30.10.14

Confusi e felici (2014)
di Massimiliano Bruno

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Lo si attendeva al varco Massimiliano Bruno dopo l'esordio sorprendente di Nessuno mi può giudicare (commedia ben ideata, ben scritta e realizzata, se non bene, almeno con cura), perchè il secondo film, Viva l'Italia, era un progetto così scombinato e iniettato d'ideologia più che di idee da costituire un caso a sè. Confusi e felici, al pari di Nessuno mi può giudicare ha un canovaccio semplicissimo e molto tradizionale (ad uno psichiatra viene diagnosticato un male che lo butta in depressione ma i suoi pazienti, disperati dalla perdita del terapista, si stringono intorno a lui e cercano di aiutarlo) sul quale far ballare i caratteristi. Claudio Bisio ha la parte che gli spetta anche in Zelig (la spalla, il capocomico) e il resto del cast di volta in volta fa il suo numero appoggiandosi a lui.

Anche in virtù di questo dettaglio in Confusi e felici non funziona nulla e la prima cosa a crollare è la trama. Il racconto non scorre, si comprende poco (nonostante la semplicità) e non riesce a dare un'identità chiara ad ogni personaggio poichè ognuno è pronto a tradire la propria maschera per una gag, in questo modo non c'è coerenza e anche il racconto, totalmente privo di fatti, intrecci e avvenimenti che lo portino avanti, diventa un rincorrersi di gag dietro alle paturnie del dottore (il quale sta meglio o ricade in depressione in maniere davvero poco convincenti). Una caduta delle braccia a parte avviene per la storiella d'amore, narrata attraverso un'ingenuità, fatta di arte e poesia, quadri dipinti con musica di sottofondo e cartelloni ammirati con sguardo sognante da dietro una finestra, mai adorabile ma sempre disprezzabile perchè non ci crede nessuno, a partire da chi l'ha scritta.

La seconda cosa a crollare è il divertimento. Tra le molte cose Nessuno mi può giudicare aveva mostrato un'idea di comicità molto tradizionale ma anche in forma, come se (incredibile a dirsi!) chi aveva scritto il copione ne avesse avuto effettivamente voglia, oltre ad essersi addirittura impegnato per non riutilizzare sempre le medesime gag. Tutto questo è assente. Certo la mancanza di ritmo nel narrare la storia non aiuta ma l'impressione è che anche prese singolarmente le parti di commedia funzionino pochissimo. Lasciate molto all'estro individuale di attori di provata bravura (ma quanto è sprecato nel cinema italiano un genio naturale della recitazione come Marco Giallini??) le gag sono fiacche e stanche, ripetitive e ad un certo punto anche ammorbanti (si distingue solo Caterina Guzzanti, l'unica che cerca di dare una caratterizzazione vera al proprio personaggio e che quindi riesce alla fine a trovare anche piccoli ammiccamenti o microespressioni che facciano il lavoro . I momenti che non si appoggiano sulla recitazione ma sulla scrittura si contano sulle dita di una mano sola e coinvolgono solitamente gli extracomunitari (vero pallino di Bruno).
Se Viva l'Italia aveva la scusa di un ideologismo ingombrante qui bisogna guardare in faccia il fallimento di un regista e sceneggiatore che sembrava migliore della media e che invece in quella media ci sta lentamente scivolando dentro.

29.10.14

Una folle passione (Serena, 2014)
di Susanne Bier

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Da quando ha cominciato a lavorare in America Susanne Bier ha dato una lieve ma sostanziale sterzata al suo cinema. Quella tendenza al melodramma esibita da molti dei registi danesi passati attraverso il Dogma è diventata una vera missione e in meno di 5 film (di cui uno solo commedia, ma comunque sentimentale) ha dimostrato di poter essere regista classica come poche se ne vedono, di saper interpretare la tradizione hollywoodiana più pura meglio degli americani stessi.
E questo è Una folle passione: pura tradizione hollywoodiana.

Tratto da un romanzo umido di Ron Rash è una storia d'amore folle negli Stati Uniti durante gli anni '30. Lontani dalle città e immersi in una natura panica un uomo e una donna si trovano e si perdono tra cavalli e puma, in un turbine che unisce passione, violenza e figli illegittimi avuti da sguattere come le storie di una volta.
Susanne Bier si muove benissimo perchè dimostra da subito di sapere cosa ha bisogno d'attenzione e cosa conta davvero nel trasporre in immagini questa storia(tipo imbolsire il fisico di Bradley Cooper). Della coppia il personaggio vero è lei, la Serena del titolo originale, affidata a Jennifer Lawrence (attrice fuori da ogni norma non solo per l'età che ha), fiera e altera, emersa da una famiglia di lavoratori e piena di idee e forza di volontà. È con lei che sta la regista anche nei momenti peggiori in cui sarebbe più facile prendere le distanze.

Tra roghi (ce n'era uno anche in un suo film precedente Noi due sconosciuti), brividi della caccia, cavalcate passionali e fughe nella notte Una folle passione intreccia bene sporche storie di soldi e abusi di potere con sporche storie di figli e abusi sentimentali, spacca le mani ad individui pessimi (in quello che è l'incidente meno probabile di sempre) e non ha pietà per nessuno nel giungere al suo scopo: l'esaltazione della passione femminile, origine e fine di ogni cosa, capace di terminare esistenze come di creare vita, capace di rivoltare intere società, introdurre progresso e regresso, il fattore introdotto il quale nulla può più essere come prima. Per questo Jennifer Lawrence è la scelta giusta, perchè il suo corpo è già dirompente, ha cambiato molto del cinema (da quando esiste lei ci sono più film con protagoniste femminili) ed è l'unico capace di rendere in maniera credibile i molti volti che Serena Pemberton assume lungo la storia.

28.10.14

Frank (id., 2014)
di Lenny Abrahamson

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Inizia proprio bene Frank con Domhnall Gleeson che con la sua faccia da emarginato macera nell'insoddisfazione di un lavoro di ufficio nella provincia britannica fino a che, come in una commedia anni '80, gli viene proposto di sostituire il tastierista di un gruppo indie rock che si esibisce la sera stessa in quella cittadina. Aveva sempre cullato il desiderio di diventare una rockstar e ora sembra sia arrivato il suo momento.
C'è insomma tutto il brivido del grande desiderio che si avvera, delle passioni inespresse e delle velleità che per magia diventano realtà. È lo scontro con la realtà successiva alla prima serata ad arrestare anche il film.

Dopo il primo concerto ed essere entrato a far parte del gruppo ci sarà il ritiro per il nuovo album e il tentativo di esplodere, tutto intorno alla figura di Frank, motore propulsivo del gruppo ma anche individuo squilibrato che gira sempre con un casco gigante sulla testa per non essere visto. Parte un gioco dialettico ed egoistico per "fare successo", spolpando la creatività e le caratteristiche che rendono originali la band. Le spese le farà Frank stesso che in questa tipica parabola da rock band da guru diventa vittima.

Sembra l'apoteosi della commedia-Sundance questo film di Lenny Abrahamson, quella in cui la simpatia di una banda di incompetenti, drop-out e stravaganti persone cattive sulla carta ma adorabili nella realtà cerca di compiere un'impresa nonostante le proprie assurdità. Qui ovviamente l'assurdità principe, che funge anche da veicolo di marketing è il fatto che uno dei personaggi abbia sempre in testa un casco con disegnata una faccia e che sotto ci sia Michael Fassbender.
Avere l'attore del momento e non mostrarlo mai in faccia, quindi non poterlo usare nella promozione, è una decisione terribilmente indie, perfetta per attirare lo spettatore cui aspira Frank ma che ha poi poca forza in un film che dopo un inizio a fuoco lentamente perde di mordente, sembra non avere le idee chiare e cerca di mettere il ragazzo di Domhnall Gleeson (quello che entra nella band, per il quale tutto è nuovo quindi più vicino al punto di vista del pubblico) a contatto con la parabola della rockstar senza esserlo davvero. Lo vuole rendere antipatico da che inizialmente era simpatico e poi lo vuole compatire ma non è in grado di gestire tutte queste sterzate clamorose e genera solo fastidio.

Andiamo a quel paese (2014)
di Salvatore Ficarra e Valentino Picone

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Ci sono due realtà incontrovertibili riguardo l'ultimo film di Ficarra e Picone. La prima è che si tratta di una commedia girata con la medesima amara desolazione di intenti della media di quelle dei comici televisivi trasferiti al cinema, produzioni in cui a nessuno interessa fare un buon lavoro e tutti lavorano replicando i clichè del proprio mestiere con perizia e cura a livelli televisivi; la seconda è che il duo siciliano non solo fa più ridere della media ma ha anche un'idea di comicità non cretina (e non certo da oggi).
Nel film portano avanti il loro tipico sovvertimento per il quale ripudiano come possono il lavoro, l'impegno e la correttezza, una versione aggiornata del classico ritratto impietoso in stile Sordi, quello per il quale si replicano i personaggi peggiori fedelmente, senza condannarli nella sceneggiatura ma esponendone la ridicolaggine. Non vogliono impegnarsi e iniziano a radunare anziani per estorcergli la pensione, rappresentando una generazione che obbliga l'altra a mantenerla, cioè il capovolgimento del principio per il quale i poveri giovani d'oggi devono essere mantenuti dai genitori.

Certo il film è molto tirato per i capelli, imbastisce un paio di storie d'amore una più convenzionale dell'altra (letteralmente, una delle due ha una cretineria di fondo che le dà una parvenza d'originalità) per dare una motivazione diversa dal guadagno ad uno dei personaggi così da creare un conflitto e mandare stancamente avanti la trama. Le idee del duo in più di un caso fanno ridere con gusto, cioè lasciando un certo margine alla violenza contro personaggi e idee, prendono una parte, non sono innocui nè vogliono piacere necessariamente a tutti ma tutto sembra l'esatto contrario della messa in scena che riporta ogni stimolo nella gabbia della tranquillità.

Spero sempre di svegliarmi un giorno e leggere della scoperta dell'esistenza di un decalogo di regole per fare i film italiani girati senza voglia che si applicano regolarmente a queste produzioni. Un decalogo con accanto ad ogni regola motivazioni dogmatiche simili a quella famosa per la quale nelle commedie la fotografia deve essere chiara e naturalistica, perchè si deve capire tutto e non aggiungere grottesco o stilizzato a qualcosa di già macchiettistico. Darebbe un senso ad un buco nero che si allarga di anno in anno, spiegherebbe quello che rimane un mistero insondabile: come mai così tanti professionisti non abbiano nessuna voglia di fare qualcosa di meglio di quel che già fanno, perchè depongano le armi e si arrendano a fare i film senza personalità, perchè non lavorino nei meandri di un sistema che gli chiede prodotti brutti per inserire lo stesso qualcosa di ricercato come nel cinema si è sempre fatto.

27.10.14

The Judge (id., 2014)
di David Dobkin

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Gli si dovrebbe volere bene a The Judge, perchè è un film di dialoghi e interni, fondato su una storia a due, un raccontone di famiglia non scritto male (ma nemmeno benissimo eh!) che con l'alibi del legal thriller fa scontrare grandi princìpi in aula. Insomma non dovrebbe essere difficile lasciarsi conquistare ma c'è qualcosa che lo impedisce e si frappone tra lo spettatore e la sua legittima soddisfazione e va rintracciato nei titoli di testa alla voce "produttore".
Il film è il primo della TeamDowney, società dello stesso Downey Jr. che per la prima volta realizza un lungometraggio. Raramente avevamo visto un simile abuso di potere da parte di un produttore/attore, raramente il proprietario del film aveva sfruttato la sua posizione di potere così tanto per mettere in luce (e che luci, quelle di Kamisnki!) se stesso.

In tutti i controcampi di The Judge in cui è inquadrato Robert Downey Jr. l'illuminazione cambia, viene introdotta una calza (che non è un calza poi ma il tipico effetto digitale che gli somiglia), entrano dei fari che non troviamo nel resto del film e il suo avvocato di città costretto a tornare nella provincia in cui è cresciuto per salvare dalla galera un padre con cui ha rotto da tempo sembra un santino. Si tratta della dimostrazione più evidente di qualcosa che si può riscontrare lungo tutta la pellicola, cioè che ciò che l'ha benedetta (sbloccando l'ingresso di professionalità da serie A come per l'appunto la fotografia ma anche Robert Duvall, le musiche e via dicendo) è anche ciò che l'ha maledetta con un'invadenza eccessiva. 
The Judge quindi con il suo stile molto classico e invisibile non riesce mai ad essere tale e costretto ad inseguire uno dei due attori sbilancia tutto l'equilibrio narrativo.

Per chi è molto vicino alle uscite e segue il cinema americano con assiduità The Judge è due volte più prezioso perchè è un film come non se ne fanno più. Il budget di medio livello infatti è una soluzione che gli studios da anni evitano accuratamente, i film o sono più grossi di così (e devono puntare ad un pubblico più ampio ed essere quindi meno interessanti) o sono più piccoli (e non possono avere questo tipo di attori e di troupe), solo la partecipazione di quella che è la maggiore star del momento ha reso possibile tornare a ricette dimenticate, peccato che con dosi e ingredienti sballati.

26.10.14

La spia (A most wanted man, 2014)
di Anton Corbijn

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È molto complesso fare cinema di spionaggio oggi. È una landa desolata in cui gli unici punti di riferimento sono pellicole brutte o del passato, in entrambi i casi modi di mettere in scena che non possono essere replicati, si potrebbe fare di tutto ma questo non avviene. Ecco perchè La spia, tenendosi in piedi sul gran lavoro fatto da La talpa 3 anni fa, lentamente sembra riuscire a ricostruire un'identità per questo tipo di storie. E dire che il regista, Anton Corbijn, si era già reso protagonista di uno dei peggiori esempi del genere degli ultimi anni: The american.

La spia si fonda tutto sull'agente come impiegato, non che sia una novità (la storia del resto viene da un romanzo di Le Carrè), ma dà a questa caratteristica un'inedita centralità come faceva La talpa, la rende caratteristica fondamentale per dar vita (nel caso specifico) ad una disillusione da mondo post 11 Settembre che è la forza del film. Sempre come in La talpa in questa tipologia di film è fondamentale l'attore protagonista, là era Gary Oldman qui Philip Seymour Hoffman (spiace essere banali ma davvero in una performance clamorosa, una delle migliori tra le sue) ad interpretare la personificazione stessa della frustrazione, uomini privati di tutto da una vita di spionaggio, maschere che nel non tradire nulla tradiscono tutto ma solo allo spettatore, colossi di ghiaccio imperturbabili la cui principale attività è aspettare.

Ovviamente l'intreccio di La spia è complesso come il genere prevede, bisogna stare attenti e non farsi sfuggire nulla per comprendere tutte le motivazioni di tutti. Tuttavia è anche vero che al di là della trama esiste un più grande senso di vacuità da spy story moderna, come se non fosse più tempo di spie e queste fossero diventate degli outcast, uomini che si battono per un mondo migliore dentro società che non gli danno più importanza.
Per questo forse La spia ha uno dei più bei finali dell'annata, un grido di insoddisfazione e rabbia che il protagonista urla in maniera espressionista e iperbolica in aperto contrasto con lo stile del resto del film. Dopo due ore di grande realismo e recitazione trattenuta Hoffman esagera, supera i limiti e fa qualcosa di iperbolico che a quel punto ha un grandissimo senso. Un momento che difficilmente si dimentica e che in un certo senso diventa punto di riferimento per come mostrare in futuro la disperazione data dalla frustrazione.

25.10.14

Lo sciacallo (Nightcrawler, 2014)
di Dan Gilroy

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FESTIVAL DEL FILM DI ROMA

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Lo sciacallo mette subito sul chi va là lo spettatore con un titolo italiano fazioso, lo orienta e gli comunica che sul protagonista del film pende un giudizio di merito. Ancora non è iniziata la storia ma già è stato determinato che il protagonista è uno sciacallo. Il titolo originale, Nightcrawler, invece punta su una componente neutra ovvero il muoversi nei meandri della notte del protagonista, che poi è il vero senso del film, dietro una selva di facili attacchi ai media e morali sempliciotte. Sarebbe insomma un peccato andare appresso al moralismo facile del titolo italiano ignorando la componente evidenziata dal titolo originale.

La storia è quella di un poverello lasciato in mutande dalla crisi che cerca di rispondere a quelle che egli stesso definisce come imposizioni della mentalità aspirazionale con cui la scuola l'ha cresciuto, vuole essere un vincente, fare carriera e guadagnare come tutti gli americani stereotipici. Ruba qualcosa, cerca di rivenderla e poi farsi assumere ma non lo vogliono, allora quando entra in contatto con una troupe televisiva sul luogo di un incidente capisce che quello lo può fare da solo, è un'impresa in cui può diventare padrone di se stesso e nella quale i mezzi per partire sono minimi (gli basta rubare una bici per comprare il necessario), conta solo l'audacia personale, caratteristica che non gli manca.

Si può facilmente capire cosa succederà quando una simile determinazione incontra un settore come quello delle notizie di cronaca nera, quando cioè una mentalità spietata incontra i confini della morale, i limiti dell'etica e le decisioni più difficili da prendere: le scavalca senza problemi e con il beneplacito della stazione televisiva che compra i suoi servizi. Qui sta la facile critica ai media, la parte più diretta, il lavoro sporco del film. Qui sta lo sciacallo del titolo, nell'insistenza sulla sua mancanza di scrupoli, proprio quello che lo spettatore si aspetta.

Tuttavia il film scritto e diretto da Dan Gilroy è per fortuna anche altro. Nel portare a termine quella che sembra una missione (cioè dare al protagonista Louis dei limiti da infrangere) e nel metterlo a contatto con quesiti morali che per lui non sono tali, Gilroy lo muove nelle notti losangeline in un deserto di umanità, sembra quasi Travis Bickle di Taxi Driver, solo in un oceano di dubbia moralità, abbandonato da qualsiasi tipo di guida (non ha fatto l'università, non ha avuto mentori professionali e tutto quel che sa l'ha trovato online) e dipendente solo sulla propria tigna. É molto intelligente la recitazione di Jake Gyllenhaal che sembra un scricciolo di miseria nella sua calma, è quasi spaventoso nella maniera in cui apprende tutto dagli occhi sempre palancati, e sono bellissime queste notti in cui vaga alla ricerca della tragedia, in cui collabora alla componente scenografica delle scene del crimine e in cui bara con la legge e diventa regista della realtà. Illude tutti di essere il miglior reporter della tv verità ma applica quel che ogni cineasta sa, cioè che nessuna ripresa è mai reale, nemmeno la più documentaristica, c'è sempre una parte che si sceglie di celare e una che si sceglie di mostrare, e infine lo sguardo ha sempre un implicazione morale.

24.10.14

La foresta di ghiaccio (2014)
di Claudio Noce

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CINEMA D'OGGI
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA

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Un'investigatrice slovena infiltrata nella comunità montana al confine tra Italia e Slovenia, un prologo con un bimbo testimone di un episodio di violenza al momento di sconfinare in Italia e uno strano intrigo di bosniaci e italiani che non è ben chiaro cosa abbiano in comune e cosa da nascondere. Intorno a questi elementi che richiamano il genere si dispiega La foresta di ghiaccio ma lo fa nella maniera più lontana possibile dal suddetto genere. Se i polizieschi, i noir, i gialli o anche solo i thriller hanno tutti in comune una certa asciutta compattezza, l'essere finalizzati all'intreccio, il fondarsi su una serie di eventi che il genere prevede, La foresta di ghiaccio è fondato invece sui personaggi ed è disposto a qualsiasi implausibile bestialità nei confronti dell'intreccio e della coerenza pur di andare dietro ai tormenti dei personaggi.

É una storia comune a moltissimo cinema italiano recente, quella della "patina di genere", una foglia di fico che nasconde il solito film, ovvero il solito dramma intimista a cui di volta in volta viene aggiunto un cadavere o (in maniera ancora più fasulla e svogliata) un "detective" come nel film di Claudio Noce.
Montanari che parlano un buon italiano solo poco sporcato di dialetto, che si soffermano in delicati momenti di sospensione, che indugiano come piccoli poeti o che cullano teneri sogni di Brasile e si stendono sul letto a braccia aperte. Tutto è delicato e soffice come la neve che (anch'essa) poeticamente scende e i momenti più forti sono attutiti da un ralenti molesto. Il mondo ritratto parte per essere giustamente spietato e soprattutto di frontiera, luoghi e umanità agitando le quali si dovrebbe avere l'impressione che tutto possa succedere, che la morte sia dietro l'angolo e che invece agiscono come i più comuni medio-borghesi di città da cinema italiano.

Come se non riuscisse mai davvero a desiderare di aderire ad un certo mood (quello del giallo o del poliziesco) La foresta di ghiaccio sembra aver preparato un tipo di film per poi rimescolare le carte e farne un drammatico senza sale, in cui anche quel po' di interesse che i presupposti lasciavano trapelare si scioglie a mano a mano che i personaggi perdono in coerenza (la storia di sesso della detective pare quasi obbligatoria tanto è forzata ed inutile, le arroganze dei serbi sembrano precludere chissà cosa che non arriva mai e la "liberazione tramite colpo di fucile" nel finale manca di qualsiasi senso).
Impossibile da definire come film "pessimo" perchè recitato, montato e fotografato a livelli più che buoni e con competenze più che buone (sebbene come sempre la recitazione abbia un peso sproporzionato nell'economia della messa in scena, come se tutto dovesse passare da lì), la seconda opera di Claudio Noce è piuttosto un film scombinato che non va da nessuna parte e finisce inevitabilmente per annoiare. Molto.

23.10.14

Stonehearst asylum (id., 2014)
di Brad Anderson

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Fa bella mostra di sè sui titoli di testa la firma di Edgar Allan Poe come autore della storia da cui è tratto il nuovo film di Brad Anderson, in realtà Il sistema del dr. Catrame e del prof. Piuma (il racconto in questione) è abbastanza diverso e in comune con il film ha solo lo spunto del "ribaltamento" interno ad un manicomio. Fa impressione affermarlo ma è obiettivo che Stonehearst Asylum riesca a trovare una vena gotica più pronunciata del suddetto racconto, andando più a fondo nelle conseguenze e nell'esasperazione cinica e spietata (nei confronti degli esseri umani) di quel presupposto. É in ultima analisi l'essenza del genere, non solo ribaltare una situazione ma indagare con uno sguardo pornografico le implicazioni per scovarne i dettagli più agghiaccianti.

La storia è quella di un giovane medico appena laureato che arriva in visita in un manicomio (siamo nel 1899) con l'obiettivo di fare pratica e si ritrova in un istituto anticonvenzionale nel quale le malattie mentali sono assecondate invece che essere curate. Già dopo poco però comincia a serpeggiare il dubbio che non tutto sia come appare.
Il primo merito di Brad Anderson nell'adattare questa storia è quello di avere un'idea di "colpo di scena" molto più ampia di quello a cui siamo abituati, i twist sono diversi e non solo quelli più attesi, soprattutto li usa per dar vita al classico cinema da manicomio, quello che nell'indagare la malattia mentale sfuma il confine tra ciò che è vero e quel che falso. Perchè in ultima analisi, per il cinema di genere (e Stonehearst Asylum è un film di genere) la pazzia è un male che nasce nel film ma contagia lo spettatore, portando lo svolgimento a fare continua confusione tra ciò che è vero e ciò che appare, come se chi guarda pure non fosse capace di leggere più correttamente la realtà e venisse continuamente ingannato e stupito dagli eventi.

Per questo alla fine il film sembra un buon remake di un film vecchio stampo quest'ultimo di Anderson, tanto sono convenzionali l'impianto generale, i toni, gli umori e le atmosfere e tanto è invece moderno lo svolgimento, smaliziato e per nulla timoroso di cercare lo spettatore più popolare lasciando qualche (vago!) spunto più serio nello sfondo.
Sarebbe insomma crudele non riconoscere a questo filmetto gotico così rapido e veloce la capacità di fare un lavoro molto sporco e farlo bene, senza cercare una gloria che non gli appartiene, senza velleità fuori posto ma con un sano spirito cinematografico.

Tusk (id., 2014)
di Kevin Smith

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Fin dal trailer si era capito che Kevin Smith ha preso L'isola del dr. Moreau e ha cercato di farne un film suo, nello stile inaugurato da Red State. Quel che la visione completa di Tusk aggiunge è che oltre allo spunto di un uomo che viene trasformato chirurgicamente in tricheco non c'è molto altro. Certo la maniera in cui come un avvoltoio Kevin Smith gira intorno al tema è da manuale, imbastisce un discorso pieno di piccole deviazioni e goduriose ellissi che allungano un brodo altrimenti molto striminzito nel quale galleggiano personcine dalla evanescente personalità. Non c'è insomma una struttura forte a mantenere viva la fiamma del film come accadeva in Red state, qui questa si spegne quasi subito allo svelamento della creatura e rimane solo il divertimento gestito da una persona che sa come far passare il tempo.

Ed è un peccato perchè è evidente dalla contestualizzazione della vicenda (la vittima cade prigioniera durante un viaggio in Canada) come ci sia la volontà di raccontare storie radicate in un territorio specifico, mettendole in stretta relazione quel che accade con il luogo in cui ci si trova. Red state (con cui il film condivide la magnificienza di Michael Parks) poneva quest'esigenza così in prima linea da manifestarla addirittura nel titolo, Tusk però non è meno focalizzato nel prendere di mira i canadesi con le consuete ironie e le solite prese in giro ma anche con una maniera tipica di Kevin Smith di far aderire la vicenda al luogo in cui si svolge. Non è che la storia di Tusk non potrebbe essersi svolta altrove ma il fatto che si svolga in Canada gli dà un taglio peculiare che è impossibile ignorare.

Quel che questo film ad ogni modo dimostra è la grandezza delle capacità di scrittura di Kevin Smith e quanto queste si siano ormai ben fuse con quelle da regista. È semmai la scelta dei soggetti e la maniera in cui persegue un tipo di racconto che lentamente esce sempre un po' più fuori moda (il postmoderno per come lo ha sempre inteso lui fin dall'inizio degli anni '90) che sta relegando questo grande scrittore ai margini del mondo del cinema migliore.

22.10.14

L'amore bugiardo - Gone Girl (id., 2014)
di David Fincher

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Dopo anni di lavoro sul thriller, il giallo e la destrutturazione delle storie Fincher, finalmente, arriva a Gone Girl, summa massima del suo cinema che assembla i pezzi disseminati nei precedenti. Prende lo svolgimento tipico del poliziesco, ovvero l'indagine (Se7en), le figure meno convenzionali deputate a scoprire il mistero (Uomini che odiano le donne), il gusto della fusione con la maniera in cui la società vive l'indagine stessa (Zodiac) e il gioco del gatto col topo imbastito con lo spettatore (The game) per farne una grandissima storia che nel raccontare dell'indagine sulla scomparsa di una donna ricostruisce un matrimonio e due esseri umani. Tuttavia questa ricostruzione non avviene solo tramite i flashback o i racconti, come nella prima parte e come tipico di molto cinema, ma specie nella seconda attraverso un complesso sistema di rimandi narrativi, cioè non mettendo più in scena "le cose che erano successe" ma lasciando che le interazioni tra personaggi facciano emergere molto più dei semplici fatti. Proprio questa seconda parte, che svela molti misteri, è quella in cui i personaggi da archetipi di un thriller (l'accusato, la scomparsa, la vittima, il carnefice) diventano persone di un dramma e addirittura vittime di una commedia grottesca, perchè di loro comincia ad interessarci sempre di più cosa li spinga a prendere le decisioni che prendono e quanto queste si ritorcano contro di loro in modi amaramente ineluttabili.

Bisognerebbe arrivare in sala completamente vergini per godere al massimo di Gone girl, film dallo spoiler facile che si compiace dei suoi colpi di scena e dei molti cambi di fronte ma ad ognuno di essi abbina un significato, una svolta anche nella comprensione di cosa sia successo alla coppia che nelle prime scene vediamo innamorarsi teneramente, in quello che forse è il momento più smielato di tutta la carriera di David Fincher. C'è una passione autentica per il racconto complicato (reso semplice per la comprensione dello spettatore), una voglia di ingarbugliare le acque e parlare così in maniera il più possibile veritiera di quel che accade dentro le persone quando sono immerse in una società resa piccola, resa "villaggio" dai media. Non è nemmeno il matrimonio in sè ad essere accusato, questo è raccontato attraverso il pretesto delle ricerche, degli inganni e delle confessioni in un film contemporaneamente moderno (perchè convince prima di una tesi, poi di un'altra, poi di un'altra ancora alla maniera del cinema autoriale post-Una Separazione) e classico (per l'impianto da thriller hollywoodiano). Che ruolo giocano "gli altri" nel matrimonio? Come influisce la voglia di ognuna delle due parti di essere qualcosa a prescindere dal rapporto con l'altro (è fantastica la considerazione che vediamo fare ad Amy in un flashback sulla maniera in cui le donne si adeguano ai propri uomini)? Materiale del libro di partenza che nel film di Fincher, attraverso un'abilità narrativa qui ai massimi livelli di sofisticazione, diventa la più strana e intricata delle storie di cronaca ma anche la più facile in cui immedesimarsi.

In tutto questo un ruolo centrale è giocato dai media, dall'immagine pubblica che il marito in cerca di moglie dà di sè spontaneamente e che poi cerca di controllare sempre di più per evitare che gli si ritorca eccessivamente contro. Sospettato fin da subito ha l'atteggiamento tipico del colpevole benchè non si professi tale. Anche qui si tratta di dinamiche molto note, la massa che decide di tramutare sospetti in realtà sulla base delle proprie impressioni (e Il sospetto forse ha fatto il lavoro migliore su questo tema) che Gone girl manipola in maniere che non avevamo mai visto, sconfinando anche nella commedia se serve. Prima bisogna convincersi di un punto di vista, poi dell'altro e infine comprendere il dilemma di una situazione in cui sono solo i fattori esterni a condizionare lo svolgimento, non più gli attori della vicenda.
Gone girl è un film cupo perchè il suo punto siamo "noi", il pubblico che guarda e vuole vedere, che obbliga i protagonisti ad interpretare un personaggio. C'è del voyeurismo nella maniera in cui questi sono tartassati ma l'impressione è che il condizionamento influenzasse le loro azioni già da prima degli eventi, che l'interesse riguardo la scomparsa abbia enfatizzato qualcosa che ognuno vive. I media di conseguenza non sono visti come persuasori ma come specchio di quel che il pubblico è pronto a pensare da sè. Quanto di ogni relazione è necessaria finzione o mantenimento delle apparenze e quanto questa può essere la scelta migliore di tutte in una vita apparentemente idilliaca ma in realtà mediamente disperata?

21.10.14

Eden (id., 2014)
di Mia Hansen-Løve

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GALA
FESTIVAL DEL FILM DI ROMA

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I venti anni nella vita di Paul che Mia Hansen-Løve ha deciso di raccontare in Eden sono quelli tra la maggiore età e l'essere adulto, dai 18 ai 38 circa, dal sogno di fare il DJ nella scena garage parigina (la medesima dei Daft Punk che nel film compaiono ovviamente interpretati da due attori) fino all'esigenza di equilibrio nella propria vita. Non c'è molto altro in questo film da due ore e 10, come capita ai film che raccontano un momento nella vita di un essere umano le svolte e i rivoli della trama sono quelli che appartengono alle esistenze di chiunque, drammi e gioie che possono essere straordinarie solo per chi le vive. Su tutto ciò Mia Hansen-Løve getta una fantastica luce autunnale, per donare ad ogni momento l'impressione che nessuno sforzo sia mai sufficiente e che le aspettative per un grande domani siano sempre superiori alla realtà.

 Il risultato è un film dotato di una forza particolare, datagli dalla sua calma, non è furente come La vita d'Adele, non corre come un fiume ma si muove poco come un lago, alla stessa maniera in cui Paul sembra subire tutto mantenendo sempre la stessa espressione, un'apatia continua che nasconde le proprie dichiarate aspirazioni. Si riempie di cocaina ma non diventa un vero drogato, si batte per diventare un grande DJ ma sembra non emergere mai, cerca un equilibrio sentimentale ma rigetta ogni donna con cui vive. Insomma Eden (dal nome di una fanzine musicale che si vede all'inizio) non fornisce risposte chiare e nette ma dissemina il suo racconto di vita di piccoli indizi e soprattutto ai fatti e agli eventi "significativi" predilige la creazione di un tono narrativo. C'è nel film una porzione consistente di una vita raccontata con un terribile disincanto verso tutto ciò che potrebbe andare bene. Come la musica dei Daft Punk che arriva tre volte nel film, all'inizio, in mezzo e alla fine, la vita di Paul sembra essere alla loro ombra, mai così famoso, mai così stimato e costretto a sentire le loro hit e alla fine addirittura ad innamorarsi con una loro love song.

 Il segreto di questo film sta proprio nel suo pacato incedere capace di non sconfinare mai nel noioso, nel prolisso o nel ridondante (rischio dietro l'angolo vista il correre in circolo della vita di Paul), saper evitare il film generazionale tenendo la scena della club culture francese sempre sullo sfondo per concentrarsi su qualcosa di più universale. In questa vita normale e ordinaria c'è la forza straordinaria di uno sguardo e un tipo di cinema che riesce a portare lo spettatore ad empatizzare non per l'eccezionalità ma per l'umanità manifesta. Peccato che dopo Boyhood sia ormai inaccettabile guardare un film che si svolge in venti anni senza che gli attori invecchino seriamente ma solo con qualche trucco, specie se come in questi casi lo scorrere del tempo è un peso sulle spalle del personaggio, una mannaia che lo allontana di anno in anno dal raggiungere i propri traguardi o la vita che desidera. Poter scorgere meglio l'influsso del tempo sul suo corpo sarebbe stato fantastico.

As the gods will (Kamisama No Iutoori, 2014)
di Takashi Miike

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FESTIVAL DEL FILM DI ROMA

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L'ultimo film di Takashi Miike ha un inizio durante il quale si può anche impazzire di gioia. Senza spiegare nulla parte al massimo del ritmo con una classe in cui alcuni ragazzi sono cadaveri privi della testa e gli altri sono immobili e terrorizzati, sulla cattedra un demone che gioca ad Un-Due-Tre-Stella, chi perde (cioè si muove quando è girato) esplode in un tripudio di sangue. C'è tutto. C'è lo stile Miike che fonde assurdo, grottesco, gore, azione e grande autoironia e c'è l'idea alla base dei molti death game del cinema (Battle Royale ovviamente ma anche gli americani che hanno ripreso l'idea), cioè che sia la classe dei docenti, gli adulti, ad opprimere i ragazzi costringendoli alla violenza reciproca, mandandoli letteralmente a morte e infine c'è la paradossale ironia miikiana.

As the gods will in realtà viene da un fumetto (omonimo), quindi è più parente di quel che accade nella carta stampata che di quel che si vede al cinema, tuttavia si inserisce con grande coerenza nel torrente in piena che è il cinema dei giovani adulti che si ammazzano. Un po' perchè le storie in cui l'adolescente è al centro del destino del mondo sono in realtà terra di conquista nipponica e un po' perchè il grande successo di Hunger Games, è noto, viene dal Giappone e da Battle Royale per l'appunto.

La forza di As the gods will è quella di lavorare bene sul mistero, proprio come fanno i fumetti, cioè di lasciare moltissimi buchi senza inimicarsi lo spettatore, mescolare il grottesco e il comico nipponico con il disincanto di chi, come Miike, non crede in niente se non nel piacere e nell'istinto. Non è la prima volta che il regista lavora su adattamenti (la sua filmografia è tale che non c'è nulla che non abbia fatto) ma in questo caso si ha la netta impressione di una vicinanza particolare con il testo di partenza nella scansione della storia (di stanza in stanza) e nell'animazione delle creature (l'orso polare in finto stop-motion è un colpo di genio).

É un peccato quindi che anche quest'ultimo film risenta di quello che in molti casi è il difetto dei film di Miike, cioè di non reggere lungo tutta la sua durata con il medesimo impeto dell'attacco. A tre quarti As the gods will ha un momento di stanca fastidioso, nonostante la storia proceda di gioco mortale in gioco mortale, risente del calo di forma di una storia che appositamente non finisce e lascia una piacevole patina di mistero riguardo i suoi presupposti. Quest'ultimo elemento anche è tipico del cinema in cui gli adulti torturano e costringono i giovani ad una vita di dolore: non c'è mai una vera ragione che non sia il controllo o il livore.