6.3.15

Focus - Niente è come sembra (Focus, 2015)
di Glenn icarra e John Requa

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In un film di truffe come è Focus l'importante non è la plausibilità degli inganni o il realismo degli intrecci ma quanto si prendono sul serio gli autori, chi vogliono ingannare? Se stessi, il pubblico o nessuno?
Glenn Ficarra e John Requa, gli stessi di Colpo di fulmine - Il mago della truffa (tratto da una storia vera) e poi della commedia Crazy Stupid Love (ma hanno anche scritto Babbo Bastardo!), non vogliono prendere in giro nessuno. Non se stessi, illudendosi di aver girato chissà che perla intellettuale sul doppio, la mistificazione o l'inganno umano, e non gli spettatori, pretendendo che credano davvero che simili inganni siano possibili o che ci sia dello squallido realismo in questa storia patinata (l'errore principale di The Game di Fincher). Al contrario i due registi si siedono accanto agli spettatori per divertirsi con loro della storia che intendono raccontare.

Lo si capisce da una confezione particolarmente splendente che il mood è quello della grande commedia contaminata di intrecci divertenti più che arditi. Sebbene il genere del cinema di truffa (a partire dal modello aureo La stangata) si nutre da sempre di un setting sofisticato, grandi interni, ambienti opulenti, giri esclusivi e grandissimi polli da spennare in piani intricati, Ficarra e Requa trovano in Xavier Grobet (direttore della fotografia con cui già avevano collaborato ma solitamente poco sfruttato) una spalla un passo avanti alla media. Prende le mosse dai colori della serie Ocean ma va più in avanti, contamina le sue scene con momenti da commedia romantica e non si frena di fronte al setting da cartolina. Focus ha una dimensione visiva fantastica, non solo coerente con il genere, ma anche inventiva e raffinata. Da questo, a cascata, ne giova tutto il film.

Senza cercare l'intreccio mortale, la truffa e controtruffa continua (solo nel finale ci sono un paio di scatole cinesi, truffe che ne contengono altre, ma è il minimo sindacale davvero), Focus riesce ad essere abbastanza onesto con lo spettatore e raggirarlo il meno possibile, per lasciare che i raggirati siano solo le vittime della storia. Anche un audace colpo di scena conclusivo (in macchina) non suona come l'ennesimo inganno ma come un'esilarante agnizione. In compenso il film regala umorismo e sentimentalismo con molta più decisione del solito. Senza perdere tempo in arrampicate logiche per spiegare piani o soluzioni escheriane, il film rimane ben focalizzato sulla coppia protagonista si innamora perdutamente (e fa bene) del volto di Margot Robbie e se fa un piccolo lavoro intellettuale, in questo trionfo di disimpegno di lusso, è la folle ricerca del vero nel falso.
I due amanti si mentono e si raggirano come la consuetudine vuole ma Requa e Ficarra sembrano lasciare piccoli indizi di vero sentimentalismo nelle loro bugie, nelle pose e negli atteggiamenti. Il classico espediente del gioco della truffa applicato al corteggiamento appare falsato, come se stessero barando e tradissero emozioni vere.

5.3.15

Black or White (id., 2015)
di Mike Binder

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Il problema non è la razza in questo film che si chiama Black or White.
La piccola Eloise è stata cresciuta dai nonni paterni visto che la madre (bianca) è morta partorendola e il padre (nero) è un drogato. La nonna è però ora deceduta anch'essa in un incidente d'auto e rimane solo il nonno (Kevin Costner) ad occuparsene, con tutta la goffaggine di un uomo alle prese con una bambina e le sue esigenze. Per giunta un uomo con la tendenza a rivolgersi alla bottiglia per tappare il dolore. A questo punto interviene la nonna materna, che crede ancora nella capacità del figlio di uscire dai problemi di droga, e pretende che la bambina stia con loro, nel quartiere abitato da afroamericani, invece che con i bianchi ricchi che le fa frequentare il nonno.

Che il problema non è la razza lo dirà Kevin Costner nel prevedibile epico discorso in tribunale (quando gli avvocati sentono "razzismo" e "alcolismo" impongono subito una causa) nel quale fa una chiara differenza tra avere percezione che le persone appartengono a razze diverse e il pensare che per questo motivo sia possibile dare loro un'etichetta, tra disprezzare qualcuno per il colore della sua pelle e disprezzarlo come lui disprezza il padre di Eloise, perchè è un drogato che per questo non è in grado di prendersi cura di sua figlia.
Il problema non è la razza anche se il film dipinge in maniera molto diversa le due famiglie, quella silenziosa, ricca e piena di possibilità (bianchi) e quella gioiosamente chiassosa ma anche a stretto contatto con le realtà più dure della criminalità (neri). Il problema è l'amore, chi ne ha (tutti, sia ben chiaro che ci si vuole tutti un gran bene) e sa come esprimerlo e chi lascia che i propri problemi personali si mettano in mezzo.
Di certo il problema non è neanche l'alcol, che rischia di uccidere Kevin Costner ma non gli leva l'affidamento perchè la droga è peggio.

Organizzato nella più prevedibile e scontata delle cornici narrative Black or White è una favola che trasfigura la realtà mostrando solo una pallida imitazione dei suoi reali contrasti (una in cui anche il più bastardo alla fine si pente nel nome dell'amore) e che evita l'azione per tutta la sua durata salvo recuperarla in extremis in un finale senza senso, utile solo ad aumentare il tasso di bontà delle persone coinvolte. È una piccola finestra per attori noti a cui viene chiesto di ripetere quello che sappiamo sanno fare (Octavia Spencer non devia nemmeno per un attimo da quel che ci aspettiamo che lei dia ad un personaggio già tarato sulle sue solite interpretazioni) a beneficio della propria immagine.

Black or White, orgogliosamente tratto da una storia vera, è insomma il cinema smielato per antonomasia, quello in cui, anche quando non si vuole calcare sul melodrammatico, tutte le regole più elementari possono essere sovvertite in nome dell'amore familiare e di una generica bontà d'animo che si trova in fondo anche agli esseri umani peggiori o nelle persone più in difficoltà. La disputa più seria, la questione più dura e la sede più austera (un tribunale) possono allora essere sovvertiti nei loro principi basilari senza sfociare nella commedia (magari!) ma solo nel nome dei buoni sentimenti.

4.3.15

Nessuno si salva da solo (2015)
di Sergio Castellitto

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Quando contengono le ambizioni, si concentrano su piccole storie e ammaestrano il sentimentalismo Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini sono una coppia d'autori d'oro. Purtroppo c'è un palla di metallo pesantissima attaccata al piede di Nessuno si salva da solo, che lo rallenta e lo affatica, impedendogli di prendere l'abbrivio che cerca ed esprimere al massimo il suo evidente potenziale. È l'esigenza di manifestare un atteggiamento intellettuale nei confronti della vita e dell'arte invece di lasciare che esso emerga spontaneamente dalle vicende dei protagonisti, sono le metafore e le allegorie in rima baciata, semplici e dirette, è l'abuso di scene madri che marcia contro una messa in scena invece molto moderna e rapida (e non era scontato aspettarselo da Castellitto!). In una parola la voglia di non girare "solo" un melodramma, quando girare un melodramma e basta può essere moltissimo.

In anni di dominio della commedie la coppia Castellitto/Mazzantini ha la forza di insistere sul tasto del melodramma aggiornato alla struttura di La vita di Adele (la storia di due persone dall'inizio con un occhio all'incredibile banalità del quotidiano ma i punti in comune con il film di Kechiche sono moltissimi). Archiviato il disastro di Venuto al mondo e l'esperimento di La bellezza del somaro, ritornano alle atmosfere di Non ti muovere con ancora più precisione e decisione. Questa volta la coppia di protagonisti è tutto il film, satura le inquadrature e la storia, ci sono solo loro, tutti gli altri sono figurine di sfondo, non importano niente, addirittura anche i figli (solitamente pezzi di cuore di indiscutibile protagonismo) sono privati di una presentazione, c'è un riappropriamento dello splendore del racconto sentimentale che è una vera benedizione. Nessuno si salva da solo non vuole essere un "film d'amore" ma trasforma una storia come altre di due persone come altre in un'epica del quotidiano. Nè lui nè lei hanno il beneficio di scene in cui sviluppare una propria personalità senza che questa non sia funzionale all'armonia o al contrasto con l'altra, per il film insomma i protagonisti non esistono se non in funzione l'uno dell'altra. È l'atteggiamento migliore e soffia vitalità e sincerità anche a momenti molto "scritti" come la conversazione su Mike Tyson, in cui si parla di qualcosa per intendere tutt'altro.

Su tutto questo impianto, già ottimo, Castellitto costruisce un piccolo universo di carnali esigenze che non trova sfogo solo nel sesso ma in tutto quel comparto gastrointestinale che orbita intorno al desiderio, alle funzioni corporali e alla bocca. Bocche, denti, nutrizioni, pastarelle consumate avidamente e un lungo fil rouge costituito da una cena (il "presente" del film) durante la quale si rievoca il passato per raccontare la storia dei due, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca (perfetti e non era facile in un cinema in cui i nomi sono sempre gli stessi trovare una coppia inedita così affiatata e plausibile). Ancora una volta si sente l'eco di La vita di Adele in molti piccoli momenti in cui sembra non esista altro che il corpo. Forse proprio per questo però il film a tratti si impone di mostrare che i personaggi non sono solo carne ma anche testa, scavandosi alcune piccole fosse da sè.

Ogni qualvolta Nessuno si salva da solo tenta di spostare il racconto dalla pancia alla testa passa dal mirabile cinema italiano (quello che non racconta solo le persone ma tutto il mondo che li circonda in funzione loro, che non parla a me, spettatore, ma a noi, società) al dimenticabile cinema italiano (quello che sembra voler mettere in mostra le qualità degli autori più di quelle dei personaggi, quello che sembra fatto per fare un servizio agli attori invece che ai personaggi). A conclusione della serata i due protagonisti faranno una terribile e teatrale scena davanti ad una chiesa (in realtà la Galleria d'Arte Moderna) che sembra la summa perfetta di tutto ciò, le migliori idee rallentate dalle peggiori velleità.

2.3.15

Dancing with Maria (2015)
di Ivan Gergolet

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Quella di Maria Fux è una storia e una personalità che attendevano di diventare film.
Ballerina argentina di buona notorietà, ad un certo punto della sua carriera ha deciso di cominciare ad insegnare danza come forma di terapia. Terapia per chi ritiene di averne bisogno ma anche terapia per invalidi o terapia per affetti da sindrome di down, non ci sono categorie che Maria (ormai anziana ma comunque vitale e capace di impressionare muovendo anche solo una mano) non possa far ballare. Il suo metodo e la sua scuola hanno diverse succursali in diverse città del mondo ma lei continua a vivere nella sede centrale, casa e bottega.

È evidente che l'impatto visivo potente di questo documentario è tutto sull'asse Maria/ballerini, cioè sul fatto che questa donna anziana ancora curata come una ballerina d'altri tempi (con i fiori nei capelli) detta movimenti nell'aria e spiega come poter occupare lo spazio con il proprio corpo a persone che non solo non hanno il fisico ma nemmeno i movimenti dei ballerini. Eppure, attraverso i suoi metodi, anche i più deficitari si appropriano di una grazia e un'idea di comunicazione tramite braccia, mani, gambe, torso e testa che appaiono liberatorie.
C'è qualcosa di fortissimo in queste immagini, a prescindere dallo stile con il quale Ivan Gergolet le riprende: quella che per alcune persone è una gabbia che costringe, limita e fiacca (il corpo, specie se contaminato da handicap), possa diventare lo stesso, in maniere paradossali, un'opportunità di comunicazione.

Peccato che non sempre il documentario sia all'altezza degli eventi che filma, dei gesti cui assiste e della figura che ha scelto di raccontare. Verso metà sembra aver già esaurito la sua spinta propulsiva e comincia a ripetersi, a ripassare più volte i medesimi solchi.
Gergolet documenta anche la lotta di Maria Fux contro il suo corpo che decade ma in questo caso, cioè nel dramma, non trova la forza visiva che invece è presente nelle prime immagini dell'estasi da danza dei corpi inusuali dei suoi studenti portatori di handicap. E così lentamente il film muore.

1.3.15

Spongebob: Fuori dall'acqua (Spongebob: Out of the water, 2015)
di Paul Tibbit

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Nel secondo film per il cinema di Spongebob trovate tutto quello che di buono c'è nella serie televisiva (una scrittura fantastica, multipli livelli di lettura, umorismo demenziale, dolce infantilismo), molti richiami al primo film del 2004 (sia nella trama che nei personaggi), più quello che c'è di pessimo nel cinema per bambini che desidera comprarli a tutti i costi. Disney e Pixar, ma anche Dreamworks e Blue Sky ogni tanto, riescono con abilità a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, cioè a bilanciare l'esigenza di avvincere il pubblico sotto i 12 anni per vendere quanto più merchandising è possibile e riuscire lo stesso a mettere in scena degli ottimi film, che funzionino anche al di là della vendita di prodotti accessori. Spongebob - Fuori dall'acqua invece oscilla tra l'episodio televisivo ben fatto e il film più bieco.

La parte bieca è costituita dal segmento live action, cioè quando effettivamente, come promette il titolo, Spongebob e la sua compagnia escono dall'acqua e passano da 2D a computer grafica (geniali tutti gli altri personaggi di Bikini Bottom che con loro arrivano quasi in superficie ma al dunque fanno: "Ok abbiamo capito: personaggi secondari, torniamo tutti indietro!"). In quel momento la trama a cui abbiamo assistito sott'acqua si incrocia con una narrata più rapidamente attraverso piccoli inserti in cui Antonio Banderas è un pirata che racconta la storia di Spongebob a dei gabbiani. Praticamente l'annosa guerra tra i due fast food di Bikini Bottom sembra finire quando l'ennesimo tentativo di impadronirsi della formula segreta del Krabby Patty si scontra con la sua scomparsa inspiegabile. Mentre Bikini Bottom viene gettata nel postapocalittico dalla mancanza improvvisa del panino, Spongebob si allea con Plankton e viaggia nel tempo per cercare di recuperarla (incontrando il signore del mondo, un delfino che parla con la cadenza di Christopher Walken, una trova talmente demenziale da essere irresistibile).
Le due trame si incontrano quando è chiaro che è stato il pirata a rubare la formula per vendere lui i panini in superficie e quindi Spongebob e tutti gli altri personaggi protagonisti dovranno uscire dall'acqua per recuperarla.

Si direbbe che due team diversi hanno scritto la parte sott'acqua e quella in superficie, tanto la seconda è banale e piegata sui soliti espedienti da 4 soldi utili tenere desta l'attenzione infantile quando non si hanno idee vere. E invece al timone c'è sempre Paul Tibbit (storico coproduttore e showrunner della serie). I personaggi vengono temporaneamente trasformati in supereroi per combattere il pirata, dando vita ad un colossale scontro che non ha niente della creativa demenzialità con cui, nella prima scena, Plankton tenta uno dei suoi clamorosi attacchi alla formula, e mostra anzi soluzioni pacchiane e trite. Quando il film esce fuori dall'acqua scompare l'acume e il divertimento per lasciare posto alla più smielata morale sul "gioco di squadra" e all'esibizione di azione senza un vero perchè dietro. Non c'è nemmeno più la citazione o la presa in giro dei film e dei cartoni più scemi ma solo la copia delle cretinerie che quei cartoni contengono.

28.2.15

Maraviglioso Boccaccio (2015)
di Paolo e Vittorio Taviani

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Certo c'è un'indubbia coerenza nelle ricostruzioni storiche dei Taviani, nel loro cinema fieramente passato e passatista, una che gli fa imporre parole fuori dal tempo nel titolo, una fotografia naturalista per scene e ambienti che oggi pare impossibile possano ancora esistere.
A giudicare da Maraviglioso Boccaccio, è chiaro che Cesare deve morire fosse un'incredibile variazione nella loro carrellata di affreschi storici che sta allo spettatore mettere in relazione con il presente, una non solo lontana dal passato ma dotata di una fierezza intellettuale più moderna di quella che propone ora Maraviglioso Boccaccio con il sguardo retroguardista e consolante nella deferenza al testo di partenza.

Questo film pieno di star italiane sceglie la parte più innocua del Decamerone (in opposizione a Pasolini che lo guardava per cogliere l'aspetto liberatorio del sesso) da mettere in scena con il massimo della fedeltà. Il risultato sembra seguire i principi scolastico-educativi, senza in nessuna maniera rileggere quelle parole (come invece faceva a modo suo Cesare deve morire) ma anzi mirando ad esaltarle. Obiettivo fallito, perchè nella trasposizione di alcuni episodi dell'opera di Boccaccio (con il collante dei ragazzi che fuggono la peste e si raccontano storie per confortarsi e passare il tempo) è possibile intravede più l'esaltazione già presente nel titolo che un intento personale. L'impressione è di stare in Aula magna e non di essere al cinema.

Nemmeno il piacere di narrare, di mettere per immagini qualcosa che nasce su carta, riesce ad andare più in là della fedele ricostruzione e salvare questo film (alcuni interni spiccano per le loro qualità pittoriche, ma sono attimi in un mare di scenari ben selezionati e poco trattati). Nonostante l'evidente ricchezza del film, lo stesso non si scorge nessuna discontinuità, nessuno scarto dall'opera di partenza, nemmeno un guizzo visivo, qualcosa di aggiunto al testo anche solo con la recitazione. Sembra che davvero i Taviani abbiano voluto essere quanto più aderenti possibile agli scritti, riportarli fedelmente e senza contaminarli con la propria sensibilità se non attraverso la necessaria scelta di cosa mettere nel film e cosa no (selezione che, come scritto, opta per le parti meno tempestose), ma anche quest'operazione discutibile potrebbe essere considerata un fallimento visto l'incredibile noia che le diverse storie accumulano.
Cosa ce ne facciamo di un film simile? Chi può apprezzarlo al di fuori dei docenti scolastici?

27.2.15

Le leggi del desiderio (2015)
di Silvio Muccino

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Cè sempre l'esigenza di salvare qualcuno e nell'atto di farlo essere salvati proprio da quella persona nei film di Silvio Muccino. In Parlami d'amore l'autentica e ruvida sensibilità del protagonista salvava la ragazza perduta in un mare di superficialità, in Un altro mondo era un bambino africano ad essere salvato (e nel farlo salvava egli stesso il protagonista), ora in Le leggi del desiderio il salvataggio è istituzionalizzato, il protagonista fa questo o meglio promette di fare questo nella vita. Un life coach che per promuovere il proprio libro annuncia che cambierà in meglio la vita di 3 sfigati, si misura con un uomo in là con gli anni che ha perso il lavoro e si sente ai margini del mondo moderno, una segretaria al vaticano che di nascosto scrive racconti erotici e l'assistente assegnatagli dalla casa editrice, timida e in difficoltà con gli uomini. Nel fare questo egli stesso verrà salvato grazie all'amore.

Come già nei film precedenti la voglia di Silvio Muccino (anche regista e sceneggiatore del film, ancora assieme a Carla Vangelista) di andare alla radice, acchiappare lo spettatore per i capelli e trascinarlo in un vortice passionale ed estremo che lo metta a contatto con la parte più stordente dei propri sentimenti, si risolve in passioni dichiarate più che vissute.
Le leggi del desiderio nel raccontare i tre soggetti dell'esperimento, le loro vite derelitte e la rinascita attraverso la fiducia in se stessi (che non coincide con i consigli del life coach ma ne è stimolata) lentamente dovrebbe svelare la personalità più complessa, quella del life coach stesso interpretato da Muccino. Tormentato, fintamente sicuro di sè, un uomo che ha sepolto le proprie debolezze (in questo è urlatissima la metafora del padre abbandonato in una casa di riposo) dietro un personaggio sicuro ma privo di umanità.

È questo il passaggio centrale di tutta la storia, da uomo di spettacolo algido e mostruosamente pieno di certezze dell'inizio (il film inizia sul palco) ad essere umano reale e quindi fragile, ed è gestito in maniera così maldestra da essere inaccettabile. Il cambiamento e la possibilità di essere salvati da un'altra persona sono apertamente lo snodo centrale della storia ma non solo la prevedibilità delle svolte (che non ha mai nuociuto ad un buon film) quanto il fatto che esse non riescano ad avere un senso reale, perchè scritte assecondando ciò che già conosciamo, con banalità e senza sorpresa, ammazzano qualsiasi velleità. Muccino rimastica situazioni e costumi così ampiamente masticati da essere ormai privi di sapore.
Come il personaggio di Tom Cruise in Magnolia, anche qui il life coach ha un padre malato dietro di sè a costituire la personificazione della propria umanità dimenticata, eppure la purificazione che questo (assieme all'amore per la segretaria) dovrebbe scatenare asseconda più la commediola sentimentale e i suoi riti sempre uguali, che il cinema elevato a cui Le leggi del desiderio mira.

Silvio Muccino sembra voler dire qualcosa di originale attraverso il massimo del già detto. Invece che creare un mood peculiare, all'interno del quale muovere una storia magari anche usuale (va ripetuto: non c'è nulla di male in questo), nel suo film utilizza gli strumenti di messa in scena per scatenare reazioni dirette, invece che costruire un ambiente da abitare pretende che assemblare solo la sua parte più in vista (un pianto, una scena tenera, un dialogo sentito) basti, invece che scrivere una poesia compone solo le essenziali rime baciate cuore/amore. Se non bastasse la storia principale lo dimostrano le peripezie comprimarie tra uffici da fiction italiana, prelati scandalizzati, abbigliamenti "punk" inaccettabili nel cinema moderno, hacker con il cappuccio che vivono in stanze buie e successi editoriali così subitanei e mal mostrati da essere implausibili.

26.2.15

Kingsman - Secret service (The Kingsman: secret service, 2015)
di Matthew Vaughn

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Ancora un adattamento di Mark Millar per Matthew Vaughn. Il regista di Kick-ass mette in scena un'altra volta una parodia che non è tale, un fumetto che parla di cultura pop, rielabora stereotipi e luoghi comuni di un genere per aderirci quanto più possibile. Kingsman - Secret service fa allo spionaggio bondiano quello che Kick-ass fa ai film di supereroi: cerca di divertirsi con le sue regole traendone una storia paradossale. Non va mai preso sul serio il grande baraccone che Vaughn mette in piedi tra reclutamento di una nuova leva, addestramento alle arti di un ordine di spie centenario e lotta contro un villain che vuole conquistare il mondo, bisogna lasciarsi contagiare dalla sua voglia di divertirsi.

Consapevole di se stesso, raffinato nei suoi riferimenti e determinato a cercare di essere la miglior imitazione possibile del cinema di Edgar Wright (dinamico, d'azione, postmoderno ma anche pieno di ironia e significativo) Kingsman si diverte a divertire, prova un evidente piacere epidermico nell'essere di rapido consumo ma raffinato, come gli abiti indossati dai protagonisti (una setta di spie con la copertura della raffinata sartoria da uomo britannica).
Addirittura Vaughn sperimenta una forma di piano sequenza nella mischia con una macchina a mano mossa eppur controllata che sembra la versione pompata della maniera in cui Gareth Evans si getta assieme ai suoi protagonisti nel vivo dell'azione in The Raid (film punto di riferimento per l'action moderno che sta cominciando ad essere imitato).

Certo non c'è niente della profondità di lettura di Wright (che vuole divertire ma ha anche un corposo sottotesto che si prende sul serio) solo il suo più immediato umorismo. Nelle spie che paiono supereroi sanno di essere spie con il mito di James Bond e Jack Bauer, che vedono i film di spionaggio e ne conoscono i luoghi comuni c'è la volontà di non essere come gli altri, quel tocco di metacinema che cerca di elevare il film al di sopra della concorrenza. Diversamente da quelli che si prendono più sul serio (come Marvel e DC) Kingsman dice allo spettatore "Io e te siamo uguali", non finge di non sapere quali siano gli stereotipi del genere e come Scream negli anni '90 comunica con lo spettatore alla sua stessa altezza, partendo dalla stessa conoscenza condivisa. È il cinefumetto che non si prende sul serio, che è consapevole di essere puro escapismo e cerca di farlo al meglio, come una farsa in cui tutti recitano senza costumi o maschere ma per quello che sono, per il puro divertimento di realizzare l'artificio senza un'eccessiva sospensione dell'incredulità, potendosi così permettere di arrivare ad estremi (le gambe di lame, le voglie sessuali della principessa di Svezia) che altrove sarebbero ridicoli.

25.2.15

I knew better - The repairman

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Esce questa settimana The repairman, sorprendente esordio italiano passato sotto silenzio due anni fa al festival di Torino.

Blackhat (id., 2015)
di Michael Mann

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Il nuovo film di Michael Mann non arriva 6 anni dopo Nemico Pubblico ma 9 dopo Miami Vice. È quel mondo e quell'idea che Blackhat porta avanti, pompandone le parti migliore e mescolandola alle trovate urbane di Collateral, con un ritrovato spiritualismo laico.
Il digitale delle riprese (nessuno lo usa come lui, approfittando della scarsa dinamica dei colori, della piattezza delle immagini, non finalizzandolo per apparire distante dalla pellicola e facendosi forza di luci naturali) stavolta si sposa al digitale che sporca una trama più che usuale il tanto che basta a renderla poco diversa dal solito. Un hacker viene scarcerato per aiutare la polizia a risolvere un caso di attacco informatico in cui gli Stati Uniti collaborano con la Cina, ovviamente il suo obiettivo è anche quello di scappare ma eventi nel corso dell'indagine gli daranno motivazioni sufficienti a portarla a termine a tutti i costi.

L'investigatore che è il rovescio della medaglia dell'indagato, tra tutti i classici forse il preferito da Mann, la sua maniera di reinterpretare quel movimento tipico del polar per il quale ad un certo punto quando la posta in gioco si alza bene o male, giustizia o criminalità non contano di fronte ai rapporti, conta solo l'amicizia (o un rapporto di stima) a prescindere dal ruolo che si interpreta nella vita di tutti i giorni.
Come Miami Vice la narrazione è priva di colori drammaturgici sebbene piena di dramma, tutto è aciugatissimo ed epico (la coolness esasperata dei suoi personaggi, con occhiali da sole e abiti firmati portati con trasandata sicurezza) all'insegna del sentimentalismo maschile, quello delle poche parole e molte azioni, in cui ci si parla poco e ci si intende con uno sguardo (già Occhio di falco di L'ultimo dei Mohicani conquistava così la sua amata), senza mai bisogno di spiegare a parole quello che si pensa, anzi le parole di solito sono ingannatorie, dicono A ma il loro tono suggerisce B. Fare invece che dire, per i sentimenti come per tutto quello che importa davvero del film. Infatti alla stessa maniera del film tratto dalla serie televisiva da egli stesso curata, anche Blackhat usa una storia sentimentale tra un americano e una cinese per attrarre i grandi opposti e rendere difficile quello che dovrebbe essere semplice, l'ingiustizia suprema contro la quale è indispensabile battersi futilmente.

A rendere Blackhat ancora più preciso e sublime di Miami Vice (ma ugualmente dissonante per chi è abituato ai polizieschi classici, poichè lo svolgimento non punta davvero a raccontare la trama ma tutto quello che gli gira intorno, con una rarefazione incredibile per un film commerciale) è però il rapporto con la città, la vera ossessione di Mann da Collateral in poi.
L'Asia sembra il posto più giusto per il suo cinema, le metropoli sono più metropoli, i luoghi sono stati meno violentati da altri film e in un certo senso vergini per uno sguardo come il suo, la densità di neon, luci, umanità e l'indifferenza di tutto il contesto alle peripezie alle volte incredibili dei protagonisti è molto più esasperata di quanto non si possa filmare in America. Il grande aggregato di cemento in cui anche se spari ad altezza uomo lo stesso non sei nessuno, dove l'unica speranza è trovare qualcuno come te a cui stringerti, posti nei quali la materia dura degli edifici si scontra con quella molle delle persone, palazzi che incombono, condizionano e sembrano essere l'unico Dio che regola le vite delle persone, l'ecosistema in cui queste vite prosperano.

Blackhat è un thriller quasi spirituale. C'è una precisa vocazione esistenziale nella maniera in cui il suo protagonista affronta il proprio destino, si imbarca in un'impresa disperata e davanti alle scelte più difficili opta per quelle che ne mettono a rischio la vita, con un nichilismo e un cinismo verso se stesso che sarebbero sensati solo se fosse un religioso. Ovviamente non lo è, la chiesa del cinema di Mann è la città, i suoi comandamenti sono l'ingiustizia del destino, i suoi precetti sono la coerenza verso i singoli e non il senso del dovere verso un'istituzione, la sua salvezza è solo un'altra persona.

Gli appassionati di cose di informatica troveranno soddisfazione, forse è il miglior film mai fatto sul cybercrimine ma non aspettatevi aderenza al reale al 100%. In un film in cui ci si spara senza problemi in un centro abitato o in mezzo alla folla non pretendete che anche attraverso il computer non si compiano un po' d'azioni improbabili. È un film, non un documentario.

23.2.15

Vizio di forma (Inherent vice, 2015)
di Paul Thomas Anderson

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Quando nella vita di Doc Sportello ritorna Shasta, la donna dal suo passato, noi non sappiamo ancora niente di lui, il film è appena iniziato, è il 1970 e quell'aria da fresca sera californiana assieme ai violini di Jonny Greenwood, che si battono per retrodatare il film agli anni '50, hanno già detto tutto. Shasta è tornata, non sembra più quella di prima, dice la voce fuoricampo, ha un problema e chiede aiuto a Doc: un grosso immobiliarista sta per essere fregato dalla moglie, lei dovrebbe essere parte del piano in qualità di esca ma non sa che fare, crede di dovere qualcosa a quell'uomo ed è probabile che questo in lei sia considerato un vizio di forma, si fa troppi scrupoli. Sembra la scena del bar di Le catene della colpa, una donna dal passato varca una soglia e nulla può essere come prima, il protagonista entra in un vortice perchè "Tu sei l'unico che non mi hai mai abbandonato".

Paul Thomas Anderson usa il romanzo omonimo di Thomas Pynchon per cercare di andare dritto al nocciolo duro del cinema noir, per essere sentimentale in quella maniera e tratta la trama come il fronzolo che è: tantissimi personaggi, storie e misteri che si avvicendano uno dopo l'altro ma in fondo non contano niente, sono un mondo disperato e privo di senso (per questo fa molto ridere) in cui il ricordo di quell'amore è inseguito come un'oasi. Vizio di forma raggiunge un senso di malinconia per il passato in quanto tale che è il succo stesso del noir, l'impressione che tutto vada verso il peggio e non ci resti che ricordare, cercando inutilmente di ricreare il passato. Paul Thomas Anderson usa un intero film per cercare di arrivare alla sensazione di perdita dell'innocenza personale nell'anno in cui la perse il suo paese (il passaggio tra il sogno dell'estate dell'amore degli hippie e la tragedia di Charles Manson) e trova il suo capolavoro.

C'è un poliziotto brutale che non riesce a nascondere la sua spinta omoerotica verso Doc Sportello (che si traduce in un'ossessione spesso violenta nei suoi confronti), una banda di nazisti alleati con un magnate ebreo (e una gang nera), un'organizzazione di dentisti creata per motivi fiscali, una barca al largo su cui la gente sale e scende e una spia per conto del governo che ha abbandonato la famiglia. Forse è tutta un'allucinazione, forse è un sogno di Doc Sportello sul suo amore scomparso, partito all'inizio quando lo vediamo placidamente sdraiato in una tranquilla serata, oppure forse è una storia tutta vera ma guardata dal punto di vista di un investigatore hippie continuamente fatto, uno che immagina cose che non ci sono, che vede i personaggi televisivi rivolgersi a lui, che ha una coscienza personificata che gli parla, lì accanto a sè anche nei ricordi (Sortilege), e non manca di farsi condizionare dall'aria di paranoia dei tempi che vive. Forse quella Golden Fang di cui tutti parlano davvero è una grande organizzazione che vende droga, rimedi alla droga e denti finti per gli eroinomani o forse è solo Doc che la vede così, magari è solo una barca.

Immerso in un oceano di marcio che si presenta tutto concatenato (come nei migliori complotti), Doc in realtà nuota per trovare la sua Shasta (anche se questo "non significa che torniamo insieme") e ricreare quel momento di qualche anno prima in cui in un giorno di pioggia uscirono per cercare droga e fu uno dei giorni più belli della loro vita insieme. Due movimenti di macchina quasi uguali mostrano quel ricordo bagnato e un presente in cui là dove non c'era nulla ora si erge un posto di inganni e doppi giochi. È forse il momento più misteriosamente bello di questo film pazzesco, quello in cui passato e presente sono messi a confronto con inquadrature simili ma non identiche. Tutto è cambiato e non si riesce a tornare indietro.
Doc Sportello per tutto il film sfiora soltanto un mondo intero di comica assurdità che sembra uscito dai deliri caotici dei fratelli Coen (se solo avessero un cuore), contaminati da un sentimentalismo molle e passivo. Più che risolvere misteri ci passa dentro senza avere la minima influenza, accontentandosi alla fine di fare almeno una cosa giusta e ricongiungere un uomo alla sua famiglia (il cui tema musicale dice tutto il resto).

I misteri di Vizio di forma sono così tanti e ramificati che c'è l'impressione che si possa indagare per sempre, trovando infinite altre storie collegate a queste senza però capire mai tutto davvero, perchè ognuno ha qualcosa da nascondere. Magari le paranoie sono tutte vere e la soluzione dista solo un ennesimo altro passo. Non c'è nulla di certo ma non importa, sono tutti dettagli, elementi che agitano le acque intorno all'ossatura forte del film: i lunghi dialoghi che Anderson filma con inquadrature fisse lentamente strette sui due interlocutori.
È mostruoso come questo regista lavori sul campo fisso come scheletro narrativo, riuscendo ad illuminare di colori fluo da libro in edizione economica le sue scene di dialogo notturne ma anche a realizzare un'incredibile sequenza di seduzione sul divano, in cui il ruvido rumore di pelle (umana) su pelle (del divano) è quasi di insostenibile desiderio. Joaquin Phoenix è il sole attorno al quale tutto gira (il suo personaggio è meno caricato rispetto a The master e ne giova tantissimo, serve ogni scena perfettamente, la esalta e ne esce rinforzato) ma il vero colpo di Anderson stavolta è Katherine Waterstone (Shasta), corpo perfetto del desiderio, sexy, fragile e indecifrabile, sussurra tutto il film, la si ama intuendone il pericolo. Quando muove le gambe nei ricordi di Doc spiega più di ogni scena il desiderio di ritornare a quei giorni, quando non sorride spiega meglio di ogni dialogo perchè il presente non è il passato.