24.1.10

Tarnation (id., 2003)
di Jonathan Caouette

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Jonathan Caouette non è esattamente un filmmaker ma si è filmato per gran parte della sua vita e ad un certo punto ha deciso che era ora di raccontarla usando anche quelle immagini (oltre alle foto che gli avevano scattato i genitori quando era piccolo). Quello che differenzia quindi Tarnation da qualsiasi altro esperimento di questo tipo o da un video familiare è che la storia della vita di Caouette è di quelle che mettono i brividi e che valgono un racconto. In più il suo protagonista (che è autore) ha una precisa idea di come raccontarla.

Saltando tra ricordi, video registrati e materiale moderno si racconta con un certo rigore cronologico (benchè poi spesso si salti all'oggi) di come la vita del piccolo Jonathan sia stata spesso una frustrazione artistica, della madre sana che è diventata matta in seguito a ripetuti trattamenti di elettroshock, della sua permanenza con i nonni, la fuga del padre e poi ancora il ritorno della madre, l'adolescenza in locali ambigui, la scoperta dell'omosessualità e della sessualità in genere, la fuga a New York e infine (e questo è l'oggi) il ritorno a casa.

Raccontare quindi una storia vera come fosse un film, piegando leggermente gli eventi perchè si adattino alla scansione tradizionale dei racconti audiovisuali e adottando qualche espediente retorico (le già citate ellissi con quella parte di storia che si svolge nel presente) solo per facilitare la digestione e la comprensione di una trama che non solo è narrata con soluzioni visuali non convenzionali ma soprattutto è di quelle difficilmente digeribili.
E la forza di Caouette è proprio qui, nel riuscire a fare quell'incredibile salto da attore e protagonista della storia a narratore, applicando quando serve uno sguardo spietato. Poco importa che l'obiettivo sia puntato su sua madre o suo nonno, se serve Caouette sa forzarsi a non provare pietà e non distogliere lo sguardo, non si ferma mai la sua esigenza di documentare la storia in corso nemmeno davanti all'abisso dei propri cari e del proprio passato.

E se la mancanza di pietà spesso è disprezzabile in un regista, quando questa è rivolta verso se stesso e il proprio retaggio ed è finalizzata a sgombrare il campo da qualsiasi autoindulgenza per cercare di giungere alla radice della realtà attraverso la sua ripresa allora è decisamente ammirabile.
Il film è totalmente autoprodotto, è costato 218 dollari ma grazie a fan come John Cameron Mitchell e Gus Van Sant è fruttato fiducia e distribuzione finanche a Cannes.

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