25.6.12

Paura 3D (2012)
dei Manetti Bros.

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Nonostante siano solitamente associati agli ultimi scampoli di cinema di genere in Italia, Paura 3D è il primo lungometraggio horror serio dei Manetti (Zora la vampira di certo non lo era) e siamo dalle parti del classico: 3 ragazzi che fanno tutto quello che non si deve fare (fumano, bevono, rubano macchine e si intrufolano in case non loro per organizzare feste) e che per questo saranno regolarmente puniti dall'orrore che troveranno dietro (o meglio sotto) la patina di "buona società". 
Nonostante la trama faccia pensare ad un sano splatter di gore ce n'è molto poco (qualche capezzolo strappato, una testa mozzata...) e di certo non impressionante, di paura pure non si abbonda (tutta la prima parte ne è totalmente priva e anche nella seconda è confinata in alcuni momenti) ma soprattutto a latitare è l'immaginazione. 

 Paura 3D è un film derivativo nella sua accezione più ampia, guarda a tutti i modelli che si possono guardare e ne ricalca trovate, idee e stratagemmi senza mai rivelarsi all'altezza.
Non è solo la trama ad essere in tutto e per tutto canonica (su quello non ci sarebbe nulla di male) ma le strategie messe in atto per terrorizzare sanno di abusato e sono prive di inventiva: un po' di paura del buio, qualche orco che arriva da dietro e tantissimo abuso di quei canoni fissati dal cinema asiatico (in primis lo sguardo allucinato con i bulbi oculari rivolto verso il basso che fa bella mostra di sè già nella locandina). Non solo quindi mancano i meccanismi principali del terrore ma anche un'idea più alta del perchè fare un film che spaventi e cosa quello spavento dovrebbe far pensare.

In nessun momento di Paura 3D si ha la sensazione che la macchina del terrore sia ben oliata, anzi costantemente si avverte quello stridio nel meccanismo che rende fasullo ogni passaggio. Proprio nei momenti in cui l'intreccio si tende per far scattare l'ansia o l'angoscia, la cattiva recitazione, il pessimo montaggio e la coreografia delle scene "d'azione" levano ogni credibilità. Nei momenti cruciali sembra sempre di immaginare gli assistenti registi o il fonico dietro la macchina da presa.
Fanno eccezione Peppe Servillo, non solo ben diretto ma anche molto ben scelto per il proprio ruolo, e un 3D che non solo è ben usato ma in certi momenti ha anche un suo perchè.

21.6.12

Lizzie Bennet Diaries

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Per decenni interi, almeno prima di quest'era in cui il cinema ripropone se stesso, il cuore di tanti film è stato l'adattamento di opere letterarie, e lo stesso dicasi per tanta televisione. Di quest'espediente al tempo stesso semplice e complesso (c'è un'idea di sicuro successo ma saper adattare è tutt'altro che facile) il web non ha praticamente mai usufruito. Condannato a proporre (almeno lui!) storie nuove, anche se in realtà molto ripiegato sulle mode e su quanto accade negli altri media (quante webserie su supereroi e/o zombie abbiamo visto? Quante trame fantastiche e piene di misteri in stile Lost?), il mondo della produzione video per la rete in un certo senso schifa gli adattamenti, figuriamoci da classici della letteratura! Ecco perché The Lizzie Bennet Diaries si configura subito come una novità.

La webserie ideata da Hank Green e sviluppata assieme a nomi del video online che mettono paura come Bernie Su (già autore di Black Box Tv) e Jenni Powell (mega produttrice di lonelygirl15, Nobody's watching, The Guild e Legend of Neil), è nelle parole che fanno da header al sito: "an online adaptation of Jane Austen's Pride and Prejudice". Un adattamento per la rete (non solo in video) che si traduce in una narrazione esplosa tra mille fonti. La storia delle tre sorelle Bennet è infatti raccontata principalmente attraverso i video del canale YouTube ma è arricchita dai rispettivi account Twitter, da un Tumblr della serie e da qualche altro account Pinterest. Per seguire la trama bastano i video, ma chi vuole di più ha sempre qualche piccolo contenuto che anticipa o integra ogni episodio seguendo i personaggi su altri media. 

15.6.12

Biancaneve e il cacciatore (Snow White and the Huntsman, 2012)
di Rupert Sanders

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Il secondo film su Biancaneve di quest'anno, come sanno anche le pietre, è di tono completamente opposto a quello in cui Julia Roberts interpreta la regina cattiva, sebbene direttore sempre da qualcuno che proviene dalla pubblicità. Qui è Charlize Theron a fare da matrigna/matrona/monarca, con sforzo e impegno decisamente maggiori della collega, e, per seguire il successo al botteghino (ma non esattamente anche di critiche) di Alice in Wonderland, tutto il film spinge sul piano del dark e fantasy. La sorpresa è che, a differenza di quanto accaduto con il film diretto da Tim Burton, qui la componente fantasy è fusa con quella favolistica con maggiore abilità e un pizzico più di audacia, con sommo beneficio della pellicola.

Biancaneve e il cacciatore fa il lavoro che le storie fanno in un'era in cui lo spettatore preferito da tutte le major è il nerd (che in maniera "politicamente corretta" oggi amiamo chiamare geek, noncuranti del fatto che quel termine indica qualcosa di un po' diverso): spiega e fornisce dettagli.
Alla favola di Biancaneve questo film aggiunge un prima e un dopo, mette in relazione i personaggi con maggiore dettaglio e colma qualsiasi vuoto narrativo (che faceva prima il cacciatore? Che motivazioni lo spingono? Da dove vengono i nani? Perchè stanno in mezzo alla foresta?), operazione che solitamente svilisce e depaupera qualsiasi storia, poichè leva mistero e magia, ma che in questo caso è ben bilanciato dal fatto che il mito di Biancaneve è interamente ripensato, trovando nelle pieghe di quell'intreccio lo spazio per le dinamiche fantasy con gran conoscenza del genere.

Andando a pescare un po' nelle asperità della favola dei Grimm (quelle rimaste fuori dal cartone Disney e dai successivi adattamenti) e cambiando il peso dei vari ruoli, a partire da quello del cacciatore, questa nuova versione è talmente qualcosa di altro da Biancaneve come la conosciamo, da essere a tutti gli effetti una storia e un film a sè, poteva anche non avere quel titolo e quei personaggi. E' una storia che ha poco a che vedere con la metafora madre/figlia e più con quella della predestinazione e la responsabilità individuale (come tipico del fantasy) e che soprattutto sceglie di lasciar interpretare i nani a sette attori britannici, quasi tutti di formazione teatrale, in uno sforzo d'originalità riuscito.

14.6.12

Once Upon a Time in Anatolia (Bir zamanlar Anadolu'da, 2011)
di Nuri Bilge Ceylan

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E' chiamato l'Antonioni turco perchè ogni cineasta che fa film contemplativi in cui c'è molto paesaggio, non troppo senso esplicitato e una certa lentezza viene definito "l'Antonioni de voi altri", anche se non ha davvero niente a che vedere con il cinema pretenziosamente poetico (e sostanzialmente anacronistico) di Antonioni. 
Ha fatto un film che richiama Leone giusto nel titolo ma non ha niente a che vedere nemmeno con quell'idea di cinema (come invece avevano C'era una volta in Messico et similia).
Nuri Bilge Ceylan è Nuri Bilge Ceylan e questo basta e avanza. La sua personalità invadente e arrogante riempie ogni fotogramma di immagini meravigliose, tra le poche ad oggi a potersi davvero permettere il lusso di parlare da sole. Un giorno diventerà un mito, un classico che tutti affermeranno di conoscere a memoria. Per ora lo paragoniamo ad Antonioni solo sul metro della lentezza.

Once upon a time in Anatolia è un film che vaga sulle terre del titolo alla ricerca di un cadavere. Polizia, assassini, medico legale e prefetto tutti insieme cercano di trovare il corpo dalle indicazioni di chi lo ha seppellito. Nel farlo capitano molte cose e si raccontano molte storie che hanno a che vedere con la responsabilità individuale e l'atteggiamento dei singoli nei confronti del mondo.
E' un film meno concreto che in passato e più fondato sul momento, su alcune impennate di rara potenza come la sosta in cui va via la luce e compare una ragazza (fatto realmente accaduto e romanzato in un contesto che ne altera il significato mandandolo a stare nell'empireo dell'universale).

La cosa mostruosa di Ceylan, anche stavolta, è come contemplando qualcosa con la calma che lo contraddistingue porti lo spettatore stesso a contemplare quella parte di sè che trova nelle immagini, nei dialoghi e sui volti (sempre ripresi per cogliere il sudore o le imperfezioni della pelle).
C'è una qualità misteriosa e sfuggente che rende queste piccole odissee dei viaggi dentro ai personaggi, fino a coglierne lo stato d'animo del momento più che le idee, le sensazioni più che i sentimenti. E' un cinema umanissimo, che punta ad immedesimare e coinvolgere più che a raccontare le sue trame (sempre molto semplici), affascinato dalla capacità degli uomini di tenere dentro di sè dei sentimenti e contemporaneamente condurre una vita. 
Un giorno sarà riverito.

Vimeo webseries e webvideo Awards

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YouTube ha le serie, la maggior parte dei video e il nome, Vimeo ha gli autori e quindi IL festival. Il Vimeo Festival o Vimeo Awards (i secondi sono contenuti nel primo), anche se arrivati solo alla seconda edizione e anche se limitati solo a quanto sia stato caricato nel corso dell'anno su Vimeo, sono la manifestazione più interessante del mondo del video online.
In passato moltissimi hanno provato a creare eventi o premiazioni di categoria, qualcosa che potesse dare l'idea di un mondo compatto e contemporaneamente cominciare a creare gerarchie, uno star system e tutte quelle dinamiche che danno garanzia agli sponsor e avvicinano il pubblico. Nessuno però c'è mai riuscito davvero.

Vimeo ha cambiato format, puntato sulla parte più professionale di quanti decidano di girare per la rete e ha immaginato una due giorni (il festival) colma di proiezioni, workshop e incontri, qualcosa con molto poco glamour, molto poco star system della rete e molta concretezza.
A questa manifestazione (che si è tenuta il l'8 e il 9 giugno) ha abbinato la premiazione dei migliori video comparsi sulla piattaforma (quest'anno a giudicare c'era anche James Franco) e per dare serietà al tutto ha trovato sponsor a sufficienza per garantire un premio in denaro: 5.000 dollari ai vincitori di ogni categoria e 25.000 al vincitore del primo premio.
Tra i molti speaker di quest'anno c'erano anche Nima Nourizdeh (ex pubblicitario ora regista di Project X), Jamie Wilkinson (co-creatore di Know Your Meme) e gli italiani Marco Brambilla e Giuseppe De Angelis.

Evento a parte, però, alla fine quel che conta sono i vincitori: se si tratta di materiale valevole allora la manifestazione è degna di nota, altrimenti no. E lo è.

13.6.12

La guerrà e dichiarata (La guerre est déclarée, 2012)
di Valerie Donzelli

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L'aggettivo più banale che si possa usare per La guerra è dichiarata è "truffautiano" ed è banale tanto quanto è vero. L'ultimo film di Valerie Donzelli è ricalcato nella maniera migliore sui punti di forza e gli stilemi del cinema di François Truffaut (il primo, quello 1960-1970), utilizza una voce fuori campo molto fredda e distante (dalla scrittura molto letteraria) e sfrutta alcuni montaggi con musiche dal tono in disaccordo con la gravità della situazione, spesso concedendosi rotture alla stabilità e alle regole della messa in scena da lei stessa fissate.

L'obiettivo del film è dei peggiori: raccontare la storia travagliata di una coppia che ha un bambino il quale, si scopre subito, ha un tumore al cervello. Da lì un lungo travaglio di ospedali, operazioni ecc. ecc. che mettono alla prova il rapporto. Ancora peggio la storia ha un forte legame con ciò che è accaduto alla regista stessa con suo figlio, cioè è una versione idealizzata per il cinema della vera vita dell'autrice.
La riuscita, a totale sorpresa, è invece delle migliori.

C'è infatti una capacità rara in La guerra è dichiarata di alleggerire anche i momenti peggiori con il filtro della tenacia nel combattere quella che è una vera e propria guerra, unita ad una delicatezza ed un'inventiva spiazzanti nel raccontare la storia d'amore della coppia. Nei suoi primi 20 minuti il film spara alcune tra le cartucce più commoventi e originali viste quest'anno, allo scopo di riassumere in poco la nascita di un'amore. Un tour de force di montaggio che scarta tutti i canoni di bellezza e comprensibilità usuali ma arriva dritto al punto utilizzando con un'insistenza che diventa genialità, la metafora della corsa e della foga.

E sebbene poi nel suo svolgersi La guerra è dichiarata sappia essere ben meno felice di come parte, la maniera in cui Valerie Donzelli concepisce la drammatizzazione della propria vita, è degna di stupore ed encomiabile per la bravura con cui applichi il filtro del cinema (fatto di espedienti di retorica della messa in scena) alla vita vera. Cioè la maniera in cui riesce a trovare immagini, momenti e passaggi filmici negli anfratti dei fatti reali.

12.6.12

Rock of ages (id., 2012)
di Adam Shankman

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Fuori tempo massimo per il revival anni '80 (ormai siamo pronti ai '90) arriva al cinema dopo 6 anni il musical Rock of ages, che celebra, racconta e canta (nel vero senso della parola) l'hard rock anni '80. Nella cornice della più tipica trama da musical (non quella in cui un gruppo deve mettere in piedi uno spettacolo ma quella in cui una small town girl arriva in città e con il suo ragazzo cerca di sfondare nella musica). Come già aveva fatto Dreamgirls per la musica della Motown e Burlesque per non si sa cosa (ma non il burlesque!) ma con un riutilizzo di musiche non originali hard rock come i musical moderni.

Scritto da Justin Theroux e Allan Loeb (coppia che non promette nulla di buono) assieme al creatore del musical originale Chris D'Arienzo, Rock of Ages ha per fortuna la grazia di un po' di ironia e autoironia. C'è molto da prendere in giro in quel mondo ad un passo dal metal, con i piedi saldati nell'etica dell'autodistruzione e dell'esaltazione sessuale e Rock of ages non fa finta di no.
Tuttavia in un musical la sceneggiatura è il meno, mentre il più la fanno le performance, la musica e il più generale atteggiamento che lo spettacolo ha nei confronti del pubblico. Ed è qui che Rock of ages crolla.

Come protagonisti ci sono due cantanti (e va bene), un Paul Giamatti a fare il villain che dà credibilità a tutte le persone con cui interagisce (come sempre), Tom Cruise in un ruolo davvero ben tagliato per lui e la straordinaria Malin Akerman sempre troppo poco utilizzata, al pari di Alec Baldwin. Un manipolo di belle facce (eccezion fatta per Giamatti) prestate a quello che dovrebbe essere il mondo brutto, sporco e cattivo dell'hard rock, quello che per antonomasia non si cura della pulizia. Lo sporco della sfondo mitigato dal pulitissimo del proscenio.

Ancora più grave tutta la celebrazione del "vero rock" (come il film ripete con insistenza), cioè della musica nella sua espressione più onesta è professata attraverso l'espressione più disonesta della musica, ovvero la versione acquietata, smussata e svilita di ciò che nasce per essere aggressivo e perturbante. Rock of ages pretende di convincere il pubblico (e probabilmente lo farà) che il vero hard rock è quello di Jon Bon Jovi, è un film che prende in giro e si mette contro le boy band (un prodotto confezionato privo di sentimento) e poi come alternativa "autentica" propone canzoni arrangiate in stile Christina Aguilera. 
E' Glee senza l'onestà di Glee. E' la gleeizzazione (scusate la violenza del neologismo) di tutto il resto della musica, anche di quella che nasce con spirito e valori diametralmente opposti. Non a caso Shankman è un coreografo e ha diretto due episodi della suddetta serie.
E' il rock duro ammorbidito per tutti ma comuqnue trattato come fosse duro.

7.6.12

You Suck at Photoshop

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Hanno provato a imitarlo, replicarlo e declinarlo in tutti i modi ma ora l'originale è tornato. Circa due mesi fa, My Damn Channel ha fatto ripartire la produzione di You Suck at Photoshop con il protagonista originale, Donnie, nonostante quattro anni fa la serie in screencasting (di cui avevamo parlato all'epoca) avesse chiuso i battenti in grande stile con una specie di omicidio finale.

In due stagioni You Suck at Photoshop aveva creato un format micidiale fatto di un ibrido particolare tra i tutorial tipici di internet (solo immagini in screencasting e voce fuoricampo) per raccontare una storia ad episodi mascherata da corso avanzato di Photoshop. Ogni puntata affrontava un trucco del software Adobe (che stranamente non ha mai sponsorizzato) nel raccontare il quale Donnie si lasciava sfuggire particolari della sua vita al pari della propria disperazione.

Nei 4 anni che ci hanno separato dalla partenza di questa terza stagione My Damn Channel ha provato a tirare fuori degli equivalenti senza risultati valevoli. Ora come già detto, Donnie ritorna e così il suo format originale di trucchi in Photoshop conditi da considerazioni disperate sulle disavventure personali che avvengono fuori campo e fuori dai video.

5.6.12

La mia vita è uno zoo (We Bought a Zoo, 2011)
di Cameron Crowe

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Per quanto possa andare male, un film di Cameron Crowe avrà sempre le musiche. In questo caso il passo avanti è che ci sono anche le immagini.
Il merito è dei controluce al tramonto di Rodrigo Prieto (uno con in curriculum diversi Inarritu, un Almodovar e un paio di Ang Lee) e delle musiche originali (e non) di Jonsi dei Sigur Ros.
Accade così che nei momenti migliori di La mia vita è uno zoo, le sagome contornate di luce e il bagliore del pulviscolo che si agita nell'aria di campagna si sposano alla perfezione con la rarefazione dei suoni islandesi di sottofondo. Insieme quest'accoppiata riesce a parlare benissimo di quel vuoto esistenziale di una vita in cambiamento, presa nell'attimo in cui ancora non è mutata ma ci sta provando. Ci sta provando davvero!

C'è quindi tutto il meglio e il peggio di Cameron Crowe in La mia vita è uno zoo. La storia, tratta da un fatto vero, è quella di un giornalista avventuroso con due figli a carico e moglie appena defunta che decide di comprare uno zoo, invece che una normale casa, per cambiare vita ed elaborare (assieme ai bambini) il lutto. Si tratta di una delle migliori figure tirate fuori da Crowe, almeno dai tempi dell'altro "game changer", Jerry Maguire, un uomo razionale e incosciente al tempo stesso che prende il coraggio a due mani per cambiare la propria vita.
La sua odissea personale vive di momenti altissimi e al limite del commovente (sempre grazie alla coppia di fatto Jonsi/Prieto) ma anche di incredibili tracolli. Si tratta di abissi scavati dal lato oscuro e ruffiano del regista e riempiti con teneri bambini dalla risposta pronta e dalla frase giusta al momento giusto buona per intenerire, fratelli dal buon cuore e dalle espressioni assolutorie, sottotrame banali e trattate con poco riguardo (quella tra i due ragazzi) e con una ricerca artificiosa di suspense (l'albero, l'ispezione, il leone) che sa solo di maldestro.

Poteva essere insomma un film particolare e sospeso in un vuoto pieno di idee e potenza espressiva La mia vita è uno zoo, invece è un film che cerca in tutti i modi di essere canonico, di ricalcare strutture, racconti e dinamiche già note e metabolizzate dal pubblico. Una storia vera fatta rientrare a forza nella tipica struttura a tre atti e nelle regole di linguaggio del cinema americano, quando invece sembra nata per essere ondivaga, vivere di non detti e volti nel sole.

4.6.12

Project X (id., 2012)
di Nima Nourizadeh

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Con un titolo da cinema di fantascienza, le premesse da commedia adolescenziale, lo stile di messa in scena da film horror e un finale da cinema di guerra, Project X mette a segno un colpo che va ben al di là di dove si fosse originariamente mirato.
Con lo stile del "found footage" (qui sdoganato dall'horror e usato per avvicinare il film alle immagini delle guerriglie urbane) Nourizadeh sotto l'ala di Todd Phillips (produttore) che tutto sa e tutto vede, racconta una storia di quelle care all'autore di Old School e Una notte da leoni. Tre adolescenti sfigati, ognuno a modo proprio (il timido, quello reso bamboccione dai genitori e l'inconsapevole), decidono di uscire dal loro status attraverso la festa di compleanno di uno di loro. I genitori vanno fuori città per un paio di giorni e così si può usare la casa. L'idea è fare la festa più grande di sempre, il risultato è anche maggiore.

Nourizadeh procede in maniera scientifica nella cronaca della perdita di controllo di una situazione che sembrava semplice, proprio come Todd Phillips in Una notte da leone, dividendo il film in due parti. La prima è la preparazione, la seconda è la festa, ovvero la prima è la creazione di un'aspettativa che tutti sanno come andrà a finire (grazie a trailer cartellonistica ed esperienza cinematografica in materia), la seconda è il lento superare quell'aspettativa documentando lo slittamento nella follia minuto per minuto.
Non è facile proporsi di andare oltre al limite e poi farlo davvero, specie al cinema, specie in un genere che ci ha abituato a pensare in grande. Ma Project X invece che espandere il viaggio e le possibilità come faceva Un notte da leoni, comprime tutto in un solo ambiente, invece che esplodere, implode, infine creando la più paradossale e straordinaria delle ribellioni senza senso, idee, capi, organizzazione o obiettivi. Uno scontro anarchico puro, in cui una folla esaltata si contrappone all'ordine (la polizia) nella maniera più insensata e per le ragioni più futili: per eccesso di sballo.

Se all'inizio tutto è da subito esilarante, alla fine trova un senso insperato. Il found footage accosta le immagini da guerriglia ai video in stile London riots, mentre l'accumulo di droga, alcol ed esaltazione  professato nella maniera meno corretta possibile (si va da droghe leggere a pesantissime senza la minima idea di condanna) si risolve in un'incredibile foga vitale. Nourizadeh ci tiene a mostrare bene le proporzioni della devastazione portata dalla festa, perchè in proporzione ad essa sta il trionfo di personaggi che solo rovinandosi possono trovarsi. C'è come un istinto di vita che scaturisce inspiegabilmente dalla tensione verso la morte in Project X che è il lato meno sondato della vitalità dei teen movie (cui gli adulti, nei film di Phillips, non sono mai estranei, siano avversi o partecipi). C'è una foga (auto)distruttiva che questa volta diventa un urlo da un tetto verso l'elicottero della polizia, rivolta senza un perchè, ribellione a nulla. Caos puro.

1.6.12

Marilyn (My week with Marilyn, 2012)
di Simon Curtis

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Quando il biopic esce dalla porta per rientrare dalla finestra. Cercando di evitare la cronaca della vita di un personaggio più che noto e focalizzandosi solo su un momento preciso e paradigmatico (la lavorazione inglese del film "Il principe e la ballerina") Simon Curtis cerca di raccontare un personaggio per sineddoche, inquadrandone un istante per lasciar intuire una vita.
Dunque la Marilyn Monroe che si vede in Marilyn ha il carattere fragile, dipendente e insicuro che le cronache riportano, illuminato a tratti da sprazzi di vitalità, momenti d'intimità con il protagonista e una profonda empatia.

Uno dei motivi per i quali questo biopic mascherato è in realtà il più classico dei film biografici è perchè Marilyn non tratta mai il personaggio per i motivi per i quali è diventato noto (ovvero la presenza scenica e il mistero dell'amore che la macchina da presa aveva per lei), ma ne affronta la vita privata, lasciando scorgere quella morbosità tipica del biopic che nulla ha a che vedere con la professionalità e tutto ha in comune con la curiosità del retroscena privato.
Nonostante la protagonista non sia Marilyn ma l'anonimo ragazzo incaricato di badare a lei che, ovviamente, si invaghisce di lei subendone le cotte umorali, lo stesso il ritratto della grande stella che si riflette nel protagonista ricalca in tutto e per tutto le figurine da cinema biografico.

Marilyn Monroe nel film di Curtis è un lungo collage di deliri, follie, pianti e crisi (che stando ai racconti di chi l'ha conosciuta non è troppo lontano dal vero) ma non è mai un personaggio che ha meritato il proprio successo. Un spettatore digiuno di cinema vedendo questo film avrebbe tutto il diritto di chiedersi come mai una simile instabile non professionista avesse quel successo, come mai anche sir Laurence Olivier, distrutto dall'odio non poteva alla fine non ammirarla.
Non c'è in sostanza nessun uso delle immagini che possa cercare di raccontare quello che le parole non sanno dire, ovvero il rapporto curioso che un corpo (il più clamoroso di tutti) riusciva ad intrattenere con lo sguardo degli spettatori, sia uomini che donne e con lo spazio scenico.
In buona sostanza un film inutile.

Il dittatore (The dictator, 2012)
di Larry Charles

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C'era molta attesa per la prima prova interamente di finzione del duo Larry Charles/Sacha Baron Cohen, dopo tre film (e tre personaggi) fondati sull'estensione del meccanismo candid camera ad arma di critica sociale. Il risultato è in linea con i precedenti lungometraggi in quanto a divertimento, ma decisamente sotto le aspettative in quanto a film.
La quarta incarnazione cinematografica di Sacha Baron Cohen è interessante tanto quanto le tre precedenti, ma non riesce alla stessa maniera a scoperchiare ed esporre il peggio del popolo americano attraverso il confronto con lo straniero e le opinioni differenti.

C'è molto da ridere in Il Dittatore e di un umorismo come sempre originale e unico, fondato sul ribaltamento del punto di vista in ogni situazione. Tuttavia rispetto a Bruno, Borat (immenso) e Ali G, The Dictator non riesce ad essere l'alieno politicamente scorretto immerso nella società politicamente corretta che ne fa saltare il perbenismo.
Alla fine Larry Charles dirige tutto seguendo il ritmo delle commedie sentimentali, in cui la trama non è usata come strumento d'azione, ma come materasso su cui adagiarsi. Al posto dei viaggi dei personaggi precedenti, qui c'è la caduta e il tentativo di nuova ascesa di un dittatore ispirato a Gheddafi e compagnia. Nel farlo si innamorerà di una ragazza progressista e femminista.

Sembra, in sostanza che Sacha Baron Cohen e Larry Charles abbiano deposto le armi, rassegnati a fare un film molto divertente, ma che è unicamente un collage di gag e non più un oggetto in grado di dire qualcosa sul mondo che gli spettatori abitano e sulle contraddizioni di cui sono testimoni ogni giorno.
Soprattutto la lunghissima gestazione (e l'altrettanto lunga campagna promozionale) sono state più lente degli eventi di cronaca e in più punti, quando il film gioca con veri capi di stato e veri dittatori, suona superato e già vecchio.