23.10.14

Tusk (id., 2014)
di Kevin Smith

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Fin dal trailer si era capito che Kevin Smith ha preso L'isola del dr. Moreau e ha cercato di farne un film suo, nello stile inaugurato da Red State. Quel che la visione completa di Tusk aggiunge è che oltre allo spunto di un uomo che viene trasformato chirurgicamente in tricheco non c'è molto altro. Certo la maniera in cui come un avvoltoio Kevin Smith gira intorno al tema è da manuale, imbastisce un discorso pieno di piccole deviazioni e goduriose ellissi che allungano un brodo altrimenti molto striminzito nel quale galleggiano personcine dalla evanescente personalità. Non c'è insomma una struttura forte a mantenere viva la fiamma del film come accadeva in Red state, qui questa si spegne quasi subito allo svelamento della creatura e rimane solo il divertimento gestito da una persona che sa come far passare il tempo.

Ed è un peccato perchè è evidente dalla contestualizzazione della vicenda (la vittima cade prigioniera durante un viaggio in Canada) come ci sia la volontà di raccontare storie radicate in un territorio specifico, mettendole in stretta relazione quel che accade con il luogo in cui ci si trova. Red state (con cui il film condivide la magnificienza di Michael Parks) poneva quest'esigenza così in prima linea da manifestarla addirittura nel titolo, Tusk però non è meno focalizzato nel prendere di mira i canadesi con le consuete ironie e le solite prese in giro ma anche con una maniera tipica di Kevin Smith di far aderire la vicenda al luogo in cui si svolge. Non è che la storia di Tusk non potrebbe essersi svolta altrove ma il fatto che si svolga in Canada gli dà un taglio peculiare che è impossibile ignorare.

Quel che questo film ad ogni modo dimostra è la grandezza delle capacità di scrittura di Kevin Smith e quanto queste si siano ormai ben fuse con quelle da regista. È semmai la scelta dei soggetti e la maniera in cui persegue un tipo di racconto che lentamente esce sempre un po' più fuori moda (il postmoderno per come lo ha sempre inteso lui fin dall'inizio degli anni '90) che sta relegando questo grande scrittore ai margini del mondo del cinema migliore.

22.10.14

L'amore bugiardo - Gone Girl (id., 2014)
di David Fincher

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Dopo anni di lavoro sul thriller, il giallo e la destrutturazione delle storie Fincher, finalmente, arriva a Gone Girl, summa massima del suo cinema che assembla i pezzi disseminati nei precedenti. Prende lo svolgimento tipico del poliziesco, ovvero l'indagine (Se7en), le figure meno convenzionali deputate a scoprire il mistero (Uomini che odiano le donne), il gusto della fusione con la maniera in cui la società vive l'indagine stessa (Zodiac) e il gioco del gatto col topo imbastito con lo spettatore (The game) per farne una grandissima storia che nel raccontare dell'indagine sulla scomparsa di una donna ricostruisce un matrimonio e due esseri umani. Tuttavia questa ricostruzione non avviene solo tramite i flashback o i racconti, come nella prima parte e come tipico di molto cinema, ma specie nella seconda attraverso un complesso sistema di rimandi narrativi, cioè non mettendo più in scena "le cose che erano successe" ma lasciando che le interazioni tra personaggi facciano emergere molto più dei semplici fatti. Proprio questa seconda parte, che svela molti misteri, è quella in cui i personaggi da archetipi di un thriller (l'accusato, la scomparsa, la vittima, il carnefice) diventano persone di un dramma e addirittura vittime di una commedia grottesca, perchè di loro comincia ad interessarci sempre di più cosa li spinga a prendere le decisioni che prendono e quanto queste si ritorcano contro di loro in modi amaramente ineluttabili.

Bisognerebbe arrivare in sala completamente vergini per godere al massimo di Gone girl, film dallo spoiler facile che si compiace dei suoi colpi di scena e dei molti cambi di fronte ma ad ognuno di essi abbina un significato, una svolta anche nella comprensione di cosa sia successo alla coppia che nelle prime scene vediamo innamorarsi teneramente, in quello che forse è il momento più smielato di tutta la carriera di David Fincher. C'è una passione autentica per il racconto complicato (reso semplice per la comprensione dello spettatore), una voglia di ingarbugliare le acque e parlare così in maniera il più possibile veritiera di quel che accade dentro le persone quando sono immerse in una società resa piccola, resa "villaggio" dai media. Non è nemmeno il matrimonio in sè ad essere accusato, questo è raccontato attraverso il pretesto delle ricerche, degli inganni e delle confessioni in un film contemporaneamente moderno (perchè convince prima di una tesi, poi di un'altra, poi di un'altra ancora alla maniera del cinema autoriale post-Una Separazione) e classico (per l'impianto da thriller hollywoodiano). Che ruolo giocano "gli altri" nel matrimonio? Come influisce la voglia di ognuna delle due parti di essere qualcosa a prescindere dal rapporto con l'altro (è fantastica la considerazione che vediamo fare ad Amy in un flashback sulla maniera in cui le donne si adeguano ai propri uomini)? Materiale del libro di partenza che nel film di Fincher, attraverso un'abilità narrativa qui ai massimi livelli di sofisticazione, diventa la più strana e intricata delle storie di cronaca ma anche la più facile in cui immedesimarsi.

In tutto questo un ruolo centrale è giocato dai media, dall'immagine pubblica che il marito in cerca di moglie dà di sè spontaneamente e che poi cerca di controllare sempre di più per evitare che gli si ritorca eccessivamente contro. Sospettato fin da subito ha l'atteggiamento tipico del colpevole benchè non si professi tale. Anche qui si tratta di dinamiche molto note, la massa che decide di tramutare sospetti in realtà sulla base delle proprie impressioni (e Il sospetto forse ha fatto il lavoro migliore su questo tema) che Gone girl manipola in maniere che non avevamo mai visto, sconfinando anche nella commedia se serve. Prima bisogna convincersi di un punto di vista, poi dell'altro e infine comprendere il dilemma di una situazione in cui sono solo i fattori esterni a condizionare lo svolgimento, non più gli attori della vicenda.
Gone girl è un film cupo perchè il suo punto siamo "noi", il pubblico che guarda e vuole vedere, che obbliga i protagonisti ad interpretare un personaggio. C'è del voyeurismo nella maniera in cui questi sono tartassati ma l'impressione è che il condizionamento influenzasse le loro azioni già da prima degli eventi, che l'interesse riguardo la scomparsa abbia enfatizzato qualcosa che ognuno vive. I media di conseguenza non sono visti come persuasori ma come specchio di quel che il pubblico è pronto a pensare da sè. Quanto di ogni relazione è necessaria finzione o mantenimento delle apparenze e quanto questa può essere la scelta migliore di tutte in una vita apparentemente idilliaca ma in realtà mediamente disperata?

21.10.14

Eden (id., 2014)
di Mia Hansen-Løve

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I venti anni nella vita di Paul che Mia Hansen-Løve ha deciso di raccontare in Eden sono quelli tra la maggiore età e l'essere adulto, dai 18 ai 38 circa, dal sogno di fare il DJ nella scena garage parigina (la medesima dei Daft Punk che nel film compaiono ovviamente interpretati da due attori) fino all'esigenza di equilibrio nella propria vita. Non c'è molto altro in questo film da due ore e 10, come capita ai film che raccontano un momento nella vita di un essere umano le svolte e i rivoli della trama sono quelli che appartengono alle esistenze di chiunque, drammi e gioie che possono essere straordinarie solo per chi le vive. Su tutto ciò Mia Hansen-Løve getta una fantastica luce autunnale, per donare ad ogni momento l'impressione che nessuno sforzo sia mai sufficiente e che le aspettative per un grande domani siano sempre superiori alla realtà.

 Il risultato è un film dotato di una forza particolare, datagli dalla sua calma, non è furente come La vita d'Adele, non corre come un fiume ma si muove poco come un lago, alla stessa maniera in cui Paul sembra subire tutto mantenendo sempre la stessa espressione, un'apatia continua che nasconde le proprie dichiarate aspirazioni. Si riempie di cocaina ma non diventa un vero drogato, si batte per diventare un grande DJ ma sembra non emergere mai, cerca un equilibrio sentimentale ma rigetta ogni donna con cui vive. Insomma Eden (dal nome di una fanzine musicale che si vede all'inizio) non fornisce risposte chiare e nette ma dissemina il suo racconto di vita di piccoli indizi e soprattutto ai fatti e agli eventi "significativi" predilige la creazione di un tono narrativo. C'è nel film una porzione consistente di una vita raccontata con un terribile disincanto verso tutto ciò che potrebbe andare bene. Come la musica dei Daft Punk che arriva tre volte nel film, all'inizio, in mezzo e alla fine, la vita di Paul sembra essere alla loro ombra, mai così famoso, mai così stimato e costretto a sentire le loro hit e alla fine addirittura ad innamorarsi con una loro love song.

 Il segreto di questo film sta proprio nel suo pacato incedere capace di non sconfinare mai nel noioso, nel prolisso o nel ridondante (rischio dietro l'angolo vista il correre in circolo della vita di Paul), saper evitare il film generazionale tenendo la scena della club culture francese sempre sullo sfondo per concentrarsi su qualcosa di più universale. In questa vita normale e ordinaria c'è la forza straordinaria di uno sguardo e un tipo di cinema che riesce a portare lo spettatore ad empatizzare non per l'eccezionalità ma per l'umanità manifesta. Peccato che dopo Boyhood sia ormai inaccettabile guardare un film che si svolge in venti anni senza che gli attori invecchino seriamente ma solo con qualche trucco, specie se come in questi casi lo scorrere del tempo è un peso sulle spalle del personaggio, una mannaia che lo allontana di anno in anno dal raggiungere i propri traguardi o la vita che desidera. Poter scorgere meglio l'influsso del tempo sul suo corpo sarebbe stato fantastico.

As the gods will (Kamisama No Iutoori, 2014)
di Takashi Miike

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L'ultimo film di Takashi Miike ha un inizio durante il quale si può anche impazzire di gioia. Senza spiegare nulla parte al massimo del ritmo con una classe in cui alcuni ragazzi sono cadaveri privi della testa e gli altri sono immobili e terrorizzati, sulla cattedra un demone che gioca ad Un-Due-Tre-Stella, chi perde (cioè si muove quando è girato) esplode in un tripudio di sangue. C'è tutto. C'è lo stile Miike che fonde assurdo, grottesco, gore, azione e grande autoironia e c'è l'idea alla base dei molti death game del cinema (Battle Royale ovviamente ma anche gli americani che hanno ripreso l'idea), cioè che sia la classe dei docenti, gli adulti, ad opprimere i ragazzi costringendoli alla violenza reciproca, mandandoli letteralmente a morte e infine c'è la paradossale ironia miikiana.

As the gods will in realtà viene da un fumetto (omonimo), quindi è più parente di quel che accade nella carta stampata che di quel che si vede al cinema, tuttavia si inserisce con grande coerenza nel torrente in piena che è il cinema dei giovani adulti che si ammazzano. Un po' perchè le storie in cui l'adolescente è al centro del destino del mondo sono in realtà terra di conquista nipponica e un po' perchè il grande successo di Hunger Games, è noto, viene dal Giappone e da Battle Royale per l'appunto.

La forza di As the gods will è quella di lavorare bene sul mistero, proprio come fanno i fumetti, cioè di lasciare moltissimi buchi senza inimicarsi lo spettatore, mescolare il grottesco e il comico nipponico con il disincanto di chi, come Miike, non crede in niente se non nel piacere e nell'istinto. Non è la prima volta che il regista lavora su adattamenti (la sua filmografia è tale che non c'è nulla che non abbia fatto) ma in questo caso si ha la netta impressione di una vicinanza particolare con il testo di partenza nella scansione della storia (di stanza in stanza) e nell'animazione delle creature (l'orso polare in finto stop-motion è un colpo di genio).

É un peccato quindi che anche quest'ultimo film risenta di quello che in molti casi è il difetto dei film di Miike, cioè di non reggere lungo tutta la sua durata con il medesimo impeto dell'attacco. A tre quarti As the gods will ha un momento di stanca fastidioso, nonostante la storia proceda di gioco mortale in gioco mortale, risente del calo di forma di una storia che appositamente non finisce e lascia una piacevole patina di mistero riguardo i suoi presupposti. Quest'ultimo elemento anche è tipico del cinema in cui gli adulti torturano e costringono i giovani ad una vita di dolore: non c'è mai una vera ragione che non sia il controllo o il livore.

20.10.14

A girls walks home alone at night (id., 2014)
di Ana Lily Aminpour

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Per fare un film sull'Iran stando fuori dall'Iran Ana Lily Amirpour è andata nei dintorni di Los Angeles in una vecchia città vicino ad una fabbrica e ha girato in bianco e nero anamorfico con un contrasto molto pronunciato, pieno stile Jarmusch insomma. Ha così dato vita ad una lugubra e solitaria storia di vampiri in una fantomatica città iraniana (Bad City), tutta musica, apparizioni, tenerezze e un'idea visiva che fa impressione per intelligenza e capacità. Il vampiro al centro del film è una ragazza un po' hipster, molto sognatrice ma irrimediabilmente succhiasangue che esce di notte in cerca di prede muovendosi su uno skate, ovviamente esce coperta dal chador che tuttavia, inquadrato dall'autrice, ha lo stesso ruolo del mantello nell'iconografia classica di Dracula: il manto nero che copre il corpo e confonde con la notte.

É ovvio che siamo dalle parti di Lasciami entrare (e ovviamente di Jarmusch, come già detto, anche grazie ad un uso intelligente di una colonna sonora punk da urlo che vorrei trovare ora), cioè il vampiro è usato per raccontare una storia di conquista sentimentale, in cui la ragazza al centro di tutto incontra una preda che non capisce cosa stia succedendo (è uscito da una festa in maschera ed è ubriaco oltre ad essere vestito da conte Dracula) e la rimorchia con dolcezza. Lei rimane conquistata ma non sa che fare e lentamente porta avanti un corteggiamento nella notte fumosa di una città in cui paiono esserci solo potenziali vittime e fabbriche che fumano.

Ana Lily Amirpour non sbaglia davvero nulla, trova caratteristi fenomenali (il mafiosetto con parole arabe tatuate sulla testa, il vecchio padre junkie che si inietta la droga nelle vene dei piedi) e si permette addirittura di far ballare i protagonisti al ritmo di una canzone che canta "These things got a hold on me" mentre è evidente che lei sta resistendo al tentativo di morderlo perchè forse se ne sta innamorando. Sa insomma essere kitsch e contemporaneamente mantenere una visione del film di impressionante rigore, riesce a fare un po' di melò senza essere smielata e quindi cogliere il meglio del romanticismo duro e puro. Non c'è mai un momento in cui dimentichi il mélange particolare tra orrore autoriale (come nella notte compaia questa figura che sembra un dracula anni '50 ma con il chador) e sentimentalismo tra quelli che sono due drop out (lui è un patito di anni '50, in Iran!).

Ovviamente la premessa in sè non ha senso, cioè quella di un vampiro musulmano, visto che questi possono esistere solo all'interno di un'idea di mondo cristiana ma nulla importa davvero in questo pasticcio rigorosissimo, in cui il vampirismo è il più grande dei pretesti ma anche la più affascinante delle cornici. Perchè nel suo postmoderno ironico in cui mette la tradizione draculesca a contatto con il medio oriente, Ana Lily Amirpour rispolvera il vero e autentico romanticismo legato a queste figure crepuscolari che tutto il resto del cinema moderno (sia Twilight che Van Helsing, sia Underworld che Vampires) ha scelto di accantonare e invece, si veda anche Lasciami entrare, è ancora attualissimo, addirittura adattabile alla moda hipster e a quella visione di mondo.

Trash (id., 2014)
di Stephen Daldry

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Sembra ci sia il tocco di Fernando Meirelles in questo nuovo film di Stephen Daldry e infatti c'è. L'autore del seminale City of God ha lavorato come produttore esecutivo ma l'idea è che sia stato più uno show runner per quello che è il primo film d'azione di Daldry (e anche dello straordinario sceneggiatore d'eccezione che si è potuto permettere: Richard Curtis). E' cinema d'azione perchè in Trash c'è un mistero da ricostruire a posteriori, tre ragazzi che vivono in una discarica fuori Rio trovano un portafogli pieno di soldi e indizi di cui capiscono l'importanza solo quando la polizia comincia a pattugliare la loro favela in cerca di quell'oggetto e dai pochi elementi che hanno a disposizione provano ricostruire come mai tutti vogliano quel portafogli. Ma è anche cinema da Curtis & Daldry perchè quel che conta in tutto questo correre, scappare e nascondersi è l'estrema vitalità del trio di ragazzi (non professionisti).

Sono infatti pure comparse Rooney Mara e Martin Sheen, americani in un film tutto portoghese girato in pieno stile Meirelles, cioè con contrasto fortissimo e colori accesi (un espressionismo cromatico ormai diventato sinonimo di Brasile), macchina a mano e un punto di vista per nulla paternalistico. In Trash infatti non è tanto l'intreccio o la parte thriller ad appassionare (si è visto decisamente di meglio, di più coerente e più plausibile) ma la maniera in cui la favela non è il simbolo del disagio. Non si percepisce che a ritrarre quel mondo ci sia uno straniero perchè lo sguardo non è mai dall'alto verso il basso, non è pietistico e nemmeno da una certa distanza. Daldry sembra proprio aver aderito all'estetica di Meirelles perchè si disinteressa della favela in quanto tale, del disagio e delle condizioni dei protagonisti, elementi già sufficientemente evidenti da sè.

Ne giova tutto allora. In primis il ritmo, che non perde tempo appresso a sociologia spicciola, poi la trama che ha la possibilità di concentrarsi sugli eventi e non su ciò che gli sta intorno (che peccato che più ci si avvicina alla fine, più il film insista sul suo favolismo abbandonando sia l'epica che il realismo duro) e infine può lavorare concretamente sul cinema e non sul "messaggio". Infatti in quei piccoli corpi asciutti che sembrano capaci di penetrare qualsiasi aggregato urbano, di passare in qualsiasi pertugio e scavalcare qualsiasi inferriata (addirittura camminano sulle travi che sovrastano una strada a scorrimento veloce) c'è una potenza dinamica e cinematografica che Daldry coglie in pieno, una gioia del movimento che dona anche alle scene più trite una vitalità contagiosa e quasi miracolosa. Se City of God metteva in scena l'epica del Brasile moderno, Trash gode nel ritrarne i movimenti.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (The Young and Prodigious T.S. Spivet, 2014)
di Jean-Pierre Jeunet

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ALICE NELLA CITTA'
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Ha fatto un film in America senza farlo davvero Jean-Pierre Jeunet perchè ha girato con una troupe e maestranze in linea di massima francesi (ed eccezione del direttore della fotografia e pochi altri) in territorio americano una storia puramente statunitense, nella quale l'attraversamento della paese è fondamentale tanto quanto l'esigenza di mostrarne gli scenari.
Nel viaggio straordinario che compie il bambino del titolo c'è il senso stesso dello spostarsi e diventare qualcos'altro, passare da una fase all'altra della vita come nella più classica delle parabole ma con un'aderenza alla filosofia del viaggi che stupisce da un francese. Il bambino prodigio che inventa una macchina per il moto perpetuo e per questo è chiamato a parlare allo Smithsonian vive in realtà in una fattoria e non ha avuto il coraggio di dire la sua età al team dello Smithsonian. Lo stesso ha deciso di recarsi lì, viaggiando da solo per tutto il paese perchè cova qualcosa dentro di sè. Quando arriva e svela la sua età diventa subito vittima dello sfruttamento della macchina dello spettacolo.

É molto bello vedere come lo stile di Jeunet si applichi a questa storia. Inizialmente si ha l'impressione di aver già visto tutto, quando le piccole ossessioni del protagonista sono raccontate con voce fuoricampo tramite sovrimpressioni e grafiche, quando i sentimenti sono scoperchiati dai dettagli e quando l'ode del diverso e del nerd viene sfruttata per raccontare un mondo sentimentale in realtà comune a tutti e molto canonico in una maniera inusuale. Eppure con il procedere del film lentamente emerge un dettaglio che Jeunet mette in chiaro da subito (il fratello di T. S. è morto) e conquista gradualmente importanza a mano a mano che ne vengono svelate le circostanze. Così succede che il film che si sta guardando all'inizio non è il medesimo che si vede alla fine nonostante lo stile sia sempre coerente.

Per questo probabilmente Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet allarga l'immagine e rimpicciolisce il soggetto, inquadra da lontanissimo i suoi personaggi per immergerli in scenari mostruosi fotografati a colori saturissimi, fa muovere il suo protagonista in un trionfo di luoghi comuni della tradizione americana (come i treni merci presi al volo) e fonde questo tipo di tradizione cinematografica con la sua ricerca dell'ordinario nello straordinario. C'è sempre un senso di unicità dei personaggi nei film di Jeunet, così originali e particolari che paiono non appartenere al nostro pianeta, una tecnica che ha ispirato molti (Wes Anderson in primis) eppure nessuno come lui mette questa straordinarietà al servizio delle sensazioni più usuali trovando una combinazione degli opposti che funziona.

19.10.14

Soap Opera (2014)
di Alessandro Genovesi

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Soap Opera è senza dubbio il film più ambizioso di Alessandro Genovesi, regista di commedie tra i meno comuni in Italia, emerso con due film in serie come La peggior settimana della mia vita e Il peggior Natale della mia vita, mostrando uno stile visivamente emancipato dalle sclerosi delle commedie italiane, cioè da tutta quella serie di princìpi che paiono inviolabili nei nostri film. 
Anche Soap Opera mostra un'attenzione alla fotografia, alla scenografia e ai costumi (non come elementi decorativi ma come parte del linguaggio parlato dal film, dunque coerenti, ricchi nella varietà e nel rapporto che stringono con gli eventi) che non è usuale, una voglia forte di rompere la gabbia del realismo e di raccontare di realtà irreali, che mescolano la modernità con l'immagine mediata del passato. Ci sono carabinieri in alta uniforme in stile Pinocchio, gemelli che si vestono alla stessa maniera come in Alice nel paese delle meraviglie, infermieri e infermiere in stile anni '20 e auto d'epoca ma in un contesto contemporaneo. I protagonisti sono moderni, il mondo in cui vivono (comprimari inclusi) è come fosse d'epoca.

 Tutto questo dà vita ad un favolismo a suo modo magico che l'uso di un'iperbolica neve iperbolica (è ovunque!) enfatizza. Il problema vero di Soap Opera è allora una scrittura che non supporta tutto quest'apparato visivo. La trama è poco più di un pretesto in stile teatrale (e non è l'unico elemento che richiama il teatro): un uomo si suicida e seguiamo le vite degli altri inquilini del suo palazzo nei giorni che seguono. C'è un'attrice di soap opera appassionata di uomini in divisa, un maresciallo dei carabinieri che ne approfitta, un coppia di fratelli grotteschi da cinema francese e il protagonista, da poco mollato da una ragazza ora incinta di un altro, che si ritrova in casa il suo migliore amico che gli confessa d'essere attratto da lui. L'unico elemento spurio è la fidanzata del suicida (interpretato per un breve scena dallo stesso regista), giunta senza sapere nulla e accompagnata nel lutto dai personaggi fino alla sera di capodanno. 
Le premesse sono potenzialmente molto interessanti, peccato che poi si avverta di continuo un senso d'incompletezza, specie nella storia principale centrata su una specie di sete d'amore insoddisfatta che costringe la coppia a tenersi a distanza in tanti modi diversi, su un'incapacità di comunicare tra Capotondi e De Luigi (già fidanzati degli altri film di Genovesi, nei medesimi ruoli, potrebbero anche essere i medesimi personaggi). 

 L'esempio perfetto della maniera in cui Soap Opera crolla sulla scrittura è proprio il lato drammatico di questa commedia che non vuole far ridere in ogni inquadratura ma creare un ambiente grottesco e tenere, fatto di personcine strane e divertenti. Il personaggio esterno, la ragazza del suicida, è la portatrice del dramma, ne ha le caratteristiche fisiche e le scene, tuttavia la sua irrisolutezza assieme al mistero della propria tristezza è più evidente visivamente che di scrittura. In parole povere non se ne comprendono mai le ragioni, nè si capisce cosa la spinga a fare quello che fa, tuttavia si intuisce da come Genovesi organizza il suo posto in ogni inquadratura, da come la illumina, la veste e dal posto che le riserva nelle interazioni che lei dovrebbe essere lo snodo più importante, la mina che fa esplodere tutto. 
Per questo motivo alla fine Soap Opera, nonostante l'indubbia forza e l'indubbio sforzo profuso per non suonare come nessun'altra commedia, risulta un esperimento molto meno riuscito dei due precedenti film. Uno sicuramente più ambizioso (gli altri si muovevano su un canovaccio da Ti presento i miei per fare piccole variazioni, questo non vuole rispondere a nessuna struttura predeterminata) ma decisamente meno interessante.

Fango e gloria - La grande guerra (2014)
di Leonardo Tiberi

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Fango e gloria rientra nelle operazioni messe in piedi per il centenario della prima guerra mondiale, puro cinema istituzionale realizzato con fondi e collaborazione di molti diversi apparati statali (su cui spiccano RAI e Luce), tutto nelle mani di Leonardo Tiberi che ha deciso di strutturare il film in due parti diverse incrociate e intrecciate. Una è quella puramente finzionale, che segue un ragazzo i cui sogni, le cui aspirazioni e la cui vita sentimentale è interrotta dalla chiamata alle armi e dalla partenza per il fronte dal quale scrive, dal quale ritorna a tratti e sul quale (lo vediamo fin dall'inizio) in definitiva morirà. L'altra è formata dai filmati di repertorio colorati e narrati con la voce fuoricampo dello stesso protagonista (Eugenio Franceschini).

Mentre la prima parte è molto canonica e ripiegata su standard di fotografia e raffinatezza di scrittura di sicuro impatto sui dirigenti che hanno approvato e supervisionato il progetto (ovvero quelli delle prime serate di Rai Uno), la seconda è decisamente più audace. Non solo la colorazione dei filmati in bianco e nero non stona per nulla (per quanto cercare un po' più di somiglianza tra quel tipo d'immagine e la fotografia delle parti dal vero sarebbe stato un colpo micidiale e il sapore dell'occasione mancata rimane!) ma la selezione delle immagini e la maniera in cui dialogano con le parti di finzione non è niente male davvero!

Il cinema italiano ha un cattivissimo rapporto con le immagini di repertorio, solo eccezioni come Vincere sono riusciti a contraddire quest'infausta tradizione. Fango e gloria sembra quindi ridestare un gigante dormiente, trova la poesia in quel che in teoria poesia non avrebbe, riesce a mettere in scena il realismo e si prende addirittura la briga di una metariflessione con il protagonista che indica quel che vede nelle immagini.
Certo, il tono di tutto il film è degno del libro Cuore, un trionfalismo nazionalista che tace sugli insuccessi e celebra qualsiasi successo con un'epica senza senso, che spaccia azioni velleitarie e di propaganda per "vittorie della fantasia", che esalta i valorosi caduti di battaglie perse e si commuove su quelle vinte. Ogni apparato statale è encomiabile e anche la comparsa dei monarchi è segno di solennità, tuttavia sarebbe ingiusto non riconoscere in questa macchina da repertorio un gusto retro e una sapienza di montaggio poco comuni.

18.10.14

Un milione di modi per morire nel West (A million ways to die in the West, 2014)
di Seth MacFarlane

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Prima una serie animata, poi un film dal vero in cui doppia un personaggio animato e ora un film in cui è protagonista in carne ed ossa. Non ci poteva essere ingresso più graduale ma in un certo senso più coerente per Seth MacFarlane, di tappa in tappa ha infatti sempre mantenuto il suo umorismo caratteristico, quello che prima attribuivamo ai Griffin ma con il tempo abbiamo capito essere la sua firma. Un milione di modi per morire nel West in particolare parte da un titolo fenomenale per condurre un trama molto canonica in un maniera che cerca con tutte le forze di non essere usuale, perchè quello che, si capisce, MacFarlane vuole conquistare è un diritto all'unicità, non somigliare a nessuno, non diventare come gli altri. Odia il West come periodo storico ma non come genere (lo si capisce dai dettagli e dai piccoli omaggi che la sua conoscenza è molto profonda e variegata, oscilla tra il mitico Wes Studi e il terzo Ritorno al futuro).

La sua parodia del West ha una tesi resa subito esplicita: il West è un posto ignobile, retrogrado, schifoso, pericoloso e arretrato. Si tratta di uno dei luoghi in cui meno si può desiderare di vivere, quindi in aperta contrapposizione con l'epica e la mitologia americana tradizionale, quella che identifica nella conquista dell'Ovest la radice dello spirito statunitense assieme ad una dimensione di vita autentica e sincera. Questa è la parte migliore del film, quella che al di là delle singole gag (spesso molto divertenti, tutte condotte con un gran ritmo) crea un mood che piega la parodia alla tesi del film, direziona i suoi sforzi sul medesimo percorso e riesce a dar vita così a battute e momenti comici che in pochi potrebbero permettersi, come i dialoghi in cui i protagonisti positivi con molta innocenza fanno commenti apertamente razzisti sia contro gli indiani che altre religioni. La radice dello spirito americano, il disprezzo per il diverso, i protagonisti che sconfiggono il villain con forza e intelligenza che non tollerano niente che non sia bianco, protestante e loro simile.

É il Seth MacFarlane migliore, quello che capace di prendere un argomento popolare e riuscire a trovare gli anfratti di ridicolo che ne svelano l'orrore, l'incongruità e il lato più deprecabile. Il Seth MacFarlane peggiore è invece quello che per arrivare a questo passa per una storiella esile esile, canovaccio per battute, una narrazione che sebbene caratterizzata da gran ritmo depone le armi quando proprio non sconfina nel noioso (la lunga allucinazione). Parodia del genere west ma serio quando pretende di creare momenti romantici nella maniera più ridicola, Un milione di modi per morire nel West critica (e bene) il culto di un passato e di tradizioni che non hanno niente di auspicabile ma è il primo a scadere nella cretineria più pura all'interno di una cornice (il film comico parodistico) in cui nessuno lo obbligherebbe.

16.10.14

La moglie del cuoco (On a failli être amies, 2014)
di Anne Le Ny

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Alle volte anche i francesi fanno film all'italiana, quelli in cui c'è una coppia benestante, c'è un elemento modaiolo (in questo caso l'alta cucina), c'è un tradimento e il tentativo di sondare la difficoltà del vivere moderno attraverso una girandola romantica per nulla vorticosa nè originale, tutta appoggiata sulle spalle degli attori.
È così La moglie del cuoco, commediola leggera leggera in cui Emmanuelle Devos prende subito le redini di ogni interazione, oscilla tra emancipazione e tradizionalismo, tra manager e disoccupata donando da sola ritmo a quel che ritmo non avrebbe.

Si tratta di un cinema che sembra affermare il massimo della libertà (vivere la vita che si vuole, cambiare coppia, scegliere per se stessi, non rimanere vincolati a nulla) e invece è il massimo della chiusura, perchè ripetendo se stesso perpetua sempre i medesimi luoghi comuni. Personaggi, situazioni e idee che lentamente escono fuori moda, non sono più in grado di parlare del tempo in cui vivono gli spettatori (ammesso e non concesso che l'abbiano mai fatto) e costituiscono il nuovo conservatorismo. Gli stili di vita che 40 anni fa erano nuovi e liberi, oggi a furia di essere ripetuti, istituzionalizzati e narrati sono diventati la regola, dunque il sistema. Per questo continuare a narrarli equivale a continuare a mettere in scena il più tradizionalista degli scenari senza l'allure del vero classico, della vera tradizione.

Ecco perchè alla fine in un film come La moglie del cuoco, ineccepibile sotto molti punti di vista, scritto con decenza (sebbene privo di qualsiasi ombra di guizzo), recitato con mestiere e condotto con abilità, si confonde nella massa di suoi simili, incapace di emergere, incapace di farsi ricordare se non per la potenza della sua protagonista. Emmanuelle Devos non la scopriamo infatti oggi, è una delle interpreti più calamitanti del panorama francese, capace di donare complessità a qualsiasi personaggio interpreti e dotata di un'innato senso del dramma che le consente di eccedere nella macchietta senza per questo mai risultare fuori tono o compromettere il delicato melange che dona onesta umanità ad ogni suo personaggio.

Cristiada (For greater glory, 2014)
di Dean Wright

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È un'operazione di pura propaganda cattolica quella portata avanti da Cristiada, film che rimette in scena i tumulti messicani di inizio novecento, quando i cattolici vennero perseguitati dal governo e un generale ateo si mise al servizio della ribellione. Puntando su alcune star appannate (Peter O'Toole e Andy Garcia) più un idolo del pubblico latino (Eva Longoria), il film non esita di fronte a niente pur di muovere lo spettatore dalla sua parte, non si ferma nemmeno di fronte allo sfruttamento del sentimentalismo legato ai bambini.

In questo film fiume che non scorre impetuoso come si addice a simili produzioni ma si ferma ogni dieci minuti per inseguire dialoghi ad altissimo tasso di melassa, tutto sembra procedere indisturbato verso la grande tesi di fondo, una sorta di fatalismo cristiano in cui la provvidenza regola le vite di ognuno verso un giusto martirio. Morire per la giusta causa, morire con onore, morire urlando "Viva cristo".

Eppure, nonostante i suoi intenti dichiarati, Cristiada poteva lo stesso essere la grande cavalcata che desidera, un misto tra il western della redenzione sociale e il cinema di rivendicazione dei propri diritti, ispirare e appassionare proiettando figure mitiche (nasce così il generale di Andy Garcia). Poteva insomma essere cinema d'altri tempi al servizio di propaganda d'altri tempi per ideologie d'altri tempi, e anche il tentativo di dipingere buoni e cattivi con i toni del cinema italiano di genere anni '70 è abbastanza evidente nell'espressionismo della recitazione e dell'illuminazione (più il personaggio siede in alto nella scala gerarchica della sua fazione più la sua enfasi è calcata), invece Dean Wright si limita alla superficie, sfrutta gli elementi più evidenti ma quando è il momento non li usa.

Così Cristiada rimane un lunghissimo trailer, un accenno di qualcosa che non arriva mai, una lunga serie di scene madri affiancate senza che ne sia mai costruito il senso. Piacerà a chi desidera molto vedere ritratta la propria filosofia di vita, meno a tutti gli altri che vorrebbero un buon film. Per nulla a chi cerca cinema d'altri tempi.

15.10.14

....e fuori nevica (2014)
di Vincenzo Salemme

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È inesorabile il cineteatro di Salemme, periodicamente ritorna proponendo una versione filmata e in più location di un suo spettacolo teatrale. E come per le rappresentazioni su un palco tende ad avere più o meno sempre la medesima compagnia, da Carlo Buccirosso fino a Maurizio Casagrande, con la promozione nel ruolo principale questa volta di Nando Paone. La trama è quel misto di dolceamaro, di buoni sentimenti che si battono per finta contro i più cinici, alimentati dal denaro. Si tratta dell'area in cui Salemme ama muoversi, l'incrocio tra il tradizionale e il velleitariamente spietato.

In questo caso la morte della mamma costringe il protagonista della storia a lasciare il suo fallimentare lavoro di musicista sulle navi da crociera per tornare a casa e aprire il testamento. A casa trova i suoi due fratelli, uno matto e l'altro che ha imparato a conviverci, non ama stare con loro ma dovrà farlo se vuole ottenere la sua parte di eredità. Il racconto del lavoro sulla nave, lo scontro casalingo con ritmi della vita dei due fratelli, le difficoltà nel portare a termine le carte necessarie per avere l'eredità e anche un tentativo di romance con la vicina di casa, non c'è niente di inserito nel flusso della narrazione, tutto è concepito come una gag slegata dal resto. Sono convinto che sarebbe possibile separare le singole scene dei molti film di Salemme e mescolarle tra loro per crearne uno nuovo e la fluidità non sarebbe diversa da quella delle sue normali produzioni.

Inoltre per quanto la lotta contro lo stereotipo della napoletanità sia uno dei baluardi della scrittura di Salemme è indubbio che sempre di più le sue sceneggiature (o testi teatrali) rimestino in un immaginario e sfruttino figure che non sono lo stereotipo più banale ma solo un pelo più sofisticato. La sua non è comicità napoletana ma sui napoletani e con i napoletani, tanto quanto quella di Verdone è sui romani e con i romani, e più va avanti più rimesta in luoghi comuni e figure tipiche che flirtano con quegli stereotipi che poi apertamente condanna. A che serve battersi contro l'idea "pizza e mandolino" se poi viene sfruttata quella delle signore al cimitero o degli impiegati svogliati ma con voglia di parlare?

A fronte di tutto questo l'insulto finale è come ...e fuori nevica, fin dal titolo ma soprattutto fin dall'inizio della sceneggiatura, miri alla più ricattatoria delle scene madri. Ed è quasi peggio il fatto che poi, una volta arrivato lì, non abbia la voglia, il coraggio o anche solo la coerenza di chiudere il film su quella nota che preparava fin dall'inizio ma di fargli seguire un secondo finale molto posticcio, molto conciliante e tranquillizzante.

14.10.14

Tutto può cambiare (Begin again, 2014)
di John Carney

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Può un attore solo creare un centro gravitazionale attorno a sè così forte che tutti gli altri gli girino furiosamente intorno, riuscendo così a dare senso e movimento ad un film praticamente da solo? È quello che fa Mark Ruffalo in Tutto può cambiare.
Con una sceneggiatura di provato funzionamento che non gira lontano dal suo precedente Once, John Carney interpreta il più classico degli uomini derelitti dalla vita, pronto a prendere per le corna la sua seconda occasione che gli arriva sotto forma di una cantate/autrice musicale di cui nessuno sospetta il talento, cresciuta all'ombra del fidanzato ormai artista affermato che l'ha mollata. Una sua performance risveglia il demone del vecchio discografico appassito, riattizza il fuoco per la musica e la voglia di fare qualcosa.

Non ci fosse stato Ruffalo con il suo fare arruffato, casinista, esaltato e solo a tratti malinconico Tutto può cambiare avrebbe avuto decisamente un altro peso specifico, avrebbe potuto aspirare al massimo allo statuto di "carineria" cui era giunto non senza meriti e fatica Once, invece con la forza che gli inietta il suo personaggio diventa una parabola più credibile, una addirittura capace di convincere dell'onestà delle sue banalità. C'è qualcosa nei meandri dell'esaltazione del suo povero ubriaco come in quella del suo uomo ripulito che profuma di realismo, di credibilità a tutti i costi, qualcosa nel suo modo di portare a termine ogni interazione che spinge lo spettatore a seguirlo ovunque, anche nei terreni più consueti e di solito meno credibili.
La magia del viaggiare per la città con la musica nelle orecchie, infilarsi in una discoteca per essere liberi di scatenarsi ma sempre assecondando la musica dei propri auricolari, ascoltare un brano eseguito per voce e chitarra e immaginarsi un arrangiamento che lo migliori, ma anche soltanto reggere un microfono ambientale per registrare una performance (e non parlo di quando imbraccia un basso), tutti i luoghi comuni dell'esaltazione dal musica indie-pop sono riflessi da Ruffalo con l'allure e il desiderio di desiderare che meritano. E così facendo diventa credibile ogni cosa, anche Keira Knightely squattrinata artista dalla grande ispirazione.

Inevitabile allora che questa storia di redenzione e di adesione ad un mondo di veri valori (no alle case discografiche ma la distribuzione libera, no ai compromessi ma si al rispetto per la musica e via dicendo) nonostante diverse implausibilità sia tecniche che di trama (registrare all'aperto in un take solo, far suonare musicisti improvvisati, essere assunti come niente) scorra come un fiume impetuoso, alimentato dalla capacità non indifferente che Carney ha di mescolare il tenero con l'hipster, il sentimentale con l'ottimista. Non a caso in Tutto può cambiare la musica non fa da collante, la musica è uno degli elementi incollati, a differenza che in Once, non è quella ad aiutare il film ma il film ad aiutarci a farcela piacere.
Perchè alla fine dei conti, nonostante non manchi nemmeno un luogo comune dei film sulla musica, è anche vero che Tutto può cambiare non vuole sembrare la solita commedia, mette in piedi una struttura almeno nella prima parte temporalmente decostruita, non segue gli svolgimenti canonici e punta ad un feel good che sa centrare senza infastidire. E non è poco.

11.10.14

I due volti di Gennaio (The two faces of January, 2014)
di Hossein Amini

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Forse non c'è maniera più sincera di adattare un romanzo di Patricia Highsmith che farlo come ha fatto Hossein Amini, cioè realizzando un film d'altri tempi, un thriller che solletica pochissimo e utilizza, al pari dei film italiani contemporanei, il genere solo come facciata per mascherare un più classico svolgimento drammatico.
Il caso in questione è un triangolo sentimentale più di testa che nei fatti. Un presupposto giallo classico (un innocente uccide per errore un uomo e da quel momento diventa un fuggiasco) mette insieme una coppia americana con un ragazzo anche lui americano ma da tempo residente in Grecia. Lui è vecchio, lei è giovane e le fobie, la gelosia, la diffidenza verso qualcuno che sa troppo e potrebbe troppo diventano lentamente sempre meno tollerabili durante la fuga nelle isole greche.

È un film più di caldo e abiti che si spiegazzano al sole che di vera suspense, c'è pochissimo del thriller (se non il presupposto) e molto del dramma a tre, molto Coltello nell'acqua e poco Il fuggitivo insomma. Nonostante Hossein Amini abbia in curriculum film commerciali, la collaborazione a Drive e addirittura Biancaneve e il cacciatore, il suo primo film da regista sembra averlo scritto pensando ad un pubblico anziano. Annacquando un po' tutto riesce ad avere un thriller senza thrill, a raccontare una storia potenzialmente disturbante senza disturbare. Come se masticasse lui parte delle pietanze prima di somministrarle al pubblico.

La parte potente di I due volti di Gennaio dovrebbero essere gli ambienti, la fuga in Grecia, il fatto di avere tre americani in trasferta che in paesaggi anche solo visivamente a loro ostili lentamente perdono la testa per le più antiche tra le ossessioni: la persecuzione e la gelosia. Quel fantastico luogo comune del cinema (molto poco applicato) per il quale lo scatenarsi improvviso di un rapporto panico con una natura e luoghi sconosciuti fanno nascere un'altra umanità dentro le persone, ne mettono a nudo istinti e volontà represse. Eppure pochissimo di questo è inalato durante la visione, al massimo se ne sente un vago odore, una specie di ricordo di quella fragranza che si dovrebbe avvertire.