2.3.12

Safe House - Nessuno è al sicuro (Safe House, 2012)
di Daniel Espinosa

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Sempre più uguale a se stesso e sempre più ricco di sfumature Denzel Washington è il corpo che dà movimento diretto o indiretto a Safe House. Di questo film molto dialogato e fondato sull'opposizione logica tra una vecchia volpe e un giovane disperato, anche la parti in cui è Ryan Reynolds sotto il riflettore si giocano d'aspettativa sui controcampi dell'ex agente CIA diventato criminale.
La storia è quella di un rinnegato che viene chiuso in una safe house, cioè in un luogo che nessuno conosce dove la CIA, per avere le informazioni che gli servono, è pronta anche alle torture. L'irruzione di un gruppo terzo, intenzionato a liberare il prigioniero, interrompe il tutto e causa la fuga al centro del film. E' il giovane guardiano della safe house a portare via il rinnegato ex agente e prendersi sulle spalle il fardello di tenerlo a bada fino a che non arrivino i promessi rinforzi. Tenerlo a bada fisicamente e resistere alle sue parole tentatrici.

E' proprio nell'alternanza dell'attenzione dello spettatore sul parlato, sui dialoghi tra i due attori che occupano tutta quella parte di film che non è occupata dai pure buoni inseguimenti e agguati, che Denzel Washington schiaccia Reynolds e conquista la luce in un film che lo mette più a suo agio del solito. Sarà che il personaggio di chi la sa lunga sulla vita, sulla violenza e sui complotti sembra essere dentro un attore che lo porta con sè anche nei film più improbabili.
Il resto è un inizio molto canonico da spy-movie e un finale altrettanto canonico da western, in cui lo showdown viene annunciato da silenzi, solitudini e destini che paiono già scritti dalla solidarietà maschile. E in cui c'è Brendan Gleeson, che da solo già è metà dell'idea di West moderno.

Daniel Espinosa guarda tanto al Greengrass dei suoi Bourne, un modello palesemente irragiungibile, ma che crea alcuni sprazzi di buona azione in cui il movimento della macchina da presa corrisponde a quello frenetico dei protagonisti, in cui le cose da fare sono sempre più di una alla volta e in cui Città del Capo sembra una città americana.

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