17.7.09

A Time To Love (Zamani Baraye Doost Dashtan, 2008)
di Ebrahim Forouzesh

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GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO +10

Il cinema iraniano non è sempre come lo si dipinge. Al di fuori dei circuiti festivalieri canonici gira questo A Time To Love che sembra dalla fotografia e dalle riprese un film italiano anni ’80, di quelli di poche pretese ma ben riuscito, una cosa da sabato pomeriggio in tranquillità, mentre nella trama è puro Matarazzo.

Il film racconta di un bambino con una grave forma di handicap che gli consente tutti i movimenti ma gli impedisce di controllarli correttamente, cosa che sfocia in un modo di parlare, muoversi e camminare grottesco che lo rende oggetto di scherno. E qui comincia il drammone. Scherno dei compagni e degli amici che si riflette sul fratello (che invece è normale) e i genitori, stufi di litigate, figuracce (che, si intuisce, sono particolarmente gravi per l’ordinamento sociale locale), difficoltà e temendo che tutto quanto abbia una cattiva influenza sul fratello sano, da prima decidono democraticamente di abbandonarlo con relativa inquadratura dallo specchietto retrovisore della macchina in corsa che incornicia il bambino abbandonato che diventa sempre più piccolo (ma la madre non condivide e corre a recuperare il figlio) e poi con ancor più spirito progressista semplicemente lo chiudono in una stanza cercando di cancellarlo dalla vita sociale del fratello.

Fosse stato un film americano a basso budget della fine degli anni ’70 il ragazzo handicappato sarebbe diventato un serial killer imprendibile al limite del sovrannaturale. Invece qui la cosa è più giocata su: “Figlio degenere sei la mia vergogna!” – “Ma io ti voglio bene lo stesso papà!”.
Ammetto però che a tratti il film non è male, diretto con sobrietà (che è un po’ caratteristica del cinema iraniano) e taglio moderato. Le sottolineature melodrammatiche ci sono: musica, rissa, lacrime, sangue e strette di mano procedono in armonia ma mai in maniera inasiva e sempre con un casto rispetto delle regole del genere. Da amante del melodramma l’ho apprezzato.

In sala erano presenti unicamente bambini fino ai 12 anni e alcune sparute mamme e/o nonne del luogo come accompagnatrici. Il film era in iraniano con sottotitoli inglesi e italiani e tutti hanno seguito in silenzio (so che non dormivano perchè applaudivano nei momenti giusti anche senza che ci fosse la musica a svegliarli) e si udivano distintamente i singhiozzi in sala. Ovazione finale.
A lungo ho cercato di spiegarmi questa reazione per me sul momento inspiegabile e alla fine ho realizzato come, nonostante la cornice culturale e filmica diversa, le dinamiche base del film (padri violenti e accusatori che poi si sciolgono e diventano buoni tutto d’un colpo, il finale che risolve tutto verso il positivo, la presenza di personaggi che riassumono in sè tutto il male della società e del caso verso il protagonista infinitamente buono) siano le stesse caratteristiche del melò classico matarazziano, stilemi eterni che, dunque, ancora funzionano. FUNZIONANO!.

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