31.5.12

Viaggio in paradiso (Get The Gringo, 2012)
di Adrian Grunberg

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Si contano sulla punta delle dita i film in cui Mel Gibson si è avventurato anche sul piano della sceneggiatura. Abituato a non immischiarsi nella scrittura anche quando i film sono diretti e immaginati da lui stesso (l'ha fatto solo per Apocalypto e La passione di Cristo), il buon Mel è invece sceneggiatore molto asciutto e concreto, dotato di una visione di mondo e di un modo di fare e concepire il cinema molto chiari.
Viaggio in Paradiso in questo senso è un film che riflette bene l'idea gibsoniana del cinema d'intrattenimento. Un eroe che non si allontana dai personaggi abituali dell'attore (un'arguta canaglia non deficiente come in Arma Letale ma abile, concreto e disperato come in Payback), preso in una situazione apparentemente senza vie d'uscita che per salvarsi mette in piedi un piano criminale fondato più sull'astuzia che sulla violenza. Insomma l'eroe criminale dal passato burrascoso che per ogni colpo sparato ha un'idea su come fregare l'avversario.

Incastrato dalla polizia alla frontiera con il Messico dopo una rapina da diversi milioni di dollari, sbattuto in una prigione messicana che sembra una città autogestita e intenzionato a riprendersi i milioni che la polizia corrotta si è intascata, il protagonista di Viaggio in paradiso (titolo ingannevole, quello originale è più gibsoniano, evocativo e spiega bene il tono "uno contro tutti" del film: Get The Gringo) è un outsider per definizione, solo contro tutti, lontano dal suo paese e malvoluto dai locali, per questo istintivamente simpatico. 

E sebbene alla fine Viaggio in paradiso sia un film privo di guizzi eccezionali è innegabile che la maniera con la quale Mel Gibson (sia attraverso la scrittura, sia attraverso la sua interpretazione) riesce a portare piccoli frammenti, idee e suggestioni dal noir nel suo cinema d'azione è degna di stima. Si tratta più che altro di un modo di manipolare il film e la narrazione per bilanciare il modernismo di un certo di tipo di action movie in forma di commedia di cui è stato grande interprete e una raffigurazione nera, cupa e derelitta di un uomo che nonostante la simpatia espressa si batte contro un destino avverso che sembra sempre condannarlo. E con un'idea simile anche un film medio come Viaggio in paradiso diventa una pellicola godibile.

30.5.12

I Knew Better - Attack the block

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Questa settimana esce quel capolavoro di Attack The Block, qui già recensito durante il Future Film Festival

29.5.12

Lorax - Il guardiano della foresta (The Lorax, 2012)
di Chris Renaud e Kyle Balda

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In un'epoca in cui l'animazione ha sconfinato da singolo genere a tecnica di lavorazione capace di toccare tutti i generi, le molte opere arrivate al cinema partendo da libri di dr. Seuss (artista, narratore e illustratore statunitense per l'infanzia) sono le uniche che recuperano la qualità più essenziale delle produzioni dirette esclusivamente ai bambini: il caos creativo, il divertimento istintivo e la ricchezza visiva.
Questa volta è Illumination Entertainment, lo studio diventato famoso per Cattivissimo Me, ad occuparsi della trasposizione e dell'adattamento in immagini animate di una storia a cavallo tra l'ecologismo e la conquista di un universo personale ed esclusivo da parte di un bambino.

Lorax è un cartone molto divertente che non cerca mai di conquistare gli adulti ma anzi fa un lavoro molto interessante sulla narrazione ai bambini. Cosa più che rara infatti il film distribuito dalla Universal cerca il lato migliore nel suo pubblico e non ne cavalca i difetti. Invece che proporre un tono generale accomodante e ripiegato sugli elementi di sicuro successo, Lorax riporta in immagini tutta la comicità demenziale e per certi versi matura (nella scansione e nella dinamica delle battute) del dr. Seuss.
Indicativa ed interessante in questo senso l'idea di far doppiare a Danny De Vito il proprio personaggio in 4-5 lingue (tra cui l'italiano) con un effetto straniante non da poco ma anche con un guadagno notevole in tempi comici.

Il risultato allora è che pur non essendo pensato per piacere agli adulti (come invece è nel caso dei film Pixar) Lorax lo stesso risulta godibile anche a chi ha un'età a due cifre, e nonostante la voluta semplicità del suo sottotesto (un ecologismo semplice e diretto), trova in più d'un momento la maniera di trasformare in materia sensibile ciò che altrove è trattato sbrigativamente.
La catarsi finale, la redenzione del protagonista e le tappe obbligate della formazione di una coscienza ecologica suonano inusualmente autentiche e mai banali. Che probabilmente è la conquista più grande a cui una storia simile possa mirare.

28.5.12

Another Earth (id., 2011)
di Mike Cahill

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Lo spunto è di fantascienza, il film è drammatico/intimista, il finale è filosofico. Another Earth racconta di una ragazza che ha tutto ma lo perde ad inizio film, quando per fissare "l'altra Terra" comparsa nel cielo senza un perchè fa un incidente che le cambia la vita.
L'altra Terra, si scopre quasi immeditamente nel film, osservata al telescopio si rivela assolutamente identica al nostro pianeta. Stessi elementi, stessa conformazione, stessa forma dei continenti, stessa attività di onde radio nell'atmosfera. Tutto uguale.

Come anticipato, da questa premessa il film prende una piega che non ha niente a che vedere con la fantascienza e tutto a che vedere con la colpa e il perdono, il cambiare vita, il confrontarsi con se stessi e con  le scelte che si sono o non si sono fatte ecc. ecc. E' insomma un film che racconta una storia molto normale, contrappuntata dalle progressive scoperte sull'altra Terra diffuse dalla NASA (alcune delle quali davvero avrebbero potuto erigere un fantastico film sci-fi).
La scelta è spiazzante e per un certo tipo di pubblico deludente. E' importante andare sapendo che non si assisterà ad un film in cui la scoperta spaziale è il centro della storia, ma uno in cui questa è la grande metafora, l'elemento straniante che scatena l'azione e ne fa il controcanto.

In qualsiasi altro tipo di prodotto una simile scissione tra promesse e risultati avrebbe generato disaffezione, invece in un film fieramente indie a partire dalla messa in scena (macchina a mano, colori ad alto contrasto, recitazione realistica, grandi dialoghi) si rivela scelta interessante, che barando un po' consente a Mike Cahill di smarcare le banalità cui la storia potrebbe rimandare e contaminare il dramma indie con le suggestioni universali e filosofiche della miglior fantascienza.
Il finale poi è degno di un classico del genere.

27.5.12

Previsioni sui vincitori last minute

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Come consuetudine a pochissimo dalla cerimonia di premiazione mi gioco le mie carte (assieme a quel che rimane della mia credibilità) con le scommesse sui vincitori di quest'edizione. E sempre come tradizione metto le mani avanti nel precisare che la giuria di questo festival era particolarmente strana ed eterogenea, formata da elementi totalmente diversi fra loro e probabilmente dotati di gusti diametralmente opposti, per tutti bastino gli estremi Moretti-Gaultier.
Per questo motivo, unico tra quelli che ho sentito, io mi gioco la vittoria del sottovalutato Moonrise Kingdom, commedia stilosa e ben fatta, ben recitata e ben diretta che probabilmente non è la prima scelta di nessuno ma potrebbe essere il titolo che mette daccordo tutti (anche se Moretti è più il tipo che cerca di far vincere il film che vuole premiare lui più che cercare la mediazione). 
Gli altri vanno da sè tra voci, certezze e qualche azzardo. 

Palma D’Oro 
Moonrise Kingdom di Wes Anderson 

Gran premio speciale della giuria 
Holy Motors di Leos Carax

Premio della giuria 
The Hunt di Vinteberg

Miglior Regia 
David Cronenberg

Miglior Attore 
Jean Louis Trintignan

Miglior Attrice 
Marion Cotillard

Mud (id., 2012)
di Jeff Nichols

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CONCORSO
FESTIVAL DI CANNE 2012

Mud è un bel film. Racconta con partecipazione, sentimento e onestà la storia semplice di due bambini di 14 anni dell'Arkansas che scoprono una barca su un albero (probabilmente finità lì dopo un uragano), dentro vi trovano quello che pare un barbone e invece si rivela un fuggitivo. Con il fuggitivo i due instaurano un rapporto di fiducia e stringono un patto: loro lo aiutano a procurarsi quel che gli serve e lui gli darà la sua pistola.
Senza pretese, senza requisitorie, senza giudizi, con una punta minima di banalità (che serve la causa e non svilisce il film) Jeff Nichols racconta insomma la più classica delle storie di formazione, azzeccando bene i due protagonisti divisi tra rabbia, frustrazione e desiderio. L'unica perplessità è: che ci fa in concorso a Cannes?

Se partiamo dall'assunto che un festival come Cannes si ponga l'obiettivo di mettere in competizione pellicole audaci, particolari, magari estreme (motivo per il quale spesso arrivano boiate inumane) ma comunque portatrici di istanze e suggestioni che puntano alto, allora Mud non ha senso di stare in questa selezione.
Senza voler offendere il film di Nichols, che è e rimane un gran buon film, è più materia da Festival di Giffoni o da sezione Alice nella città del Festival di Roma, in ultima analisi è il riempitivo perfetto per il pomeriggio di Italia Uno di sabato, non un film in corsa per la Palma d'Oro!

Non si tratta nemmeno di una considerazione legata al genere o al tipo di storia narrata, è più una questione di quanto Nichols rischi e a quanto aspiri. Mud è un film molto ben fatto ma che gioca sul sicuro, non getta mai il cuore oltre l'ostacolo nè tenta in alcun modo di elevarsi sopra il resto. Per questo stona anche di fronte a titoli molto ma molto peggiori (come Paperboy) che però sono più adeguati ad un festival di questa tipologia.
Che a gareggiare per essere nominato come uno dei film migliori dell'annata ci sia un filmetto medio molto ben fatto ma irrimediabilmente scontato negli esiti, innocuo nelle proposte e derivativo nella riuscita sembra inaccettabile.

No (id., 2012)
di Pablo Larrain

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QUINZAINE DES REALISATEURS
FESTIVAL DI CANNES 2012

Il vincitore della Quinzaine di quest'anno è anche uno dei film più stimolanti ed interessanti in assoluto tra quelli visti a Cannes. Nel raccontare la nascita e lo sviluppo della campagna pubblicitaria a favore del "NO" al referendum per il proseguimento del governo Pinochet in Cile, Larrain scegli un registro visivo vintage e ricercatamente lo-fi. In linea con l'estetica Instagram, che utilizza il massimo del ritocco per ottenere il minimo della qualità e aumentare le sensazioni legate alle immagini, No è tutto girato imitando la fotografia e la definizione (ma anche il frame rate) della tv cilena degli anni '80 (più facile da vedere che da spiegare). In alcuni momenti utilizzando anche soluzioni di regia e visive di quel periodo.

Il risultato è un period movie in cui i costumi e le pettinature non stonano con i colori delle immagini, in cui il materiale di repertorio è visivamente indistinguibile da quello di finzione e che cerca di raccontare quel momento storico a partire dalla memoria audiovisiva, cioè per come lo ricordiamo oggi e dalle immagini che rimangono di esso.

Nonostante non disdegni il prendere di petto angherie e soprusi del regime di Pinochet o la paura e la tensione all'indomani di un voto determinante, No cerca comunque di ricalcare l'idea della campagna pubblicitaria che racconta, ovvero utilizzare l'humor e una certa forma di ottimismo per contrastare l'orrore. E in un'ottica simile acquista ancor più forza e potenza l'interpretazione controcorrente di Gael Garcia Bernal che con poche espressioni dà vita ad un pubblicitario geniale, il creativo che ha contrastato il sistema con l'umorismo ma anche un uomo dolente e sofferente, distrutto dalla politica, dal lavoro e dalla vita sentimentale, che ha tutto da perdere e punta sulla forza dell'umorismo.

Certo No ricorre anche ad una buona dose di ruffianeria, calca la mano sul piacere della lenta e vittoriosa conquista dei diritti civili e sulla vittoria dei migliori sui peggiori ("Gli artisti li hanno tutti loro a noi è rimasto il fondo del barile" commenta ad un certo punto il creativo del fronte avverso), tuttavia Larrain sa bilanciare molto bene esigenze commerciali, conquista del pubblico e rigorosa etica personale. Così di volta in volta gli spot anni '80 modello Coca Cola sono espediente comico, crescendo sentimentale e pura ridicolaggine. Un lavoro sulle immagini e su loro valore prettamente estetico e superficiale come non lo si vedeva da anni.

25.5.12

Cosmopolis (id., 2012)
di David Cronenberg

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CONCORSO 
FESTIVAL DI CANNES 2012

C'è un romanzo strano forte che viene adattato per il cinema da un regista strano forte anche lui. Il secondo non tocca quasi nulla dei dialoghi del primo, pensando solo a riorganizzare la narrazione per il medium che usa. In più come in una cover musicale (parole dello stesso regista) non cambiando niente di parole e melodia, spazia in creatività su tutto il resto.
Il risultato è David Cronenberg's Cosmopolis, un film che racconta sostanzialmente di un miliardario che gira in una limousine progettata per essere un'alcova, in cui c'è tutto (gabinetto incluso) e che costringe chiunque lo voglia incontrare ad entrarvi dentro. La storia si apre con la decisione di andarsi a tagliare i capelli dall'altra parte della città dal barbiere in cui se li faceva tagliare il padre, il viaggio che ne consegue è una lenta disgregazione del mondo fuori dalla limousine (il cui sonoro è quasi sempre otturato dai vetri spessi) e decadimento fisico del protagonista (già di suo mutilato ai genitali e sempre più colpito, ferito, svestito e via dicendo).

C'è tutto il senso stesso di mutazione nelle 24 ore in cui si svolge la non-storia delirante di Cosmopolis, il mutamento cronenberghiano che diventa decadenza di una persona singola e di una società che gli sta intorno. I ratti che contagiano tutto, le rivolte, il vandalismo e ancora il funerale con bara di vetro, le donne, il sesso e infine il grande confronto. Un film che diventa postatomico senza l'atomica.
Il viaggio del protagonista verso la propria infanzia (il barbiere del padre per l'appunto) è ricostruito con un eccesso di verbosità e dialoghi al limite del metaforico spinto (forse la cosa peggiore), oltre ad un percorso interiore che è odissea esteriore. Ci sono pochissimi (se non nessun) riferimento effettivo a Il posto delle fragole ma è invece presente un'implicita idea di seguire quell'idea di racconto e percorso "narrativo".

Il risultato alla fine di tutto è lo specchio del caos che lentamente pervade la società e il protagonista. Un film in cui il mood conta più dei contenuti e nel quale alla fine il senso generale di spaesamento e il passaggio tra l'economico, il sociale, l'umano e il carnale (molti i riferimenti al degrado e alle malattie biologiche) restituiscono un senso raro di decadenza, crollo e anarchia. Se Godzilla è la paura dell'atomica e della distruzione subita, Cosmopolis è la paura della crisi economica, sociale e politica occidentale (si, anche se è stato scritto nel 2003).
Insomma si tratta di un film tutt'altro che facile, tutt'altro che commerciale e forse tutt'altro che pienamente riuscito. Lo stesso però è un'esperienza che non si dimentica in fretta nè si può liquidare in due parole.

Holy Motors (id., 2012)
di Leos Carax

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CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

Considerato l'osservato speciale del festival, osannato dal pubblico accreditato a suon di applausi ma terribilmente segnato da un linguaggio e scelte espressive che sembrano uscite dai peggiori anni '70, Holy Motors è un film non lineare che su un canovaccio semplice (un uomo viaggia per parigi in una limousine e ogni volta che scende interpreta un personaggio in una scenetta surreale e quasi irreale) organizza diversi piccoli segmenti metaforici e simbolici.
A differenza del pessimo film di Andrew Dominik, il pessimo film di Leos Carax non sbandiera i significati o i riferimenti delle proprie metafore e simbologie ma lo stesso costella il film della loro presenza esibita.

E' il film come opera da decodificare, rebus da risolvere, disegno da interpretare, una concezione antiquata e passatista che rivendicherebbe ora la propria attualità. Ovviamente senza speranza.
La cosa peggiore di Holy motors infatti non è la noia, la pretestuosità e l'ermetismo senza senso, quanto la forte incapacità di parlare dell'oggi, di rapportarsi ai temi attuali con un linguaggio che sia parte del proprio tempo. 

Carax non è certo l'unico autore a battere percorsi non semplici e non lineari, anche in questi anni. Ma se altri riescono lo stesso a dire qualcosa (perfino l'ultimo Gaspar Noè, per non dire di Kim Ki Duk o le follie di Kitano), Holy motors rimesta nel vuoto, vuole spiazzare con un uso abbondante di umorismo ma senza trovare mai la reazione istintiva e gutturale dello spettatore, un affare di cervello e non di risposta istintiva. Per questo il suo film è più simile alla Settimana enigmistica che al cinema, più simile alla visione dell'arte come la insegnano alle scuole superiori ("Tu, al primo banco. Qual è il messaggio che il poeta vuole lanciare con l'uso di questa figura retorica?") che a quella come la vivono gli appassionati.

She Died

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Nato, conosciuto e sviluppatosi fino a diventare il più grande festival di cinema per ragazzi, Giffoni l'anno scorso ha deciso di scommettere su una webserie. All'interno di uno dei campus didattici per ragazzi è partito infatti il progetto She Died, webserie diretta e scritta da Luca Apolito e Manlio Castagna (responsabile creativo e vicedirettore artistico del festival), sponsorizzata dall'illustre partecipazione delle vlogstar di Freaks (protagonisti di cammeo grossi ma non sempre ben inseriti nella trama) e pensata per essere mostrata anche in un'unica soluzione, ovvero tutti e dieci gli episodi in fila come fosse un film unico, nell'edizione dell'anno dopo, a luglio 2012. Per il momento però la webserie comincia la sua prima visione online a tronconi di poco più di 10 minuti.

She Died arriva in rete dunque dopo una lunghissima campagna "d'avvicinamento" partita dallo scorso Festival di Giffoni (luglio 2011), una campagna ben costruita e divisa tra stampa più o meno tradizionale e social media, fatta quindi di articoli online e non, hype su Twitter, teaser trailer, notizie, aggiornamenti sulla lavorazione ecc. Tutto all'insegna della promessa di qualità: "Vogliamo rappresentare la qualità. Non vogliamo fare la solita web-serie di grande impatto comico o trash, cerchiamo di fare piuttosto un bel lavoro pensato come un film" è solo una delle molte dichiarazioni sul genere presa da un'intervista su Bonsai tv.
Dietro questa campagna quindi non c'è solo la creazione di una grande aspettativa (che proprio in quanto "grande" rischia facilmente di deludere) ma anche un'implicita valutazione sull'universo delle webserie, almeno per come si configura oggi in Italia, e soprattutto l'idea che la qualità tecnica sia la parte determinante di un prodotto del genere. In realtà, per quel che è dato vedere in Italia, così come all'estero, non è la perfezione tecnica e stilistica a determinare i prodotti più interessanti, che anzi spesso sono realizzati in maniera molto naive ma con idee, spunti e una forza selvaggia che li distanzia dagli omologhi di cinema e tv, molto più pigri da questo punto di vista, dandogli una vitalità e una forza dirompente che nei casi migliori ne costituiscono il vero fascino.

Paperboy (id., 2012)
di Lee Daniels

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FESTIVAL DI CANNES 2012

Se già Precious aveva fatto sorgere ben più di un dubbio sulle scelte, le idee e i valori che hanno portato parte del pubblico e della critica all'esaltazione del cinema di Lee Daniels, Paperboy porta la sicurezza.
La storia è di quelle di passione umida del sud degli Stati Uniti, immersa nelle paludi e nel sudore, nel desiderio non appagato che si sposa con il pregiudizio razziale che sconfina in quello omofobico. Insomma la terra del segreto inconfessato e pruriginoso. Ognuno ha qualcosa da nascondere in una storia che agita il criminale, il giornalista, la bella e sensuale, ma rinnega ogni idea di noir per puntare più al melò.

Sarebbe in sostanza la fusione del sensuale e del proibito a fare il fascino di questo film. Il modo in cui le passioni del cuore influenzano i movimenti della carne e come tutta questa tensione vitale sia legata indissolubilmente a quella verso la morte. Insomma temi altissimi.
Invece il film di Lee Daniels replica l'idea di base di Precious, ovvero elevare allo stato di emozioni complesse e contrasti forti, quelli che sono stereotipi del cinema, luoghi comuni dei film che poco hanno a che vedere con la realtà senza mai operare una riflessione su di essi e quindi spacciandoli per effettivi per capaci di raccontare qualcosa sulla realtà delle cose.

Esempio perfetto di tutto ciò è il corpo posticcio e implausibile di Nicole Kidman, ritoccato ma in costume, agghindato e pettinato come negli anni '60 ma totalmente moderno nella sua falsità.
Bloccata artificialmente in un'eterna espressione sensuale (labbra in avanti, zigomi pronunciati...), Nicole Kidman è più falsa che mai, non credibile in nessun momento, specie quando cerca di proporre lo stereotipo in cui ha modellato il suo volto. Un'attrazione che non viene dall'atteggiamento e dalla recitazione ma solo dagli elementi superficiali (per l'appunto il volto ritoccato che aumenta i particolari stereotipicamente sensuali), cioè che non è costruita ma proposta già costruita e quindi insignificante.

Allo stesso modo tutto Paperboy, con un abuso indecente della pazienza dello spettatore, propone con serietà e un po' di boria scene di provocazione sessuale che consistono in calze strappate e facce da panterona, momenti di tensione tra razze che consistono in volti imbronciati e scoppi di violenza anche poco plausibili. Insomma fa il minimo del lavoro sulla messa in scena, mette in scena il risultato senza il meccanismo, il cazzotto, il bacio o l'amplesso senza la costruzione che li rende epici o significativi. Una sconfortante povertà espressiva che la storia spaccia per ricchezza agitandosi dalle parti dei temi più alti e morendo in un finale che suscita solo rabbia.

24.5.12

Io e te (2012)
di Bernardo Bertolucci

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

Si pensava che non avrebbe diretto più nulla e invece una storia tutta ambientata in una cantina (che quindi non gli richiede di spostarsi, cosa che ora che è su una sedia a rotelle è problematica) l'ha convinto a riprovarci. Si pensava dovesse essere in 3D e invece all'ultimo hanno deciso di scartare l'ipotesi per timore di un allungamento dei tempi di ripresa (secondo me sarebbe venuto benissimo con la terza dimensione). Si pensava fosse un filmone d'autore tratto da Ammaniti e invece è un film leggero, nè dramma nè commedia, un'opera che smussa qualche asperità del libro e si diverte a filmare un rapporto a due nel suo formarsi.

Se non fosse stato un film di Bertolucci sarebbe potuta essere l'opera più seria, matura e ragionata di un Brizzi (cioè di uno bravo che però si applica nella direzione sbagliata) mentre non sarebbe mai potuto essere un adattamento ammanitiano ad opera di Salvatores, proprio per la rinuncia a qualsiasi esagerazione autoriale.
Il profilo bassissimo scelto da Bertolucci lascia al film solo il suo mestiere, la scorrevolezza di una buona sceneggiatura (per quanto piena di anacronismi e momenti awkward bertolucciani) e un modo di fare cinema cioè di raccontare sensazioni che vanno oltre le parole piacevole e coinvolgente.

Anche al netto della versione italiana di Space Oddity cantata da Bowie stesso (perchè??), della citazione posticcia al "Royale con formaggio" e al particolare del 14enne di oggi che legge Tex come se fosse una cosa normale, Io e te rimane un film ben riuscito che fa sognare un cinema di medio livello tutto così. Storie commerciali e magari non particolarmente originali ma scritte da professionisti (un ragazzo si chiude nella cantina di casa fingendo di essere andato in settimana bianca per starsene da solo ma subirà l'invasione della sorellastra drogata con cui relazionarsi nello spazio stretto per 7 giorni), realizzate con gusto e abilità, cinema di rapido consumo con un minimo di cose da dire e una grazia nel tocco che abituano il pubblico a standard superiori. Magara!

23.5.12

The legend of love & sincerity (Ai to Makoto, 2012)
di Takashi Miike

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SEZIONE MEZZANOTTE
FESTIVAL DI CANNES 2012

Finalmente amato, invitato e coccolato con regolarità da quasi tutti i festival internazionali che contano Takashi Miike sta avendo il riconoscimento che ha sempre meritato. Dal canto suo però il regista giapponese non cambia politica e continua a girare i suoi circa 3 film l'anno, spaziando tra generi, impegni e soluzioni diverse. Sempre pensando un cinema fuori dagli schemi, contaminato dal suo umorismo a prescindere dal tono generale della storia, e sempre girato senza dargli troppa importanza, come la sua filosofia di vita impone, ma con il massimo del rigore e della precisione.
Intanto i suoi film in Italia arrivano si e no uno ogni dieci e quando un giorno sarà venerato tra i più grandi registi di sempre, sarà impossibile recuperare la sua filmografia che, ad oggi (a 50 anni), vanta 88 film da regista.

Quest'ultimo è un musical che fonde lotta di classe, amori adolescenziali e umorismo va oltre l'idea di prendere in giro il cinema musicale per sconfinare in una presa in giro del rapporto che il Giappone ha con la propria cultura. La storia viene da un manga omonimo degli anni '70, già diventato film tre volte in quegli anni, mentre lo spirito è tutto Miike.
Il regista come al solito non ha regole e non pone limiti alla propria provvidenza. Inizia con un segmento animato, poi si dedica al musical puro, poi approfondisce la trama e nel finale comincia la mattanza. Lungo tutta la pellicola rimane immutata una cura per le scenografia, l'illuminazione e la gestione degli spazi e dei corpi degli attori in scena che sono il pregio maggiore del film. Perchè se il nichilismo del regista emerge sempre uguale in tutte le sue produzioni, in questa è la minuzia con cui riprende un corpo per suggerire altro dal personaggio che interpreta a sorprendere. La cosa è particolarmente evidente in Gumko, assurda capobanda di un liceo disastrato, maschiaccio redento che si muove e assume pose da j-horror in momenti che nulla hanno a che vedere con l'orrore e senza che ci siano rimandi diretti al genere, solo per il gusto e il piacere dell'ibridazione che ne deriva.

Ma al di là delle spirali cinefile di un film diretto con una libertà espressiva e una capacità di rompere qualsiasi regola, pur rimanendo nei confini del cinema magistrale, fluido, digeribile e commerciale, The legend of love & sincerity è anche un'opera che rimesta nella mitologia tutta nipponica della high school, oscillando tra cinema, fumetto, attraverso un sonoro usato in chiave espressiva.
Il risultato è che Takashi Miike sembra poter e saper fare qualsiasi cosa, per lui sembra che le normali regole e i normali canoni non esistano e di colpo sia impossibile far deragliare il film, a prescindere dalle esagerazioni profuse. Questa noi la chiamiamo "maestria".

Killing Them Softly (id., 2012)
di Andrew Dominik

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CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

Già che c'era poteva anche dire chi uccide chi dolcemente (il sistema uccide l'uomo, la retorica la verità, lo stato i suoi cittadini?), così da levare anche l'ultimo piccolo spazietto lasciato agli spettatori per interagire con il suo film. 
Con il suo terzo film, il primo dopo il successo internazionale di L'assassinio di Jesse James da parte del codardo Robert Ford, Andrew Dominik prosegue nel solco del ribaltamento dei miti cardine e degli ideali statunitensi. Se lì ribaltava una delle storie diventate leggenda, usate per perpetuare una certa idea di giustizia e valori americani, qui invece mostra quella che ritiene essere la vera anima e il vero spirito del suo popolo, in aperto contrasto con tutta la retorica dei discorsi politici (di Obama e Bush jr. allo stesso modo, siamo nel 2008) che televisioni e radio trasmettono continuamente. Una visione pessimista bagnata per tutto il film da una pioggia costante. Soluzione artistica e visiva che va a braccetto con una visione di mondo.

Ma tutto l'intento del film si risolve in una trama che asciuga e dilatata il classico film di rapina (ribaltandone la prospettiva a metà, dai rapinatori a chi deve "pulire" le loro malefatte), per lasciare spazio a lunghi dialoghi in cui  a Brad Pitt spetta l'onere di spiattellare le metafore senza tanti giri di parole.
La malavita è l'allegoria del sistema capitalistico, la sua crisi va in accordo con la crisi economica, la cupola è priva di una guida e applica una "corporation mentality" e infine si rifiuta di pagare quanto pattuito per tirare al risparmio. La conclusione (non vi anticipo nulla anche se arriva nel finale) è che l'America non è un popolo ma un insieme di individualisti. Detto più o meno con queste parole. Niente di più, niente di meno.

A separare lo spettatore da questa ben poco soddisfacente morale c'è un film che alterna elementi cari ai Coen (il caos portato nella vita dall'estrema stupidità umana), a quelli cari a Tarantino (la malavita come "lavoro", la verbosità dei protagonisti e la coolness esibita), senza nascondere le ispirazioni e senza trovare una sintesi personale tra di esse, ma anzi lasciando all'ego dell'autore un paio di macroscene ad effetto. 
Una di queste, in vero molto bella, vede Ray Liotta pestato sotto la pioggia con inusitato realismo, sottolineato dal ralenti e dall'illuminazione di un faro (simile al flash della macchina fotografica) che in maniera irreale ed esagerata aumenta la pornografica ripresa del tutto. Ma proprio per la loro peculiarità queste poche "scene d'artista", sembrano assoli fuori contesto, impennate quando si è ultimi in gara e se possibile non fanno che peggiorare il giudizio su un film didascalico, pedante e alla fine molto banale.

The Angel's Share (id., 2012)
di Ken Loach

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FESTIVAL DI CANNES 2012

Quando non martoria i suoi personaggi con tutte le peggiori conseguenze che la politica delle classi superiori riversa sulla vita di quelle inferiori, Ken Loach ama prendere i suoi operai, postini, lattai, drogati, depressi, operai o disoccupati cronici in simpatici intrecci tra il fantastico e il favolistico. Nei migliori casi ne escono metafore straordinarie della vita e delle convinzioni del regista (sostanzialmente l'ideale comunista classico), in altre semplicemente buoni film.
The Angel's Share è il secondo caso.

La sceneggiatura del fido Paul Laverty comincia subito a macinare, fin dalle primissime immagini della prima scena, quando uno dei protagonisti (la maschera della deficienza stessa) viene apostrofato da un altoparlante mentre da solo, in una stazione di notte, ciondola fino a cadere sui binari poco prima dell'arrivo del treno. Un momento esilarante, seguito da un collage di accuse e requisitorie fatte in tribunale a favore o contro gli altri personaggi principali. Circa 10 minuti da manuale di Montaggio&Sceneggiatura, che ricodano comem quando si tratta di presentare i personaggim agli inglesi non li batte nessuno.

Il resto del film non è però all'altezza dell'inizio: ciondola un po', abusa della propria leggerezza smussando qualsiasi possibile dramma o asperità e trova addirittura un lieto fine micidiale per zuccherosità e annullamento delle tensioni che lo hanno preceduto. In sostanza, nonostante le atmosfere siano vicinissime alla precedente commedia cannense del duo Laverty/Loach (Looking for Eric), questo The Angel's Share non ne possiede la forza eversiva, commovente e simbolica. Anzi, al contrario di quel gioiello di originalità, qui siamo dalle parti del più tipico canovaccio da commedia british in cui solo la forza di volontà dello spettatore consente di rintracciare il filo rosso del titolo, la quota dell'angelo ovvero il popolo che trova dentro se stesso e tra i propri pari i mezzi per elevarsi dalle sue miserie. A danno dei potenti.

21.5.12

Amour (id., 2012)
di Michael Haneke

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CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

Questa volta Haneke spara basso ma comunque non manca il bersaglio, Amour è quello che lui voleva che fosse. La storia di due persone anziane, marito e moglie, dei quali l'una comincia ad inizio film il percorso di progressiva disabilità fisica e psicologica che conduce alla morte e l'altro le rimane accanto con quella pervicacia quasi disumana che caratterizza i personaggi di Haneke.
Non succede davvero nulla stavolta. Tolto lo spunto iniziale, cioè l'arrivare della progressiva disabilità, il resto del film è un peggiorare delle condizioni lento ed inesorabile e una cronaca episodica di quotidiane fatiche e compromessi per non ospedalizzare (sarebbe inutile) e non mandare in una casa di riposo la moglie.

Le badanti, gli infermieri, le sveglie, i dolori, le urla e infine l'incomprensione sono il pane quotidiano di queste scenette, inframezzate di tanto in tanto dalle visite della figlia a cui il padre però, non consente di prendere parte davvero attiva nel processo di assistenza della madre, che considera suo dovere esclusivo.
Con il sadismo verso i propri personaggi (che poi è sadismo verso lo spettatore che si identifica in essi) che lo contraddistingue, Haneke cerca di far esperire a tutti quell'esperienza di estrema dedizione tramite immagini spesso perfette (lo stanzino in cui il marito si trasferisce per lasciare alla moglie il letto è il simbolo stesso del sacrificarsi, l'affaticata lentezza con cui si muove Trintignan sa essere più esasperante delle urla della malata) e come si conviene negli ultimissimi minuti tira le fila di tutto, senza negarsi un paio di scene madri che tirano fuori la lacrima.

Nonostante quindi anche stavolta il teorema filmico di Haneke sia perfetto, rimane l'idea di un film dalle aspirazione e dai risultati inferiori rispetto al passato. Senza sconfinare nel territorio sentimentale puro di Mike Leigh, questo film bazzica dalle parti di Another Year, senza averne la potenza, mostra una figura retta indefessa, senza mai calarla in contesti che mettano alla prova le sue convinzioni ma testandone solo la tenacia. E' insomma un film di resistenza Amour, più che di amore vero e non è detto che, in questo senso, il titolo non stia lì a mettere in dubbio la spinta che muove il protagonista.

Dracula 3D (2012)
di Dario Argento

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SEZIONE MEZZANOTTE
FESTIVAL DI CANNES 2012

Chiunque in un momento della sua vita abbia amato il cinema spiazzante, innaturale e dinamico di Dario Argento non può non avere un momento di esitazione e dubbio sulla tragedia che è Dracula 3D, quando sui titoli di testa compaiono i nomi di Sergio Stivaletti (al prop making) e Claudio Simonetti (alle musiche). La vecchia squadra rimessa in piedi. Peccato che anche in quel momento un font da terzo Reich lavori sottilmente per suggerirti che le cose non andranno per il meglio.

Dracula 3D è esattamente quello che il trailer aveva fatto intuire. Per filo e per segno. Una recitazione stentata e mal diretta di battute banali e scontate, messe in immagini poco curate e totalmente implausibili. Il tutto condito da effetti speciali da lungometraggio d'animazione CG di studio indipendente europeo di inizio anni 2000. Terribile. A salvarsi è solo la profondità stereoscopica, molto ben fatta per quanto poco utilizzata.
Ci si potrebbe dilungare a lungo sulle tante cose che non vanno, ma alla fine non è quello il punto. Che Dracula 3D fosse un film realizzato male era ormai evidente, oltre che prevedibile, la sorpresa è che non è un film privo di idee. E se non è di certo perdonabile la pessima esecuzione (di tutti i comparti sia chiaro, nessuno è esente), è però anche da notare che l'immaginario pauroso non latita.

In più di un momento ci sono ottime idee di paura mandate in vacca e rese implausibili o ancora peggio ridicole da una realizzazione amatoriale e trascurata. Pur tentando l'impossibile impresa di girare un film serio che somiglia ad uno spoof, tanto è fedele agli stereotipi di Dracula da cinema del primo novecento, Argento mostra un immaginario vivo e qualche colpo da maestro della paura qual è. Questo è un modo di vedere la questione, uno molto indulgente, del resto visto il trailer chi non ama Argento non ha scuse per aver pagato un biglietto.

Alla fine sembra quindi che tutto il film sia riassumibile nella famigerata scena della locusta gigante, la perfetta metafora di cosa sia Dracula.
Per tutto il film il principe delle tenebre si tramuta in animali orrendi (mosche, gufi, lupi, bacarozzi...) e ad un certo punto, quando si capisce che il conte sta arrivando con cattive intenzioni, si odono passi lugubri e urla orrende. Si vede poi un'ombra salire le scale che si intuisce appartenere ad una locusta gigante. Fino a qua è perfetto! L'effetto di negazione di un orrore suggerito funziona, tanto quanto i rumori che lo introducono. Quattro secondi di cinema vero. Poi arriva la locusta ed è una cosa indegna fatta con Microsoft Paint. Avrebbe levato poesia anche a Tree of Life. 
Ecco questo è Dracula 3D: qualche idea degna di miglior causa affogata in un mare di implausibili stereotipi e cinema raffazzonato da gita domenicale.

19.5.12

Lawless (id., 2012)
di John Hillcoat

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FESTIVAL DEL FILM DI CANNES 2012

Caos, mancanza di direzioni, inefficienza o inesistenza dell'ordine costituito e legge della strada, cioè anarchia. Questo interessa a John Hillcoat, sia nel postapocalittico che nel western australiano che in quello videoludico (come insegna il machinima di Red Dead Redemption da lui diretto). Adesso Lawless va abbastanza alla radice del tema fin dal titolo, storia di proibizionismo, alcol distillato di straforo e di polizia inaffidabile perchè o un passo indietro (inerme, corrotta, incapace) o uno troppo avanti (sanguinaria e arrogante).
In questo scenario si muovono tre fratelli fuorilegge dell'alcol. Il capo riflessivo (Tom Hardy, che vince sempre lui), l'animale (Jason Clarke) e il debole (Shia LaBeouf), succube sia della violenza che del successo.

Le atmosfere ricordano sia il gangster movie classico del primo novecento, sia le rielaborazioni moderne di Boardwalk Empire, con in più un twist violento e gore a dare il segno della modernità.
Se però le premesse spingono bene sul pedale dell'inconsueto, con una presentazione dei personaggi, dello scenario e dell'azione che fa sperare per il meglio, a mano a mano che procede il film diventa sempre più ordinario fino allo scontato showdown finale (scontato in sè e per come si svolge). Come se Hillcoat non riuscisse a mettere a frutto quei paesaggi che pure sa incastrare nei frame e quelle figure che pure sa incastrare tra alberi e foglie.

Forse allora è proprio nell'estrema esibizione di violenza e nella resa nuda e cruda di un tempo e una condizione (gli anni '20 e il proibizionismo) in un paese violento di suo come gli Stati Uniti, che Lawless può trovare la sua parte più interessante, probabilmente l'unica.
Non è solo una questione di sangue a fiotti e di organi espiantati con coltellacci, ma di tratteggiare uno scenario in cui può seriamente accadere quanto di peggio e in cui i miti, pur essendo irreali e fasulli come sempre (fa testo quello imbastito dal protagonista), hanno salde radici in eventi reali e spaventosi, mattanze al limite dell'umano. Il mitologico e il reale che si sovrappongono in uno scenario in cui l'ordine costituito non esiste.

Antiviral (id., 2012)
di Brandon Cronenberg

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UN CERTAIN REGARD
FESTIVAL DEL FILM DI CANNES 2012

C'è una buona porzione dell'immaginario di famiglia nel primo film di Brandon Cronenberg (figlio di), cioè quella parte di ossessioni per la carne che ruotano intorno alla sua mutazione, martoriazione e contaminazione con la tecnologia e i "virus" nel senso più ampio del termine, ovvero quello di introduzione nell'organismo di qualcosa che lo altera da dentro.
La trama è di quelle che fanno la gioia dei fan della fantascienza distopica classica: in un futuro prossimo le multinazionali farmaceutiche isolano e rivendono i virus contratti dalle celebrità ai loro fan, i quali avidi li collezionano e se li iniettano. Uno dei dipendenti del colosso della viralità fa la borsa nera, ovvero si inietta i virus per portarli a casa dove ha un macchinario più artigianale per isolarli e rivenderli, dopodichè si cura dal malanno contratto. Ovviamente si inietterà anche qualcosa che non doveva iniettarsi.

A parte una critica alla buona del culto delle celebrities, che non coglie nessuno impreparato ma sa andare a far male con esagerazioni che rimangono impresse, buona parte di Antiviral consiste nella peregrinazione del protagonista fiaccato da un virus terribile che gli provoca allucinazioni da Videodrome aggiornato al 2012.
In un tripudio di sangue denso e nero che esce un po' da dovunque e aghi iniettati prima nel braccio (per inserire e prelevare campioni di sangue infetto), poi in posti in cui non li si vorrebbe veder piantati (con una certa ossessione per varie zone della bocca), Brandon Cronenberg come si conviene mette in scena la degenerazione fisica di un'aberrazione morale. La follia della società e del protagonista stessa si riversa sul suo fisico, contaminato da bolle, secrezioni e poi sangue.

Non tutto è memorabile, tuttavia l'idea dell'assunzione dentro di sè della parte peggiore delle celebrità è un'idea straordinaria messa a frutto con il gusto per il disturbo che probabilmente a casa Cronenberg si insegna come le favolette nelle dimore comuni.
Brandon Cronenberg è indubbiamente dotato di un immaginario che, sebbene derivativo, ha il grado giusto di perversione e ossessione, nonchè la capacità di trasformare concetti interessanti in immagini potenti che non ne sono la rappresentazione diretta, ma la similitudine più comprensibile. Con Max Landis e Jason Reitman completa il trio dei figli d'arte d'eccezione.

18.5.12

Madagascar 3: Ricercati in Europa (Madagascar 3: Wanted in Europe, 2012)
di Eric Darnell, Conrad Vernon, Tom McGrath

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FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES 2012

E' proprio quando nessuno è pronto ad essere sorpreso che arriva il colpo di teatro clamoroso.
Quando si riaccendono le luci alla fine di questo terzo film della serie Madagascar, la convinzione è che sia cambiato tutto il team creativo, a favore di una rivoluzione che ha portato (una volta tanto) anarchia e gioia di mettere in scena in una serie che, dopo lo spunto iniziale del primo film, era subito caduta nella noia. Invece no, il team è sempre quello con l'aggiunta di Noah Baumbach (uno che vanta esperienze con Wes Anderson), nonostante il film sia completamente diverso sia dai precedenti che dal resto della produzione Dreamworks.

Il terzo Madagascar è una follia nonsense e demenziale che riappacifica la serie (e per estensione la Dreamworks) con il mondo dell'animazione classica, quella televisiva dei Looney Tunes. A partire dall'incipit è tutto implausibile, non c'è il minimo sforzo di dare una vaga idea di possibilismo. Al contrario del passato tutto quel che accade è surreale senza che ce ne sia motivo e ad un certo punto, raggiunto il culmine qualsiasi assurdità diventa divertente (un orso con tutù che perde il triciclo con cui girava e ruba una ducati che usa come un funambolo, ma sempre con la medeima espressione imbronciata). A guadagnarne ovviamente è il divertimento mai così alto.

Gli animali fuggiti dallo zoo sono decisi a tornare a casa ma dovranno passare per l'Europa, l'unico modo per farlo (dopo aver nuotato con boccaglio e maschera dal Madagascar fino alle coste di Montecarlo) è unirsi ad un circo di cui prendono la proprietà e la gestione. Da lì è un delirio continuo di anarchismo portato in qualsiasi situazione, sia dalla truppa degli animali che dal contraltare ancora più comico dell'agente di polizia con la fissa della cattura del leone, che per pervicacia e assurdità nella caccia ricorda Taddeo dei Looney Tunes.
Impossibile dire altro su un film che alla solita trama pretestuosa finalmente associa un andamento in grado di demolire tutto quel che di convenzionale è stato sviluppato in questi anni a favore di una riconquista delle radici comiche e fantastiche.

Reality (2012)
di Matteo Garrone

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FESTIVAL DI CANNES 2012

Fissato con il concetto di "favola" (aveva definito così anche Gomorra, aggiungendo l'aggettivo "nera"), consacrato ad un cinema che paradossalmente imita il teatro nel suo "accadere live" e appassionato di luoghi, copri e professioni dei suoi personaggi Matteo Garrone è un regista davvero imprevedibile, eppure con Reality firma il suo film più prevedibile. La storia gira dalle parti dell'influenza delle aspirazioni indotte nella vita dei singoli, dell'infrangersi dei sogni e va a parare sui temi della pazzia e del superstizionismo. Insomma introduce un po' di banalità in una confezione che rimane sempre e comunque straordinaria, fatta di luoghi sorprendenti (quell'acquafan...), fisici martoriati dalla realtà della vita (si potrebbe descrivere ogni suo personaggio solo spiegandone il fisico) e una composizione delle inquadrature che quando non è improvvisata suggerisce il più raffinato degli occhi per come queste parlino più delle battute.

Le ragioni della grandezza del cinema di Matteo Garrone quindi non stanno mai nelle sue trame (alle volte libri, alle volte pure invenzioni poco complesse e alle volte adattamenti di fatti di cronaca), quanto nel processo attraverso il quale le mette in scena. 
Dotato di un metodo personale formato da autodidatta, Garrone gira cronologicamente e realizza ogni ciak chiedendo agli attori di non dire le battute alla stessa maniera del precedente ma di variare sulla base dei concetti che sanno di dover esprimere e filma sempre in prima persona (cioè è l'operatore dei suoi film), ponendosi in mezzo alla scena con la macchina a spalla per seguire gli eventi che non sa come si svolgeranno.
Questo fa sì che sia l'unico regista al mondo che può permettersi durante una scena di lasciarsi distrarre da quel che accade a margine della scena, andandosi a soffermare su un dettaglio improvviso che cattura la sua attenzione (la bambina che gioca col bottone) o improvvisamente negando i controcampi di un dialogo perchè affascinato da un'espressione, un taglio di luce o una composizione particolare. E benchè questo accada 2-3 volte in un film lo stesso l'idea più grande di un cinema "osservato" rende ogni sua pellicola un gioiello di compresenza dello spettatore nella scena, attraverso "l'attenzione" posta dalla videocamera in ogni momento.

Verrebbe dunque da dire che non può esistere per definizione un film brutto di Garrone, perchè il suo sguardo  (reso esplicito dal suo imporsi sui canoni della messa in scena) è sempre interessante, per natura, e perchè questa lavorazione lascia sempre emergere una personalità e un occhio così forti sugli eventi, da dominarli.
Eppure Reality è una delusione. L'idea di un uomo che inseguendo un sogno (di liberazione dai problemi economici) si innamora dell'idea di piacere a qualcuno e del successo, prima ancora di riceverlo ma solo per aver partecipato ad un casting, fa sì che la reality del titolo non sia solo l'indicazione di un genere televisivo ma anche quella realtà che il protagonista ad un certo punto perde di vista. Stimoli interessanti, buoni per quella valanga di articoli demagogici contro i reality show che arriveranno con l'uscita italiana, ma nulla più. Reality purtroppo è sempre ad un passo dall'essere memorabile, ad un'inquadratura dal mettere a frutto quei corpi straordinari scelti con perizia per essere tutto tranne che ordinari, quelle location inumane inquadrate come fossero altro (c'è un quartiere che sembra un paesello), quelle luci (e soprattutto i bui) di Marco Onorato e il favolismo (quello con il quale il regista è fissato) suggerito più che altro dall'incipit e dallo score di Alexandre Desplat. Un peccato.

Men In Black III (id., 2012)
di Barry Sonnenfeld

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Se volete prendervela con qualcuno fatelo con Etan Cohen, che nulla ha a che vedere con il quasi omonimo "fratello Coen", ed è invece sceneggiatore tra i peggiori cui Hollywood può affidare un film. Se già l'idea di un terzo Men In Black ad anni di distanza dal secondo non sembrava eccessivamente calzante, in mano a lui diventa la cosa peggiore che un sequel possa diventare: un episodio televisivo con un 3D svogliato e impercettibile.

Guardando Men In Black III si ha la netta sensazione di trovarsi davanti alla versione elaborata di un episodio particolarmente lungo di una serie tv sul duo Will Smith / Tommy Lee Jones. Quella in cui Will Smith va indietro nel tempo, sistema la "morte" di K e poi torna nel presente dove nulla è per fortuna cambiato, così che il prossimo episodio possa andare in onda indisturbato.
Anche per questo motivo (ma non solo) a Men In Balck III mancano tutte le caratteristiche precipue del cinema, figuriamoci quelle di un sequel! Non c'è evoluzione dei personaggi, non c'è un tema forte, non c'è un'identità precisa nè un vero e autentico pretesto narrativo (o idea) che giustifichi la realizzazione del film.

Anche l'umorismo (ripetitivo al massimo se si conoscono gli altri due film) non è più divertente e vive del solo impegno dei due attori, anzi del solo impegno di Will Smith e del cammeo di Bill Hader nel ruolo dell'agente infiltrato nella factory sotto il nome di Andy Warhol.
Cosa ancora più grave, essendo passati anni dall'uscita del primo film, è anche chiaro a tutti cosa di quella serie sia rimasta nell'immaginario collettivo e cosa no, cioè cosa davvero fosse l'elemento interessante: la visione distorta del mondo, in grado di spiegare ogni stranezza e ogni follia come la "realtà delle cose a cui nessuno crede". Ignorare tutto ciò per inventare una storia di viaggi nel tempo e duello sul razzo in partenza per la Luna è veramente quanto di più pigro si potesse fare.
In questi casi si dice che chi ha amato i due film precedenti andrà comunque a vedere questo terzo, a prescindere da quante cattive voci possano girare. Beh stavolta il fan farebbe meglio a stare a casa.

17.5.12

Un sapore di ruggine e ossa (De rouille e d'os, 2012)
di Jacques Audiard

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Attesissimo da tutta quella parte di cinefilia che trova nei film degli estremi di Audiard la piena realizzazione di una poetica di corpi che il cinema a tratti e a folate insegue fin dagli inizi, De rouille e d'os radicalizza ancora di più il discorso mettendo in relazione due esseri umani. Una è un'addestratrice di Orche, un altro è un violento ex pugile, ladro con bambino a carico, un uomo che fin da subito è presentato come negativo.
I due si incontrano prima in discoteca (lui buttafuori, lei malmenata) e poi di nuovo dopo l'incidente di lei (un'orca le mangia le gambe, ma che idea incredibile è?!?).

Da questo secondo incontro scaturisce tutto quello che accadrà nel film. Si sviluppa infatti un rapporto sessuale ma non necessariamente sentimentale (almeno per uno dei due) e una relazione fisica e visiva che è la componente più devastante di questo film. In questo senso una volta tanto vale la pena lodare davvero il lavoro degli attori, che nel mostrare il fisico e le relazioni che si instaurano a partire da esso giocano un ruolo determinante, anche per questo, com'era prevedibile Marion Cotillard oscura totalmente il compagno Matthias Schoenaerts, basterebbe anche solo il mutamento nel volto nella scena che segue l'atto sessuale a dimostrarlo ma lo stesso c'è tutto un film che lo ribadisce.
Risse, gambe mozze, forza e fragilità, un fisico distrutto e uno distruttivo e la tensione sessuale che accomuna e pone in armonia il fragile corpo femminile alla potenza in generale (il confronto tra Marion Cotillard e l'orca, dopo l'incidente, riassume questo concetto intero in una scena sola e in un momento straordinario).

Senza esagerare da nessuna parte e con l'idea di rimanere il più semplice possibile, nonostante i temi in ballo e i diversi twist della trama (molti dei quali non seguiti fino in fondo nè approfonditi per scelta), Audiard racconta la storia dell'incontro tra una persona con delle menomazioni (negli altri film erano l'udito o una diversa lingua, qui il fisico) e un'altra dall'attitudine pericolosa e violenta. Il massimo del fragile che trova un equilibrio insperato assieme al massimo del pericoloso. E quest'incontro può o meno risultare in una storia d'amore canonica, non importerà, perchè l'importante (sembrano affermare le immagini del film) è che questa relazione tra opposti esista e viva di un'armonia che pare incredibile e che in un certo senso racconta più di quanto la trama non dica.

Woody Allen: a documentary (id., 2011)
di Robert Weide

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CANNES CLASSICS
FESTIVAL DI CANNES 2012

La questione si può chiudere in fretta. Questo è un documentario che si va a vedere per amore, per sentirsi raccontare quelle cose che bene o male già si sanno ma fa sempre piacere sentire e sperando di vedere qualcosa di inedito. Sarà così solo a tratti.
Con un'ordinarietà che è quasi un ricalco del maestro Weide fa un documentario cronologico che parte con la nascita e le prime fasi di vita di Allan Konisberg per poi affrontare, sempre cronologicamente, i film di Woody Allen uno per uno. Non c'è molto di più.

Nonostante interviste a vari manager, produttori, parenti e attori coinvolti nei film. Nonostante l'autorevolezza di molti critici nonchè quella di Martin Scorsese a raccontare il contesto e la poetica e nonostante infine una buona dose di interviste nuove in cui Woody Allen mostra per la prima volta delle espressioni comuni, risate e buon umore, questo documentario non offre nulla di davvero memorabile.

Non c'è in sostanza quella parte inafferrabile della carriera, della poetica e della personalità di un autore, manca proprio l'idea di poter cogliere attraverso le immagini, il montaggio e le parole altrui, qualcosa su un cineasta o sul periodo che ha contribuito a creare. Un documentario che fa cronaca è fastidioso, uno che la fa parlando di un artista ancora di più.

16.5.12

Moonrise Kingdom (id., 2012)
di Wes Anderson

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Quando hai uno stile così distinguibile, netto, inesorabile e personale come quello che Wes Anderson sbandiera la cosa più facile in assoluto è ripetersi all'infinito. Ripetere le proprie trovate visive e declinare sempre i medesimi temi in storie solo leggermente diverse, interpretate quasi sempre dai medesimi attori (o da altri truccati per somigliargli). Per questo la forza di Moonrise Kingdom sta in come Anderson faccia un piccolo passo avanti e un piccolo passo di lato.

Si tratta di un film di ribellismo, molto di più che in passato, fino a ricordare ad un certo punto ricorda La rabbia giovane (ma senza rabbia e con distaccata disillusione), ed uno in cui il romanticismo individuale dei due protagonisti (unici e assoluti, non capitava da Rushmore) è limpido e cristallino. Due ragazzi incompresi dal loro ambiente che fuggono per amore. Niente di più semplice, inserito nel mondo di Anderson, questa volta declinato nel microcosmo dei boyscout, ovvero bambini vestiti da adulti che prendono ordini da adulti vestiti da bambini in un ambiente paramilitare solo più grottesco, che poi è la summa di qualsiasi storia Anderson abbia raccontato fino ad ora.

Quindi un passo di lato per puntare sul romanticismo spinto di due persone e un passo in avanti per volerlo perseguire con tale pervicacia disinteressandosi dei suoi soliti temi che rimangono comunque sullo sfondo. 
Questo ovviamente non significa che Anderson sia andato in deroga al proprio stile, anzi sembra aver trovato una storia che gli calza a pennello. Lo script e la recitazione distaccati, colmi di formalismi e poco espansivi riescono ad enfatizzare gli smottamenti interiori invece che raffreddarli, le esplosioni inattese di emotività irrompono inattese, i movimenti ortogonali raccontano bene la vita di costrizione dei protagonisti e ancora di più l'emarginazione che nasce dall'essere più interessato alle cose del mondo rispetto ai propri coetanei non fa che servire la causa dei due amanti in fuga.
E quando alla fine si scopre quale sia il Moonrise Kingdom (ma in fondo anche prima) può scendere più di una lacrima per una delle storie d'amour fou più convincenti degli ultimi anni.

15.5.12

Margin Call (id., 2012)
di J.C. Chandor

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E' impossibile non notare l'estrema reattività cinematografica che l'America sta dimostrando rispetto alla propria personale (ma anche mondiale) crisi economica. Prima ancora di Margin Call abbiamo visto Too Big to Fail, esperimento frettoloso di traduzione televisiva degli eventi principali che hanno portato al tracollo economico, e tutti i copioni contaminato dai temi relativi alla ristrettezza economica (fin'anche Transformers).
Ora Margin Call arriva in sala a mettere un po' di ordine e a fornire un punto di vista a freddo, anche se è passato pochissimo dai fatti raccontati.

Al posto della squallida cronaca degli eventi di Too big to fail c'è invece uno svolgimento pienamente filmico, ovvero una lente di ingrandimento posta su un momento unico (la lunga notte prima della svendita totale di una banca d'investimento tra le più grandi del paese) che senza fare nomi e cognomi reali filtra la realtà attraverso la lente delle figure retoriche.
C'è la contrazione temporale, c'è la sineddoche del piccolo evento per raccontarne uno più grande, ci sono gli eufemismi di un mondo di ricchi che parla della crisi, la suspense, l'enfasi nazionalista e le straordinarie ironie del cinema. Certo non manca qualche grande spiegazione fatta a favore di pubblico attraverso le consuete metafore semplicistiche, ma davvero è il meno.

Con un cast di prim'ordine (Kevin Spacey, Jeremy Irons e Demi Moore a guidare la banca e il film, Stanley Tucci e fare l'outsider d'eccezione, Zachary Quinto a fare il giovane impiegato che scopre tutto e a coprodurre il film) Margin Call non risparmia in stoccate, ricordandosi sempre di levigare i suoi personaggi, cioè non dimenticando mai di essere film e non docu-film, di essere racconto fantastico e inventato e non cronaca dell'attualità. E sebbene in qualche momento sembri di percepire un afflato vagamente teatrale (la quasi totale unità di luogo e tempo fa di questi scherzi) Margin Call sa spiazzare e quasi commuovere al momento giusto.
Finalmente quindi il cinema ha fatto quel che sa fare meglio, mettere sul piatto non la storia come si è svolta ma un racconto sentimentale della grande trama che pervade il proprio paese.

14.5.12

Quella casa nel bosco (Cabin in the woods, 2011)
di Drew Goddard

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Dinamico e divertente, spaventoso e riflessivo, citazionista e innovatore, classico eppur (post)moderno. Quella casa nel bosco è l'ennesimo divertimento con cui Joss Whedon fa divertire anche noi. Arrivato in sala in Italia a meno di un mese dal suo Avengers (là scrive e dirige, qui scrive soltanto) quest'horror atipico che fa finta di guardare dalle parti di Scream per portare il gioco della "prevedibilità" del cinema spaventoso un passo più in là, è decisamente uno dei migliori film della stagione. Si tratta ovviamente di un film di sceneggiatura, in cui dalla scrittura vengono tutte le istanze principali lasciando alla regia la parte di mestiere, comunque ben svolta (vedasi la grande carneficina) da Drew Goddard, uno che intorno alle produzioni di Whedon ci ha sempre bazzicato.

Dietro la patina del cinema disimpegnato e divertente, Quella casa nel bosco si prende la briga di dire tante cose e di farlo controcorrente. Con un andamento che alterna momenti di forte prevedibilità ad altri di un titanismo ed un'esagerazione tali da essere paragonabili ad un'iniezione di sangue altrui (ma buono) nel proprio corpo, la nuova rilettura dell'horror praticata dal creatore di Buffy è un modo per sconvolgere ogni clichè del genere senza farlo davvero.
I ragazzi prigionieri della casa nel bosco lo sono fisicamente (c'è un muro vero), le creature evocate ad arte sono evocate meccanicamente e via dicendo, ogni elemento del cinema dell'orrore trova una declinazione "ingegneristica e metodologica" che è la grande metafora della costruzione di un film. Si prende una protagonista e la si rende stupida, un protagonista e lo si stordisce con l'erba, altri due li manda a fare sesso con la scusa di un raggio di sole malandrino.

Arrivati alla sua seconda parte però il racconto di Quella casa nel bosco diventa la rivincita dei personaggi sui propri creatori, non solo per la presa di coscienza ma anche per come questi combattano il proprio destino. A voler essere critici cinematografici fino in fondo si potrebbe anche azzardare che la violenza operata dai personaggi sulle volontà del demiurgo (cioè il regista) sembra anticipata dalla citazione iniziale di Funny Games (lo stacco improvviso di metal su titolo rosso).
Gli autori horror hanno per anni sacrificato nei propri film ragazzi che bevono, fumano e fanno sesso, fino a che il compiere uno di questi atti non è diventato sinonimo di morte certa (come spiegava già Scream), ora è con il bong che invece vengono tramortiti gli avversari e fumando erba che si rimane immuni agli attacchi.
Rilanciando sempre più in alto (fino ad una chiusa clamorosa per titanismo), Whedon conferma la sua abilità mostruosa nel maneggiare i diversi registri e i diversi toni di un film credibile in ogni suo piccolo anfratto. Un'opera che sa dare profondità alla bambina-zombie monca che si vede in tre scene, come a tutti i protagonisti, non cedendo un passo di fronte alle componenti fondamentali (sentimento-comicità-paura).

12.5.12

The confession

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È curiosa e tortuosa la strada attraverso la quale The confession è diventata la prima webserie importata e doppiata del nostro paese.
Il passaggio in sé è determinante, l'investimento di soldi in un doppiaggio assolutamente professionale è pari infatti all'investimento fatto nella creazione della serie e la cosa in sé (l'adattamento) annulla la mancanza di confini di internet. The confession ha come protagonisti Kiefer Sutherland e John Hurt e l'edizione italiana mantiene i loro doppiatori usuali, nello sforzo di prolungare l'idea di professionalità che i produttori originali hanno voluto legare a questo prodotto per la rete e con l'idea di dare nuovo senso, soprattutto economico, all'"esclusiva".
L'effetto è subito diverso dal solito, perché sia lo stile di messa in scena sia il comparto audio rimandano all'universo distributivo della televisione migliore, quella a pagamento, quando invece il mezzo effettivamente usato è la rete, gratis.

Il trucco è possibile grazie ad AXN, canale satellitare che cura la distribuzione di The confession al di fuori del territorio americano (dove è andata su Hulu, poco più di un anno fa) e che dopo il primo passaggio online manderà la serie in tv. Dunque l'investimento è il medesimo che sarebbe stato fatto per la messa in onda televisiva, solo che la serie passa prima per la rete, mezzo per il quale era stata effettivamente concepita.
Ulteriore audacia produttiva è costituita dal fatto che, contrariamente a quanto avviene per produzioni grosse, The confession non nasce con un sponsor alle spalle ma prodotto in proprio per poi rientrare dalla vendita dei diritti di pubblicazione in esclusiva (per l'appunto Hulu e poi AXN). Il successo dell'operazione economica (quasi immediato) ha quindi dimostrato come ci sia spazio di business per prodotti che coinvolgono nomi di livello. Cosa che, sembrerà strano, non era per nulla scontata.
Se quelle relative all'investimento fatto sono le buone notizie, le cattive riguardano tutte la natura di questa webserie, cioè un prodotto in tutto e per tutto derivativo che è fatto cercando di ricreare in rete le medesime idee e dinamiche della televisione. The confession è insomma indistinguibile da una qualsiasi serie tv, sotto tutti i punti di vista, i suoi produttori lo considerano un pregio, perché è sinonimo di qualità, ma in realtà è un difetto, perchè non è niente di nuovo. 

11.5.12

Workers - Pronti a tutto (2012)
di Lorenzo Vignolo

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Se esistesse un indice che misuri lo spread tra le intenzioni sbandierate dagli autori e poi ciò che effettivamente si vede nei film questo sarebbe altissimo per Workers (ma nemmeno lontanamente vicino al campione di spread "intenzioni/realtà" che è Good As You). 
L'obiettivo dichiarato è quello di ritrarre il mondo del lavoro attuale in maniera diversa da come fanno il cinema o la fiction più "medi", cioè di ritrarre difficoltà e dolori di dover lavorare in un contesto come quello attuale, senza nessun diritto e con poche speranze. Il risultato è un film in tre episodi, tenuto insieme dal filo conduttore costituito da due narratori che lavorano in un'agenzia di lavoro interinale e sciorinano aneddoti di fatti clamorosi capitate ai loro clienti. Ma in nessuna parte il lavoro è ritratto realisticamente, nè tutto ciò è al centro del film.

Gli episodi sono uno su un badante, interpretato da Tiberi, a cui tocca il difficile caso di un paraplegico vitale e incazzato che fa di tutto per rendergli la vita impossibile (praticamente Quasi Amici al contrario), un altro su uno che viene preso come inseminatore di tori e lì vede la storia di un collega innamorato di una donna con la fissa dei dottori e per conquistarla si finge chirurgo usando il camicie da inseminatore, e infine uno su una truccatrice che per disperazione accetta di truccare i morti in un'agenzia di pompe funebri ma viene costretta a partecipare ad una cena in casa di un mafioso latitante, perchè identica alla fidanzata del figlio tragicamente scomparsa.

Dire che non si rida e che non ci sia ritmo è il minimo in questo caso. Importa poco che il film sia abbastanza strascicato e poco curato in ogni sua parte (dalla recitazione giù giù fino anche al montaggio), perchè è ancora più clamoroso come il senso stesso della pellicola, cioè la riflessione sulla situazione lavorativa sia totalmente assente. Questi tre corti dalle trame caserecce e gli svolgimenti prevedibili sono forzatamente fatti rientrare nei casi dell'agenzia interinale di cui sopra (addirittura nell'episodio dell'inseminatore l'assunto del caso è quasi sempre assente) e sono sempre centrati su qualcos'altro, non toccando se non con accenni innocui l'argomento "lavoro".
Se proprio vogliamo dirla tutta poi, anche la realtà proposta, fatta di appartamenti stupendi in affitto a 350€/mese, di squattrinati che però pagano tutto senza problemi e sono sempre vestiti bene, non è che sia così distante dalle incongruenze della media di cinema e tv italiani. Spread I/R a livelli altissimi.

10.5.12

Dark Shadows (id., 2012)
di Tim Burton

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3 commenti

Questa volta Tim Burton gioca in difesa (che sarebbe il minore dei problemi, non è certo l’unico a farlo) e alla storia dell’omonima serie tv andata in onda alla fine degli anni ‘60 sovrappone quella parte molto nota del proprio immaginario di riferimento fatto di guglie, alberi spogli dai rami tetri, pallore e capigliature emo. In questo senso Dark Shadows è un riconoscibile film di Burton (non come Il pianeta delle scimmie o Alice), capace anche di avere dei guizzi di inventiva visiva e trovate di comicità spensierata.
Il vampiro di Johnny Depp oscilla con buone idee tra il dark tipico del regista, i toni emo e le mani allungate e unghiute di Max Schreck (con una tenuta “da giorno” degna dell’outsider per eccellenza dello spettacolo moderno, Micheal Jackson) mentre l’accostamento con il mondo colorato del 1971 è a tratti un contrasto a tratti un arricchimento.

Il problema semmai è che in Dark Shadows c’è solo quest’immaginario e non il senso che dovrebbe sottendere o le idee che dovrebbe veicolare. Quelle immagini scatenano ricordi del Burton migliore ma rimangono solo immagini, non suggeriscono nulla.
Ciò che rendeva grandi i suoi migliori film non erano gli abiti neri di pelle, i castelli gotici o la nebbia nei boschi tetri, quanto ciò che tutto quest’immaginario rappresentava, ovvero la lotta contro la dittatura di un pensiero e uno stile di vita omologato color pastello e dal pratino tagliato, che schiaccia l’individualità ed emargina la diversità invece che coltivarla come valore. Non erano le mani a forma di forbice a rendere romantico Edward ma il fatto che la sua diversità lo allontanasse dal mondo che abita, il quale gli chiede di conformarsi pena dargli la caccia coi torcioni e incolparlo di qualsiasi cosa impedendogli d’amare ed essere amato. Quello che conquistava del gotico burtoniano era il suo essere un modo come un altro (ma bello) per trasportare dinamiche romantiche eterne nella sensibilità contemporanea e, al tempo stesso, riuscire a parlare con un’ingenuità commovente di desideri, aspirazioni e dolori di chi si sente diverso e peggiore, senza capire che sono gli uguali a essere quelli peggiori.

In Dark Shadows non c’è nulla di tutto ciò. E’ la storia di un potente che si scontra con un altro potente, di un’anima in pena che ha tutto (sesso e amore) ma deve operare una scelta. Mettere in controluce l’idea di una ricerca di normalità da parte del vampiro e della sofferenza di due amanti che appartengono a mondi diversi non serve a molto se poi il film si concentra su altro.
Tim Burton è stato in grado di girare un grande blockbuster e parteggiare per il Joker sfigurato e poi farne un seguito e parteggiare per il Pinguino gobbo che vive nelle fogne, perchè la storia li condanna a cattivi ma il mondo che li ha generati è lo stesso che li ha schifati a prescindere per come appaiono e così davvero non sono molto diversi da quell’altro col costume che dà il nome alla serie di fumetti.
Qui invece chiude con un twist che avvicina la storia alle problematiche di Twilight, e non che ci sia nulla di male nella trama di Twilight (che è una riproposizione come altre di tematiche romantiche che affondano in millenni di letteratura), è solo che quel cinema lì è quello conformante color pastello che tende alla dissoluzione dei conflitti sociali in nome del vogliamoci bene, mentre il suo era quello che affermava che niente va bene mostrando tutto il romanticismo che c'è nel non rinunciare alla propria unicità e subire lo scherno e l'isolamento di chi l'unicità non sa che sia.

L’esempio migliore della dinamica vacuità di Dark Shadows sembra essere l’uso del volto tagliato, un classico dell’immaginario di Tim Burton. Nel cinema banale la divisione interiore è rappresentata dallo specchiarsi in uno specchio rotto, nel cinema di Burton è rappresentata dai tagli in faccia, sia che si tratti di quelli del costume di Catwoman o quelli cicatrizzati di Edward o quelli simulati dal trucco che svanisce del Joker. In Dark Shadows il volto spaccato di uno dei personaggi alla fine del film è un modo per dargli una dignità posticcia con una vaga idea di complessità, una lacrimuccia in extremis dietro la quale non c’è niente.

7.5.12

Il richiamo (2012)
di Stefano Pasetto

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9 commenti

C'è una cosa che mi affascina dei film brutti, ma brutti oltre ogni possibilità di salvezza e oltre ogni decenza, che si rivelano tali dopo meno di un minuto.
Così è anche per Il richiamo, che dopo aver inquadrato un po' di polli attaccati ai rulli e ai macchinari che li mandano al macello, passa ad un gruppo di donne che lavorano ai suddetti macchinari e in tre battute (recitate e doppiate malissimo) chiarisce il suo statuto. E non è semplice perdere tutta la disponibilità e la fiducia del tuo pubblico con quattro scambi di battute, subito.

Il resto del film ingrandisce, ribadisce, reitera e continua quel lavoro fatto all'inizio, cioè la proposizione di un immaginario a modo suo anche originale fatto di estero (più che altro Argentina) e scenari inusuali, in cui si muovono alcuni tra i peggiori personaggi mai scritti, intenti ai più alti voli pindarici mentre le loro vite crollano in un misto di lavori popolari e istanze di libertà.
C'è tutto in Il Richiamo, specie la volontà di disegnare con la vaghezza espressiva dei capolavori un universo simbolico molto terra terra e banale, che è sì vago a sufficienza come si vorrebbe, per far in modo che nella sua indeterminatezza si possano cogliere le idee più alte, ma poi è totalmente incapace di generare tali idee con il suo racconto o il suo solo svolgersi. Il risultato è il regno dell'implausibilità e dei caratteri estremi.

Insomma Il richiamo è un film che vorrebbe essere il massimo ma non ci riesce, e si distingue dalla massa per l'ingenuità con la quale fallisce il suo obiettivo, l'incoscienza con la quale viene portato avanti nonostante la palese inadeguatezza e l'incredibile noia che una storia pur condita di svolte narrative riesce a generare. A modo suo magistrale, peccato non riesca mai ad essere davvero involontariamente comico.

UPDATE:
 
Con incredibile prontezza di riflessi Antar nei commenti linka la clip su youtube dei primi 15 minuti del film. Purtroppo non è doppiata come quella da me vista (che uscirà in sala), il che gli leva un po' dello straniante e del falso, ma l'assurdità c'è ancora tutta. Enjoy

5.5.12

Gli Infedeli (Les Infidèles, 2012)
di Emmanuelle Bercot, Fred Cavayé, Alexandre Courtes, Jean Dujardin, Michel Hazanavicius, Eric Lartigau, Gilles Lellouche

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Voluto molto dai suoi due protagonisti, Jean Dujardin e Gilles Lellouche, questo film ad episodi dovrebbe essere il viatico per promuoverne la carriera. In teoria nascerebbe prima di The artist e del successo planetario di Dujardin, ma qualora anche fosse stato completato o avesse avuto il via libera dopo il film muto non perde la sua funzione. I due attori sono protagonisti di poco meno di una decina di episodi centrati sul concetto di infedeltà nei quali cambiano toni, voce, accento, maschere, costumi e personaggi. Uno showcase di capacità attoriali che nel caso di Dujardin si confermano superiori alla media, mentre nel caso di Lellouche si confermano nella media.

Il problema del film semmai è la sua eterogeneità mal sfruttata. Ci sono 7 registi diversi ma non si sente mai la diversità di tocco nè questa è mai usata per arricchire di punti di vista o sfumature le varie storie. Il tono e la morale sono sempre gli stessi (il tradimento è segno di debolezza reso ancor più ridicolo dal machismo che lo accompagna) e rendono esplicito il target della pellicola. Insomma 7 declinazioni identiche di un medesimo tema.

Non sempre si ride, molto spesso si rimane contriti dalla tristezza, ogni tanto si sbadiglia. I cortometraggi sono privi di idee devastanti e, se si esclude "La domanda" che pur nella sua banalità ha un andamento interno dinamico e interessante, sono sostanzialmente piatti.
Che il calco siano le commedie italiane ad episodi è evidente dal trasformismo e dalle trame dei diversi episodi. Quella più d'azione, quella con i montaggi ad ellissi, quella molto dialogata tra i due protagonisti e quella d'interno tra due amanti, quella con il retrogusto amaro e quella sfigata. Il motivo per il quale Gli infedeli non funziona come le commedie cui vorrebbe fare riferimento è l'incapacità di generare figure o microstorie davvero emblematiche, cioè l'incapacità di fare una o più affermazioni sul tema trattato attraverso i personaggi.
Gli infedeli è un film che si dimentica talmente in fretta che ho faticato a ricordarmene per questa recensione. E l'ho visto l'altroieri.

4.5.12

Chronicle (id., 2012)
di Josh Trank

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Ci sono due spinte evolutive che hanno portato a Chronicle. Da una parte c'è il cinema del found footage, quello dei filmati fintamente ritrovati e delle storie raccontate attraverso una messa in scena che simula il video girato con una o più videocamere da una o più persone coinvolte nella trama. Dall'altra la penetrazione sempre più imprescindibile del supereroismo fumettistico nel cinema mainstream e la conseguente revisione dell'immaginario collettivo in quella direzione. Chronicle prende di petto entrambi questi elementi riadattando la storia di potere e frustrazione che sfociano in violenza già raccontata da Akira o Carrie - Lo sguardo di Satana.

Divertendosi molto a giocare con le possibilità di virtuosismo di ripresa che un protagonista/operatore capace di telecinesi è in grado di offrire (carrelli aerei, riprese in punti e in momenti impossibili per il genere found footage) Josh Trank snatura il senso stesso del genere, levando anche un po' di divertimento dall'idea di script di Max Landis. Se infatti solitamente il cinema del video ritrovato abbassa al reale ciò che è fantastico, mostrando nella maniera più plausibile possibile trame horror (Blair Witch Project), catastrofiche (Cloverfield), fantascientifiche (District 9) e paranormali ([REC]), attraverso un punto di vista che nega la narrazione onnisciente tipica del cinema, Chronicle utilizza quell'espediente di trama per replicarla. La videocamera manovrata da un telecinetico consente riprese in aria, punti di vista che non sono la classica soggettiva (perchè la videocamera non deve per forza essere tenuta in mano da uno dei personaggi) e nel finale anche una moltiplicazione di angolature quando il protagonista prende il controllo di smartphone e palmari degli astanti.

In sostanza nel raccontare il suo film Josh Trank tradisce le basi con le quali l'ha pensato, usa uno stile non per il suo effettivo valore e per quel che consente (un'impressione di realtà maggiore data una serie di "costrizioni" di messa in scena) ma solo per il suo effetto più immediato (la testimonianza del protagonista, in teoria narratore della sua storia, ma poi nemmeno questo è vero fino in fondo). E' il cinema del found footage fatto solo per la sua apparenza e non per la sua sostanza.
Il resto come si è detto è Carrie - Lo sguardo di Satana, ma senza la struggente spietatezza delle idee di King o dell'audacia di De Palma, più Akira ma senza le iperboli apocalittiche nipponiche o un'immaginazione capace di trascendere i limiti della carne.
Chronicle alla fine ha un ottimo spunto ma si risolve nella maniera più ordinaria possibile, sfruttando poco il fascino della propria idea (adolescenti comuni con poteri non comuni) e le conseguenze cui avrebbe potuto portare.

3.5.12

Non cresce l'erba

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Il calcio è il singolo argomento più raccontato d'Italia. Non solo è il più trattato quando si tratta dell'attualità, ma anche il più raccontato tramite show-vetrina, riferimenti filmici, fiction, prodotti televisivi sul passato e infine trasmissioni d'inchiesta. Un argomento che da qualsiasi parte venga affrontato è saturo del già visto, già sentito e già ripetuto ad oltranza. Per questo si fa subito notare Non cresce l'erba, webserie non per scelta (gli autori vorrebbero altre distribuzioni e altre destinazioni che inevitabilmente diminuirebbero il pubblico potenziale ma alzerebbero il "prestigio" del prodotto) ma comunque distribuito in rete e straordinariamente efficace nella sua scansione seriale a piccoli bocconi, girata con il giusto "modernismo". 

È difficile spiegare esattamente cosa sia Non cresce l'erba e in questo, cioè nell'aver dato vita ad un formato personale e distintivo, sta la parte più interessante. Documentario per certi versi, racconto per altri, la serie incrocia finzione con cronaca, racconto con intervista, piccole velleità d'inchiesta con grandi intenti sentimentali. Tutto è narrato dalla voce fuori campo e dalle azioni in campo di Danilo Dall'Olio, ideato e diretto da Mario Bucci (che, assieme a Ivan D'Ambrosio, Fabio Fanelli, Nicola Ippolito, Francesca Misceo e Luigia Marino, è anche autore dei testi), tifoso del Bari, nostalgico delle stagioni degli anni '90, di quando il Bari sfiorò l'Europa, e più in generale del "calcio di una volta". Ed è proprio la disillusione attuale e la "follia" generata nel protagonista dalle recenti inchieste sul calcio scommesse della Procura di Bari che fanno partire la trama-reportage.