17.10.09

My Flesh, My Blood (Moja Crew, 2009)
di Marcin Wrona

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EXTRA
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA 2009

Come molti personaggi che abbiamo visto al cinema Igor conosce solo la violenza, quello è il suo modo di relazionarsi con il resto del mondo, non a caso (o forse proprio per quello) fa il pugile. Quando gli comunicano però che non può più combattere gli tocca cominciare a vivere e lottare per se stesso senza dover utilizzare la violenza delle mani ma dovendo subire quella delle parole e di un fato avverso, in una spirale di prove sempre più dure cui la vita lo sottopone.

Spesso il cinema riflette sulla violenza del vivere e la violenza come stile di vita, perchè spesso questa è l'unica realtà per molti strati della popolazione. Il cinema della violenza nella vita quindi è anche cinema di bassifondi, di disperati che cercano un riparo da tale disperazione senza sapere che quella violenza inevitabilmente non lo fornisce e il pugno facilmente diventa metafora di un bisogno o di una richiesta d'affetto. Tutto questo è presente in My Flesh, My Blood ma con una grandissima classe e una straordinaria efficacia. Basta vedere subito come Igor approcci la sua ex moglie, un tentativo di riconquistarla che sembra l'inizio di una rissa, o come si sfoghi con il suo migliore amico dopo che questi gli ha concesso un immenso favore.

Il cinema polacco ha da sempre un'identità ben definita e storicamente è tra i più floridi di talenti, capace di contaminarsi con efficacia. Marcin Wrona sembra guardare a Jacques Audiard per il suo ritratto di violenza, affetto e comunicazione ma sa seguire una strada personale fatta di ampi spazi, di fiducia nella forza delle immagini (davvero sincera la scena dell'atto sessuale sulle coperte rosse) e di un cinema smaccatamente sentimentale che tuttavia non rinuncia alla virilità.

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