31.12.12

Zero Dark Thirty (id., 2012)
di Kathryn Bigelow

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Come sa già chi ha visto Codename: Geronimo, dietro al ritrovamento e all'uccisione di Bin Laden c'è una donna, un'agente della CIA che per diversi anni ha raccolto prove e indizi sul campo (e non) per ottenere sufficienti dati utili a scovare l'uomo più ricercato del mondo. 
Zero Dark Thirty dimostra subito come questa storia di una donna forte, potente e determinata nel più maschile dei mondi è ciò che ha spinto Kathryn Bigelow (che vive una condizione simile nel mondo del cinema d'azione e di guerra) a girare questo film. Quasi fosse un atto di politica del cinema, Zero Dark Thirty nel raccontare la sua storia vera si batte per dimostrare che, nella realtà, una dimensione femminile nel mondo della guerra esiste e non somiglia a quella maschile. Ad oggi già Homeland (con molta più finzione) cerca di battere questo percorso, dunque esso deve essere intrapreso anche al cinema.

Per raccontare il complesso intrecciarsi di situazioni, testimoni, interrogatori e difficoltà burocratiche (con il passaggio da un presidente degli Stati Uniti all'altro) Kathryn Bigelow sceglie proprio di partire e finire con Maya, la sua protagonista. Arriva sul campo che è inesperta (e battezzata da un interrogatorio con tortura) e finirà con i massimi onori, tuttavia sarà sempre sola. Sola effettivamente (come nella scena finale, bellissima) e sola metaforicamente (quando nessuno le dà credito o ragione). La sua è un'odissea lunga in un mondo che le appartiene poco, in cui il maschilismo non è mai esposto ma è sempre evidente nelle difficoltà che si presentano, e nel quale lei si muove senza imitare gli uomini.
Se c'è qualcosa che Zero Dark Thirty afferma con forza è la possibilità di un atteggiamento "forte" e determinato da parte di una donna senza bisogno di imitare gli uomini, lavorare sul loro terreno, alle loro regole ma senza imitarli. Eppure la grandezza, umana ed etica di questa regista sta nel dimostrarsi vicina anche al mondo maschile più autentico, come dimostrano le scene di relax dei soldati prima di partire per la missione, un momento di sincera partecipazione, in cui Maya, come sempre è in disparte.

Nella ricostruzione di Kathryn Bigelow, fedelissima alla realtà ma come inevitabilmente sono i film lontanissima da essa, Bin Laden viene trovato con un misto di tecniche di tortura e operazioni sul campo ma soprattutto sono le abilità relazionali di Maya, una testardaggine fuori dal comune e le sue caratteristiche eminentemente femminili a fare la differenza.
Molto si è parlato e molto si parlerà di come gli americani abbiano voluto raccontare (e quindi tramandare, perchè la storia la fanno i vincitori) l'uccisione di Bin Laden, e molto si discuterà sull'opportunità dell'uso della tortura e sulla sua efficacia. Eppure è il tono e lo stile applicato in questo film che rifugge la spettacolarizzazione della guerra o la tensione del cinema (non troppo diversamente da The Hurt Locker, ma in maniera ancora più compassata) che rendono la storia di Maya un'Odissea, cioè un viaggio infinito e rarefatto contro un nemico che sembra non esistere. Così alla fine quello che emerge è soprattutto, la disumana determinazione di una protagonista (della cui vita privata, una volta tanto, non sappiamo niente!) di fronte al mondo degli uomini.

29.12.12

La bottega dei suicidi (Le magasin des suicides, 2012)
di Patrice Leconte

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A Parigi, in una specie di realtà più grigia della nostra in cui tutti vogliono morire e il suicidio è grottescamente illegale (chi viene trovato morto riceve una multa salatissima), una bottega aiuta la gente a uccidersi fornendo tutto l'occorrente sia per essere certi del risultato che per farlo in grande stile o anche solamente nella maniera che si preferisce. Così, con il massimo della melliflua ruffianeria da mercante, la famiglia di bottegai vende agli avventori cappi, veleni, coltelli e via dicendo. Il dramma inizia quando l'ultimo nato sembra inspiegabilmente pieno di gioia di vivere invece che essere depresso come i fratelli.

La facile allegoria con il presente è presto detta, La bottega dei suicidi estremizza la tendenza al dark, depresso ed emo presente nella società, il continuo lamentarsi e tutto il lato malinconico del vivere urbano, rendendolo un'aperta volontà di morte. A questo subito contrappone il protagonista, inspiegabilmente (e un po' stupidamente) pieno di voglia di vivere, di sorridere e di fare. Lui e i suoi amici, misteriosamente immuni dalla depressione generale.
Laconte sfrutta un tratto abbastanza familiare all'animazione francese (non siamo distanti da Chomet) per un cartone volutamente adulto nei temi e nell'esposizione che, per compiere il suo percorso dalla depressione alla gioia, non disdegna di camminare per il sentiero della scoperta personale dell'erotismo.

Condito da canzoni non eccessivamente elaborate e tutto intento a far trionfare un urticante buonismo, La bottega dei suicidi uccide dopo poco la parte interessante della propria premessa, ovvero l'esposizione di una morale contraria a quella solitamente sbandierata.
Poteva essere molte cose questo film, da un modo interessante di parlare della libertà di scelta, ad un inno al diritto di pensarla come si vuole, fino ad una commedia grottesca spinta. Invece non è nulla, un cartone che ben presto si rivela convenzionale sia nella storia, che nelle idee, che nella realizzazione.

28.12.12

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato (The Hobbit: an unexpected journey, 2012)
di Peter Jackson

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C'erano due cose ampiamente prevedibili su questo seguito cinematografico (in realtà prequel letterario) di Il signore degli anelli: che il tono non sarebbe stato "grave" come la trilogia e che il passo non sarebbe stato rapido, visto che il piccolo libro sarà trasportato in 3 film.
Così questa versione calma e giocosa dei temi, i paesaggi, molti personaggi e l'estetica di Il signore degli anelli di Jackson arriva a dimostrare non solo la versatilità del linguaggio di Tolkien ma soprattutto le potenzialità di grandissimo narratore (ce n'era bisogno? Si, ce n'è sempre bisogno) di un cineasta come Peter Jackson. 

Lo Hobbit somiglia ad un grande colossal di una decade passata, sembra un filmone degli anni '50 per come incede calmo e regolare, per come rifiuta le accelerazioni e le ruffianate, è un film che scorre adagio perchè si gode ogni istante di racconto, dando peso e misura ad ogni passaggio e questo è senz'ombra di dubbio il suo pregio maggiore, saper gustare e far gustare ogni attimo. E' così una versione meno ansiogena di tutto quello che si era visto di bello nella trilogia (certo ne manca l'epica e il fascino ma il testo di partenza è più umile di suo) soprattutto è un film che cerca di avvantaggiarsi del proprio venire dopo.
Nell'adattare molto fedelmente il libro (in certi punti, in altri molto meno) la banda di sceneggiatori (nella quale non possiamo fare finta che non ci sia un autentico genio del nerdismo come Guillermo Del Toro) ha lavorato di fino nella consapevolezza che gli spettatori sanno cosa succederà in seguito, che fine farà l'anello e quali saranno i buoni e i cattivi del futuro, aggiustando il tiro o la messa in scena per strizzare un occhio. Tutto con un'abilità e una sottile maestria che stupisce, di movimento in movimento.

Ultimo e certo non per importanza è l'HFR, ovvero il fatto che il film sia stato ripreso a 48 fotogrammi al secondo (il doppio del normale). La tecnica che Jackson intende far diventare il nuovo standard è impressionante e buona al di là di qualsiasi considerazione o possibile critica. E' meglio e chiunque dica il contrario non sa di cosa parla.
Solo una decina di sale in tutta Italia proiettano il film a 48fps, il resto lo fa nei normali 24, ma in quelle è possibile vedere un film con una qualità visiva impressionante, che non sta unicamente nella definizione (comunque migliore) ma soprattutto nella gestione degli spazi e nella presentazione della messa in scena. Lo si vede chiaramente nella prima lunga sequenza a casa Baggins. Già il primo film della trilogia aveva una lunga scena nella casa di Bilbo e stavolta la percezione della conformazione degli ambienti è molto migliore, l'uso dello sfondo e della profondità (come dicono in molti l'HFR si sposa perfettamente con il 3D) ne escono insomma molto migliorati. In una parola 48fps è più cinematografico, un passo in avanti di cui gioverebbe qualsiasi tipologia di film.

27.12.12

Flight (id., 2012)
di Robert Zemeckis

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I disastri aerei non sono più gli stessi dopo Lost, Zemeckis lo sa, e quello che apre Flight è uno dei migliori di sempre, ha tutte le caratteristiche del cinema moderno: preciso, rigoroso, dettagliato, realistico ma con una qualità drammaturgica da grande narratore del fantastico. Tutto quell'inizio (compresa la parte antecedente il volo) è il momento più potente di Flight ma anche la sua condanna più grande l'apice che non vuole eguagliare, lo standard che decide di abbattere. Le premesse con le quali viene introdotto il personaggio di Denzel Washington, un rovinato, pilota d'aerei, donnaiolo, cocainomane e alcolista, tuttavia capace di evitare come nessun'altro avrebbe saputo fare il disastro totale, fissano un personaggio di antieroe, poco convenzionale e molto scorretto della miglior specie.

E' una sensazione molto liberatoria, che i grandi vizi, i più soddisfacenti siano abbinati alle grandi qualità. Per questo quando il resto del film con pervicacia indefessa demolisce quest'eroe che non si dà un limite ma eccede in tutto, per ridurlo alla fine ad un uomo normale, pentito di ogni vizio, confesso e addirittura colpevole di qualcosa che non ha fatto, assieme ai vizi viene meno anche l'entusiasmo dello spettatore. Con grande abilità e un leggero slittamento di genere Flight vuole fare la cosa giusta e invece che compiacere sceglie di bacchettare.

E' chiaro che questo era l'obiettivo di Zemeckis fin dall'inizio: compiere tutto il percorso, raccontare un uomo da un eccesso ad un altro, riprendere il suo attore, bello, carismatico e libero di comportarsi come vuole facendola comunque franca in modo che sia ammirabile per poi lentamente cambiare la percezione del pubblico e mostrare quanto sia tutto sbagliato. 
E' l'operazione più rischiosa in assoluto: convincere il pubblico che aveva torto, che in realtà ciò che ammira non è ammirabile, che ciò che ci piace e ci affascina così tanto, quella spirale di libertà individuale e vizio è sbagliata, che una punizione per comportamenti irresponsabili esiste e il vero eroe è chi accetta di scontarla. Un'ineccepibile lezione di catechismo e una deprimente visione cinematografica.

24.12.12

The Hypnotist (id., 2012)
di Lasse Hallstrom

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Poteva essere una contraddizione in termini "un thriller di Lasse Hallstrom", regista smielato di Chocolat, Hachiko e Le regole della casa del sidro e invece è un film svedese che ottempera a tutte le regole del cinema poliziesco svedese, puntando sugli ambienti e sulle psicologie, sulla recitazione e gli attori.
Non poteva certo essere una rivoluzione nel genere ma un'onesta prova e tanto è stata. Hallstrom da bravo esordiente della categoria si appoggia a qualche hitchcockismo, cerca di puntare sulle relazioni personali (materia che conosce meglio) e trova piccoli elementi di interesse in ogni scena, giocando con le aspettative e riponendo un'inusuale fiducia negli spettatori.

La storia di un medico ipnotizzatore, radiato dall'albo e richiamato in attività da un ispettore che indaga su una strage familiare a cui solo una persona è sopravvissuta (in coma ma ipnotizzabile), non riserva troppe sorprese, sebbene vorrebbe farlo, eppure è capace di trovare i puntelli migliori per ribaltare la noia in cui di tanto in tanto lo spettatore rischia di sprofondare.
Non mancano alcune irragionevolezze e forzature nella trama, utili a prolungare una storia che arriva là dove spettatore la vorrebbe portare inizialmente solo dopo un'ora, tuttavia sarebbe ingiusto accanirsi su un prodotto medio e privo di ambizioni smodate.

Da quel che si vede all'estero ogni film nordico che voglia avere velleità d'azione e suspense finisce su un lago ghiacciato a rischio rottura, e questo non farà eccezione, tuttavia proprio in extremis la politica di Hallstrom di puntare più sulle relazioni e sulla recitazione che sul montaggio e la scrittura (le componenti più classiche di un thriller) comincia a pagare e il gran finale non lascia l'amaro in bocca.

23.12.12

L'innocenza di Clara (2012)
di Toni D'angelo

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Dopo I padroni di casa di Gabriellini, ora L'innocenza di Clara è il secondo film italiano sulla provincia e l'impatto duro che un contesto alieno ha su chi lo viene ad abitare senza essere preparato. Rispetto al film più diretto, secco e consueto di Gabriellini questo di Toni D'Angelo punta su altre aspirazioni, guarda ad altri modelli e cerca un diverso linguaggio ma in comune ha un approccio non conciliatorio nè buonista alla provincia, che è una notizia in una cinematografia che sull'elegia del piccolo borgo ha costruito diverse fortune.
Non è davvero l'idea di un coinvolgimento potente ad interessare L'innocenza di Clara, quanto la contemplazione di un mondo e di un ambiente in grado di avere un impatto non indifferente sulle persone.

Per giungere a questo D'Angelo racconta la storia di Clara, donna che non appartiene a Carrara e al mondo delle cave di marmo o delle domeniche a caccia ma che si innamora e va a vivere con il gestore di una delle cave in questione. Bella casa, bei giri e begli amici ma molta noia e una dimensione (quella della donnina di casa) che non le appartiene. Clara ha altre storie, vede altri uomini e comincia a frequentare anche gli amici di suo marito. Ma come accade quando compare un fucile in scena prima o poi sparerà.

L'assenza di un intreccio propriamente detto, e raccontato secondo le convenzioni del cinema sentimentale o anche di quello noir, è la tara più grossa di un film che sceglie di farne a meno per aderire a modelli aurei che non può raggiungere. Inquadrature, momenti, dettagli e scelte espressive che dovrebbero unire e far parlare paesaggi e personaggi, ambienti e figure umane in realtà non lo fanno o almeno non quanto sarebbe auspicabile, visto il peso che gli viene dato. L'innocenza di Clara è così un film di meno di 90 minuti che pare durarne 180: dilatato, rilassato e accasciato sulle proprie ripetizioni che non riesce mai ad avvincere con le scelte estetiche e di montaggio che vorrebbe fossero straordinarie e invece sono tremendamente ordinarie.

La traversata (La traversée, 2012)
di Jérome Cornuau

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Non è certo la sorpresa quel che interessa a Jérome Cornuau, la sua storia di una famiglia che perde la figlia (letteralmente, non la trovano più) e che la ripesca due anni dopo, in corrispondenza di un viaggio, la traversata del titolo, in breve dotato di connotati metafisici, annuncia con grande evidenza il proprio finale a sorpresa. Quel che dovrebbe semmai interessare è il percorso, i paesaggi nebbiosi e fotografati con grandissima cura (da cinema russo più che francese) le angosce e le parole scambiate, ognuna delle quali, idealmente, dovrebbe pesare come un macigno.

Peccato che (paesaggi a parte) questi siano poi gli elementi più deboli di un film che gira a vuoto per la maggior parte del tempo, ossessionando lo spettatore con la ripetizione continua dei nomi dei protagonisti, con le urla e una reiterazione forzata del meccanismo sparizione/apparizione della bambina.
Non è insomma difficile, durante la visione di La traversata, avere istinti contrari a quelli suggeriti dal film, augurarsi una definitiva scomparsa della bambina (magari certificabile, onde evitare ritorni ad anni di distanza) e quindi una subitanea fine del tutto.

Come se non bastasse quando il finale giunge, la grande e attesa spiegazione della vera natura del viaggio, delle sue stranezze e del reale esito delle ricerche della bambina, è quanto di meno soddisfacente si possa immaginare, sia dal punto di vista logico (anche se su quello, ad un certo punto è chiaro, è meglio non puntarci troppo) che da quello sentimentale. Con una storia di paternità e una d'amore in ballo il film non riesce a curare nessuna delle due. Nemmeno quella di terribile colpevolezza che si inserisce a metà (e che nella risoluzione finale suona davvero troppo fuori luogo) riesce a colpire davvero.

22.12.12

Turisti (Sightseers, 2012)
di Ben Wheatley

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Capita raramente una commedia nera in grado di sposare con felicità e solidità il registro del tragico e violento con quello del comico puro. Turisti non solo riesce in quel matrimonio ma ha l'ammirevole audacia di fare un passo in più e spingersi verso il gore, non risparmiando dettagli truculenti spiattellati in inquadrature dedicate a rigirare il coltello intellettuale nella piaga dei protagonisti.
Cittadini medi, lui mediamente frustrato da aspirazioni mai raggiunte e lei mediamente frustrata da un nucleo familiare oppressivo, insieme da pochi mesi decidono di partire con un camper per un giro turistico semplice e banale, ordinario e intimamente triste. 

Wheatley gioca molto con i luoghi visitati e nella maniera più spietata, l'Inghilterra dei paesaggi grigi, infami, spesso piovigginosi, sempre e comunque freddi. In questi luoghi infami si muove gente infame, capitanata dai protagonisti. Lo capiamo dopo poco, alla prima sosta quando un omicidio involontario ma vissuto senza troppo dramma, dà il via libera ad un crescendo di arroganza e delirio di onnipotenza di una coppia che vuole tutto e decide di prenderselo con la violenza.

C'è tutta l'ironia e l'autoironia del mondo in Turisti ma nemmeno un briciolo di faciloneria. Ogni scelta di Wheatley è anticonvenzionale e volta alla resa di un mondo squallido e infame, a partire dalla fotografia e per finire agli effetti sonori. L'umanità peggiore del mondo nel luogo peggiore del mondo.
Sono i perdenti del mondo che si muovono avidi di rivincite impossibili e le conquistano solo a danno di propri simili. Lo faceva Fantozzi, lo fanno i personaggi di Jared Hess e lo fanno i protagonisti di Turisti, il cui orrore personale si specchia nei dettagli gore che la loro frustrazione provoca.

21.12.12

Jack Reacher (id., 2012)
di Christopher McQuarrie

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Di Sherlock Holmes moderni ne abbiamo visti tantissimi. Alcuni fanno i medici, altri sono fedelissimi al modello originale e si distanziano solo per gli abiti moderni o l'uso della tecnologia, altri ancora ne vestono i panni d'epoca anche se poi sono molto poco fedeli e più avventurosi, tutti sono intelligentissimi, misogini, iracondi, hanno una spalla e dei superiori a cui mostrarsi migliori. Jack Reacher mena anche.
Il personaggio nasce in una serie di libri di Lee Child (partita a metà anni '90), avventure autoconclusive nello stile dei detective classici da Poirot alla signora Marple (Child è lo pseudonimo di Jim Grant, un britannico). Jack Reacher però somiglia più al re della deduzione che ad altri abili solutori per la maniera arrogante e individualista con la quale si propone.

Nella versione cinematografica voluta da Tom Cruise e affidata allo sceneggiatore di I soliti sospetti e poi gran collaboratore di Bryan Singer, le tendenze holmesiane sono anche accentuate: nessuna storia d'amore, più uomo d'azione.
Eppure per come viene venduto Reacher dovrebbe incarnare un altro tipo di eroismo, quello al di fuori della legge, quello che si spinge là dove la polizia non vuole o non può arrivare. Impossibile da trovare ("E' lui che trova te"), ineffabile, inarrestabile e dotato di una morale di ferro tutta sua, Jack Reacher al cinema è un progetto sconclusionato che non ha ben chiara la direzione che intende prendere e non riesce a farsi forza del suo modello.

Succede così che a fronte di moltissime parti riuscite e appassionanti (la ricostruzione degli omicidi, il montaggio serrato e molto asciutto del processo inferenziale e tutte le sequenze d'azione sono ottime) il film risente di un dialogo pessimo, molto didascalico e finalizzato a spiegare ogni passaggio. In questo modo le spalle di Reacher appaiono come degli stupidotti, mentre la genialità di Conan Doyle era di dipingere Watson come un uomo abile e furbo, e quant'è peggio il film è anche incapace di mettere vera tensione o ancora di più paura per il villain della situazione (interpretato da Werner Herzog, con un occhio cieco e senza le dita delle mani, che peccato non aver messo davvero a frutto questa genialata di casting!).
A differenza dei libri poi il film preme molto sul pedale dell'ironia di Reacher, si ride parecchio come nello Sherlock Holmes di Guy Ritchie, ma lungi dall'essere una parte bene amalgamata nel tono generale, si ha l'impressione che l'ironia sia una pezza, il condimento che rende accettabile la minestra.

Indeciso su cosa essere (non è giustiziere, non è eroe simpatico, non è antipatico, non è conquistatore ma nemmeno davvero misogino, non ha stile ma nemmeno è talmente sciatto da farne una caratteristica, sembra invincibile ma nel finale ci fanno credere che si affidi ad un piano senza nè capo nè coda contando su un vecchio forse rimbambito) il Jack Reacher di Tom Cruise diventa inevitabilmente con lo scorrere del film un personaggio sempliciotto, un patriota buonista, ex militare dai principi di ferro, secchione autentico senza la perdizione affascinante che si accompagna alla genialità.

20.12.12

Anna Karenina (id., 2012)
di Joe Wright

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Dal momento in cui incontra il conte Vronsky e decide di frequentarlo nel destino di Anna Karenina c'è il fischio di un treno. Lo sapevamo tutti ma nessuno lo aveva mai mostrato in questa maniera, con quest'ossesione e questa preveggenza.
Insistendo sulla morte, sui presagi, sull'ineluttabilità del tragico e sull'essere marionette di un fato inevitabile Joe Wright tenta uno dei più complessi adattamenti del romanzo di Tolstoj, realizzando probabilmente quello più centrato.
Scartando moltissimi elementi e concentrandosi solo su alcuni (tra cui anche tutta la parte più discutibile sul dualismo campagna/città, gli echi della rivoluzione e la storia di Levin) il regista di Espiazione rinuncia alla decostruzione temporale di quel film ma ne abbraccia una spaziale.

Anna Karenina è un film che sembra costruire la propria messa in scena, uno in cui si vedono le maestranze cambiare i fondali per passare da una scena al chiuso ad una all'aperto, in cui i personaggi passano dietro le quinte e si ritrovano in un'altra città. Tutto già visto ma Wright lo porta ad un altro livello, fonde il pratico con il digitale per dare l'illusione di un'unica grande scena che non si fermi mai (almeno fino a tre quarti film), una grande cavalcata in cui i personaggi camminano tra un luogo e un altro (allo stesso modo e con un senso del magico completamente diverso e più invisibile questo già accadeva in Faust), cambiano scena senza stacchi di montaggio ma muovendosi tra un set ed un altro, in modo da  riassumere anche visivamente la storia tra Anna e il conte Vronsky prima all'insaputa e poi davanti agli occhi del generale Karenin. Ambienta il 50% del film in un teatro senza fingere di non essere lì e poi esagera in audacia (e fa bene) portando sul palco anche la corsa dei cavalli con relativo incidente tra palco e platea. Nulla è vero, neanche il vero teatro.

C'è insomma almeno un'ora buona di invenzioni visive che riempirebbero tre film, c'è una ricerca sul sonoro magistrale e l'idea tipica dietro ogni film curato, cioè che ogni elemento della messa in scena possa concorrere al senso generale, ci sono echi futuri, improvvisi salti in avanti e un'attenzione maniacale a mettere in evidenza la falsità del tutto assieme all'artificiosità del racconto. Per dare vita alla tragedia senza senso dell'impossibilità di essere felice della propria protagonista Wright cerca di creare un mondo falso, che respinga ogni realismo per potersi permettere le iperboli e le impennate melodrammatiche di una storia ottocentesca russa (adattata da uno come Tom Stoppard che già rese possibile Brazil).
Il risultato è magnifico, una cavalcata imperfetta che dà forse troppi segni di stanchezza verso tre quarti ma che sa riprendersi nel finale. Probabilmente il più onesto, inventivo ed efficace tentativo di creare un'Anna Karenina buona per il grande schermo senza sminuirne il senso tragico.

19.12.12

Juan of the dead (Juan de los muertos, 2011)
di Alejandro Brugués

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Il primo film cubano sugli zombie gode di un credito di simpatia immediato, che potrebbe essere stemperato dalla palese scopiazzatura non solo del titolo di Shaun of the dead ma anche dell'idea di fondo (un'apocalisse zombie non cambierà molto, la nostra vita è già da morti viventi e non ce ne accorgiamo), tuttavia la palese cialtroneria della realizzazione tecnica (alcuni effetti speciali sono a livello del cinema nigeriano) unita all'innegabile dedizione alla causa (moltissimi i totali della città evidentemente girati con nessuno in giro e nulla di tirato al risparmio) rendono Juan of the dead impossibile da non amare, o almeno volergli molto bene.

La storia è quella classica, solo che si svolge a Cuba e Alejandro Brugues ci tiene che il setting non sia solo un cambio di sfondo rispetto al solito. Arrivano gli zombie, all'improvviso e la città è gettata nel panico, lentamente tutti sono convertiti, solo un pugno di uomini resiste e si arma.
Se nel film di Edgar Wright l'arrivo degli zombie a Londra era un modo per raccontare dei due amici protagonisti, qui è un modo per raccontare della vita sbandata a Cuba, tanto che il film inizia con una dichiarazione di pigrizia da parte di due protagonisti che non vogliono lavorare perchè tanto la roba da mangiare la prendono dagli alberi, cioè da dove viene, sarà poi l'apocalisse a fargli mettere in piedi un'attività commerciale: "Facciamo fuori i vostri cari".

Ma la dote principale del film è di non essere così dedito alla propria causa ("Io lo so come va a finire, tutti dicono che passerà poi rimangono al potere almeno 50 anni!") e sapere di essere in primis un divertimento. Asciugato delle componenti più professionali, messo al bando ogni tecnicismo e colmo di determinazione voglia di fare Juan of the dead è un film che supera qualsiasi proprio limite, le cui doti non sono tecniche ma di etica. Dotato di una morale di ferro, di una volontà incrollabile che gli impedisce di sfociare nel melodrammatico da 4 soldi, nei clichè della comicità e nei buoni sentimenti banali, non gli si può chiedere davvero di più.
Anche l'umorismo oscilla tra il prevedibile e il molto originale e sebbene le idee non siano profuse con costanza lungo tutto il film, lo stesso il ritmo non molla. C'è poco da stare a questionare: Juan of the dead è un film prendere o lasciare, se non siete pronti ad accettare un lungometraggio comico d'orrore a budget limitato proveniente da Cuba è inutile tentare di convincervi con altre tipologie di argomenti.

18.12.12

I 2 soliti idioti (2012)
di Enrico Lando

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Un anno dopo ma più vicini a Natale, più arroganti e più consci di potersi prendere la fetta grande del pubblico italiano. I soliti idioti tornano con I 2 soliti idioti, film che in linea teorica segue la trama del primo e lascia a Father & son, Ruggero e Gianluca il grosso del minutaggio, ritagliando piccoli spazi all'interno della loro storia per qualche altro personaggio.
Come già era accaduto per il film precendente non tutto funziona molto se non Ruggero e le qualità iperboliche del suo personaggio. In film poverissimi come sono quelli diretti da Enrico Lando, privi di qualsiasi stimolo o trovata ma anche privi di semplice abilità, il corpo comico e attoriale di Mandelli, con la maschera da vecchio che lo rende inespressivo, si muove con tempi comici accurati e tiene in piedi ogni gag.

Certo non si ride come nel film precedente, c'è inevitabilmente meno spontaneità e più consapevolezza, più pianificazione e meno azzardo. Le regole degenerative di qualsiasi sequel di un film comico.
Ma se qualcosa di davvero interessante c'è in I soliti idioti non è questione di umorismo, c'è chi ride e chi non ride (e solitamente i secondi si arrabbiano proprio per questo), è questione di che tipo di contenuto viene proposto.
Come la comicità becera che li precedeva, quella cinepanettonistica, I soliti idioti puntano sul ritratto della società, sul proporre qualcosa che si vede tutti i giorni esasperandone la volgarità sia d'atteggiamento (in fondo Ruggero non è diverso dal tipico personaggio arrivista e cinico di De Sica) che espressiva. Diversamente dal passato però le iperboli di Biggio e Mandelli più che essere ridicole e puerili (come quelle di Boldi) o ipocritamente buoniste dai finali concilianti (come Zalone o la materia vanziniana) sono violente e estreme, mai concilianti e spesso cattive. 

La vera diversità di questo duo e uno dei motivi del loro fascino è la mancanza di buoni sentimenti che salvino tutto, la mancanza della volontà di conciliare i personaggi con il pubblico a tutti i costi, il non voler essere piacevoli in nessun caso ma possibilmente sgradevoli. Nel film precedente come in questo (ma del resto anche negli episodi televisivi) Ruggero è in grado di dire al figlio cose terribili, ben al di là delle parolacce (la cui ripetizione insistita le rende totalmente vuote), insulti e umiliazioni terrificanti che lo rendono un personaggio senza salvezza, nemmeno a voler partire dai suoi presupposti, nemmeno mettendolo come protagonista, nemmeno ad averlo in simpatia. E che questo personaggio intollerabile sia un padre, in un film e una serie tv espressamente diretta ad un pubblico giovane è un briciolo di senso a cui il cinema comico popolare e becero cui eravamo abituati non sapeva arrivare.

La regola del silenzio - I knew better

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Questa settimana esce La regola del silenzio, già passato a Venezia e recensito all'epoca. Molte corse stanche di un bolso Redford e tanto passatismo.

17.12.12

Breve storia di lunghi tradimenti (2012)
di Davide Marengo

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Nonostante esiti non particolarmente clamorosi è innegabile come Marengo persegua con forza, pervicacia e convinzione degne della miglior causa una propria idea di cinema, che attinge le mani dentro storie che oscillano tra il noir (Notturno bus) e il poliziesco fino allo spionaggio internazionale (quest'ultimo), tempestandole di momenti di commedia forti ma mai invasivo nè ruffiani.
Già regista della serie Boris, Marengo anche stavolta si porta dietro alcuni attori (Calabresi, Crescentini e un po' di Pannofino) e l'ambizione di realizzare film diversi, inconsueti ma comunque di intrattenimento per tutti.

Eppure anche questa volta è rimasto schiacciato da ambizioni smodate. Perchè il matrimonio tra due generi è molto difficile, specie se dotati di toni in contrasto gli uni con gli altri. La sdrammatizzazione della commedia e la drammatizzazione del poliziesco in cui un uomo comune si trova al centro di eventi straordinari, sono gestiti lasciando la prima alle figure di contorno (straordinari caratteristi come Franco Ravera) e un po' all'inadeguatezza del protagonista (sottolineata da un continuo abbigliamento sbagliato), e la seconda alla trama, ai twist e agli eventi principali.
Il risultato è che la parte di commedia funziona molto, è intelligente e realizzata con vera maestria (alle volte uno stacco di montaggio e una battuta rivelano oceani di senso e di ironia, come il passaggio di Prospero in 500) mentre quella (in teoria più sostanziosa) di thriller politico o spionaggio arranca e sconta una certa inadeguatezza.

Spesso ci sono buone idee realizzate in maniera frettolosa o senza crederci fino in fondo (l'inseguimento a piedi scalzi dai tetti alla metro di Torino), altre volte ce ne sono di meno appropriate (il pedinamento in macchina a Queimada con la "sorpresa" della presenza della polizia bancaria sembra uscire da Topolino e la storia di tradimenti personali del protagonista è davvero superflua) e la sensazione è che, di nuovo, sia il tono a non essere azzeccato, cioè che il film non sappia essere disperato come la trama afferma, non sappia premere l'acceleratore o rigirare il coltello nella piaga quando è il momento.
Non è un film che lascia scontenti quest'ultimo di Marengo ma di certo anche uno visto il quale rimane dell'amaro in bocca, al quale è lecito chiedere di più e che sconta, nonostante le molte idee, un generale semplicismo nel raccontare un mondo nero, sofisticato e drammaturgico.

Frankenweenie (id., 2012)
di Tim Burton

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COURMAYEUR IN NOIR FEST

Ormai più produttore che vero regista, flagellato da una crisi creativa che lo condanna a rifare film di altri, fare film da serie tv, da favole tradizionali o ancora da propri lavori precedenti, Tim Burton ha passato sicuramente più tempo a girare lungometraggi non degni del suo nome che viceversa.
Frankenweenie doveva essere l'occasione di riconciliarlo con il vecchio sè, quello che tutti continuano ad identificare con il suo nome rifiutandosi di notare come non sia più così, perchè non solo riprende la trama del suo mediometraggio del 1984 con attori in carne ed ossa (visibile tutto su YouTube) che a sua volta operava una raffinata trasposizione di Frankenstein nell'universo piccolo borghese delle villette a schiera e dei bambini disfunzionali (le prove generali di Edward), ma applica anche tutta l'estetica di Vincent, un corto animato in stop motion (anch'esso su YouTube), sempre in bianco e nero, di poco precedente e centrato su uno strano inventore (doppiato da Vincent Price) in un mondo di tagli luce gotici. Tutta la stop motion e il character design di Frankenweenie 2012 sono prese da Vincent.

Qui Vincent Price torna nelle fattezze dell'insegnante scolastico (doppiato in originale da Martin Landau, che già in Ed Wood era stato Bela Lugosi, lo storico Dracula, che si vede in tv interpretato da Christopher Lee, per chiudere il cerchio), assieme a lui, viene ritirato fuori tutto l'armamentario di mostri classici, collinette tempestose, cimiteri, pratini tagliati, villette e orrori conservatori che tempestano l'immaginario burtoniano.
Ma il motivo per il quale Frankenweenie 2012 non è riuscito come Frankenweenie 1984 è che dimentica in fretta i presupposti della trasposizione (ridurre il mito di Frankenstein in scala bambino per dimostrare che il suo discorso non vale solo per creature mitologiche ma si applica nella vita di tutti i giorni) salvo ricordarsene solo all'ultimo momento, nella scena del mulino a vento, decisamente più riuscita nel 1984 perchè più coerente e a misura di cane.

Quel che è più grave è che a fronte di un'infinità di stereotipi burtoniani (qui veramente incalcolabili, uno showcase delle sue fissazioni) lo stesso Frankenweenie non sembra diretto da Tim Burton. Alberi spogli e scale arricciate non fanno un Burton, come non lo fanno le villette a schiera e l'orrore dei puliti piccoli borghesi schifati da tutto ciò che non capiscono, sono solo la manifestazione più epidermica e replicabile di idee che dovrebbero permeare tutto il racconto (e lo facevano in passato), cosa vera come non mai in questo film carino, rapido e innocuo ai massimi livelli, godibile da tutti ma totalmente privo di stile e di una voce personale, girabile da chiunque volesse imitare Tim Burton.
Frankenweenie non è un brutto film, anzi è decisamente carino, semplicemente non appartiene al suo autore, non è nemmeno un film di Tim Burton minore, proprio non è suo. A prescindere da quel che dicano i credits.