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17.5.18

Girls Of The Sun (id., 2018)
di Eva Husson

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Può esistere qualcosa come una guerra combattuta con fiera umanità? Solitamente la vediamo nel cinema di propaganda hollywoodiano, in cui i soldati americani si battono contro un nemico nero disumanizzato, con nel cuore i loro cari che sentono via Skype tra un conflitto e l’altro e mostrandosi sempre profondamente umani, mossi da ideali e mai da odio. Eva Husson fa la stessa identica operazione nel raccontare le combattenti curde di oggi in un film che vuole essere cinema di donne, fatto da donne, che racconta ed esalta le donne in quanto tali. E qui sta il suo primo limite, il fatto di fare un discorso massimalista in cui è il sesso il discrimine e la propaganda della sua esaltazione il fine, là dove invece forse era più opportuno lavorare più di fino sulle individualità.

Il secondo invece è più grossolano, e sta nella maniera in cui urli e sottolinei tutto. Nel suo sforzo di far comprendere come queste combattenti siano molto migliori degli equivalenti maschili, come siano delle guerriere prima nella vita e poi sul campo (un parallelo abusatissimo che pare a lei sembri nuovo), come siano in grado di fare quel che fanno gli uomini (cosa che effettivamente avviene nella realtà) ma con uno spirito decisamente migliore, Girls Of the Sun sceglie sempre la via del melodramma urlato, dei drammi intensi e dei dolori profondi. Le sue protagoniste sono migliori perché anche nell’inferno mantengono un’umanità, e sia l’inferno, sia l’umanità sono mostrati senza mezzi termini.

Appoggiandosi al fatto che effettivamente le storie di tantissime di queste combattenti nascondono veri drammi, stupri, violenze, morti e famiglie azzerate, Girls Of the Sun ne enfatizza il coraggio a partire da ciò che le rende donne. Su tutto ovviamente trionfa l’essere madri e il parto, momento di dolore, coraggio e forza canonico da cui sembra non si possa prescindere.

Incredibile che in un’operazione così pensata e dall’obiettivo così chiaro, davvero alla fine si finisca per riproporre la dicotomia dolcezza contro durezza nel confronto uomo/donna, dipingendo queste protagoniste come fiori induriti, ma pur sempre fiori. E tutto ciò è fatto così goffamente da lasciare anche che i personaggi si facciano i complimenti e si lodino a vicenda, culminando in un finale con voce fuori campo che suona come una chiamata alle armi per tutte le donne del mondo. Cinema che non convince nessuno, non smuove una testa, non alza un granello di polvere che non sia già stato alzato da qualcun altro altrove e con più intelligenza.
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