20.7.09

Il Bell'Antonio (1960)
di Mauro Bolognini

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GIFFONI FILM FESTIVAL
RETROSPETTIVA

E' in corso una rivalutazione critica dei lavori di Mauro Bolognini, per molto tempo considerato un minore e adombrato da Pasolini con cui ha molto lavorato. Dimostrazione di questo è che io, per esempio, nella mia vita ho incontrato pochissimo le sue opere.
Dire che Il Bell'Antonio è cinematograficamente sorprendente è davvero poco. Adattato dall'omonimo romanzo assieme proprio a Pasolini (la cui poetica e il cui stile filmico permeano le prime opere di Bolognini) il film ha una profondità di lettura inconsueta (da approfondire sarebbe tutto il discorso sfiorato sulle “ciglia lunghe” di Antonio e il trucco inusuale di Mastroianni). Sotto la storia di Antonio, quasi impotente a fronte di tanta bellezza nella Catania machista e sotto sotto ancora fascista degli anni '60, c'è un mondo di idee.

A cominciare dal discorso che viene portato avanti sulla “parola”. Molto del film è imperniato intorno alla forza della comunicazione verbale. I pettegolezzi sono fondamentali, la veicolazione delle voci è il cuore di tutto, ma anche ogni azione e ogni reazione, ogni provocazione e ogni momento di “guerra” è portato avanti non con i fatti ma con le parole.
Succede infatti poco in Il Bell'Antonio, ma le parole hanno un peso determinante (“Ho in serbo due o tre paroline fredde per quei Puglisi” dice ad un certo punto il padre al culmine della rabbia).

E poi c'è tutta un'idea di film molto particolare e molto simile a quella cui Germi darà vita solo un anno dopo. I toni grotteschi da commedia che dovrebbero essere quelli dominanti in realtà non lo sono e irrompono totalmente inattesi in una narrazione altrimenti drammatica (diceva Pasolini "piena di una misteriosa e seducente suspense") e sono tesi a ridicolizzare senza pietà e senza critica costruttiva i valori imperanti in Sicilia (senza però quella rassegnazione sconsolata di Germi) è una condanna intellettuale perpetrata attraverso la comicità senza ironia.
Se ad Antonio è lasciato tutto il dramma, ai genitori e al resto dei personaggi (che sono poi i catanesi) il film riserva sempre un momento di ridicolo, una canzonatura registica che ne svilisce il presunto rigore morale e la presunta forza.
Forse anche per questo la sorpresa è che Antonio (cioè Mastroianni) non è il vero protagonista del film. Lo è almeno al pari dei due genitori. Cioè il dramma in sé non è più importante di come il dramma viene vissuto, alimentato e di fatto creato. Un girare intorno al problema per indagarne non le fondamenta ma le conseguenze che è assolutamente straordinario.

Tutto viene ripreso con uno stile molto particolare e poco definito. In certi momenti Bolognini si dimostra capace di trovare un'invisibilità preziosa e raffinata, in altri invece inserisce frammenti più “autoriali” (nel senso dei cahiers du cinema) con continui lenti zoom in avanti per aprire le scene e virtuosismi come la stupenda sequenza di chiusura (una vera idea di regia, di quelle d'altri tempi) in altri infine cerca il realismo puro, in particolare con una sequenza di Antonio per strada che è palesemente rubata e forse stona anche un po' con lo scorrere altrimenti molto rigoroso del film.

3 commenti:

frankie666 ha detto...

claudia cardinale ragazzi... Che donna...

alp ha detto...

Del primo periodo è ancora interessante LA NOTTE BRAVA (, scritto sempre conPasolini) .Forse, perchè è tanto che non lo vedo quindi non ci giurerei.

gparker ha detto...

si la notte brava è decisamente pasoliniano, se non fosse che poi bolognini è più tecnico potrebbe davvero sembrare simile ad accattone e via dicendo. Anche se poi mi sembra non riesca ad avere quella forza poetica di trasfigurazione quasi mistica. E' più cronachistico.