19.5.13

A touch of sin (Tian Zhu Ding, 2013)
di Jia Zhangke

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L'ultima volta che avevamo visto un film di Jia Zhangke era stato il vincitore a sorpresa del festival di Venezia. Si trattava di un'opera strana e inusuale che piazzava un uomo in un luogo che di lì a poco sarebbe stato allagato dalla distruzione di una diga, intento a cercare esseri umani che lì si erano persi.
A touch of sin invece è un'opera molto più semplice e diretta, giocata su un terreno più vicino al pubblico ma lo stesso animata dalla volontà di mostrare come il progresso e l'inarrestabile marcia della nuova Cina nasconda sotto di sè, pulsioni e tensioni terribili. C'è insomma qualcuno che fa le spese di tutto questo.

Per arrivare alle sue conclusioni Jia Zhangke mette in scena 4 storie, da 30 minuti l'una, con 4 personaggi diversi in luoghi diversi della Cina (eppure ognuna è legata all'altra in una qualche blanda maniera). Ogni storia mostra uomini e donne raggiungere il massimo dell'esasperazione per motivazioni differenti e rispondere a questa con un'esplosione di violenza. 
Che tale violenza sia la metafora molto diretta del malessere e delle tensioni sociali è abbastanza chiaro dalla maniera in cui un cineasta solitamente sobrio come Jia Zhangke insista maniacalmente sul sangue e la dilaniazione portati dalle azioni dei suoi personaggi. Quando deve scegliere come filmare gli omicidi, opta sempre per la soluzione più diretta, spudorata ed efferata (addirittura segue un suicida che si butta dal balcone per tutta la durata del volo).

Che sia un film più semplice e basilare del solito lo si capisce anche solo dalla scelta degli attori e dalla loro recitazione tutta ammicchi, specie Zhao Tao, moglie del regista, già protagonista di Still Life (e in Italia di Io sono Li).
Il regista non cerca il delicato equilibrio ma come un Iñarritu racconta tante cose diverse per mettere in evidenza un unico tema, ovvero cosa accomuni queste storie. Un concetto unico e semplice, che ruota intorno ai peccati e ma ricorda da vicino la disperazione umana.

Jimmy P. (Psychotherapy of a plains indian) (id., 2013)
di Arnaud Desplechin

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Il motivo per il quale gran parte del pubblico cinefilo italiano vuol bene ad Arnaud Desplechin si riassume in due film arrivati da noi: I re e le regine e Racconto di Natale. Due opere corali che sembrano rimpiangere con orgoglio e compostezza il cinema di Truffaut, quello delle storie raccontate con calma e vigore, con spiccata adesione sentimentale e spietato intervento sull'immagine. Due esempi di cinema straordinario di questi anni.
Tutto ciò purtroppo non lo si trova in Jimmy P., primo film americano dell'autore francese, tratto da libro "Psychotherapy of a plains indian" di Georges Devereux e centrato sulla storia vera dell'analisi che l'antropologo fece ad un indiano americano, reduce dalla seconda guerra mondiale con diversi traumi.

Lo spunto è il pionierismo di Devereux, e di chi richiese la sua consulenza, nell'aver fuso le proprie conoscenze etnografiche (era un grande appassionato di comunità native americane) con l'analisi psicologica, per comprendere come persone diverse provenienti da culture diverse reagiscano diversamente e siano soggetti a dinamiche psichiche diverse.
Tutto questo è una materia che Desplechin cerca di rendere narrativa, introducendo lentamente la storia della vita di Jimmy Picard (attraverso il suo raccontare i propri ricordi con un crescente senso di completamento del quadro emotivo) e narrando contemporaneamente lo svolgersi presente di quella del medico. Il primo in questo modo ritrova la possibilità di un contatto con le donne, mentre il secondo perde la propria amata.

Dovrebbe essere a questo punto Mathieu Amalric a condurre il film, il suo professor Devereux è dipinto con una maestria rara e lui gioca con tutti gli elementi più sottili della recitazione (mentre Benicio Del Toro in maniera più scontata fa lo squilibrato all'americana). Ma anche gli sforzi dell'eccelso attore francese cadono nel vuoto, rimanendo uno spettacolo (fantastico) a sè.

Nonostante Jimmy P. appaia in tutto e per tutto un film modellato su Il ragazzo selvaggio di Truffaut non fonde mai con ugual efficacia la procedura medica (tratta dai resoconti delle sedute) e l'empatia, ovvero una forma apparentemente gelida e il suo ripieno caldo e commovente. Questo misterioso equilibrio, che nel film di Truffaut scatena uno straniamento unico e inspiegabile, è un miraggio. Jimmy P. è cinema gelido che ricostruisce senza trovare una chiave realmente umana, che narra poco e male, azzeccando il tiro solo quando ruba soluzioni dai maestri del passato (la lettura di una lettera che avviene nella forma della confessione frontale alla videocamera da parte di chi l'ha scritta, come in Bergman).

Heli (id., 2013)
di Amat Escalante

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Ragazzi messicani che vivono sperando in un domani migliore. Ma questo non arriverà mai ed Heli sta qui a ricordarcelo. 
Il film del messicano Amat Escalante mette in piedi un racconto intorno al Heli del titolo, uno dei ragazzi in questione, quello che alla spirale di violenza subita avrà il coraggio e la possibilità di reagire, e lo fa con una pochezza di argomentazioni e cose da dire che è rara. Aspira a molto ma senza avere una sostanza per supportare le proprie volontà. 

Tutto è diviso in 3 parti. La prima in cui vengono introdotti i personaggi e le loro relazioni, ragazzi dalla vita desertica, presi in legami semplicissimi e non esenti da una certa tenerezza di fondo. La seconda è quella dei maltrattamenti, causati da un raid della polizia a casa di uno di questi (in un momento in cui ci sono la sorella e il suo ragazzo), perché il padre ha una partita di coca che non dovrebbe possedere. L’uomo è ucciso all’istante i tre sono separati e portati via per torture varie. La terza è quella dell’elaborazione da parte di Heli di quanto accaduto e del ritorno di fiamma di violenza.
Tutto aviene nella realtà più desolante che si possa immaginare.

Il motivo per il quale però Heli è un grosso pallone al cui interno non c’è nulla, gonfio di pretese e silenzi, di paesaggi e volti, è che a tutto questo non è mai collegato uno sguardo cinematografico degno di questo nome. Vediamo accadere molte cose ma senza che Escalante sappia guardarle con la pietà oppure l’odio, con l’indifferenza oppure il coinvolgimento che servirebbero a fare il passo da un tema banalmente da festival, ad un film che abbia qualcosa da dire. 

Con la sua sospensione di giudizio, l’alibi di voler solo mostrare personaggi e lasciare che interagiscano, Escalante dimentica anche di porre uno sguardo su tutto questo, che non significa giudicare ma saper mostrare eventi, cose, persone e luoghi in una maniera che dia un significato al tutto o che sia anche solo in grado di stimolare un pensiero nello spettatore, in virtù di immagini o momenti a cui non si può rimanere indifferenti.

18.5.13

The past (Le passè, 2013)
di Asghar Farhadi

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C'è un'altra separazione nel nuovo film di Asghar Farhadi e come già nel precedente è il motore che innesca una serie di eventi che a loro volta svelano l'impossibiltà di conoscere davvero, ed essere realmente sicuri, delle singole responsabilità negli eventi che ci circondano. Nella vita dei due protagonisti è successo qualcosa che li ha divisi, 5 anni dopo si riuniscono per firmare le carte per il divorzio. Lei si è rifatta una vita con un altro uomo, il quale ha portato il figlio del precedente matrimonio in casa da lei assieme alle sue due figlie. Questi 6 personaggi più una donna in coma sono gli attori di una vicenda che non è più uno scontro di due persone che simboleggiano due mondi (il borghese e acculturato contro la povera bigotta e integralista), ma un dramma ben organizzato in cui ogni personaggio è portatore, di volta in volta, di un elemento o di un indizio che sconvolge le certezze apparentemente raggiunte.

Se l'ossatura è la finalità rimangono decisamente quelle di Una separazione, questa volta in più ci sono anche i sentimenti, potenti e mai sopiti, e non fievoli e freddi come in precedenza. Non c'è una morale, un codice, un'etica o anche solo dei dettami alla base dei comportamenti, in Le passè ogni personaggio è mosso da un fortissimo sentimento, talmente potente da offuscare mente e gesti intorbidendo le acque e causando silenzi e ritardi. Eppure lo schema di Farhadi al terzo film di questo tipo (anche About Elly girava intorno all'inconoscibilità) è chiaro: ognuno trattiene qualcosa, per pudore o per paura, e ad ogni rivelazione che sembra spiegare tutto, cioè ad ogni nuovo elemento svelato a fatica in modo che la sua conoscenza porti soddisfazione ed equilibrio, viene subito introdotta una nuova, seconda rivelazione ben più scioccante ed imprevista, che rimescola nuovamente le carte annullando la certezza da poco raggiunta con un'altra che non fa altro che rimettere in discussione qualsiasi stabilità raggiunta.

Come al solito la scrittura è l'ingranaggio su cui si regge tutto e l'aumento di personaggi coinvolti non cambia la dinamica a domino, in cui ciò che non viene detto macera fino allo svelamento, mentre l'indagine disperata di un uomo (stavolta esterno ai fatti ed innocente) sembra fare più male che bene.
Il passato del titolo è quello che viene rimescolato e ritirato in ballo, ma anche quello che lega i due ex coniugi e quello che viene usato per fare del male, eppure rimane evidente come nel cinema di Farhadi tutto questo indagare gli eventi solo per dimostrarne l'inconoscibilità non sia il punto di arrivo. Cioè una volta assodato che non esistono veri colpevoli e vere vittime perchè il complesso di azioni e reazioni è troppo complicato per giudizi così netti, esiste anche una scoraggiante componenente nei suoi film: il fatto che anche quando i personaggi agiscono palesemente per il giusto, facendo ciò sappiamo essere l'azione più responsabile e corretta, la realtà gli si rivolta contro mettendo in dubbio anche l'efficacia dei comportamenti eticamente più corretti.

Salvo (2013)
di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia

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SEMAINE DE LA CRITIQUE

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Da quanto tempo l'esordio di un cineasta italiano non iniziava con (in quest'ordine): una pistola nascosta, una sparatoria, un inseguimento e poi un lungo pianosequenza di circa 20 minuti all'interno di una casa in cui un killer e una possibile testimone (non vedente) giocano al gatto col topo tra non detti e tentativi di inganno nel silenzio?
Salvo, di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, fa tutto questo e molto di più perchè contrariamente a quanto si può immaginare ricalca le strutture dell'action poliziesco americano solo con una matita molto molto sottile e poi ripassa i tratti con la china del cinema italiano moderno, quello di ispirazione garroniana in cui luoghi, volti e corpi reali sono ripresi per sembrare altro. E in più proprio al termine di quel lungo pianosequenza (un momento centrale per tutto lo sviluppo della storia) avviene un colpo di scena che fa pensare al miglior cinema in assoluto.

La storia di una guardia del corpo / killer della mafia siciliana che entra in contatto con una ragazza non vedente e invece che ucciderla, come dovrebbe, la risparmia e la nasconde dichiarando a tutti di averla fatta fuori, non vuole riservare sorprese, procede su binari abbastanza usuali perchè non pare essere l'intreccio o anche l'atto dello scioglierlo l'interesse dei due registi.
Il bello di questo film è come voglia stabilire che esiste una possibilità di cinema in Sicilia e con quelle persone, come fosse un test. Prendere dei luoghi e farci i generi in maniera nuova, prendere la campagna e renderla un luogo polveroso da western, creare una storia in cui le persone si trovano effettivamente in mezzo a questa polvere, fermi come duellanti, pronti a spararsi.

Per arrivare a tutto ciò con i mezzi ridotti di cui solitamente si nutrono gli esordi italiani Piazza e Grassadonia lavorano più che altro sul sonoro fuoricampo. Tutto ciò che non si vede (ed è molto) è ricostruito con una serie di rumori continui e martellanti, un inferno di metallo che sbatte e sirene che suonano, capaci di disegnare nella testa degli spettatori la più angusta delle realtà.
Per questo poi alla fine, è un peccato che Salvo si perda per strada, appresso a mutismi che non sono espressivi e una volontà troppo forte di poesia a tutti i costi, capace di rendere il grande colpo di scena dell'inizio una banale allegoria di una nuova rinascita. Se si fosse mantenuto sul registro iniziale, su quell'asciutta volontà di raccontare esseri umani senza indugiare in retorica sarebbe stato un vero capolavoro.
Ad ogni modo: avercene!

The Bling Ring (id., 2013)
di Sofia Coppola

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UN CERTAIN REGARD

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Già sulla carta la storia, vera, di un gruppo di ragazze di ottime famiglie losangeline che entrano nelle case delle star quando sanno che queste sono in altre città per rubare oggetti di moda, sembra un soggetto pronto per Sofia Coppola, ma lo stupore vero è quanto la regista sia riuscita a tramutare un fatto di cronaca in un film, senza cedere un passo dal proprio stile (che poco ha di narrativo) e trovando la vera chiave di lettura di tutta la faccenda. 

 Partendo infatti dalle interviste ai protagonisti la Coppola costruisce delle psicologie (forse aderenti alla realtà delle cose, forse no, non importa più) e imbastisce una storia in cui emerge non tanto il ritratto desolante di ragazze totalmente vittime della moda e di stili di vita al di sopra del loro già alto tenore, quanto un’idea fragile e toccante di amicizia e una ricerca d’affetto confusa e tenera, tipica dell’età in questione ma anche esasperata dal contesto.

 Sofia Coppola alterna la storia, alla ricostruzione delle interviste ai protagonisti fatte dalla giornalista di Variety dal cui pezzo tutto è partito, alle immagini di repertorio delle star derubate e delle notizie ai telegiornali. 
A sorpresa però la narrazione è lasciata alle suddette immagini di repertorio, mentre il materiale girato per il film procede di “quadro” in “quadro” senza che ci sia un intreccio, senza che i personaggi siano presi in una trama. E’ solo un’escalation di furti comandata da Rebecca ed eseguita dagli altri a diversi livelli di partecipazione e mania compulsiva. 

 Ovvero quel che accade è che la parte di repertorio del film è quella che svolge la funzione “fictional” di intrecciare gli eventi, mentre quella di finzione cerca di documentare le persone dietro tutto questo, o meglio la visione che Sofia Coppola ha di quest’ambiente e di quel tipo di relazioni personali che sono anche relazioni sociali, traslato attraverso questi personaggi reali. 
 Sembra insomma che in ogni momento la regista dica: “Lo so io che gli passa per la testa a questa gente, perché agiscono così, in base a quale codice e con quali aspirazioni”. 

 Una particolare fascinazione sembra però provarla per Nicki, il personaggio di Emma Watson, il più complesso, divertente e stratificato, il più feroce e assurdo, per cui paradossalmente il più vero. E questo soprattutto grazie ad Emma Watson, bravissima a rendere una gamma di espressioni calibrate e significative con una misura impressionante.

The congress (id., 2013)
di Ari Folman

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QUINZAINE DES REALISATEURS

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A cinque anni di distanza da Waltzer con Bashir il nuovo film di Ari Folman gode di un budget evidentemente maggiore ma non perde in creatività. Se il suo lavoro precedente infatti usava l'animazione per realizzare un documentario, questo la fonde con il live action per dar vita ad uno straniamento fantascientifico. 
La storia è di Robin Wright che interpreta una finta se stessa, ex attrice di successo a cui il megastudio Miramount (chissà a quali si sono ispirati....) rinfaccia di aver fatto tutte le scelte peggiori, dopo La storia fantastica e Forrest Gump. Così, sfruttando il suo non aver nulla da perdere le offrono di essere una delle prime attrici a cedere tutti i diritti per la propria digitalizzazione. Lo studio registra ogni centimetro del suo corpo e ogni possibile espressione per poi usarli a proprio piacimento in qualsiasi produzione a patto che lei non reciti mai più. Venti anni dopo la firma del contratto il futuro è dominato dalla Miramount che oltre ad un nuovo tipo di film ha portato avanti un nuovo tipo di droga chimica: chi la inala percepisce la realtà come fosse un cartone animato, dunque ognuno può assumere l'aspetto che vuole. Al congresso del futuro, cui una Robin Wright invecchiata è chiamata a partecipare, un nuovo annuncio scatenerà il delirio. 

The congress è un film che inizia dal vero, con attori in carne ed ossa, e poi quando salta 20 anni nel futuro segue la protagonista in un viaggio nella realtà animata che è un unico lungo trip lisergico, fatto di paradossi, citazioni e momenti incredibimente significativi, nei quali come già nel suo film precedente Ari Folman riesce lentamente a trasfigurare la realtà disegnata e renderla sogno, piegando gli elementi e la percezione. Nel finale infine si tornerà al cinema dal vero con uno stacco magistrale. 
E proprio questo doppio salto, da reale ad animato e poi di nuovo a reale (ma a questo punto siamo deceni nel futuro rispetto a quando abbiamo lasciato la realtà) è una delle trovate più forti di un film che finge di parlare di Hollywood e della smaterializzazione degli attori per andare a parare invece più sul rapporto che la modernità intrattiene con il passato, concepito più che altro come un simulacro continuamente evocato, come gli umani che nella loro forma animata assumono sembianze dei grandi del passato nella versione iconica (John Wayne non in borghese ma vestito da cowboy). 
In questa storia di fantascienza dunque quel che preoccupa Folman è la costante rimozione e modifica di passato e presente, che in certi casi prende la forma dell'ossessione per la bellezza e la gioventù, ma è anche una dimensione di quella pratica di deumanizzazione che è il cuore di ogni distopia. L'uomo che distrugge il proprio futuro sacrificando ciò che conta per soddisfare pulsioni elementari.

È curioso che per raccontare tutto ciò abbia scelto di lavorare sul metatesto in questo modo (a partire dal racconto The futurological congress), introducendo elementi finto realistici come la protagonista che interpreta se stessa e rielabora le pessime scelte della propria carriera, tuttavia erano anni che il cinema occidentale non riusciva ad elevarsi al livello di quello orientale quanto a capacità di saturare il quadro visivo con immagini traboccanti di invenzioni e gusto artistico. Una volta tanto la storia non colpisce a livello logico, nè è semplice seguirme ogni passaggio, ma cerca di colpire con la forza di alcune trovate spiazzanti. I figli che non si trovano, gli aquiloni piazzati ovunque, l'impossibilità di capire fino a che punto sia reale quello che accade, il mutamento del concetto di identità, tutti temi noti al cinema e alla letteratura sul futuro che Ari Folman tratta in modi che nessuno prima di lui aveva tentato.

16.5.13

Il grande Gatsby (The great Gatsby, 2013)
di Baz Luhrmann

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FUORI CONCORSO

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Nessuno sa come dare una festa al cinema meglio di Baz Luhrmann.
Il suo Gatsby, come prevedibile, è fedele alle parole (molte sono le frasi originali che vengono riprese, specie le più enfatiche) e tradisce tutto con le immagini, si disinteressa della decadenza per riprendere l'opposto, l'opulenza magnifica e lo stordimento dell'uomo innamorato nel suo mezzo. I concetti sono pochi e semplici, come sempre non è l'estrema complessità di letture ad interessare il regista australiano ma la potenza e la molteplicità di stimoli con i quali è possibile arrivare a comuncare poche ed essenziali idee. In questo caso: l'amore di una vita ("Ha fatto tutto per lei!") e l'immensa solitudine che deriva dall'essersi dedicato anima e corpo ad una causa sola.

La maniera in cui questo Gatsby è stato piegato verso un titanismo registico romantico è burino e sincero al tempo stesso, così ingenuo e onesto da rendere plausibile ogni ralenti, delicato ogni dolly. 
Nella visione di Luhrmann Jay Gatsby somiglia molto a Charles Foster Kane, un uomo potente e più grande della vita, un self made man che vorrebbe essere amato e lo dimostra con atti plateali e immensi ma che nessuno capisce e che l'unico amico cerca di spiegare dopo la sua morte. E' di fatto un regista che domina ogni momento con le sue decisioni, che orchestra tutto, non tralascia nessun dettaglio e pare Luhrmann stesso, cioè un uomo che non può non pensare in grande. Ogni momento di questo Grande Gatsby è pensato in grande, ogni ambiente è espanso, ogni esterno è a volo d'uccello, ogni panoramica allargata, ogni pianoforte un organo a mille canne e via dicendo. E proprio di questa iniezione continua di elementi, furore, musica, colori e coreografia il film vive e si alimenta, immancabilmente moltiplicato dal 3D, presente ma sottile. Conoscendo Luhrmann poteva essere ben più coatto.

Per Luhrmann esiste solo il movimento e Il Grande Gatsby dice finalmente a parole qualcosa che tutto il suo cinema dimostra: che per il regista australiano non può esistere intimità se non in presenza di molte altre persone, non ci può essere sincerità sentimentale se non nel mezzo dell'eccesso barocco.
Tutti i momenti più importanti e rivelatori si svolgono alla presenza di molte persone, se possibile ad una festa, come anche tutti gli sguardi più intensi e i gesti significativi o rivelatori, quel che avviene tra pochi, anche tra due soli sono dettagli, dialoghi che spesso nemmeno ascoltiamo, materia non importante. E' solo nell'orgia generale che Luhrmann concepisce la possibilità di esprimere se stessi ad un'altra persona. Il resto è menzogna indiscreta.

Tuttavia se c'è una cosa che l'equilibrio perfetto di Moulin Rouge ci ha insegnato è che quest'idea grandiosa, elaborata e complicata di cinema può reggersi in piedi solo se supportata da interpretazioni fuori dall'ordinario, capaci di rendere antiretorici i primi piani retorici, non ruffiani i gesti ruffiani e originali le frasi più banali. Interpretazioni in grado di reggere il pesantissimo grado di magnificienza e carico espressivo raggiunto da tutti quanti gli altri elementi delle immagini che le prevedono. Come si può del resto reggere il peso di un immenso carrello digitale a volo d'uccello in mezzo ai fuochi d'artificio di una festa che culmina passando tra le fontane e i coriandoli su una mano stretta all'altra e una dichiarazione d'amore di un piccolo uomo ad una piccola donna, se non con un volto e un momento di recitazioni fuori dal comune?
Purtroppo non è pensabile aspettarsi simile straordinarietà da Carey Mulligan e Tobey Maguire. Mentre Leonardio DiCaprio è impeccabile, cosa che purtroppo è insufficiente.
Talmente è evidente tale inadeguatezza che l'unica persona in grado di reggere l'esagerato carico di melodramma spicca a vista d'occhio: Elizabeth Debicki (nel ruolo di Jordan Backer). In un mondo perfetto avrebbe interpretato lei Daisy.

15.5.13

Epic (id., 2013)
di Chris Wedge

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Un'operazione di vera restaurazione dell'era disneiana come nemmeno più la Disney (che ora sta mutando in una versione conservatrice della Pixar) oserebbe portare avanti.
Prendendo spunto dal libro di William Joyce la Blue Sky (studio produttore di L'era glaciale), realizza un lungometraggio d'animazione infarcito di ogni possibile elemento delle fiabe cinematografiche classiche. Eroe, deuteragonista, personaggi macchietta, un cattivo di livello tutto nero che rimesta nello schifoso e il suo aiutante. Tutto all'insegna dei valori più conservatori in assoluto, il bianco contro il nero, colore contro oscurità, vita contro morte, coinvolgendo, principesse e cavalieri, padri e figli e figli. L'alto e il basso, la nobiltà d'animo in battaglia e la regalità che sboccia nelle persone semplici, c'è tutto anche doppiatori d'annata come Steven Tyler per il bruco hippie.

Davanti ad Epic qualsiasi accenno di conquistata indipendenza e modernità, qualsiasi emancipazione raggiunta dai cartoni animati sbiadisce e si ritorna a qualche decennio fa. Il fatto che questa volta la principessa, cioè il personaggio più nobile, potente, regale, positivo e desiderabile in assoluto sia di colore è solo un ridicolo sasso in uno stagno, segno di modernità che non stupisce nulla e nessuno e impallidisce in confronto a tutto il resto.
Tutto ciò non significa, di per sè, che Epic sia un cartone e una storia non riusciti, solo che risulta un po' fuori dal tempo e che le sue dinamiche, le sue svolte e ogni possibile trovata non hanno niente di inventivo o anche solo di liberatorio. Insomma non ci sarà niente che possa stupire in questo film. Almeno nella scrittura.

Perchè se da un lato Epic sembra realizzato senza fantasia (sarebbe bello sapere che ne pensa Luc Besson che ha girato una trilogia animata quasi identica a questo film) e anche abbastanza senza impegno, dall'altra parte è evidente che il comparto visivo è di prim'ordine. Non si parla ovviamente di perizia tecnica (quella ormai appartiene a qualsiasi grosso studio) ma di un gusto e una raffinatezza nel dipingere un mondo colorato e magnificiente che non sono comuni.
L'abitudine da parte degli studi di animazione di impiegare veri direttori della fotografia (quelli del cinema live action) per aiutare i disegnatori a maneggiare la messa in scena visiva, ha fatto fare un salto a tutto il genere. E in particolare Renato Falcão, che già tutti avevamo notato per il lavoro sul brutto ma coloratissimo Rio, è uno dei nuovi nomi più interessanti.
Il risultato è che, storditi dall'evidente bellezza delle immagini di Epic, si dimentica quasi la banalità di quel che sta accadendo.

13.5.13

A Lady in Paris (Une Estonienne à Paris, 2012)
di Ilmar Raag

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A Lady in Paris è un film che finge di girare intorno ad una protagonista per nascondere quanto in realtà sia ripiegato sull'altra, ben più nota e più attraente (per il boxoffice e per l'allure intellettuale del suo passato) ovvero Jeanne Moreau. Nel film il suo ruolo non è il primo, perchè dalla trama è in realtà il personaggio di Laine Magi ad essere il collettore di tutti i sentimenti e il primo interprete delle emozioni che ogni evento lascia emergere, una donna estone che seguiamo fin dall'inizio, in Estonia, mentre arranca per tirare a campare con un marito ubriacone fino ad accettare di diventare badante di una signora (anch'essa di origini estoni) di Parigi.

Tuttavia a Lady in Paris (il titolo italiano è inglese ma come quello originale rimarca chi sia il vero centro del film) vive male la centralità di questo personaggio e ogni qualvolta ne ha la possibilità va a cercare la signora benestante interpretata da Jeanne Moreau. Se le due parlano è delle espressioni e dei problemi della Moreau che la macchina da presa si interessa, se la badante prende una decisione sarà il modo in cui questa si riflette nella vita della vecchia signora ciò che seguiremo.
Eppure, anche nel finale, la storia rimane quella della badante e non della signora, configurando la prima come il personaggio scialbo che fa unicamente da trasporto, il viatico che serve al regista per riuscire ad entrare (con l'ottica di chi ne è esterno) nella casa della vecchia signora dallo spirito giovane, combattiva ex cantante che ha rinnegato ogni legame con l'Estonia.

Non è solo una questione di maggior interesse del villain nella trama (perchè Jeanne Moreau personifica l'opposizione che la protagonista incontra nel suo soggiorno parigino) ma realmente il mascheramento della volontà inesprimibile di fare di quel personaggio lì, il vero centro della storia. 
Per questo motivo A lady in Paris non trova mai davvero una dimensione avvincente, perchè si disinteressa del suo personaggio e della sua trama principale, perchè Ilmar Raag per la gran parte del film sembra raccontare una storia che non vorrebbe mai ascoltare.

10.5.13

20 anni di meno (20 ans d'écart, 2013)
di David Moreau

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I più grandi imitatori del cinema americano non sono gli indiani di Bollywood (che quelle strutture canonizzate da Hollywood le piegano e le distorcono a piacimento, per sollazzare un pubblico completamente diverso e bisognoso di contenuti decisamente più estremi sul lato dello zuccheroso) ma i francesi. Dai primi anni '60 hanno cominciato ad importare non tanto un modo di fare cinema ma i suoi modelli narrativi, principalmente i generi e con gli anni anche i sottogeneri.
20 anni di meno è una commedia romantica che avrebbe potuto avere come protagonista Katherine Heigl a New York e invece è interpretata da Virginie Efira a Parigi, giocata sulla struttura tipica del cinema romantico all'americana (ci incontriamo, ci piacciamo, ci amiamo, c'è un grande equivoco che ci fa mollare, torniamo insieme per sempre) e modellata su ambienti e maschere di Il Diavolo Veste Prada. Però è migliore.

20 anni di meno svicola il banale e si instrada sulla strada a scorrimento velocissimo del miglior cinema d'intrattenimento con molta più decisione della media delle commedie romantiche americane (specie di quelle con Katherine Heigl) e risulta anche migliore del suo altro modello, Il diavolo veste Prada. Migliore nel dipingere quell'ambiente (le riviste di moda) e anche nel raccontarne le figure ormai archetipe (non manca una simil-Anne Wintour).
La trovata che fa la differenza però stavolta è il pretesto narrativo. La storia è di una donna di circa 40 anni che è giudicata troppo vecchia dentro (non l'età quindi ma l'atteggiamento) per poter fare carriera in una rivista di moda potente, per sovvertire quest'idea che gli altri hanno di lei coglie al balzo un'occasione e si mette insieme ad un ragazzo con circa 20 anni meno di lei, di colpo ribaltando la sua immagine di borghesuccia in quella di una donna avventurosa.

L'idea di partenza è di giocare con la moda moderna delle cougar e dei toyboy, ma a sorpresa è proprio il ragazzo, Pierre Niney (già visto in Le nevi del Kilimangiaro ed Emotivi anonimi), a fare la differenza. Il suo personaggio, posto all'altro estremo logico rispetto alla protagonista, è un incasinato emotivo che colpisce, non solo per aderenza alla realtà, plausibilità e immediatezza ma anche per coerenza lungo tutta la storia e per una serie di gag particolarmente riuscite.
Infatti, nonostante sia diretto e scritto da un autore che viene (con scarso successo) dall'horror, la caratteristica determinante nel successo di 20 anni di meno è un senso dello humour decisamente più marcato del solito. Contrariamente alle altre commedie romantiche qui si ride e con molta intelligenza, si ride di e con i protagonisti stessi (solitamente in questo genere le risate "di loro" sono invece superiori a quelle "con loro") e lo si fa senza dover per forza reiterare le consuete battute o situazioni.

9.5.13

Una mamma imperfetta

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È partita all'inizio di questa settimana Una mamma imperfetta, webserie scritta e diretta da Ivan Cotroneo e coprodotta da Indigo Film (quelli delle pellicole di Paolo Sorrentino), Corriere della Sera e Rai, distribuita in esclusiva (e anche in pompa magna) da corriere.it. Si tratta senza dubbio della webserie italiana dalla produzione più imponente di sempre (per quanto sia sempre poca cosa in confronto al cinema o alla televisione migliore), il prodotto più ricercato e professionale che quest'ambito abbia mai tirato fuori nel nostro paese. Le possibilità di un fallimento erano infinite, specie per il fatto che le professionalità coinvolte vengono da televisione e cinema e non da internet. E invece non è stato così.

Indirizzata ad un target apertamente femminile e maturo, fin dal titolo, Una mamma imperfetta è la cronaca sottoforma di videodiario di una mamma come molte, dotata di poco tempo per tutto e votata alla gestione di due bambini e un marito nel tempo libero lasciatole dal lavoro. Ogni puntata (della durata inferiore ai 10 minuti) affronta un tema diverso della sua vita incasinata, ogni volta proponendo personaggi ricorrenti (a parte figli e marito, anche mamme amiche e mamme rivali o colleghi di lavoro). La sorpresa vera però è quanto Ivan Cotroneo abbia applicato di ciò che ha evidentemente imparato online. Una mamma imperfetta non è un esperimento fatto con la testa da un'altra parte, in un altro medium, ma anzi un lavoro che è evidentemente molto conscio di come funzionino le webserie, che linguaggio abbiano e quali espedienti o soluzioni di scrittura e regia il genere, in questi pochi anni, abbia consolidato.

Fire with fire (id., 2012)
di David Barrett

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Non fatevi ingannare dalla presenza di Rosario Dawson, Josh Duhamel e Bruce Willis, Fire with fire è una produzione straight to video che da noi (e non solo) arriva al cinema, realizzata da un regista con esperienze in serie tv (nonchè ex-stuntman), e scritta da uno sceneggiatore alla sua prima prova.
La storia è quella di un pompiere che vede massacrare dei suoi amici da un boss della mala locale e decide di denunciarlo, entrando così nel programma testimoni. Il boss però lo scova e decide di fare fuori lui e il suo nuovo amore, così (e finalmente) l'uomo passa al livello successivo e si convince a farsi giustizia da solo (ma Bruce Willis verrà a dargli una mano non appena scopre che c'è qualcuno da qualche parte che vuol menare le mani).

Non è certo una storia abbastanza canonica e priva di sorprese a rendere Fire with fire un film sciatto e povero, quanto la martoriante mancanza di ritmo. I molti eventi della trama non riescono mai ad essere incanalati in un flusso avvincente, in uno svolgimento dinamico che tenga desta l'attenzione. Anche le sparatorie paiono prive di ritmo.
Il motivo è semplice: i personaggi non sono interessanti e quindi non sono credibili. In maniera molto diversa dalle fiction italiane peggiori Fire with fire compie il medesimo percorso, pretende cioè di riuscire a creare sensazioni, umori e sentimenti di colpo, senza costruirli. L'amore tra i protagonisti è raccontato e mostrato da due scene improvvise invece che essere costruito (o almeno mantenuto vivo lungo tutto il film), il lungo braccio della mala che dovrebbe creare terrore nella figura del boss è frutto sempre dello stesso espediente (lo svelamento di particolari sulla vita dei cari di ognuno da parte del boss stesso) e addirittura l'ossessione e il senso di giustizia del poliziotto sono raccontati da una terza persona!

Impossibile appassionarsi, impossibile farsi prendere ma impossibile anche godersi un action movie medio o una trama poliziesca decente, perchè tutto è privo di senso, tutto è mostrato senza convinzione.
Gli unici momenti dotati di una certa convinzione sono quelli d'azione (che è il minimo vista la provenienza del regista), ma anche lì la voglia di strafare ed esagerare con l'effettistica toglie potenza a quelle che dovrebbero essere sequenze ben coreografate di onesta azione.
Era meglio che rimanesse uno straight to video.

8.5.13

L'uomo con i pugni di ferro (The Man with the iron fists, 2012)
di RZA

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Attore, produttore, scrittore, regista e compositore della colonna sonora, RZA per il suo L'uomo con i pugni di ferro ha fatto tutto e di più. Il film, si può dire è a tutti gli effetti una creatura da lui cresciuta  dall'inizio alla fine. Peccato allora che più che un bel film sia un delirio di onnipotenza, una lunga velleità frutto della passione per diversi generi (la serie B tarantiniana a metà tra blaxpoitation e cinema d'arti marziali orientale) ma non dell'abilità cinematografica nel fonderli e rimetterli in scena in termini moderni.

La storia incrocia il western (lo straniero che viene da un'altra città) con il gangster movie (i clan), in uno scenario da gong fu pian che ha al centro un protagonista di colore e musica black. L'impressione costante però è che questi elementi non si fondano bene, che la mescolanza crei dissonanza e non armonia, l'esempio perfetto sono le molte sequenze d'arti marziali ben coreografate, sottolineate da musica hip hop senza che davvero video e audio si fondano con piacere. 
L'uomo con i pugni di ferro non è una brutta copia tarantiniana in virtù del tipo di cinema che rielabora (quello ormai lo fanno in tanti) ma perchè cerca in ogni momento il piacere della messa in scena, la goduria del poter realizzare un film con gli ingredienti amati e quella caratteristica tipica del regista di Pulp Fiction di prolungare questo piacere, cioè di tirare avanti le scene come in un delirio godurioso. Solo che in L'uomo con i pugni di ferro non c'è goduria.

Si potrebbe dire che dalla visione del film si esce avendo capito ancora di più la grandezza di Tarantino (che con gli stessi ingredienti confeziona cinema altissimo, capace di partire dai propri piaceri per arrivare su terreni completamente diversi) ma in realtà si esce solo un po' annoiati e sfiduciati riguardo le contaminazioni tra occidente e oriente al cinema.
Lucy Liu, Russel Crowe e una lunga serie di attori imprescindibili del cinema orientale non fanno la differenza, la colonna sonora del Wu-Tan clan non fa la differenza e nemmeno l'indiscutibile determinazione di RZA nel ruolo protagonista la fa. L'uomo con i pugni di ferro naviga per più di due ore nelle acque della noia.

6.5.13

I Knew Better - Bellas Mariposas

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Esce questa settimana il film italiano dell'annata Bellas Mariposas (visto e recensito a Venezia), trovarlo sarà un'impresa, girerà di città in città stando molto poco e in una sala sola, si comincia con Roma. Buona fortuna.

3.5.13

Il commissario Torrente - Il braccio idiota della legge (Torrente 4, 2011)
di Santiago Segura

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Il commissario Torrente - Il braccio idiota della legge è un film molto più brutto dei più brutti, stupidi e odiosi film che facciamo in questo paese. Importarlo da noi può avere senso unicamente come operazione di sociologia del cinema.

Con circa 22 milioni di euro di incasso in patria Torrente 4 ha chiuso il 2011 in cima alla classifica del box office spagnolo, più o meno in linea con quanto accaduto ai precedenti tre film (la serie va avanti da circa 10 anni). Solo ora però arriva in Italia e se ne può facilmente intuire il motivo. La serie del commissario Torrente è l'equivalente spagnolo delle nostre peggiori commedie da grande incasso. Con esse ha in comune una fattura sciatta e trascurata, lo sfruttamento spietato e senza senso (ma continuo) di cammei di personaggi che sono esterni al cinema (come ad esempio i calciatori del Real Madrid) e una sceneggiatura che ha come unico compito il raccordo tematico tra le singole gag (da cui una noia infinita) e un tipo di umorismo conservatore, razzista e omofobo mascherato da critica sociale.
E' insomma un film che dimostra di avere come target un pubblico occasionale e poco avvezzo al cinema (ma ovviamente, nella realtà non è solo quello il suo pubblico, altrimenti non sarebbe campione d'incassi).

Curiosamente Torrente riassume in sè il dualismo che per anni ha fatto da faro per il nostro cinema di grande incasso e piccola riuscita.
In maniera non diversa da quanto fa Christian De Sica con i suoi personaggi, il commissario Torrente insulta le minoranze etniche, le maltratta, schifa l'omosessualità ed ha atteggiamenti fortemente maschilisti, tutto in maniera molto caricaturale con l'alibi di prendere in giro questi atteggiamenti. Ma sempre come per questo tipo di personaggi di De Sica, anche Il comissario Torrente inserisce la suddetta critica in un contesto bonario che non attacca realmente ma semmai deride sfruttando la complicità tipica dell'amico o del familiare. Il ridicolo che dovrebbe far ridere cioè non è nell'atteggiamento in sè ma nel fatto che sia fatto con l'idiozia tipica dei personaggi comici.

Dall'altra parte in maniera non diversa dal nostro Massimo Boldi, il commissario Torrente cerca in maniera programmatica la gag bassa, quella che rimesti nello schifoso e nel sessualmente inefficiente, senza ovviamente sensualità ma con molta pruriginosità (specie nel punto di vista adottato) e, in una maniera tutta originale, girando intorno a donne pesantemente ritoccati dalla chirurgia estetica (sia quando dovrebbero essere molto belle che quando dovrebbero essere molto brutte).
Certo Torrente è un tipo e un carattere completamente diverso da quelli del nostro cinema, è un poliziotto vecchio stampo, sembra uscito dagli anni '70, un individuo sporco fuori e dentro, un conservatore fuori dal tempo, maschilista, vanaglorioso, incapace ma arrapato, pronto a qualsiasi bassezza che dovrebbe conquistare proprio per l'assenza di moralità (e in effetti le uniche cose vagamente divertenti orbitano intorno a questi temi).
I suoi film dunque dovrebbero essere delle parodie e non "commedie di costume" come accade ai nostri peggiori esempi, e per questo risulta più moderno (il che non è nè un bene nè un male), modellato più su Scary Movie che su chissà quali titoli illustri.