30.11.12

La famiglia perfetta (2012)
di Paolo Genovese

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Ma chi me lo doveva dire a me che sarei uscito soddisfatto da un film di Paolo Genovese... La novità più evidente di La famiglia perfetta è come prenda le distanze dal cinema italiano tradizionale, cosa tanto più sorprendente quanto più si tiene conto che è un film pienamente natalizio.
Riscritto sul modello di Familia, film spagnolo del 1996 di Fernando León de Aranoa, la nuova commedia di Paolo Genovese vola lontanissimo da Immaturi e adatta ben poco allo scenario italiano lo script originale, concentrandosi sui punti intorno ai quali un remake deve lavorare: ritmo, recitazione e casting. In questo il risultato è quasi perfetto.

La storia è quella di un uomo ricco e solo che per Natale (in originale era per il suo compleanno) riunisce una compagnia scalcinata di attori, gli unici disposti a lavorare la notte della vigilia, offrendogli moltissimi soldi per interpretare una sua ipotetica famiglia. Agli attori è assegnato un ruolo e un copione di massima, con le scene e la scansione dei diversi momenti delle 24 ore che passeranno insieme, che carattere hanno, che trascorsi e soprattutto che tipo è lui.
La scena dev'essere tutta perfetta e il patriarca/mecenate gestisce tutto con pugno di ferro e la continua minaccia di non pagare se qualcosa va storto o se qualcuno esce fuori parte.

L'umorismo è molto molto forte, gestito con l'abilità magistrale che ormai non stupisce più di Marco Giallini, capocomico della compagnia e capocomico anche nel film (è lui che detta i tempi nelle scene determinanti, lui che fa la spalla quando serve o porta le battute determinanti), e più che i toni tipici dell'umorismo italiano (esaltazione del piccolo e povero di fronte al grosso e professionale) ha il cinismo gretto, materialista e nero di quello spagnolo, in cui i personaggi fanno qualsiasi cosa per denaro e sono pronti anche a negare comicamente se stessi.
Eppure la parte più interessante di questo film di Natale è come si proponga di mettere in scena la famiglia perfetta e invece non riesca a non mostrare lo schifo di questa perfezione, i conflitti sotterranei che si creano tra attori (molti dei quali sono uniti nella vita) ricalcano quelli tra familiari e il contrasto tra finzione e realtà più volte crea cortocircuiti interessanti e divertenti.
La famiglia creata per essere come quella delle pubblicità (con alcuni stereotipi e luoghi comuni esilaranti) in sole 24 ore si sfalda per diventare infernale e colma di tradimenti come quelle vere. E alla fine, nonostante l'inevitabile finale conciliante non ci si sente per nulla conciliati.

29.11.12

Twilight, ora che l'abbiamo visto tutto

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Fin da prima della sua prima apparizione la trasposizione di Twilight da romanzi di successo a film (di sicuro successo) è stata etichettata come la degenerazione del mito del vampiro, il brutto per antonomasia e il simbolo dell’infantilismo al cinema.

In realtà quello che il primo film di Catherine Hardwicke aveva mostrato nel 2008 era un teen movie spinto sul romanticismo che sapeva fare ottimo uso del materiale letterario sul grande schermo. La scuola, i desideri, i non detti e non fatti che lasciano intuire un mondo sentimentale da non esprimere a parole e poi le musiche e l’estetica emo suggerita senza esagerare dai colori poco saturi e da una tavolozza virata sul livido, tutto sembrava puntare su un aggiornamento fatto con gusto delle dinamiche e idee che sono state espresse a intervalli regolari da ogni generazione di film adolescenziali. Poi la degenerazione.

Cinque film in cinque anni con una regolarità impressionante, appuntamento fisso dell’autunno dal 2008 a oggi. Delle molte saghe cinematografiche che abbiamo visto e stiamo vedendo in questi anni, quella di Twilight più di tutte si è avvicinata al modello della serialità televisiva, il cui successo è stato uno degli elementi che hanno spronato la produzione cinematografica a moltiplicare i film di successo al di là di quanto fatto negli anni precedenti.

Serie e miniserie per il cinema, quelle da un numero di episodi determinato (come i Batman di Christopher Nolan) e quelle dal numero allungabile a seconda del successo, fino a quelle più o meno procedural, autoconclusive e legate al medesimo filone ma blandamene unite da una trama sottile (Final Destination, Saw), tra tutte queste Twilight è stata la più regolare nelle uscite, legata ad un appuntamento annuale, a un cast quasi immutabile (pochissimi i nuovi innesti nel corso dei 5 film) e per questo davvero somigliante al format televisivo cui aspira e di cui si dichiara erede nel lungo carrello di ritratti sui titoli di coda di Breaking Dawn Parte 2: la soap opera.

28.11.12

Di nuovo in gioco (Trouble with the curve, 2012)
di Robert Lorenz

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Il nuovo film con Clint Eastwood non è un film di Clint Eastwood, nonostante la cartellonistica e la pubblicità cerchino di andare a parare da quelle parti. Si tratta di un film di resistenza, cinema sportivo in cui i veri valori si contrappongono in maniera stanca ma strenua alle insidie della modernità (che tutto corrompe) e ridanno salute e felicità anche a chi li aveva abbandonati. Un padre vecchio scout di baseball e una figlia moderna avvocatessa, tutta carriera e vegetarianesimo (che l'essere vegetariani sia trattato come una degenerazione moderna del vivere frenetico ha del geniale), sono costretti a stare insieme per alcuni giorni dal peggiorare della vista di lui proprio quando c'è un talento importante da visionare. La figlia raggiunge il padre in missione per evitare che faccia disastri e perda il lavoro.

Benchè Clint faccia il Clint della situazione, il regista Robert Lorenz non ci pensa nemmeno e Di nuovo in gioco non vuole avere niente del cinema eastwoodiano: nè l'austera serietà, nè il rigore minimalista, nè il rifiuto dei ruoli canonici. Qui anzi tutto è canonico, la storia è una parabola di riconquista della "vecchia scuola", e allora perchè non deve esserlo anche il modo in cui il film è girato?
Se si volesse trovare un'opposizione logica perfetta a questo film sarebbe L'arte di vincere che, (sempre usando il baseball come pretesto narrativo) racconta una vicenda diametralmente opposta, in cui il nuovo fatica ad affermarsi, bloccato dalla melma del vecchio dimostrando che non per forza ciò che è noto è migliore. Ma qui non siamo dalle parti di Sorkin, qui i vegetariani si convertono agli hot dog dopo due belle partite di baseball regionali e una di biliardo in un locale malfamato.

La pecca più grande del film è infatti la maniera spiccia e diretta con la quale parla solo al proprio uditorio senza curarsi di organizzare un racconto sottile che possa portare nelle sue corde anche il pubblico distante da quella visione di mondo.
La rude sbrigatività di Clint Eastwood ti convincerebbe di qualsiasi cosa ma Di nuovo in gioco sembra utilizzarla nella maniera più bidimensionale possibile (là dove una dimensione è la ruvidità e l'altra è la dolcezza che questa nasconde), una parete su cui far rimbalzare sia Amy Adams che Justin Timberlake fino a che i rimbalzi non li facciano incontrare. 
Vi devo davvero dire se poi alla fine l'arrogante rookie che pare a tutti imbattibile tranne che al vecchio Cint (che non vedendo più lo capisce dal rumore della mazza sulla palla) sia davvero un campione o si riveli un bidone? Lo dice anche il titolo originale......

27.11.12

End of watch (id., 2012)
di David Ayer

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Fissatissimo con le storie di poliziotti di Los Angeles, capace di indagarne azioni, volontà, vita privata e confini della violenza, David Ayer voleva girare un found footage movie, categoria di film che solitamente è applicata al genere horror, anche se già Chronicle e (parzialmente) Project X hanno rotto la regola, e invece è finito a girare un ibrido di stili e tecniche diverse.
I protagonisti sono due poliziotti, ripresi dalle camere di servizio (quelle sul cruscotto dell'auto) e dalla videocamera digitale di uno dei due, di servizio a Los Angeles in diversi quartieri, sempre in periferia, sempre in contesti duri. Il film ne racconta la scalata, i successi, le operazioni rischiose ma finite bene al pari della vita privata con figli, matrimoni ecc. ecc. Fino a che non comincia anche a raccontare l'altro lato, cioè l'organizzazione dei criminali per far fuori questi due poliziotti sempre al centro dell'attenzione.

Passando dal suddetto materiale "found footage", a moltissime riprese in soggettiva, fino a normali riprese con macchina a mano, End of watch usa il digitale per cercare l'impressione di realtà, cioè una versione di film più aderente al "probabile". Per certi versi ci riesce, non fosse che la trama spinge molto più del solito sull'agiografico, il patriottico e il manicheo.
Poliziotti buoni, criminali cattivi. Questa volta David Ayer non cerca certo i doppi giochi del noir e nemmeno il rigore secco del poliziesco dalla sceneggiatura precisa, quanto una specie di andamento semidocumentaristico, in cui le operazioni di polizia si susseguono una dopo l'altra, inframezzate da piccoli momenti di intimità domestica che hanno l'esplicito obiettivo di creare affezione verso i personaggi.

Il risultato ha certamente un impatto minore rispetto a La notte non aspetta ma anche rispetto a Harsh Times, tuttavia sa trovare in alcuni momenti (l'incendio della casa o i molti ritrovamenti a sorpresa) un istinto viscerale di cinema violento, nel quale il linguaggio solito è violentato oltre i consueti confini, in cui non ci si cura troppo della comprensibilità dell'immagine o del montaggio rigoroso per andare a dare un'impressione di realtà che passa inevitabilmente per l'imitazione dell'amatoriale.
E' un esperimento molto strano e per certi versi forse nemmeno riuscito ma End of watch, al netto del suo buonismo e della sua trama, è innegabile che cerchi di fare il solito racconto battendo altre strade. 

26.11.12

Un mostro a Parigi (Un monstre a Paris, 2011)
di Bibo Bergeron

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Se si dovesse trovare uno e un solo senso a questo cartone francese è il dimostrare come loro siano in grado di fare animazione seria e il resto d'Europa no. 
Un mostro a Parigi non è nulla di eccezionale, una favola che assembla tante cose già viste e raccontate, La Bella e la Bestia che incontra il Fantasma dell'Opera e finisce come King Kong, eppure il passo, i toni, l'uso del proprio universo nazionale di riferimento come arma d'esportazione (non come i nostri Gladiatori di Roma) e soprattutto l'animazione in sè, sono di primo livello.

Due corrieri nel consegnare un pacco in un laboratorio involontariamente versano due composti su una pulce. Uno la ingrandisce fino a poco più delle dimensioni di un uomo e l'altro gli dona una voce suadente e armoniosa. La pulce gigante è un mostro ma chiaramente ha il cuore d'oro, questo non gli impedirà di essere cacciata dalla polizia.
C'è anche un momento cinefilia spicciola all'inizio, quando le immagini riprese dalle prime forme di macchine da presa (utilizzate da uno dei protagonisti) si confondono con il racconto o quando la scoperta dell'esistenza del mostro avviene grazie allo studio fotogramma per fotogramma delle immagini impresse su pellicola, come fosse un Blow Up.

Bibo Bergeron del resto viene dal lavoro per gli studios americani e dalla direzione di Shark Tale (si, non propriamente il massimo ma il livello è comunque la serie A), e il team della Europa Corp. ha già portato in porto tre lungometraggi pseudo animati (la trilogia di Arthur e i Minimei). Il suo film gira dalle parti del Disney classico, distribuisce romanticismo d'altri tempi, umorismo slapstick e mai verbale, unito da canzoncine scritte appositamente per essere in armonia con il paesaggio primi novecento.
Fatto per affascinare e conquistare, pensato sul calco di mitologie eterne e già radicate nell'immaginario collettivo, lo stesso Un mostro a Parigi non ce l'ha fatta ad incassare a sufficienza per essere considerato un successo. Forse la dimostrazione migliore del fatto che quell'idea di animazione è totalmente superata. In Italia i doppiatori sono stati estratti a sorte da un bimbo biondo bendato che ha pescato numeri da una conca piena di palline che girano.

24.11.12

Paranormal activity 4 (id., 2012)
di Henry Joost e Ariel Schulman

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La serie Paranormal Activity avanza.
Il regista del primo film e ideatore di quello che è diventato un format, un sottogenere a sè, da 3 film non si occupa più della regia ma è supervisiona tutto come produttore di una serie horror fondata sull'esplorazione del nero e la riproduzione tecnica dell'orrore.
Se i giapponesi ad inizio decennio hanno cominciato ad esplorare il terrore mediato dalle tecnologie, cioè un nuovo modo di mostrare e instillare paure appoggiandosi alle nuove abitudini di vita delle persone, con Paranormal Activity, dopo anni di remake di titoli orientali, l'America ha cominciato a riflettere in autonomia su limiti e angoli di terrore degli strumenti di tutti i giorni.

Come tutti i film della serie anche questo quarto è mostrato attraverso immagini di repertorio, teoricamente girate dai protagonisti per scoprire cosa stia accadendo nelle loro case. In più ci sono i media recentissimi, oltre alle solite videocamere la maggior parte di immagini sono infatti girate con webcam durante conversazioni skype o con cellulari e c'è anche un'idea che coinvolge il sensore a raggi infrarossi Kinect della Xbox360. Nel quarto episodio Henry Joost e Ariel Schulman (già registi del precedente) espandono i confini della trama (con un finale davvero inaspettato) e della messa in scena pur rimanendo nei confini del sottogenere finto-reportage.

Perchè se rispetto all'inizio la serie è andata in crescendo con le banalità horror, cioè con più botti a sorpresa, lievitazioni e clichè, è anche vero che non ha perso lo spirito fondamentale, cioè la ricerca del paranormale attraverso l'indagine delle immagini digitali. Piccoli movimenti, lunghissime scene statiche su stanze buie in cui non accade nulla (ma potrebbe da un momento all'altro) e dubbie prove della presenza di attività paranormali sono lo scheletro di questa serie e portano oltre il normale la tendenza di indagine analitica delle immagini di questi anni (indagine contro i fake, indagine contro le bufale o per dimostrare tesi) creando, anche al quarto film, ancora un'atmosfera di vera paura.
Sempre meno tavolette ouija e sempre più raggi infrarossi per dimostrare la presenza dell'ultraterreno.

23.11.12

Il sospetto (Jagten, 2012)
di Thomas Vinteberg

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Il fatto che il film di Thomas Vinterberg, regista danese che per l'occasione lavora con il cinema svedese, sembri ricalcare uno dei casi di cronaca italiani più noti di qualche anno fa, non è segno di un'ispirazione ma del fatto che simili eventi sono più frequenti e diffusi di quanto non si creda.
Il sospetto (in originale "La caccia", cosa che ha molto senso essendo i protagonisti tutti cacciatori e vista la scena finale) racconta di un maestro d'asilo accusato di atti osceni prima da una bambina e poi da tutti i suoi compagni. L'accusa infamante è più forte di qualsiasi prova (il giudice lo scagiona perchè il racconto dei bambini è incongruente e pieno di cose impossibili) ma la comunità lo giudica a prescindere, come se contagiati da un pensiero che è più forte di qualsiasi evidenza.

Vinterberg dichiara subito l'innocenza del suo protagonista e si chiede fino a quanto le nostre convinzioni morali siano giuste. Visto da vicino Il sospetto è una presa di posizione sulle facili condanne dei mostri (ed è significativo che sia stata scelta una faccia da villain come quella di Mads Mikkelsen per il ruolo protagonista) ma visto da lontano, considerando anche il resto della filmografia di Vinterberg (diventato famoso più di un decennio fa con Festen) è chiaro che Il sospetto è più che altro un film sui piccoli nuclei e l'aberrante realtà che si viene a creare quando si è costretti a vivere assieme a delle persone. Vale per le famiglie ma anche per i piccoli paesi come in questo caso. Come spesso accadeva anche nei film di Von Trier, gli altri sono violenza e tanto più si passa tempo con le persone tanto più si finisce per infliggere e subire violenza fisica e mentale allo stesso tempo.

Amici che diventano nemici e poi clamorosamente tornano amici ma con il sospetto che nulla sarà più uguale nonostante non si possa abbandonare quel contesto.
Il paesino dove è ambientata la storia è come una famiglia, tutti si conoscono da tempo e nonostante questo (o forse proprio per questo) sembrano non provare pietà l'uno per l'altro.
Certo Vinterberg ha facile campo a guadagnarsi la benevolenza dello spettatore, con il suo personaggio innocente vessato senza sosta dagli altri, spesso e volentieri senza che si veda il volto degli aggressori. Tuttavia se ci si estranea per un momento dalla prospettiva del caso di accuse pedofile e si guarda a Il sospetto come un film sullo schifo dei piccoli centri e delle piccole mentalità, il sapore diventa già più gustoso.

22.11.12

Il peggior Natale della mia vita (2012)
di Alessandro Genovesi

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Certo se questo è il successore dei cinepanettoni al trono di "commedia di Natale" ci è andata davvero bene!
Nonostante esca ad un mese circa dalle festività (ed è difficile che regga un mese intero in programmazione) lo stesso è evidente come il nuovo film in cui Fabio De Luigi fa disastri e Antonio Catania lo riprende mentre Cristiana Capotondi si vergogna, sia un prodotto al 100% natalizio, dall'ambientazione montanara innevata, pieno di addobbi, luci, caminetti, cibo, colori e calore familiare. 
Nonostante un trailer che cerca in tutti i modi di farlo sembrare un film di Neri Parenti e Christian De Sica, non ci siamo nemmeno vicini, perchè sebbene si tratti di una commedia facile facile ed innocua, non ha in nessun modo l'umorismo grossolano e facilone di quei film.

Stavolta Fabio De Luigi e signora (per l'appunto Cristiana Capotondi) aspettano un figlio, è Natale e passeranno le vacanze con la famiglia di lei nel castello del capo di suo padre (già avete capito l'espediente comico no?), interpretato da Diego Abatantuono con palandrane e barbe che lo fanno assomigliare ad un tardo Orson Welles.
Da che il precedente La peggior settimana della mia vita ricalcava il modello di Ti presento i miei (e tutto quello che in materia di conflittualità suocero/marito è venuto prima) questo nuovo si sposta più sul terreno del disaster movie puro, da Hollywood Party a Una pallottola spuntata senza la demenzialità. Ogni qualvolta qualcosa è presentato in scena si capisce che finirà ucciso, distrutto, rovinato o bruciato da De Luigi in un momento accuratamente studiato.

Eppure i contesti sono inventivi, la recitazione è perfetta con un tempi comici talmente tarati da far ridere anche con gag già sentite. La regia di Alessandro Genovesi non indugia in campi lunghi ma stringe su volti e corpi, colora tutto con toni natalizi e esagera in neve e addobbi senza sfociare nel cattivo gusto. C'è tutto per fare qualcosa di semplice ma di livello.
Insomma Il peggior Natale della mia vita è un film natalizio al 100%, una commedia romanticona in cui tutti si vogliono bene ma così carino e decente che la violenta foga strangolatrice del cinema natalizio ne farà polpette. Probabilmente non lo vedrà nessuno. Ed è un peccato, fosse tutto così il nostro cinema popolare!

19.11.12

I knew better - Dracula 3D

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Questa settimana, alfin, esce nelle sale italiane Dracula 3D, già visto a Cannes e recensito all'epoca. E' un film così. Così come lo vedete in questo fotogramma. Con questo livello di plausibilità.

15.11.12

7 psicopatici (Seven psychopaths, 2012)
di Martin McDonagh

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Chi ha visto In Bruges non se l'è più dimenticato. Il primo lungometraggio di Martin McDonagh, benchè fosse una produzione di nicchia (nonostante Colin Farrell, Ralph Fiennes e Brendan Gleeson), si è imposto all'attenzione di tutti per la maniera particolare con la quale raccontava un universo tragicomico, in cui tragedia e commedia convivono negli stessi istanti, continuamente. 
Scrittore e regista, McDonagh sembra più il primo che il secondo, proprio per questa capacità di inventare script dalla mescolanza precisa, che senza la facile scappatoia del grottesco (l'artificio che muta sempre in comico il tragico), cercano di riportare la comicità alla sua più nobile missione, grazie alla collaborazione con il tragico: interpretare il mondo.

Anche 7 psicopatici è su questa linea ma va ancora più avanti con le intenzioni nel momento in cui si prefigge di mescolare anche realtà e finzione. Come spesso accade alle storie di sceneggiatori che stanno scrivendo un film, anche in questa la trama in lavorazione anticipa o segue quella che realmente accade al protagonista. 7 psicopatici è il titolo dello script cui lavora Colin Farrell e sempre di più quel che ha scritto diventa realtà e quel che gli accade è pronto per andare a finire nella sceneggiatura.
In questo turbine di opposizioni logiche e di contrari (vero/finto, comico/tragico, leggero/pesante) si perde l'orientamento dopo poco (basti dire che i 7 psicopatici sono presentati uno dopo l'altro nel corso del film ma alcuni sono veri e altri stanno nella sceneggiatura del protagonista) e il film diventa, come già In Bruges, la peregrinazione di un disperato in un luogo ameno, cioè il deserto.

Nonostante quindi 7 psicopatici alla fine non abbia la forza, la chiarezza d'intenti e la determinazione di In Bruges, pur mantenendo una visione di mondo e una volontà di mostrare e raccontare storie e personaggi in maniera inedita, rimane indubitabilmente uno dei migliori film della stagione. Perchè anche al netto dei suoi difetti lo stesso, e ancora una volta, Martin McDonagh riesce nel corso del film e con un crescendo di sorprese spiazzanti, a portare ogni singolo spettatore in una zona di se stesso mai esplorata. E' quella parte che per l'appunto mescola il massimo dell'empatia e della pietà con il massimo del disprezzo ridicolo e del distacco umoristico, una combinazione di sensazioni particolare e stimolante, capace di generare idee, pensieri e consapevolezze nuove. Una vera opera d'arte.

14.11.12

The Twilight Saga: Breaking Dawn - Part II (id., 2012)
di Bill Condon

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In una saga caratterizzata da pessimi adattamenti, mancanza di ritmo, cattiva recitazione e una generale trascuratezza, la chiusura, se non altro, non peggiora quanto abbiamo già visto ma regala un minimo di coerenza e (addirittura!) una sorpresa in linea con l'idea di fondo degli inizi.
Breaking Dawn parte II innanzitutto non è un film noioso, e questa è una notizia. Mentre almeno 3 dei precedenti capitoli erano caratterizzati da un sostanziale immobilismo dei personaggi e una totale assenza di svolte narrative, eventi catalizzanti o attese che tenessero vivo l'entusiasmo, questo finale si riserva tutta una nuova parte di trama, ovvero quella relativa alla figlia di Edward e Bella, la sua natura misteriosa e il suo destino.

Concentrando così tanto una parte di storia il risultato è un film se non altro dinamico, che presta il fianco a qualche novità e indugia molto meno (ma non per nulla) nel ridicolo.
Ormai completamente dimenticata l'estetica emo e le sue idee sulla compenetrazione tra sangue, romanticismo e sofferenza (che invece davano molta dignità al primo film), Breaking Dawn parte II è un capitolo di pura action sebbene piegata ai gusti del pubblico femminile di riferimento, cosa che ne costituisce l'elemento di maggiore interesse (come combattono una lotta due veri innamorati?) in cui una ragazza madre (finalmente alla pari con gli altri) cerca di proteggere la propria figlia.
L'arco narrativo che la serie tiene in sospeso dall'inizio (cioè le barriere che ostacolano l'amore tra i protagonisti) è ormai concluso e questo libera la saga dalla sua ammorbante ripetitività, costringendola ad aprirne un altro (quello per l'appunto della figlia) più breve che si esaurisca in un film solo.

Eppure a voler leggere la storia di tutti i film sotto la chiave religiosa (un esercizio ben più teorico), solo con questo quinto capitolo si può davvero dire concluso quello che a tutti gli effetti è il processo di conversione e integrazione promesso dall'inizio. Bella già nel film precedente è diventata vampiro, cioè si è convertita ed è ora pari dell'uomo che a questo punto (e solo ora) può amare al pari della sua comunità, tutti sotto lo stesso tetto e con le medesime abitudini proprio come una vera comunità separata dagli altri. Partecipa ai loro riti (la caccia) e alle loro battaglie (gli scontri con i Volturri) e soprattutto cresce una bambina che è figlia sua quanto della comunità stessa che se ne prende cura in maniera non dissimile dalla madre.
Per quanto sia sempre stata e rimanga in ogni momento l'unica protagonista della seria, Bella è comunque sottomessa non tanto ad un uomo (che anzi sceglie e vuole fortemente) ma al suo universo di valori e scelte di vita, cui si deve piegare in toto, anche rinunciando alla vita passata. Questo, invece che essere fonte di frustrazione e dolore, come capita nella maggior parte delle storie, è anzi l'unico viatico per una felicità che viene ossessivamente ripetuto essere "eterna".

12.11.12

Red Lights (id., 2012)
di Rodrigo Cortés

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Red Lights è costruito così bene nel suo lunghissimo crescendo verso un finale che necessariamente, lo capiamo dall'inizio, sarà a sorpresa, che poi quando questa sorpresa delude si è tentati di rivedere tutto il film sotto quella luce e giudicarlo ingiustamente come una gigantesca bufala.
In realtà la storia dei due smaschera-medium e di uno dei medium più potenti, noti e mai smascherati del mondo è quella classica di fede e ragione, di opposizione logica all'ignoranza, superstizionismo e più in generale ad un senso di paura e terrore su cui il medium cieco (che afferma di aver causato anche delle morti) gioca molto. E per quanto il triplo salto mortale ideato per chiudere il film sia, più che audace, un po' troppo spinto per soddisfare, specie dopo tutta quell'attesa, lo stesso rimane una costruzione della suspense per nulla campata in aria.

Il motivo per cui un simile copione sia stato affidato a Rodrigo Cortés è il successo (di nicchia) di quel piccolo capolavoro di virtuosismo filmico che è Buried, film di un paio di anni fa tutto ambientato in una bara sottoterra con Ryan Reynolds. Di quel film la produzione ha voluto replicare la lunga tensione tenuta per tutto il film e in un certo senso la sensazione di impotenza dei protagonisti.

Cortés quindi costruisce un piccolo mondo di lotte tra medium e smascheratori, monta il carisma di un personaggio interpretato (per una volta senza la solita svogliatezza) da Robert De Niro così da dargli la statura epica necessaria a rendere credibile il fatto che sia dotato di poter paranormali e stringe il suo protagonista sempre di più in una gabbia di insicurezza e paura. Fa insomma il prestigiatore, agita degli specchietti in scena mentre, senza farsi vedere, crea una coltre di tensione con elementi che saranno poi utili al grande svelamento finale.
Per questo, alla fine, nonostante la cocente delusione gli si perdona lo stesso una chiusa deludente, perchè un film non è solo i suoi ultimi 5 minuti. 

10.11.12

Paris-Manhattan (id., 2012)
di Sophie Lellouche

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Sophie Lellouche vuole fare un film su Woody Allen, che giri intorno ai suoi temi e ne incarni lo spirito ma calandolo nel contesto del cinema leggero francese. Non ne fa mistero e indossando i pani di Woody inserisce la voce dell'attore regista che dialoga con la protagonista da un poster in camera ripetendo frasi famose dei suoi film che si rivelano consigli per la sua vita.
Pessimismo, difficoltà nello stringere rapporti, ebraismo, paura della morte e il cinema come arma per risolvere i mali. La lotta della farmacista protagonista per trovare un marito che si ostina a non cercare, e così raggiungere l'equilibrio sentimentale che desidera, dovrebbe essere la traduzione femminile e francofona delle storie amarissime vissute con grazia e talvolta disperazione di Woody Allen. Almeno così crede Sophie Lellouche e per dimostrarlo gira un intero film.

In realtà di alleniano Paris-Manhattan ha proprio poco se non la patina più immediata, quella superficie fatta di aforismi e ambientazioni giudaico-borghesi-intellettuali. La promessa del titolo, cioè di avvicinare Parigi a Manhattan (la città e il film) è totalmente tradita, tra cinema francese e cinema alleniano vince in toto il primo e del secondo non v'è traccia alcuna.
Il che sarebbe anche un bene, che Sophie Lellouche abbia fatto un film autonomo e personale non può che essere meglio di una scialba imitazione. Peccato che il film in questione, alla fine, non sia granchè ma una storiellina narrata con i toni leggerissimi del cinema romantico spensierato francese, quelli per i quali la città sembra un paesino e l'aiuto di amici e conoscenti risolve ogni asperità nella dolcezza.

In Paris-Manhattan film di Woody Allen curano i malanni, trasformano ladri in gentiluomini, risolvono problemi d'amore, cambiano la vita ai protagonisti e non sono capiti solo dalle parti più grigie della società. Eppure dell'idea principale dietro la visione d'amore propugnata da quel cinema, un'idea che è ripetuta ed esplicitata anche in Paris-Manhattan (cioè che alla fine i meccanismi dell'attrazione e la chimica tra coppie siano imperscrutabili e inconoscibili per definizione e "basta che funzioni") sembra totalmente tradita dal film nell'atto stesso di affermarla. Un'idea che da sola rinnega e mantiene la distanza dalla commedia romantica tradizionale, quella in cui una coppia le cui metà sono perfette l'una per l'altra è destinata a stare insieme nonostante le difficoltà, è affermata proprio mentre i due protagonisti belli e compatibili sono uniti da Allen stesso. Mah....

9.11.12

I vicini del terzo tipo (The Watch, 2012)
di Akiva Schaffer

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Poteva essere l'incontro di due grandi fucine di cinema comico, da una parte quella della scuola Apatow, rappresentata da Evan Goldbergh, Seth Rogen (sceneggiatori) e Jonah Hill (attore), dall'altra quella del frat pack rappresentata da Vince Vaughn, Ben Stiller (attori), Shawn Levy (produttore) e Akiva Schaffer (regista), e invece è solo una marmellata poco saporita.
L'idea è quella di un gruppo di deficienti, borghesi da suburbia, negozianti con villette schiera e seminterrati arredati che, annoiati dalla loro quotidianità ma preoccupati della propria sicurezza, decidono di improvvisarsi vigilanti e fare ronde di quartiere contro la minaccia di un misterioso killer.
Il killer non è tale e la minaccia è in realtà un'invasione aliena che i 4 dovranno respingere da soli.

Lo schema potrebbe ricordare quello di Attack the block, un gruppo di persone normali che solo per caso si trova a dover sventare un attacco alieno in scala ridotta (che però minaccia di ampliarsi su larga scala da un momento all'altro), in realtà la maggior parte del film somiglia più alle bromance comedies, in cui l'amicizia virile è sia celebrata che presa in giro e attraverso questo meccanismo si punta sull'alchimia tra attori. Alchimia che, nemmeno a dirlo, è solitamente il punto di forza vista l'abitudine degli attori in questione a lavorare insieme.

Eppure I vicini del terzo tipo fallisce su tutti i fronti. Non diverte, non coinvolge, non stupisce nè intrattiene.
La modestia delle gag mette in risalto le esagerazioni di sceneggiatura e della recitazione dell'intero cast. In questo modo anche la presa in giro delle ronde di quartiere e delle insicurezze o problemi familiari alto borghesi dell'America più tradizionale non convincono ma suonano anzi come le solite gag mascherate da novità con un contesto leggermente inusuale.
L'unico in grado di strappare una risata è allora il solo Ben Stiller, che per attirare gli alieni come fossero animaletti sfrutta tutti gli stereotipi del cinema, dalla musica di Incontri ravvicinati alle frasi di Avatar. Ma è solo un momento.

8.11.12

Chopper

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La serialità televisiva, in questi anni di grande espansione sia qualitativa che quantitativa, ha cominciato ad esplorare molti diversi possibili scenari, personaggi e storie che non siano le classiche ambientazioni di provato successo e facile replicabilità (stazioni di polizia, ospedali, interni familiari) raccontando così mondi prima mai esplorati. Per motivi diversi lo stesso ha fatto la rete.
In rete l'ampliarsi dei possibili contesti in cui ambientare storie ad alto tasso di mistero non nasce dall'esigenza commerciale di offrire un prodotto che sappia di nuovo, che sia diverso e che abbia un appeal particolare per un pubblico che ha dimostrato di essere attento al poco convenzionale, nasce semmai dal fatto che chi produce non è lontano da cosa viene messo in scena e da chi guarda. Ognuno racconta la propria storia, il proprio mondo e i propri pari.

Perfetto ed estremo esempio di questa tendenza è Chopper, webserie che nasce da una miniserie a fumetti e, a partire da un titolo particolarmente azzeccato (per come identifica subito un universo di senso e gioca con una parola che indica un tipo di moto e i "pezzi grossi" tagliati da qualcosa), racconta di omicidi nel mondo del metal, ovvero in quell'universo di biker, tatuatori, stripper e metallari vari che vive intorno alla musica.
La serie dichiara da subito la propria ispirazione, ovvero il mito di Sleepy Hollow, il cavaliere senza testa che fa giustizia decapitando chi lo merita, ma in essa chiaramente il cavaliere senza testa è un biker tatuato senza testa e la colonna sonora potete immaginare di che genere sia.

Venuto al mondo (2012)
di Sergio Castellitto

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Quelle firmate Castellitto/Mazzantini sono produzioni molto banali, ripiegate su una visione di mondo parzialissima ed estremamente scontata, afflitte da una volontà indefessa di poesia, lirismo e trasfigurazione del reale in romantico che è tanto fastidiosa quanto tangibile, ma questo non gli impedisce, in certi momenti, di trovare un senso e anche centrare degli obiettivi. Era il caso di Non ti muovere, che sapeva districarsi tra i propri difetti per arrivare alla meta, cosa che invece non capita con Venuto al mondo, che nei propri difetti ci sguazza.

Lungo, largo, noioso, scontato e in certi momenti quasi naive, nella maniera in cui pretende di rendere gli iperbolici tormenti interiori dei propri personaggi. Dietro metafora e sotto le mentite spoglie di una storia inventata in un tempo mutato c'è ancora una volta la storia degli autori, ovvero quella di un artista (o gruppo di) e di una famiglia borghese a contatto con realtà autentiche, dure e probanti.
La quintessenza delle caratteristiche che generano disaffezione, se non odio, per il cinema italiano sono tutte condensate in un film dalla pessima narrazione (arditamente orchestrata su diversi piani temporali che si incrociano) e tutta finalizzata allo svelamento di un colpo di scena che, prevedibile o meno, non è clamoroso come il narratore vorrebbe nè genera la commozione che dovrebbe. E a poco servono i ralenti. Anzi.

Il problema di Venuto al mondo è che sembra convinto di stare raccontando qualcosa di importante e che questa virtù (tutta di dimostrare) da sola possa smuovere lo spettatore, portarlo ad empatizzare e colpirlo come il film sembrerebbe volere. Tutto concentrato nell'illustrare la classica dinamica giovani/sogni di libertà/espressioni artistiche/repressione degli orrori della guerra, Castellitto dimentica di curare ogni personaggio dandogli motivazioni, spigoli di interesse, piccoli frammenti di autenticità o anche solo guizzi di empatia. Quel che espone non è sempre coerente, nè tantomeno coinvolgente a meno di non voler fortemente credere al contesto e fare, nella propria testa, quel lavoro che il film dovrebbe fare da solo.
A questo punto servono a poco l'impegno di Penelope Cruz e l'estasi di Emile Hirsch, amanti perduti la cui folle passione si desume dagli interni alternativi, dalle risate al ralenti, dai primi piani intensi o anche dalla foga delle loro litigate e dai bagni nudi nella vasca all'interno della chiatta sul Tevere nella quale vive lui.