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8.9.08

Hancock (id., 2008)
di Peter Berg

POSTATO SU

Hancock scivola via come acqua fresca.
Messo in scena in maniera ineccepibile da Peter Berg (regista che guadagna sempre più credibilità anche dopo questa prestazione nel complesso incolore) il film nonostante segua uno sviluppo narrativo classicissimo non decolla mai. Intendo emotivamente.

Hancock è all'inizio il superuomo comune, proiezione mentale di quello che ognuno (ritiene) diventerebbe se avesse dei superpoteri, ovvero un menefreghista che pensa a se stesso e si lascia andare conscio del fatto che i suoi poteri faranno sì che non abbia problemi e che ogni tanto si ricorda di fare delle buone azioni ma con una leggerezza tale da causare anche immani problemi.
Col procedere del film poi acquista chiaramente in bontà, responsabilità e consapevolezza fino alla svolta di trama (che nonostante non sia attesa manca anche lì di emozionare).

Tutto è buonissimo, anche quando è un derelitto Hancock è a suo modo gentile e buono, non usa davvero i poteri solo per se stesso nè per trarne un autentico giovamento e dopo poco si scopre che dietro a tutto c'è un trauma. Dovunque ci si giri c'è morale e moralità nonostante le condizioni del film lascino intuire la possibile presenza di tentazioni "maligne".

Forse anche per questo eccesso di miele l'idea principale di messa in scena di Berg, ovvero riprendere la storia di un supereroe con macchina a mano come ad Hollywwod fanno quasi solo per i film di guerra, perde di forza e si spegne nel consueto.
La portata innovativa di introdurre del realismo nella pellicola non attraverso la trama ma attraverso il modo di riprendere cozza terribilmente poi con quanto accade, con le cose che i personaggi si dicono e soprattutto con le aspettative di "trasgressione" che lo spettatore ha nei confronti del supereroe barbone, continuamente tradite.

Se Hancock vuole riflettere sul concetto di superomismo in un momento in cui il cinema è pieno di supereroi da fumetto, manca di farlo in maniera convincente finendo per essere un ennesimo capitolo (blando) proprio del fenomeno sul quale intende riflettere.
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