22.4.14

Gigolo per caso (Fading Gigolo, 2014)
di John Turturro

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Ha talmente tanti elementi dei film di Woody Allen da sembrare suo, in realtà si tratta di un'opera di John Turturro che a partire dal titolo (originale) Fading Gigolo, gira dalle parti del modo in cui Allen racconta le sue storie, o meglio orchestra i suoi pretesti per agitare personaggi scombussolati dall'assenza di senso del vivere. Ma addirittura anche nel mettere in scena, con l'economia di scene, i dialoghi camminando inquadrati in obliquo e l'uso del montaggio interno (come i personaggi entrano ed escano dall'inquadratura), tutto sembra ricordare un film di Woody Allen, come se la sua sola presenza da attore modificasse lo scenario filmico intorno a sè.

Eppure Turturro aveva dimostrato di avere una sensibilità propria, molto personale con i suoi precedenti film, di cui qua si intravede solo la sorprendente abilità con cui dirige se stesso, ovvero la conoscenza del proprio corpo, del suo funzionamento e di come sfruttarlo al meglio. E proprio sul suo corpo si basa tutto Gigolo per caso, in cui allenianamente due inadatti si danno ad attività illecite (la prostituzione), Turturro nei panni del gigolo e l'amico libraio in rovina (Allen) in quello di pappone. Più volte la quindi la presenza fisica di Turturro, enfatizzata da abiti diversi da quelli che il personaggio indossa solitamente, emerge con un peso non indifferente nell'inquadratura, anche se non si muove, anzi proprio nel suo non muoversi.
Se però in un film di Woody Allen questo grande pretesto sarebbe stato al servizio d'altro (nel breve di una serie di gag, nel lungo di un modo di vedere le cose del mondo) in Turturro si sente molto la mancanza di un simile approccio e l'impressione è che sia lo spettatore a fare tutta la fatica di trovare spunti di interesse in questo film raccontato con calma e abilità.

Perchè non è certo la maestria narrativa a mancare a Gigolo per caso, che scorre liscio e piacevole, punteggiato da un po' di musica, un pelo di malinconia romantica e qualche iniezione di comico surrealismo (neanche a dirlo lasciato a chi...), è semmai una vivacità d'intenti a latitare. La vecchia storia della persona normale che s'inventa gigolo e pratica l'arte amatoria in maniera "femminile" (appassionandosi ad ogni donna per valorizzarle tutte), in nessuna maniera è animata da linfa nuova, nè serve altri scopi. Culla dolcemente nella piacevole ripetizione del noto perpetrata in maniera impeccabile. Perchè se si capisce qualcosa da questo film è come Turturro sembri una spugna capace di impregnarsi di molti stimoli differenti che restituisce in film impeccabili anche quando privi d'anima.

18.4.14

Ti sposo ma non troppo (2014)
di Gabriele Pignotta

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Il fatto di aver adottato, pur essendo italiano, un titolo di quelli che solitamente sono riservati alle traduzioni becere dei film americani, rivela la spietata natura commerciale di questo esordio al cinema di Gabriele Pignotta. La trama e il tipo di intreccio poi non fanno che confermare l'impressione (storie matrimoniali d'amor perduto e ritrovato, di rapporti esauriti intorno al topos narrativo della coppia che per stanchezza cerca altre avventure non accorgendosi che i nuovi partner misteriosi sono loro stessi sotto mentite spoglie).
Ovviamente non c'è nulla di male nel cercare di cavalcare ciò che funziona al cinema, tanto più che il punto non è mai che storia si racconti ma come lo si faccia. Una simile scelta però, tra molti altri dettagli, rivela come Pignotta sia più figlio di Brizzi e del suo tipo di commedia di quanto non lo sia di altri padri putativi.

Ti sposo ma non troppo tuttavia non ha nè la freschezza del primo Brizzi nè quel livello minimo di mestiere e scrittura che tiene in piedi i suoi ultimi film. Manca troppo il ritmo perchè il film, ripiegato molto sui dialoghi, non ha le capacità narrative necessarie per tenere vivo l'interesse in quello che è un intreccio estremamente basilare, un gioco di equivoci e doppie identità che prende 4 personaggi e ne mescola le interazioni (o fa finta di farlo) nella realtà e nelle chat per appuntamenti. C'è insomma sempre qualcuno che parla con una persona che in realtà crede essere qualcun altro fino al clamoroso (!?!) finale in cui il grande svelamento globale fa lo stesso trionfare l'amore.
Senza dire della difficoltà nel creare un ambiente filmico, cioè immagini, interni, costumi e luoghi in grado di parlare e dare alla storia un sapore o un odore particolare invece che semplici background uguali a mille altri e ripresi con un semplicismo così svogliato da essere stucchevole.

Ma come si diceva il problema non è tanto da dove parta o dove vada a parare la storia quanto la maniera in cui Gabriele Pignotta tenga lo spettatore impegnato per i 95 minuti del film.
La scrittura di Ti sposo ma non troppo privilegia toni lievi e consuetudini trite da fiction televisiva, sembra in ogni momento cercare di dare allo spettatore ciò che si attende, la versione più basilare e a buon mercato delle interazioni che porteranno alla prossima svolta di trama.
Mescolando la tradizione dei comici passati al cinema (una storia romantica in cui solo una delle parti ha il ruolo comico e quello romantico, magari aiutato da una voce fuoricampo) con uno scenario favolistico fatto di ville, sole, laghi, lavori inesistenti e disimpegno generalizzato come le commedie sentimentali americane, il risultato di questo esordio di Pignotta è di ricalcare ciò che già esiste e già si vede sia al cinema che in televisione, senza nemmeno posizionarsi ai primi posti della propria categoria.

17.4.14

Transcendence (id., 2014)
di Wally Pfister

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Nonostante non possa dirsi di certo "imperdibile" è anche un film più complesso di quel che sembri a prima vista Transcendence, opera prima come regista di Wally Pfister, direttore della fotografia recentemente diventato noto per la frequente collaborazione con Christopher Nolan (tutto Batman, The Prestige e Inception). Nato da una sceneggiatura opzionata da Pfister stesso per diventare il suo primo lungometraggio (dunque non scritta appositamente ma pescata tra quelle già pronte), si tratta di un film di fantascienza tipicamente moderno, in cui le macchine non sono soltanto i cattivi ma qualcosa di più, che cerca di trovare in esse la complessità solitamente riservata all'uomo.

La prospettiva più interessante è sicuramente la maniera in cui questo direttore della fotografia passato alla regia dirige un cast nutrito all'insegna della più totale freddezza. Le molte emozioni messe sul piatto dalla trama sono tali sempre e solo a parole, poichè la messa in scena tende a sottrarre qualsiasi plausibilità al pathos con un rigore e un metodo così costanti da apparire come una chiara scelta. Le più accorate dichiarazioni d'amore al pari dei sacrifici più costosi sono mostrati come scelte razionali che non sorprendono nessuno. In questo film in cui un uomo diventa intelligenza artificiale, cioè viene implausibilmente "uploadato" dentro un computer per fondere la propria mente alle potenzialità di calcolo delle macchine, tutti sembrano uniformarsi ad uno standard emotivo da circuito integrato. Scelta molto poco commerciale che probabilmente Transcendence pagherà ma che indubbiamente lo rende strano.

Così la storia in apparenza molto normale (ma occhio al bel ribaltamento finale) che si muove su standard di fantascienza fantasiosi e poco probabili e inizia con un flashforward in stile Last of us, afferma una sorta di superiorità effettiva delle macchine portando lo spettatore a rimbalzare più volte tra le due fazioni in campo. Nel conflitto della storia infatti non è semplice capire quale sia la parte da prendere, senza dubbio la caratteristica più sorprendente di un film altrimenti condotto sui binari dell'esagerazione meno suggestiva (iperboliche nanotecnologie vicine alla magia).
In sostanza non sta nella genesi di quest'intelligenza umano/artificiale il vero fascino del film (come solitamente capita in casi simili) ma nella maniera in cui essa decide di comportarsi e quindi di interpretare il proprio ruolo nei riguardi degli uomini e in come gli uomini agiscano di conseguenza. La consueta opposizione logica di spirituale (uomini) e materiale (tecnologia) è giocata dando agli uni e gli altri ruoli non canonici.
Cinema, serialità televisiva e videogiochi stanno convergendo sempre di più verso un paradigma apocalittico in cui gli scenari da fine del mondo tendono a privilegiare la minaccia umana, descrivendo l'uomo come la fonte principale di pericolo, ben più di morti viventi e intelligenze artificiali, Transcendence si inserisce pienamente in questa tendenza attualizzando il tema del conflitto con le macchine.

Rio 2 - Missione Amazzonia (Rio 2, 2014)
di Carlos Saldanha

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Seguendo la scansione che sempre di più caratterizza l'animazione seriale per il cinema, anche Rio nel sequel allarga il proprio campo d'azione a dispetto del proprio titolo. Non più Rio De Janeiro ma l'Amazzonia, spostando il conflitto tra i due uccelli protagonisti (ora con figli) in un luogo differente in modo che possano stringere legami (o litigate) differenti. Ovviamente l'Amazzonia porta con sè un ritorno alla natura in stile Madagascar, animali di città costretti a rinunciare alle proprie comodità, eppure la serie di Carlos Saldanha si conferma molto più tradizionalista di quanto si direbbe, non optando per la spinta demenzialità del film Dreamworks (devastante nel suo terzo film) a favore di un familismo ecumenico. Accontentare tutti, accontentarli meno.

In barba alla logica e al piacere narrativo tutta la banda di Rio finisce nella foresta amazzonica (compreso il villain del primo film rielaborato in alternativa comica) per fare da supporto ai protagonisti. Ne giovano (forse) gli spettatori più piccoli, perchè Rio 2 è un film dalla comicità estremamente basilare e dalla narrazione praticamente assente (tutto si svolge su un canovaccio talmente canonico e rispettato che pare non accada nulla).
Come nei casi peggiori infatti in Rio 2 le scene sembrano palesarsi senza nulla che le annunci e nulla che le segua, momenti autoconclusivi uniti da labili rapporti di causa/effetto, accettabili nella mente dello spettatore solo perchè arcinoti.

Se almeno L'era glaciale, nelle sue prime incarnazioni, aveva una forza comica non comune (comunque totalmente azzerata e massacrata quando Chirs Sanders si è misurato con il medesimo scenario nel bellissimo I Croods) Rio sembra aver perso ogni speranza in un'animazione migliore, ripiegando se stesso su standard vecchio stampo e di sicuro successo immediato ma improbabile longevità.
Oltre al consueto corollario di balli e samba c'è anche una partita di calcio, impossibile credere agli autori quando dicono che è solo una coincidenza che questo avvenga nell'anno dei mondiali di calcio che si svolgono in Brasile.

16.4.14

The Amazing Spider-man 2 - Il potere di Electro (The Amazing Spider-man 2, 2014)
di Marc Webb

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Il progetto di questa seconda serie di Spider-man, più aderente alla versione Ultimate dei fumetti, più adolescenziale e con un versante romantico decisamente più importante (del resto Marc Webb sembra essere stato preso proprio per questo), con il secondo film sembra compiersi maggiormente.
L'hipster Spider-man di Marc Webb stavolta è più convincente che nel primo episodio, finalmente a suo agio con il ruolo prende il posto che ha nei fumetti di scanzonato eroe di quartiere con problemi in borghese e il solito rapporto conflittuale con il tempo e i molti impegni delle due identità (in questo filim poi il tempo è la chiave di lettura di tutto, anche se forse più nelle intenzioni dell'autore che nella realtà dei fatti). Perchè sembra che ancor più di prima Webb abbia scelto di fare un fumetto più che un film, di saccheggiare sempre più dalla dimensione visiva, dai dialoghi e da quel senso generale di leggerezza delle tavole che dalla maniera in cui i film raccontano le loro storie.

Dal modo in cui i villain entrano in scena, a come parlano, fino alle molte e diffuse implausibilità della storia (chiavi indispensabili per portare avanti la scena trovate in una mano carbonizzata verso l'alto, scienziati che parlano con un accento tedesco da operetta e addirittura Harry Osborne che non riconosce l'amico Peter Parker quando gli parla con indosso il costume) tutto suona come i fumetti meno intellettuali e più scanzonati. E lo si intende come un complimento. Anche il Max Dillon di Jamie Foxx quando entra in scena è un personaggio disegnato, ha un character design che sembra venire più dalla carta che dal reparto costumi di una società di produzione.
In questo senso scelte simili danno un respiro maggiore al film, lo rendono più ragionevole e divertente.

Non ci si aspetta dunque molto da Spider-man, non la durezza del cine-fumetto DC (che ambisce sempre molto rischiando alle volte di non raggiungere niente) ma nemmeno l'estrema azione e la complessità narrativa di film dell'orbita Avengers, semmai qualcosa di più spensierato anche quando cerca (come in questo film) di premere sul romantico e sul drammatico.
E' forse questa l'unica cosa che non stanno ancora mutuando davvero dai fumetti dell'Uomo Ragno, quella maniera particolare che molti autori degli anni '90 hanno trovato di dare uno spessore non tanto al personaggio (che è bello perchè a suo modo spensierato) ma alle sue storie, al suo ruolo e al mondo che gli gira intorno. Ad ora, viste anche le prospettive che questo secondo film apre (in linea con le notizie dei giorni scorsi sulla saga), sembra che Spider-man versione Webb sia una grande storiella adolescenziale che adatta i cicli più divertiti dell'Uomo Ragno a fumetti. Ed è bella proprio per questo.

15.4.14

Mr. Morgan (Mr. Morgan's Last Love, 2013)
di Sandra Nettelbeck

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Se lo si considera per quello che è (cinema per la terza età al pari di Red, Marigold Hotel o Last Vegas) siamo davanti ad un capolavoro, se lo si considera in assoluto invece è un film dignitoso questo in cui Michael Caine lavora di fino per tenere tutto in piedi e non scadere mai nel baratro dell'implausibile melassa che è costantemente aperto ad un passo dalla linea della trama. Certo non nasconde mai quale sia il pubblico per il quale è pensato e le sue preoccupazioni non superano mai quelle di un anziano signore per diventare universali. Ma è un film decente.

Mr. Morgan è un anziano professore di filosofia americano che vive a Parigi pur non conoscendo il francese perchè era il posto in cui sua moglie (francese) stava meglio e in cui ha deciso di stabilirsi per lei fino alla sua morte. Da quando è vedovo si è lasciato andare, un giorno incontra per caso una ragazza e tra i due si stabilisce subito un feeling. Che ci sia o meno qualcosa di romantico o solo un'affinità spirituale è il punto stesso del film, ci vuole tutta la sua durata per spiegare questa relazione che i figli di Mr. Morgan (con i quali non ha un buon rapporto, elemento centrale del cinema per la terza età) subito etichettano come la classica avventura di una ragazza che vuol sfilare soldi all'anziano pronto a sganciare.

Ci sarebbe da chiedersi come mai in questo tipo di film che mettono in scena il pubblico della terza età per come ama e desidera percepirsi (cercando cioè di raccontare storie che possano sentire vicine a se stessi), ci siano così tanti rapporti conflittuali con i figli. Non è difficile capire come mai accada nei film adolescenziali, il conflitto generazionale è parte dell'universo simbolico di quella fascia, ma che lo sia anche per il pubblico più anziano è degno di stupore.
Ad ogni modo pur mantenendo fisso il pubblico Mr. Morgan's Last Love non cerca un'ironia sballata o di mettere in scena una terza età iperbolica in cui è tutto ancora possibile, che ricalca i film con protagonisti più giovani aggiungendo solo ogni tanto qualche riferimento divertito ai luoghi comuni dell'essere anziani. Cerca di essere più serio e sincero perchè, in una parola, non fa al suo pubblico un racconto che lo esalta ma uno da cui esce con luci ed ombre. E se la riconquista di un alito di vita per un anziano signore non è roba in sè in grado di appassionare chiunque, rimane che qui è trattata con grande abilità.

11.4.14

Oculus (id., 2014)
di Mike Flanagan

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C'è un segreto nel fascino di questo bellissimo film dell'orrore di serie B (nel senso migliore del termine, cioè asciutto e centrato sull'azione come motore di ogni cosa) ed è il ribaltamento che la protagonista intende operare trasformando la presenza infestante nell'oggetto di una caccia. Accadeva già (ma in una maniera davvero molto diversa) in Alta tensione di Alexandre Aja, qui Kaylie, sorella di Tim che dieci anni prima finì in un manicomio infantile per aver ucciso il padre, è determinata a dimostrare che suo fratello era innocente e ad uccidere i loro genitori è stato uno specchio demoniaco che possiede le persone e gli fa vedere e fare quel che vuole. Per fare ciò Kaylie, che lavora in una casa d'aste, è riuscita a ritrovare quello specchio, dieci anni dopo, e ha intenzione di attirare il male con diverse esche, di dargli la caccia, prenderlo e fare quello che nessuno (stando alle sue ricerche) è mai riuscito a fare: ucciderlo.

In questa ragazza (Karen Gilan) così fiera, sicura di sè, dotata di un piano preciso e della ferma volontà necessaria per eseguirlo che le viene da più di un decennio di vendetta covata, c'è un fascino incredibile (si veda la maniera eccitata con la quale spiega al fratello che forse la telefonata del ragazzo che ha ricevuto non era nemmeno reale). Curatissima, con i capelli rossi e una coda oscillante, le unghie lunghe e colorate, civetta, sexy, dotata di una calma che ha un sapore implacabile, Kaylie e la sua caccia che pare ribaltare tutto quello che sappiamo dell'horror (dai mostri si scappa sempre e con poca speranza!) sono quello che tiene attaccati alla sedia per tutta la prima parte del film.
Nella seconda, che dal thriller psicologico passa direttamente all'horror puro (con buon uso di sangue e immagini terrificanti), è invece l'abilità di Mike Flanagan di usare il montaggio per fini narrativi ad avvincere. Il regista ha infatti lavorato per anni come montatore e sembra conoscere l'arte del taglio come pochi altri. Associando i fatti del presente con quelli del passato (quando Tim e Kaylie erano bambini) Flanagan ce li mostra alternando i primi ai secondi, in molti punti mescolandoli come se esistessero nello stesso momento. E' una costruzione estremamente complessa che Oculus riesce a rendere semplice e chiara per lo spettatore, comprensibile senza nessuna fatica (che invece deve aver fatto Flanagan per arrivare a questo livello di fluidità).

Tutto questo è tanto più evidente se si confronta il film con il corto che lo ha originato (in una dinamica non diversa da quella di La madre), Oculus: Chapter 3 - The man with the plan (visibile qui), scritto e diretto dallo stesso Flanagan nel 2006. Sono presenti quasi tutte le trovate e le "regole" del mondo di Oculus assieme all'idea del ribaltamento e quasi tutti i dettagli della trama ma l'impressione è che la scelta del protagonista, la recitazione e la maniera in cui si arriva al punto non renda giustizia alla bontà dello spunto.
Si capisce insomma che il montaggio peculiare scelto per alternare presente e passato è più che una trovata spettacolare ma uno strumento narrativo che cambia di molto la percezione e l'attrattiva della storia facendo compiere a Flanagan (almeno per il momento) il passaggio da regista inventivo a maestro dell'horror.

10.4.14

I Knew Better - Grand Budapest Hotel

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Esce questa settimana quel capolavoro di Wes Anderson che pare un cartone animato realizzato con attori in carne ed ossa. Già visto e lodato da Berlinio.

9.4.14

Noah (id., 2014)
di Darren Aronofsky

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Il bello di Aronofsky è come riesca ad unire nella sua filmografia il piccolissimo e il grandissimo, Pi greco il teorema del delirio e The Fountain, trovando equilibri meravigliosi in film come Il cigno nero. Non c'è neanche da dire a quale estremo appartenga Noah, filmone biblico che descrive la creazione e il diluvio universale calcando la mano sulla guerra fratricida degli uomini (la malvagità della stirpe di Caino che fu la causa del diluvio). Come è superfluo dire quanto la grande costruzione hollywoodiana alla testa della quale è stato posto il volto di Russell Crowe coincida pochissimo con l'iconografia cui siamo abituati in Europa, più modesta, minimale e dimessa. Più austera. Qui di austero invece non c'è nulla ma, Genesi alla mano, nemmeno di fasullo. Si tratta di un'interpretazione di due ore e passa di qualcosa che è descritto in pochissime pagine.

E' insomma un po' arrogante e molto limitante guardare a Noah senza fare lo sforzo di calarsi nella mentalità del cinema che l'ha prodotto o pretendendo di cambiare la testa all'industria statunitense e sostituirla con la nostra.
Ciò non toglie che in più punti Noah possa irritare per quanto esagera in buonismi, veganesimo, plateali citazioni (il ramoscello d'ulivo portato dalla colomba), apologia di invasamento religioso, espressioni truci e titanismi da film fantasy, materia lontanissima dalla nostra visione della religione e più simile all'epica del cinema fantasy. Può infastidire anche la maniera in cui il sovrannaturale somigli alla magia più che alla volontà divina, cioè a qualcosa che viene dagli uomini invece che essere comandato dall'alto. Però è anche vero che, al netto delle iperboli di messa in scena spettacolare, Aronofsky non ha realizzato un altro The Fountain ma un film a suo modo semplice e rigoroso, che non smussa la Bibbia ma anzi la riporta fedelmente. Giganti inclusi.

Oltre a questo Noah ha un'apprezzabile maniera di conciliare umano e divino, cioè di incarnare un principio religioso da catechismo (ovvero educativo) in uomini concreti, svicolando la tentazione di fare della storia per scegliere senza dubbi il mito (i giganti, presenti nella Bibbia che diventano ammassi di pietra parlante, animali mitologici e battaglie colossali). Se si cerca di guardare il film accettando tutto di esso, anche ciò che appare più respingente, senza considerarlo la trasposizione di una storia vera ma quella di una completamente fasulla, tanto quanto lo sono le altre che vediamo al cinema, è allora possibile trovare degli scampoli di verità.
Sorprende infatti che in un film simile ci siano alcune delle più belle scene di passione, alcune delle più curiose sperimentazioni (il mondo costruito in time lapse), oltre ad una rilettura del simbolismo biblico legato alla colpa che passa per il montaggio tipico di Aronofsky. Associare rapidamente serpente/mela/violenza di Caino in un unico concetto (più volte riproposto) è infatti uno dei molti esempi di come Noah lavori cinematograficamente sui concetti chiave del mito biblico, comprendendoli e offrendone una lettura che favorisce una nuova digestione.
E' insomma molto facile criticare Noah, a tratti sembra addirittura che il film stesso presti il fianco a tali critiche oltre il tollerabile, ma è anche indubbio che la maniera in cui unisce sacro e umano, mitologia contemporanea e trasposizione della Genesi, non è per nulla banale nè merita derisione.

7.4.14

The Fake (Saibi, 2013)
di Yeon Sang-ho

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Non bisogna dimenticare che il cinema ci mente sempre. Sempre!
Perchè anche quando non fa dei racconti edulcorati di buoni contro cattivi, anche quando non mette in scena il buonismo e cerca invece il marcio, trova sempre qualcosa di positivo. Per la sua essenza e per il modo in cui fa narrazione deve identificare delle virtù nel protagonista in cui ci si immedesima. E se non è un buono allora cercherà di esserlo, se è il protagonista politicamente scorretto farà in modo di ravvedersi, anche di poco, anche a modo suo, oppure sarà la storia di come ci ha provato senza riuscirci. Pure i noir che di loro devono essere spietati frustrano i tentativi di personaggi di salvare se stessi e almeno un'altra persona. Questo cercare invariabilmente la parte migliore degli esseri umani in ogni caso, i loro sentimenti più nobili anche negli animi più gretti, è una menzogna che si ripete in ogni film, non ha niente a che vedere con il mondo reale. Non c'è nulla di male, si intenda, ma è così.

Per questo The Fake è incredibile.
Inizia con un cane che abbaia legato ad un catena e degli uomini che lo uccidono a martellate. E' la prima scena e si svolge davanti ad una chiesa. Ah dimenticavo: è un cartone animato.
In un paese della provincia coreana che sta per essere inondato a causa della costruzione di una diga la gente del luogo è irretita da un giovane prete che fa miracoli, fomentato da un uomo d'affari. Ovviamente è tutto finto, è una scusa per prendere soldi a paesanotti disperati, pronti a tutto per egoismo e volenterosi di salvare se stessi prima del vicino. Ma in questo gruppo noi seguiamo un uomo, il peggiore di tutti, un ubriacone che picchia la figlia adolescente dall'inizio alla fine (ripeto: a cazzotti in faccia alla figlia fino alla fine), inizialmente si scontra con l'uomo d'affari e quindi non crede a questa farsa della religione, è l'unico del paese a non crederci e per vendetta personale lo vuole incastrare. Non per fare del bene (state tranquilli non ne farà, per davvero non ne farà a nessuno, nemmeno a se stesso) ma per vendetta e livore generico, quello stesso che lo porta a giocare i soldi di tutta la famiglia e poi spaccare tutto a casa.

The Fake è un film straordinario, il primo capolavoro di questo 2014 e purtroppo temo che vederlo sarà impossibile. Lo ha portato in Italia il Future Film Festival (l'hanno scorso ci regalarono Wolf Children, il capolavoro del 2013 ora in Blu Ray, per il quale ancora li si ringrazia) e il Korea Film Festival ma difficilmente sarà distribuito in alcuna maniera. E' come se seguissimo la vita del villain di un poliziesco nel paese di Non aprite quella porta, dovunque ti giri non c'è speranza.
Tuttavia, nonostante l'abiezione morale e l'onestà disarmante con cui sono dipinti gli esseri umani siano la componente più in vista, in The Fake c'è molto di più. C'è la visione della religione non tanto come oppio dei popoli (quella è solo la considerazione di partenza) ma come un germe che ti trapana il cervello, un malessere che porta alla follia in poco alimentando una speranza senza senso, facendo appello a quello che chiunque vuole credere, come un morbo che scatena visioni e piega gli animi. Quello che in The Fake si fa per il proprio senso della religione ha dello sconvolgente. E' una versione aumentata d'ottani e decisamente più atea della visione di Il cattivo Tenente.
Evidentemente si tratta di un film per stomaci forti ma soprattutto per cuori di ferro, se ne esce distrutti intimamente ma è un viaggio di puro cinema che termina in una specie di tana di coniglio con un finale ancor più sorprendente e defintivamente disarmante di tutto quello che è successo.

3.4.14

Father and son (Soshite chichi ni naru, 2014)
di Hirokazu Koreeda

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Si chiama Like Father, Like Son quest'ultimo film di Hirokazu Koreeda (almeno questo è il titolo internazionale che per motivi che sono davvero incomprensibili in italiano è diventato Father and son quando "Tale padre, tale figlio" era lì a portata di mano) un titolo che va dritto all'idea più potente di tutta la storia narrata.
Si racconta di una famiglia benestante e in particolar modo di un padre, giovane e in carriera, con un figlio di meno di 5 anni che assieme alla moglie viene a sapere all'improvviso dall'ospedale in cui hanno partorito che c'è stato uno scambio alla nascita e il bambino che hanno allevato fino ad ora non è il loro figlio biologico. Entrati in contatto con l'altra famiglia e il loro vero figlio dovranno decidere cosa fare ma soprattutto capire se fare lo scambio oppure no e quindi quale figlio crescere, quello che gli appartiene biologicamente ma non umanamente (perchè cresciuto diversamente in un altro ambiente, con altri genitori e altre idee) o quello che hanno accudito e plasmato a loro immagine e somiglianza fin dalla nascita.

In tutta questa storia la parte che interessa davvero a Hirozaku Koreeda è l'elaborazione di un proprio concetto di paternità da parte di un uomo autoritario e determinato ad avere un figlio come lo intende lui, che gli somigli negli atteggiamenti e nell'abnegazione riguardo i propri obiettivi. La scoperta che il proprio figlio biologico è da un'altra parte cresciuto da un altro uomo gli dà immediatamente una malcelata speranza che gli somigli più di quello che ha cresciuto, reticente a fare lezioni di pianoforte, non incline a vivere con senso del dovere più accanito ogni competizione.
In questo film un essere umano cerca se stesso negli altri, ma non metaforicamente, lo cerca davvero, nascondendo male le proprie preferenze e i propri desideri, indagando i due bambini per scoprire in forma assolutamente privata se sia più figlio proprio colui che ha cresciuto o colui con il quale condivide il 50% del patrimonio genetico.

Conversazioni, osservazioni, sperimentazioni e terribili decisioni, nonostante spesso si fatichi ad essere daccordo con i protagonisti nessuna decisione è semplice e ognuna scatena una battaglia mentale nello spettatore per comprendere, capire, condividere e in ultima analisi attendere il responso.
Com'è allora evidente il merito principale di Father and Son è di rischiare moltissimo e creare una trama ad uso e consumo della frustrazione del suo protagonista. Egli è dipinto come rigido, altero, spietato con chi non è come lui e gli viene proposto un figlio biologico cresciuto da qualcuno completamente diverso, qualcuno che disprezza profondamente.
E' possibile filmare il processo di scarnificazione di un uomo nei riguardi di un altro? L'atto di indagare un animo in profondità, oltre la superficie, oltre i condizionamenti per scoprire l'essenza altrui? Si, e Hirozaku Koreeda lo fa affidandosi alle parole e in piccoli momenti improvvisi a immagini potentissime.