30.9.14

Jimi: all is by my side (id., 2013)
di John Ridley

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Questa volta l'idea poteva avere un senso: Jimi prima di essere Jimi. Un personaggio che tutti conoscono per un pugno di anni di attività visto in quel periodo in cui ogni cosa sta per nascere. Non solo, un musicista noto, celebrato e venerato per 3 album (ma in realtà per una decina di pezzi) che viene indagato attraverso la sua musica meno famosa, le cover e quel che faceva prima di incidere quei 3 album. In realtà è tutto frutto di necessità, il primo biopic su Jimi Hendrix infatti è bloccato dal fatto che gli eredi non concedono i diritti delle canzoni da lui composte, quindi niente musica nota e niente Hendrix noto. Lo stesso stavolta questo punto di vista per nulla originale poteva avere un senso.

Invece non ce l'ha questo Jimi: All is by my side, versione all'acqua di rose e molto "americanizzata" del mito, tutta mentori e poca vita vera. Si respira l'aria del meglio solo nel finale quando finalmente ci sembra di intuire qualcosa di quel "genio" di cui molto si parla, quando Hendrix ha l'idea assurda ma spettacolare di eseguire dal vivo la cover di un brano uscito solo pochi giorni prima, e di farlo davanti agli autori: i Beatles. Vediamo un po' di backstage di momenti storici.
Andrè 3000 poi ci mette molto del suo per interpretare Hendrix, si vede che lo conosce, l'ha studiato e l'ha ammirato realmente, ne ricalca movenze e posizioni abituali. Ma cosa può contare tutto questo di fronte ad una serie di eventi cretini messi uno in fila all'altro?

Le donne, un pizzico di droga, qualche poliziotto che maltratta e la sregolatezza, tutto sembra ricalcare gli stereotipi della rockstar invece che mostrare qualcosa di originale e mai imitato. Per fortuna arriva ogni tanto un po' di autentico stupore di fronte alla musica a dare una parvenza di motivazione su quel che muovesse quelle mani e quel che animasse quella musica. 
Inutile dire degli accenni al rapporto con il padre o alle opinioni politiche. Tutto è uno schiaffetto sul volto, nulla una vera pezza, tutto è un servizio per chi è già fan, già conosce e può trovare quel che sa. Nulla è racconto.

26.9.14

L'incredibile storia di Winter il delfino 2 (Dolphin tale 2, 2014)
di Charles Martin Smith

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Docu-fiction ad un livello superiore che incrocia il cinema per ragazzi più classico. Il secondo episodio delle avventure del delfino menomato, a cui manca la pinna ma che riesce lo stesso a nuotare grazie ad una protesi, dopo 3 anni torna ed affianca al protagonista altre storie di mammiferi marini in difficoltà che vengono riportati alla vita normale grazie alle attenzione dei biologi marini.
Come mostrano bene le immagini a fine film, la componente di realismo è molto marcata, tutte le storie non solo sono vere (o tratte da fatti veri) ma in certi punti rimesse in scena con una certa fedeltà ai fatti accaduti. Non a caso Winter il delfino 2 si svolge in maniera diversa dai soliti film per ragazzi (non ha un villain, non ha un vero arco narrativo nè difficoltà da superare per i protagonisti), bensì è un'abile giustapposizione di scene di tenerezza tra uomo e animale.

Nel desiderio di realismo e nella rappresentazione di quel che accade con la salvaguardia dei delfini il film riesce anche ad andare contro il proprio buonismo. Una buona parte della trama infatti ruota intorno al fatto che i delfini menomati, in difficoltà o anche solo da curare sono una potente attrazione, una che fa staccare biglietti con il cui prezzo viene pagato tutto quanto. Winter in particolare è il re di tutto questo circo e in molti vorrebbero sacrificare la libertà di alcuni delfini per la possibilità di tenere Winter nel proprio centro/parco (secondo una legge americana chi tiene un delfino deve tenerlo in coppia altrimenti questo viene trasferito dove può essere affiancato ad un altro della propria specie).

Un film, anzi una coppia di film, di questo richiamo e questa fattura (perfetta, anzi straordinaria dato l'oggetto raccontato, un tipo di cinema che nessuno può copiare, nessuno può rifare, nessuno sa nemmeno immaginare se non gli americani) rientra infatti a pieno in quel sistema di sfruttamento dell'immaginario degli animali da salvare che finanzia il salvataggio stesso. Non c'è nulla di male, tuttavia è un cortocircuito d'immagine non da poco che gli animali possano essere curati e salvati solo grazie all'esposizione mediatica e non che si può poi fare di essi.

24.9.14

Posh (The riot club, 2014)
di Lone Scherfig

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Viene dall'Inghilterra e da una regista danese, Lone Scherfig (diventata famosa con uno dei primi film Dogma: Italiano per principianti) questo veicolo per giovani attori bellocci, lo stesso ha davvero poco di europeo.
Posh sarebbe la versione per il cinema di The Riot Club (infatti il titolo originale è quello), opera teatrale di Laura Wade che lei stessa ha adattato per il cinema allargando l'unità di luogo dalla cena che costituisce la seconda parte del film ad un affresco più grande di un certo tipo di gioventù britannica da Oxford. In questa maniera Posh flirta un po' di più con il college movie (ma davvero lo stretto indispensabile) e sembra una versione andata male di un film comico, in molti momenti potrebbe svoltare sul demenziale ma non lo fa per rimanere nei canoni del proprio genere. Purtroppo l'impressione è che se avesse scelto la strada della commedia sarebbe stato più plausibile, sincero e autentico di così, i suoi personaggi e i suoi caratteri esagerati sarebbero stati accettabili e quasi significativi.

La storia è quella di due ragazzi, giunti assieme ad Oxford ma da famiglie diverse, uno più pressato dai genitori e cresciuto all'ombra di un fratello ingombrante, l'altro meno incline alla fascinazione dell'alta società, entrambi scelti dai membri del Riot Club (una delle confraternite più antiche) per essere ammessi. Parteciperanno alla grande cena annuale in cui con sprezzo della povertà viene distrutto tutto e poi si paga per i danni effettuati, solo che tra alcol, scherzi e rivalità andrà tutto malissimo e bisognerà porre rimedio.
Il filo rosso è abbastanza chiaro e didascalico: esiste una parte della futura classe dirigente (gli ultraricchi) che viene caricata d'aspettative, riempita di livore sociale e annebbiata da ideali di unicità e potere, questa finisce ben presto con il credere di poter sopravvivere a tutto e pagare qualsiasi errore con il denaro. Quelle persone si formano così da secoli e poi dirigono il paese.

È però proprio l'approccio così diretto, sicuro e privo di dubbi a far cadere il film. Perchè sia Lone Scherfig sia Laura Wade sembrano avere una verità rivelata in mano che intendono mostrare, sembrano voler insegnare al pubblico come stanno davvero le cose invece che cercare di mettere in scena una rappresentazione della realtà in cui i dubbi, i problemi e le crisi siano affrontati da una complessità di punti di vista. L'ostentata bontà dei bravi lavoratori umiliati dai viziati studenti, la purezza della piccola storia d'amore calpestata dall'arroganza e l'insistito sadismo dei protagonisti sembrano la peggiore delle vendette a mezzo filmico invece che un racconto interessante.
L'unica pallida nota positiva è la conferma dell'abilità di Lone Scherfig a tratteggiare con pochi gesti e un'economia d'inquadrature invidiabile il sentimento amoroso più semplice e onesto. L'avevamo vista farlo già in Once e An education ma qui è ancora più essenziale e magistrale. La cosa più banale, il romanticismo adolescenziale, nelle sue mani diventa la più originale.

23.9.14

La Buca (2014)
di Daniele Ciprì

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È stato il figlio sembrava un sogno. Solo due anni fa è stato uno dei migliori film italiani della sua stagione, una commedia amarissima, dura e divertente ma con un ghigno arrabbiato, storia e personaggi guardati senza nessuna pietà, osservati nella loro piccineria ma con la capacità di risalire la scala per comprendere da dove questa venisse. Sembrava di aver guadagnato un nuovo autore di caratura internazionale. La Buca è un risveglio terribile.
Tutto quel che di buono c'era in quella commedia contemporaneamente moderna e tradizionale, piena di invenzioni ma anche capace di lavorare alla grande sulle basi del cinema (attori, fotografia, sceneggiatura, montaggio) sembra perso e Daniele Ciprì è quasi irriconoscibile.

Regista, sceneggiatore e direttore della fotografia anche in questo suo secondo film "da solo" (cioè senza Franco Maresco) Ciprì ha scelto una strada impervia e lontanissima dalle sue corde (lo si dice a posteriori, avendo visto il film), una commedia questa volta sofisticata, favolistica ed esagerata, priva di presa concreta, di forza bruta ma in teoria piena di poesia. Due uomini si conoscono e cominciano a fare coppia, uno è un profittatore nato e di lavoro, l'altro il tipico da cui approfittare, tra loro una donna nel ruolo di mediatrice in un contesto che vorrebbe ricordare i film americani degli anni '60 con in più molta pioggia.
C'è ogni stereotipo immaginabile senza nemmeno un briciolo di vera cattiveria, tutto è filtrato da una città immaginaria, vestiti immaginari, ambienti immaginari e relazioni immaginarie. Come È stato il figlio lavorava sulla malvagità qui sembra essere dalle parti dell'ostentata bontà ma senza la gioia di vivere che la rende accettabile, sconfinando nell'inevitabile melassa insapore.

E non è certo un musical La buca! È una commedia priva di idee, priva di guizzi e che non riesce nemmeno a far ridere. Non si capisce cosa sia successo a Ciprì, nel film precedente riusciva a tenere a bada ed instradare un cavallo difficile da domare come Toni Servillo mentre qua non riesce a far recitare in maniera decente nè Castellitto nè tantomeno Rocco Papaleo (figuriamoci Valeria Bruni Tedeschi!). Insostenibile dall'inizio alla fine del film si farebbe fatica a parlare bene anche se si venisse corrotti talmente pochi sono i possibili appigli, talmente vuoto e inconsistente si ostina ad essere scena dopo scena.
Perché La buca non è nemmeno un film fatto male quanto uno che ha deposto le armi già dalla prima inquadratura.

22.9.14

Sin City: Una donna per cui uccidere (Sin city: a dame to kill for, 2014)
di Robert Rodriguez e Frank Miller

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Ci sono voluti quasi 10 anni per realizzare un secondo film dai fumetti di Sin City, nel frattempo quell'estetica a metà tra il tratto di Miller e l'abuso di CG ha contaminato molto altro cinema (da 300 in poi almeno). Ora Sin City torna completamente digerito dal cinema, non è una novità ma è parte del sistema, non rompe degli schemi ma li conferma. In questo senso dovrebbe aver in teoria perso la sua forza, in realtà conferma tutti i propri pregi e difetti.
Perchè questo secondo film mantiene una sceneggiatura e dei dialoghi terribili (sicuramente non aiutati dal doppiaggio italiano) a fronte di soggetti ottimi (la parte di storia che proviene dai fumetti) ma lavora di estetica in maniera ancora migliore, ancora più radicale e ancora più milleriana quindi ancora più eccitante.

Al secondo tentativo Robert Rodriguez (stavolta con Miller stesso) centra molto più l'obiettivo di tradurre le componenti migliori del tratto milleriano al cinema. L'operazione è di per sè folle ma proprio questa follia fa sì che quei momenti in cui riesce regalino attimi che raramente si testimoniano in una sala. Perchè se le parole riescono a prosciugare di qualsiasi interesse la vicenda (raddoppi didascalici assassini come Eva Green che spara, manca il bersaglio e dice "Ehi, ho proprio una mira di schifo") è anche vero che la prospettiva che inquadra gli eventi è fenomenale. Prova ne è il segmento di Joseph Gordon-Levitt, sulla carta il più vacuo e meno compiuto (ha una fine ma non chiude un arco narrativo canonico) mentre nella pratica uno dei più suggestivi.

Le tre storie di Sin City 2 (narrate come nel film precedente non ad incrocio ma una dopo l'altra) disegnano ancora una volta e con più forza il tema portante del noir duro e puro (sebbene poi le storie siano raccontate andando a parare più che altro dalle parti dell'hard boiled) ovvero lo sconvolgimento sociale portato dal nuovo ruolo della donna nella società metropolitana della prima metà del novecento. Essendo un film moderno quella componente sessuale che prima era suggerita qui è esplicita, forte, potente ed eccitante nel senso stretto, usata per il medesimo fine di sempre, raccontare di un uomo che perde la propria etica (sia criminale che dalla parte della legge) per un amore radicato nel sesso. Lungi dall'essere banale, la sovraesposizione al posto dell'ammiccamento e del suggerito nella dimensione visiva di Miller diventa l'essenza dell'espressionismo fumettoso. Non c'è quasi nulla di nemmeno "probabile" in Sin City 2 ma questo rende ogni idea visiva capace di dire cose vere.

20.9.14

La nostra terra (2014)
di Giulio Manfredonia

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È una fissa di Giulio Manfredonia quella dei film in cui i più deboli si alleano per creare un business nonostante lo scherno dei più forti. Già con Si può fare aveva raccontato l'impresa (tratta da una storia vera) di un gruppo di matti che formano una piccola ditta edile e, malgrado il poco sostegno statale, si reinseriscono nella vita civile attraverso un'insanabile buona volontà che abbatte ogni barriera. Il tutto reso credibile e accettabile dall'umorismo. Dietro l'operazione c'era e c'è anche ora Fabio Bonifacci.
La stessa forza propulsiva (con il medesimo idealismo naive e il medesimo atteggiamento da commedia che avvicina la storia al favolismo) anima La nostra terra, in cui un pugno di persone oneste del meridione, coadiuvate da un uomo integerrimo del nord (che rappresenta nell'immaginario collettivo il senso civico), mette in piedi un business a partire da terreni sottratti alla mafia.

Alla base di La nostra terra c'è quindi il medesimo contrasto che anima buona parte dei film italiani degli ultimi anni, lo stesso di Benvenuti al Sud cioè quello tra il meridione e il nord come metafora del passato e del presente del nostro paese, la modernità contrapposta alla tradizione. Nel caso specifico la tradizione è l'atteggiamento esterno alla legalità (che nei casi peggiori è mafia e nei casi migliori è solo sfiducia per le regole) e la modernità è rappresentata dal padroneggiamento delle nozioni e dei sistemi dello stato (quindi dal possesso di informazioni, cosa involontariamente davvero molto moderna). Non manca ovviamente la più ovvia contrapposizione tra vita algida e spirito passionale, tra distanza formale e confidenza empatica con inevitabile vittoria della seconda.
Come in qualsiasi commedia italiana la vita tradizionale batte quella moderna, un giorno ci siederemo e cercheremo di capire perchè non facciamo che parlare dell'esigenza di modernizzare il nostro paese (specie il meridione) quando non facciamo che raccontarci storie in cui la mancata modernizzazione migliora le vite dei personaggi.

Quel che è però veramente fastidioso in La nostra terra non è questo (che è solo ordinario) quanto la maniera in cui una storia edificante di opposizione alla mafia e di coraggio nel rischiare in prima persona, per affermare anche nel piccolo i concetti di giustizia, sia trattata con la ricercata naivitè della peggior televisione. Il film seriamente (ripeto: seriamente) disegna un boss mafioso da macchietta, messo nel sacco da chi non ne sa nulla di malavita, reticente a dimostrarsi violento ed efferato come la sua fama racconta e ridicolo nella maniera in cui affronta le questioni di terreno con i protagonisti. Un pupazzo accettabile solo in un racconto idealizzato, cosa che La nostra terra non vuole essere, anzi il film mira all'affermazione dei più concreti valori civili e si aggancia alla realtà delle cooperative che gestiscono i terreni confiscati alla mafia. Non è una favola ma una storia che si propone di mettere in scena e romanzare cose vere privandole di ogni asperità (il fatto che sia una commedia riguarda il tono non gli elementi narrati).
Manfredonia e Bonifacci in sostanza presentano un male titanico (un furioso omicida, spietato speculatore e acuto stratega) con il fine di spaventare e confermare la diabolica cattiveria mafiosa ma al dunque lo fanno agire con una tale stupidità da rendere efficaci anche i piani più semplici ed ordinari orditi dai protagonisti. La mafia battuta con espedienti da scuola media, l'illegalità sgominata in pochi giorni, la mentalità mafiosa sradicata con due buone azioni e poi la pretesa di mettere in scena storie che accadono realmente. Pura follia da RaiUno fatta ingoiare dalla consueta scrittura scorrevole e divertente di Bonifacci.

19.9.14

Resta anche domani (If I stay, 2014)
di R. J. Cutler

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In tempi in cui il pubblico femminile più giovane viene nutrito con un cinema e una narrativa che spaziano in quanto a generi (finendo spesso dalle parti della fantascienza), Resta anche domani è la controriforma, racconto fieramente vecchio stampo nel quale non avrebbero stonato fazzoletti di pizzo per asciugare le lagrime, nel quale si casca correndo e in cui ogni due parole c'è una dichiarazione di sentimenti. Anche più di Colpa delle stelle il film di R. J. Cutler tratto dall'immancabile romanzo (questa volta di Gayle Forman) rimette il dolore del corpo femminile al centro del racconto, rivendicando per la donna il ruolo che storicamente la narrazione popolare le ha sempre affidato, cioè quello di custode dei sentimenti più estremi e quindi calamita per ogni tragedia.

Resta anche domani è un film fieramente tragico come non se ne vedevano da un po' (almeno nel segmento del cinema che vuole incassare) che per una sua buona fetta è ambientato in un ospedale, luogo che fa da base, da ancora nel presente per consentire continui flashback che ricostruiscono gli eventi che hanno portato i protagonisti a separarsi prima dell'incidente. C'è sia la dinamica del dialogo con la protagonista in coma (che è contemporaneamente anche presenza spiritica capace di vedere la realtà ma non di interagirci) che quella più d'azione, da serie televisiva ospedaliera, dell'aggravarsi delle condizioni dei familiari anch'essi ricoverati, dell'arrivo di notizie sul loro stato.

Tutto è finalizzato alla celebrazione del grande amore che unisce i protagonisti, secondo dettami da favola al femminile. Lei dimessa secchiona con l'ossessione della musica classica e un desiderio nel cuore da seguire per potersi dire realizzata (entrare nella più importante scuola di musica d'America, che sta però in un'altra città) viene liberata da il più desiderato dei ragazzi, musicista d'altra estrazione (autodefinitosi punk ma si può facilmente dissentire da quest'aggettivo) che in lei vede qualcosa di più di quel che vedono gli altri.
Che tutto sia finalizzato ai tormenti della protagonista femminile (e quindi allo struggimento del pubblico femminile) è evidente dai conflitti in ballo che oscillano tra il più canonico amare ed essere amati e il dover scegliere tra le proprie aspirazioni di realizzazione (che non sono mai date per scontate come quelle della controparte maschile) e il batticuore.

Come è evidente c'è molto di eterno e molto poco di originale in Resta anche domani, film il cui punto di forza sta tutto nel continuo assistere della protagonista alle dichiarazioni d'amore nei suoi confronti. Stare al proprio capezzale le consente di vedere nonni, amici e fidanzati fare discorsi strappalacrime al suo corpo in coma, mentre la rievocazione dei ricordi non fa che caricare il dramma della separazione che la morte porterebbe con la felicità del tempo passato, l'idillio dell'amore e dell'armonia.
Impossibile non pensare che un film a cui si deve riconoscere il coraggio di far andare molte delle sue trame in tragedia forse poteva anche avere il coraggio di chiudere con una nota più negativa, sarebbe stato più coerente e forse più funzionale allo strazio a cui mira.

16.9.14

I Knew Better - Si alza il vento

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È ancora in sala per un giorno l'ultimo (sul serio) film di Miyazaki. Visto l'anno scorso a Venezia è un capolavoro oggi più di ieri.

15.9.14

Sex Tape (id., 2014)
di Jake Kasdan

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C’è un pool di talenti passati fugacemente per Freaks and geeks (la serie tv prodotta da Judd Apatow che ha sfornato una buona parte dei nuovi autori di commedie) in Sex tape, tutti capitanati da Jake Kasdan (un altro figlio di Lawrence che fa il regista dopo il più interessante John), una piccola truppa capace di lavorare con grande affiatamento su un’idea di commedia tanto eterna quanto funzionante. Tuttavia Sex tape non può dire d’essere un film ben realizzato, colmo com’è di raccordi di montaggio squilibrati, svolte di trama poco armoniche e un soggetto genale che parte con un ritmo e chiude in fretta come se avesse finito le idee. La sua forza comica è istantanea, vive di momento in momento e non crea mai un film armonico.

Non si può infatti negare come lo humor del gruppo funzioni anche stavolta (dopo Bad teacher, film da cui viene buona parte del team creativo e che era decisamente più riuscito). Lo spunto sfrutta un placement mostruoso dei prodotti Apple (“Hey sono davvero resistenti questi iPad”, “Guarda tesoro con questa nuova funzione ora è possibile condividere tutto automaticamente, non è fantastico?”) per imbastire la trama più canonica che ci sia: due personaggi per salvare la propria reputazione devono penetrare in diverse case e/o uffici per recuperare degli oggetti distraendo i proprietari. Tutto slaptstick, botte in testa e un’esilarante guerra contro un cane, Jason Segel e Cameron Diaz sono perfetti, non mancano una battuta, non sprecano un’espressione e le loro gag funzionano tutte. Buona parte dei comprimari pure è sensazionale (la trovata dei quadri a tema Disney è memorabile e sembra uscita da un brainstorming alimentato a tequila) e il passaggio che apre la strada al cammeo finale è fortissima.

È quindi con dispiacere che si rompono le uove nel paniere di un film così pieno di ritmo e divertimento, ma sembra che a nessuno interessasse la coerenza, che nessuno volesse mettere a frutto tutta questa capacità di divertire (e di spunti per un ragionamento anche più coinvolgente ce n’erano vista la trama) o anche semplicemente realizzare un prodotto senza sbafi. Che fine fanno gli altri iPad? Perchè i protagonisti non vogliono continuare a girare per recuperarli, limitandosi a uno solo? Come mai solo alla fine si fidano della parola del bambino?

Con più attenzione e cura poteva uscire un film veramente bello.

13.9.14

The giver - Il mondo di Jonas (The giver, 2014)
di Philip Noyce

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Ci sarebbe da gridare all’ennesima scopiazzatura di Hunger Games se The giver non si basasse su un romanzo del 1993, largamente antecedente a quelli di Suzanne Collins, eppure è inevitabile che il suo primo adattamento per il cinema risenta e richiami il film di Gary Ross e le dinamiche della nuova fantascienza per giovani adulti.

Originariamente The giver (libro) era una specie di versione autonoma dei princìpi base tracciati da Aldous Huxley nel 1932 con Il mondo nuovo, ovvero una società che fa di tutto per levare umanità agli uomini così da tenerli a bada, la divisione in caste (che qui si traduce nell’assegnazione di un futuro scritto per ognuno), la cancellazione del passato del mondo, il concepimento in laboratorio e via dicendo. Ma nella sua versione filmica non diventa La fuga di Logan (forse la versione più fedele nello spirito tra le distopie non direttamente ispirate a Il mondo nuovo) quanto qualcosa tra Hunger Games e Divergent (Meryl Streep ha lo stesso ruolo di Kate Winslet), cioè subisce l’influenza di successi più recenti senza riuscire a centrare i loro stessi obiettivi.

Con un protagonista maschile al posto della consueta eroina ma il medesimo feeling di “essere unici in un mondo che ti vuole omologato”, la medesima metafora del passaggio d’età (è nel momento in cui gli viene assegnato il lavoro per la vita che il protagonista comincia a capire che esiste qualcosa di più) e il medesimo messaggio di ribellione della classe dei figli contro quella dei genitori, The giver si connota come una versione all’acqua di rose delle avventure di Katniss Everdeen.
A mancare totalmente al film in fatti è il fascino di una perdizione totale. L’oppressione perpetrata attraverso l’annullamento delle emozioni non trova mai la rabbia dello spettatore, la lenta scoperta di un altro mondo, fatto di colori, sentimenti e libera espressione è rappresentato attraverso un immaginario di repertorio (nel senso stretto, sono proprio immagini non girate per l’occasione) che attinge più alle pubblicità degli orologi, dei profumi e degli assorbenti!

Il progetto era stato cullato a lungo da Jeff Bridges (che interpreta il grande vecchio incaricato di trasmettere la conoscenza del passato al protagonista) e alla fine è stato scritto da Robert B. Weide e diretto da Philip Noyce, un team decisamente più ferrato con cinema diretto alla generazione dei genitori che a quella dei figli, visibilmente a disagio con l’idea di colpire duro i grandi e assolvere in pieno i più giovani che poi è la base del successo di questi film. Alla fine pare che tutto il compito di rendere la liberazione del protagonista (vero asse portante del film) sia lasciato al passaggio tra bianco e nero e colore. Un po’ poco considerato quel che si vede in giro.