21.8.14

Cattivi vicini (Neighbors, 2014)
di Nicholas Stoller

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Nonostante il titolo Cattivi vicini non prende di petto la mitologia dei "vicini di casa", cioè i nemici per antonomasia, gli opposti inconciliabili come in I vicini di casa (con Aykroyd e Belushi), ma sfrutta l'espediente delle residenze contigue all'americana per mettere in scena il conflitto generazionale (e d'età) di due gruppi sociali differenti: adulti in età da figli e universitari. La categoria umana che più di tutte ha bisogno di regole, inquadramento ed equilibrio (la famiglia con un membro appena nato) messa a contatto troppo stretto con la categoria che nella sua rappresentazione cinematografica simboleggia l'assoluta mancanza di regole e il divertimento più sfrenato. Una volta ci sarebbe stato un nerd contrapposto ad un quarterback, nel cinema (e nella società) di oggi invece i poli non sono realmente opposti, chi si trova a fare la parte del normativo (Seth Rogen e Rose Byrne) sono due persone che fino al giorno prima vivevano come i loro nuovi nemici e chi si trova nel ruolo più desiderabile è invece più mesto e triste di quel che non si creda.

Su questo spunto molto forte, quello dell'esigenza assoluta di fare festa senza un perchè, l'etica autolesionista del party pieno di eccessi che già Project X aveva sublimato alla grande (accennando marginalmente al tema di questo film, il fatto che anche i maschi adulti e più responsabili reprimano a forza e in modi diversi quest'istinto quando lo riconoscono), si inserisce una sceneggiatura goduriosa di O'Brien e Cohen diretta da Stoller (già sceneggiatore del riuscitissimo Dick & Jane - Operazione furto) che dimostra di sapere quali siano le corde che vanno toccate e con quali gag farlo.
Seth Rogen e Zac Efron sono proposti da subito come due facce di una stessa medaglia, potenziali amici tra i quali si frappone il fatto che uno dei due "deve" fare il padre di famiglia e per questo tradisce il vincolo di fiducia dell'amicizia, causando la guerra a suon di scherzi e inganni (gli adulti vogliono far cacciare i giovani dal vicinato, i giovani vogliono vendicarsi fino a farli desistere). E anche un finale inaspettatamente dolceamaro sembra echeggiare la grande svolta di Superbad, quella del nuovo sentimentalismo maschile.

Eppure in questo film apertamente sugli uomini, in cui a dominare è l'etica dell'amicizia virile (su l suo tradimento e sulla sua forza si giocano diverse svolte di trama) è la bravissima Rose Byrne a dare tempi e comandare, giocando su un'immagine per nulla facile: quella della neomamma che non ha assolutamente dimenticato come aveva vissuto fino a pochi anni prima. Anche lei sente forte il richiamo delle grandi feste, della dissoluzione attraverso il party, del ribellismo immotivato contro una generica forma d'autorità che però vorrebbe confinare solo in certi orari e certi momenti. 
Come già in Dick & Jane - Operazione furto quindi anche questa coppia straordinariamente affiatata, in marcia come una macchina da guerra per il più assurdo degli obiettivi (far cacciare dei vicini), è un bellissimo complesso d'amore e anarchia, follia e sentimento d'appartenenza l'uno all'altro che non viene mai sbandierato a parole ma si percepisce in ogni inquadratura, in ogni sguardo in ogni piano portato maldestramente a termine (o no) insieme.

19.8.14

Hercules - Il guerriero (Hercules, 2014)
di Bret Ratner

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Non ci sono argomenti banali e già trattati (tutto è stato già trattato!) ci sono solo film senza idee. L'ennesima prova di ciò è questo nuovo Hercules, il terzo solo quest'anno e il milionesimo nella storia del cinema (Francesco Alò ha raccontato i 4 fondamentali). Arriva in sala dopo l'Hercules con Kellan Lutz, brutto e cretino come nei nostri incubi peggiori, nonchè dopo quello immancabile della Asylum (superiore al bene e al male), e con un colpo di clava dimostra cosa significhi raccontare una storia nel senso più ampio della parola, una che usa le gesta dei protagonisti per affrontare la supremazia del falso sul vero, della leggenda sulla storia.
Il soggetto di Hercules - Il guerriero è a dir poco fenomenale e fa venire il mal di stomaco vedere come minuto dopo minuto, dialogo dopo dialogo, il film di Brett Ratner faccia di tutto per ucciderlo e minimizzarlo con una sceneggiatura imbarazzante per qualità e banalità. Tuttavia, nonostante tutto, il nucleo centrale della storia e del mondo raccontato (quelli che vengono dal fumetto di Steve Moore) rimangono una sorpresa meritevole.

Contrariamente al solito questo Hercules vive e si agita in un mondo in cui non è mai chiaro se le divinità di cui tutti parlano, che tutti venerano e che popolano i miti esistano o meno. Come per le religioni che permeano la nostra di società credere è un atto di fede che non può godere di nessuna prova empirica, non tutti lo fanno anche se il dubbio è presente in ognuno. Lo stesso protagonista, in teoria figlio di un dio, non è certo della propria origine e dopo anni di autopromozione attraverso la perpetuazione ed enfatizzazione delle proprie gesta ha cominciato a sfumare il confine tra ciò che è vero e ciò che è falso.
L'Hercules di The Rock vive in un reame in cui la realtà diventa costantemente mito attraverso il racconto che ne viene fatto in tempo reale. Hercules promuove se stesso come figura mitica per avere un vantaggio in battaglia (spaventare i nemici con trucchi da baraccone che materializzino quella mitologia che tutti hanno sentito) e fomentare i propri uomini, lo fa per essere un eroe nella medesima maniera (anche se meno idealistica) del Batman di Christopher Nolan: crea una figura mitica che ispiri, spaventi e sia un simbolo. E questo non è il solo punto di contatto con quello che il cinema dei supereroi cerca di dire su queste figure, ad un certo punto viene anche detto che "Gli uomini violenti attirano violenza", un concetto non differente dal paradigma della comparsa del villain nel momento in cui esiste l'eroe.

Ancora più interessante è il passato del protagonista, composto da 12 fatiche che ben presto scopriamo essere 12 imprese tanto difficili quanto terrene, che di bocca in bocca sono cresciute diventando sforzi sovrumani contro bestie mostruose che nessuno ha effettivamente visto, e da un trauma che Hercules non ricorda bene e che lo costringe a vagare per il mondo, cioè l'Attica, come un reietto dopo che la propria famiglia è stata trucidata, momento che lui ricorda senza però avere memoria dell'autore del gesto e sospetta di essere stato egli stesso come tutti dicono. Vittima in primis del potere delle leggende è tempestato da terribili incubi in cui sogna animali mitologici che lo perseguitano, gli stessi mostri che di giorno inventa, come se cominciasse a crederci. Privo di un luogo cui tornare offre i servigi suoi e del suo gruppo a chi può pagare, come in un film di genere italiano anni '70.

Purtroppo come già detto questa base fenomenale è costantemente tarpata da una sceneggiatura vergognosa che mette in bocca dialoghi ridicoli, non sviluppa nessuna psicologia e riesce a rendere stupide le idee più intelligenti. Per fortuna rimane un po' d'azione diretta in maniera decente e rimane lui, Dwayne Johnson, scelta di casting impagabile, fisico perfetto per il ruolo poichè l'unico in grado di stare tra uomo e mito, l'unico plausibile sia come semidio che come un mortale incredibilmente possente. Guardandolo si materializza il dubbio che attraversa tutto il film, se la leggenda sia realtà o se sia la versione romanzata di fatti molto clamorosi o ancora se la leggenda ispiri così tanto da realtà da avvicinarla ad essa.

9.8.14

Universal soldier: Day of reckoning (id., 2014)
di John Hyams

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Il principale problema distributivo italiano (d'estate non si fanno uscire film a cui si tiene anche un minimo) alle volte si ribalta e regala autentiche sorprese come Universal soldier: Day of reckoning, su cui nessuno avrebbe scommesso evidentemente. Chi non l'avesse visto nei 2 anni che sono passati dalla sua prima uscita americana si è trovato di fronte una vera sorpresa farcita di tutte quelle idee che i restanti 5 film della serie non avevano mai mostrato. 

Tutta l'azione decerebrata dei precedenti film viene lavata via da un tono compassato che esalta le sparute ma potentissime scene d'azione e applica alla classica storia di vendetta il filtro "refn" (evidente fin dalla prima apparizione dei villain, immobili e mascherati in un'inquadratura composta alla perfezione, il simbolo stesso delle fobie da minaccia domestica) senza seguirne però i deliri cromatici, solo la passione per una visione concreta di tutto quel che pone dei problemi e quindi rende interessante ogni discorso sulla violenza.

Universal soldier: Day of reckoning inizia con un grande pianosequenza in soggettiva del protagonista (il grande Scott Adkins al posto dei classici Van Damme e Dolph Lundgren, qui rimbalzati nel ruolo di villain) che introduce le premesse di una storia di controllo mentale vissuta da dentro. Le allucinazioni di John lo conducono lentamente in un inferno di lutti e poi fino alla meta della sua vendetta, un Jean Claude Van Damme in aperta versione Kurtz di Apocalypse Now, glabro e infestante, che sbuca da ogni specchio con sguardo penetrante (sic!!) per ricordare al protagonista il proprio obiettivo e contemporaneamente la sua maledizione. Un demonio in cui l'assenza di peli sembra suggerire l'assenza di personalità.

Anche i confronti fisici immancabili sono centellinati per non fargli perdere senso e pompati nei dettagli violenti ed efferati. Perchè alla fine Universal soldier: Day of reckoning è il primo film della serie a raccontare realmente quello che era già il tema del primo e originale, ovvero la supremazia della violenza fisica sul controllo mentale, la mescolanza tra follia efferata e condizionamento al sangue. E che per farlo sia stato preso un intero cast di atleti marziali più o meno abili realmente, ma comunque abbonati al cinema delle poche parole e molte botte, per farli recitare sul serio, pare l'ironia e lo sforzo maggiore.

8.8.14

Sharknado 2 (Sharknado 2: The Second One, 2014)
di Anthony C. Ferrante

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Non lo troverete al cinema, questo è certo.
Dopo che Sharknado un anno fa ha fatto segnare il punto massimo di fama internazionale alla Asylum, società di produzione a costi inesistenti ma altissima furbizia in precedenza nota solo ad appassionati dei loro prodotti (un range che spazia da Megashark vs Crocosaurus a Transphormers), ora è arrivato l'ovvio sequel. Alla Asylum sfruttano commercialmente quel che hanno con un atteggiamento spietato che è molto più avanti di qualsiasi businessman dell'industria maggiore, un sequel è proprio il minimo che possano fare. Il massimo è farlo così, cioè smaccatamente identico al primo film, trascurando qualsiasi background di trama o connessione e solo aumentando la dimensione di tutto. Addirittura non c'è nemmeno una ragione per l'arrivo del tornado di squali, ad un certo punto, dopo 5 minuti dall'inizio del film semplicemente arriva un altro tornado di squali. Fine. Non occorrono altre spiegazioni nel mondo Asylum, quello in cui il risultato è l'unica cosa che conta.

La forza di Sharknado sta nella sua estrema onestà. Anzi forse si può dire che l'onestà è l'unica virtù di un film che per il resto è apertamente realizzato con poca cura (ad esser buoni), all'insegna del "buona la prima" e degli effetti speciali in cui l'importante è immaginare in grande più che realizzare bene (e come immaginano loro pochi altri...). Però Sharknado, per paradossale che sia (e per noioso che possa essere ogni tanto) ha in sè il segreto del cinema, cioè non voler essere più di quel che è e soprattutto sapersi divertire assieme agli spettatori. L'impressione vedendo il primo e per fortuna anche il secondo film (ma chi conosce la Asylum sa che la sensazione si trova in molti altri loro film) è che gli autori non abbiano un'opinione più alta degli spettatori del film in questione, che molto sia fatto per riderne e per esagerare con la consapevolezza che si tratta di idee che non si troverebbero mai nel cinema maggiore. Non a caso le parti meno riuscite o forse è meglio dire quelle che stonano di più sono quelle che prevedono dei cammei (Richard Kind e Kurt Angle per dirne due). Roba totalmente fuori luogo in un film Asylum.
Certo Sharknado 2 non ha la forza assurda del primo perchè lo ricalca pedissequamente ma è pure ridicolo aspettarsi così tanto da un film che si prende molto meno sul serio di così. 

Ian Ziering (e potremmo fermarci qui, cioè stiamo parlando di Steve di Beverly Hills 902010!) che cadendo dal cielo cavalca uno squalo brandendo delle catene, l'arrivo di una motosega gigante offertagli con molto orgoglio dal sindaco di New York come arma per far fuori gli squali o la sola idea di scatenare un'esplosione di azoto liquido per annullare i tornado di squali (!!!), è tutto così apertamente autoironico che è davvero difficile volergli male e soffermarsi sulla realizzazione da serie Z. Specie ora che gli effetti speciali pessimi e la recitazione dozzinale (le scene peggiori, e quindi in un certo senso migliori, sono quelle di urla di dolore o grida di fomento, di un falso raro...) sono diventati un marchio di fabbrica. 
Un film Asylum lo si riconosce da due inquadrature ed è più di quanto si possa dire di tanti altri lungometraggi più blasonati. Non è certo l'unico studio di produzione a realizzare prodotti a costi bassissimi e risultati infimi, tuttavia è forse il solo oggi ad avere la capacità di immaginare storie e scene che camminano sul crinale tra l'epico e il ridicolo. Come Ian Ziering che fa fuori squali volanti con una motosega.

30.7.14

Chef (id., 2014)
di Jon Favreau

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Sgombriamo subito il campo dal metaforone: Jon Favreau ha iniziato la sua carriera dietro la macchina da presa scrivendo e poi dirigendo film piccoli e adorabili come Swingers o Made o ancora Elf. Poi il successo meritato di Iron Man (ad oggi, assieme ad Avengers il più liscio e compatto tra tutti i blockbuster sugli eroi da fumetto) e poi la discesa con il secondo Iron Man e ancora il terribile Cowboy e Alieni. In questo film da lui scritto e diretto interpreta un cuoco di un buon ristorante che però fa con successo commerciale cose che non gli piacciono per compiacere il proprietario e gli avventori, dopo che un critico lo stronca e lui fa una figuraccia su internet rispondendogli male, ricomincia da capo con un furgone e dello street food, riscoprendo le radici della propria arte e insieme a tutto ciò i veri valori familiari (oltre a come usare internet).
Ognuno ci legga quel che vuole. Ad ogni modo, qualsiasi cosa ci si voglia vedere, il bello del film non sta lì.

Il bello è che a Jon Favreau piace proprio fare film, piace scrivere qualcosa di minuzioso che sia in linea con la tradizione ma si riservi dei piccoli spazi per far qualcosa di diverso dal solito, gli piace seguire le regole per poterle tradire ogni tanto, lavorare di minuzia in minuzia in un racconto che nel suo complesso sembra molto canonico e poco inventivo (la cucina è solo il solito pretesto alla moda, il cuore del film rimane l'affetto familiare) e infine gli piace raccontare.
Quest'ultima caratteristica dei suoi film è quella che, nei casi migliori, li rende più efficaci di qualsiasi media. Il fatto che Favreau si diverta ad inserire in piccole sequenze quel che solitamente viene urlato, goda nel far sì che le relazioni si stabiliscano non attraverso dialoghi diretti ma desumendole da come le persone si comportano e il modo in cui scarta alcune (non tutte) delle regole fisse del cinema americano, danno un andamento sincopato a tutto ciò che scrive che ne costituisce la caratteristica più piacevole.Già il fatto che questo film, questa commediola di riconciliazione familiare che inizia come tutti i film di cucina (con ingredienti tagliati e ricette preparate) e si chiude con il finale di Ratatouille, parli in realtà di internet è da far girare la testa.

Commediola piacevole e scontata che vuol essere piacevole e scontata, Chef sa distaccarsi dal consueto in qualche punto e stupire con una struttura strana (alcuni personaggi scompaiono di colpo, manca totalmente un villain e dopo il primo quarto il film sembra cambiare completamente) e dettagli inusuali. Peccato che questa voglia in alcuni punti sovrasti quella che è poi la riuscita e intorno a metà durata Chef sembri accumulare momenti uguali a se stessi finendo un po' schiacciato dal proprio genere di appartenenza (alla fine è una commediola familiare della peggior specie che indugia sulla melassa). Ma anche nei momenti peggiori rimane sempre evidente il piacere di Favreau nel mettere in scena, basta far caso alla colonna sonora vivace che non assembla come sarebbe stato facile musica cubana generica e di facile acchiappo (c'è molto di Cuba nella trama) ma cerca abbinamenti trascinanti.

29.7.14

Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Dawn of the planet of the apes, 2014)
di Matt Reeves

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I film seguono strutture fisse, specie quelli americani, e noi conosciamo già quelle strutture, per questo è così facile e così piacevole guardarli, anche quando non sono granchè, perchè sappiamo cosa arriverà e c'è un sottile piacere nella ripetizione di ciò che conosciamo. Per la stessa ragione qualsiasi variazione dalle strutture note è significativa, una mossa dotata di senso in sè e un'indicazione non da poco.
Ecco perchè nel finale di Apes revolution una piccola sterzata rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati visti gli eventi molto canonici succedutisi fino a quel momento ha una grande importanza. Gli ideali e la dirittura morale sbandierati dal personaggio più retto in assoluto lungo tutta la storia vengono traditi, senza grande clamore in scena ma con grande sorpresa tra il pubblico. 

Lo scarto è tanto più clamoroso quanto più viene in un film di grande spesa, una saga che costituisce uno dei migliori esempi di blockbuster d'avventura degli ultimi anni. Sia il primo che questo secondo film, nonostante alcuni momenti fiacchi, dimostrano un atteggiamento e una capacità di manipolare generi e strutture del cinema che li collocano ai massimi livelli di godibilità. Il racconto è quello che il cinema d'avventura (sporcato di fantascienza postapocalittica) fa sempre: la riconquista di una forma d'umanità dopo che uno sconvolgimento tecnologico sembra averla spazzata via. Solo che in questo caso a riconquistare l'umanità non sono solo gli uomini ma uomini e scimmie, ognuno a modo proprio nonostante siano in guerra. Come già accadeva con più decisione in Wall-E nel futuro distopico gli uomini sono lo sfondo e non i protagonisti.

A partire dal bellissimo inizio (una scena perfetta perchè attira con un'azione ben diretta e travolgente ma poi stringe lo spettatore in una morsa sentimentale durissima che enfatizza ogni piccolo accenno di suspense o tensione) sono le scimmie la parte empatica del film. Tutti sono in guerra, nessuno ha ragione ma nel film seguiamo solo i sentimenti delle scimmie, loro è l'arco narrativo, loro il mutamento interiore e loro subiscono le conseguenze degli eventi. Gli umani fanno da spalla e va bene così, non sono loro quelli interessanti, chiusi in caratteri molto canonici e privi di contraddizioni, con buoni buonissimi e cattivi cattivissimi. Tra le file delle scimmie digitali invece sta la complessità dei caratteri, quella componente per cui è necessaria buona scrittura e buona recitazione, che qui è tutta in performance capture e, ovviamente con il Cesare di Andy Serkis, raggiunge livelli altissimi.
Sperare in riconoscimenti grandi e importanti per attori che lavorano in un blockbuster d'azione, un popcorn movie e che tra le altre cose lo fanno senza comparire davvero ma attraverso un avatar digitale è fantascienza. Eppure dovremmo riconoscere anche con qualcosa di ufficiale quello che è il più grande mutamento tecnologico del cinema moderno, uno che sta portando (e questo film ne è la prova) anche storie diverse con protagonisti diversi.

28.7.14

Mistaken for strangers (id., 2014)
di Tom Berninger

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Innanzitutto una precisazione: Mistaken for strangers è un fintodocumentario che si nutre proprio della propria illusione di realtà, cioè la finzione piega leggermente i fatti (i protagonisti sono davvero fratelli, gran parte del raccontato è vero) e dà una spinta al vero per farlo diventare racconto modificando i caratteri coinvolti (specie quello del protagonista) così da creare rapporti fasulli in un contesto reale. Inoltre Mistaken For Stranger nonostante sia il primo film di The National non è un documentario rock, la musica è totalmente marginale, poco presente e anche quando è in scena l'impressione è che non sia la protagonista.

Detto ciò il film di Tom Berninger va preso per quel che è, ovvero il tentativo di raccontare la storia del rapporto tra due fratelli modificando quello che esiste tra Tom (regista e protagonista) e Matt (cantante del gruppo). L'operazione è brandizzata The National perchè a tutti gli effetti prodotta dai membri del gruppo e quindi in un certo senso in linea con lo spirito raffinato della band (il finto documentario vorrebbe sfruttare i principi e le regole tracciati da Werner Herzog) e cercare di costruire un'immagine complessa del suo leader attraverso un personaggio finto. Non è in questo diverso da quel che facevano Mick Jagger o Sting quando accettavano parti nei film.

Mistaken for strangers però non è un esperimento realmente riuscito. Suona molto grottesco e fasullo, è difficile da prendere sul serio sia nella messa in scena (il protagonista, Tom, non ha nessuna credibilità come persona vera e in ogni scena sembra un personaggio da film quale è), sia nei suoi presupposti teorici (raccontare un rapporto complicato tra fratelli).
Tom infatti viaggia assieme alla band del fratello come roadie ma riesce a rovinare ogni cosa, sembra esistere solo all'ombra di Matt e ha un modo passivo-aggressivo di soffrire e manifestare le difficoltà relazionali. Nell'ottica del documentario tutto dovrebbe sfociare in un'ode al legame familiare, allo starsi vicini senza farlo davvero e all'instancabile maniera in cui due fratelli cercano di sostenersi.

Come accade nei casi peggiori però la distanza tra intenzioni e risultati è forte e Mistaken for strangers non trova praticamente mai quel che cerca. Anche l'elaborata e toccante sequenza finale di Matt tra la folla di un concerto (che chiude il film con un anelito di speranza che non pare tale davvero) sembra suggerire che un film più elaborato, dichiaratamente finto e paradossalmente più canonico sarebbe stato maggiormente nelle corde di Tom, almeno più di questo difficile pastrocchio simil-autoriale e poco riuscito, mascherato (male) da documentario rock.

24.7.14

22 Jump Street (id., 2014)
di Phil Lord e Chris Miller

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"Il programma precedente è andato bene ragazzi quindi i capi vogliono rifarne un altro uguale. Conoscete le regole: più soldi ma la stessa formula. Nella maggior parte dei casi queste operazioni non riescono, ci si fissa sulle solite componenti e si finisce per usurare quello che andava bene, ma per noi non dev'essere così" a grandi linee (e molto parafrasando) è così che il capo della polizia Nick Offerman (ma che attore fenomenale è? Quand'è che anche il cinema lo scoprirà definitivamente??) spiega ai protagonisti cosa debbano fare nella loro nuova missione. Sta parlando di infiltrarsi al college ma in realtà, lo capiamo tutti sta parlando di fare il remake di un film di successo.

Tutto 22 Jump street è condotto sul filo della doppiezza, un'idea presente per certi versi anche nel film precedente (che rideva e scherzava a livello metatestuale sul fare un film da una serie di successo) ma che qui viene ampliata. Perchè non solo molto della storia si diverte a tenere un doppio livello di lettura (un'operazione di polizia ma anche il fare un sequel "Come vedete questa volta abbiamo molti più soldi della precedente!") ma anche i rapporti tra i personaggi sono doppi (parlano di essere partner sul lavoro ma noi capiamo partner nella vita in una grande presa in giro del bromance), l'intreccio gira intorno alla doppiezza (ogni personaggio ha due identità e gli svelamenti si sprecano) e c'è più d'un accenno alla parodia (da Bad Boys all'inizio fino a Spring Breakers e Project X alla fine).
Di nuovo quindi Lord e Miller raccontano il loro punto di vista sul fare film oggi ad Hollywood. Dopo Piovono polpette, 21 Jump Street e Lego The Movie hanno sperimentato un tipo di scrittura metatestuale e autoriflessiva unica che qui esplode in maniera definitiva: "Questa volta siamo all 22 di Jump street ma qualcosa mi dice che per la prossima missione torneremo dall'altra parte della strada" e si vede un cantiere con scritto "23 Jump Street".

Forse un pelo sotto il primo film quanto a risate effettive (un eccesso di improvvisazione di stile moderno spesso uccide il ritmo) ma comunque sopra la media delle commedie americane, 22 Jump Street è di nuovo la dimostrazione che sequel e remake sono parole vuote, che i titoli, i brand e le trame sono contenitori ininfluenti e che la crisi di idee non ha nulla a che vedere con il profluvio di titoli e personaggi già noti. Il nuovo film di Lord e Miller dà in pasto al pubblico la più convenzionale e scontata delle storie, una in cui tutto va come ci aspettiamo, piena di personaggi banali ma lo fa nella maniera meno convenzionale in assoluto, lavorando in profondità sul testo, manipolando la banalità, giocando con le regole di quel cinema che dovrebbe intrappolare la creatività e ritagliandosi un proprio piccolo orticello nel grande prato di Hollywood.
22 Jump Street, come il film precedente, è la commedia intelligente.

22.7.14

Anarchia - La notte del giudizio (The purge: Anarchy, 2014)
di James DeMonaco

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C'era un'idea molto forte e molto fuori dal tempo (per il cinema di oggi) alla base di La notte del giudizio, qualcosa che riporta agli anni '70 del cinema americano, cioè quella dell'orrore politico che mette paura attraverso uno scenario portatore di un'affermazione forte sugli esseri umani, che mette i suoi personaggi di fronte a scelte che non sono personali ma sociali. A fronte di quello il film era anche un prodotto della Blumhouse, il che vuol dire quasi tutto ambientato in un ambiente unico, dal budget stringato e dal profluvio di idee.

Era molto forte, Anarchia invece è per molti versi più mansueto, gira meno intorno alle conseguenze sociali delle decisioni individuali e mira più a creare una grande Odissea. Stavolta infatti nella notte in cui ogni crimine è depenalizzato non c'è un assedio casalingo ma due personaggi costretti a viaggiare nella città, spazi aperti contro chiusi e soprattutto un viaggio, quindi più personaggi, più situazioni e il paesaggio che influisce molto di più nella storia. L'esplorazione decisamente non è più quella interiore dei protagonisti ma quella esteriore della città, la società non è rappresentata per sineddoche da pochi uomini ma rappresentata effettivamente.
Se il primo film era uno scatto questo è la parte distensiva della corsa, meno furiosa ma fatta per durare.

Anarchia quindi mantiene i presupposti ma allarga la prospettiva, aumenta il budget e mira a creare una mitologia, cioè a proiettare il principio del primo film in una dimensione seriale. Dopo Anarchia - La notte del giudizio possono arrivare mille altri sequel o prequel perchè viene introdotto un piccolo mondo, delle fazioni in gioco e viene mostrato come declinare il "format" del film.
È la parte illustrativa della storia, le fondamenta, impossibile quindi che appassioni e coinvolga come quella incendiaria del primo film, lo stesso però l'impressione è che specie con i personaggi protagonisti si potesse osare di più, perchè alla fine è loro la corsa per la vita e loro la terribile sfortuna d'essere rimasti in giro (dunque poteva essere loro l'abilità o la peculiarietà di "vivere" quest'assurda situazione). James DeMonaco invece si esalta con i comprimari, dimentica i buoni e si appassiona ai tanti piccoli cattivi che si possono incontrare dai folli con l'M60 ai nobili e i loro giochi. Lo sfondo invece del proscenio, scelta non cretina ma che forse non paga fino alla fine.

17.6.14

Rompicapo a New York (Chinese Puzzle, 2013)
di Cedric Klapish

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Nel terzo film della serie partita con L'appartamento spagnolo e proseguita con Bambole russe, diventa ancora più centrale quell'elemento che in precedenza era latente, ovvero il tempo nel suo doppio svolgersi, come tipico del genere di film generazionale contemporaneo cui appartiene. Più come l'Antoine Doinel di Truffaut che come Jesse e Celine di Prima dell'alba, Xavier attraversa un tempo superiore a quello effettivamente trascorso tra film e film. 11 anni fa usciva L'appartamento spagnolo ma nel terzo film sono passati 20 anni da quegli eventi e i protagonisti sono quarantenni. In questo senso manca una caratteristica determinante dei film di Richard Linklater: l'identità tra il tempo del racconto e quello passato sui volti degli attori e soprattutto nella vita degli spettatori.
Nei film di Klapish il tempo è una misura arbitraria. Si tratta dei giorni nostri quelli in cui è ambientato ogni film eppure essi scorrono diversamente per i protagonisti, in un distacco dagli attori e dagli spettatori che aumenta il carattere di finzione della storia.

Non a caso tutti e tre i film hanno un andamento antirealistico, fatti incredibili si susseguono in brevi tempi, vediamo passare mesi e mesi in circa due ore con implausibili iperboli. È insomma una trilogia più precipuamente filmica, in cui l'artificio regna e i forti spunti di realismo (da instant movie) sono stemperati da convenzioni filmiche altrettanto presenti.
Non sempre tutto fila, anche se in quest'ultimo film sembra finalmente essere arrivata la vena creativa migliore, tuttavia anche nei momenti meno riusciti Klapish riesce sempre a catturare l'essenza di un racconto unico: quello di una generazione formata da una forte esperienza internazionale, che espande i propri legami ad altre lingue, culture e paesi e sostanzialmente abbandona la propria origine in una maniera nuova, per abbracciare un lieve nomadismo. Il primo film a Barcellona, il secondo in giro per l'Europa, il terzo in un altro continente ma sempre tutti insieme.

Per questo Rompicapo a New York è forse il più riuscito dei 3 film, perchè esagerando e lavorando su un'età lontana dalle follie giovanili riesce a mettere in scena l'anacronismo connaturato al continuo rimettere in scena una vita di gruppo che nasceva studentesca ma sembra perpetuarsi uguale anche nell'età genitoriale. Imparando a fare esperienze e vivere una dimensione intima e personale assieme a persone che non hanno nulla a che vedere con il proprio background Xavier, l'esemplare archetipo del ragazzo dei primi anni 2000 (formatosi all'estero assieme a persone nella sua stessa situazione, non appartenenti al luogo che abitano), sviluppa una famiglia alternativa, una radice che non ha nulla a che vedere con quella primaria legata ai luoghi natali ma che è mobile e fa mostra di sè a prescindere dai luoghi, assecondando solo la presenza dei membri essenziali della famiglia alternativa.
Raccontare questo (una nuova forma di relazione e un nuovo modo di abbandonare la prima "heimat" senza necessariamente sceglierne una seconda) e farlo con un piglio giovanilista che solo parzialmente stona anche a 40 anni è un merito che rende commoventi anche le trovate meno fantasiose e più grossolane.