30.4.12

Avengers (id., 2012)
di Joss Whedon

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Da quando il cinema si è innamorato dei supereroi abbiamo assistito ad una progressiva revisione del concetto di blockbuster d'intrattenimento. L'invasione dell'eroismo e dell'adattamento di storie da fumetti ha portato il cinema d'azione mainstream a dividersi nelle stesse categorie del fumetto. Da una parte Wanted, Kick-Ass, Watchmen e Scott Pilgrim, dall'altra Il Cavaliere Oscuro, 300, Spider-man e Hulk (da un'altra ancora le riflessioni del cinema su tutto ciò, come Super o Chronicle). Con risultati buoni e meno buoni da ambo le parti.
La vera conseguenza però è che filmoni più tradizionali come Transformers o Battleship, suonano quasi datati, mostrano più stanchezza di quanto non avrebbero fatto in altre condizioni e nei casi migliori lavorano velleitariamente per ricalcare il modello "fumettone".

In questo scenario Avengers si erge come la forma suprema, perchè del fumettone incarna le caratteristiche più triviali, basse e gutturali e insieme le più caratteristiche. 
Rifiutando qualsiasi accezione alta e configurandosi come la traduzione cinematografica di un fumetto commerciale, seriale e improntato alla conquista del lettore/spettatore, Avengers punta su azione, comicità e una punta di romanticismo (come tutti del resto), riuscendo a raggiungere uno zenith di perfezione grazie ad un andamento spensierato oltre ogni decenza, che come un collante rende scorrevole qualsiasi asperità, appiana qualsiasi problematica e risolve anche quelli che con altri toni sarebbero stati grumi fastidiosi di sceneggiatura.
Il merito è tutto di Joss Whedon, capace di scrivere e poi realizzare un film che del fumetto prima di tutto importa il rapporto con il lettore/spettatore, la mancanza di pretese e la volontà di raccontare il fantastico con sguardo ammirato e sognante.

La parte più mostruosa è semmai l'operazione di "ingegneria del cinema" con la quale dei 4 giganteschi protagonisti ognuno ha la sua dignità, ognuno mantiene il tono dei propri trattamenti cinematografici precedenti e ognuno ha il suo momento di "eroismo" alla propria maniera. Whedon calcola tutto con il misurino e poi incolla le parti meno compatibili con una valanga di ironia, ottima per qualità e sorprendente per tono. Tutto con l'idea di avere Hulk come personaggio fondamentale, cuore emozionale e chiave di volta di ogni momento, l'unico dei 4 a non avere un modello filmico da ricalcare e il più azzeccato quanto a psicologia.

Abituato a lavorare su un audiovisivo che cerchi di avere i pregi dei migliori fumetti fin da Buffy, ora Whedon è in grado di mostrare "tavole" come quella in cui Hulk colpisce comicamente Thor alla fine di una battaglia condotta insieme, in mezzo al drammatico, alla tensione e alla retorica (quella lasciata sempre a Capitan America). Lavora su un'estetica dell'occhio lucido delinandolo in paura (della Vedova Nera al primo incontro con Banner), disperazione (di Tony Stark in attesa della risposta all'ultima telefonata a Pepper Potts) e senso di colpa (Hulk alla sua prima trasformazione, poco prima di perdere coscienza).
In sostanza questo film dei Vendicatori setta uno standard che sarà difficile da eguagliare e dimostra che il fumetto mainstream al cinema lo si realizza lavorando prima di tutto sul tono.

28.4.12

Una spia non basta (This Means War, 2012)
di McG

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Non è ben chiaro a chi sia rivolto Una Spia non basta. Non si capisce se si tratti di una variazione un po' più action di una commedia sentimentale, in cui due superuomini si litigano un'ordinaria donna, o se si tratti di un tentativo di portare in sala a vedere un film a tratti romanticone anche il pubblico maschile. Di certo quello che porta a casa è il risultato di millantare senza concludere.
Tutto il film si basa sull'assunto di due agenti segreti della CIA che scoprono di stare uscendo con la medesima ragazza, da quel punto in poi si fanno la guerra alle spalle di lei, per conquistarla.

La sua vera identità il film la rivela a metà durata, quando i rituali di conquista sono in fase avanzata e mentre uno dei due agenti riesce a concludere con lei, l'altro, per una serie impossibile di sfortune, accidenti e bastoni messi fra le ruote non ci riuscirà. Il fatto che sebbene stia uscendo con due uomini la protagonista non vada fino in fondo con entrambi (come accadrebbe nella realtà), spiana la strada alla conciliazione finale e alla rivelazione di una vera storia d'amore al femminile, implicitamente affermando l'impossibilità di avere un'autentica storia, anche carnale, con due uomini per una protagonista.
Non a caso da quel momento in poi la piega volge verso il più sereno e acquietante dei finali, quello cioè in cui tutti finiscono accoppiati a qualcuno o qualcosa. Qualsiasi cosa, purchè si sia in due.

L'assurdo è allora che un simile film sia affidato ad un regista come McG, tanto rumoroso quanto vuoto, privo anche della giusta qualità e raffinatezza di rumore di un Michael Bay, con il risultato di una sproporzione evidente tra l'agitazione delle parti e la loro sostanza.
Una spia non basta poteva anche essere una variazione interessante sui temi già messi sul piatto a suo tempo da True Lies o Mr. e Mrs. Smith, cioè l'inconoscibilità dell'altro, ma in questa maniera è solo un modo di mettere in scena la coolness dell'essere agente segreto e l'estetica del migliore al cinema.

27.4.12

Ho cercato il tuo nome (The Lucky One, 2012)
di Scott Hicks

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Ho cercato il tuo nome (in originale The Lucky One) è il genere di film che un uomo (in originale The Unlucky One) vede solo se costretto e non è tanto per il contenuto sentimentale, troppi film l'hanno, quanto per la visione di mondo proposta, un mondo idealizzato, come lo sono tutti quelli proposti dal cinema, a misura di donna.
In questa deformazione e riorganizzazione dei rapporti, dei valori e delle personalità all'insegna di un idealismo tutto femminile, sta la misura di un film che rigetta un pubblico per abbracciarne un altro, forse la scelta più nobile che possa essere fatta. A patto di andare fino in fondo.

Il militare (un poco credibile Zac Efron in tenuta da guerra) ritornato a casa, violento ma dal cuore d'oro, umile, pronto a lavorare con le mani ma incredibilmente sensibile e spinto nelle sue azioni unicamente da un'emotività non chiara nemmeno a lui, si muove e si comporta più come una versione maschile di una donna che come un uomo. Le caratteristiche eminentemente maschili sono tutte lasciate al maschio negativo, l'ex marito violento, insoddisfatto e perdente sotto ogni punto di vista.
Questo più che i raggi di sole trasversali che passano tra le tende al tramonto taglia fuori dal film il target maschile: la ferma volontà di non rendere giustizia ad una parte di pubblico e di fatto non rappresentarla per proporre solo un universo di valori e aspettative femminili.

Anche le più becere commedie sentimentali sanno affiancare ad una trama incentrata sulla ricerca dell'amore di una donna imperfetta, figure maschili minimamente realistiche, Ho cercato il tuo nome invece si propone fermamente di no.
Tuttavia nella maniera estrema con la quale persegue una trasfigurazione totale di qualsiasi realtà a favore dello stereotipo più grande immaginabile, declinato per 101 minuti, sta parte della sua grandezza. Una grandezza offuscata a tratti dall'inadeguatezza di Zac Efron e dalla scarsa alchimia tra lui e Taylor Schilling (cosa che in un film in cui il rapporto tra due persone è l'essenza di tutto non può essere sottovalutata) e resa via via più innocua dalla figura complementare del bambino. Perchè se un clichè è ridicolo, cento commuovono, ma qui ci si ferma a novanta.

19.4.12

By My Side

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Lanciata con un'enfasi smodata sul suo creatore, Flavio Parenti (in questo caso sceneggiatore, regista e attore, e con alle spalle una carriera da attore di cinema e televisione), By My Side è una webserie dalle dichiarate ispirazioni teatrali ma dalla realizzazione più interessante di quanto non si direbbe.
Senza appoggiarsi a strutture eccessivamente professionali ma anzi collaborando con artisti indipendenti per elementi quali la colonna sonora (rilasciata anch'essa ad episodi sul canale YouTube e sul sito), Parenti realizza un autentico spin-off della propria carriera, un progetto parallelo e personale che per fortuna non risente di nulla se non delle proprie intenzioni.
La storia è modellata su Aspettando Godot ma contiene twist, misteri e uno svolgimento drammaturgico interno abbastanza classico che gli consentono di evitare la fissità teatrale del testo di partenza, per andare a parare da altre parti.

By My Side, con la sua estetica da reflex digitale, i suoi sfocati e i frequenti flashback misteriosi e i continui paralleli con i microrganismi, ricorda più la scansione di quelle webserie modellate sulla serialità televisiva (in primis Lost e tutti i suoi epigoni che hanno fatto delle conseguenze presenti di atti passati il perno della trama), senza però mostrare la noia di chi non ha nulla da dire. Pur senza eccessive velleità infatti Parenti collabora ad una scrittura minimalista ed efficace, che come ci si poteva aspettare trova nella recitazione le chiavi di interpretazione, più che nelle parole.

18.4.12

Cellulite e Celluloide - il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Impossibile non iniziare con Diaz, se solo l'avessi visto, dunque si deve ripiegare sull'altro film d'impegno: Battleship.
Dopodichè è il turno del resoconto della proiezione e della conferenza stampa di To Rome With Love e grasse risate sui pessimi Bel Ami e Poker Generation.
In chiusura il resoconto sul sorprendente I più grandi di tutti.




LA PUNTATA DEL 13/4/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



American Pie: Ancora insieme (American Reunion, 2012)
di Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg

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Già dall'insensato anniversario che fa da pretesto alla reunion della classe del '99 (il "13° anniversario") è chiaro che stavolta alla regia e alla scrittura c'è qualcun altro. Il quarto capitolo della serie iniziata nel 1999 è anche il secondo a non essere scritto da Adam Herz, creatore dei personaggi e iniziatore con American Pie di una moda e un modo di fare commedie adolescenziali che è stata (ed è) la dominante nel cinema americano, solo da poco contrastata dal paradigma per molti versi opposto di Judd Apatow. Il primo totalmente spostato sul fisico, il secondo sul dialogo.

Il duo creativo dietro questa reunion è noto negli Stati Uniti (e molto meno da noi) per la serie di film comico-demenziali di Harold e Kumar, filiazioni spurie di quel filone herziano, molto più virate sull'umorismo puro che sulle trovate umilianti.
E proprio l'umiliazione, il ludibrio e l'inadeguatezza, che sono la cifra distintiva di questi film, in American Pie: Ancora assieme vengono attenuate (ma ovviamente non eliminate) a favore di un umorismo fondato sui tempi comici e i piani d'ascolto. Un passaggio fondamentale per una serie tutta sbigottimenti e sorprese spiacevoli.

Quest'ultimo film chiaramente vive di nostalgia, è scritto per far interagire i personaggi all'insegna del "come eravamo e come non siamo più" e per far rientrare in un modo o nell'altro caratteri e situazioni (nella forma del ricordo, della foto o del video) dagli altri film, che per i protagonisti sono l'equivalente dei ricordi di famiglia. In questa maniera il film si inserisce nell'incalzante revival degli anni '90 che da meno di un anno a questa parte stiamo vedendo un po' ovunque.
Insomma American Pie: Ancora assieme è tutto un "Ti ricordi quando....", tuttavia nei momenti in cui  smette di guardare nello specchietto retrovisore riesce a mettere a segno esplosioni di comicità come forse non se ne sono visti nell'intera serie, per tempi ed espressività. E' evidente che Hurwitz e Schlossberg si sono innamorati del personaggio di Stifler, in cui fanno convergere tutto l'umorismo, tutte le trovate e tutto il senso ultimo dell'amarezza del ritrovarsi dopo molto tempo, del fare paragoni con un'altra età e altre aspettative sulla vita. Un'idea che i creatori avevano sotto gli occhi da sempre ma non hanno mai davvero sfruttato.

17.4.12

Battleship (Battleship, 2012)
di Peter Berg

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Probabilmente Battleship è nato con idee anche più serie di Transformers, cioè è nato per essere a tutti gli effetti un film di guerra contro gli alieni, quell'ibrido inventato da Independence Day e che solo l'anno scorso era stato rispolverato, con gran fare metaforoso, da World Invasion. Certo l'idea di partenza (un film tratto dal gioco da tavola Battaglia navale) è delle più risibili, ma essendo il tema di tutto uno scontro navale non era nemmeno troppo difficile da rendere serio. Evidentemente però a Peter Berg le cose facili non piacciono e in mille modi diversi questo Battleship riesce comunque a citare Battaglia navale.

Lo fa in maniera esplicita quando i due schieramenti (nave aliena e nave terrestre) non possono vedersi nella notte in cui non funzionano i radar e creano una griglia sulla quale sparare, e in maniera più sottile con i missili lanciati dagli alieni che si incastrano (e poi esplodono però, non temete!) nelle navi terrestri, tutti fatti a forma di pirulini della battaglia navale.
Detto questo l'impressione globale è che se gli sceneggiatori premevano per la retorica patriottico-militaristica, Berg ci ha infilato in più momenti un'autoironia e una consapevolezza di sè che se non altro mitigano il risultato.

I militari d'onore, maledettamente in gamba, scapestrati quel tanto che gli consente di rimanere ottimi soldati e pieni di etica, diventano a tratti caricature di se stessi e le decisioni più ingombranti (ritirare fuori una vecchia corazzata da far guidare ad un gruppo di reduci ottuagenari che si presentano al ralenti) sono stemperate da una messa in scena delle stesse che preme sull'assurdo. Se non altro.
La cosa più curiosa (anche se non stupisce più nessuno ormai) è come anche Battleship confermi che l'immaginario del cinema sempre di più si rifà ad altri media per dare forma alle proprie idee. Stavolta gli alieni sono presi pari pari da Halo, stessi esoscheletri, stesse movenze.

16.4.12

Diaz (2012)
di Daniele Vicari

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Che Diaz sia probabilmente il film italiano d'impegno civile più cinematografico tipo degli ultimi 20-30 anni è abbastanza obiettivo, l'unico a prendere le distanze quanto basta dal fatto narrato per cercare di costruirci intorno un film la cui struttura generi senso autonomamente. L'unico a cercare la contaminazione con dei generi.
Per farlo Vicari decostruisce temporalmente il racconto, passa più volte sugli stessi momenti per affrontarli da punti di vista diversi, si appoggia a tratti a qualche stereotipo e qualche frase fatta (davvero andava tenuta la moralina finale tra manifestante e negoziante genovese?) e applica in pieno la struttura del cinema catastrofico per traslare la realtà nella finzione. Perchè Diaz è stato girato seguendo gli atti dei processi (le violenze perpetrate si sono svolte come le vedete) è comunque finzione, e l'aderenza processuale suona più come un fattore impressionante da film horror ("i fatti che vedrete sono realmente accaduti") che come un'ammissione documentaristica. E grazie al cielo.

Del catastrofico Diaz ha tutto. Un finale noto, protagonisti dal destino comune e un pubblico le cui aspettative inevitabilmente tendono all'impennata di tensione e violenza che sanno essere il centro della storia. Per questo Vicari gioca un po' al gatto col topo e rimanda molto il momento pregnante che dà il titolo al film. Alla Diaz, ma anche a Bolzaneto, il film paradossalmente passa molto poco tempo (forse meno della metà della sua durata), seguendo i suoi personaggi nelle peregrinazioni che li porteranno lì o che faranno in modo che evitino di essere parte della mattanza.
Così si compie il catastrofismo filmico anche a livello di personaggi, tutti simbolo di una categoria (il black bloc, il pensionato, il giornalista, il manifestante pacifico, lo straniero, l'organizzatore, il poliziotto) e tutti dotati di una storia personale che si inserirà nella storia più generale, influenzata dalla tragedia che di lì a poco accadrà.

E' rispettabile la scelta di non indagare le cause che hanno portato all'accaduto (troppo vicini i fatti, troppo poco chiare le acque, troppo complesso affrontare un fatto particolare in un evento molto più grande e dotato delle proprie complessità come il G8), meno semmai quella di sorvolare (tutto sommato) sulla violenza. Perchè se in Diaz indubbiamente c'è molto sangue e molte botte è anche vero che non c'è la dilaniazione fisica che ti aspetteresti da un film che fa questa scelta. Quantomeno non quella che ti aspetteresti da Daniele Vicari, che già in Il passato è una terra straniera si era mostrato interessato al modo in cui un corpo tumefatto e piegato dalla violenza sia in grado di parlare di qualcosa di più alto e intimo.

Sorvolare sulle motivazioni generali e concentrarsi sulla mattanza, cioè sull'isteria, l'insensatezza e "l'assurdità che scaturisce dalla banalità" è una vera grande scelta di cinema, che però a tratti sembra non essere seguita fino in fondo. I volti degli occupanti della Diaz, con le mani in alto, pronti all'arrivo della polizia, poco fiduciosi del fatto che servirà a risparmiarli e terrorizzati dalle urla inumane che sentono venire dai piani inferiori, è un'immagine che si vorrebbe essere il simbolo di quello che il film è (paura, sfiducia verso l'autorità, insicurezza e totale destabilizzazione anche dello spettatore), invece è uno dei pochi momenti isolati di un film molto buono che poteva essere ottimo.

13.4.12

To Rome with Love (id., 2012)
di Woody Allen

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E' facile vedere in To Rome with love un film di stereotipi sull'Italia, in realtà è un film ambientato in Italia, girato da un regista straniero. In realtà a ben vedere di Italia, a parte Roma, non c'è niente e le musiche che vanno da Caruso ai mandolini non sono troppo distanti da quelle solitamente scelte da Allen per i suoi film americani.
Quello che veramente stupisce è il modo molto molto sottile con il quale il regista (che non ha mai nascosto la profonda influenza che il cinema italiano ha avuto sulla sua formazione) contamini le proprie storie con le svolte da commedia all'italiana. Come dei piccoli remake molto personali e distanti dagli originali, come delle rivisitazioni fatte da qualcuno dotato di una personalità molto forte, così i diversi episodi di questo film sono condotti a metà tra ispirazione latente e stile personale. 

Questa fusione (l’episodio con Alessandro Tiberi è a metà tra Lo sceicco bianco e i twist surreali alleniani) costituisce di certo il contenuto più audace di un film che, rispetto alle opere alleniane dell’ultimo periodo, quelle dal trasferimento a Londra in poi, è di gran lunga il più divertente e ispirato. Specie dalla seconda metà in poi l’intreccio presta il fianco ad un umorismo dilagante vario ed eterogeneo. C’è lo slpastick di Benigni, la profusione verbale classica di Allen, il dadaismo situazionista del cantante lirico e la commedia brillante un po' ruffiana dell’episodio in cui Alec Baldwin fa da controcanto immaginario (ma presente nella scena) alle turbe amorose di Jesse Eisenberg. Quest'ultimo un vero classico senza tempo di Woody Allen, dal Bogart di Provaci ancora Sam in poi.

Più in grande quello che To Rome with love aggiunge alla sconfinata filmografia del più prolifico tra gli autori in attività (e forse il più grande), è un nuovo capitolo della fase “storie & città”, in cui personaggi e situazioni sono messi in scena solo per tenere sullo sfondo immense metropoli, luoghi la cui magnificenza è impossibile da racchiudere nello stretto spazio di un fotogramma ma che, come dice Owen Wilson in Midnight in Paris, sono animate da una bellezza che supera di gran lunga quella di qualsiasi altra opera d’arte.
La Roma di questo film inizia molto sul generico (i grandi monumenti, le piazze molto note) e lentamente diventa peculiare, meno conosciuta e meno rappresentata: piccoli cortili, aree inesplorate dalla macchina da presa e luoghi reimmaginati. Ci sono una quantità impressionante di esterni diversi, un numero esorbitante di location, anche più che nell'ubiquo Vicky Christina Barcelona, ognuna calibrata sul momento drammaturgico cui fa da sfondo e ognuna pronta a coccolare la sua scena senza mai prendere il proscenio che meriterebbe.

Sarebbe stupido dire che Roma “è una protagonista del film”, la verità è che è il senso ultimo del film, l’oggetto immenso il cui immaginario e la cui estetica Allen maneggia, a metà tra ripetizione di una mitologia già fissata da mille altri film (italiani e non) e rifondazione di un’estetica personale (fatta di temporali improvvisi, inquadrature con prospettive oblique, straordinari schiacciati in interno e placidi angoli di natura accarezzata dal vento all'interno di grandi giardini in cui fare l'amore non visti ecc. ecc.).

12.4.12

Ciliegine (La cerise sur le gâteau, 2012)
di Laura Morante

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C'era da pensare peggio, e invece....
Per l'esordio alla regia di Laura Morante c'è voluta un produzione francese a troupe italiana e cast quasi interamente francofono, che ha più il sapore del cinema d'oltralpe che quello del nostro.
Ciliegine è un film scritto da Laura Morante stessa (con Daniele Costantini) che prende un canovaccio tipico (una donna androfoba sviluppa un rapporto d'amicizia con un uomo che crede gay e così facendo se ne innamora superando la propria fobia) e lo sviluppa alla francese, cioè con un eccesso di verbosità, una fotografia satura e carica di elementi, musiche di clarinetto e i toni del cinema più disimpegnato, realizzato con abilità.

E' insomma un film garbato Ciliegine che non ambisce a molto e forse per questo raccoglie tanto, che racconta una storia molto semplice, tutta centrata sulla protagonista (Laura Morante stessa) riuscendo a creare almeno un carattere pieno di sfumature. 
La consueta isterica-morantiana si arricchisce di particolari e dettagli, e potendo stavolta Laura Morante  controllare anche il modo in cui il personaggio è "guardato" dal film (oltre che recitato), cambia la prospettiva su di esso a favore di una maggiore complessità. Intollerante e intollerabile, antipatica, scontrosa ma anche comprensibile e amabile, vittima (e vittimista) ma intimamente nemica di se stessa, quel personaggio che l'attrice si porta appresso in tanti film qui trova un'insperata dignità umana.

Ciliegine è così un film dai toni molto curati, come un'interno borghese, rassicurante nella misura in cui propone drammi da nulla, problemi d'alti piani e soluzioni "psicologico-ludiche" (come dicono i personaggi stessi). Sarà l'aria di Francia ma se non altro questo primo film di Laura Morante non è schiacciato da ambizioni smisurate o da un'idea di cinema lontanissima dalla propria percezione, ed è baciato dalla voglia di fare qualcosa di piacevole. 
Poi, se questo sarà tale (inevitabilmente) per un pubblico molto ristretto, pazienza.

The Three Stooges

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The Three Stooges è la classica webserie ben fatta. È rapida di ritmo e breve di durata. È costellata di un umorismo poco verbale e molto di situazione, sa raccontare una storia pretestuosa battendo percorsi poco usuali e infine si appoggia a quanto già visto e raccontato su altri media (tv e cinema principalmente) per andare un po' più in là con il meta-divertimento. Eppure la parte più interessante di questa serie, arrivata al quinto episodio e tutta centrata su tre spacciatori incapaci e il loro boss asiatico-ebreo, non è tanto quel che si vede ma come è prodotta. 

 Il cinema e la televisione cercano spesso la collaborazione, cioè cercano spesso di far entrare in un progetto talenti da altre parti per una "partecipazione". L'idea è sempre di aumentare la visibilità, migliorare la qualità con un comprimario d'eccezione e perpetuare un modus operandi virtuoso. Accade con i registi famosi che girano un episodio di una serie tv o accade con i vari frat pack e brat pack (attori comici, amici tra di loro, che fanno comparsate gli uni nei film degli altri). Ma è in rete che questa modalità è diventata una regola. Nata come arma per aumentare le view con la forza del link e diventata una forza creativa (Nonno Giò ci ha fatto un format intorno) la partecipazione in rete non è un evento ma una strategia. Il fatto che accada spesso e con forza determina la piega che molti progetti prendono o il fatto che si facciano.

11.4.12

Cellulite e celluloide - il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su Radio Città Aperta (88.9 FM) ogni venerdì alle 20.00, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Pirati! Briganti da strapazzo e il racconto di chi sono e che fanno alla Aardman apre la puntata, subito dopo un'inevitabile commento allo spot antipirateria dei big musicali tocca al resoconto (senza critica) di I più grandi di tutti e Biancaneve.
Passando ai film visti si racconta delle assurdità videoludiche di Act of valor, e dell'incredibile classicismo di Titanic, anche in questa versione 3D. Chiusura in infamia con il bruttissimo Good As You.





LA PUNTATA DEL 6/4/12


Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.





Poker Generation (2012)
di Gianluca Mingotto

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Le uscita come Poker Generation sono delle rarità che bisogna salutare con allegria. 
Come qualsiasi vero grande brutto film che si rispetti, Poker Generation è insalvabile già dopo 5 minuti, cioè già dopo la prima scena in cui il protagonista ben vestito è inquadrato da vicinissimo mentre barcolla in ampi saloni (dev'essere un luogo prestigioso), con una fotografia che lo sdoppia come se il pubblico che lo guarda fosse ubriaco e infine crolla a terra. Finito quel momento è evidente che saranno ben più di 90 minuti di recitazione stentata e aspirazioni autoriali non raggiunte, ma non si fa in tempo a pensarlo che già arriva uno stacco esilarante su un uomo tutto vestito di bianco che guarda il mare davanti a sè, in piedi, col vento in faccia, solo, su una banchina mentre dei bambini giocano ad un rudimentale poker. E' in quel momento che capisci che da brutto film si può fare il salto a gioiello trash.

Concepito con tempismo e intelligenza, il "film sul poker" ha ben poco di poker, cioè ha ben poco del cinema che ha raccontato quel gioco cercando di creargli intorno un immaginario drammaturgico cinematografico. Manca cioè l'idea di portare sullo schermo il bilanciamento tra suspense, fortuna, abilità e rischio che costituisce lo svolgersi del gioco. 
In Poker Generation dunque c'è poco poker vero (qualche partitella e brevi momenti dai grandi tornei) ma è anche mal raccontato, puntando tutto su infiniti ralenti delle carte che si voltano e mai sulla battaglia di intelligenze che costituisce il racconto interno alla partita. 
Oltre a questo il film di Gianluca Mingotto non trova una sintesi accettabile tra la storia che si svolge fuori dai tavoli e quello che accade al tavolo. Nel tentativo di essere completo non riesce ad essere credibile in nessun momento, sbagliando qualsiasi tono possibile e sconfinando così nel comico. Dalle romanticherie con la barista-lapdancer, alle dinamiche tra fratelli, dalle citazioni (folli) di Rain Man, fino agli improbabili colpi di scena (ce n'è uno sul finale che coinvolge Pannofino che ha l'assurdità anarchica del cinema di Mel Brooks).

Ma se fosse solo un film incapace di raccontare una storia attraverso il poker non staremmo dalle parti del miglior cinema brutto. Poker Generation è pieno di velleità impensabili. Mette in scena un protagonista autistico senza riuscire mai a convincere che sia tale (anche solo un poco), riesce a far recitare male Pannofino e Lina Sastri, imbastisce una trama da melodramma napoletano per la quale i fratelli protagonisti devono battersi in un importante torneo per vincere i soldi necessari a comprare delle generiche "medicine" che curino un'altrettanto generica "la malattia" della sorellina piccola (il fantomatico malore la ucciderà in 6 mesi, tuttavia se si comprane le medicine vivrà senza problemi!) e infine inciampa regolarmente ogni qualvolta cerchi di creare un momento di vero cinema.
Il mio preferito è quando con uno stacco di montaggio, che ha la comicità esplosiva e improvvisa di certi momenti di John Landis, vediamo in televisione il grande pokerista, di cui i protagonisti parlano sempre, giocare ad un tavolo da torneo con trench palesemente nuovo di zecca e il borsalino in tono. Sembra uscire da una gang di gangster di Miracolo a Le Havre, come in un impossibile Scary Movie a tema autoriale.

10.4.12

Bel Ami (id., 2012)
di Declan Donnellan e Nick Ormerod

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Bel Ami doveva essere per Robert Pattinson quello che il giornale La Vie Française è per il personaggio da lui interpretato, ovvero un modo per salire la scala sociale del suo ambiente.
Scelto non per meriti attoriali ma per bellezza e capacità di attirare un certo uditorio, bisognoso di legittimazione intellettuale ma infine tragicamente incapace di conquistarla se non appoggiandosi alle attrici più interessanti e esperte che la produzione gli affianca (Uma Thurman, Christina Ricci e l'immensa Kirstin Scott Thomas), Robert Pattinson annaspa tra espressioni vacue e incolori tutto il film, confermando che l'unico elemento di interesse di questa trasposizione è seriamente il parallelo assurdo che si crea tra interprete e personaggio.

Per il resto la versione di Bel Ami firmata da Declan Donnellan e Nick Ormerod opera la più classica delle "normalizzazioni" hollywoodiane, cioè l'annacquamento di qualsiasi sentimentalismo originale, lo smussamento di ogni asperità anticonvenzionale e la riduzione di un percorso europeo ai canoni del mito statunitense.
Accade così che il protagonista diventi un eroe vero e proprio, la cui rabbia e risentimento verso gli altri crescono nel film al crescere dei maltrattamenti nei suoi confronti. Contrariamente a quanto dovrebbe essere, il pubblico è portato ad empatizzare con Duroy/Pattison, il quale diventa malvagio e spietato (inclassificabili gli sguardi maligni nel finale...) a causa di quel che vede e subisce, dimenticando totalmente la critica alla sua figura in sè. Anzi dimenticando la figura in sè, che diventa un uomo come un altro, in balia degli eventi fino a metà storia, senza una volontà particolare o caratteristiche precipue.

Si tratta di uno di quei casi in cui la parola "riduzione" per lo schermo non si limita a durata ed eventi ma anche alla portata e ai significati. Bel Ami, dal libro a questo film, perde tutto il perdibile fino a lasciare l'ossatura dell'intreccio, il susseguirsi sommario degli eventi, totalmente asciugato di quello che significano.

9.4.12

Biancaneve (Mirror, Mirror, 2012)
di Tarsem Singh

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Questa è l'ultima volta che mi faccio fregare da Tarsem Singh.
La questione intorno a questo Biancaneve era tutta riguardante il suo regista. Non quindi intorno a Julia Roberts che ironizza caricaturando l'atteggiamento femminile nei riguardi della fobia dell'invecchiamento, non intorno alla metafora (esile esile) del contrasto madri/figlie, non intorno ad un adattamento che riracconta le "origini" di Biancaneve (per gli amici 'neve, come viene chiamata nel film in modo da prestare il fianco ad un gioco di parole).

La questione era vedere all'opera un videoclipparo/pubblicario a modo suo anche interessante, che già non aveva fatto furore con Immortals, ma al quale ero ben disposto a dare più d'una possibilità. 
Invece Biancaneve di Tarsem Singh è "Biancaneve con costumi curiosi, ben poca ironia e un percorso indeciso tra il risvolto ammiccante al pubblico adulto e il comic-relief per bambini". Delle idee visive per le quali Tarsem Singh è noto non c'è traccia, nemmeno nelle sequenze dentro lo specchio. Più che altro non c'è traccia di quell'atteggiamento che dovrebbe caratterizzarlo, non c'è traccia cioè di audacia, voglia di ridefinire l'ambito visivo di qualcosa di noto e magari un po' di iconoclastìa. Non c'è niente. In Biancaneve non c'è niente (perchè io non conto il finale Bollywood-exploitation come "qualcosa").

6.4.12

Good As You (2012)
di Mariano Lamberti

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Con un film come questo che si fa vanto aperto di ritrarre il mondo omosessuale da dentro, cioè proprio dall'interno, scansando semplificazioni, macchiette e omofobie varie, viene naturale concentrarsi su quanto quell'approccio sia sul serio sincero e scevro da macchiettismi. Per quanto mi riguarda se un universo si ritrae, cioè parla di cose che conosce per la complessità che hanno, non significa che riesca ad evitare la macchietta o la facile semplificazione. Perchè al cinema il punto non è tanto conoscere ciò di cui parli (o meglio non solo) ma saper mettere in scena un racconto.

Tutto questo dibattito sulla giustizia resa o non resa all'universo omosessuale infatti distrae da qualcosa di più importante, cioè che Good as you è un film brutto, lento e prevedibile, privo di cose interessanti da dire sugli argomenti che tratta (la fuggevolezza dell'amore, l'indecisione sessuale) e incapace di organizzare un racconto che tenga sulla corda o almeno scorra con piacere.
Quello diretto da Mariano Lamberti (un regista con un nome che sembra uscito dalla commedia sexy anni '70, kudos per Kekkoz) è un film di stereotipi, magari non della comunità gay (anche se...) ma sicuramente umani, stereotipi ambulanti che interagiscono su canovacci banali e con pochissima verve (ricordo due tre momenti da risata, alcuni da sorriso, molti da niente e un certo imbarazzo in alcuni momenti).

Verrebbe da dare la colpa ad una recitazione artificiosa e fasulla, ma in maniera così diffusa in quasi tutti i membri del cast (si salva parzialmente Lorenzo Balducci) che appare più come una direzione degli attori fuori fuoco che una colpa individuale, mentre è la scrittura a costituire il vero anello debole della catena. 
La provenienza del tutto è teatrale eppure i dialoghi sono poco vibranti, poco pungenti e poco dinamici, per non dire più in generale della struttura del racconto che procede senza armonia, tra mille inciampi e lungaggini che lo spettatore non merita.
Alla fine, per quanto mi riguarda, trovo che gli omosessuali inseriti in una società di etero di Ozpetek somiglino più alla realtà delle cose di questa stretta comunità.

La canzone sui titoli di testa e coda è cantata dalle gemelle Kessler. Non è un film di stereotipi gay, no...

5.4.12

The Nerdist

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L'inizio delle trasmissioni, lo scorso 2 aprile, di The Nerdist, il nuovo canale ufficiale di YouTube (parte del progetto di 20 canali originali in cui Google ha investito 100 milioni di dollari) ha portato un secondo importante tassello nella costruzione dello YouTube prossimo venturo. Canali come The Nerdist o la versione youtubesca di My Damn Channel (di cui abbiamo parlato la settimana scorsa) sono infatti ben più che esperimenti, quanto realtà economiche che coinvolgono nomi e professionalità interessanti (Neil Patrick Harris avrà il suo show su The Nerdist) e che inevitabilmente daranno una forma alle prossime iniziative. Si tratta di canali che hanno la caratteristica di inglobare più di una produzione o show, cioè di essere eterogenei al proprio interno e fedeli ad un linea che ne determina l'identità, come i canali televisivi comuni.

Se dunque oggi ogni show ha un proprio canale, sembra che YouTube stia andando verso canali che aggregano diverse produzioni rientranti sotto il medesimo ombrello. Eppure al di fuori dall'immenso aggregatore video accade l'esatto contrario, si moltiplicano i siti che orientano e guidano gli utenti, selezionando i video e portando ordine in una struttura che ne ha sempre di meno. L'ultimo esempio è l'italiano Web Series Tv, aggregatore partito da poco che vuole riunire ma soprattutto ordinare in maniera ragionata webserie italiane e straniere.

Titanic 3D (id., 2012)
di James Cameron

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Aveva detto che avrebbe mostrato che è possibile far uscire un film in 3D stereoscopico postprodotto (cioè reso profondo al computer e non girato con videocamere tridimensionali) e l'ha fatto. Titanic 3D è un film lungo, largo ed immenso proprio come Titanic originale, reso ancor più epico da un 3D garbato e raffinato, dolce e potente.
A volerlo studiare, a volerne trarre un manuale di stereoscopia applicata, sarebbe subito evidente come per James Cameron questa tecnologia vada usata al pari del colore e così fa per il suo kolossal di più di tre ore. Se infatti in Titanic la temperatura del colore, il suo accendersi di fiamme o spegnersi in blu silenti va di pari passo con il ritmo della storia, i suoi tempi e le sue impennate sentimentali, lo stesso fa la profondità.

Ci sono diversi momenti "piatti" in Titanic 3D, diverse scene in cui la profondità è quasi assente, attimi in cui gli elementi schiacciano i protagonisti, in cui il morale è basso e il ritmo è blando. E' semmai nelle scene madri, quando la foga sale e la furia domina che la profondità si fa seria, che la distanza tra i personaggi e lo sfondo dell'inquadratura, tra gli oggetti in primo piano e le remote immensità che gli sono dietro diventa evidente e determinante.
Lo sguardo di Jack verso le stelle lontanissime, l'immensità dell'oceano quando la nave e il suo razzo di segnalazione sono inquadrati minuscoli in una grande panoramica che sottolinea come si tratti di un puntino in mezzo al mare o ancora i corridoi che sembrano infiniti e le folle che si accalcano. Tutti quei momenti stupiscono per la profondità e il senso che questa riesce a trasmettere.

In molti si sono chiesti "Ma che senso ha metterlo in 3 dimensioni?" lasciando intendere che si tratti di un'operazione per strizzare altri soldi da un film prodotto anni fa. In un certo senso è vero. In un altro rivedere Titanic al cinema è un regalo, e rivederlo con un elemento in più ben usato, ben dosato e ben maneggiato da un maestro del racconto non nuoce, anzi. In Titanic 3D, la terza dimensione non è protagonista, non è usata più degli altri strumenti, non prende il posto di recitazione, montaggio, fotografia ecc. ecc. E' sul loro piano. Si, probabilmente non ce n'era bisogno (di quasi nulla c'è bisogno), e non si dovrebbe andare al cinema a vedere Titanic 3D solo per la profondità, si dovrebbe andare per vedere Titanic in una versione splendente. E' un'esperienza che chi ha amato il film o anche chi non lo ricorda più dovrebbe provare, perchè questo è un film stereoscopico come ne vorremmo vedere.