30.7.14

Chef (id., 2014)
di Jon Favreau

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Sgombriamo subito il campo dal metaforone: Jon Favreau ha iniziato la sua carriera dietro la macchina da presa scrivendo e poi dirigendo film piccoli e adorabili come Swingers o Made o ancora Elf. Poi il successo meritato di Iron Man (ad oggi, assieme ad Avengers il più liscio e compatto tra tutti i blockbuster sugli eroi da fumetto) e poi la discesa con il secondo Iron Man e ancora il terribile Cowboy e Alieni. In questo film da lui scritto e diretto interpreta un cuoco di un buon ristorante che però fa con successo commerciale cose che non gli piacciono per compiacere il proprietario e gli avventori, dopo che un critico lo stronca e lui fa una figuraccia su internet rispondendogli male, ricomincia da capo con un furgone e dello street food, riscoprendo le radici della propria arte e insieme a tutto ciò i veri valori familiari (oltre a come usare internet).
Ognuno ci legga quel che vuole. Ad ogni modo, qualsiasi cosa ci si voglia vedere, il bello del film non sta lì.

Il bello è che a Jon Favreau piace proprio fare film, piace scrivere qualcosa di minuzioso che sia in linea con la tradizione ma si riservi dei piccoli spazi per far qualcosa di diverso dal solito, gli piace seguire le regole per poterle tradire ogni tanto, lavorare di minuzia in minuzia in un racconto che nel suo complesso sembra molto canonico e poco inventivo (la cucina è solo il solito pretesto alla moda, il cuore del film rimane l'affetto familiare) e infine gli piace raccontare.
Quest'ultima caratteristica dei suoi film è quella che, nei casi migliori, li rende più efficaci di qualsiasi media. Il fatto che Favreau si diverta ad inserire in piccole sequenze quel che solitamente viene urlato, goda nel far sì che le relazioni si stabiliscano non attraverso dialoghi diretti ma desumendole da come le persone si comportano e il modo in cui scarta alcune (non tutte) delle regole fisse del cinema americano, danno un andamento sincopato a tutto ciò che scrive che ne costituisce la caratteristica più piacevole.Già il fatto che questo film, questa commediola di riconciliazione familiare che inizia come tutti i film di cucina (con ingredienti tagliati e ricette preparate) e si chiude con il finale di Ratatouille, parli in realtà di internet è da far girare la testa.

Commediola piacevole e scontata che vuol essere piacevole e scontata, Chef sa distaccarsi dal consueto in qualche punto e stupire con una struttura strana (alcuni personaggi scompaiono di colpo, manca totalmente un villain e dopo il primo quarto il film sembra cambiare completamente) e dettagli inusuali. Peccato che questa voglia in alcuni punti sovrasti quella che è poi la riuscita e intorno a metà durata Chef sembri accumulare momenti uguali a se stessi finendo un po' schiacciato dal proprio genere di appartenenza (alla fine è una commediola familiare della peggior specie che indugia sulla melassa). Ma anche nei momenti peggiori rimane sempre evidente il piacere di Favreau nel mettere in scena, basta far caso alla colonna sonora vivace che non assembla come sarebbe stato facile musica cubana generica e di facile acchiappo (c'è molto di Cuba nella trama) ma cerca abbinamenti trascinanti.

29.7.14

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Dawn of the planet of the apes, 2014)
di Matt Reeves

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I film seguono strutture fisse, specie quelli americani, e noi conosciamo già quelle strutture, per questo è così facile e così piacevole guardarli, anche quando non sono granchè, perchè sappiamo cosa arriverà e c'è un sottile piacere nella ripetizione di ciò che conosciamo. Per la stessa ragione qualsiasi variazione dalle strutture note è significativa, una mossa dotata di senso in sè e un'indicazione non da poco.
Ecco perchè nel finale di Apes revolution una piccola sterzata rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati visti gli eventi molto canonici succedutisi fino a quel momento ha una grande importanza. Gli ideali e la dirittura morale sbandierati dal personaggio più retto in assoluto lungo tutta la storia vengono traditi, senza grande clamore in scena ma con grande sorpresa tra il pubblico. 

Lo scarto è tanto più clamoroso quanto più viene in un film di grande spesa, una saga che costituisce uno dei migliori esempi di blockbuster d'avventura degli ultimi anni. Sia il primo che questo secondo film, nonostante alcuni momenti fiacchi, dimostrano un atteggiamento e una capacità di manipolare generi e strutture del cinema che li collocano ai massimi livelli di godibilità. Il racconto è quello che il cinema d'avventura (sporcato di fantascienza postapocalittica) fa sempre: la riconquista di una forma d'umanità dopo che uno sconvolgimento tecnologico sembra averla spazzata via. Solo che in questo caso a riconquistare l'umanità non sono solo gli uomini ma uomini e scimmie, ognuno a modo proprio nonostante siano in guerra. Come già accadeva con più decisione in Wall-E nel futuro distopico gli uomini sono lo sfondo e non i protagonisti.

A partire dal bellissimo inizio (una scena perfetta perchè attira con un'azione ben diretta e travolgente ma poi stringe lo spettatore in una morsa sentimentale durissima che enfatizza ogni piccolo accenno di suspense o tensione) sono le scimmie la parte empatica del film. Tutti sono in guerra, nessuno ha ragione ma nel film seguiamo solo i sentimenti delle scimmie, loro è l'arco narrativo, loro il mutamento interiore e loro subiscono le conseguenze degli eventi. Gli umani fanno da spalla e va bene così, non sono loro quelli interessanti, chiusi in caratteri molto canonici e privi di contraddizioni, con buoni buonissimi e cattivi cattivissimi. Tra le file delle scimmie digitali invece sta la complessità dei caratteri, quella componente per cui è necessaria buona scrittura e buona recitazione, che qui è tutta in performance capture e, ovviamente con il Cesare di Andy Serkis, raggiunge livelli altissimi.
Sperare in riconoscimenti grandi e importanti per attori che lavorano in un blockbuster d'azione, un popcorn movie e che tra le altre cose lo fanno senza comparire davvero ma attraverso un avatar digitale è fantascienza. Eppure dovremmo riconoscere anche con qualcosa di ufficiale quello che è il più grande mutamento tecnologico del cinema moderno, uno che sta portando (e questo film ne è la prova) anche storie diverse con protagonisti diversi.

28.7.14

Mistaken for strangers (id., 2014)
di Tom Berninger

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Innanzitutto una precisazione: Mistaken for strangers è un fintodocumentario che si nutre proprio della propria illusione di realtà, cioè la finzione piega leggermente i fatti (i protagonisti sono davvero fratelli, gran parte del raccontato è vero) e dà una spinta al vero per farlo diventare racconto modificando i caratteri coinvolti (specie quello del protagonista) così da creare rapporti fasulli in un contesto reale. Inoltre Mistaken For Stranger nonostante sia il primo film di The National non è un documentario rock, la musica è totalmente marginale, poco presente e anche quando è in scena l'impressione è che non sia la protagonista.

Detto ciò il film di Tom Berninger va preso per quel che è, ovvero il tentativo di raccontare la storia del rapporto tra due fratelli modificando quello che esiste tra Tom (regista e protagonista) e Matt (cantante del gruppo). L'operazione è brandizzata The National perchè a tutti gli effetti prodotta dai membri del gruppo e quindi in un certo senso in linea con lo spirito raffinato della band (il finto documentario vorrebbe sfruttare i principi e le regole tracciati da Werner Herzog) e cercare di costruire un'immagine complessa del suo leader attraverso un personaggio finto. Non è in questo diverso da quel che facevano Mick Jagger o Sting quando accettavano parti nei film.

Mistaken for strangers però non è un esperimento realmente riuscito. Suona molto grottesco e fasullo, è difficile da prendere sul serio sia nella messa in scena (il protagonista, Tom, non ha nessuna credibilità come persona vera e in ogni scena sembra un personaggio da film quale è), sia nei suoi presupposti teorici (raccontare un rapporto complicato tra fratelli).
Tom infatti viaggia assieme alla band del fratello come roadie ma riesce a rovinare ogni cosa, sembra esistere solo all'ombra di Matt e ha un modo passivo-aggressivo di soffrire e manifestare le difficoltà relazionali. Nell'ottica del documentario tutto dovrebbe sfociare in un'ode al legame familiare, allo starsi vicini senza farlo davvero e all'instancabile maniera in cui due fratelli cercano di sostenersi.

Come accade nei casi peggiori però la distanza tra intenzioni e risultati è forte e Mistaken for strangers non trova praticamente mai quel che cerca. Anche l'elaborata e toccante sequenza finale di Matt tra la folla di un concerto (che chiude il film con un anelito di speranza che non pare tale davvero) sembra suggerire che un film più elaborato, dichiaratamente finto e paradossalmente più canonico sarebbe stato maggiormente nelle corde di Tom, almeno più di questo difficile pastrocchio simil-autoriale e poco riuscito, mascherato (male) da documentario rock.

24.7.14

22 Jump Street (id., 2014)
di Phil Lord e Chris Miller

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"Il programma precedente è andato bene ragazzi quindi i capi vogliono rifarne un altro uguale. Conoscete le regole: più soldi ma la stessa formula. Nella maggior parte dei casi queste operazioni non riescono, ci si fissa sulle solite componenti e si finisce per usurare quello che andava bene, ma per noi non dev'essere così" a grandi linee (e molto parafrasando) è così che il capo della polizia Nick Offerman (ma che attore fenomenale è? Quand'è che anche il cinema lo scoprirà definitivamente??) spiega ai protagonisti cosa debbano fare nella loro nuova missione. Sta parlando di infiltrarsi al college ma in realtà, lo capiamo tutti sta parlando di fare il remake di un film di successo.

Tutto 22 Jump street è condotto sul filo della doppiezza, un'idea presente per certi versi anche nel film precedente (che rideva e scherzava a livello metatestuale sul fare un film da una serie di successo) ma che qui viene ampliata. Perchè non solo molto della storia si diverte a tenere un doppio livello di lettura (un'operazione di polizia ma anche il fare un sequel "Come vedete questa volta abbiamo molti più soldi della precedente!") ma anche i rapporti tra i personaggi sono doppi (parlano di essere partner sul lavoro ma noi capiamo partner nella vita in una grande presa in giro del bromance), l'intreccio gira intorno alla doppiezza (ogni personaggio ha due identità e gli svelamenti si sprecano) e c'è più d'un accenno alla parodia (da Bad Boys all'inizio fino a Spring Breakers e Project X alla fine).
Di nuovo quindi Lord e Miller raccontano il loro punto di vista sul fare film oggi ad Hollywood. Dopo Piovono polpette, 21 Jump Street e Lego The Movie hanno sperimentato un tipo di scrittura metatestuale e autoriflessiva unica che qui esplode in maniera definitiva: "Questa volta siamo all 22 di Jump street ma qualcosa mi dice che per la prossima missione torneremo dall'altra parte della strada" e si vede un cantiere con scritto "23 Jump Street".

Forse un pelo sotto il primo film quanto a risate effettive (un eccesso di improvvisazione di stile moderno spesso uccide il ritmo) ma comunque sopra la media delle commedie americane, 22 Jump Street è di nuovo la dimostrazione che sequel e remake sono parole vuote, che i titoli, i brand e le trame sono contenitori ininfluenti e che la crisi di idee non ha nulla a che vedere con il profluvio di titoli e personaggi già noti. Il nuovo film di Lord e Miller dà in pasto al pubblico la più convenzionale e scontata delle storie, una in cui tutto va come ci aspettiamo, piena di personaggi banali ma lo fa nella maniera meno convenzionale in assoluto, lavorando in profondità sul testo, manipolando la banalità, giocando con le regole di quel cinema che dovrebbe intrappolare la creatività e ritagliandosi un proprio piccolo orticello nel grande prato di Hollywood.
22 Jump Street, come il film precedente, è la commedia intelligente.

22.7.14

Anarchia - La notte del giudizio (The purge: Anarchy, 2014)
di James DeMonaco

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C'era un'idea molto forte e molto fuori dal tempo (per il cinema di oggi) alla base di La notte del giudizio, qualcosa che riporta agli anni '70 del cinema americano, cioè quella dell'orrore politico che mette paura attraverso uno scenario portatore di un'affermazione forte sugli esseri umani, che mette i suoi personaggi di fronte a scelte che non sono personali ma sociali. A fronte di quello il film era anche un prodotto della Blumhouse, il che vuol dire quasi tutto ambientato in un ambiente unico, dal budget stringato e dal profluvio di idee.

Era molto forte, Anarchia invece è per molti versi più mansueto, gira meno intorno alle conseguenze sociali delle decisioni individuali e mira più a creare una grande Odissea. Stavolta infatti nella notte in cui ogni crimine è depenalizzato non c'è un assedio casalingo ma due personaggi costretti a viaggiare nella città, spazi aperti contro chiusi e soprattutto un viaggio, quindi più personaggi, più situazioni e il paesaggio che influisce molto di più nella storia. L'esplorazione decisamente non è più quella interiore dei protagonisti ma quella esteriore della città, la società non è rappresentata per sineddoche da pochi uomini ma rappresentata effettivamente.
Se il primo film era uno scatto questo è la parte distensiva della corsa, meno furiosa ma fatta per durare.

Anarchia quindi mantiene i presupposti ma allarga la prospettiva, aumenta il budget e mira a creare una mitologia, cioè a proiettare il principio del primo film in una dimensione seriale. Dopo Anarchia - La notte del giudizio possono arrivare mille altri sequel o prequel perchè viene introdotto un piccolo mondo, delle fazioni in gioco e viene mostrato come declinare il "format" del film.
È la parte illustrativa della storia, le fondamenta, impossibile quindi che appassioni e coinvolga come quella incendiaria del primo film, lo stesso però l'impressione è che specie con i personaggi protagonisti si potesse osare di più, perchè alla fine è loro la corsa per la vita e loro la terribile sfortuna d'essere rimasti in giro (dunque poteva essere loro l'abilità o la peculiarietà di "vivere" quest'assurda situazione). James DeMonaco invece si esalta con i comprimari, dimentica i buoni e si appassiona ai tanti piccoli cattivi che si possono incontrare dai folli con l'M60 ai nobili e i loro giochi. Lo sfondo invece del proscenio, scelta non cretina ma che forse non paga fino alla fine.

17.6.14

Rompicapo a New York (Chinese Puzzle, 2013)
di Cedric Klapish

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Nel terzo film della serie partita con L'appartamento spagnolo e proseguita con Bambole russe, diventa ancora più centrale quell'elemento che in precedenza era latente, ovvero il tempo nel suo doppio svolgersi, come tipico del genere di film generazionale contemporaneo cui appartiene. Più come l'Antoine Doinel di Truffaut che come Jesse e Celine di Prima dell'alba, Xavier attraversa un tempo superiore a quello effettivamente trascorso tra film e film. 11 anni fa usciva L'appartamento spagnolo ma nel terzo film sono passati 20 anni da quegli eventi e i protagonisti sono quarantenni. In questo senso manca una caratteristica determinante dei film di Richard Linklater: l'identità tra il tempo del racconto e quello passato sui volti degli attori e soprattutto nella vita degli spettatori.
Nei film di Klapish il tempo è una misura arbitraria. Si tratta dei giorni nostri quelli in cui è ambientato ogni film eppure essi scorrono diversamente per i protagonisti, in un distacco dagli attori e dagli spettatori che aumenta il carattere di finzione della storia.

Non a caso tutti e tre i film hanno un andamento antirealistico, fatti incredibili si susseguono in brevi tempi, vediamo passare mesi e mesi in circa due ore con implausibili iperboli. È insomma una trilogia più precipuamente filmica, in cui l'artificio regna e i forti spunti di realismo (da instant movie) sono stemperati da convenzioni filmiche altrettanto presenti.
Non sempre tutto fila, anche se in quest'ultimo film sembra finalmente essere arrivata la vena creativa migliore, tuttavia anche nei momenti meno riusciti Klapish riesce sempre a catturare l'essenza di un racconto unico: quello di una generazione formata da una forte esperienza internazionale, che espande i propri legami ad altre lingue, culture e paesi e sostanzialmente abbandona la propria origine in una maniera nuova, per abbracciare un lieve nomadismo. Il primo film a Barcellona, il secondo in giro per l'Europa, il terzo in un altro continente ma sempre tutti insieme.

Per questo Rompicapo a New York è forse il più riuscito dei 3 film, perchè esagerando e lavorando su un'età lontana dalle follie giovanili riesce a mettere in scena l'anacronismo connaturato al continuo rimettere in scena una vita di gruppo che nasceva studentesca ma sembra perpetuarsi uguale anche nell'età genitoriale. Imparando a fare esperienze e vivere una dimensione intima e personale assieme a persone che non hanno nulla a che vedere con il proprio background Xavier, l'esemplare archetipo del ragazzo dei primi anni 2000 (formatosi all'estero assieme a persone nella sua stessa situazione, non appartenenti al luogo che abitano), sviluppa una famiglia alternativa, una radice che non ha nulla a che vedere con quella primaria legata ai luoghi natali ma che è mobile e fa mostra di sè a prescindere dai luoghi, assecondando solo la presenza dei membri essenziali della famiglia alternativa.
Raccontare questo (una nuova forma di relazione e un nuovo modo di abbandonare la prima "heimat" senza necessariamente sceglierne una seconda) e farlo con un piglio giovanilista che solo parzialmente stona anche a 40 anni è un merito che rende commoventi anche le trovate meno fantasiose e più grossolane.

16.6.14

1303 3D (Apartment 1303 3D, 2012)
di Michael Taverna

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Erano anni che non si vedeva (in sala) un horror brutto come 1303. Un po' per il fatto che quelli italiani sono sempre meno, un po' perchè abituatosi il pubblico a quelli asiatici c'erano più fonti a cui attingere (cosa che ci ha consentito di non dover per forza raschiare fondi di barili qualsiasi) e un po' perchè con il ridursi dei costi di messa in scena gli horror, che sono il prodotto indipendente per eccellenza, avevano leggermente migliorato la qualità media.
1303 invece ci riporta indietro di molto tempo, ai filmacci senza un perchè, partoriti da un generatore automatico di sceneggiature e poi peggiorati in fase di realizzazione.

La storia è quella di un appartamento maledetto in cui una bambina si suicidò tempo addietro e i cui nuovi occupanti, di conseguenza, si suicidano dopo orrende visioni. Al centro di tutto c'è una famiglia, madre più due sorelle adulte, rapporti difficili, egoismi, amanti e in mezzo l'appartamento che ammazza tutti.
Quel che rende 1303 un brutto horror ovviamente è l'incapacità di generare  paura in maniera credibile e concreta, butta via le occasioni più succulente e genera una serie di momenti imbarazzanti, ma quel che invece lo rende un pessimo film è il quoziente di amatorialità di tutti i reparti, la difficoltà nel raccontare le cose più elementari unita alla volontà di mettere in scena personaggi eccessivi e clamorosi. Un connubio mortale di volontà e pessimo gusto.

Come nei casi più esilaranti 1303 non riesce mai a costruire quel che desidera mettere in scena, dunque qualsiasi improvvisa rivelazione, colpo di scena o momento cruciale suona improvvisato e fine a se stesso, come fosse slegato dal resto del film, e ogni personaggio sembra vivere unicamente per morire in modi teoricamente truci ma praticamente comici. Perchè nulla è più involontariamente comico della continua ripetizione di un espediente narrativo che non funzionava già la prima volta e dalla seconda in poi non fa che offrire il proprio fianco alla ridicola esposizione di quei difetti che lo rendono innocuo.

10.6.14

Le week-end (id., 2013)
di Roger Michell

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Il duo Michell-Kureishi ci aveva già provato 10 anni fa a fare un film come Le week-end con risultati abbastanza patetici, era The Mother, in cui Daniel Craig imbastiva una storia di sesso con una donna molto anziana. Il risultato non era all'altezza delle pretese elevate e finiva per diventare la versione più deprecabile di se stesso, cioè un film da rotocalco, migliore negli scandalizzati articoli di costume scritti su di esso che nella realtà. Le Week-end invece è tutta un'altra pasta, ingloba l'idea della visione del sesso nella tarda età ma non ne fa il centro della sua storia, anzi è solo un piccolo satellite in un più complesso sistema di sentimenti ed emozioni di una coppia anziana britannica lungo un finesettimana passato a Parigi per l'anniversario di matrimonio.

Film di dialoghi, recitazione costruito con un formato widescreen assolutamente poco convenzionale per queste storie (lo si nota molto nella festa, in primi piani che sembrano uscire da un film d'avventura americano) e attraverso un continuo spiazzamento. Non è semplice capire esattamente quale sia la situazione della coppia protagonista, quanto il loro rapporto sia oppure non sia in crisi, quanto si amino e quanto abbiano lasciato di irrecuperabile nel loro passato. C'è un'ambiguità potentissima nella maniera in cui si attirano e si respingono, in quel che si rinfacciano e nella maniera in cui riconciliano ogni scontro. Ed è davvero un piacere per una volta vedere Jim Broadbent dare il massimo e ottenere il massimo. Addirittura nel finale l'ingresso del personaggio di Jeff Goldblum (pochissime scene e un dipinto perfetto, raffinato e preciso) suggerisce una rinascita sotto forma di "gruppo a parte" che è la cosa più spiazzante di tutte.

Perchè quello che Le Week-end riesce a fare, alla fine dei conti, è raccontare la storia di due persone anziane come fosse la storia di due adolescenti, riuscendo miracolosamente a non sconfinare nel kitsch ma capendo esattamente cosa, delle storie d'amore adolescenziali, può essere tradotto con efficaceia nell'età avanzata. Sfrondando i dettagli propri dell'età giovanile e andando alla radice di cosa renda appassionante l'amor adolescenziale ne traduce il senso in un altro mondo. Il film, con il suo verboso vagare per Parigi, non gira troppo lontano da Prima dell'alba in questo senso.
Il sentimento che lega due persone una volta che la cura dei figli è terminata, quando questi escono di casa e il rapporto di coppia ricomincia ad essere tale, gira dalle parti indagate da Le week-end attraverso una serie di eventi e garbati colpi di scena che alla fine, forse, possono anche commuovere senza nessun tipo di indulgenza ma con un pizzico d'invidia per la capacità dei protagonisti di vivere una dimensione panica dell'esistenza senza essere mai ridicoli.

9.6.14

I knew better - The congress

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Esce questa settimana The congress, la follia di Ari Folman vista e recensita due anni fa a Cannes.

7.6.14

We are the best! (Vi är bäst!, 2013)
di Lukas Moodysson

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Su una cosa non si possono avere dubbi, We are the best! è mosso dalle migliori intenzioni e dal miglior taglio. La storia di due tredicenni e un'altra coetanea neo-convertita che desiderano essere punk, in anni in cui il punk sta tramontando e nessuno le asseconda, è animata da una voglia di non essere come tutti gli altri e da uno spirito contagioso. Anche se la commedia non fa ridere e spesso il film non ha il ritmo che meriterebbe.

Nella Svezia dei tardi anni '80 l'impressione è che non ci sia posto per chi non vuole adeguarsi e cerca di fregarsene di tutto, invece che piegarsi a quel che viene insegnato, sognando una vita migliore per se stessi attraverso la mitologia punk. E la forza, come sempre, dei personaggi di Moodysson (scritti stavolta dalla moglie) è di non avere mai certezze granitiche, solo desideri che non riescono ad appagare ma non possono fare a meno di perseguire, a prescindere da quali siano le contingenze in cui sono inseriti.
Così anche queste 3 tredicenni hanno una maniera contagiosa di provocare tutto e tutti, di urlare il loro disprezzo in un'unica canzone d'odio che suonano malissimo e di volta in volta adattano a seconda di cosa vogliano affermare di odiare.

A fronte della lentezza, della mancanza di ritmo e dell'umorismo che non coincide proprio con l'idea che ne abbiamo noi, c'è un che di affascinante e liberatorio nella maniera in cui 3 bambine lottano attivamente contro convenzioni e costrizioni. We are the best! supera subito il ribellismo cretino e fine a se stesso, per calare lo spettatore in una fotografia a dominanti che cambiano di movimento in movimento attraverso la quale mostra effettivamente lo schifo che le protagoniste disprezzano. Non vuole dire niente sull'etica punk in sè ma usare quella cornice per dare forma alle inespresse volontà dell'età propria delle protagoniste.
Come si fa a non essere daccordo con loro? Anche quando mandano a fanculo il posto che li ospita, chi gli dà modo di suonare e gli presta gli strumenti. Come si fa a non provare piacere nell'affermazione personale attraverso una forma divertita di menefreghismo di tutto il resto del mondo?