22.5.07

Daratt (id., 2006)
di Mahamat-Saleh Haroun

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Il paragone con Il Figlio dei Dardenne è immediato e molto facile da fare, non solo perchè la tematica è simile (anche se rovesciata) ma soprattutto perchè anche lo stile semi-documentaristico di Haroun ricorda il cinema essenziale (eppur complesso) dei Dardenne.
Eppure non siamo dalle parti di Il Figlio, perchè sebbene anche Haroun cerchi l'essenzialità, la scarsità di dialoghi e una narrazione per episodi quotidiani manca tutta la componente europea di descrizione di un personaggio a discapito di una trama.
In Daratt l'assenza di un intreccio canonico e il racconto episodico (la trama è minima: un ragazzo si arma di pistola per andare ad uccidere l'uomo che ha ucciso suo padre che ora fa il panettiere ma davanti a lui non riesce ad ucciderlo e anzi viene preso a fare il suo aiuto, con il tempo i due sviluppano una relazione padre figlio) non sono propedeutici al racconto di una situazione, di un mondo interiore ma al racconto di un rapporto in divenire, senza che però si capisca o si partecipi di più del mondo interiore dei personaggi.
Alla fine non conosco i protagonisti, nè ne sono partecipe più che all'inizio, così il momento della resa dei conti finale non è carico di pathos come in altri casi.
Se nel cinema europeo moderno (e quindi anche nei Dardenne) si lavora tutto un film per costruire e raccontare l'interiorità dei personaggi coinvolgendoli in eventi frenetici solo negli ultimi minuti di film, in Daratt la narrazione procede per piccoli scossoni raccontando l'avvicinarsi di un uomo che desidera un figlio che non può avere e di un ragazzo che perso il padre non riesce a trasformarsi in killer.
Mi sembra insomma che Haroun applichi la struttura europea (ma che già cineasti più vicini a lui come Kiarostami avevano fatto propria) al suo cinema senza però mantenerne l'efficacia.

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