteristiche centrali del periodo raccontato, ovvero l'isolamento sentimentale e la procastinazione di un legame dato dalla mancanza di audacia nel rischiare una relazione impegnativa, che già era stato sfruttato con egual efficacia da Dieci Inverni. 

Lezioni di cioccolato 2 (2011)
di Alessio Maria Federici

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Quasi 5 anni fa il primo Lezioni di cioccolato apriva ufficialmente una stagione che non ufficialmente era già aperta da tempo, quella di un cinema italiano di livello medio più che buono. Sommando diversi talenti già abbastanza consolidati, da Fabio Bonifacci a Pannofino fino a Cattleya (vero demiurgo di questo miglioramento globale), il film trovava quello che solo qualche tempo dopo si capì essere il catalizzatore perfetto: Luca Argentero, il bello da commedia, e gli metteva accanto un cast di comprimari da commedia anni '50 su cui trionfava Hassani Shapi, anche lui destinato ad una gran carriera da caratterista.

Dopo la defezione di Scamarcio (che pure era stato ottimo in L'uomo perfetto), desideroso di "impegnarsi" in orrende fiction televisive o film sbagliati di presunti autoroni, Cattleya ha trovato quel che cercava in Argentero. L'icona da star system italiano anche qui fa il suo lavoro e, sebbene muti il contesto attorno a lui (più interazioni con l'egiziano Kamal, una straniera da conquistare, un maestro della cioccolata da aiutare), non cambia l'idea che c'è dietro al progetto: commedia sofisticata fondata su un umorismo sofisticato.

Inutile soffermarsi sull'idea di piazzamento del prodotto che soggiace ad un film che ha il cioccolato nel titolo e la Perugina nelle scene (se fai commedie sofisticate, le fai con alla base un'idea di cinema commerciale, in questo senso una sponsorizzazione più importante non è un problema e nuoce solo ai film che non la sanno integrare) specie per il fatto che Lezioni di Cioccolato 2, come il primo, integra molto prodotto e storia. Ma soprattutto perchè la vera forza del film sta tutta in Hassani Shapi, il primo vero caratterista non italiano del cinema italiano.
Con un ruolo più ampio e arioso rispetto al primo film, ma sempre al servizio dei protagonisti e mai da solo sotto il riflettore, questo straordinario attore keniota regala un'altra prestazione che tiene in piedi un film intero. Dotato di tempi comici innati e di una capacità non comune di mescolarsi con il modo di agire e reagire italiano (lui che di italiano non ha nulla nè sa nulla) Shapi in ogni film è un'ulteriore scoperta.
Forse, escluso Giuseppe Battiston, l'unico attore caratterista che lavora in Italia ad essere a livello delle grandi spalle da commedia statunitense.

7.11.11

Warrior (id., 2011)
di Gavin O'Connor

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Commuovere non è difficile, commuovere senza raccontare tragedie lo è, commuovere senza parole ma con un gesto è caratteristica dei migliori.
Warrior è un film che ti tira via le lacrime a furia di cazzotti, un film che racconta una storia di famiglia (due fratelli e un padre che non si parlano per la più alta delle ragioni) e che fa passare la gran parte del proprio sentimentalismo attraverso i gesti. Gesti che solitamente sono calci, pugni e prese. Anche quando c'è da comunicare affetto o c'è un abbraccio questo sembra una mossa di arti marziali miste.

La lotta però sta a Warrior come il pugilato sta a Rocky, un veicolo e non il centro del film. Ma si potrebbe dire che tutto Rocky sta a Warrior come Macbeth sta a Trono di sangue, un testo di partenza, una base solida di interazioni, figure tipiche e snodi narrativi sul quale impostare un altro racconto che abbia la sua indipendenza. E' il trionfo sportivo che coincide con il trionfo umano, la purificazione personale che passa attraverso una passione fatta di allenamenti, sofferenza e una tenacia di spirito che schiaccia le inadeguatezze della carne.
Il miracolo di questo film di Gavin O'Connor è di riuscire a raccontare due storie parallele (quella dei due fratelli) facendole incrociare unicamente nel finale e trattarle entrambe come le storie principali, senza preferenze. Un miracolo che si traduce in un racconto pieno anche di falle, cadute di stile e momenti meno riusciti ma che spazza tutto via con la forza irrazionale di un sentimentalismo onesto e soprattutto fatto della pasta del cinema, cioè dei corpi.

Quello che O'Connor cura più di tutto sono i movimenti, specie sul ring ma anche fuori. Il modo in cui questi fisici pesanti interagiscono detta i tempi del film e i ritmi di un'emotività maschile fatta di gesti e non di parole, fatta di pudore e non di sottolineature. La cosa funziona così tanto che si è disposti con gioia a passare sopra a tutte le ruffianate di questo mondo (Just Breathe dei Pearl Jam al momento giusto, per dirne una) perchè Warrior ha già fatto quel che il cinema dovrebbe sempre fare: raccontare storie di uomini attraverso la loro interazione fisica prima che verbale.
Aver attinto ad un immaginario che da Avildsen passa per Eastwood (specie negli interni) e schifa invece quanto fatto in materia da Ron Howard per Cinderella Man o David Russel per The Fighter invece è solo un ulteriore medaglietta da appuntarsi.

4.11.11

I soliti idioti (2011)
di Enrico Lando

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Dalla trasmissione televisiva al film non cambia molto, come accade nelle più banali trasposizioni comiche da piccolo a grande schermo sostanzialmente si allungano le trame. Come invece accade meno spesso questa volta la serie di MTV riesce a trovare al cinema un corrispettivo anche quanto a divertimento.
Ma quello che l’arrivo al cinema di I soliti idioti conferma è un’altra e più cruciale caratteristica della serie e dei personaggi ideati da Mandelli e Biggio, ovvero la capacità di fare il lavoro determinante dei prodotti giovanili: segmentare il proprio pubblico di riferimento identificandolo non tanto per chi è quanto per chi non è.

Tutti i comici hanno una parte di pubblico che ride alle loro battute e una parte del pubblico che non ride, solo pochi sono odiati da chi non ride con loro. Questo capita a I soliti idioti.
Il duo comico infastidisce una parte del pubblico e questo fastidio è tanto più acuto quanto più è evidente l’apprezzamento da parte dell’altra metà della sala.
Senza il minimo appello ad una dimensione di satira politica (gli unici due accenni suonano stonati e abbastanza tristi) ma con la volontà di ritrarre esattamente il proprio pubblico (cosa quasi sconosciuta nell’intrattenimento italiano) la comicità di I soliti idioti risiede quasi tutta nei personaggi di Gianluca e Ruggero De Ceglie, padre e figlio diversi e in conflitto. La trovata non è certo originale (di padri scontenti dell’atteggiamento dei figli ce ne sono stati a palate) ma a differenza delle altre gag banali proposte dal duo, quelle della famiglia De Ceglie hanno una qualità gutturale tutta particolare.
Il padre conservatore e uomo di mondo all’antica che insulta oltre il demenziale un figlio sensibile, nerd e remissivo, raggiunge punte di tempismo comico e assurdità nonsense che li differenziano da tutto il resto degli sketch e nel caso specifico da tutto il resto del film. Siamo insomma lontani anni luce sia dalle ridicole velleità di attacco politico dietro le quali si nascondeva la comicità inerte di Qualunquemente (in cui la dinamica padre/figlio era la stessa), sia dall’acquietamento politicamente corretto di Checco Zalone, che insulta senza ferire. I soliti idioti non vuole piacere a tutti, mai e in nessun momento.

La volgarità ripetuta, violenta ed ostentata è infatti quello che provoca il fastidio maggiore in chi odia il duo e al tempo stesso ciò che esalta chi ride con loro.
E proprio l’odio basato sulla più respingente delle qualità a dimostrare la centralità di una comicità simile. I soliti idioti è infatti uno dei pochissimi casi (l’unico in tempi recenti) in cui MTV Italia ha fatto il lavoro di MTV, ovvero dare al proprio pubblico di riferimento qualcosa che piaccia a loro e sia odiato dagli altri, qualcosa che li differenzi (ulteriormente) dal resto delle persone. Coerente in questo senso che l’idea venga da Mandelli che nella rete ha cominciato a lavorare diciottenne nel 1997, anno di nascita del canale italiano (dopo circa quattro anni di ospitalità presso Tele+ 3).
Come il metal o come il punk anche I soliti idioti vuole fare schifo a qualcuno, e l’arma attraverso la quale mette in pratica il suo proposito è la ripetizione ostentata di insulti e volgarità a profusione, volgarità assolutamente innocue (è proprio la continua ripetizione a svuotarle del senso comune) che urticano solo chi fa dell’esigenza di non essere volgari un principio. Senza la vacuità di tanti comici che ugualmente cercano l’eccesso di continuo ma con la capacità di cogliere la dimensione romanesca di pura demenzialità dell’insulto (la stessa cosa che faceva Sordi con i suoi attacchi iperbolici) e soprattutto con una qualità immediata di risata di pancia, I soliti idioti è l’unico autentico prodotto giovanile visto in Italia negli ultimi anni.