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7.11.11

Warrior (id., 2011)
di Gavin O'Connor

Commuovere non è difficile, commuovere senza raccontare tragedie lo è, commuovere senza parole ma con un gesto è caratteristica dei migliori.
Warrior è un film che ti tira via le lacrime a furia di cazzotti, un film che racconta una storia di famiglia (due fratelli e un padre che non si parlano per la più alta delle ragioni) e che fa passare la gran parte del proprio sentimentalismo attraverso i gesti. Gesti che solitamente sono calci, pugni e prese. Anche quando c'è da comunicare affetto o c'è un abbraccio questo sembra una mossa di arti marziali miste.

La lotta però sta a Warrior come il pugilato sta a Rocky, un veicolo e non il centro del film. Ma si potrebbe dire che tutto Rocky sta a Warrior come Macbeth sta a Trono di sangue, un testo di partenza, una base solida di interazioni, figure tipiche e snodi narrativi sul quale impostare un altro racconto che abbia la sua indipendenza. E' il trionfo sportivo che coincide con il trionfo umano, la purificazione personale che passa attraverso una passione fatta di allenamenti, sofferenza e una tenacia di spirito che schiaccia le inadeguatezze della carne.
Il miracolo di questo film di Gavin O'Connor è di riuscire a raccontare due storie parallele (quella dei due fratelli) facendole incrociare unicamente nel finale e trattarle entrambe come le storie principali, senza preferenze. Un miracolo che si traduce in un racconto pieno anche di falle, cadute di stile e momenti meno riusciti ma che spazza tutto via con la forza irrazionale di un sentimentalismo onesto e soprattutto fatto della pasta del cinema, cioè dei corpi.

Quello che O'Connor cura più di tutto sono i movimenti, specie sul ring ma anche fuori. Il modo in cui questi fisici pesanti interagiscono detta i tempi del film e i ritmi di un'emotività maschile fatta di gesti e non di parole, fatta di pudore e non di sottolineature. La cosa funziona così tanto che si è disposti con gioia a passare sopra a tutte le ruffianate di questo mondo (Just Breathe dei Pearl Jam al momento giusto, per dirne una) perchè Warrior ha già fatto quel che il cinema dovrebbe sempre fare: raccontare storie di uomini attraverso la loro interazione fisica prima che verbale.
Aver attinto ad un immaginario che da Avildsen passa per Eastwood (specie negli interni) e schifa invece quanto fatto in materia da Ron Howard per Cinderella Man o David Russel per The Fighter invece è solo un ulteriore medaglietta da appuntarsi.
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