31.10.12

Oltre le colline (Dupa Dealuri, 2012)
di Cristian Mungiu

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Se c'è un film che quest'anno può convincere anche il pubblico meno incline nei riguardi del cinema compassato e austero (quello più di nicchia o da festival) è Oltre le colline. Senza per nulla girare dalle parti del suo successo maggiore 4 Mesi, 3 Settimane, 2 giorni, Mungiu gira 152 minuti prendendo ispirazione da due storie di ortodossia cristiana e violenza fuse in una sola, organizzata come un ottovolante, non tanto per la rapidità ma per il meccanismo di lenta salita nella prima parte funzionale ad una rapidissima discesa terrificante nella seconda. Non a caso la sceneggiatura è stata premiata a Cannes, al pari delle due attrici protagoniste.

In una chiesa da poco formata un prete regola la vita di una congrega di monache timorose e facili allo spavento, nella cui comunità piomba un'altra donna, laica, ex amante (ma ancora innamoratissima) di una di loro, bisognosa di aiuto economico e, si scopre presto, non facile da trattare forse anche per questioni patologiche.
Come si conviene al cinema di Mungiu è sempre abbastanza difficile attribuire le colpe o anche solo emettere una sentenza secondo gli standard giurisprudenziali della società occidentale, le colpe sono chiare ma le motivazioni sono investigate ad un livello tale che è impossibile non comprendere che la catena che ha portato agli infausti eventi è stata forse più diabolica degli attori stessi. Eppure in Oltre le colline esiste un contrasto affascinante e commovente tra il candore infinito di un amore che spinge a combattere tutto e prendere le decisioni peggiori e la violenza con la quale è manifestato e represso.

I temi sociali più semplici sono evidenti e facilmente ravvisabili (la convinzione che esiste dietro una scelta religiosa, il limite tra convenzione e fede, la violenza della missione di salvazione del clero, l'ottusità dei dogmi e la paura che il sesso e il diverso suscitano) ma Mungiu sa lavorare negli anfratti, evitando di raccontare di monache lesbiche e concentrandosi invece sulle azioni imprevedibili di chi, in situazioni estreme, lascia prevalere la paura sulla comprensione. Allora quello che davvero unisce questo film a quello precedente e più noto è l'incredibile e inutile (ma realissimo) percorso di purificazione che è costretto a percorrere chi ama senza ragione, senza badare alla propria convenienza, percorso che il regista non ha paura di mostrare come cristologico.
La prigionia, così spesso rappresentata al cinema, quando è guardata dal punto di vista di Mungiu (questa volta inteso in maniera letterale, proprio dai punti in cui si piazza la macchina da presa) diventa altro, una squallida storia di disperazione e incapacità di decidere e una metafora pazzesca (mai mostrata in pieno) di una crocefissione raggiunta senza che nessuno lo volesse o intendesse, ma frutto di carità.

30.10.12

Silent Hill: Revelation 3D (id., 2012)
di Micheal J. Basset

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La mancanza di idee Silent Hill: Revelation 3D la dichiara fin dal titolo, programmaticamente plagiato da mille altri slasher "ispirati a..." fino al padre della categoria cui questo sequel ambisce: Resident Evil.
Se dunque l'obiettivo a lungo termine è diventare un franchise longevo e solido, anche a dispetto di valori produttivi non eccezionali, quello a breve si piega più su film precedente, da cui è rubata a piene mani tutta l'estetica e la scansione narrativa.

Certo il modello rimane sempre la serie di videogiochi omonimi, ma come già capitava questa è un referente solo narrativo ed estetico mai di linguaggio. Si usano personaggi, situazioni e ambienti del videogame, mai le soluzioni visive o le idee di racconto.
Eppure il primo Silent Hill, nonostante mille problemi, aveva un'indubbia potenza visiva, e sapeva portare al cinema un'idea di inferno sulla Terra capace di scardinare e squassare, passando per idee note (gli espedienti visivi dei video più disturbanti del Marilyn Manson anni '90) e altre meno, per snodi di trama più o meno chiari ma comunque alla fine efficaci.

Questo Revelation invece rivela ben poco e annoia molto nel suo sforzo di replicare (mutandone i fattori) lo stesso svolgimento del primo film. Come i peggiori slasher movie trasforma gli incubi in serial killer, umanizza il disumano e riporta tutto a schemi narrativi consueti, come quelli Nightmare, Halloween e via dicendo.
Soprattutto non riesce mai a sfiorare quella sensibilità tutta nipponica nel trattare le immagini in modo che parlino da sè, al di là della logica o del funzionamento della trama, per creare un ambiente che comunichi più delle singole scene. L'atmosfera non è spaventosa, l'oscurità non è inquietante e questo tanto più quanto si ripete in continuazione la parola "tenebre". Il villain sono delle non ben determinate "tenebre", concetto vago che non funziona come un ombrello capace di comprendere una complessità di elementi ma più come un'etichetta semplicistica. Tenebre così..... in generale.

29.10.12

Argo (id., 2012)
di Ben Affleck

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Della carriera da regista di Ben Affleck non si poteva che pensare già un gran bene, eppure ora con Argo compie un ulteriore, imprevisto e per certi versi precoce salto in avanti. Senza attendere, godersi i successi o esplorare il noto ma anzi con la foga dell'esploratore voglioso di allargare i propri orizzonti, Affleck va ancora più avanti di Gone Baby Gone e The Town e allo stile minimalista, pacato e magistralmente austero di quei film accoppia una sceneggiatura che richiede un preciso mescolamento dei generi, che richiede di conoscere la commedia, come il cinema di guerra, come il dramma storico e saperli fondere con coerenza e gusto. Ridere, e anche molto, in un film in cui si parla di veri ostaggi presi dall'ambasciata americana in Iran, ridere in un film che rappresenta i veri impiccati nelle piazze di Teheran durante la rivoluzione e poi rappresentare la tensione delle grandi operazioni di fuga e l'impotenza dell'assedio a fianco di quella commedia, senza scontentare nessuno, senza che un registro rovini l'altro.

Argo è un film delicato, equilibrato e magistralmente organizzato, talmente pieno di artifici di retorica filmica da essere tutti invisibili, indistinguibili nel fiume del racconto tenuto saldamente in mano da Ben Affleck. La storia vera che sembra falsa di un agente della CIA che per esfiltrare degli americani dal paese più pericoloso e antiamericano del momento si finge produttore di un assurdo film di fantascienza da girarsi proprio in Iran, rivela la sua struttura filmica solo nelle forzature di suspense degli ultimi minuti (comunque riusciti in pieno).
Ma non basta. Oltre all'impianto commerciale, quello che bada alla godibilità da parte di qualsiasi tipo di pubblico di una storia che abbia risvolti sufficientemente onesti e interessanti, Affleck non dimentica di ritagliarsi dei minuscoli spazi per sè, per le sue idee e per una visione più ampia del singolo fatto storico. Spazi minuscoli che, con i poteri che gli derivano dal doppio ruolo di regista e attore, si allargano nella testa dello spettatore fino a diventare la chiave di lettura del film.

Quale che sia il registro, la situazione o il luogo il suo Tony Mendez abita ogni scena con una tristezza e un'apatia infinite, protagonista quasi incosciente della storia nel suo farsi, disperato uomo solo chiamato ad un'impresa che potrebbe essere suicida e che (suggerisce l'Affleck regista) è resa necessaria da un atteggiamento che l'America non cesserà di tenere dopo la crisi degli ostaggi in Iran.
Minuscoli richiami all'Iraq, una frontiera nel finale e ancora l'atteggiamento delle istituzioni e il modo in cui il regista spaesato quanto i protagonisti guarda i locali, come se non capisse nulla di loro mai, sono la cifra di un film che tiene la schiena dritta come pochi altri se ne sono visti, che ha il coraggio delle proprie ma non l'arroganza di urlarle. Perchè Affleck regista sa quel che Affleck attore applica, che alle volte basta un'espressione minuscola, una piccola variazione al momento giusto per spalancare le porte verso nuovi oceani di senso.
Contro ogni previsione è Ben Affleck il giovane regista più promettente d'America.

27.10.12

Le belve (The savages, 2012)
di Oliver Stone

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Due ragazzi e una ragazza che fumano erba, la coltivano e vogliono venderla in grande stile con tecniche moderne, uno sgherro del cartello delle droghe leggere messicane e la sua padrona, la rejna, potentissima e temutissima e infine un poliziotto che fa il doppio gioco con tutti.
Le Belve è un film di malavita e sogni di libertà, di politica strisciante, centrato sui problemi del confine con il messico e della guerra senza senso alle droghe leggere, tutto girato con un piglio tarantiniano (nei dialoghi e nella visione ironica del mondo malavitoso) senza tuttavia mai veramente avvicinarsi al nume tutelare.

Con una durata eccessivamente lunga che si traduce in scene allungate, ripetizioni, momenti trascurabili e pochi personaggi davvero memorabili (Benicio Del Toro, nella sua classica interpretazione, e Salma Hayek micidiale) Oliver Stone non riesce mai a raggiungere il racconto mitico che vorrebbe, non riesce cioè mai a creare una piccola grande epopea della droga leggera che finisce in guerra.
L'escalation di violenza causata dai problemi di commercio della droga leggera e dall'importanza che questo business ha nella California, dovrebbe essere il centro del film, mentre è il gioco di inganni e sotterfugi in più di un momento a prendersi le luci senza avere lo spessore per meritarselo.

Con una buona dose di noia e di banalità da sogno hippie anacronistico, Stone sembra sbagliare tutto ciò a cui dà importanza e azzeccare quel che trascura. Sono ridicole le motivazioni dei due protagonisti (uno ritornato dalla guerra, l'altro immerso nella controcultura), è senza senso e senza sentimento la loro storia a tre ed all'acqua di rose la critica alla guerra alla droga. Sono invece riusciti i piccoli momenti di gangsterismo affidati a Benicio Del Toro, è precisa la rejna di Salma Hayek e soprattutto è carismatico il poliziotto senza carisma di John Travolta, autentico survivor in un mondo di belve. Ma al regista tutto questo sembra non importare.

26.10.12

I Knew Better - Io e te

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Questa settimana esce Io e te, già visto e recensito tempo fa. Che poi è carino, specie passato qualche mese.

Skyfall (id., 2012)
di Sam Mendes

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Genesi, distruzione e restaurazione. Con Skyfall (il titolo è più importante di quel che sembra, lo si capisce a tre quarti del film) giunge a compimento quel percorso di ridefinizione del personaggio di James Bond a partire dalle sue origini, ovvero si completa la trilogia della formazione del nuovo 007, da ora in poi pronto per la canonizzazione.
Accade con un film, uno dei pochi, diretto da una mano pesante e autoriale e fotografato probabilmente dal più audace, interessante e significativo direttore della fotografia attivo ad Hollywood, Roger Deakins. Il risultato conferma le aspettative per certi versi (l'entrata in scena di Bond, con il taglio di luce sull'occhio è non solo bellissimo ma anche perfetto per spiegare il tono del nuovo agente segreto, non più prima le donne e poi l'azione ma viceversa) e per altre si spinge anche oltre (la scazzottata nel grattacielo di Shanghai cita tutte le sigle di Saul Bass in un tripudio estetico e cinetico meraviglioso) ma non riesce a farsi mito nel senso stretto della parola. Immagini straordinarie che non supportate da una storia a livello, faticano ad entrare nel mito e rimanere memorabili.

Skyfall inizia rimanendo aderente allo stile dei film di 007 dell'era Roger Moore, battute un po' forzate in situazioni obbligatoriamente esotiche e particolari (la fossa con il komodo), ma finisce come nessun film di Bond è mai stato, lontano da qualsiasi regola, canone o struttura del genere in una landa da Cane di Paglia.
Del resto è tipico del cerchio bondiano, quando un nuovo attore comincia il suo ciclo il primo film ne presenta le novità e le caratteristiche esclusive, ponendolo al centro e risparmiando in iperboli di scenari e villain (Casino Royale, Goldeneye...). Una volta che il nuovo Bond è noto e stabilito però cominciano le esagerazioni, così cattivi grotteschi e assurdi inseriti in scenari che devono essere sorprendenti a tutti i costi prendono il proscenio e diventano più memorabili delle gesta dell'agente segreto. 
Così accade anche qua. Javier Bardem, minuzioso nella recitazione, raffinato nei movimenti e nel dare mille nuances al suo villain tradizionale, che come Fleming insegna si contrappone a Bond innanzitutto a partire dalla virilità, ruba la scena con la solita performance ineccepibile, ma il film ne risente.

James Bond e l'MI:6 stavolta sono raccontati come il passato che si contrappone alla modernità, il vecchio modo di proteggere la nazione (Martini, donne, macchine, licenze di uccidere gente in giro e abiti su misura) rispetto alle misure più moderne, informatiche e nettamente meno sul campo. Una contrapposizione che si vede innanzitutto dalla maniera "magica" e "deistica" con la quale è ritratta la tecnologia, ma non solo.
Tutto Skyfall è dominato dai discorsi sulla vecchia guardia e la diffidenza nei riguardi del nuovo, un viaggio all'indietro che inizia formalmente (con lo stile Moore) e finisce contenutisticamente, con un vero viaggio alle origini a bordo della vecchia Aston Martin DB5 (perchè Bond ha una vecchia Aston Martin di cui M non sa nulla che è piena di trucchetti??). Ma il ritorno alle origini è una promessa da marinaio, perchè proprio il finale è la parte meno simile al cinema di 007, meno raffinata e più gretta, meno cosmopolita e più ombelicale, meno british e più americana. Un action movie buono ma poco in linea con le caratteristiche esclusive della saga.

25.10.12

Kubrick, una storia porno

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Nella furia di tutti (uffici stampa, creatori, autori, produttori e infine giornalisti) a trovare il "primo" arrivato in qualsiasi categoria, anche in un settore come quello di internet in cui l'ampiezza del catalogabile è tale da rendere impossibile la scoperta di un vero "primo", è più ragionevole attribuire la primogenitura non tanto in termini temporali quanto di effettivo raggiungimento del risultato.
Ecco perché Kubrick, una storia porno, pur non segnando l'esordio di una produzione televisiva in rete è lo stesso un passo importante, perché per la prima volta si tratta di un esempio virtuoso e da seguire.

Scritto con più di un occhio a Boris (la serie tv) ma con tutti e due i piedi saldamente in rete per quanto riguarda situazioni, personaggi e modalità espressive, la webserie ideata da Ludovico Bessegato e scritta da Carlo Bassetti, Simone Laudiero, Pier Mauro Tamburini e Fabrizio Luisi applica il principio virtuoso di mutare il flusso produttivo per arrivare su un medium diverso.
Kubrick nasce dalla congiunzione di Magnolia (casa di produzione televisiva) e TheJackaL (quelli di Lost in Google), mentalità imprenditoriale televisiva e mezzi di internet. Pensato e realizzato diversamente da un prodotto televisivo, il risultato non somiglia alla tv calata in rete, pur incorporandone tanti artifici retorici (come i personaggi che parlano in camera e a tratti l'atteggiamento da finto documentario), pur non avendone assolutamente la divisione seriale, anzi somigliando per fluidità più ad un unico lungo racconto diviso in parti a posteriori, com'è evidente nel passaggio tra primo e secondo episodio.

Alla ricerca di Nemo 3D (Finding Nemo 3D, 2012)
di Andrew Stanton e Lee Unkrich

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In realtà si tratta solo di un'occasione per parlare di nuovo e per un po' di Alla ricerca di Nemo, che è quasi un dovere. Questa settimana esce di nuovo al cinema in 3D, il che significa più che altro in digitale ad alta risoluzione (colori, risoluzione, dettaglio e precisione) e con un senso degli spazi enfatizzato. Spazi che in questo fantastico road movie oceanico sono tutto. 
Distanze, immensità, profondità, lontananze e anche piccole alcove domestiche fanno la struttura stessa dell'impresa di salvataggio più clamorosa di sempre, tale proprio perchè mette a contatto grandezze e distanze imparagonabili. L'immensamente piccolo (e immensamente disperato) pesce pagliaccio che compie l'assurdo e impossibile proposito di attraversare l'immensamente grande oceano.

Senza stare a prendersi in giro sappiamo bene che l'aggiunta della terza dimensione è una trovata simile alla rimasterizzazione, cioè un espediente per far tornare a fruttare un film già fatto e finito. Tuttavia, proprio come la rimasterizzazione, è anche un'operazione di raffinazione che, nello specifico, riesce a dare grandissimo spessore ad un film che sembrava aspettare solo il 3D.
Non è stato così per i primi due Toy Story, anch'essi portati in 3D ma senza nessun guadagno o modifica sostanziale. Nemo invece ricorda la stereoscopia funzionale di Prometheus, perchè crea un vero e proprio ambiente, vasto e misterioso nella sua inconcepibile e disarmante grandezza, trovando nell'asse Z della profondità un'arma in più per rendere l'abbandono e la solitudine del pesce Marlin, che come un hobbit anela la quiete domestica e invece si trova sperduto in mezzo ad un'immensità che non sa nemmeno come affrontare ma dalla quale non intende lasciarsi scoraggiare.

Ha aiutato moltissimo sicuramente il plancton in primo, piano dettaglio da sempre presente nel film (sconosciuto a tutto il resto del cinema animato subacqueo, La sirenetta in primis), usato con funzione espressiva e romantica. Un elemento addensante che rende l'acqua materia tangibile e non solo invisibile filtro, e che ora con il 3D aiuta a rendere la profondità assieme alle diverse rocce, pesci e via dicendo.
Rimangono un po' antiquate alcune scene ambientate in superficie (su tutte il motoscafo che corre) ma sono dettagli ridicoli in confronto all'esperienza di ripercorrere il viaggio mitologico di Marlin, diventato leggenda per quella porzione di oceano mentre ancora era in atto, e l'indomita sete di libertà di Gill, sfregiato carcerato d'acquario che mille tentativi di fuga falliti non hanno scoraggiato e con un nuovo piano d'evasione sempre in testa. Il suo sguardo soddisfatto, finalmente felice e baciato dal sole, tutto rivolto verso l'orizzonte fuoricampo dall'interno del sacchetto di plastica galleggiante nel finale del film vale ancora il prezzo del biglietto, come lo valgono ancora l'abbraccio nella folla tra Nemo e il padre (geniale per come ricorda quello di Viaggio in Italia di Roberto Rossellini) e la clamorosa e disarmante solitudine confessata da Dori nel sottofinale, in un'impennata di serietà e ambizione di un minuto e 30 secondi che continua ad impressionare.
Semplicemente il più grande salvataggio di sempre.

Un dettaglio non riportato da alcuna scheda in rete. Il film, originariamente diretto (oltre che concepito e scritto) da Andrew Stanton, con l'aiuto di Lee Unkrich, ora nella versione 3D, stando ai titoli di coda, risulta diretto unicamente da Lee Unkrich.

24.10.12

Viva l'Italia (2012)
di Massimiliano Bruno

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Nessuno mi può giudicare era un film indubbiamente riuscito, una commedia semplice e senza fronzoli, dotata però di una struttura solida, una messa in scena scorrevole e di un'ottima amalgama nel cast (come nei casi migliori composto da cavalli di razza sia in prima che in seconda fila, al pari di alcuni impagabili volti esterni al mondo del cinema). Già in quel film però esisteva una componente più facile e banale, buona per accattivarsi simpatie a poco prezzo, quella dell'attacco alla politica e ai politici, arraffoni e arroganti, cancro della società, soffocatori dell'intraprendenza dei singoli ecc. ecc. Un dettaglio lasciato in secondo piano che si è allargato fino a diventare film a sè in Viva l'Italia.

La costituzione italiana, il talento (sempre florido!) dei più umili, l'animo gretto dei potenti come in libro Harmony, il disinteresse dei politici e ancora le ingiustizie dei pregiudizi e i sogni schiacciati da una realtà ingiusta. Non si tratta di idee che il film vuole veicolare a margine della storia ma dell'ossatura stessa di una gigantesca invettiva fatta lungometraggio da Massimiliano Bruno, non risparmiando in retorica dispendiosa e un po' ridicola (la grande scena di guerriglia tra polizia e manifestanti sulle scale di Valle Giulia, tutta al ralenti, nella quale si vede nettamente come manganelli e bastoni siano di gomma).
Bazzicando i toni dell'amaro e professando una morale di ferro, Viva l'Italia vuole comunque essere una commedia ma il risultato non è divertente e il mancato divertimento uccide i già moribondi intenti.

In casi come questi il gesto più eversivo è proprio la commedia, la risata e la conseguente messa in ridicolo di uomini e situazioni. L'iperbole o il capovolgimento, capaci di stimolare pensiero divergente o attaccare più di quanto parole serie non potrebbero, se azzeccate possono salvare anche le cadute di stile più sconfortanti. Ecco perchè il già terribile concept di Viva l'Italia è reso agghiacciante dalla mancanza di vera commedia. Così sconfortante che verso la fine, vista anche la presenza di Ambra Angiolini e di Sabaudia, sembra di assistere ad Immaturi 3.
E' impossibile sapere se un ritmo più rapido e delle trovate più divertenti avrebbero salvato un film che ad ogni modo è animato dai medesimi attori di seconda fila del film precedente (ci sono praticamente tutti) e qualche nuovo innesto tra i protagonisti come il Maurizio Mattioli nella parte di un infermiere che ricorda il suo ruolo nel cult indimenticabile In barca a vela contromano. Di certo così com'è si tratta di una delle commedie più meste, ideologiche e futili dell'anno. Arrogante nelle sue pretese intellettuali, consolatoria negli esiti, che con ogni fotogramma tranquillizza dicendo: "Non temete, siete i migliori, è che il mondo non vi capisce. E gli altri, sono tutti dei raccomandati, ecco perchè non ce la fate ad emergere".

23.10.12

I Knew Better - Amour

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Esce questa settimana in sala Amour di Michael Haneke, Palma d'Oro a Cannes, trionfo di lagrime e terza età, già recensito qui.

19.10.12

The Wedding Party - Matrimonio a sorpresa (Bachelorette, 2012)
di Lesley Headland

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Matrimonio a sorpresa non vuol dire niente. Niente. Non ci sono sorprese, di nessun tipo, il matrimonio in questione è annunciato da tempo e il film si svolge tutto la sera prima della cerimonia. Per inciso non c'è nemmeno un party matrimoniale, non si fa festa, anzi si cerca di porre rimedio ad un errore clamoroso.
Fatta piazza pulita dai fraintendimenti si può subito dire che il primo film di Lesley Headland (diretto e anche scritto) è una delle commedie femminili più divertenti e interessanti che si siano viste da anni a questa parte, che solo fintamente si inserisce nel solco del cinema matrimoniale, e che con quel tipo di umorismo all'acqua di rose e buonismo romantico non ha nulla in comune.

Le quattro amiche protagoniste non sono molto amiche e il fatto che l'unica tra di loro ad essere bruttina e cicciotta sia la prima a sposarsi manda in paranoia le altre 3, stimolando il loro lato peggiore. C'è cocaina sesso e tutta la disperazione del mondo nel film, ma nemmeno un momento "matrimoniale", la cerimonia per eccellenza è solo l'espediente di confronto con se stessi per antonomasia, e la dinamica da "tutto in una notte" è buona per lasciar emergere il peggio da ognuno invece che il meglio, come solitamente capita.
Eppure la bravura di Lesley Headland sta tutta nel non affondare sotto le premesse delle proprie idee. The Wedding Party non è nemmeno una commedia in cui personaggi irrealmente malvagi si fanno angherie a vicenda, quanto un ritratto di come gli istinti peggiori e le pulsioni più elementari lottino dentro ognuno, spingendo verso la soddisfazione dei desideri più elementari.

Non sono ricche e piene di stile, non sono poverelle e acculturate, non sono indie e alternative, non sono appartengono nemmeno a quella tipologia alto borghese tradizionale inesistente che è la dominante al cinema. Le 3 amiche protagoniste sono donne dentro ogni media che si drogano, bevono e non hanno nulla per cui vivere.
Per questo tra la capetta Kirsten Dunst e la straordinaria oca cocainanomane di Isla Fisher è a sorpresa la ninfomane ragazzina di Lizzy Caplan il personaggio con maggiore dignità grazie ad un carattere speculare a quello indagato dal cinema al maschile degli ultimi anni, e una disperazione priva degli eccessi iperbolici delle altre due.

18.10.12

Freaks 2

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Un anno fa davano il via alla produzione dal basso di webserie in Italia con quello che ad oggi rimane il progetto più strutturato che sia mai stato realizzato in materia, adesso con la seconda stagione di Freaks sono i primi tra gli autori di webserie più in vista a passare in televisione, lasciando al Web il beneficio della contemporanea.

Dallo scorso martedì 16 Ottobre, e per altri 11 martedì alle 23.30, Deejay TV manda in onda un episodio di Freaks da circa 25 minuti. In contemporanea su freakstheseries.com è possibile vedere la puntata attraverso il player dello streaming di Deejay TV, cioè praticamente guardarla sul canale televisivo attraverso internet. Solo il giorno dopo (intorno alle 15) l'episodio è postato sul canale YouTube. Freaks 2 è dunque una webserie che adatta se stessa (in primis con la durata) alla televisione e che mantiene un piede in Rete per gentile concessione di quest'ultima.

Del resto molto è cambiato da Freaks 1 ma non la serie in sè, che come si è visto dal primo episodio mantiene standard qualitativi, tono e scrittura che l'hanno caratterizzata (si allargano solo location e cast). Eppure per la seconda stagione il team creativo formato da Matteo canesecco Bruno, Claudio NonApriteQuestoTubo Di Biagio, Giampaolo About Wayne Speziale e Guglielmo Willwoosh Scilla ha lavorato con molto più metodo e organizzazione, a partire da una rigida divisione dei ruoli, come riportano i titoli di coda.

C'era una volta in America (1984)
di Sergio Leone

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Restaurato dalla cineteca nazionale, integrato con 20 minuti in più di scene perdute e poi ritrovate (ma solo in positivo, senza il corrispettivo negativo, e la differenza qualitativa è forte) C'era una volta in America torna al cinema nella durata fiume di 4 ore e 20 che mantengono intatte sia la forza dell'inizio che la stanchezza della fine.
Il film c'è, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, le scene in più non modificano nulla ma rafforzano l'esistente, ovvero la sensazione di grande epica che gli inizi, con la presentazione dei personaggi e la prefigurazione del loro futuro inscritta nel proprio destino, e il senso di incompiutezza e sbrigativa chiusura del finale, in cui si tirano le fila con un meccanismo che rimane ancor oggi (e forse ancora di più) eccessivamente meccanico e un po' fuori dal tempo.

Eppure non è mai stato quello il punto di C'era una volta in America, quanto narrare il novecento americano attraverso la realizzazione di diversi sogni di successo appartenenti a diversi personaggi e come questi passino per la storia dell'illegalità e della corruzione (dal proibizionismo, alla mafia generica, fino alla politica), mettendo in scena inganni e sotterfugi tipici del cinema di Leone. Quella di C'era una volta in America è la storia di una lenta corruzione di un gruppo di bambini nel loro crescere e per esteso di una nazione moderna nel suo formarsi, poichè essi ne diventeranno la classe dirigente.
I totali dei vicoli e i dettagli dei cimiteri,  i ponti di sfondo e l'irrisolvibile amicizia virile (che mai più di oggi ritorna attuale con il bromance a fare da filo conduttore della commedia americana), dettano una grammatica della messa in scena epica che ha fatto scuola più ad Hollywood che in Italia.
La tensione omoerotica, la misoginia di fondo e l'assoluta esaltazione dell'essere uomo, giovane, forte e sano in un paese che è giovane, forte, sano e irrimediabilmente maschio nelle sue tensioni primordiali, trasporta il West nella modernità, la poetica dei grandi spazi senza legge in quella delle grandi città in cui la legge non è tale. Basta vedere il poster, con quell'immagine simbolo di vicoli e il ponte di sfondo per capire che gli spazi del Western non si fermano in Almeria.

Grande, grosso e denso C'era una volta in America scorre rapidissimo nel suo incedere pacato per i 260 minuti di questa riedizione. Con l'aggiunta di un dialogo al cimitero (poco significativo), della ripetizione dello scherzo del finto affogamento (stavolta da parte di Noodles a Max), un dialogo che accenna al nazismo, l'avventura con la prostituta dopo lo stupro di Deborah e un dialogo finale tra Max e Mani Pulite (in cui si comprende con più forza come i suoi giorni siano contati e il sistema sia corrotto), il film puntella se stesso per sorreggersi ancora meglio, ne guadagna in struttura e solidità ma non sana i suoi punti deboli.
Le musiche di Morricone rimangono esagerate, eccessive, rintronanti e troppo protagoniste a scapito del racconto e una certa fatica nel far corrispondere a flashback in cui gli eventi e i personaggi mangiano la vita, un presente narrativo di egual potenza emotiva e interesse, sono tuttora i difetti di un film che comunque divora la sua lunghezza al pari delle sue pecche anche grazie ad un'audacità progettuale impressionante.

17.10.12

Il comandante e la cicogna (2012)
di Silvio Soldini

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L'intento era quello di fare una favola e, come per tutti i film dal tono favolistico, realizzare un ritratto del paese utilizzando il disincanto infantile e bonario, un po' come l'affresco che la pittrice squattrinata e poco opportunista di Alba Rohrwacher realizza per l'avvocato spietato, trafficone e, lui sì, opportunista di Zingaretti: dentro c'è stato messo tutto a forza e l'insieme, altamente disomogeneo, non brilla nemmeno per stile.
Soldini sceglie di andare lontanissimo sia dai film che gli hanno regalato la notorietà, sia dall'ultimo esperimento più melodrammatico e molto riuscito di Cosa voglio di più, per girare una storia dai molti personaggi, con statue che parlano e considerazioni di ordine generale sulla razza italiana di sempre e di adesso. Inutile nascondersi, non è proprio il massimo fin dalle premesse.

Ma se lo spunto promette male il film, forse, è anche peggiore. Perchè quasi il favolismo fosse un alibi in Il comandante e al cicogna non si trova nulla di quel che caratterizza il miglior Soldini, non ci sono i dialoghi fulminanti, non c'è la capacità di indagare personaggi e nemmeno quell'abilità tutta sua di girare apparentemente a vuoto e rendere così il senso di una storia, un mondo o anche solo di un uomo.
Paradossalmente sembra osare di più del solito facendo di meno. Meno in termini di sofisticazione, meno in termini di raffinatezza espositiva e meno anche in cura della messa in scena (la sequenza della corsa furiosa in bici è un gioiello di pessima computer grafica unita a pessimo spunto creativo).

Il regista di Giorni e Nuvole o Pane e Tulipani è irriconoscibile in questo pasticcio noiosissimo e terribilmente contenutista, che attacca tutti e quindi nessuno, che spennella un'italietta in cui si salva solo il passato e si depreca il presente, in cui si accarezzano i numi tutelari e nessun uomo comune.
Cosa sarebbe stato di questo film senza il Mastandrea mascherato da Germi (e con la parlata di Mario Magnotta) o senza il Battiston barbuto anarchico ma acculturato linguista, è materia per documentari d'orrore.

16.10.12

Gladiatori di Roma (2012)
di Iginio Straffi

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C'era molta curiosità intorno all'esordio in un lungometraggio in computer grafica (non a tema WinX) da parte della Rainbow, lo studio d'animazione italiano che con la serie televisiva delle fatine scosciate si è guadagnata notorietà internazionale e ottimi profitti (anche grazie ad una spregiudicata gestione all'americana del merchandise).
Gladiatori di Roma ha un soggetto scritto da Michael J. Wilson (che al suo attivo ha il primo film di L'Era Glaciale), una sceneggiatura di Iginio Straffi e la regia dello stesso Straffi, che poi delle WinX è creatore è di Rainbow è numero uno indiscusso. Un prodotto sostanzialmente italiano, con collaborazioni internazionali e pensato per l'esportazione (ad esempio il labiale è realizzato per la lingua inglese e il doppiaggio italiano ha dovuto adattarsi).

Il risultato però è poco convincente sia dal punto di vista dell'animazione (lontana dagli standard cui siamo abituati nonostante l'uso di motori grafici di livello) che di approccio.
Delle molte possibili scuole di pensiero riguardo l'animazione digitale Rainbow CGI sembra essersi assestata dalle parti della Dreamworks, ovvero cartoni che puntino molto sulla comicità e che siano infarciti di citazioni pop e musica rock. Su un canovaccio classico (l'eroe diventerà tale dopo un addestramento che gli insegnerà anche i veri valori) Gladiatori di Roma organizza una storia per bambini in cui le occasionali strizzate d'occhio agli adulti purtroppo non colmano il gap d'età. Nonostante tutto il film è e rimane un prodotto per l'infanzia. E in questo sta forse la sua peculiarietà maggiore.

Come già accade per le WinX anche questo lungometraggio è caratterizzato da un character design spregiudicato, in cui i personaggi, principalmente quelli femminili, sono modellati come pin-up, con forme e corpi più simili al fumetto americano che all'animazione tradizionale. Non a caso l'ispirazione per la figura di Diana è Angelina Jolie, e si vede decisamente.
Eppure, nonostante una trama apparentemente d'azione (un ragazzo che non è fatto per diventare gladiatore imparerà a suo modo a battersi per conquistare la ragazza di cui è innamorato da sempre), Gladiatori di Roma non è un film indirizzato principalmente ai bambini quanto alle bambine.
La trama, ruotante intorno alla soddisfazione d'un desiderio di romanticismo, è modellata in modo che le due figure femminili di riferimento siano i due possibili modelli d'identificazione e quella maschile lo sia molto meno, poichè, benchè protagonista, subisce le situazioni invece di dominarle. 
Dunque nemmeno l'animazione centrata sulle figure femminili di Straffi è caratterizzata in tal modo per attirare pubblico maschile, quanto per proporre modelli d'identificazione alle bambine che siano diversi e alternativi (nella forma, non nei contenuti) a quelli tradizionali. Un po' più audaci e simili a quelli che la società propone alle loro sorelle più grandi. E forse, se si cercasse il segreto del successo di questi prodotti, si dovrebbe prendere questo in considerazione.

15.10.12

Total Recall (id., 2012)
di Len Wiseman

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Già Atto di forza (ammettiamolo, era un titolo davvero azzeccato per l'avventura tutta forza e corpo di Schwarzenegger) partiva dai presupposti del racconto di Dick "Ricordiamo per voi" per poi andare a parare dove interessava a Paul Verhoeven (mutanti, Marte, alieni, carne che si apre in due, teste che esplodono), figuriamoci il remake di Len Wiseman!
Il Total Recall del 2012 parte dai medesimi assunti di Atto di forza e per il primo tempo ne replica la storia, ricalcando anche alcune scene famose (il metal detector, la donna con tre tette) e mettendo sostanzialmente in scena la propria inadeguatezza, sebbene incastri la storia in un altro scenario. Non il mondo metallico e gretto di Verhoeven, ma uno fatto di esterni alla Blade Runner (pioggia, costruzioni aggressive e macchine volanti) uniti ad interni da Minority Report (design, minimalismo e molto bianco), costruendo un mondo poco coerente e tanto meno coinvolgente, quanto più se ne riconoscono i modelli troppo esplicitamente. Ma fosse quello il problema!

Le corse di Colin Farrell, braccato dalla polizia e da quella che credeva essere sua moglie, ricordano più Jason Bourne che altro, un uomo che, nel tentativo di farsi impiantare dei ricordi scopre che proprio quelli che crede essere i veri ricordi sono quelli impiantati, in corto circuito nel quale (e qui siamo più vicini a Philip Dick di quanto non volesse Verhoeven) alla fine si gira intorno all'impossibilità di capire cosa sia reale e cosa indotto.
A Wiseman tutto questo sostanzialmente non interessa quanto il fascino dell'inganno (neanche fosse John Woo) e il dinamismo esasperato. Tuttavia non è così abile da girare un film cinetico al punto da vincere su una trama senza spine.

Ma il punto più fastidioso è che non si tratta di fantascienza, quanto di azione nel futuro. Total Recall è fantascienza quanto Underworld è orrore. Del genere ricalca stili e immagini tipiche senza mai centrarne il punto o il mood. Le macchine volanti sono solo un elemento di uno scenario in cui accade ciò che capita in tutti gli altri action generici.
Il risultato è un film che non annoia ma nemmeno appassiona, che sfiora vagamente il tema dell'incertezza identitaria in un mondo in cui la tecnologia può influire sulla mente umana e che sottomette l'azione alla visione di futuro, quando semmai la prima dovrebbe essere un corollario utile a movimentare la trama che racconta la seconda.

ParaNorman (id., 2012)
di Chris Butler e Sam Fell

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ParaNorman è cinema per ragazzi della miglior specie.
Tutto parte da lontano, da Henry Selick (Nightmare before Christmas, La sposa cadavere e l'immenso Coraline), il maestro di Chris Butler, l'autore e regista (assieme al più esperto mestierante Sam Fell) di questo film sull'infanzia girato come se fosse in live action. E invece è animato.
Perchè ParaNorman, nonostante vanti una fattura d'eccezione, non somiglia per niente ad un cartone animato, nemmeno ad uno in stop motion. Non ne ha i topoi, la scansione narrativa o la struttura. Come già Fantastic Mr. Fox prima di lui (e ancora prima Rango, che un giorno ricorderemo come un vero precursore), si inserisce nel solco di una serie di lungometraggi animati che stanno operando quel passo che, fisiologicamente, nè la Pixar, la Dreamworks o qualsiasi altro studio d'animazione, potevano fare: trasformare l'animazione in una tecnica e non un genere e realizzare attraverso essa film la cui sceneggiatura poteva benissimo essere realizzata in live action.

Il Norman di ParaNorman è il classico outsider, nerd dell'orrore che guarda filmacci di serie B all'italiana con la nonna. Solo che la nonna è morta, lui è l'unico a poterla vedere, come del resto è l'unico a poter vedere e parlare con tutti gli altri fantasmi in giro per la città. Questa peculiarità abbastanza invadente di certo non lo aiuta nella già difficile vita sociale a scuola, specie quando le visioni cominciano a farsi più insistenti e totalizzanti.
La famiglia nemmeno lo capisce, tranne uno zio matto e barbone da tutti schifato. Anche lui vede i fantasmi e per anni ha difeso la cittadina in cui vivono da una vecchia strega che proprio lì fu bruciata viva e che ogni anno tenta di tornare. Lo zio muore e ora tocca a Norman.
L'avventura è chiara, i villain anche (la varia e orrenda umanità del villaggio armata di forconi e torce), i compagni, come in ogni film per ragazzi che si rispetti, sono amici, nemici e qualcuno di un po' più grande (geniale la risoluzione del romance tra la sorella di Norman e l'atleta) e l'orrore è vero. ParaNorman, sempre rimando cinema per ragazzi, non intende cedere sul piano della paura e si regala alcune sequenze o tormenti degni del genere.

Come in Selick il mondo dei normali è orrendo e aberrante mentre quello dei mostri si rivela divertente ragionevole e pieno di empatia. Ma, più avanti ancora di Selick, Butler si dimostra audace anche nel cercare di fondere diverse mitologie dell'orrore. Partendo dai classici zombie da B movie (inquadrature sghembe e colori psichedelici da Bava) lentamente slitta verso le bambine possedute dei j-horror (stilizzazione e forza spaventosa dell'immagine) mentre condisce tutto con un immaginario iconico anni '50.
Ma siccome è un vero horror comico, si ride moltissimo in ParaNorman e ogni risata svela una contraddizione, mette in ridicolo una figura di potere o aiuta a sovvertire l'ordine naturale delle cose (al cinema) per riportarlo più vicino all'ordine naturale delle cose (nella vita).