19.12.14

I Knew Better - Gone girl, l'amore bugiardo

Share |
0 commenti

Questa settimana esce in sala quel gran film di cui si è scritto quando è stato presentato al Festival di Roma. È una storia intelligente e piena di twist girata da un genio di questo tipo di racconti, del doppio e dell'inganno. Tutto per dire l'indicibile sul matrimonio e i legami che stringiamo davanti ai media.

18.12.14

Una Natale stupefacente (2014)
di Volfango De Biasi

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Il primo cinepanettone senza Neri Parenti da 13 anni a questa parte conferma che nel nuovo corso del film di Natale di casa De Laurentiis tutto deve cambiare affinchè non cambi nulla. Prima se n'è andato Boldi, poi è stata cambiata la formula, infine anche Christian De Sica e Neri Parenti sono stati allontanati a favore di Lillo & Greg nel ruolo di protagonisti e Volfango De Biasi promosso da sceneggiatore a regista, lo stesso Un Natale stupefacente propone situazioni e dinamiche non diverse dai Natali in giro per il mondo degli anni passati, solo "ripulite e lucidate" per essere date in pasto come novità a (sperano i produttori) un pubblico nuovo.
Dai film sui "pessimi", cioè su personaggi orridi che fanno cose disdicevoli in un mondo cinico scatenando la risata con le loro sofferenze banali, si passa ai film sui "migliori", personaggi buonissimi di un mondo idilliaco che scatenano la risata con giochi di parole.

La storia è tra le più familiari e concilianti possibili in linea con Colpi di fulmine e Colpi di fortuna: due zii si devono occupare di un bambino di 9 anni perchè i suoi genitori (rispettivamente la sorella di Greg e il fratello di Lillo) sono stati ingiustamente accusati di spaccio di droga. I due, sebbene abbiano vite sentimentali turbolente (mollato ma ancora innamorato della moglie uno, single senza voglia di accasarsi l'altro), dovranno fingere davanti agli assistenti sociali (Francesco Montanari e Riccardo De Filippis che sembrano girare dalle parti di Super G) di avere mogli stabili, non senza innescare doppi sensi e girandole amorose nella notte di Natale. Ci sono quindi gli equivoci, le guepierre, le provocazioni sessuali e gli scambi di persona, tutto però è quieto, all'acqua di rose e alleggerito: nessuno viene penetrato, nessuno si denuda, nessuno si fa male. Un Natale stupefacente è quindi una commedia come moltissime altre che si vedono in Italia, ripiegata sul massimo dei buoni sentimenti, affidata a qualche battuta tale solo sulla carta e senza nessuna particolarità se non la classica fattura raffazzonata e fotografia smarmellata.

Lillo e Greg come prevedibile travasano un po' del loro repertorio e del loro stile (le parole troncate e poi cambiate, i fraintendimenti e le canzoni nello stile di Latte e i suoi derivati) in quello che a tutti gli effetti è un collage di sketch e non una commedia dotata del classico intreccio inesorabile.
Con poco filo logico e molta pretestuosità infatti si susseguono situazioni che prestano il fianco agli equivoci (i controlli a sorpresa nella notte della vigilia, la pizza fatta con la caciotta alla marijuana...) e alle reazioni di attori come Paolo Calabresi e Paola Minaccioni che nella mimica hanno di gran lunga più efficacia che nelle battute.

All'interno di questa cornice estremamente nota si inserisce quella che dovrebbe essere la modernità, ovvero un tocco di stoner comedy già anticipato dal titolo. Nel finale infatti è abbozzato una forma di scherzo un po' più duro e spietato, che tuttavia si rivela sempre in linea con l'obiettivo di fare un film vedibile da tutti, che non offenda niente e non turbi nessuno. Cattiveria da tinello. I fattoni di Un Natale stupefacente non sono diversi dagli ubriachi delle commediacce di anni fa (ridono un po' di più), rimangono cioè in linea con il resto dello stile del film: una versione alleggerita ed edulcorata, sbiancata e acquietata di ciò che ci fa ridere nei film americani più duri (ma anche in quelli italiani più audaci), così che anche le mamme e nonne più conservatrici possano ridere davanti a persone fatte (per errore sia ben chiaro!!!) di droga.

17.12.14

St. Vincent (id., 2014)
di Theodore Melfi

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
Il miracolo di questo film che affronta esplicitamente quel che nel cinema è spesso solo suggerito è che ci sia Bill Murray. L'attore è noto per selezionare i film cui partecipa con il misurino, per essere difficile da raggiungere e non avere un agente (un ostacolo in meno nello scegliere solo i titoli che ha voglia di fare e non quelli che convengono), eppure ha preso parte a questo film indipendente (nel senso più convenzionale del termine) e buonista (in quello meno inventivo).
Il suo Vincent è un personaggio che come spesso capita viene presentato con una certa grazia, a mille miglia da quel che sappiamo del Bill Murray moderno e forse più vicino ai personaggi che interpretava da giovane (cinici e bastardi non solo a parole ma sul serio, con i fatti), per poi lentamente rivelare se stesso in una discesa verso il basso del film, da particolare a convenzionale. Lo strano, il deviante, il cattivo ricondotto alla normalità, anche chi sembra diverso in realtà non lo è.

Peccato quindi che l'esordio nel lungometraggio di Theodore Melfi sia una parabola buonista e scaldacuore, una senza la minima intenzione di raffinare un discorso vecchio come il mondo, ovvero quello del burbero benefico, lo scontroso dal cuore d'oro che solo l'innocenza di un bambino svela per quel che è. Per passare dalla condanna alla celebrazione di Vincent vediamo la più classica delle piccole umanità intorno a lui comprimere a forza realtà e sua parodia nelle stesse scene. C'è una scuola cattolica in cui i bambini sono tutti di altre religioni ma in fondo va bene così, c'è una stripper russa incinta che è pronta a dare amore nonostante non sembri e una causa legale importante che non sembra mai tale. C'è insomma il "piccolo mondo" di cui il cinema indipendente americano ama innamorarsi e far innamorare ma che rifiuta ogni aderenza alla serietà non tanto dei fatti, quanto dei sentimenti. Perchè alterando così le forze in campo diventa impossibile riconoscere sentimenti onesti e se ne distinguono solo quelli più falsi e pretestuosi, più artificiosi e pompati ad arte.

Per questo quel che avviene da metà del film in poi, per non dire nel finale che dà il titolo al film non risulta come l'acmè di un percorso ma è solo l'ennesima pietra retorica ammassata in un cumulo in cima al quale Bill Murray si destreggia ma non può certo far molto e sul quale sembra sia stata imposta Melissa McCarthy in un ruolo serio, tarato per farle mettere in mostra i gesti tipici della brava attrice.
Menzione tutta a parte per i titoli di coda in cui Bill Murray con un walkman nelle orecchie canta Shelter from the storm di Bob Dylan. Carisma.

16.12.14

Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate (The Hobbit: Battle of five armies, 2014)
di Peter Jackson

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
La cavalcata di Peter Jackson attraverso il libro di Tolkien si conclude con un film che espande a dismisura la parte terminale della storia. La battaglia delle 5 armate prende tutte le differenze che erano riscontrabili tra libro e film nei precedenti capitoli e le espande, innestato robustamente sulla parte riguardante la battaglia successiva alla morte del drago, sfrutta i conflitti per dare più senso ai cambiamenti che prima avevamo solo intuito e per portare a termine le trame imbastite intorno a loro (principalmente quella di Kili e Tauriel). Infine inserisce più di un ponte (alcuni molto grossi) verso Il signore degli anelli. Di tutto ciò solo la volontà di collegarlo molto all'altra trilogia pare una decisione azzeccata.

Dei 3 film in cui Jackson ha tagliato Lo Hobbit forse questo è quello in cui più sono evidenti le differenze con il testo di partenza e non solo nei termini di trama o nell'uso dei personaggi quanto nella maniera in cui sono agiti. Per la prima volta nei 6 film che Jackson ha dedicato al lavoro di Tolkien sembra di non riconoscere in controluce il lavoro dell'autore originale, l'austerità della sua maniera di manipolare i caratteri e la secca asciuttezza con cui racconta i sentimenti. Jackson taglia le scene prediligendo un sentimentalismo d'accatto, si concentra su un linguaggio audiovisivo quanto più semplice e scontato possibile riducendo al minimo le trovate visive. Giunge qui a completamento quella mutazione di Lo Hobbit in melodramma che già si intuiva in La desolazione di Smaug, dopo un inizio folgorante che dà grandissimo senso al punto in cui è stata inserita la cesura tra il secondo e il terzo capitolo, il film sceglie la via melliflua, predilige i grandissimi conflitti agli espedienti piccoli e quasi casuali, mette enfasi su ciò che in origine non ne aveva e crea showdown clamorosi quanto prevedibili nel loro esito.

Nell'adattare l'ultima parte del libro la selezione di cosa mettere in scena e cosa no sembra essere ricaduta sui grandi scontri piuttosto che sui piccoli confronti, ai quali è riservato un trattamento un po' ingenuo. Arrivato al termine di un'esalogia che è riuscita a fondare un immaginario filmico tra i più influenti e importanti, intorno ad un testo la cui grandezza fa tremare le gambe, Peter Jackson sembra aver finito il fiato. Il cliffhanger con cui chiudeva La desolazione di Smaug è ripreso molto bene e si rivela una scelta perfetta (la migliore del film) ma superata quella parte c'è poco altro della forza cui il regista ci ha abituato e molto di quello che invece vediamo nei blockbuster meno inventivi.

11.12.14

Il ricco, il povero e il maggiordomo (2014)
di Aldo, Giovanni, Giacomo e Morgan Bertacca

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU 
È almeno dalla metà degli anni 2000 che Aldo, Giovanni e Giacomo sono in caduta libera, hanno cioè superato la fisiologica fine delle idee che colpisce molti comici e sono finiti nel reame dei film con pochissimo senso, sfilacciati, privi di un centro nevralgico e non alimentati da nulla. Non che siano mai stati chissà che diavoli del grande schermo ma almeno le loro prime incursioni avevano una forza propulsiva che dava un vago senso all'ammasso di gag, incedevano con una felicità comica che li rendeva tollerabili al netto dei drammetti naif che obbligatoriamente facevano da contraltare alle risate. Gli incassi sempre più potenti che non sono stati scalfiti nemmeno dai più evidenti declini hanno però spinto verso la direzione opposta.

A 4 anni di distanza da La banda dei Babbi Natale non sembra essere cambiato molto. Il ricco, il povero e il maggiordomo propone la medesima noia per nulla aiutata da gag che, semplicemente, non fanno ridere perchè già viste e molte molte molte volte proprio nei loro film. Se per altri comici la mancanza di risate (paradossalmente) è un problema relativo, per loro no, perchè le opere dei tre comici non respirano senza risata, non essendo scritte intorno alle gag ma prevedendole in ogni momento come bilanciamento fisico alle parole che vengono dette, hanno bisogno di esse per andare avanti. Se Siani, Zalone, Verdone e tutti i comici passati al cinema lavorano essenzialmente di parola e quindi mandano avanti le storie incollando uno sketch all'altro, Aldo, Giovanni e Giacomo sono molto più versati sull'azione, sul fisico e l'umorismo slapstick, dunque hanno bisogno che accada qualcosa per innescare la comicità. Questa felice novità che gli ha dato un'aura di travolgente novità a fine anni novanta con il procedere degli anni e il ripetersi delle gag ha portato una progressiva perdita di senso nelle loro storie.

Il ricco, il povero e il maggiordomo parte dai presupposti che paiono già evidenti nel titolo e mette insieme queste 3 diversità prima nell'agio e poi nella disgrazia, per andare a finire in un grande elogio della semplicità sotto l'egida dell'amore. Questo è tutto ciò che del film è chiaro, per arrivarci però si passa attraverso uno degli svolgimenti più farraginosi di sempre per il trio, in cui non interessa a nessuno la coerenza di situazioni e personaggi, non interessa la continuità nel dramma o la serietà dell'intreccio e arrivati ad uno pseudo finale inizia tutta un'altra parte (quella del matrimonio). A mancare è la tensione verso qualcosa, nessuno nella storia ha infatti un obiettivo di cui importi a qualcuno (sempre all'interno del film) o che valga la pena seguire e tenga sveglio un minimo d'interesse. L'unico punto fermo sembra essere che i personaggi tengano fede al loro stereotipo e da quello possa discendere ogni cosa, eppure le gag ne sono totalmente indipendenti. Se i tre attori si scambiassero ruoli potrebbero comunque fare le stesse mosse comiche.
Tutto ciò reggerebbe ancora se almeno la comicità funzionasse, invece le trovate tra Aldo e Giovanni o le incursioni dell'inadeguatezza fisica di Giacomo al loro dinamismo non solo sono le medesime di 15 anni fa ma risultano sempre meno dotate del tempo comico.

2.12.14

Il ragazzo invisibile (2014)
di Gabriele Salvatores

Share |
1 commenti

PUBBLICATO SU 
Avevamo tutti un'idea di cosa dovesse essere Il ragazzo invisibile, cosa volevamo fosse: da chi sperava in un blockbuster americano in tutto e per tutto, a chi si augurava una via italiana al genere, a chi infine, visto il coinvolgimento di Salvatores, auspicava qualcosa di più alto, più vicino a Lasciami entrare. Il film invece, benchè cerchi di trovar casa tra una vita italiana e un prodotto più d'autore che commerciale, non è niente di tutto ciò e forse in questa sta la sua maledizione peggiore.
Il ragazzo invisibile è una storia di bambini più che ragazzi, raccontata perchè sia comprensibile più agli adulti che ai "giovani adulti" (il target a cui gli americani indirizzano i loro cinefumetti), più ai bambini stessi che agli adolescenti. È paternalistico e poco smaliziato, non indugia su quel che può affascinare un ragazzo ma su quel che gli adulti amano pensare dell'età preadolescenziale.
È insomma difficile immaginare che un film simile possa appassionare le stesse persone che affollano le proiezioni di Avengers o Iron Man, di Il Cavaliere Oscuro o anche Lucy per come manca di qualsiasi sensazione forte.

Scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo il film ha un soggetto impeccabile (ci sono le origini degli eroi, ci sono molti poteri, dei rapporti genitore/figlio che funzionano, c'è una società segreta e la minaccia che costringe il protagonista a fare l'eroe benchè ne sia riluttante) ma decide di svilupparlo guardando i suoi bambini dall'alto verso il basso con la tenerezza del genitore invece che con il fomento del coetaneo. I poteri non sono mai fonte di esaltazione per le possibilità che offrono e la svolta che danno alla vita di Michele ma più una maniera per svelarne le insicurezze, con la certezza che esse siano solo parte di una fase transitoria. Nemmeno i suoi coetanei quando lo scoprono si esaltano! Cosa ancor più lontana dal cinema americano i poteri sono fonte di pochissima azione o avventura ma più di esplorazione interiore. Se nel finale qualche sequenza avventurosa mostra i confini dell'essere invisibile e ciò che consente di straordinario (roba all'acqua di rose sia ben chiaro!), in realtà per la gran parte del film viene ripetuta a gran voce la metafora del non essere visti in un'età in cui si vorrebbe scomparire.

Con rammarico non si può non constatare che alla fine Il ragazzo invisibile non riesca ad essere nulla di tutto quel che si auspicava: non esalta il pubblico con l'esplorazione di possibilità incredibili in una vita credibile nè smuove qualcosa di inedito in una mitologia, quella dei supereroi, nota e consolidata.
L'impressione è che, in una trama ben concepita e in una location perfetta (peccato ci siano poche scene di vento triestino che donano a quel paesaggio un che di irreale e fumettistico!), Gabriele Salvatores abbia concentrato la propria attenzione sugli aspetti meno interessanti, guardando le parti meno clamorose e i risvolti più scialbi.
C'è tutto un altro possibile film che si è svolto durante la storia di Il ragazzo invisibile ma non è stato filmato.

In chiusura il fatto di esibire il backstage dei normalissimi effetti speciali durante i titoli di coda svela la totale immaturità della produzione rispetto al genere del film.

28.11.14

The drop (id., 2014)
di Michaël R. Roskam

Share |
0 commenti

FESTA MOBILE
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
C'era attesa per l'ultimo (stavolta davvero!) film con James Gandolfini e contemporaneamente il nuovo scritto da Dennis Lehane, due autorità della narrativa criminale. The Drop mette un bar usato dalla mafia per ripulire il denaro al centro di una disputa umanissima. Ci sono i due cugini gestori, di cui uno vuole rapinare il suo stesso bar per prendere i soldi della mafia e l'altro, ignaro e un po' più lento, che rivela un particolare determinante sul rapinatore alla polizia, ci sono i ceceni (con i quali non si scherza) e non ultimo un pesce piccolissimo che si crede grosso e ha deciso di dimostrare al cugino lento che deve portargli rispetto sottraendogli il cane (che in precedenza era suo) e la sua ragazza (che in precedenza era la sua), tutto nella notte del Super Bowl, quella in cui il bar lavora più che in tutto l'anno (legittimamente e non).

A parte le consuete svolte inattese, The drop sembra non mancare nessun appuntamento con il cinema di crimine e ovviamente (visto anche chi è che scrive) dimostra di conoscerne ambientazione, registro, caratteri e toni. Sarebbe però più che lecito aspettarsi qualcosa di più strutturato rispetto a questo showcase di personaggi noti, presi in una trama intrecciata quel poco che basta per agitare i consueti elementi (desiderio di rivalsa, passati torbidi, vita pericolosa...).
Se il cinema di crimine ha un pregio è quello di rinnovare il piacere per l'esigenza di prendere decisioni dure, mettere le persone davvero a contatto con la possibilità concreta della morte e quindi costringerle a prese di posizione estreme che trasformano qualsiasi diatriba in una questione fondamentale.

In The Drop non c'è nulla di tutto ciò. Con il medesimo impianto e le medesime svolte Cronenberg aveva fatto A History of Violence, dimostrando che l'importante non erano (per l'appunto) queste regole e questi personaggi (o queste svolte) ma la maniera in cui raccontarle e metterle in immagini riuscendo a dire qualcos'altro.
Va così sprecata l'ennesima prestazione minuziosa e fisica di Tom Hardy come anche la storia che si porta appresso il corpo pesante di Gandolfini (possiamo fare finta di non sentire l'eco di Tony Soprano???) in una storiella esile esile con finale a sorpresa, buona per essere un racconto breve come del resto in origine era.

Felix & Meira (id., 2014)
di Maxime Giroux

Share |
0 commenti

TORINO 32
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Sia Felix che Meira sono diversi dal mondo in cui sono nati e cresciuti, entrambi (anche se in maniere diverse perchè dotati di caratteri differenti) sentono di non appartenere alle regole della comunità cui invece apparterrebbero per nascita, quella degli ebrei ortodossi di Montreal. Felix si è da tempo staccato e ha pagato il prezzo di un rapporto interrotto con il padre, Meira invece con il suo carattere remissivo fa più fatica, è sposata ad un ebreo ortodosso ma manifesta germi di ribellione in maniera indiretta: di nascosto ascolta musica soul, prende la pillola e addirittura gira con una parrucca.
Trattandosi di una storia da cinema è fisiologico che queste due alterità, queste due diversità si incontrino e si innamorino, Felix & Meira in questo senso non stupisce nè vuole farlo, il suo obiettivo non è raccontare una storia nuova ma farlo in maniera vitale.

La parte migliore di questo dramma che non somiglia per nulla ad un dramma è allora come i due si incontrino, si studino, si piacciano con un linguaggio non verbale che tradisce una certa istintività sentimentale e solo poi la comprensione di essere due "alieni nel loro mondo".
C'è un gran gusto nel guardare questi due amanti che cercano di diventare tali, perchè Giroux li inquadra con l'intenzione di mostrarne la timorosa lentezza con la quale si avvicinano, il garbo e il riguardo con cui Felix fa vedere allo specchio a Meira come starebbe con dei jeans, per spiegarle che un'altra vita è possibile o il pudore con cui leva si leva la parrucca. Non c'è nemmeno un momento fiammeggiante a richiamare il melodramma sentimentale in una storia che potrebbe averne a bizzeffe e il miracolo è che non se ne sente la mancanza.

Lontano dalle fasulle passioni stordenti dell'amore giovanile (che poco senso avrebbero visto l'età e lo stato dei due) sia Felix che Meira ci vanno con i piedi di piombo in questa storia, il che li rende ancora più affascinanti. Giroux ha poi anche la grande intelligenza di serbare e dosare con cura i tanti piccoli elementi che rivelano una passione e un desiderio superiori a quel che ognuno dei due dimostra. Meira ogni tanto sussurra il nome di Felix in sua assenza e smette di svenire per finta, mentre Felix arriva a grottescamente travestirsi da rabbino.
C'è insomma un forte gusto per il piccolo dettaglio rivelatore in questo film in cui due disperati cercano il coraggio della scelta più difficile: mollare definitivamente tutto e investire in una storia d'amore appena nata e quindi dagli esiti incerti. Per stare con Felix Meira dovrebbe abbandonare la sua comunità e non ci potrebbe tornare infatti mai più.
Giroux è anche così coerente che in coda ci mostra il cuore anche del rabbino che per tutto il film abbiamo visto costringere e arginare le voglie di Meira.

27.11.14

For some inexplicable reason (Van valami furcsa és megmagyarázhatatlan, 2014)
di Gabor Reisz

Share |
0 commenti

TORINO 32
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
For some inexplicable reason è un film che ha vent'anni. È dotato di una grandissima forza d'urto, è pieno di idee molte delle quali abbastanza ingenue, è determinato a mostrare i propri sentimenti ma lo fa con una certa usuale banalità che scambia per originalità e che si accoppia benissimo alla più totale mancanza di serietà con la quale si esprime; scellerato, perdigiorno, pigro e solo quando serve d'improvviso iperattivo si interessa di colpo a questioni parallele quasi dimenticando il proprio obiettivo salvo riprenderlo per i capelli, si distrae, corre appresso a passioni momentanee ma ha anche intuizioni sorprendenti e tutto con una vitalità che a primo sguardo viene da disprezzare ma sotto sotto si invidia.

Stona non poco che questo film ventenne racconti la storia di un 29enne e sia interpretato probabilmente da attori leggermente più grandi, ma anche questo è parte del suo fascino, del suo desiderio di immobilismo, della sua voglia ostentata d'aver vent'anni. 
Aron inizia a narrare il film mostrando se stesso che improvvisamente muore in diversi contesti (in casa, per strada, in metro, al parco....) e nessuno se ne interessa. È l'inizio e già è chiaro che questo film sa generare immagini, sa riassumere un concetto in un momento scenico, Aron è morto perchè Eszter l'ha lasciato, a nessuno frega niente ma lui muore ovunque vada, il resto del film che segue è la sua lunga e disperata risalita dal baratro attraverso la quale mostra oltre a se stesso, la sua famiglia e i suoi amici e durante la quale finirà a Lisbona per un biglietto comprato inavvertitamente durante una notte di ubriacatura, si riappacificherà con un bullo del liceo rischiando addirittura di finire a lavorare.

Ci arriva poco del cinema ungherese e di certo For some inexplicable reason non può considerarsi rappresentativo di una cinematografia che nel film stesso è definita "terribile". A Gabor Reisz sembra interessare unicamente la risata e riesce a trovare mille modi diversi di mettere in pratica il suo obiettivo. Intanto, mentre affianca una dopo l'altra le gag e i momenti esilaranti (la scena in cui i genitori si rivoltano e non riescono a decidere chi deve iniziare a prendersela con il figlio è da morire), fa passare moltissimo attraverso una passione smodata per i personaggi da Wes Anderson (confessata attraverso ralenti e colonna sonora ma suggerita con l'adorabile stile del protagonista).
Il vero merito del film, tirando le somme, è quindi quello di affrontare con ingenua e massacrante leggerezza, con disincanto e nessun senso di responsabilità ogni argomento e nel farlo di portare questo atteggiamento al pubblico rendendolo partecipe attraverso l'umorismo. Non è nel suo soggetto (il più banale del mondo) che For some inexplicable reason ha la forza ma nel riuscire a scatenare la partecipazione di tutti al cazzeggio postadolescenziale e in questo modo mettere ognuno al livello di Aron il cui mondo inizia e finisce con la ragazza che l'ha lasciato e i genitori che vogliono che almeno scriva un Curriculum vitae.

It follows (id., 2014)
di David Robert Mitchell

Share |
0 commenti

AFTERHOURS
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Che il sesso disimpegnato e gioviale degli adolescenti sia un male per l'horror americano, ovvero la principale causa di morte, è un dato di fatto ma It follows lo eleva a contaminazione: facendo sesso ci si passa la maledizione, ovvero la visione di persone che camminando con calma e ti seguono ovunque, possono metterci molto ma ti raggiungeranno sempre e se ti prendono ti uccidono. Facendo sesso con qualcuno la maledizione passa a lui o lei, se la persona in questione muore torna indietro a te.
Quando il suo amore occasionale trasmette (e spiega) la maledizione a Jay, pregandola di liberarsene in fretta anche lei ("Sei una bella ragazza, non sarà difficile per te"), i suoi amici fanno quadrato intorno a lei e invece che passarla decidono di combatterla.

David Robert Mitchell ha intenzione di girare un horror sofisticato e intellettuale, non manca nessuna occasione di giocare con l'idea della persecuzione e inventa mille soluzioni visive che usino il contrasto tra primo piano e sfondo, tra dubbio e certezza che ci sia effettivamente un inseguitore per cercare di suggerire che la maledizione non se ne andrà mai, che l'ossessione è nella testa.
It follows vuole fornire molto la sensazione di essere una grande allegoria di qualcos'altro, se il primo pensiero sono le malattie veneree, il sospetto è che in realtà il regista volesse parlare di un certo isolazionismo da quartieri suburbani in questo film in cui i genitori e gli adulti in genere non esistono e se sono in scena non parlano, fanno altro, sono fondale. Confinati lontano da tutto, in un microcosmo elitario i ragazzi si passano il male da cui non escono.

Non basta però il desiderio di essere più di quel che si è, non basta una certa vaghezza nell'impostare i presupposti e le conseguenze della maledizione nè il cerchiobottismo di una molto intellettuale eterna fuga a cui si contrappongono scene estremamente concrete e da horror puro come quella della piscina (curiosamente ancora una volta teatro di frammenti di azione in film autoriali come già in Lasciami entrare).
Incapace di mettere davvero paura a fronte di tanto score horror, incapace di riuscire a suggerire realmente un senso d'oppressione, come vivere in una bolla, e soprattutto incapace di mettere in scena i 4 ragazzi protagonisti con la dignità che meritano It follows fallisce e lascia l'amaro in bocca.

26.11.14

La teoria del tutto (The theory of everything, 2014)
di James Marsh

Share |
0 commenti

FESTA MOBILE
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Non sarà contento fino a che non avrà fatto tutto quanto è in suo potere per strapparvi fino all'ultima lacrima La teoria del tutto, non si fermerà di fronte a nessuna ruffianeria, non esiterà a santificare chiunque o regalare un ralenti enfatico ad ogni personaggio che orbita intorno alla vera (?) vita di Stephen Hawking, almeno per come l'ha raccontata la sua prima moglie nel libro Travelling to infinity: My life with Stephen. Il grande fisico che ha studiato il tempo come e quanto nessuno prima di lui, diventato molto noto anche in virtù della malattia che prima gli ha impedito quasi tutti i movimenti (eccezion fatta per pochi muscoli delle mani) e poi a causa dell'incidente che gli è costato la voce, senza che questo intaccasse la sua determinazione nello studiare il mondo, è il soggetto non di uno studio sulla personalità o sulle assurdità della vita ma di una lode alla buona volontà con non pochi echi cristiani.

L'uomo, abbastanza noto per essere duro, irascibile e poco incline a farsi scrupoli diventa la più ovvia delle maschere di bontà e correttezza, di idealismo e tenacia. Nelle due ore di La teoria del tutto cade e rimette in marcia così tante volte e con così tanta musica a sorreggerlo che quando per una sua proiezione onirica addirittura si alzerà dalla sedia a rotelle la cosa non stonerà nemmeno troppo.
Questa delicata agiografia tutta giacche di tweed e understatement britannico è stata affidata a James Marsh, il quale si è trasformato e ha nascosto tutte quelle spigolosità che avevano reso Man on wire, Project Nim e Shadow Dancer (ma anche il suo episodio della miniserie tv Red Riding) dei gioielli. Dal canto suo Eddie Redmayne imita, risplende alla luce del sole ed è molto bravo nel ricalcare il manuale delle interpretazioni mimetiche, assumendo diverse variazioni della medesima espressione di tenacia e serena distensione sia quando parla di universo che quando dimostra d'essere un tenerissimo nerd impacciato con le questioni sentimentali.

Indirizzato a ragionieri in vena di poesia o inguaribili sognatori La teoria del tutto di certo non racconta Hawking, tantomeno la ferocia di un certo ambiente universitario ma purtroppo (e forse questa era l'unica cosa che davvero era lecito aspettarsi) nemmeno l'incredibile dedizione dietro alle scoperte cui è giunto l'astrofisico o la sete di conoscenza che ne ha animato l'incredibile vita. Perchè per una volta la vita in questiona aveva realmente quelle caratteristiche di eccezionalità che spesso mancano alle biografie selezionate per diventare film. È però impossibile rintracciare in quegli alti e bassi o in quelle svolte clamorose il caos che domina le vite di tutti o anche la semplice alternanza di giustizia e ingiustizia (la maniera in cui ognuno subisce le macchinazioni della sorte ed è costretto a farvi fronte). Come se un velo di gentilezza rappresentato dal sole sempre al tramonto che illumina i volti dei personaggi oscurasse ogni lato magro del vivere, come se qualcuno avesse levato le grandi indecisioni o le svolte sofferte da ogni snodo narrativo.
Alla fine quindi quel che rimane sono lodi, applausi, pianti di gioia, dichiarazioni d'amore e un trionfo di figli che giocano (al tramonto) con musica che cresce.

The Babadook (id., 2014)
di Jennifer Kent

Share |
0 commenti

CONCORSO
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Quand'è l'ultima volta che avete visto un film dell'orrore che lavorava seriamente sulle atmosfere invece che sul sonoro o sul farvi prendere un colpo? Quando uno che non cercasse di generare spavento riguardo un singolo elemento ma vivesse più d'un senso di inquietudine ancestrale e di indeterminato disagio? E quando è stata l'ultima volta (o anche la prima) che un film dell'orrore vi ha commosso sinceramente? Quando infine avete visto un finale sorprendente, non per trovate di montaggio o buone idee di messa in scena, ma proprio per una svolta narrativa clamorosa ed inedita che non avreste mai pensato? The Babadook è tutto questo e un filo di più, il cinema horror ai suoi massimi livelli.
Si tratta di un film di paura scritto e girato da una donna australiana, Jennifer Kent, che adotta il principio "meno è meglio" del nuovo horror minimalista in stile Jason Blum che ha dato vita ai film migliori degli ultimi anni: quasi solo un ambiente, quasi solo due personaggi, massima concentrazione su una messa in scena curata, tecnica e diversa dal solito.

Rispettando molte premesse tipiche del genere The Babadook mostra una madre (Amelia) e un figlio di 7 anni (Samuel), lasciati soli dal padre proprio 7 anni fa, sulla strada per il parto. Lui è iperattivo come molti bambini, lei è poco incline all'autorità, molto remissiva e subisce da tutti i fronti: al lavoro, in casa e dalle amiche. Subisce principalmente per i problemi creati dall'instancabile energia di Samuel e dalla sua passione per le armi fatte in casa. Quando Amelia leggerà a Samuel il libro su Babadook, misteriosamente comparso nella loro libreria, la situazione non farà che peggiorare: più paura e meno sonno per entrambi, più stress per lei e più paranoie per lui, fino a che quel che avevano letto non comincerà a succedere realmente, Babadook rivelerà la sua presenza, in una specie di caccia al mostro tutta interna alla loro casa.

L'impianto è quindi molto tradizionale ma quel che differenzia l'opera di Jennifer Kent è la maniera in cui la regista approccia il lato oscuro della mente da cui scaturisce la paura, quell'idea per la quale il terrore sia qualcosa interno ad ognuno, una presenza che è vera prima nel cervello e che poi proiettiamo negli anfratti bui, nelle porte che si aprono e nelle cantine oscure. Lavorando magistralmente sugli ambienti, sui colori delle pareti, sulle ombre e i tagli di luce, sui vestiti e sulle inquadrature, montando la lunga sequenza di furia casalinga assieme alle immagini della televisione e giocando in una maniera fantastica con le favole e i cartoni classici (si vede molto i tre porcellini e lupo travestito da agnello ma non è l'unico riferimento c'è anche il gotico burtoniano e l'espressionismo tedesco) Jennifer Kent ottiene un horror che all'efficacia della paura affianca la discesa nella testa di Amelia, la donna distrutta che nella prima parte scatena più rabbia che compassione, per arrivare a fare quel che i film dell'orrore non fanno mai: passare dalla fondazione della paura alla sua risoluzione.
Durante The Babadook si può provare disagio e tensione autentiche ma se ne esce totalmente privi, invece che scombussolare certezze e risvegliare dubbi sulla vita individuale degli spettatori il film entra ed esce dalla disperazione, trascina verso il basso e con una forza clamorosa e inattesa risale la corrente.

In questo senso Jennifer Kent non punta al fine degli altri film di paura ma usa tutte quelle tecniche (e come le padroneggia!) per dire altro, per raccontare una storia abbastanza banale (che non riveliamo perchè trova il suo svelamento solo in un finale quasi miyazakiano) con la partecipazione, la dignità e la serietà che meritano i grandi film.

The Guest (id., 2014)
di Adam Wingard

Share |
0 commenti

AFTERHOURS
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Nessuno dei film che Adam Wingard sta girando in questa sua prima parte di carriera potrà mai vincere uno dei maggiori festival o nemmeno finire in un concorso prestigioso, lo stesso le sue opere sono tra le più divertenti in circolazione. E questo nonostante non siano commedie.
Già You're next aveva dimostrato una vitalità all'interno delle regole del film d'assedio da applausi, una personalità nel mettere in scena e un desiderio profondo di associare al piacere e all'amore per il genere anche un certo divertimento, come se la lezione di Edgar Wright fosse stata assimilata e personalizzata: rispettare le regole e divertirsi con esse.

The Guest prende l'eterna storia dello straniero misterioso, lo sconosciuto accolto in casa i cui misteri lentamente si fanno sempre più inquietanti, il bel ragazzo, "l'amico di tutti" che piace ai genitori (era amico del figlio morto in guerra), conquista il secondogenito (menando i bulli che lo perseguitano e tirandolo fuori dai guai con la scuola) e seduce la primogenita. È però quest'ultima la prima a farsi venire dei dubbi, perchè come già in You're next, negli script di Simon Barrett (lo sceneggiatore di fiducia di Wingard) sono le donne a combattere la minaccia, le più sveglie, attente, furbe e letali, le più determinate.

Nella prima parte arranca un po' e sembra trovare mille piccoli pretesti per tenere sveglia l'attenzione (le risse, le conquiste...) fino a che non arriva la seconda impetuosa sezione del film in cui Wingard è libero di tirare le fila non solo della storia (con lo svelamento che avviene al centro della trama) ma soprattutto del suo stile, liberando sia la violenza che l'umorismo, sia la maniera in cui guarda la mitologia del cavaliere della valle solitaria (lo straniero che viene a salvare tutto e tutti e poi se ne va) sia il peculiare contesto che ha scelto (una parte della provincia che sembra uscita da Napoleon Dynamite).
Più ci si avvicina al finale più il film perde ogni connotato di serietà e lentamente diventa un teen movie anni '80 dei più riusciti, quelli in cui i ragazzi hanno ognuno un loro punto di vista, ognuno un carattere particolare e nessuno si comporta come ci si aspetterebbe.

25.11.14

Life after Beth (id., 2014)
di Jeff Baena

Share |
0 commenti

AFTERHOURS
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
Gli zombie, forse ve ne sarete accorti, sono ovunque nel cinema degli ultimi anni. Sono nelle produzioni ad alto budget e sono in moltissime di quelle a basso. Life after Beth, dovendo scegliere, è nettamente più vicino alle seconde (ma ci sono John C. Reilly, Aubrey Plaza, Dane DeHaan e Anna Kendrick) e cerca disperatamente di affrontare la questione da un punto di vista sbilenco, diverso e particolare, cerca di raccontare una storia di cui abbiamo sentito già tantissime variazioni in una maniera ancora diversa, ancora nuova.

Per farlo fa appello all'umorismo e al sentimentalismo del lutto non elaborato. Questa volta il morto che ritorna è la fidanzata del protagonista, il quale, per nulla pronto al decesso, è dapprima esaltato dal ritorno, poi al peggiorare del suo stato fisico e al presentarsi dei sintomi di zombismo è sempre meno convinto mentre i genitori di lei continuano a fare finta di nulla e autoconvincersi che in fondo è tutto a posto, che invece che essere uno zombie la figlia è solo risorta (questo dei genitori edulcoratori è un tema che contamina anche la famiglia di lui e forse in maniera più cattiva e centrata).

Il trucco non riesce sempre, per quanto Life after Beth sia comunque una delizia da guardare, si potrebbe anche avere un filo più di sprezzo nei suoi confronti non fosse per un finale davvero centrato in cui tutto quel che il film vuole essere per un momento si materializza davvero, in cui l'umorismo, la critica alle fissazioni delle fidanzate (le attività da fare insieme per forza, i posti da visitare per forza) e una forma onesta di emotività si fondono perfettamente.
È difficile dire se questo sia sufficiente, se davvero basti una gran chiusa a fare di un film carino un'opera riuscita, probabilmente ognuno ha una risposta diversa sulla questione. Di certo Life after Beth merita una possibilità.

Cold in July (id. 2014)
di Jim Mickle

Share |
0 commenti

AFTERHOURS
TORINO FILM FESTIVAL

PUBBLICATO SU 
È lineare e molto semplice Cold in July: c'è uno strano caso di omicidio che apre il film e coinvolge un ignaro corniciaio, la temuta vendetta dei parenti del morto e la polizia che cerca di proteggere il suddetto corniciaio. Tutto secondo le regole. Solo che in questa storia di stati del sud si inserisce il torbido e già dopo un terzo della durata la frittata si rivolta, quasi nessuno (corniciaio escluso) è quel che sembra e a metà film saremo ormai da tutte altre parti, le alleanze saranno completamente diverse, entrerà in scena un fenomenale detective privato/allevatore di maiali interpretato da Don Johnson e il film diventerà un clamoroso vengeance movie.

Se dovessimo dare una motivazione sola per vedere questo film di Jim Mickle tratto da un racconto di Lansdale è il rigore dei sentimenti da western che si intravede dietro una spessa coltre di virilità, la dura scorza che non nasconde ma anzi esalta l'umano. Allo spaesato Michael C. Hall, che passa tutta la storia a chiedersi cosa ci faccia lì dove si trova e fino a dove sia disposto ad inoltrarsi, fanno da contraltare le colonne Sam Shepard e Don Johnson, i veterani dalle viscere di ferro che troppe ne hanno viste ma che nella loro lunga vita gli toccava anche di vedere questa, la più clamorosa di tutte.

C'è per tutto il film, che, lo diciamo chiaramente, al netto di tutto il bene che gli si può volere e gli si vuole non è un capolavoro stellare, la netta impressione che la violenza si annidi ovunque, possa penetrare nelle vite delle persone senza che nessuno se ne accorga, che risieda nelle case dei vicini come sotto il proprio tetto e che anche la vita più tranquilla alla fine non possa dirsene al sicuro. Il tema eterno del western virile, quello delle cristalline virtù virili incarnate da uomini-simbolo, si forma sotto i nostri occhi. I personaggi non nascono e probabilmente nemmeno moriranno da eroi di questo West senza cavalli, arrivano a diventarlo per esigenza personale e con tutta probabilità smettono di esserlo con i titoli di coda.
Contemporaneamente (e forse qui sta la vera presa della trama) c'è anche la sensazione romantica della possibilità di battersi contro tutto e contro tutti per un'insopprimibile esigenza di giustizia. La stessa che impedisce al pavido protagonista di assistere inerme alla morte di chi lo minaccia quando un treno in corsa lo sta per travolgere e la stessa che spinge il terzetto finale ad un'impresa da mucchio selvaggio per salvare degli sconosciuti e punire dei conosciuti.