19.6.11

Polisse (id., 2011)
di Maïwenn Le Besco

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Ricordiamoci di Polisse quando accusiamo di indulgenza, faciloneria e incompletezza il nostro cinema, quando parliamo di difetti che reputiamo nostra esclusiva. Ricordiamoci di Polisse perchè il filmetto ruffiano e senza virtù di Maiwenn Le Besco ha vinto il Premio della Giuria a Cannes (quello vinto da Il Divo, per dire).
Polisse racconta di un gruppo di poliziotti della sezione tutela dei minori di un commissariato parigino. Un gruppo di uomini e donne che soffrono e ridono come tutti anche se a contatto con i crimini più bassi e volgari. Violenze sessuali su minori da parte di parenti, amici e insegnanti, ma anche da parte di altri minori. Storie alle volte terribili, altre volte divertenti che tuttavia influenzano (lo vogliano mostrare o meno) le vite dei poliziotti anche quando questi tornano a casa.

La principale virtù di Polisse (nonchè l'unica) è quella di essere in grado di trattare in maniera leggera anche la materia più pesante. Che non è poco ma di certo non basta, specie se intorno ad una scrittura agile ed abile ci sono personaggi incompleti, rapporti di forza da fiction di Canale 5 e un'organizzazione generale del racconto che definire risibile è poco.
Per capirlo basta vedere la sequenza dell'agguato nel centro commerciale, nella quale nulla sembra nemmeno vagamente plausibile a fronte di uno stile fortemente improntato al realismo che caratterizza il resto della pellicola.

Maiwenn Le Besco, si intuisce, vorrebbe restituire la vera umanità e la vera quotidianità di un lavoro a tratti terribile e lo fa adottando uno stile asciutto e una fotografia molto realista, scansando quasi ogni riferimento di genere (nonostante di polizia e di casi si tratti) e forse proprio per questo andando incontro, inconsapevolmente, alla fiction italiana.
Polisse sembra fatto per conquistare, sembra fatto per accattivarsi la benevolenza e la compiacenza del pubblico con le sue impennate di giustizialismo, con il suo porsi sempre dalla parte di quello che dovrebbe essere obiettivamente corretto, ma in realtà è solo dalla parte del politicamente corretto. Perchè trascinare al commissariato una 14enne che ha relazioni sessuali con i suoi coetanei? Perchè umiliare un'altra minore che ha deciso di esporre foto di se stessa mentre si spoglia in una chat privata?
Polisse non si fa domande nè mostra fatti in maniera ambigua ma si pone sulla pedana di chi ha ragione mostrando i suoi personaggi come eroi di una battaglia che non è quella reale ma quella delle elite radical chic.

2 commenti:

Katia ha detto...

sei spietato....e pensare che anche tra i tuoi registi preferiti c'è chi si è cimentato in ottime fiction. invece ne parli come di un genere minore e volgare. E il fatto di accattivarsi il pubblico proprio non ti va giù, ogni volta che qualcuno ci prova (Il concerto) te ti scagli come un toro che vede rosso. Il film era ben fatto e con scene molto ben fatte (il bambino che viene portato via alla madre) e indaga su realtà e scelte controverse come quelle di togliere un minore alla propria famiglia o meno benché le case famiglia non siano il massimo, oppure buttando un occhio su aspetti controversi delle forze dell'ordine, non sempre viste ferrate sulle tematiche sociali...rimane certo un film francese e forse si, radical chic....ma molto meno retorico di quanto non riescano a noi questi tipi di film...

gparker ha detto...

La scena del bambino è forse la peggiore del film. No quella dell'agguato al centro commerciale è peggio...
E si, accattivarsi il pubblico con mezzucci è il male, perchè non persegui più un'idea di cinema ma usi la cosa più semplice per ottenere il risultato più facile (bambino che piange e strilla=compartecipazione), non c'è niente dietro.