16.9.14

I Knew Better - Si alza il vento

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È ancora in sala per un giorno l'ultimo (sul serio) film di Miyazaki. Visto l'anno scorso a Venezia è un capolavoro oggi più di ieri.

15.9.14

Sex Tape (id., 2014)
di Jake Kasdan

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C’è un pool di talenti passati fugacemente per Freaks and geeks (la serie tv prodotta da Judd Apatow che ha sfornato una buona parte dei nuovi autori di commedie) in Sex tape, tutti capitanati da Jake Kasdan (un altro figlio di Lawrence che fa il regista dopo il più interessante John), una piccola truppa capace di lavorare con grande affiatamento su un’idea di commedia tanto eterna quanto funzionante. Tuttavia Sex tape non può dire d’essere un film ben realizzato, colmo com’è di raccordi di montaggio squilibrati, svolte di trama poco armoniche e un soggetto genale che parte con un ritmo e chiude in fretta come se avesse finito le idee. La sua forza comica è istantanea, vive di momento in momento e non crea mai un film armonico.

Non si può infatti negare come lo humor del gruppo funzioni anche stavolta (dopo Bad teacher, film da cui viene buona parte del team creativo e che era decisamente più riuscito). Lo spunto sfrutta un placement mostruoso dei prodotti Apple (“Hey sono davvero resistenti questi iPad”, “Guarda tesoro con questa nuova funzione ora è possibile condividere tutto automaticamente, non è fantastico?”) per imbastire la trama più canonica che ci sia: due personaggi per salvare la propria reputazione devono penetrare in diverse case e/o uffici per recuperare degli oggetti distraendo i proprietari. Tutto slaptstick, botte in testa e un’esilarante guerra contro un cane, Jason Segel e Cameron Diaz sono perfetti, non mancano una battuta, non sprecano un’espressione e le loro gag funzionano tutte. Buona parte dei comprimari pure è sensazionale (la trovata dei quadri a tema Disney è memorabile e sembra uscita da un brainstorming alimentato a tequila) e il passaggio che apre la strada al cammeo finale è fortissima.

È quindi con dispiacere che si rompono le uove nel paniere di un film così pieno di ritmo e divertimento, ma sembra che a nessuno interessasse la coerenza, che nessuno volesse mettere a frutto tutta questa capacità di divertire (e di spunti per un ragionamento anche più coinvolgente ce n’erano vista la trama) o anche semplicemente realizzare un prodotto senza sbafi. Che fine fanno gli altri iPad? Perchè i protagonisti non vogliono continuare a girare per recuperarli, limitandosi a uno solo? Come mai solo alla fine si fidano della parola del bambino?

Con più attenzione e cura poteva uscire un film veramente bello.

13.9.14

The giver - Il mondo di Jonas (The giver, 2014)
di Philip Noyce

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Ci sarebbe da gridare all’ennesima scopiazzatura di Hunger Games se The giver non si basasse su un romanzo del 1993, largamente antecedente a quelli di Suzanne Collins, eppure è inevitabile che il suo primo adattamento per il cinema risenta e richiami il film di Gary Ross e le dinamiche della nuova fantascienza per giovani adulti.

Originariamente The giver (libro) era una specie di versione autonoma dei princìpi base tracciati da Aldous Huxley nel 1932 con Il mondo nuovo, ovvero una società che fa di tutto per levare umanità agli uomini così da tenerli a bada, la divisione in caste (che qui si traduce nell’assegnazione di un futuro scritto per ognuno), la cancellazione del passato del mondo, il concepimento in laboratorio e via dicendo. Ma nella sua versione filmica non diventa La fuga di Logan (forse la versione più fedele nello spirito tra le distopie non direttamente ispirate a Il mondo nuovo) quanto qualcosa tra Hunger Games e Divergent (Meryl Streep ha lo stesso ruolo di Kate Winslet), cioè subisce l’influenza di successi più recenti senza riuscire a centrare i loro stessi obiettivi.

Con un protagonista maschile al posto della consueta eroina ma il medesimo feeling di “essere unici in un mondo che ti vuole omologato”, la medesima metafora del passaggio d’età (è nel momento in cui gli viene assegnato il lavoro per la vita che il protagonista comincia a capire che esiste qualcosa di più) e il medesimo messaggio di ribellione della classe dei figli contro quella dei genitori, The giver si connota come una versione all’acqua di rose delle avventure di Katniss Everdeen.
A mancare totalmente al film in fatti è il fascino di una perdizione totale. L’oppressione perpetrata attraverso l’annullamento delle emozioni non trova mai la rabbia dello spettatore, la lenta scoperta di un altro mondo, fatto di colori, sentimenti e libera espressione è rappresentato attraverso un immaginario di repertorio (nel senso stretto, sono proprio immagini non girate per l’occasione) che attinge più alle pubblicità degli orologi, dei profumi e degli assorbenti!

Il progetto era stato cullato a lungo da Jeff Bridges (che interpreta il grande vecchio incaricato di trasmettere la conoscenza del passato al protagonista) e alla fine è stato scritto da Robert B. Weide e diretto da Philip Noyce, un team decisamente più ferrato con cinema diretto alla generazione dei genitori che a quella dei figli, visibilmente a disagio con l’idea di colpire duro i grandi e assolvere in pieno i più giovani che poi è la base del successo di questi film. Alla fine pare che tutto il compito di rendere la liberazione del protagonista (vero asse portante del film) sia lasciato al passaggio tra bianco e nero e colore. Un po’ poco considerato quel che si vede in giro.

12.9.14

Necropolis (As above, so below, 2014)
di John Eric Dowdle

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Se vi siete stufati del found footage e per questo vi rifiutate di andare a vedere Necropolis sappiate che lo fate per il motivo sbagliato.
Il film di fratelli Dowdle infatti è uno dei pochi horror found footage degli ultimi anni a mettere a frutto molto bene lo stile mosso e finto-amatoriale, raccontando una storia che indubbiamente ne avrebbe perso se fosse stata raccontata con uno stile più canonico. È semmai la sceneggiatura a far cadere le braccia, infarcita com'è di qualsiasi nozione convenzionale e usurata sull'inferno e il demoniaco.

Nel film un'archeologa alla ricerca della pietra filosofale scova la chiave che potrebbe consentirle per prima di localizzare il punto esatto dove cercarla. La trova iscritta su un antico artefatto nascosto in una rete di tunnel iraniani che stanno per essere distrutti, scampata alla morte in quei tunnel si infilerà in quelli delle catacombe che si trovano sotto Parigi, conscia di sapere dove cercare. Neanche a dirlo arrivati là sotto tutto troveranno tranne che ciò che cercavano nel posto in cui credevano fosse.
Tuttavia nel luogo oscuro per antonomasia, sotto terra, sempre più giù in una folle corsa al rilancio verso il basso cercando (paradossalmente) un'uscita, Necropolis trova un orrore che non è mai manifesto (sono pochissime le cose che si vedono) ma sempre incombente. Sfruttando i meccanismi eterni della claustrofobia e della paura del buio (le basi proprio!) scatena un disagio ineludibile.

In tutto questo tripudio d'oscurità e di spazi stretti, di via occluse e terrore di quel che pare essere sempre dietro l'angolo nel più terrificante degli ambienti (le catacombe) lo stile found footage crea ancor minore stabilità, con la sua poca chiarezza. Con abilità le videocamere raramente inquadrano quel che dovrebbero, vengono sballottate e spesso restituiscono il punto di vista delle vittime (ognuno ne ha una sulla fronte assieme alla torcia).
Ecco perchè quest'ennesimo horror found footage sembra essere uno di quelli che più di tutti necessitava dello stile a mano, perchè si nutre di buio e negazione dello sguardo. Peccato quindi che una sostanziale indifferenza a qualsiasi sofisticazione di scrittura renda molti passaggi di Necropolis inascoltabili e faccia di tutto per tirare fuori lo spettatore dal coinvolgimento attraverso una sequela di semplicismi infernali che passano da Dante per finire ai geroglifici e alle rappresentazioni pagane. Tutto mischiato in un generico "maligno" un tanto al chilo.

11.9.14

The protector 2 (Tom Yum Goong 2, 2014)
di Prachya Pinkaew

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Finalmente Tony Jaa è tornato con Prachya Pinkaew, il regista e soggettista del suo folgorante esordio, Ong Bak, e del subito seguente The Protector. Dopo quei film l'artista marziale tailandese aveva deciso di prendere le redini delle proprie opere passando alla regia degli stessi con i disastrosi esiti di Ong Bak 2 e 3. The protector 2 invece riprende il discorso interrotto 10 anni fa con i medesimi personaggi e la medesima idea di azione figlia del cinema di Hong Kong ma con un che di artigianale e paesano in più. Il dettaglio invece che infastidire ha un che di autentico, come lo stile di Jaa, fluido e atletico.

Per l'occasione il villain, rigorosamente occidentale come il canone della serie impone, lo interpreta RZA (finalmente entrato nel cinema d'arti marziali che ha sempre idolatrato) mentre la controparte marziale (quello con cui in sostanza Jaa se le dà) è Marrese Crump, anche lui parte dell'avventura di L'uomo dai pugni di ferro.
Il risultato è un film duro e puro, tutto gomiti, ginocchiate e voli da ponti e palazzi, che riduce al minimo la parte di intreccio, anche più del primo episodio (basti sapere che il consueto elefante è stato rapito e sarà usato per un attentato se Tony non si sbriga a menare tutti e riprenderlo, in questo senso è stupenda la battuta dell'insostituibile Petchtai Wongkamlao: "Te lo sei perso di nuovo? Ma mica è un gattino!?"). Al contrario ad essere esaltati sono gli stunt e le coreografie, audaci e creative. Non solo infatti ci sono due gemelle (che non sono gemelle nella vita) formidabili ma anche Yayaying Rhatha Phongam a costituire un diversivo non banale.

Certo il cuore di tutto è e rimane Tony Jaa e la sua capacità di fare cose fuori dal normale per davvero, dalle entrate in inquadratura con ginocchiate volanti fino alle evoluzioni aeree riprese rigorosamente al ralenti. Gli effetti speciali dozzinali infatti esaltano il realismo delle scene che non ne fanno uso. C'è un clamoroso inseguito in moto (1 contro 1000) e un creativissimo incontro nella metropolitana che coniugano rapidità, armonia, forza e dinamismo come non vedevamo da tempo.
Il cinema d'arti marziali tailandese inizia e finisce con Tony Jaa, se anche lui ci abbandona è finita.

10.9.14

Le due vie del destino (Railway man, 2013)
di Jontahan Teplitzky

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Niente come una storia vera rovina un buon film. Non che Le due vie del destino fosse destinato ad essere un gran film, determinato com'è a non urtare niente a non abbattere obiettivi secondari nella sua corsa verso il finale ma ossessionato dal passare continuamente sopra i medesimi punti (il trauma della guerra, l'insopportabile, il perdono...), tuttavia l'esigenza di essere in linea con la vera vita di Eric Lomax e Takeshi Nagase ne appiattisce ancor di più la profondità.

Pulito ed ordinato come si conviene il film prima si sforza di dare un senso al casting di Nicole Kidman (il suo personaggio non avrebbe quasi nessuna economia nel racconto ma un lungo prologo ne amplia la parte) e poi viaggia avanti e indietro con la memoria per rievocare gli orrori passati con cui il protagonista deve avere a che fare nel presente.
Prigioniero in un campo militare giapponese durante la seconda guerra mondiale, Eric Lomax viene torturato perchè i giapponesi si sono convinti che avendo costruito una radio sia in possesso di informazioni per loro fondamentali. In realtà Lomax l'ha usata solo per ascoltare e quel che ha sentito è che l'Asse sta perdendo. Nondimeno resisterà rimanendo traumatizzato a vita (e in maniera abbastanza ridicola).

Neanche a dirlo il bene è tutto da una parte, Le due vie del destino mette santi contro demoni e non intende avere alcun livello di lettura che non sia quello più immediato. Che domande volete farvi? C'erano dei cattivi e stavano tutti dalla stessa parte, gli altri (quelli che non hanno il naso schiacciato) sono invece delle brave persone. Non siamo insomma dalle parti di Furyo e della sua maniera di incastrare nel racconto di prigionia qualcosa di più grande (c'è solo il metaforone della passione per i treni dalla quale potete trarre qualsiasi elucubrazione preferiate, è talmente vaga da prestarsi a qualsiasi tesi), qui tutto è finalizzato a santificare la figura di Lomax (dalla cui biografia è tratto il film) a vantaggio del finale melodrammatico e iperconciliante. Che le cose si siano effettivamente svolte come è raccontato ad un certo punto non importa più, tanto si desidera una svolta, un guizzo o anche solo un momento di forza filmica.

Il film ha ricevuto diversi encomi per la maniera verosimile e precisa con la quale ha dipinto le condizioni e gli eventi che avevano luogo nei campi di prigionia nipponici durante la seconda guerra mondiale. Già questo tipo di riconoscimento dovrebbe mettere sul chi va là.

9.9.14

Frances Ha (id., 2014)
di Noah Baumbach

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Ci ha messo 2 anni Frances Ha ad arrivare nelle sale italiane, un biennio in cui ha viaggiato in tutto il mondo (con un breve passaggio al Festival di Torino dell'anno scorso), portando la propria protagonista ad un nuovo livello nella sua carriera e dimostrando che Noah Baumbach non è morto.
Si tratta di un progetto personale a budget molto basso, il cui unico difetto reale e di ricoprirsi di un manto di hipsteria non necessaria (la fotografia in bianco e nero, l'uso delle musiche composte da Delrue per film della Nouvelle Vague) e il cui pregio sta nel non cercare mai per il suo personaggio protagonista quel misto di adorabile marginalità che è la maniera peggiore in cui il cinema indipendente americano "compra" i propri spettatori. L'effetto Little Miss Sunshine, per il quale si è portati ad empatizzare con adorabili perdenti dal cuore grande, esseri umani anticonvenzionali in superficie ma molto convenzionali in profondità, è totalmente evitato. Frances è l'esatto contrario.

27enne senza la minima intenzione di passare al livello successivo di vita (cercare una relazione stabile, cercare un lavoro magari non ideale ma che le consenta di guadagnare a sufficienza, mettere su famiglia...), vive con una coinquilina che presto la lascerà per fare tutto quel che lei non vuole e rimarrà da sola a cercare di prendersi cura di se stessa.
Gran parte del fascino del film sta nella maniera in cui Baumbach e Gerwig (che interpreta magistralmente ma ha anche sceneggiato il film) rendono le peregrinazioni di Frances, il suo muoversi moltissimo (ci sono diversi viaggi e moltissime corse per la città) senza giungere da nessuna parte. Frances è tutta agitarsi e poca sostanza, gesticola ma non dice nulla. E la sua croce è quel che rende il film interessante.

Frances Ha è una piccola ode alle difficoltà di vivere per chi è troppo coerente, molto testardo e anche un po' socialmente inetto, girata con una sensibilità che costituisce il suo segreto. Senza voler troppo bene alla protagonista il film ha il pregio di sapere quali momenti della sua vita inserire nel racconto, è conscio che un inciampo o una caduta (non metaforiche ma reali) possa essere più rilevante di una svolta clamorosa, sa che indugiare su un inutile viaggio a Parigi racconta bene quel che anima questo personaggio peculiare.
Frances è un essere umano come se ne incontrano di continuo senza riuscire ad inquadrarli bene, una ragazza che cerca una vita che non trova, che sa poco su quel che vuole ma è conscia di quel che non vuole, determinata a non essere come gli altri e, non rassegnata a non aver raggiunto i propri sogni, non smette di seguirli nonostante l'età. Una persona poco "sociale" che rifiuta di sottomettersi alle regole della società in cui vive. Ecco perchè Baumbach non asseconda i gusti del pubblico e perchè Greta Gerwig si dimostra una grande attrice.

8.9.14

I film di Venezia71 per chi non ha tempo da perdere

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Il sunto delle cose viste al festival di Venezia in uno schemone. Cosa si e cosa no. Tutto il resto è zona grigia.

DA VEDERE
DA FUGGIRE

7.9.14

The golden era (Huangjin shidai, 2014)
di Ann Hui

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FUORI CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

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Questo è un biopic come si deve.
La vita di Xiao Hong, pilastro della letteratura cinese del novecento morta a 31 anni (lo scopriamo fin dalla prima scena), ricostruita cronologicamente e con inserti di "racconto" da parte dei protagonisti. L'impianto della storia infatti mescola il canonico con lo sperimentale, un po' vediamo gli eventi un po' sentiamo le voci dei personaggi che, intervistati come fosse un documentario, guardano in macchina e raccontano quel che sanno e pensano agli spettatori ma con una dolcezza e un'abilità narrativa che impressionano. Come se avesse lasciato ad amici e conoscenti il compito di narrare quel pezzo di vita che hanno condiviso con la protagonista Ann Hui si avvicina alla versione più compiuta di una biografia melodrammatica.

In questo grande affrescone storico (molti luoghi, moltissima guerra, tante difficoltà da melò e una carrellata di nomi famosi della letteratura cinese) Ann Hui è bravissima a trovare le pieghe di umanità, riesce clamorosamente ad inserire diversi versi e passaggi dalla penna di Xiao Hong (mai fuori tono o retorici) e disegna un personaggio fantastico, una donna moderna in un tempo antico, un'intellettuale molto poco intellettuale ma molto audace.
Aiutata da una vita effettivamente clamorosa (una volta tanto) la regista mette in scena la passione e il calvario di uno dei più grandi talenti grezzi dell'arte. Anche chi non sa nulla su Xiao Hong intuisce una forza e una vitalità che poco hanno di accademico e molto di spontaneo.

Se nel grande affresco la regista si muove benissimo è chiaramente nelle minuzie che trova il suo terreno d'elezione. É nel rapporto con gli attori (tutti bravissimi, misurati e dotati di una lieve umanità, piena di pudore e sentimento) che si esalta il film, nella concezione di una visione romantica complicatissima, mai tarata sulle convenzioni dell'emotività ma anzi determinata a trasmettere una vita e una serie di passioni contraddittorie, difficili e non concilianti. Xiao Hong è insomma ben lungi dall'essere un'eroina romantica canonica, non ama con difficoltà nè ha emozioni chiare ma Ann Hui rende il coacervo interiore che motiva le sue azioni in maniera perfetta, alle volte con uno sguardo in camera o un gesto. 

Recensione ad personam
Io sto con la sposa (2014)
di Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry

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Questa è la prima e probabilmente l’ultima recensione ad personam del blog. È stata scritta per una lettrice in particolare, Giulai, prima commentatrice in assoluto e per anni colonna del blog (quando non c’erano i social network e ci si ritrovava a parlare nei commenti). Giulai ha partecipato alla campagna crowdfunding del film in questione, quindi ne è co-produttrice, ma non essendo al Festival di Venezia non lo poteva vedere, così mi ha chiesto di vederlo per lei (di mio l’avrei evitato accuratamente). Vista la situazione mi sembrava più corretto scrivere la prima (ed unica) recensione ad personam di questo blog, tarata sui gusti e le aspettative di un lettore solo. 
Siete avvertiti, potete anche passare oltre.

Innanzitutto, non so se lo sapevi quando hai donato, ma non si tratta di un film propriamente detto, gira più dalle parti del documentario. Ad ogni modo, per comodità riassumo la trama: è il viaggio di alcuni immigrati clandestini (palestinesi che vengono dalla Syria) dall’Italia alla Svezia, paese in cui le legislazioni sono più favorevoli alla loro categoria ma nel quale (per la medesima ragione) è molto difficile entrare senza essere beccati. La comitiva che compie il viaggio è composta dai suddetti immigrati ma anche da alcuni cittadini italiani (e quindi europei) regolari che decidono di accompagnarli rischiando grosso (le pene per favoreggiamento dell’immigrazione non sono leggere) pur di aiutarli.

L’idea al centro di tutto è di una potenza cinematografica rara, e quando l'ho capito ho capito anche cosa ci ha visto tu per donare, perché è quel genere di trovate che ti rendono il film piacevole, che spostano un racconto “d’impegno” nel terreno dell’intrattenimento: per evitare i controlli tutti si vestono da corteo matrimoniale. Ci sono i due sposi e tutti sono vestiti da cerimonia. Con questa finzione sperano di non essere fermati. 
Dunque persone disperate che rischiano grosso cercando di migliorare la propria vita con un piano che è tanto rischioso quanto esilarante, girano vestiti a festa per i confini d'Europa. Il film purtroppo non è così, non indugia su questa componente né sfrutta le potenzialità del fatto che questi stanno passando davvero diversi confini (Italia-Francia, Francia-Germania, Germania-Danimarca e infine Danimarca-Svezia) sempre vestiti da sposi! Cioè c’è una parte di realismo grottesco (ripeto: sul serio attraversare confini, alcuni tra i monti a piedi, vestiti a festa) che non è per nulla resa come dovrebbe. Poteva sembrare la vera storia di un film di Kusturica, ma non è, poteva essere un modo paradossale di riflettere e "mostrare" l'assurdo di alcune legislazioni e invece no.

Perché il film che hai finanziato, ahimè, più che un film è un reportage televisivo fatto bene, non ha le caratteristiche d’intrattenimento del cinema di finzione né quelle di profondità del cinema documentaristico migliore. È un viaggio in cui uno dei componenti riprende tutto, non c’è un occhio che dia un punto di vista drammaturgico o una lettura seria alla cosa, sono solo i fatti per come si sono svolti più alcune discussioni tra i presenti. Con questo intendo dire che spesso è noioso.
Di quel che poteva essere (cioè una cronaca appassionante di un’impensabile maniera di conquistare i propri diritti umani da parte di una banda scalcinata) non c’è niente. 
Nonostante tutto ciò nel finale potresti lo stesso commuoverti un pelo conoscendoti e all’ultimo minuto pensare che comunque ne valeva la pena di dargli quei soldi a 'sti disperati.

6.9.14

Le previsioni dei premi di Venezia71

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Eccoci arrivati a quel momento in cui mi rovino quel briciolo di reputazione guadagnata durante l'anno sbilanciandomi sulle previsioni dei premi di Venezia, senza alcuna cognizione di causa e mediando tra realtà dei fatti (come sono sti film) e voci di corridoio (chi è stato avvistato). Tutto questo ovviamente non centra nulla con il gusto ma con la capacità di immaginare cosa sia nelle teste dei giurati.
Dunque come sempre accanto al nome che prevedo vincerà metto tra parentesi chi farei vincere io. Durante la premiazione io sarò in treno quindi ci si sente poi per i commenti e gli insulti.

Leone d’Oro
Birdman di Alejandro Gonzales Inarritu (Fires on the plain di Tsukamoto)

Leoni d’argento
GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Hungry Hearts di Saverio Costanzo (Red Amnesia)
PREMIO SPECIALE PER LA REGIA: A pigeon sat on... di Roy Andersson (Birdman) 

Coppe Volpi
MIGLIOR ATTORE: Viggo Mortensen per Loin des hommes (Elio Germano per Il giovane Favoloso)
MIGLIOR ATTRICE: Lü Zhong per Red Amnesia (Lü Zhong per Red Amnesia)

Premio Osella
MIGLIOR SCENEGGIATURA Anime nere di Munzi (Roy Andersson per A pigeon sat....)
MIGLIOR CONTRIBUTO TECNICO La fotografia di Loin des hommes

Premio Marcello Mastroianni
Izci, Çakir per Sivas (Izci, Çakir per Sivas)

The postmen's white nights (Belye nochi pochtalona Alekseya Tryapitsyna, 2014)
di Andrei Konchalovsky

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

Tutto quel che poteva e doveva essere quest'ultimo film di Konchalovsky sta in una scena che è così perfetta e meravigliosa da mettere in risalto quanto non lo sia il resto del film.
Perchè la storia è a metà tra documento e finzione, mette in scena la vita in un villaggio di pescatori sul lago facendosi vanto fin dai primi cartelli di aver usato tutte persone del luogo per le varie parti, indugia sui paesaggi e tiene in grande considerazione la natura con la quale gli uomini convivono. La trama gira intorno al postino del titolo, alla sua solitudine e al suo lavoro interrotto dal furto del motore della sua barca, senza quello può fare poco e intanto vede sfuggirgli tra le mani anche la possibilità di una nuova vita con una donna amata.

La scena in questione è quando il postino, ancora con la barca intera, porta il figlio della donna a cui fa la corte in una specie d'esplorazione. Al bambino dice che c'è una strega, una specie di spirito del lago e che glielo mostrerà. Si addentra così in una zona un po' più oscura e paludosa, al riparo dal resto in cui il silenzio e i rumori della natura ben si sposano con quel che si vede e non si vede. Il bambino è visibilmente impaurito dal racconto e da quel che teme possa accadere, una paura ancestrale e infantile che sembra realmente metterlo in relazione con il luogo fino a sfociare in un pianto indotto dal silenzio. É un momento contemplativo bellissimo, che spiega cosa doveva essere questo film e mette in scena la tradizione nel senso più ampio del termine (storie, miti e umanità).

Invece il resto del film è più un'accozzaglia di metafore (il razzo che decolla, la presenza di un gatto che in realtà vede solo il protagonista, le ciabatte inquadrate ogni giorno come dovessero suggerirci chissà cosa e via dicendo), un film realizzato seguendo il manuale del buon cinema d'autore che non riesce mai a farsi concreto. Ad un certo punto vediamo una masturbazione e stiamo per intuire una dimensione più carnale e viva ma di nuovo è solo un passaggio, niente di che.

Sivas (id., 2014)
di Kaan Müjdeci

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CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

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C'è un bambino di meno di dieci anni al centro di Sivas, un motore potentissimo e inarrestabile, tenace e coriaceo. Dalla sua forza e dal dinamismo che mette in moto con la sua ostinazione, il suo caratteraccio e l'attaccamento ad un cane da combattimento, viene tutta l'attrattiva di Sivas. Perchè per altri versi la storia sarebbe molto semplice, si tratta della parabola del cane del titolo, abbandonato dopo una sconfitta, recuperato e messo in sesto dal bambino fino al ritorno ai combattimenti per terminare con un interrogativo sul futuro. Invece, animata dalla potenza di Dogan Izci, la storia si apre e diventa un racconto morale sulla forza.

Il contrasto tra un bambino piccoletto e un feroce cane muscolosissimo (bellissimi i combattimenti tra cani, coreografie corredate da un sound design perfetto, usato solo per rendere l'impatto la furia, il pericolo e il terrore) è la discrasia che muove tutto, su quel disequilibrio si gioca il fascino deforme del film. Non siamo dalle parti del cinema conciliatorio di bimbi e cani proprio perchè nonostante i due stringano un rapporto solido e sentimentale, a livello visivo la minaccia è sempre imminente.
Eppure quella forza che il cane dimostra unicamente in combattimento, massacrando ed essendo massacrato, il bambino la dimostra in tutto il resto della sua vita, lottando come un ossesso contro genitori, nonni ed adulti in genere, affermando se stesso a suon di gesti eclatanti e sassi lanciati, andandosi anche ad accaparrare la parte nella recita per stare vicino alla bambina che gli piace.

Con grande intelligenza Kaan Müjdeci non prende mai posizione, nemmeno sui temi sui quali sarebbe più facile e scontato (addirittura anche il combattimento illegale tra cani non è mai condannato, nè a parole nè con lo sguardo), dimostrando un coraggio e una voglia di non cavalcare i sentimenti più semplici ma di cercare le relazioni più profonde che non possono che destare stima.
Cosa rimane di tutta questa forza esibita? Questo carattere tenace, questa violenza in paesaggi desolati, nei quali si può anche non vedere forma di vita a perdita d'occhio sono manifestazioni quasi divine, come appartenenti ad un'altra civiltà.
Sivas non è un film sulla Turchia, non è un film sui cani, nè uno sull'infanzia. Sivas è un film sul carattere.