16.4.14

The Amazing Spider-man 2 - Il potere di Electro (The Amazing Spider-man 2, 2014)
di Marc Webb

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Il progetto di questa seconda serie di Spider-man, più aderente alla versione Ultimate dei fumetti, più adolescenziale e con un versante romantico decisamente più importante (del resto Marc Webb sembra essere stato preso proprio per questo), con il secondo film sembra compiersi maggiormente.
L'hipster Spider-man di Marc Webb stavolta è più convincente che nel primo episodio, finalmente a suo agio con il ruolo prende il posto che ha nei fumetti di scanzonato eroe di quartiere con problemi in borghese e il solito rapporto conflittuale con il tempo e i molti impegni delle due identità (in questo filim poi il tempo è la chiave di lettura di tutto, anche se forse più nelle intenzioni dell'autore che nella realtà dei fatti). Perchè sembra che ancor più di prima Webb abbia scelto di fare un fumetto più che un film, di saccheggiare sempre più dalla dimensione visiva, dai dialoghi e da quel senso generale di leggerezza delle tavole che dalla maniera in cui i film raccontano le loro storie.

Dal modo in cui i villain entrano in scena, a come parlano, fino alle molte e diffuse implausibilità della storia (chiavi indispensabili per portare avanti la scena trovate in una mano carbonizzata verso l'alto, scienziati che parlano con un accento tedesco da operetta e addirittura Harry Osborne che non riconosce l'amico Peter Parker quando gli parla con indosso il costume) tutto suona come i fumetti meno intellettuali e più scanzonati. E lo si intende come un complimento. Anche il Max Dillon di Jamie Foxx quando entra in scena è un personaggio disegnato, ha un character design che sembra venire più dalla carta che dal reparto costumi di una società di produzione.
In questo senso scelte simili danno un respiro maggiore al film, lo rendono più ragionevole e divertente.

Non ci si aspetta dunque molto da Spider-man, non la durezza del cine-fumetto DC (che ambisce sempre molto rischiando alle volte di non raggiungere niente) ma nemmeno l'estrema azione e la complessità narrativa di film dell'orbita Avengers, semmai qualcosa di più spensierato anche quando cerca (come in questo film) di premere sul romantico e sul drammatico.
E' forse questa l'unica cosa che non stanno ancora mutuando davvero dai fumetti dell'Uomo Ragno, quella maniera particolare che molti autori degli anni '90 hanno trovato di dare uno spessore non tanto al personaggio (che è bello perchè a suo modo spensierato) ma alle sue storie, al suo ruolo e al mondo che gli gira intorno. Ad ora, viste anche le prospettive che questo secondo film apre (in linea con le notizie dei giorni scorsi sulla saga), sembra che Spider-man versione Webb sia una grande storiella adolescenziale che adatta i cicli più divertiti dell'Uomo Ragno a fumetti. Ed è bella proprio per questo.

15.4.14

Mr. Morgan (Mr. Morgan's Last Love, 2013)
di Sandra Nettelbeck

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Se lo si considera per quello che è (cinema per la terza età al pari di Red, Marigold Hotel o Last Vegas) siamo davanti ad un capolavoro, se lo si considera in assoluto invece è un film dignitoso questo in cui Michael Caine lavora di fino per tenere tutto in piedi e non scadere mai nel baratro dell'implausibile melassa che è costantemente aperto ad un passo dalla linea della trama. Certo non nasconde mai quale sia il pubblico per il quale è pensato e le sue preoccupazioni non superano mai quelle di un anziano signore per diventare universali. Ma è un film decente.

Mr. Morgan è un anziano professore di filosofia americano che vive a Parigi pur non conoscendo il francese perchè era il posto in cui sua moglie (francese) stava meglio e in cui ha deciso di stabilirsi per lei fino alla sua morte. Da quando è vedovo si è lasciato andare, un giorno incontra per caso una ragazza e tra i due si stabilisce subito un feeling. Che ci sia o meno qualcosa di romantico o solo un'affinità spirituale è il punto stesso del film, ci vuole tutta la sua durata per spiegare questa relazione che i figli di Mr. Morgan (con i quali non ha un buon rapporto, elemento centrale del cinema per la terza età) subito etichettano come la classica avventura di una ragazza che vuol sfilare soldi all'anziano pronto a sganciare.

Ci sarebbe da chiedersi come mai in questo tipo di film che mettono in scena il pubblico della terza età per come ama e desidera percepirsi (cercando cioè di raccontare storie che possano sentire vicine a se stessi), ci siano così tanti rapporti conflittuali con i figli. Non è difficile capire come mai accada nei film adolescenziali, il conflitto generazionale è parte dell'universo simbolico di quella fascia, ma che lo sia anche per il pubblico più anziano è degno di stupore.
Ad ogni modo pur mantenendo fisso il pubblico Mr. Morgan's Last Love non cerca un'ironia sballata o di mettere in scena una terza età iperbolica in cui è tutto ancora possibile, che ricalca i film con protagonisti più giovani aggiungendo solo ogni tanto qualche riferimento divertito ai luoghi comuni dell'essere anziani. Cerca di essere più serio e sincero perchè, in una parola, non fa al suo pubblico un racconto che lo esalta ma uno da cui esce con luci ed ombre. E se la riconquista di un alito di vita per un anziano signore non è roba in sè in grado di appassionare chiunque, rimane che qui è trattata con grande abilità.

11.4.14

Oculus (id., 2014)
di Mike Flanagan

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
C'è un segreto nel fascino di questo bellissimo film dell'orrore di serie B (nel senso migliore del termine, cioè asciutto e centrato sull'azione come motore di ogni cosa) ed è il ribaltamento che la protagonista intende operare trasformando la presenza infestante nell'oggetto di una caccia. Accadeva già (ma in una maniera davvero molto diversa) in Alta tensione di Alexandre Aja, qui Kaylie, sorella di Tim che dieci anni prima finì in un manicomio infantile per aver ucciso il padre, è determinata a dimostrare che suo fratello era innocente e ad uccidere i loro genitori è stato uno specchio demoniaco che possiede le persone e gli fa vedere e fare quel che vuole. Per fare ciò Kaylie, che lavora in una casa d'aste, è riuscita a ritrovare quello specchio, dieci anni dopo, e ha intenzione di attirare il male con diverse esche, di dargli la caccia, prenderlo e fare quello che nessuno (stando alle sue ricerche) è mai riuscito a fare: ucciderlo.

In questa ragazza (Karen Gilan) così fiera, sicura di sè, dotata di un piano preciso e della ferma volontà necessaria per eseguirlo che le viene da più di un decennio di vendetta covata, c'è un fascino incredibile (si veda la maniera eccitata con la quale spiega al fratello che forse la telefonata del ragazzo che ha ricevuto non era nemmeno reale). Curatissima, con i capelli rossi e una coda oscillante, le unghie lunghe e colorate, civetta, sexy, dotata di una calma che ha un sapore implacabile, Kaylie e la sua caccia che pare ribaltare tutto quello che sappiamo dell'horror (dai mostri si scappa sempre e con poca speranza!) sono quello che tiene attaccati alla sedia per tutta la prima parte del film.
Nella seconda, che dal thriller psicologico passa direttamente all'horror puro (con buon uso di sangue e immagini terrificanti), è invece l'abilità di Mike Flanagan di usare il montaggio per fini narrativi ad avvincere. Il regista ha infatti lavorato per anni come montatore e sembra conoscere l'arte del taglio come pochi altri. Associando i fatti del presente con quelli del passato (quando Tim e Kaylie erano bambini) Flanagan ce li mostra alternando i primi ai secondi, in molti punti mescolandoli come se esistessero nello stesso momento. E' una costruzione estremamente complessa che Oculus riesce a rendere semplice e chiara per lo spettatore, comprensibile senza nessuna fatica (che invece deve aver fatto Flanagan per arrivare a questo livello di fluidità).

Tutto questo è tanto più evidente se si confronta il film con il corto che lo ha originato (in una dinamica non diversa da quella di La madre), Oculus: Chapter 3 - The man with the plan (visibile qui), scritto e diretto dallo stesso Flanagan nel 2006. Sono presenti quasi tutte le trovate e le "regole" del mondo di Oculus assieme all'idea del ribaltamento e quasi tutti i dettagli della trama ma l'impressione è che la scelta del protagonista, la recitazione e la maniera in cui si arriva al punto non renda giustizia alla bontà dello spunto.
Si capisce insomma che il montaggio peculiare scelto per alternare presente e passato è più che una trovata spettacolare ma uno strumento narrativo che cambia di molto la percezione e l'attrattiva della storia facendo compiere a Flanagan (almeno per il momento) il passaggio da regista inventivo a maestro dell'horror.

10.4.14

I Knew Better - Grand Budapest Hotel

Share |
0 commenti

Esce questa settimana quel capolavoro di Wes Anderson che pare un cartone animato realizzato con attori in carne ed ossa. Già visto e lodato da Berlinio.

9.4.14

Noah (id., 2014)
di Darren Aronofsky

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Il bello di Aronofsky è come riesca ad unire nella sua filmografia il piccolissimo e il grandissimo, Pi greco il teorema del delirio e The Fountain, trovando equilibri meravigliosi in film come Il cigno nero. Non c'è neanche da dire a quale estremo appartenga Noah, filmone biblico che descrive la creazione e il diluvio universale calcando la mano sulla guerra fratricida degli uomini (la malvagità della stirpe di Caino che fu la causa del diluvio). Come è superfluo dire quanto la grande costruzione hollywoodiana alla testa della quale è stato posto il volto di Russell Crowe coincida pochissimo con l'iconografia cui siamo abituati in Europa, più modesta, minimale e dimessa. Più austera. Qui di austero invece non c'è nulla ma, Genesi alla mano, nemmeno di fasullo. Si tratta di un'interpretazione di due ore e passa di qualcosa che è descritto in pochissime pagine.

E' insomma un po' arrogante e molto limitante guardare a Noah senza fare lo sforzo di calarsi nella mentalità del cinema che l'ha prodotto o pretendendo di cambiare la testa all'industria statunitense e sostituirla con la nostra.
Ciò non toglie che in più punti Noah possa irritare per quanto esagera in buonismi, veganesimo, plateali citazioni (il ramoscello d'ulivo portato dalla colomba), apologia di invasamento religioso, espressioni truci e titanismi da film fantasy, materia lontanissima dalla nostra visione della religione e più simile all'epica del cinema fantasy. Può infastidire anche la maniera in cui il sovrannaturale somigli alla magia più che alla volontà divina, cioè a qualcosa che viene dagli uomini invece che essere comandato dall'alto. Però è anche vero che, al netto delle iperboli di messa in scena spettacolare, Aronofsky non ha realizzato un altro The Fountain ma un film a suo modo semplice e rigoroso, che non smussa la Bibbia ma anzi la riporta fedelmente. Giganti inclusi.

Oltre a questo Noah ha un'apprezzabile maniera di conciliare umano e divino, cioè di incarnare un principio religioso da catechismo (ovvero educativo) in uomini concreti, svicolando la tentazione di fare della storia per scegliere senza dubbi il mito (i giganti, presenti nella Bibbia che diventano ammassi di pietra parlante, animali mitologici e battaglie colossali). Se si cerca di guardare il film accettando tutto di esso, anche ciò che appare più respingente, senza considerarlo la trasposizione di una storia vera ma quella di una completamente fasulla, tanto quanto lo sono le altre che vediamo al cinema, è allora possibile trovare degli scampoli di verità.
Sorprende infatti che in un film simile ci siano alcune delle più belle scene di passione, alcune delle più curiose sperimentazioni (il mondo costruito in time lapse), oltre ad una rilettura del simbolismo biblico legato alla colpa che passa per il montaggio tipico di Aronofsky. Associare rapidamente serpente/mela/violenza di Caino in un unico concetto (più volte riproposto) è infatti uno dei molti esempi di come Noah lavori cinematograficamente sui concetti chiave del mito biblico, comprendendoli e offrendone una lettura che favorisce una nuova digestione.
E' insomma molto facile criticare Noah, a tratti sembra addirittura che il film stesso presti il fianco a tali critiche oltre il tollerabile, ma è anche indubbio che la maniera in cui unisce sacro e umano, mitologia contemporanea e trasposizione della Genesi, non è per nulla banale nè merita derisione.

7.4.14

The Fake (Saibi, 2013)
di Yeon Sang-ho

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Non bisogna dimenticare che il cinema ci mente sempre. Sempre!
Perchè anche quando non fa dei racconti edulcorati di buoni contro cattivi, anche quando non mette in scena il buonismo e cerca invece il marcio, trova sempre qualcosa di positivo. Per la sua essenza e per il modo in cui fa narrazione deve identificare delle virtù nel protagonista in cui ci si immedesima. E se non è un buono allora cercherà di esserlo, se è il protagonista politicamente scorretto farà in modo di ravvedersi, anche di poco, anche a modo suo, oppure sarà la storia di come ci ha provato senza riuscirci. Pure i noir che di loro devono essere spietati frustrano i tentativi di personaggi di salvare se stessi e almeno un'altra persona. Questo cercare invariabilmente la parte migliore degli esseri umani in ogni caso, i loro sentimenti più nobili anche negli animi più gretti, è una menzogna che si ripete in ogni film, non ha niente a che vedere con il mondo reale. Non c'è nulla di male, si intenda, ma è così.

Per questo The Fake è incredibile.
Inizia con un cane che abbaia legato ad un catena e degli uomini che lo uccidono a martellate. E' la prima scena e si svolge davanti ad una chiesa. Ah dimenticavo: è un cartone animato.
In un paese della provincia coreana che sta per essere inondato a causa della costruzione di una diga la gente del luogo è irretita da un giovane prete che fa miracoli, fomentato da un uomo d'affari. Ovviamente è tutto finto, è una scusa per prendere soldi a paesanotti disperati, pronti a tutto per egoismo e volenterosi di salvare se stessi prima del vicino. Ma in questo gruppo noi seguiamo un uomo, il peggiore di tutti, un ubriacone che picchia la figlia adolescente dall'inizio alla fine (ripeto: a cazzotti in faccia alla figlia fino alla fine), inizialmente si scontra con l'uomo d'affari e quindi non crede a questa farsa della religione, è l'unico del paese a non crederci e per vendetta personale lo vuole incastrare. Non per fare del bene (state tranquilli non ne farà, per davvero non ne farà a nessuno, nemmeno a se stesso) ma per vendetta e livore generico, quello stesso che lo porta a giocare i soldi di tutta la famiglia e poi spaccare tutto a casa.

The Fake è un film straordinario, il primo capolavoro di questo 2014 e purtroppo temo che vederlo sarà impossibile. Lo ha portato in Italia il Future Film Festival (l'hanno scorso ci regalarono Wolf Children, il capolavoro del 2013 ora in Blu Ray, per il quale ancora li si ringrazia) e il Korea Film Festival ma difficilmente sarà distribuito in alcuna maniera. E' come se seguissimo la vita del villain di un poliziesco nel paese di Non aprite quella porta, dovunque ti giri non c'è speranza.
Tuttavia, nonostante l'abiezione morale e l'onestà disarmante con cui sono dipinti gli esseri umani siano la componente più in vista, in The Fake c'è molto di più. C'è la visione della religione non tanto come oppio dei popoli (quella è solo la considerazione di partenza) ma come un germe che ti trapana il cervello, un malessere che porta alla follia in poco alimentando una speranza senza senso, facendo appello a quello che chiunque vuole credere, come un morbo che scatena visioni e piega gli animi. Quello che in The Fake si fa per il proprio senso della religione ha dello sconvolgente. E' una versione aumentata d'ottani e decisamente più atea della visione di Il cattivo Tenente.
Evidentemente si tratta di un film per stomaci forti ma soprattutto per cuori di ferro, se ne esce distrutti intimamente ma è un viaggio di puro cinema che termina in una specie di tana di coniglio con un finale ancor più sorprendente e defintivamente disarmante di tutto quello che è successo.

3.4.14

Father and son (Soshite chichi ni naru, 2014)
di Hirokazu Koreeda

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Si chiama Like Father, Like Son quest'ultimo film di Hirokazu Koreeda (almeno questo è il titolo internazionale che per motivi che sono davvero incomprensibili in italiano è diventato Father and son quando "Tale padre, tale figlio" era lì a portata di mano) un titolo che va dritto all'idea più potente di tutta la storia narrata.
Si racconta di una famiglia benestante e in particolar modo di un padre, giovane e in carriera, con un figlio di meno di 5 anni che assieme alla moglie viene a sapere all'improvviso dall'ospedale in cui hanno partorito che c'è stato uno scambio alla nascita e il bambino che hanno allevato fino ad ora non è il loro figlio biologico. Entrati in contatto con l'altra famiglia e il loro vero figlio dovranno decidere cosa fare ma soprattutto capire se fare lo scambio oppure no e quindi quale figlio crescere, quello che gli appartiene biologicamente ma non umanamente (perchè cresciuto diversamente in un altro ambiente, con altri genitori e altre idee) o quello che hanno accudito e plasmato a loro immagine e somiglianza fin dalla nascita.

In tutta questa storia la parte che interessa davvero a Hirozaku Koreeda è l'elaborazione di un proprio concetto di paternità da parte di un uomo autoritario e determinato ad avere un figlio come lo intende lui, che gli somigli negli atteggiamenti e nell'abnegazione riguardo i propri obiettivi. La scoperta che il proprio figlio biologico è da un'altra parte cresciuto da un altro uomo gli dà immediatamente una malcelata speranza che gli somigli più di quello che ha cresciuto, reticente a fare lezioni di pianoforte, non incline a vivere con senso del dovere più accanito ogni competizione.
In questo film un essere umano cerca se stesso negli altri, ma non metaforicamente, lo cerca davvero, nascondendo male le proprie preferenze e i propri desideri, indagando i due bambini per scoprire in forma assolutamente privata se sia più figlio proprio colui che ha cresciuto o colui con il quale condivide il 50% del patrimonio genetico.

Conversazioni, osservazioni, sperimentazioni e terribili decisioni, nonostante spesso si fatichi ad essere daccordo con i protagonisti nessuna decisione è semplice e ognuna scatena una battaglia mentale nello spettatore per comprendere, capire, condividere e in ultima analisi attendere il responso.
Com'è allora evidente il merito principale di Father and Son è di rischiare moltissimo e creare una trama ad uso e consumo della frustrazione del suo protagonista. Egli è dipinto come rigido, altero, spietato con chi non è come lui e gli viene proposto un figlio biologico cresciuto da qualcuno completamente diverso, qualcuno che disprezza profondamente.
E' possibile filmare il processo di scarnificazione di un uomo nei riguardi di un altro? L'atto di indagare un animo in profondità, oltre la superficie, oltre i condizionamenti per scoprire l'essenza altrui? Si, e Hirozaku Koreeda lo fa affidandosi alle parole e in piccoli momenti improvvisi a immagini potentissime.

2.4.14

Ti ricordi di me? (2014)
di Rolando Ravello

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Viene da uno spettacolo teatrale che gli stessi Edoardo Leo e Ambra Angiolini hanno recitato in giro per l'Italia questo film affidato a Rolando Ravello (caratterista del cinema italiano passato alla regia con Tutti contro tutti) che si gioca le sue carte sul registro del favolistico.
Colori molto accesi, personaggi ingenuamente sentimentali, abbigliamento fuori moda e fuori dal tempo uniti ad un'astrazione dalla contingenza attuale che è inusuale per le commedie italiane.
Un cleptomane e una narcolettica si conoscono fuori dal palazzo della loro terapista e tra loro inizia una strana storia d'amore fatta di mille inizi. Un po' per la tendenza di lei a dimenticare, un po' per le continue revisioni di giudizio e poi per un incidente.

Di certo la storia non nasconde mai la voglia di commuovere con l'innocenza e la purezza sentimentale, sfruttando anche in maniera eccessiva l'espediente della continua riconquista del medesimo cuore perchè la mente cancella i ricordi, e di concerto la messa in scena spinge sul caramelloso. E di sicuro per una parte come questa Edoardo Leo è l'attore al momento più calzante, visto come in quasi ogni film tende a contaminare i propri personaggi con una forza comica remissiva.
Non dunque d'incoerenza che pecca il film ma semmai di povertà espressiva.
Lo si capisce grazie al personaggio di Paolo Calabresi, l'unico vitale, interessante e attraente, l'unico che si desidera continuare a guardare anche quando questi esce dalla scena e rimaniamo con i due meno interessanti protagonisti.

Ti ricordi di me? si trascina con stanchezza e non riesce mai a centrare quella che invece dovrebbe essere la caratteristica vincente di una storia come questa: il brio che viene dall'aver scelto un registro apertamente fasullo, fantastico, edulcorato e sognante. Sottraendo ogni elemento di realismo alla storia per andare a lavorare nel reame del teneramente assurdo è indispensabile un ritmo molto elevato per mantenere sveglia l'attenzione e soprattutto sempre alto l'interesse verso due personaggi in cui con poca voglia ci si identifica ma che, fossero più attivi, dinamici e meno molli, potrebbero comunque risultare d'intrattenimento. Si pensi ad Emotivi anonimi che ha più d'un punto in comune in materia di tono del racconto con questo film.
Invece no, Ti ricordi di me? non riesce mai ad intrattenere davvero, non cerca la risata vera e continua ma il sorrisetto piacevole e carezza i capelli come se augurasse la buonanotte.

1.4.14

Lovelace (id., 2013)
di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
La parte più interessante della vita di Linda Lovelace è che la più nota e importante attrice porno della storia del cinema ha fatto parte di quell'industria per soli 17 giorni, ma tanto è bastato a cambiare la sua vita e quella di quel genere.
Il punto di vista che i documentaristi Friedman ed Epstein decidono di adottare però è quello della donna sfruttata, dipingendo una Linda Lovelace incapace di prendere vere decisioni e sballottata tra il marito violento, i genitori bigotti e un business ovviamente spietato, come se il porno fosse arrivato dall'alto, come fosse un elemento neutro della storia e non il vero protagonista.

Molto del film viene quindi dalla biografia della stessa Lovelace come si capisce, una storia a senso unico che, tutta concentrata sulla vittima, dimentica di narrare questo tassello fondamentale del processo di liberazione sessuale sociale (eppure nel film lo si ripete spesso). E anche quando nel film entra il porno questo è raccontato dimenticando la sua caratteristica determinante: la libertà sessuale.
Concentrato come si conviene al genere sul gossip, sui problemi e le contraddizioni dei personaggi invece che sulle motivazioni per le quali questi si sono meritati un film a loro dedicato, anche Lovelace tratta come un elemento neutro la causa della fama della sua protagonista, non lo indaga nè lo spiega realmente. E come ancora più spesso capita la vita della diretta interessata non ha uno svolgimento drammaturgico così originale o appassionante da tenere l'interesse fino alla fine.

Non è un Boogie Nights ben documentato (com'era legittimo aspettarsi) ma più un Ray o Great balls of fire qualsiasi, un film cioè che invece che prendere scelte radicali vuole accontentare tutti con una versione cinematografica della liberazione sessuale attraverso le immagini dall'atteggiamento puritano e bacchettone. Alla fine sembra addirittura che i genitori bigotti forse non avessero tutti i torti e che l'industria del porno equivalga alla prostituzione.
Fermi restando i fatti, che poi esistono quasi solo nella versione di Linda Lovelace, è quindi il punto di vista cioè l'importanza che a questi il film sceglie di dare a fornire la più desolante delle prove.

31.3.14

Quando c'era Berlinguer (2014)
di Walter Veltroni

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Da un documentario realizzato da Walter Veltroni su Enrico Berlinguer c'è da aspettarsi il massimo del veltronismo, cioè della ricerca del poetico e del languido senza un'eccessiva sofisticazione, ed è ciò che superficialmente Quando c'era Berlinguer presenta.
Copie stracciate della prima pagina di L'Unità del giorno della morte del leader che rotolano nel vento in una piazza deserta (in bianco e nero!!), musiche struggenti, ralenti, Jovanotti al tramonto... C'è un po' tutto quel che ci si può aspettare, più una buona dose di presenzialismo dell'autore (non solo la sua voce narrante ma anche in alcuni punti la sovrapposizione tra la sua vita e quella di Berlinguer attraverso i suoi video Super8). Ma se questi sono gli evidenti limiti del documentario è anche vero che fa un lavoro migliore di quel che si potrebbe pensare sulla costruzione e la narrazione del personaggio-Berlinguer.

Innanzitutto perchè parte da un concetto oggi fondamentale: il rapporto con l'opinione pubblica. Iniziando con l'adunata mostruosa dei funerali, passando per le lacrime di molti (sincere e mai forzate) Veltroni mette subito in chiaro che Berlinguer era una star della politica, sebbene non ne avesse di certo l'atteggiamento. Era un politico amatissimo, seguito, considerato e stimato, l'esatto contrario di quello che accade oggi, e lo era in un'era in cui non si poteva dire lo stesso dei suoi colleghi.
Da qui parte una ricostruzione non certo analitica o esaustiva della sua carriera ma selettiva, che procede per le parti più eclatanti, i gesti più clamorosi e le decisioni più affascinanti, quelle che si presuppone costituissero una buona parte del successo. Il leader comunista che fece arrivare il partito a vette di risultati elettorali mai viste nè prima nè dopo, che ruppe con l'unione sovietica (e lo fece a Mosca) che non temeva di contraddire molti degli assunti tradizionalmente associati al comunismo riuscendo a non perdere ma anzi guadagnare voti, è la ragione per cui Veltroni e (lascia intuire) una buona parte della sua generazione si è appassionata alla politica e ad un partito.

Anche nelle testimonianze odierne raccolte dall'autore stesso, un ventaglio di nomi della politica di oggi e ieri non banale nè semplice da raggiungere, si scorge la doppia intenzione di Veltroni. Da un lato rendere l'amore per la figura (lo fanno intervistati come il capo della scorta o alcuni aderenti al partito che si commuovono parlando) dall'altro il rapporto con l'oggi e la generazione di Veltroni, tirata fuori da più d'un politico di quegli anni.
Agiografico come promette d'essere fin dai titoli di testa Quando c'era Berlinguer è innegabilmente anche un racconto non banale di cosa fosse la politica (e soprattutto perchè fosse così) in anni in cui era vissuta e percepita con tale differenza rispetto ad oggi da sembrare incredibile. Forse il primo ad andare oltre la cronaca e mirare ad un rapporto sentimentale misterioso per chi non ha vissuto quegli anni.