22.11.14

I toni dell'amore (Love is strange, 2014)
di Ira Sachs

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Nel rimanere vicino al proprio mondo Ira Sachs (ebreo e gay) trova una vena di straordinaria leggerezza e addirittura scavando nei luoghi del cinema americano per eccellenza (New York) trova il miglior filone del cinema europeo.
I toni dell'amore inizia con il matrimonio di una coppia formata da due gay, di cui uno ormai in pensione da tempo e l'altro insegnante di musica in una scuola religiosa. Già nella prima scena (risveglio e ricerca di un taxi per andare alla cerimonia) c'è tutto il segreto del film, il suo tono. Questo matrimonio sarà la causa che induce la scuola cristiana a licenziare il maestro gettandoli in una temporanea situazione di indigenza, non hanno i soldi per pagare l'affitto e devono cambiare casa. Temporaneamente saranno ospitati (dunque verranno separati), occasione che li porta ad approfondire la loro conoscenza degli amici che li ospitano e a mostrare il proprio affetto diversamente.

È difficile immaginare un film in cui, date le premesse che scatenano l'azione (cioè il separarsi dei protagonisti), succeda così poco. I toni dell'amore non tiene nemmeno fede eccessivamente al proprio titolo originale (Love is strange) ma paradossalmente più a quello italiano per come si fonda tutto su un'atmosfera rarefatta e naturalista, simile alla fotografia trasparente di Voudouris. Sembra non pesare nulla questo film di Ira Sachs, in cui gli attori si palleggiano le battute con maestria senza mai strafare, senza cercare mai la scena madre come se stessero lavorando in scene di transizione. 
I toni dell'amore è proprio tutto un film in transizione, in cui ogni momento sembra preludere a qualcos'altro, un necessario passaggio per arrivare alla sostanza. Questa sostanza non arriva mai ma il piccolo viaggio di un'ora e mezza nel mondo di Ben e George è riuscito lo stesso.

Tra i doppiopetto di George e i capelli spettinati di Ben, i quadri mai finiti, l'appartamento di Kate e quella strana storia del figlio con i libri francesi si trova un racconto umano che trascende subito la "missione" del film (raccontare l'amore gay in una maniera in cui solitamente non è celebrato, cioè nella tranquillità della terza età) per mettere in scena una porzione di mondo, quella dei benestanti progressisti di New York e proiettarla sul resto dell'umanità. A quelle figure particolari Sachs e Zacharias (co-sceneggiatore) donano temporaneamente la proprietà di rappresentare virtù cardinali, frustrazioni universali, aspirazioni cristalline.
Se il sentimento che lega due esseri umani rimane il centro del film (declinato in molti modi diversi) è la serenità di sguardo di Ira Sachs che fa tutta la differenza, la distensione attraverso la quale fa recitare un ottimo cast in cui nessuno ambisce a nulla se non ad essere l'amante o l'oggetto dell'affetto altrui.

21.11.14

Ogni maledetto Natale (2014)
di Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo

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La confezione è quella del film di Natale, il sottogenere della commedia è quello. C'è una coppia dalla grande dolcezza che, illuminata dalle lucine degli addobbi, si innamora teneramente. Dopo una prima difficoltà lui decide di accompagnarla a fare la vigilia con la sua famiglia in campagna, lei lo raggiungerà il giorno dopo al pranzo di Natale con i suoi in città. Su questa base, invece che dar vita ad una storia di tradimenti e inganni a ripetizione meccanica (come è tradizione del cinema di Natale italiano) o una di grottesca inadeguatezza (com'è capitato negli ultimissimi anni) il trio Ciarrapico, Vendruscolo, Torre anima una commedia che pare spagnola per ritmo e trovate esagerate, per mostruosità dei personaggi, sfiducia nella tradizione e originalità delle conseguenze. Dopo che due anni fa La famiglia perfetta portò un adattamento spagnolo in sala per Natale (sempre con Marco Giallini, ora un altro film italiano approccia la satira delle feste orbitando intorno a quello stile.
Il trio di autori di Boris ovviamente ne ha uno suo di stile ma nel momento in cui la loro poetica della vessazione sempre e comunque (come loro stessi l'hanno definita) incrocia l'esigenza di un genere preciso il risultato è stato questo. 

La commedia di Natale è tale perchè non ignora la festività: o la celebra o la massacra. Ogni maledetto Natale non può che scegliere la seconda opzione: il Natale fa schifo, perchè costringe ad andare contro la corrente più sana che ci sia, ovvero l'emancipazione dalla famiglia, costringe a ritornare nel nido e a subirne di nuovo pressioni e fastidi, scatenando il peggio in ognuno. Resistervi è quasi impossibile. Da questo presupposto che già pare vincente, gli autori concepiscono due famiglie, due facce della medesima medaglia (per questo anche interpretate dai medesimi attori), due nuclei che non ascoltano per ignoranza o per egoismo, per superbia o per algidità. La disperata rassegnazione umana all'essere dei peggiori, per la quale erano diventati famosi con Boris, lascia il posto prima ad una creazione fantastica che inserisce nel viterbese una specie di mitologia da America di provincia, poi una più consueta critica dell'alta società in cui Corrado Guzzanti inietta una geniale visione del personale di servizio filippino, più mostruoso dei padroni perchè figlio della loro cultura in cui si specchia e trova senso d'esistere, custodi maniacali dell'ordine e occultatori di qualsiasi macchia o imperfezione con un immutabile fasullo sorriso sereno.

Sfruttando l'umorismo che abbiamo imparato a conoscere in Boris, Ciarrapico Vendruscolo e Torre hanno l'intelligenza di arruolare un cast all star di grandissimi attori di commedia e di lasciarli (quando serve) a briglia sciolta, di pensare tutto intorno a loro (solo così si ottiene la gag fenomenale di Pannofino quando Laura Morante gli chiede se anche lui si suiciderebbe per amore di lei, un'espressione da cinema italiano dei tempi migliori). L'idea di regia non va molto più in là di così. E forse è un bene.
Lungo le diverse e divertentissime situazioni si riconosce molto spesso l'ironia tipica di Corrado Guzzanti o le trovate di Giallini, guizzi immensi sorretti dal surrealismo del trio di autori (il gioco di carte, la mitologia della "bestia"). L'uno dà una mano all'altro. Nonostante non tutto sia al suo posto e nei momenti in cui non c'è da far ridere corrosivamente il film arranchi, dando l'idea di essere infastidito nel fare qualcosa di usuale e convenzionale (ma del resto la cornice del film di Natale è quella e l'hanno scelta loro), lo stesso Ogni maledetto Natale mantiene la promessa delle sue premesse: essere diverso, non essere provinciale, essere intelligente e soprattutto dare ad alcuni tra i migliori attori italiani (Mastandrea, Giallini, Pannofino) un campo in cui giocare alla loro altezza.

20.11.14

These final hours (id., 2014)
di Zak Hilditch

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Non è infrequente nel cinema che ha passato il 2000 che si raccontino storie da "ultimo giorno del pianeta" (Last night è il primo che viene in mente, Cercasi amore per la fine del mondo il secondo), eventi racchiusi nelle poche ore che separano i personaggi da un'inevitabile fine che sanno di essere sul punto di arrivare e che condiziona tutto il mondo intorno a loro. Sono dei road movie attraverso un caotico ammasso di freak che possono essere guardati nei loro tratti più grotteschi (come per Steve Carrell e Keira Knightley) o visti assecondando la prefigurazione della tragedia interiore che muove le loro decisioni. These final hours è così che sceglie di seguire il suo personaggio in cerca di una redenzione fuori tempo massimo all'ultimo secondo prima di bruciare in una Terra civilizzata ma che sembra desolata come le lande di Mad Max.

Non importa molto in These final hours il motivo che sta per fare finire la vita sulla Terra come la conosciamo, il movimento furioso del protagonista è scatenato a partire da una presa di coscienza (si alza dal letto con una decisione in testa) e procede assieme ad una bambina incontrata casualmente per dimostrare di poter adempiere a dei doveri. Almeno una volta nella sua vita.
Si poteva di certo fare di meglio dal punto di vista della morale (se proprio dobbiamo infilarcene una) ma non è così si guarda un film "ultimo giorno del pianeta", lo si guarda per la disperazione dello scenario, per la foga dei protagonisti, per come mette in relazione l'idea di essere in procinto di finire di vivere assieme a tutto il resto delle persone che si conoscono o si sono conosciute, sapendo la data di scadenza della propria permanenza sul mondo. Lo si giudica per la maniera in cui mette i propri personaggi (specialmente quelli secondari) di fronte all'idea più intollerabile di tutte la fine propria e della propria specie.

Zak Hilditch dall'Australia perde molto tempo all'inizio e alla fine, indugia sulle componenti più spettacolari (salvare la propria vita dalle persone che sono impazzite all'idea di morire) per dare il ritmo dei film d'azione ad un'opera che non lo è assolutamente, e alla fine sembra aver centrato completamente l'idea del suo stesso film unicamente nella grande scena della festa. Non a caso l'unico momento in cui l'individualismo è messo da parte per una visione collettiva.
In quel party c'è una disperazione gioiosa, un'ostentata felicità unita al flirt continuo con l'eccesso che subito superano i confini del tema trattato per rappresentare molto altro. Se ha un senso questo genere è proprio quello di mettere in scena parte delle ossessioni che viviamo con il pretesto che sia la fine del mondo a scatenarle, in quella festa dunque si trova qualcosa di non troppo diverso dalla follia insurrezionale di Project X, un generico darsi alla pazza gioia per nulla convinto ma non di meno eccessivo, in cui necessariamente il divertimento deve avvicinarsi al desiderio di morte o quantomeno di repentaglio della vita.

19.11.14

The Hunger Games: Mockingjay - Part I (id., 2014)
di Francis Lawrence

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Se The Hunger Games è probabilmente il più complesso e raffinato tra i blockbuster contemporanei (inclusi i film di supereroi) lo deve principalmente a due elementi: la scrittura di Suzanne Collins, che di capitolo in capitolo contrabbanda sotto la patina avventurosa molto più di quello che non si creda, e la recitazione di Jennifer Lawrence.
Mark Hamill, Hayden Christensen, Shailene Woodley, Logan Lerman, Daniel Radcliffe, Kirsten Stewart, Robert Pattinson e tutta la schiera di protagonisti di film pensati per un pubblico immenso raramente sono stati anche attori nel senso pieno del termine, di certo mai un ruolo simile è spettato al migliore della propria generazione.
I romanzi sono raccontati attraverso il flusso di coscienza di Katniss, i film funzionano solo grazie alla capacità di Jennifer Lawrence di dire moltissimo senza parlare, di lasciar intuire i pensieri del proprio personaggio. The Hunger Games - Mockingjay Parte I, contrariamente ai film precedenti, è dominato dall'incapacità di comprende cosa accada e questo passa unicamente attraverso lo smarrimento negli occhi di Katniss, un'espressione lieve che contamina tutte le altre di rabbia, serenità o dolore.

Grazie a scrittura e interpretazione la retorica più becera del blockbuster, fatta di scene sempre uguali, svolgimenti usuali e discorsi triti, quella che Gary Ross nel primo film sembrava osteggiare a colpi di originalità mentre Francis Lawrence ci impone senza ritegno come se non avesse aspirazioni, è spezzata di frequente da avvenimenti inusuali e un'empatia non comune. Gli eventi stupiscono per come non accarezzino mai le convinzioni degli spettatori mentre Jennifer Lawrence pare capace di dare senso anche alle battute più cretine e le scene più burine che deve interpretare.
Inoltre, quel che nei film precedenti era una sensazione qui diventa una certezza: The Hunger Games mette in scena se stesso e la macchina del cinema (si era mai visto in un blockbuster?), racconta come si costruiscono i miti, ha tra i personaggi una troupe televisiva (geniale che sembrino un commando militare) e mette addirittura Katniss davanti ad una specie di green screen, la stessa cosa che ha fatto Jennifer Lawrence nell'interpretarla. Addirittura uno dei video di propaganda assomiglia al trailer del film e usa il simbolo della ghiandaia esattamente come ha fatto il marketing Universal. Eppure anche quando i meccanismi d'empatia del linguaggio audiovisivo vengono svelati (fiamme di sfondo, occhi lucidi e musica artificiale), lo stesso il piano del racconto continua a funzionare: Katniss è messa in condizione di realizzare video di propaganda ma sono così sentiti che anche conoscendone la funzione si rimane colpiti. The Hunger Games non semplifica la questione, non mette il pubblico in condizione di comprendere facilmente la falsità della propaganda ma la usa per avvincerlo mentre la spiega.

Divisi dalla guerra annunciata dal finale del film precedente, Katniss e Peeta sono ugualmente armi di convinzione di massa anche se per fazioni diverse, come sempre noi seguiamo solo la protagonista femminile (brevemente ritornano anche i vestiti come arma di comunicazione, un classico dei precedenti capitoli) ma nello smunto Peeta e nelle sue interviste fasulle c'è forse il più convincente atto di svelamento della macchina dello show business visto negli ultimi anni. Lo stesso nonostante il pubblico lo desideri la protagonista continua ad essere riluttante a prendere parte a quella che si presenta come la più indispensabile delle rivoluzioni.
Nella costante rabbia di Katniss (si era mai visto una protagonista così in un blockbuster? Una ragazza i cui sentimenti hanno tutti origine in un inestinguibile livore? Una la cui parola d'ordine è aggredire chi non le concede quello che le spetta?) c'è l'ingrediente segreto di questa serie, l'unica a raccontare una ribellione a tutti i livelli. Non quella tanto scontata quanto stucchevole e arbitraria dei buoni contro i cattivi (fazioni decise a priori dagli autori) ma quella contro ogni forma di condizionamento da parte di un'adolescente contro il resto del mondo.

The Hunger Games è una serie che si rivela sempre più intelligente e raffinata di capitolo in capitolo proprio perchè gli altri film e storie che parlano di ribellione indicano contro chi ribellarsi, stimolano ad un pensiero divergente ma nella maniera in cui dicono loro, esattamente come a Katniss è imposto dall'alto un bersaglio contro cui prendersela, un partito a cui aderire, una causa da sposare pretendendo che siano le uniche possibili.

18.11.14

Scusate se esisto! (2014)
di Riccardo Milani

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Difficile leggere come una coincidenza il fatto che il primo film che annoveri Paola Cortellesi anche tra gli sceneggiatori sia anche una delle commedie dallo humour più vario, centrato e calzante degli ultimi anni. Non sembra infatti un azzardo imputare principalmente a lei (e a Furio Andreotti, con il quale aveva lavorato al programma televisivo Nessundorma) la maniera in cui il film di Riccardo Milani (Benvenuto Presidente, Una grande famiglia, Piano solo) riesca nell'impresa di essere divertente. Che è almeno metà del lavoro di una commedia, usare la risata per dire qualcosa.

Fin dal titolo l'obiettivo è inquadrare le disparità sessiste del mondo del lavoro italiano, esasperare i conflitti per svelarne la ferocia, e la missione è portata a termine con una violenza non indifferente che però prende la piega dei film migliori solo quando ad essa si accompagnano gag realmente riuscite. Ogni qualvolta il film smette di far ridere sembrano emergere tutti i tratti meno apprezzabili dei film italiani contemporanei, ogni volta che invece una trovata comica si accende la luce e anche il senso della storia sembra tornare in piedi.
C'è un brillante architetto con grande esperienza all'estero che decide di tornare in Italia, perchè all'estero si trova male, ma qui non trova che lavori infami. Partecipa ad un bando e pensando di non poterlo vincere perchè donna finge di essere la segretaria di un architetto uomo, contemporaneamente conosce un ristoratore di cui scopre l'omosessualità solo dopo essersene innamorata. Il secondo aiuterà la prima a mantenere la finzione al lavoro e lei aiuterà lui a mantenerla con il figlio.

Scusate se esisto è un film fieramente femminista a tutti i livelli, non solo nella storia che racconta ma anche in come ribalta l'assunto classico dell'uomo costretto a vivere a stretto contatto con una donna bellissima che non può avere. Qui è Paola Cortellesi che a conti fatti relega al ruolo di oggetto sessuale il corpo di Raoul Bova (diretto da lei nella trama e spalla nelle sue mani nella recitazione), lo usa per le gag e per delineare un carattere, il proprio, così dettagliato da sembrare quasi uno di quelli solitamente lasciati agli uomini. Non è una ragazza indifesa, non è una mangiatrice di uomini, non ha tratti riconoscibili nè atteggiamenti che la identifichino, bensì è sfumata e piena di piccole delicatezze, la più clamorosa delle quali è il contrasto tra le esperienze cosmopolite e una geniale cadenza abruzzese. Questa maschera, nuova solo per il nostro cinema ma tipica della nostra società (visto anche come si chiude la sua parabola nell'ultima scena), della provinciale di mondo è forse il trionfo più grande di un film per tanti versi convenzionale e buonista ma nel quale si nascondono anfratti di puro divertimento, risate che come spesso capita raccontano più di quel che fa il resto della trama, tutto retto dalla sua protagonista capace di dare i tempi giusti e rendere comiche anche le anziane caratteriste.

17.11.14

Clown (id., 2014)
di John Watts

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Quanto può essere difficile fare ancora un film horror su un clown? Non molto se il genere ti piace davvero. Lungo tutto Clown, di John Watts, si ha la netta impressione che a fronte di mille film di paura che vediamo ogni mese questo sia uno di quelli in cui l'originalità non sta nè nello spunto nè nella storia ma nell'approccio serio e timoroso alla materia. Nel piacere di indugiare là dove lo spirito è meno a suo agio.
Storia e spunto anzi sarebbero da ridere, vengono da uno scherzo postato su YouTube dallo stesso Watts (come ha raccontato nell'intervista che gli abbiamo fatto) che è piaciuto a Eli Roth il quale ha deciso di farne un film. C'è un padre che si traveste da clown per la festa del figlio ma non riesce più a levarsi il costume. Scopre infatti che, come nei film degli anni '80, quel vestito rimediato in una cantina polverosa è in realtà la pelle di un demone ed ora che ne è posseduto è diventata la sua pelle. Il vestito è un'estensione della carne, non è più tessuto, e con il passare dei giorni la maledizione peggiora.

Dunque dopo una prima parte davvero tradizionale (incontro fortuito con l'oggetto maledetto, contaminazione e scoperta della maledizione) ne parte una meno canonica in cui la furia omicida del demone cresce e si concretizza in bambini mangiati con grande efferatezza. Non solo, l'altra intuizione forte è che il protagonista perda progressivamente in umanità, diventi lentamente più demone che uomo e che questo lo si veda in una deformazione graduale. Clown infatti inizia come un film demoniaco ma scarta subito di lato per diventare un body horror e appassionarsi alle mutazioni della carne. Da che è un uomo con costume il protagonista si trasforma con calma in un clown dal vero, con piedi giganti e volto bianco (per dire due elementi). Come se il film di Watts prendesse l'idea migliore di La ballata dell'odio e dell'amore (il pagliaccio che alla fine si sfigura per fare realmente quel che il trucco simula) per trasferire sulla carne un trucco maligno. È il clown spaventoso classico (quello preciso, colorato e ben truccato) che diventa lentamente quello moderno (con un vestito e un trucco sfatto, da barbone) grazie ad una mutazione sofferta.

Può sembrare molto ordinario il muoversi tra scream queen, maledizioni ancestrali, anziani che sembrano sapere tutto, vittime predestinate e confronti finali, ma la maniera in cui Watts lo mette in scena non ha nulla di abusato. Tutto questo cambiare di toni, giocare sugli stereotipi e sfruttare il meglio degli horror passati si concretizza in un film asciuttissimo e molto teso che non si fa mancare nulla nel suo repertorio di paure, dall'angoscia iniziale, alla repulsione della mutazione, fino alla pura paura. Il suo pregio maggiore è il non tirarsi mai indietro quand'è il momento, ideando sequenze di tensione che sanno fare quel che all'horror riesce meglio: deformare i luoghi e la realtà che conosciamo per svelarne un'inedita dimensione spaventosa. C'è una sequenza in un colorato tubo di gomma da parco giochi per bambini che sembra quasi quella nei condotti di Alien, solo con più colori e più sangue.

16.11.14

Words and pictures (id., 2014)
di Fred Schepisi

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È destino di Fred Schepisi quello di dirigere piccole chicche. I suoi film non si valutano bene nell'immediato ma nel tempo, invecchiano con una grazia rara e si costruiscono un pubblico negli anni, resistono lasciando emergere un romanticismo gentile che è l'esatto opposto della violenza emotiva spesso cavalcata dal cinema. Sono suoi Roxanne, Un grido nel buio o Genio per amore e ora Words and pictures si inserisce subito nel novero delle sue opere più ispirate. 
Come sempre il canovaccio è dei più semplici: un professore di letteratura disilluso dalla vita, privo di motivazioni e un po' alcolista non se la passa bene ma la sua vita è rischiarata dall'arrivo nella scuola in cui lavora di una professoressa d'arte la cui vita è invece funestata dall'artride reumatoide. Uno è fervente sostenitore della supremazia della parola, l'altra di quella delle immagini e nonostante queste premesse tra il drammatico e il secchione il film è lo stesso molto leggero.

Si può approfondire con umanità quel che il cinema produce industrialmente senz'anima? Questa commedia sentimentale instradata sul più canonico dei percorsi non somiglia a nulla cui dovrebbe somigliare. Ci sono due protagonisti che battagliano fino a stringere un legame sentimentale, c'è una rottura all'inizio del terzo atto che fa temere il peggio e una clamorosa riconciliazione finale (non mi dite che vi ho spoilerato nulla che non si capisca già dalla locandina!), eppure in ogni passaggio Schepisi trova un briciolo di verità.
La trova nell'onestà con la quale quasi da subito il burbero professore che prende di mira la sua collega, pungolandola sulla diatriba Parole/Immagini, dichiara d'essersi innamorato, la trova nel modo in cui riesce a mettere in scena l'arte, sia quella letteraria che quella pittorica (con un briciolo d'inevitabile retorica ma anche ettolitri di ammirazione onesta) e infine la trova nella maniera in cui segue con dignità un percorso obbligato, costringendo il suo protagonista a cadere prima di rialzarsi e la sua protagonista a vivere tormentata dall'elemento melodrammatico per eccellenza: "la malattia".

Inoltre questa volta Schepisi può godere di due attori tra i migliori del momento, fermamente intenzionati a non tirare i remi in barca ma anzi fiduciosi della possibilità di fare di questa storia banale, qualcosa di speciale. Sia Clive Owen che Juliette Binoche sono ottimamente diretti (mai un'esagerazione anche nei momenti in cui sarebbe stato più facile) e regalano alcuni dei loro indugi migliori (specialmente la Binoche che nelle esitazioni si esalta) lavorando nei panni delle persone comuni.
Dovrebbe essere proiettato obbligatoriamente per i molti che in questi anni realizzano film con storie di persone non giovani che non rinunciano a vivere.

13.11.14

I Knew Better - Due giorni, una notte

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Esce oggi "il film dei Dardenne con Marion Cotillard" in cui ovviamente si cammina molto e che ovviamente, lo si sa dai tempi di Cannes, è bellissimo. Il migliore della settimana

11.11.14

La scuola più bella del mondo (2014)
di Luca Miniero

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Srotolando una trama in cui un intreccio molto basilare (per un errore una scuola blasonata della Toscana invita per uno scambio culturale non un istituto di Accra, nel Ghana, ma uno di Acerra, Campania) è raccontato attraverso la diligente presentazione di personaggi in quadretti comici dall'umorismo di dettagli e dalla recitazione poco caricata, La scuola più bella del mondo parte come una commedia italiana degli anni '50, con una distensione e una serenità narrativa insospettabili.
Lontano dalla densità, anche visiva, di Un boss in salotto (dove tutto riempie l'immagine) e più vicino al solare favolismo di Benvenuti al sud, il nuovo film di Luca Miniero inizia riproponendo il vero stile classico della commedia italiana (qualcosa che molti tentano ma che non riesce a nessuno).

Peccato che nella seconda parte lentamente il film cambi, scivoli gradualmente dal rigorosissimo cinema anni '50 (talmente semplice da essere di una precisione inesorabile nei rapporti causa/effetto della trama e nelle motivazioni individuali) ad un pasticcio molto più raffazzonato in cui non è sempre chiaro cosa muova chi e perchè, almeno non lo è se non si vuole partire dal presupposto che certe cose già sappiamo come andranno a finire (chi si innamora di chi, chi non tradirà chi e chi perdonerà chi). Ci sono sequenze come la serie di gare tra De Sica e Papaleo che non hanno nessuna spiegazione se non un'immotivata sfida lanciata senza un perchè o anche quella del ripensamento della scuola di Acerra riguardo la partecipazione alla gara tra istituti che non viene motivata da niente nè prima nè dopo il ritorno. Questi momenti, uniti al solito indugiare eccessivo su un romanticismo che non è veicolo di null'altro se non di se stesso (non fa avanzare la storia, non ci dice molto di più sui personaggi, non ci diverte), lentamente deviano il corso del fiume portandolo in zone decisamente meno fertili.

Anche lo spunto iniziale più interessante e più vicino ai temi che interessano Luca Miniero lentamente sembra perdersi. Il regista che ha incentrato la stragrande maggioranza della propria filmografia sul contrasto tra Nord e Sud Italia (ogni volta declinato in un ambito e con finalità differenti) questa volta sembra portare un po' più avanti quell'idea per affermare (lo dicono più volte i personaggi) che il Nord non è il settentrione ma il punto in cui finisce il Sud. Miniero non ha mai nascosto da quale parte penda il suo giudizio e in questo caso è molto chiaro come il "nord" non sia un termine geografico ma identifichi chi si crede migliore perchè più efficiente e che quest'efficienza basti, tanto che nei momenti migliori il film pare proprio un inno all'inefficienza (il gioco in cui vince chi dà le risposte sbagliate).

Incredibile l'uso di Currè Currè Guagliò dei 99 Posse, inizialmente sottofondo corretto dell'atteggiamento anarchico del professore interpretato da Papaleo ma col procedere del film totalmente svestito di tutto quello che è e rappresenta per diventare una canzoncina positiva dei bambini.

8.11.14

Sils Maria (Clouds of Sils Marya, 2014)
di Olivier Assayas

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È leggerissimo quando vuole Assayas. Se non decide di pestare i piedi a tutto il film con una visione eccessivamente personale della storia (Qualcosa nell'aria) è tra i cineasti della contemporaneità la cui forza è più simile a quella dell'acqua, si adatta ad ogni contenitore e penetra ovunque con gentilezza. Stavolta si adatta ad una storia di due donne, di età molto diverse (una ha quella di Juliette Binoche, l'altra quella di Kristen Stewart), chiuse in un rapporto non ben chiaro (almeno personalmente, perchè professionalmente sono l'una l'assistente dell'altra) che Assayas si diverte molto a raccontare attraverso varie tecniche.

La più evidente è quella della metafora. L'attrice interpretata da Juliette Binoche accetta di recitare in un'opera teatrale di un autore che le era molto caro ed è recentemente scomparso, in quel dramma esordì anni prima nel ruolo della giovane rampante mentre ora dovrebbe essere la sua controparte, la più anziana e dura superiore. Nel provare la parte con la sua assistente assieme alla quale è come in ritiro in Svizzera si inscena una specie di gioco del gatto col topo. Recitano i ruoli e sembrano parlare sul serio tra di loro, hanno il medesimo rapporto di quei due personaggi? Non è chiaro, di certo la loro esperienza insieme è vicina alla fine, sono troppo diverse e quell'isolamento montano non aiuta.
Dall'altra parte c'è l'attrice giovane ed emergente che farà il ruolo della ragazza (Chloe Grace Moretz) tempestata dai paparazzi perchè diventata famosissima con film di supereroi (di cui Assayas gira qualche scena parodia di un umorismo snob esilarante), la sua presenza, la sua fama e il fatto che sia ritenuta molto brava sebbene non si misuri che con film commerciali, è un altro elemento che fa traballare ogni cosa.

Il film procede con una calma invidiabile, con la sicurezza di chi sa come dire quel che gli preme e come lasciar sospeso ciò che desidera scatenare. Tra diverse scomparse (alcune per la fine della vita, altre misteriose ma spiegabili) la vita di questa grande attrice arrivata nella fase della maturità si scontra, stride e poi, in un finale che non è troppo diverso da quello bellissimo e conciliante di Clean, sembra distendersi di fronte all'inevitabile. Un piccolo contrasto durante le prove e finalmente quel ruolo che sembrava non incastrarsi bene con la sua vita le calza a pennello e tutto è in armonia, con un sorriso che ha il sapore della grandissima chiusa.
Nella Binoche che con pochi sguardi sembra tornare a comprendere il mondo che abita, il momento che vive e quel che l'aspetta c'è una serenità contagiosa, perchè davvero come l'acqua le mille idee di Assayas sono ormai entrate ovunque senza che ce ne accorgessimo.