26.11.14

La teoria del tutto (The theory of everything, 2014)
di James Marsh

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Non sarà contento fino a che non avrà fatto tutto quanto è in suo potere per strapparvi fino all'ultima lacrima La teoria del tutto, non si fermerà di fronte a nessuna ruffianeria, non esiterà a santificare chiunque o regalare un ralenti enfatico ad ogni personaggio che orbita intorno alla vera (?) vita di Stephen Hawking, almeno per come l'ha raccontata la sua prima moglie nel libro Travelling to infinity: My life with Stephen. Il grande fisico che ha studiato il tempo come e quanto nessuno prima di lui, diventato molto noto anche in virtù della malattia che prima gli ha impedito quasi tutti i movimenti (eccezion fatta per pochi muscoli delle mani) e poi a causa dell'incidente che gli è costato la voce, senza che questo intaccasse la sua determinazione nello studiare il mondo, è il soggetto non di uno studio sulla personalità o sulle assurdità della vita ma di una lode alla buona volontà con non pochi echi cristiani.

L'uomo, abbastanza noto per essere duro, irascibile e poco incline a farsi scrupoli diventa la più ovvia delle maschere di bontà e correttezza, di idealismo e tenacia. Nelle due ore di La teoria del tutto cade e rimette in marcia così tante volte e con così tanta musica a sorreggerlo che quando per una sua proiezione onirica addirittura si alzerà dalla sedia a rotelle la cosa non stonerà nemmeno troppo.
Questa delicata agiografia tutta giacche di tweed e understatement britannico è stata affidata a James Marsh, il quale si è trasformato e ha nascosto tutte quelle spigolosità che avevano reso Man on wire, Project Nim e Shadow Dancer (ma anche il suo episodio della miniserie tv Red Riding) dei gioielli. Dal canto suo Eddie Redmayne imita, risplende alla luce del sole ed è molto bravo nel ricalcare il manuale delle interpretazioni mimetiche, assumendo diverse variazioni della medesima espressione di tenacia e serena distensione sia quando parla di universo che quando dimostra d'essere un tenerissimo nerd impacciato con le questioni sentimentali.

Indirizzato a ragionieri in vena di poesia o inguaribili sognatori La teoria del tutto di certo non racconta Hawking, tantomeno la ferocia di un certo ambiente universitario ma purtroppo (e forse questa era l'unica cosa che davvero era lecito aspettarsi) nemmeno l'incredibile dedizione dietro alle scoperte cui è giunto l'astrofisico o la sete di conoscenza che ne ha animato l'incredibile vita. Perchè per una volta la vita in questiona aveva realmente quelle caratteristiche di eccezionalità che spesso mancano alle biografie selezionate per diventare film. È però impossibile rintracciare in quegli alti e bassi o in quelle svolte clamorose il caos che domina le vite di tutti o anche la semplice alternanza di giustizia e ingiustizia (la maniera in cui ognuno subisce le macchinazioni della sorte ed è costretto a farvi fronte). Come se un velo di gentilezza rappresentato dal sole sempre al tramonto che illumina i volti dei personaggi oscurasse ogni lato magro del vivere, come se qualcuno avesse levato le grandi indecisioni o le svolte sofferte da ogni snodo narrativo.
Alla fine quindi quel che rimane sono lodi, applausi, pianti di gioia, dichiarazioni d'amore e un trionfo di figli che giocano (al tramonto) con musica che cresce.

The Babadook (id., 2014)
di Jennifer Kent

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Quand'è l'ultima volta che avete visto un film dell'orrore che lavorava seriamente sulle atmosfere invece che sul sonoro o sul farvi prendere un colpo? Quando uno che non cercasse di generare spavento riguardo un singolo elemento ma vivesse più d'un senso di inquietudine ancestrale e di indeterminato disagio? E quando è stata l'ultima volta (o anche la prima) che un film dell'orrore vi ha commosso sinceramente? Quando infine avete visto un finale sorprendente, non per trovate di montaggio o buone idee di messa in scena, ma proprio per una svolta narrativa clamorosa ed inedita che non avreste mai pensato? The Babadook è tutto questo e un filo di più, il cinema horror ai suoi massimi livelli.
Si tratta di un film di paura scritto e girato da una donna australiana, Jennifer Kent, che adotta il principio "meno è meglio" del nuovo horror minimalista in stile Jason Blum che ha dato vita ai film migliori degli ultimi anni: quasi solo un ambiente, quasi solo due personaggi, massima concentrazione su una messa in scena curata, tecnica e diversa dal solito.

Rispettando molte premesse tipiche del genere The Babadook mostra una madre (Amelia) e un figlio di 7 anni (Samuel), lasciati soli dal padre proprio 7 anni fa, sulla strada per il parto. Lui è iperattivo come molti bambini, lei è poco incline all'autorità, molto remissiva e subisce da tutti i fronti: al lavoro, in casa e dalle amiche. Subisce principalmente per i problemi creati dall'instancabile energia di Samuel e dalla sua passione per le armi fatte in casa. Quando Amelia leggerà a Samuel il libro su Babadook, misteriosamente comparso nella loro libreria, la situazione non farà che peggiorare: più paura e meno sonno per entrambi, più stress per lei e più paranoie per lui, fino a che quel che avevano letto non comincerà a succedere realmente, Babadook rivelerà la sua presenza, in una specie di caccia al mostro tutta interna alla loro casa.

L'impianto è quindi molto tradizionale ma quel che differenzia l'opera di Jennifer Kent è la maniera in cui la regista approccia il lato oscuro della mente da cui scaturisce la paura, quell'idea per la quale il terrore sia qualcosa interno ad ognuno, una presenza che è vera prima nel cervello e che poi proiettiamo negli anfratti bui, nelle porte che si aprono e nelle cantine oscure. Lavorando magistralmente sugli ambienti, sui colori delle pareti, sulle ombre e i tagli di luce, sui vestiti e sulle inquadrature, montando la lunga sequenza di furia casalinga assieme alle immagini della televisione e giocando in una maniera fantastica con le favole e i cartoni classici (si vede molto i tre porcellini e lupo travestito da agnello ma non è l'unico riferimento c'è anche il gotico burtoniano e l'espressionismo tedesco) Jennifer Kent ottiene un horror che all'efficacia della paura affianca la discesa nella testa di Amelia, la donna distrutta che nella prima parte scatena più rabbia che compassione, per arrivare a fare quel che i film dell'orrore non fanno mai: passare dalla fondazione della paura alla sua risoluzione.
Durante The Babadook si può provare disagio e tensione autentiche ma se ne esce totalmente privi, invece che scombussolare certezze e risvegliare dubbi sulla vita individuale degli spettatori il film entra ed esce dalla disperazione, trascina verso il basso e con una forza clamorosa e inattesa risale la corrente.

In questo senso Jennifer Kent non punta al fine degli altri film di paura ma usa tutte quelle tecniche (e come le padroneggia!) per dire altro, per raccontare una storia abbastanza banale (che non riveliamo perchè trova il suo svelamento solo in un finale quasi miyazakiano) con la partecipazione, la dignità e la serietà che meritano i grandi film.

The Guest (id., 2014)
di Adam Wingard

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Nessuno dei film che Adam Wingard sta girando in questa sua prima parte di carriera potrà mai vincere uno dei maggiori festival o nemmeno finire in un concorso prestigioso, lo stesso le sue opere sono tra le più divertenti in circolazione. E questo nonostante non siano commedie.
Già You're next aveva dimostrato una vitalità all'interno delle regole del film d'assedio da applausi, una personalità nel mettere in scena e un desiderio profondo di associare al piacere e all'amore per il genere anche un certo divertimento, come se la lezione di Edgar Wright fosse stata assimilata e personalizzata: rispettare le regole e divertirsi con esse.

The Guest prende l'eterna storia dello straniero misterioso, lo sconosciuto accolto in casa i cui misteri lentamente si fanno sempre più inquietanti, il bel ragazzo, "l'amico di tutti" che piace ai genitori (era amico del figlio morto in guerra), conquista il secondogenito (menando i bulli che lo perseguitano e tirandolo fuori dai guai con la scuola) e seduce la primogenita. È però quest'ultima la prima a farsi venire dei dubbi, perchè come già in You're next, negli script di Simon Barrett (lo sceneggiatore di fiducia di Wingard) sono le donne a combattere la minaccia, le più sveglie, attente, furbe e letali, le più determinate.

Nella prima parte arranca un po' e sembra trovare mille piccoli pretesti per tenere sveglia l'attenzione (le risse, le conquiste...) fino a che non arriva la seconda impetuosa sezione del film in cui Wingard è libero di tirare le fila non solo della storia (con lo svelamento che avviene al centro della trama) ma soprattutto del suo stile, liberando sia la violenza che l'umorismo, sia la maniera in cui guarda la mitologia del cavaliere della valle solitaria (lo straniero che viene a salvare tutto e tutti e poi se ne va) sia il peculiare contesto che ha scelto (una parte della provincia che sembra uscita da Napoleon Dynamite).
Più ci si avvicina al finale più il film perde ogni connotato di serietà e lentamente diventa un teen movie anni '80 dei più riusciti, quelli in cui i ragazzi hanno ognuno un loro punto di vista, ognuno un carattere particolare e nessuno si comporta come ci si aspetterebbe.

25.11.14

Life after Beth (id., 2014)
di Jeff Baena

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Gli zombie, forse ve ne sarete accorti, sono ovunque nel cinema degli ultimi anni. Sono nelle produzioni ad alto budget e sono in moltissime di quelle a basso. Life after Beth, dovendo scegliere, è nettamente più vicino alle seconde (ma ci sono John C. Reilly, Aubrey Plaza, Dane DeHaan e Anna Kendrick) e cerca disperatamente di affrontare la questione da un punto di vista sbilenco, diverso e particolare, cerca di raccontare una storia di cui abbiamo sentito già tantissime variazioni in una maniera ancora diversa, ancora nuova.

Per farlo fa appello all'umorismo e al sentimentalismo del lutto non elaborato. Questa volta il morto che ritorna è la fidanzata del protagonista, il quale, per nulla pronto al decesso, è dapprima esaltato dal ritorno, poi al peggiorare del suo stato fisico e al presentarsi dei sintomi di zombismo è sempre meno convinto mentre i genitori di lei continuano a fare finta di nulla e autoconvincersi che in fondo è tutto a posto, che invece che essere uno zombie la figlia è solo risorta (questo dei genitori edulcoratori è un tema che contamina anche la famiglia di lui e forse in maniera più cattiva e centrata).

Il trucco non riesce sempre, per quanto Life after Beth sia comunque una delizia da guardare, si potrebbe anche avere un filo più di sprezzo nei suoi confronti non fosse per un finale davvero centrato in cui tutto quel che il film vuole essere per un momento si materializza davvero, in cui l'umorismo, la critica alle fissazioni delle fidanzate (le attività da fare insieme per forza, i posti da visitare per forza) e una forma onesta di emotività si fondono perfettamente.
È difficile dire se questo sia sufficiente, se davvero basti una gran chiusa a fare di un film carino un'opera riuscita, probabilmente ognuno ha una risposta diversa sulla questione. Di certo Life after Beth merita una possibilità.

Cold in July (id. 2014)
di Jim Mickle

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È lineare e molto semplice Cold in July: c'è uno strano caso di omicidio che apre il film e coinvolge un ignaro corniciaio, la temuta vendetta dei parenti del morto e la polizia che cerca di proteggere il suddetto corniciaio. Tutto secondo le regole. Solo che in questa storia di stati del sud si inserisce il torbido e già dopo un terzo della durata la frittata si rivolta, quasi nessuno (corniciaio escluso) è quel che sembra e a metà film saremo ormai da tutte altre parti, le alleanze saranno completamente diverse, entrerà in scena un fenomenale detective privato/allevatore di maiali interpretato da Don Johnson e il film diventerà un clamoroso vengeance movie.

Se dovessimo dare una motivazione sola per vedere questo film di Jim Mickle tratto da un racconto di Lansdale è il rigore dei sentimenti da western che si intravede dietro una spessa coltre di virilità, la dura scorza che non nasconde ma anzi esalta l'umano. Allo spaesato Michael C. Hall, che passa tutta la storia a chiedersi cosa ci faccia lì dove si trova e fino a dove sia disposto ad inoltrarsi, fanno da contraltare le colonne Sam Shepard e Don Johnson, i veterani dalle viscere di ferro che troppe ne hanno viste ma che nella loro lunga vita gli toccava anche di vedere questa, la più clamorosa di tutte.

C'è per tutto il film, che, lo diciamo chiaramente, al netto di tutto il bene che gli si può volere e gli si vuole non è un capolavoro stellare, la netta impressione che la violenza si annidi ovunque, possa penetrare nelle vite delle persone senza che nessuno se ne accorga, che risieda nelle case dei vicini come sotto il proprio tetto e che anche la vita più tranquilla alla fine non possa dirsene al sicuro. Il tema eterno del western virile, quello delle cristalline virtù virili incarnate da uomini-simbolo, si forma sotto i nostri occhi. I personaggi non nascono e probabilmente nemmeno moriranno da eroi di questo West senza cavalli, arrivano a diventarlo per esigenza personale e con tutta probabilità smettono di esserlo con i titoli di coda.
Contemporaneamente (e forse qui sta la vera presa della trama) c'è anche la sensazione romantica della possibilità di battersi contro tutto e contro tutti per un'insopprimibile esigenza di giustizia. La stessa che impedisce al pavido protagonista di assistere inerme alla morte di chi lo minaccia quando un treno in corsa lo sta per travolgere e la stessa che spinge il terzetto finale ad un'impresa da mucchio selvaggio per salvare degli sconosciuti e punire dei conosciuti.

24.11.14

Magic in the moonlight (id., 2014)
di Woody Allen

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Vista la musica che oscilla tra charleston, dixieland e manouche, l'ambientazione anni '20 e il gusto di un certo umorismo sulla religione come sempre sarà piacere di molti misurare quanto Woody Allen sia stato all'altezza di Woody Allen, quanto cioè si sia dimostrato in linea con l'immagine che abbiamo dei suoi film o quanto se ne sia distanziato. Magic in the moonlight invece, nonostante i suoi dialoghi con entrambi i parlanti in campo, le sue prospettive con il punto di fuga fuori dallo schermo, le sue camminate e la passione per un certo tipo di spettacolo d'altri tempi è, ancora una volta, un nuovo approdo per Allen. Di certo non lontanissimo dal suo stile ma contemporaneamente pieno di novità.

Questa volta le coordinate visive e qualche sparuto dialogo sembrano davvero gli unici bastoni con cui puntellare il film a venire dal suo arsenale, per il resto la sostanza di questa commedia romantica affonda le radici in un bacino da cui raramente il regista ha pescato, quello delle prime commedie sofisticate del cinema americano. Attingendo sia da qualche tecnica di Lubitsch (la fissazione di alcuni personaggi con delle espressioni o dei luoghi che guidano il loro rapporto, l'uso ricorrente di alcune azioni come il battere che torna nel finale) che da una certa rilassatezza propria di Hawks e dalla sua frivolezza (la maniera in cui si risolve la "truffa" senza nessuna conseguenza).
Si ride a denti stretti, senza nessuna particolare esplosione, e ad interessare il film sono realmente più i meccanismi di attrazione e repulsione tra i due protagonisti, in cui (caso strano per la commedia di oggi ma frequente allora) è la parte femminile la prima ad avvicinarsi, studiare e circumnavigare il proprio innamorato, mentre l'uomo (più lento) arranca appresso al tema principale della storia: l'incapacità di comprendere i sentimenti per chi rifiuta di abbracciare i misteri della vita e la folle speranza infusa dal credere in ciò che non esiste. Chi sa stare al mondo e viverci con gioia è chi non si fa troppe domande su di esso.

C'è in Magic in the moonlight un aprioristico parteggiare con il lato femminile della storia che è rinfrancante. Senza dar addosso allo scettico illusionista smascheratore di truffatori, il film adora la finta maga dal primo momento che entra in scena con i suoi cappellini e vestitini leggeri e ogni cosa sembra esistere in sua funzione, ogni sua comparsa rischiara la scena. Lo scanzonato disimpegno e l'incurante tranquillità con cui guarda il mondo come una serie di meraviglie è usato per illuminare ogni momento, nella stessa maniera in cui il sole dallo sfondo ne illumina il cappello dandole una specie di aureola in una delle scene più belle di tutto questo film costruito da una leggerezza impalpabile.
Forse si trascina leggermente troppo a lungo, sorvola con superficialità molte situazioni svelandone la natura di puleggia per tirare la trama e forse esagera in didascalismo in dialoghi che spesso spiegano troppo (difetto stranissimo per Woody Allen!), lo stesso non se ne trovano in giro di film messi in scena con una simile fluidità e chiarezza d'intenti, così abili ed innamorati del proprio lavoro.
Un piacere che nessuno spettatore dovrebbe negarsi.

I pinguini di Madagascar (Penguins of Madagascar, 2014)
di Simon J. Smith e Eric Darnell

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È stata pigra la Dreamworks o l'idea di uno spin-off sui pinguini di Madagascar era perdente in partenza? 
Qui si propende per la prima ipotesi (perchè nessun film è perdente in sè, solo le opere finite lo sono) visto quanto questo primo film dedicato alla truppa di animali di inesorabile precisione e comica gerarchia sia lontano dal cinema e vicino al Disney Channel, cosa che in sè non è male, solo non per più di un'ora e mezza e non sul grande schermo.
La storia racconta brevemente le origini dei 4 e stabilisce il conflitto che porterà avanti la trama, ovvero uno dei 4 pinguini ("Soldato") è il nuovo arrivato, viene eccessivamente protetto e non si sente mai veramente utile come gli altri, specie di fronte al timoniere Skipper. A loro si contrappone un villain che più televisivo non si poteva e gli si affiancano i vendicatori dell'Antartico, Vento Del Nord, che dal nome sembrano un partito di estrema destra finlandese.

E dire che lo svolgimento della storia, almeno nelle premesse, sembrava efficace! Come in Toy Story 2 anche I pinguini di Madagascar (quando si dice "essere didascalici") è un film in corsa, che sfrutta la caratteristica principale del quartetto, cioè la velocità e la sicurezza nel risolvere in maniere paradossali le situazioni. I pinguini sono comici perchè vincenti in situazioni in cui chiunque sarebbe perdente, non temono nulla, mettono a punto piani senza senso che tuttavia con la loro fiducia in se stessi non falliscono mai, mentre per molte figure comiche il fallimento è la parte divertente, com si fanno male o come sbagliano cose semplici, per i pinguini è il trionfo paradossale a divertire. Il continuo spostarsi e il gran ritmo del film aiutano questa messa in scena e, fatta eccezione per dei momenti tirati troppo per le lunghe (l'estenuante finale e la corsa a Venezia), sono anche divertenti.
È tutto il resto a crollare, ovvero la scelta di non avere una narrazione ampia ma troppo chiusa in sè, mai capace di creare un immaginario e sempre a ricasco di uno esistente, quindi televisiva.

Se Madagascar, a tratti almeno, cercava di essere qualcosa di più e nel suo terzo e demenziale episodio recuperava una genuina demenzialità che lo rendeva quasi un anarchico film di Mel Brooks o dei Marx (non così geniale però!) adattato ai tempi moderni, privo di una trama vera e propria ma capace di inventare immagini e gag visive di primo livello, I pinguini di Madagascar ha un immaginario che pare assemblato con gli scarti della fantasia dei creativi Dreamworks.
La pigrizia con la quale è concepito ogni momento, l'incapacità di avere un segno personale sono disarmanti e se non stupiscono da Simon J. Smith (anche il suo Bee Movie, per quanto più divertente, aveva questo difetto) è strano che venga da Eric Darnell che invece aveva realizzato i film di Madagascar.

22.11.14

I toni dell'amore (Love is strange, 2014)
di Ira Sachs

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Nel rimanere vicino al proprio mondo Ira Sachs (ebreo e gay) trova una vena di straordinaria leggerezza e addirittura scavando nei luoghi del cinema americano per eccellenza (New York) trova il miglior filone del cinema europeo.
I toni dell'amore inizia con il matrimonio di una coppia formata da due gay, di cui uno ormai in pensione da tempo e l'altro insegnante di musica in una scuola religiosa. Già nella prima scena (risveglio e ricerca di un taxi per andare alla cerimonia) c'è tutto il segreto del film, il suo tono. Questo matrimonio sarà la causa che induce la scuola cristiana a licenziare il maestro gettandoli in una temporanea situazione di indigenza, non hanno i soldi per pagare l'affitto e devono cambiare casa. Temporaneamente saranno ospitati (dunque verranno separati), occasione che li porta ad approfondire la loro conoscenza degli amici che li ospitano e a mostrare il proprio affetto diversamente.

È difficile immaginare un film in cui, date le premesse che scatenano l'azione (cioè il separarsi dei protagonisti), succeda così poco. I toni dell'amore non tiene nemmeno fede eccessivamente al proprio titolo originale (Love is strange) ma paradossalmente più a quello italiano per come si fonda tutto su un'atmosfera rarefatta e naturalista, simile alla fotografia trasparente di Voudouris. Sembra non pesare nulla questo film di Ira Sachs, in cui gli attori si palleggiano le battute con maestria senza mai strafare, senza cercare mai la scena madre come se stessero lavorando in scene di transizione. 
I toni dell'amore è proprio tutto un film in transizione, in cui ogni momento sembra preludere a qualcos'altro, un necessario passaggio per arrivare alla sostanza. Questa sostanza non arriva mai ma il piccolo viaggio di un'ora e mezza nel mondo di Ben e George è riuscito lo stesso.

Tra i doppiopetto di George e i capelli spettinati di Ben, i quadri mai finiti, l'appartamento di Kate e quella strana storia del figlio con i libri francesi si trova un racconto umano che trascende subito la "missione" del film (raccontare l'amore gay in una maniera in cui solitamente non è celebrato, cioè nella tranquillità della terza età) per mettere in scena una porzione di mondo, quella dei benestanti progressisti di New York e proiettarla sul resto dell'umanità. A quelle figure particolari Sachs e Zacharias (co-sceneggiatore) donano temporaneamente la proprietà di rappresentare virtù cardinali, frustrazioni universali, aspirazioni cristalline.
Se il sentimento che lega due esseri umani rimane il centro del film (declinato in molti modi diversi) è la serenità di sguardo di Ira Sachs che fa tutta la differenza, la distensione attraverso la quale fa recitare un ottimo cast in cui nessuno ambisce a nulla se non ad essere l'amante o l'oggetto dell'affetto altrui.

21.11.14

Ogni maledetto Natale (2014)
di Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico, Luca Vendruscolo

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La confezione è quella del film di Natale, il sottogenere della commedia è quello. C'è una coppia dalla grande dolcezza che, illuminata dalle lucine degli addobbi, si innamora teneramente. Dopo una prima difficoltà lui decide di accompagnarla a fare la vigilia con la sua famiglia in campagna, lei lo raggiungerà il giorno dopo al pranzo di Natale con i suoi in città. Su questa base, invece che dar vita ad una storia di tradimenti e inganni a ripetizione meccanica (come è tradizione del cinema di Natale italiano) o una di grottesca inadeguatezza (com'è capitato negli ultimissimi anni) il trio Ciarrapico, Vendruscolo, Torre anima una commedia che pare spagnola per ritmo e trovate esagerate, per mostruosità dei personaggi, sfiducia nella tradizione e originalità delle conseguenze. Dopo che due anni fa La famiglia perfetta portò un adattamento spagnolo in sala per Natale (sempre con Marco Giallini, ora un altro film italiano approccia la satira delle feste orbitando intorno a quello stile.
Il trio di autori di Boris ovviamente ne ha uno suo di stile ma nel momento in cui la loro poetica della vessazione sempre e comunque (come loro stessi l'hanno definita) incrocia l'esigenza di un genere preciso il risultato è stato questo. 

La commedia di Natale è tale perchè non ignora la festività: o la celebra o la massacra. Ogni maledetto Natale non può che scegliere la seconda opzione: il Natale fa schifo, perchè costringe ad andare contro la corrente più sana che ci sia, ovvero l'emancipazione dalla famiglia, costringe a ritornare nel nido e a subirne di nuovo pressioni e fastidi, scatenando il peggio in ognuno. Resistervi è quasi impossibile. Da questo presupposto che già pare vincente, gli autori concepiscono due famiglie, due facce della medesima medaglia (per questo anche interpretate dai medesimi attori), due nuclei che non ascoltano per ignoranza o per egoismo, per superbia o per algidità. La disperata rassegnazione umana all'essere dei peggiori, per la quale erano diventati famosi con Boris, lascia il posto prima ad una creazione fantastica che inserisce nel viterbese una specie di mitologia da America di provincia, poi una più consueta critica dell'alta società in cui Corrado Guzzanti inietta una geniale visione del personale di servizio filippino, più mostruoso dei padroni perchè figlio della loro cultura in cui si specchia e trova senso d'esistere, custodi maniacali dell'ordine e occultatori di qualsiasi macchia o imperfezione con un immutabile fasullo sorriso sereno.

Sfruttando l'umorismo che abbiamo imparato a conoscere in Boris, Ciarrapico Vendruscolo e Torre hanno l'intelligenza di arruolare un cast all star di grandissimi attori di commedia e di lasciarli (quando serve) a briglia sciolta, di pensare tutto intorno a loro (solo così si ottiene la gag fenomenale di Pannofino quando Laura Morante gli chiede se anche lui si suiciderebbe per amore di lei, un'espressione da cinema italiano dei tempi migliori). L'idea di regia non va molto più in là di così. E forse è un bene.
Lungo le diverse e divertentissime situazioni si riconosce molto spesso l'ironia tipica di Corrado Guzzanti o le trovate di Giallini, guizzi immensi sorretti dal surrealismo del trio di autori (il gioco di carte, la mitologia della "bestia"). L'uno dà una mano all'altro. Nonostante non tutto sia al suo posto e nei momenti in cui non c'è da far ridere corrosivamente il film arranchi, dando l'idea di essere infastidito nel fare qualcosa di usuale e convenzionale (ma del resto la cornice del film di Natale è quella e l'hanno scelta loro), lo stesso Ogni maledetto Natale mantiene la promessa delle sue premesse: essere diverso, non essere provinciale, essere intelligente e soprattutto dare ad alcuni tra i migliori attori italiani (Mastandrea, Giallini, Pannofino) un campo in cui giocare alla loro altezza.

20.11.14

These final hours (id., 2014)
di Zak Hilditch

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Non è infrequente nel cinema che ha passato il 2000 che si raccontino storie da "ultimo giorno del pianeta" (Last night è il primo che viene in mente, Cercasi amore per la fine del mondo il secondo), eventi racchiusi nelle poche ore che separano i personaggi da un'inevitabile fine che sanno di essere sul punto di arrivare e che condiziona tutto il mondo intorno a loro. Sono dei road movie attraverso un caotico ammasso di freak che possono essere guardati nei loro tratti più grotteschi (come per Steve Carrell e Keira Knightley) o visti assecondando la prefigurazione della tragedia interiore che muove le loro decisioni. These final hours è così che sceglie di seguire il suo personaggio in cerca di una redenzione fuori tempo massimo all'ultimo secondo prima di bruciare in una Terra civilizzata ma che sembra desolata come le lande di Mad Max.

Non importa molto in These final hours il motivo che sta per fare finire la vita sulla Terra come la conosciamo, il movimento furioso del protagonista è scatenato a partire da una presa di coscienza (si alza dal letto con una decisione in testa) e procede assieme ad una bambina incontrata casualmente per dimostrare di poter adempiere a dei doveri. Almeno una volta nella sua vita.
Si poteva di certo fare di meglio dal punto di vista della morale (se proprio dobbiamo infilarcene una) ma non è così si guarda un film "ultimo giorno del pianeta", lo si guarda per la disperazione dello scenario, per la foga dei protagonisti, per come mette in relazione l'idea di essere in procinto di finire di vivere assieme a tutto il resto delle persone che si conoscono o si sono conosciute, sapendo la data di scadenza della propria permanenza sul mondo. Lo si giudica per la maniera in cui mette i propri personaggi (specialmente quelli secondari) di fronte all'idea più intollerabile di tutte la fine propria e della propria specie.

Zak Hilditch dall'Australia perde molto tempo all'inizio e alla fine, indugia sulle componenti più spettacolari (salvare la propria vita dalle persone che sono impazzite all'idea di morire) per dare il ritmo dei film d'azione ad un'opera che non lo è assolutamente, e alla fine sembra aver centrato completamente l'idea del suo stesso film unicamente nella grande scena della festa. Non a caso l'unico momento in cui l'individualismo è messo da parte per una visione collettiva.
In quel party c'è una disperazione gioiosa, un'ostentata felicità unita al flirt continuo con l'eccesso che subito superano i confini del tema trattato per rappresentare molto altro. Se ha un senso questo genere è proprio quello di mettere in scena parte delle ossessioni che viviamo con il pretesto che sia la fine del mondo a scatenarle, in quella festa dunque si trova qualcosa di non troppo diverso dalla follia insurrezionale di Project X, un generico darsi alla pazza gioia per nulla convinto ma non di meno eccessivo, in cui necessariamente il divertimento deve avvicinarsi al desiderio di morte o quantomeno di repentaglio della vita.

19.11.14

The Hunger Games: Mockingjay - Part I (id., 2014)
di Francis Lawrence

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Se The Hunger Games è probabilmente il più complesso e raffinato tra i blockbuster contemporanei (inclusi i film di supereroi) lo deve principalmente a due elementi: la scrittura di Suzanne Collins, che di capitolo in capitolo contrabbanda sotto la patina avventurosa molto più di quello che non si creda, e la recitazione di Jennifer Lawrence.
Mark Hamill, Hayden Christensen, Shailene Woodley, Logan Lerman, Daniel Radcliffe, Kirsten Stewart, Robert Pattinson e tutta la schiera di protagonisti di film pensati per un pubblico immenso raramente sono stati anche attori nel senso pieno del termine, di certo mai un ruolo simile è spettato al migliore della propria generazione.
I romanzi sono raccontati attraverso il flusso di coscienza di Katniss, i film funzionano solo grazie alla capacità di Jennifer Lawrence di dire moltissimo senza parlare, di lasciar intuire i pensieri del proprio personaggio. The Hunger Games - Mockingjay Parte I, contrariamente ai film precedenti, è dominato dall'incapacità di comprende cosa accada e questo passa unicamente attraverso lo smarrimento negli occhi di Katniss, un'espressione lieve che contamina tutte le altre di rabbia, serenità o dolore.

Grazie a scrittura e interpretazione la retorica più becera del blockbuster, fatta di scene sempre uguali, svolgimenti usuali e discorsi triti, quella che Gary Ross nel primo film sembrava osteggiare a colpi di originalità mentre Francis Lawrence ci impone senza ritegno come se non avesse aspirazioni, è spezzata di frequente da avvenimenti inusuali e un'empatia non comune. Gli eventi stupiscono per come non accarezzino mai le convinzioni degli spettatori mentre Jennifer Lawrence pare capace di dare senso anche alle battute più cretine e le scene più burine che deve interpretare.
Inoltre, quel che nei film precedenti era una sensazione qui diventa una certezza: The Hunger Games mette in scena se stesso e la macchina del cinema (si era mai visto in un blockbuster?), racconta come si costruiscono i miti, ha tra i personaggi una troupe televisiva (geniale che sembrino un commando militare) e mette addirittura Katniss davanti ad una specie di green screen, la stessa cosa che ha fatto Jennifer Lawrence nell'interpretarla. Addirittura uno dei video di propaganda assomiglia al trailer del film e usa il simbolo della ghiandaia esattamente come ha fatto il marketing Universal. Eppure anche quando i meccanismi d'empatia del linguaggio audiovisivo vengono svelati (fiamme di sfondo, occhi lucidi e musica artificiale), lo stesso il piano del racconto continua a funzionare: Katniss è messa in condizione di realizzare video di propaganda ma sono così sentiti che anche conoscendone la funzione si rimane colpiti. The Hunger Games non semplifica la questione, non mette il pubblico in condizione di comprendere facilmente la falsità della propaganda ma la usa per avvincerlo mentre la spiega.

Divisi dalla guerra annunciata dal finale del film precedente, Katniss e Peeta sono ugualmente armi di convinzione di massa anche se per fazioni diverse, come sempre noi seguiamo solo la protagonista femminile (brevemente ritornano anche i vestiti come arma di comunicazione, un classico dei precedenti capitoli) ma nello smunto Peeta e nelle sue interviste fasulle c'è forse il più convincente atto di svelamento della macchina dello show business visto negli ultimi anni. Lo stesso nonostante il pubblico lo desideri la protagonista continua ad essere riluttante a prendere parte a quella che si presenta come la più indispensabile delle rivoluzioni.
Nella costante rabbia di Katniss (si era mai visto una protagonista così in un blockbuster? Una ragazza i cui sentimenti hanno tutti origine in un inestinguibile livore? Una la cui parola d'ordine è aggredire chi non le concede quello che le spetta?) c'è l'ingrediente segreto di questa serie, l'unica a raccontare una ribellione a tutti i livelli. Non quella tanto scontata quanto stucchevole e arbitraria dei buoni contro i cattivi (fazioni decise a priori dagli autori) ma quella contro ogni forma di condizionamento da parte di un'adolescente contro il resto del mondo.

The Hunger Games è una serie che si rivela sempre più intelligente e raffinata di capitolo in capitolo proprio perchè gli altri film e storie che parlano di ribellione indicano contro chi ribellarsi, stimolano ad un pensiero divergente ma nella maniera in cui dicono loro, esattamente come a Katniss è imposto dall'alto un bersaglio contro cui prendersela, un partito a cui aderire, una causa da sposare pretendendo che siano le uniche possibili.

18.11.14

Scusate se esisto! (2014)
di Riccardo Milani

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Difficile leggere come una coincidenza il fatto che il primo film che annoveri Paola Cortellesi anche tra gli sceneggiatori sia anche una delle commedie dallo humour più vario, centrato e calzante degli ultimi anni. Non sembra infatti un azzardo imputare principalmente a lei (e a Furio Andreotti, con il quale aveva lavorato al programma televisivo Nessundorma) la maniera in cui il film di Riccardo Milani (Benvenuto Presidente, Una grande famiglia, Piano solo) riesca nell'impresa di essere divertente. Che è almeno metà del lavoro di una commedia, usare la risata per dire qualcosa.

Fin dal titolo l'obiettivo è inquadrare le disparità sessiste del mondo del lavoro italiano, esasperare i conflitti per svelarne la ferocia, e la missione è portata a termine con una violenza non indifferente che però prende la piega dei film migliori solo quando ad essa si accompagnano gag realmente riuscite. Ogni qualvolta il film smette di far ridere sembrano emergere tutti i tratti meno apprezzabili dei film italiani contemporanei, ogni volta che invece una trovata comica si accende la luce e anche il senso della storia sembra tornare in piedi.
C'è un brillante architetto con grande esperienza all'estero che decide di tornare in Italia, perchè all'estero si trova male, ma qui non trova che lavori infami. Partecipa ad un bando e pensando di non poterlo vincere perchè donna finge di essere la segretaria di un architetto uomo, contemporaneamente conosce un ristoratore di cui scopre l'omosessualità solo dopo essersene innamorata. Il secondo aiuterà la prima a mantenere la finzione al lavoro e lei aiuterà lui a mantenerla con il figlio.

Scusate se esisto è un film fieramente femminista a tutti i livelli, non solo nella storia che racconta ma anche in come ribalta l'assunto classico dell'uomo costretto a vivere a stretto contatto con una donna bellissima che non può avere. Qui è Paola Cortellesi che a conti fatti relega al ruolo di oggetto sessuale il corpo di Raoul Bova (diretto da lei nella trama e spalla nelle sue mani nella recitazione), lo usa per le gag e per delineare un carattere, il proprio, così dettagliato da sembrare quasi uno di quelli solitamente lasciati agli uomini. Non è una ragazza indifesa, non è una mangiatrice di uomini, non ha tratti riconoscibili nè atteggiamenti che la identifichino, bensì è sfumata e piena di piccole delicatezze, la più clamorosa delle quali è il contrasto tra le esperienze cosmopolite e una geniale cadenza abruzzese. Questa maschera, nuova solo per il nostro cinema ma tipica della nostra società (visto anche come si chiude la sua parabola nell'ultima scena), della provinciale di mondo è forse il trionfo più grande di un film per tanti versi convenzionale e buonista ma nel quale si nascondono anfratti di puro divertimento, risate che come spesso capita raccontano più di quel che fa il resto della trama, tutto retto dalla sua protagonista capace di dare i tempi giusti e rendere comiche anche le anziane caratteriste.

17.11.14

Clown (id., 2014)
di John Watts

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Quanto può essere difficile fare ancora un film horror su un clown? Non molto se il genere ti piace davvero. Lungo tutto Clown, di John Watts, si ha la netta impressione che a fronte di mille film di paura che vediamo ogni mese questo sia uno di quelli in cui l'originalità non sta nè nello spunto nè nella storia ma nell'approccio serio e timoroso alla materia. Nel piacere di indugiare là dove lo spirito è meno a suo agio.
Storia e spunto anzi sarebbero da ridere, vengono da uno scherzo postato su YouTube dallo stesso Watts (come ha raccontato nell'intervista che gli abbiamo fatto) che è piaciuto a Eli Roth il quale ha deciso di farne un film. C'è un padre che si traveste da clown per la festa del figlio ma non riesce più a levarsi il costume. Scopre infatti che, come nei film degli anni '80, quel vestito rimediato in una cantina polverosa è in realtà la pelle di un demone ed ora che ne è posseduto è diventata la sua pelle. Il vestito è un'estensione della carne, non è più tessuto, e con il passare dei giorni la maledizione peggiora.

Dunque dopo una prima parte davvero tradizionale (incontro fortuito con l'oggetto maledetto, contaminazione e scoperta della maledizione) ne parte una meno canonica in cui la furia omicida del demone cresce e si concretizza in bambini mangiati con grande efferatezza. Non solo, l'altra intuizione forte è che il protagonista perda progressivamente in umanità, diventi lentamente più demone che uomo e che questo lo si veda in una deformazione graduale. Clown infatti inizia come un film demoniaco ma scarta subito di lato per diventare un body horror e appassionarsi alle mutazioni della carne. Da che è un uomo con costume il protagonista si trasforma con calma in un clown dal vero, con piedi giganti e volto bianco (per dire due elementi). Come se il film di Watts prendesse l'idea migliore di La ballata dell'odio e dell'amore (il pagliaccio che alla fine si sfigura per fare realmente quel che il trucco simula) per trasferire sulla carne un trucco maligno. È il clown spaventoso classico (quello preciso, colorato e ben truccato) che diventa lentamente quello moderno (con un vestito e un trucco sfatto, da barbone) grazie ad una mutazione sofferta.

Può sembrare molto ordinario il muoversi tra scream queen, maledizioni ancestrali, anziani che sembrano sapere tutto, vittime predestinate e confronti finali, ma la maniera in cui Watts lo mette in scena non ha nulla di abusato. Tutto questo cambiare di toni, giocare sugli stereotipi e sfruttare il meglio degli horror passati si concretizza in un film asciuttissimo e molto teso che non si fa mancare nulla nel suo repertorio di paure, dall'angoscia iniziale, alla repulsione della mutazione, fino alla pura paura. Il suo pregio maggiore è il non tirarsi mai indietro quand'è il momento, ideando sequenze di tensione che sanno fare quel che all'horror riesce meglio: deformare i luoghi e la realtà che conosciamo per svelarne un'inedita dimensione spaventosa. C'è una sequenza in un colorato tubo di gomma da parco giochi per bambini che sembra quasi quella nei condotti di Alien, solo con più colori e più sangue.

16.11.14

Words and pictures (id., 2014)
di Fred Schepisi

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È destino di Fred Schepisi quello di dirigere piccole chicche. I suoi film non si valutano bene nell'immediato ma nel tempo, invecchiano con una grazia rara e si costruiscono un pubblico negli anni, resistono lasciando emergere un romanticismo gentile che è l'esatto opposto della violenza emotiva spesso cavalcata dal cinema. Sono suoi Roxanne, Un grido nel buio o Genio per amore e ora Words and pictures si inserisce subito nel novero delle sue opere più ispirate. 
Come sempre il canovaccio è dei più semplici: un professore di letteratura disilluso dalla vita, privo di motivazioni e un po' alcolista non se la passa bene ma la sua vita è rischiarata dall'arrivo nella scuola in cui lavora di una professoressa d'arte la cui vita è invece funestata dall'artride reumatoide. Uno è fervente sostenitore della supremazia della parola, l'altra di quella delle immagini e nonostante queste premesse tra il drammatico e il secchione il film è lo stesso molto leggero.

Si può approfondire con umanità quel che il cinema produce industrialmente senz'anima? Questa commedia sentimentale instradata sul più canonico dei percorsi non somiglia a nulla cui dovrebbe somigliare. Ci sono due protagonisti che battagliano fino a stringere un legame sentimentale, c'è una rottura all'inizio del terzo atto che fa temere il peggio e una clamorosa riconciliazione finale (non mi dite che vi ho spoilerato nulla che non si capisca già dalla locandina!), eppure in ogni passaggio Schepisi trova un briciolo di verità.
La trova nell'onestà con la quale quasi da subito il burbero professore che prende di mira la sua collega, pungolandola sulla diatriba Parole/Immagini, dichiara d'essersi innamorato, la trova nel modo in cui riesce a mettere in scena l'arte, sia quella letteraria che quella pittorica (con un briciolo d'inevitabile retorica ma anche ettolitri di ammirazione onesta) e infine la trova nella maniera in cui segue con dignità un percorso obbligato, costringendo il suo protagonista a cadere prima di rialzarsi e la sua protagonista a vivere tormentata dall'elemento melodrammatico per eccellenza: "la malattia".

Inoltre questa volta Schepisi può godere di due attori tra i migliori del momento, fermamente intenzionati a non tirare i remi in barca ma anzi fiduciosi della possibilità di fare di questa storia banale, qualcosa di speciale. Sia Clive Owen che Juliette Binoche sono ottimamente diretti (mai un'esagerazione anche nei momenti in cui sarebbe stato più facile) e regalano alcuni dei loro indugi migliori (specialmente la Binoche che nelle esitazioni si esalta) lavorando nei panni delle persone comuni.
Dovrebbe essere proiettato obbligatoriamente per i molti che in questi anni realizzano film con storie di persone non giovani che non rinunciano a vivere.