31.3.15

Home (id., 2015)
di Tim Johnson

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Al centro di Home ci sono i Boov, razza aliena di pupazzetti tutti uguali, con un modo loro di parlare che si distinguono per il colore che assumono e il rapporto, strano, che intrattengono con gli umani. Difficile non vedere somiglianze con i Minion (di cui ancora dobbiamo vedere le spinoff), alla stessa maniera i Boov sono un altro tentativo di conquistare il pubblico più infantile, quello che era lo zoccolo duro del cinema d’animazione.

Il problema del film, che si ispira al libro per l'infanzia di Adam Rex, è però tutto di scrittura, perchè Home non trova mai una chiave di lettura originale ed è molto goffo nei suoi reiterati tentativi di fare dei Boov un oggetto del desiderio e della simpatia del pubblico. Il risultato di tutta questa dedizione nel raggiungere uno scopo è in sostanza un lungometraggio animato di serie B, somigliante alle produzioni non americane a costi più contenuti che, per sopravvivere nell'ecosistema del cinema, cercano nelle maniere più bieche di piacere.
Home fa questo, insegue i bambini, proponendogli un grande aggregato di luoghi comuni di provato successo. Ci sono le scenette mute divertenti, ci sono i balletti, ci sono le gag scatologiche, ci sono i Boov che subiscono sul loro corpo esagerate punizioni e via dicendo ma di contro non si intuisce mai un autentico piacere della narrazione.

La grande corsa dei due protagonisti (un umana che cerca la mamma e un Boov odiato da tutti) attraverso il mondo non riesce mai ad essere vera avventura ma più un viaggio nei sentimenti semplici. Lo spostamento è tutto funzionale alla creazione di un rapporto e anche le rare scene d'azione (come quella con la punta della torre Eiffel) sembrano pretestuose poichè manca quella sofisticazione narrativa che nei cartoni animati migliori aumenta la caratura di qualsiasi evento.

Se la caratteristica della miglior animazione è infatti diventata la semplicità, cioè quella capacità di fare economia di movimenti, battute e dichiarazioni per riuscire a giungere all'essenza del racconto nella maniera più diretta e umile, conquistando come risultato una fascia di pubblico molto più ampia del solo target d'elezione, Home va in controtendenza. Il suo desiderio di piacere ai bambini e di essere a loro misura crea un pasticcio kistch che sa troppo di zucchero ed è facilissimo a dimenticarsi.

30.3.15

Ho ucciso Napoleone (2015)
di Giorgia Farina

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Il primo film di Giorgia Farina, Amiche da morire, è un piccolo gioiello di scrittura di Fabio Bonifacci, messo in scena con buona consapevolezza di cosa occorra per far realmente funzionare le ottime idee sulla carta. Ho ucciso Napoleone invece è una sceneggiatura scritta dalla stessa Giorgia Farina (aiutata da Federica Pontremoli) ed è un disastro che nella sua ultima parte piega quel poco di buono che c'era nella trama e sfocia nella stupideria.
Si tratta nuovamente di un film in cui un gruppo di donne cerca di sovvertire l'ordine del mondo degli uomini con un piano segreto (ma c'è un twist) ma non solo manca quella profondità di lettura sulle figure archetipe che aveva portato Bonifacci (nella sua sceneggiatura ogni personaggio è contemporaneamente fedele al suo stereotipo e più complesso di così), anche volendo trascurare quel tipo di lettura Ho ucciso Napoleone è un naufragio di stile.

La storia è quella di una manager in carriera che si trova licenziata di punto in bianco dalla società farmaceutica in cui si occupava di Risorse Umane. Distrutta dall'evento incolpa il direttore di cui è l'amante ed elabora un complesso piano per riprendersi il proprio posto che parte dal tenersi il bambino di lui da che aveva intenzione di abortire. Per farlo si fa aiutare da un sottoposto, la sua talpa dentro la società, da un avvocato ansioso e da un complesso di disoccupate che orbitano intorno ad un mercato nero di medicinali che si svolge davanti all'edificio della società.

Sembra quasi superfluo dire che il film (che è una commedia) non fa ridere, nè ha un'idea di ironia, di grottesco o anche semplicemente di paradossale attraverso la quale mettere in scena il mondo che ritrae, le battute sono a livello di "Sono diversamente magra" detto da una taglia forte. Anche i paradossi aziendali, gli intrighi di corridoio o l'ossessione per la carriera della protagonista (indovinate: alla fine rimarrà della stessa idea o si farà conquistare dal bambino?) non superano mai la vulgata comune.
A salvare il film dovrebbero almeno essere gli attori, a partire dal team eterogeneo di donne ma il gruppetto composto tra le altre da Thony, Iaia Forte e Elena Sofia Ricci è completamente disunito, non interagisce mai in maniera significativa nè al suo interno nè al suo esterno. La sua funzione è realmente incomprensibile. E di più non fanno nè Adriano Giannini nè Libero Di Rienzo (comunque, come spesso gli capita, il migliore), fino ovviamente a Micaela Ramazzotti, una volta tanto lontana dal suo tipico personaggio e per nulla in grado di reggere la parte principale del film.

Infine come già accennato Ho ucciso Napoleone ha un importante twist della trama che ammazza qualsiasi idea di plausibilità sia delle vicende che dei personaggi, ribalta molte cose che pensavamo di sapere, con l'intenzione di capovolgere molti ruoli e stereotipi sessisti (in realtà affermandone altri relativi ai maschi mammoni) ma riesce solo ad eliminare gli ultimi residui di interesse in una storia che a quel punto davvero non ha più niente da dire a nessun tipo di pubblico.
Totalmente pretestuoso il titolo.

25.3.15

La famiglia Belier (La famille Belier, 2015)
di Eric Lartigau

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Pensato con un oceano di bontà nel cuore La famiglia Belier è un film che porta al cinema la programmazione estiva del pomeriggio di Italia Uno.
I Belier sono un nucleo in cui padre, madre e secondogenito sono sordi, solo la primogenita ci sente. Integralisti del mondo della sordità hanno tutto un loro modo di organizzarsi, litigare, parlare e comunicare, anche se poi non possono quasi mai fare a meno della presenza dell'udente in famiglia per relazionarsi con efficacia con il mondo esterno. Mentre il combattivo padre decide di presentarsi alle elezioni del tranquillo paesino di campagna in cui vivono la primogenita, infilatasi nel coro della scuola per inseguire una cotta, scopre di avere delle potenzialità come cantante che i genitori non comprendono disprezzando gli udenti.

Attraverso il più classico dei ribaltamenti comici (chi ci sente è lo strano e il diverso) e una serie di grottesche amenità che sfruttano la mimica sopra le righe della famiglia non udente, La famiglia Belier crea un ambiente paratelevisivo di buonismo di provincia, con il minimo sindacale di approfondimento per ogni personaggio o anche solo di plausibilità per i suoi piccoli drammi. L'unico interesse di tutto il film sembra essere la possibilità di creare tenerezza intorno ai giovani amori e alle preoccupazioni dei genitori, il materiale tipico della commedia adolescenziale di grana molto grossa e scarsa agilità. Il cuore del film rimane infatti la lotta di una ragazza per la conquista della propria indipendenza (sia sentimentale che intesa come affrancamento dal nucleo originario) ma la soppressione di qualsiasi conflitto valevole che non sia quello per essere presa nella grande scuola di musica della capitale, uccide la credibilità di ogni situazione.

Piccoli sogni per piccoli personaggi che si trovano di fronte minuscoli ostacoli da superare grazie all'amore e al talento in una fotografia modellata sull'annullamento di qualsiasi impressione di cinema. Difatti, a testimonianza della derivazione televisiva di tutta l'operazione, il finale si presenta in piena tradizione "talentuosa", cioè la realizzazione della protagonista è instradata nella direzione più di moda nell'immaginario artistico televisivo degli ultimi anni, quella del canto.
Il fatto che il film sia stato nominato a 6 premi Cesar (quasi tutti per gli attori) e ne abbia vinto uno (Miglior attrice rivelazione) dovrebbe aiutarci a rivedere verso il basso i complessi di inferiorità verso il cinema francese.

The french connection (La french, 2015)
di Cedric Jimenez

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
C'è un fantastico paradosso cinematografico alla base di The french connection, ovvero il fatto che il film sia il controcampo logico di Il braccio violento della legge. La storia (vera) raccontata è la medesima, quella dell'invasione americana della mafia marsigliese e della sua cocaina ma il punto di vista è un altro, non quello statunitense (la destinazione) ma quello francese (l'origine).
Friedkin aveva usato quella storia per un film durissimo di frustrazione e disperazione, tenacia e paura d'impotenza, Jimenez invece ne fa un poliziesco storico tipico di questi anni, una ricostruzione molto in linea con quelle delle altre mafie o figure criminali europee viste in Nemico Pubblico n.1, Carlos, La banda Baader Meinhof, Romanzo criminale e via dicendo, in cui la coppia Dujardin-Lellouche dovrebbe essere il vero elemento di originalità.

Per raccontare la storia infatti Jimenez sceglie di partire dalle grandi individualità che si confrontano su lati opposti della barricata. Il commissario integerrimo e volitivo contro il boss mafioso, entrambi deboli a modo loro, entrambi determinati a diventare più di quello che sono. Neanche a dirlo quindi il mondo di The french connection è uno in cui la morale delle persone non è data dal distintivo o dall'appartenenza alla mala ma dalle scelte che ognuno compie ogni giorno. Forse anche per questo nel film esiste un potente senso del passare del tempo, molto più attraente dell'intreccio in sè, cioè dell'effettivo susseguirsi di eventi, indagini, svolte o tradimenti. Il tempo che passa insomma misura il film più dei suoi eventi, l'ineluttabile trascorrere degli anni non solo fa invecchiare i protagonisti e cambiare i tempi ma muta anche i punti di vista e le convinzioni. Tuttavia quest'elemento, specie nella seconda parte, contribuisce ad una certa stanchezza in un'opera eccessivamente lunga (poco più di due ore) che ama rigirarsi nelle coperte del suo stesso dramma, illudendosi di poter giungere a conclusioni che non siano quelle della vera cronaca.

Forse Jimenez ha puntato troppo sulla forza dei due attori protagonisti, i cui incontri/scontri lungo tutto il film vengono centellinati e quando arrivano non sono così soddisfacenti. Lellouche e Dujardin sono infatti chiamati a portarsi sulle spalle una grandissima parte del film, solo che mentre il secondo riesce ampiamente a riempire lo schermo d'inquietudine frenetica, saziando la sete dello spettatore di dettagli sulla storia anche solo con l'interpretazione, il primo pur avendo quello che sulla carta è il personaggio più interessante (il villain con famiglia) annaspa nel consueto universo di "regole morali" da gangster senza trovare un senso per sè.

24.3.15

Una nuova amica (Un nouvelle amie, 2015)
di François Ozon

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Che ruolo hanno le donne nella società contemporanea? A Ozon piace molto esplorare rischi, pericoli e possibilità di donne giovani e non più giovani nei suoi film. Alle volte ridendone, alle volte con grande serietà. A cosa sono soggette? Che devono sopportare? E in cosa sono avvantaggiate? È come se tutta la sua filmografia esplorasse piaceri, dolori e contraddizioni di essere donna. Ragionando da questo punto di vista sembra allora scontato che prima o poi sarebbe arrivato un suo film sul travestitismo, cioè su un uomo che vuole apparire donna. Il desiderio di esserlo da parte di chi non lo è. Il protagonista non vuole cambiare sesso, non è nemmeno omosessuale, vuole solo vestirsi da donna, vuole solo poter esperire il piacere dell'abbigliarsi esperito dalle donne, e questo desiderio aumenta in corrispondenza della morte della moglie. Nonostante David (interpretato da Roman Duris) sia l'oggetto dell'attenzione del film, lo stesso non è il vero protagonista, e questa è la parte più interessante di un'opera che più avanza più sembra far di tutto per scoraggiare lo spettatore.

È infatti l'amica di David (ma soprattutto amica da sempre della defunta) la vera protagonista, il personaggio che affronta una trasformazione anche se di rimbalzo rispetto a quella di David. Nello scoprire la mania del vedovo della sua migliore amica e poi nel fomentarla, come a cercare di poter rimettere in piedi il perduto legame con la defunta, Anais Demoustier sembra lentamente compensarlo e diventare mascolina (con molta moderazione). Flagellata da paure e incubi è lei la vera donna incastrata in una storia di incertezza sessuale.
L'inizio è folgorante, un montaggio quasi muto di piccole scene della vita delle due amiche dall'infanzia al matrimonio, sembra che per pochi minuti Ozon adotti lo stile di carrelli e stacchi di Soderbergh per fare un riassunto moderno e antico al tempo stesso. Mette in scena un complesso di prime volte e dichiarazioni d'amicizia, ordinarie invidie tra amiche e un fantastico senso di "aspirazione". Per Claire la sua amica Laura è un mito, più bella, più di successo con gli uomini, sposatasi prima di lei e anche fidanzatasi prima di lei, addirittura soffre le delusioni del tradimento prima di lei. Claire un po' vive la sua vita attraverso Laura e quando la ritrova in David forse vuole tornare a quella piacevole vita per interposta persona.

Dettaglio aggravante è il fatto che Una nuova amica sia girato con uno splendido stile anni '50, nel quale i momenti di suspense sembrano echeggiare le soluzioni di Hitchcock ma con un garbo esaltante. È aggravante perchè a fronte di tutto questo, Una nuova amica, nella sua seconda metà, si perde, scoraggia lo spettatore nella misura in cui rimanda continuamente le svolte senza avere nel frattempo qualcosa di interessante da dire. Rimesta intorno alle paure di Claire senza darle la tensione che aveva all'inizio. Ad un certo punto l'impressione è che si perda del tempo. In realtà il film cerca di muoversi in punta di piedi, prepara la svolta finale con dovizia e lentezza, ma svaporando di scena in scena l'interesse nei confronti di personaggi che diventano sempre meno originali e sempre più mosci.
Un intollerabile risveglio finale poi mette la pietra tombale sul film.

19.3.15

Latin Lover (2015)
di Cristina Comencini

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Il Latin Lover del titolo è il cinema italiano che è stato, inguaribile seduttore di cuori che oggi è morto e nel cui ricordo vivono tutti coloro che l'hanno conosciuto.
In realtà sarebbe Saverio Crispo, attore inventato, appartenente all'età dell'oro del nostro cinema (dal dopoguerra fino alle fine degli anni '70) che vediamo solo in sequenze di film da lui girati. L'ultimo lungometraggio di Cristina Comencini ruota intorno alla mancanza di questo grande attore nelle vite di moglie e figlie lasciate sole e adoranti. Vitale e scapestrato, Saverio Crispo è stato infedele a tutte le sue diverse mogli e ha affascinato le figlie, lasciandole comunque con il desiderio di avere di più. Ha girato in Francia, in Spagna e poi in America, ha avuto anche una figlia svedese, tutte si riuniscono per commemorarlo a 10 anni dalla sua scomparsa.
Gli spezzoni dei film di Saverio Crispo sono i caposaldi del nostro cinema, c'è un finto Il sorpasso, un finto spaghetti western, un finto La classe operaia va in paradiso, un finto Brancaleone e via dicendo, Crispo sembra riassumere principalmente Gassman, Mastroianni e Volontè ma l'idea è farne la personalizzazione dell'assenza di quell'era con i suoi generi diversi, i suoi grandi momenti e la sua potenza vitale. In questo il film riesce bene ma ha anche presa facile sugli spettatori che già sentono tale mancanza.

L'ultimo grande riferimento, infine, è a Speriamo che sia femmina di Monicelli, da cui è presa l'idea di un cast internazionale tutto al femminile (con anche una svedese) e la location campagnola, isolata e isolante (ma le interazioni tra le protagoniste sono lontanissime dal potente minimalismo di quel film).
Purtroppo Latin Lover spiattella il suo parallelo tra personaggio e cinema italiano con un fastidioso e superfluo cartello finale, svelando intenti didascalici fastidiosi, quando invece il meglio di sè lo dà nella rievocazione di un personaggio che non è mai esistito e la cui assenza e mitizzazione è la medesima del cinema italiano (contemporaneamente giusta e opprimente). Gli artisti migliori che sono in realtà le persone peggiori, il desiderio di mangiare e avere donne, il materiale di repertorio unito agli aneddoti per raccontare attraverso la smania di vita e la potenza sessuale, quella potenza e smania di vita di un cinema che oggi ci pare inesauribile. Tantissimi film prodotti ogni anno di tantissimi generi diversi padroneggiati, come tantissime donne di paesi e caratteri differenti possedute e amate, fino alle tante figlie di quell'epoca che non sono in grado di raccoglierne l'eredità e forse vorrebbero emanciparsene. Le possibilità offerte dall'allegoria sono tantissime e sembrano esistere più nella testa di chi guarda e vuole leggere il film che nel film stesso, molto chiaro al momento di fondare la metafora e molto meno deciso nel saperla sfruttare.

È evidente dal cognome che porta che Cristina Comencini non è estranea all'idea di una grande famiglia di cinema italiano, si vede inoltre che conosce molto bene i meccanismi che si scatenano intorno a figure grandi e ingombranti. Saverio Crispo è bello, è fascinoso, è importante, è un genio della recitazione, è il massimo sullo schermo ma nella vita privata il minimo. Eppure non importa a nessuno, tutti lo adorano lo stesso e a tutti manca in un weekend nel quale 2 diverse generazioni di donne della sua vita si incontrano svelando e scoprendo una miniera di misteri e incroci di cui non erano a conoscenza e che potrebbero gettare più di un'ombra sul padre/marito.
Ci sono quindi due anime in questo film, una è quella già raccontata, l'assenza di un cinema continuamente rievocato, l'altra è quella della trama propriamente detta impegnata a raccontare come ogni personaggi cerchi di barcamenarsi in una vita influenzata da quest'uomo, una commedia delle agnizioni e svelamenti molto leggera e impalpabile. Con dei dialoghi di certo non formidabili e alcune svolte abbastanza insapori Latin Lover dovrebbe sollevarsi grazie alle interpretazioni ma non è sempre così. Solo una parte del grande cast è realmente accordato e non è difficile prevedere quale. Marisa Paredes, Candela Peña e Angela Finocchiaro (fantastici i duetti con Neri Marcorè) marciano ad un altro ritmo e spesso sono frenate dalle più mosce Valeria Bruni Tedeschi, Pihla Viitala (deleteria) e soprattutto da Virna Lisi, a cui è stato sventatamente affidato il ruolo più grande e che in ogni momento porta una ventata di artificiosità quando le sue colleghe fanno di tutto per dare un andamento naturale a scene che da sole non l'avrebbero. Infine ad interpretare il mitico Saverio Crispo c'è Francesco Scianna. Si poteva chiedere di più.

Insurgent (id., 2015)
di Robert Schwentke

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Sono davvero impressionanti i punti in comune tra la serie di Divergent e quella di Hunger Games, somiglianze della trama che poi trovano un corrispettivo anche nella storia produttiva. Questo secondo film infatti (Insurgent, titolo che rimanda alla rivolta come fa il terzo Hunger Games) cambia buona parte del team creativo, tutti gli sceneggiatori, il regista e buona parte della crew tecnica con un netto cambio di ritmo e riuscita come era successo in La ragazza di fuoco. Ma se il film precedente era una copia decente del modello originale, per l'appunto la saga di Katniss Everdeen, questo secondo ne è una versione burina e dozzinale, in cui tutti i temi e le idee su come trattare oggi una distopia di fantascienza senza fare davvero della fantascienza, vengono declinati nella maniera più spiccia ed immediata.

La serie si chiuderà con un capitolo conclusivo diviso in due parti (come Hunger Games) e dopo aver mostrato i presupposti del racconto ora introduce una seconda fazione, i ribelli, appartenenti ad una categoria che il governo centrale aveva spacciato per deceduta o mai esistita (come il tredicesimo distretto di Panem). A capo dei ribelli un'attrice nota (Naomi Watts come Julianne Moore) con dei piani che non sembrano proprio quelli dei soliti ribelli ma girano intorno all'instaurazione di un regime differente.
A distanziarsi da Hunger Games è il ruolo della protagonista. Tris non è Katniss, è una specie di prescelta per destino (mentre Katniss forgia da sè il proprio ruolo) e in questo secondo film esplicita un conflitto a dir poco ridicolo: il classico "Tutti quelli che sono vicino a me finiscono per morire".
Goffo in ogni sua componente, specie nelle sequenze d'azione, Insurgent massacra qualsiasi buona premessa imbastita da Divergent, affidandosi eccessivamente alle interpretazioni di attori non in grado di reggere da soli un film (le due migliori sono messe al margine) e disinteressandosi della costruzione di un ambiente vitale. Robert Schwentke sembra aver montato per errore i ciak scartati invece di quelli riusciti, tanto molti momenti paiono svogliati.

A non aiutare per niente ci sono poi i difetti che la saga si porta dietro dal suo esordio in sala. Pur mantenendo la medesima assurdità di fondo il futuro di Insurgent è anche meno coinvolgente di quello di Divergent (perchè se si è dotati di tecnologia avanzatissima si vive in città distrutte senza ripararle?), sacrifica qualsiasi svolta o possibile trovata di trama sull'altare di un'emotività tanto sbandierata quanto insapore. Non importa quanto senso abbiano gli eventi, importa che la protagonista si commuova ma in questa maniera non abbiamo mai percezione del suo dolore.
Il risultato è l'alternativa "facile" ad Hunger Games, un romanzo di formazione che ha il medesimo intento femminista (in questo caso si vuole mostrare alle ragazze che non devono essere quel che la società impone loro ma possono assumere più ruoli e identità) messo in scena in maniera così semplice da risultare didascalico. Sconfitto su ogni fronte dal paragone sia con la serie cui si ispira, sia con il suo stesso primo film, Insurgent è infine letteralmente affossato dalla protagonista Shailene Woodley, a disagio in qualsiasi tipo di scena, specie nei primi piani.

17.3.15

La solita commedia (2015)
di Fabrizio Biggio e Francesco Mandelli

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
La solita commedia è insalvabile ma almeno non è l'ennesimo esempio di cinemino quieto e per belle famiglie, tarato nei casi migliori su standard visivi pubblicitari e ironia inesistente, buonista invece in quelli peggiori, contro nessuno e a favore di tutte le brave persone. 
Le premesse del film sono così esili e pretestuose da rasentare l'episodio televisivo, la realizzazione è così sciatta e svogliata che si avvicina allo standard aureo della tristezza dei Fantozzi di Neri Parenti, eppure non si può negare che il nuovo film di Biggio e Mandelli, che non si firmano più I soliti idioti (anche se lo schema è il medesimo della serie tv omonima che li ha lanciati come coppia comica: molti personaggi in molte scenette autoconclusive per fare satira di costume), abbia una vena cattiva inusuale e inacidita, un sano livore contro la razza umana che li porta a prendere in giro tutti con pochissima bonarietà e nessun candore. Se I soliti idioti (al cinema) viveva molto del dinamismo inesauribile di Ruggero De Ceglie, cioè la maniera con cui Biggio e Mandelli uccidevano i padri e ridicolizzavano il mondo genitoriale meschino e vessatorio lasciato in eredità alla loro generazione, La solita commedia è effettivamente sbriciolato in tantissime scene diverse, non tutte del medesimo livello.

L'espediente che scatena il racconto è la difficoltà, all'inferno, di catalogare i peccati, empasse che spinge Satana a conferire con Dio (Inferno e Paradiso sono una cosa unica, una pastetta) convincendolo a trovare la poco fantasiosa soluzione di rispedire sulla terra Dante Alighieri per 24 ore. Il compito è stilare un elenco dei nuovi peccati. Viviamo assieme Dante e un Virgilio molto terreno una giornata tipicamente italiana, dalla mattina all'alba del giorno dopo, in cui il poeta vede davanti a sè diversi esempi di peccatori moderni, rigorosamente catalogati per gironi e neo-peccati.
Difficilissimo considerare "film" quest'aggregato di sketch blandamente uniti da una trama pretestuosa (e tutti interpretati dai medesimi attori con trucchi diversi). Se però c'è una cosa che, a tratti, La solita commedia possiede e di certo appartiene al cinema, è uno sguardo ampio e onesto sulla realtà che racconta, di certo più audace e arrogante di quello televisivo.

Si passa infatti da momenti di sconfortante banalità a piccole chicche di umorismo riuscito (il nonsense della coppia in cui la moglie non trova le cose, gli incapaci del wi-fi, i covatori di rabbia, Dio impasticcato, Gesù adolescente e via dicendo). Per la cronaca i primi sono nettamente più numerosi dei secondi ma le parti migliori del film hanno quasi tutte in comune la capacità di attaccare senza mezzi termini i margini della società. Invece che carezzarli o elevarli e identificare in essi, in quanto minoranze, un piccolo tesoro da guardare pietosamente, Biggio e Mandelli li prendono di mira senza mezzi termini. Uomini e donne piccini, "medi" nell'accezione più deleteria del termine e spesso brutti e schifosi. Proprio quest'abbinamento di ordinaria miseria e messa in scena inadeguata avvicinano il film, come già detto, ai mondi grotteschi di Fantozzi ma di certo non quello raffinato di Salce, quanto quello scalcagnato di Neri Parenti. 

A tratti controcorrente e per nulla conciliante La solita commedia è indubbiamente molto di più di quanto tanta commedia non divertente e buonista ci propini quasi ogni settimana, ma anche molto meno di un film nel senso completo del termine. Per questo non si può non far notare a quanti identifichino in Biggio e Mandelli il perfetto esempio del peggio prodotto in Italia come questi film tecnicamente pessimi, rispetto ai più blasonati e vuoti campioni della commedia non divertente e tutta uguale, se non altro sono (a tratti!) animati dallo spirito del cinema migliore, quello che non mira a calmare ma ad agitare.

16.3.15

Cloro (2015)
di Lamberto Sanfelice

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
L'esordio di Lamberto Sanfelice era uno dei film della pattuglia italiana all'ultimo festival di Berlino (sezione Generation, quella del cinema per e su i ragazzi) ma prima era passato anche al Sundance e del resto dell'esordio italiano ha tutti caratteri tipici.
La storia è quella di Jennifer e del fratello, costretti a lasciare Ostia per i monti dell'Abruzzo, zone desolate e per loro totalmente aliene (il fratello piccolo non sa nemmeno cosa sia uno skilift), nelle quali devono vivere grazie alla bontà di uno zio che ha deciso di ospitare loro e il padre caduto in depressione totale dopo aver perso il lavoro e la moglie. Mentre il fratello piccolo viene inserito nella scuola locale, Jennifer (sebbene minorenne) trova un lavoro come donna delle pulizie in un resort ma ha in testa solo il nuoto sincronizzato che ha abbandonato ad Ostia. Nonostante niente vada bene continua ad allenarsi di nascosto nella piscina del resort contando di riuscire a tornare per i campionati assoluti.

Al centro di tutto c'è uno sradicamento che non vediamo, il film inizia già tra i monti, Ostia e il suo clima diverso sono solo un ricordo rievocato a parole, lì dove nessuno si trova bene, non i due fratelli, nè il padre che non fa che crogiolare nella propria apatia. Tutto quel che di interessante Cloro ha da dire lo fa attraverso il nuoto sincronizzato. C'è un bellissimo inizio in cui una nuotata in una piscina con fondale a specchio ripresa a filo di piombo rivela che non c'è nessun fondale a specchio, sono effettivamente due nuotatrici una di fronte all'altra che fanno una vasca coordinatissime, e così il film procede tra riprese subacquee e improvvisi stacchi in superficie.
Non ci sono dubbi che l'idea in sè sia ottima e Sanfelice sappia anche trovare nelle immagini del nuoto sincronizzato i momenti più sorprendenti, ma è anche evidente che la fiducia del regista in questa chiave di lettura sia eccessiva.

Tutto ciò che non avviene in piscina è ripreso con pochi fronzoli ed inquadrature essenziali, i momenti di vita difficile (Jennifer fa la spesa, cucina, bada al fratello e riprende il padre nei suoi vagabondaggi) come i rari attimi di allegria. Cloro sembra girato seguendo il manuale del buon cinema d'autore, adempie a tutti i passaggi giusti, applica lo stile e l'immaginario di comprovato successo (gli opposti, i doppi, il paesaggio e il personaggio, lo straniero salvifico, la bontà altrui, l'attività che parla del personaggio e l'impossibilità per il personaggio di risolvere la sua situazione), per cogliere non tanto una storia vera e propria quanto un momento di una storia più grande. Non vediamo nè ciò che ha portato a questa situazione, nè come finirà, non sono gli eventi in sè per sè ad ineressare Cloro ma come Jennifer cerchi di battersi fuori e dentro di sè per riuscire a tenersi stretta quella parte della propria vita che le serve per affermare la propria identità (il nuoto sincronizzato). Le intenzioni migliori che tuttavia non si tramutano in un film alla loro altezza. 
Solo per un attimo, nella chiusura, sembra di intravedere le potenzialità di questa storia in uno stacco rapidissimo tra Ostia e l'Abruzzo, una piccola esagerazione di montaggio che proprio per la sua scarsa convenzionalità colpisce più di tutto il resto del film.

12.3.15

N-Capace (2014)
di Eleonora Danco

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
C'è come al solito l'irrisolto rapporto con il nostro passato al centro di N-Capace, film di interviste (non documentario, nè finzione) inframezzate da momenti di sapore teatrale totalmente fuori contesto. A parlare, oltre all'autrice, sono solo anziani e giovani. I primi, quasi tutti di Terracina (paese d'origine dell'autrice) sono troppo vecchi e immersi nel mondo che Eleonora Danco li porta a rievocare, i secondi, quasi tutti di Roma, troppo schiacciati sul loro presente (tutti in età da liceo) perchè le loro parole possano avere un respiro che non sia autoriferito, solo incrociando ciò che eravamo con ciò che siamo si dovrebbe comprendere qualcosa. E invece non è così.

Mentre la stessa autrice nei suoi interludi teatrali si pronuncia apertamente a favore della memoria, del ricordo e della lotta per tutto ciò che è stato e non è più (i cambiamenti in questo film sono sempre quelli verso il peggio), beandosi delle spontanee reazioni degli astanti alle sue scialbe perfomance teatrali, gli intervistati parlano di terribili violenze tra marito e moglie, di educazioni materne dure e costrittive, di società troppo ingerenti nella vita personale e poi, di colpo, dell'esatto opposto, cioè di un mondo in cui nulla sembra contare niente, le istituzioni come la scuola si saltano, non si frequentano o si trascurano e il lavoro è un miraggio di pragmatismo. Solo il padre dell'autrice merita un trattamento diverso, della sua intervista vediamo le parti di racconto al pari del "fuori scena", cioè la lotta con la figlia per mantenere una forma di pudore e privacy davanti all'obiettivo.

Come sempre una persona che racconta di sè e del proprio mondo, se mostrata con parsimonia e tramite un montaggio ben orchestrato, è uno spettacolo in sè. È il piacere della narrazione basilare e N-Capace ne abusa per tenere avvinto lo spettatore ma fallisce ogni qualvolta cerca di mettere le storie dei suoi intervistati in relazione tra di loro per dire qualcosa di più grande. Nonostante la fotografia di Daria D'Antonio (l'unica parte del film che davvero riesce ad andare oltre ciò che viene rappresentato) il film ha pochissimo da dire e molto da aggregare. La grandissima massa di stimoli, idee e discorsi che N-Capace vomita sugli spettatori con indubbio piacere di entrambi, nonchè lo stesso spunto di mettere a confronto degli anziani che rievocano le loro giovinezze e dei giovani che raccontano il loro presente, è letteralmente buttato.
Sarebbe compito di chi guarda trarre qualcosa dal grande raffronto del film, tra questi due esempi lontanissimi di gioventù, e non è nemmeno difficile farlo. Ciò non leva che la mancanza di sguardo di Eleonora Danco su ciò che racconta dà vita sia al più piatto dei montaggi (durante le interviste), sia alla più retorica delle prese di posizioni narciso-retroguardiste (negli intermezzi che la vedono protagonista).

11.3.15

Io sono Mateusz (Chce sie zyc, 2015)
di Maciej Pieprzyca

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
Nella storia finta di Mateusz (ispirata a quella vera, mantenendo premesse ed esito finale ma mescolando tutto quel che sta nel mezzo), un ragazzo disabile e incapace di comunicare, che nasconde un mondo dentro di sè in attesa che arrivi qualcuno a credere che sia più di un vegetale, c'è la precisa volontà di mettere in scena il meglio della vita partendo dalla più amara delle storie. C'è la precisa intenzione di mettere in scena il sole.
Il film si svolge lungo circa 20 anni di storia polacca e non c'è mai un giorno di pioggia o anche solo nuvolo, anzi, il sole è una componente determinante di quasi tutte le inquadrature. Illumina il volto di Mateusz alla finestra, batte contro il pavimento sul quale striscia, riempie di luce le stanze degli ospedali e spesso viene inquadrato direttamente tra le fronde in meravigliosi pomeriggi d'estate polacca. A Maciej Pieprzyca non piace il grigio della realtà o la mestizia della vita vera e li scaccia via a colpi di meravigliose giornate di sole in un film che si propone di guardare con ottimismo gli eventi più tristi. Il titolo originale non mente: Life is good (per l'italiano si rischiava un'omonimia fastidiosa e si è così scelta la locuzione più tipica per i film sui disabili).

Nelle grandi giornate di sole Mateusz, che per la sua condizione potrebbe apparire come il simbolo stesso della morte (non si esprime, non parla ed è ritenuto incapace di pensare razionalmente) fa solo cose vitali come guardare le tette delle donne. Solo noi lo sentiamo esprimersi tramite la sua voce interiore, commenta ciò che accade, ci spiega il suo rapporto con madre, padre, fratello e sorella nonchè la sua filosofia di vita e la maniera in cui vede ciò che lo circonda. Che lo veda da terra (è l'unico a sapere dove stia la spilla che la madre ha perso sotto il divano ma non può dirlo) o da una finestra, è sempre appostato meglio degli altri per capire cosa accada, spiare i vicini o addirittura tentare di ucciderli se lo meritano. Nella più difficile e dura delle condizioni Mateusz sembra avere tutte le opportunità del mondo e una vita tutto sommato rosea, viste le sue condizioni, nell'assolata e tranquilla Polonia comunista degli anni '80 e '90. Un luogo da villeggiatura.

È facendo appello ai sentimenti migliori e raccontando le persone più splendide (c'è un breve montaggio di momenti con il padre che è un gioiello di retorica per immagini) che Io sono Mateusz attivamente "compra" gli spettatori. La moneta con cui li paga è una visione migliore della realtà, la possibilità di guardare una storia (più o meno) vera e credere che possa essere stata così bella, nascondendo le parti peggiori e mettendo in risalto solo la strada in discesa, tradendo addirittura anche il suo contesto prima metereologicamente e poi storicamente. 
L'esatto contrario di Lo scafandro e la farfalla, l'incredibile film di Julian Schnabel che, partendo da presupposti simili (un essere umano intrappolato nel suo corpo, incapacitato ad esprimersi), è ben più radicale e drastico nelle scelte (non solo il punto di vista quasi solo in soggettiva ma anche l'angoscia di una vita diversa e peggiore rispetto a quella condotta prima dell'incidente). È la differenza tra prendere di petto persone, eventi e asperità e rifugiarsi in una storia che come Mateusz è imprigionata in un film che si esprime per lei, a zucchero e canditi.

10.3.15

Suite francese (Suite francaise, 2014)
di Saul Dibb

Share |
0 commenti

PUBBLICATO SU  
È forse per la curiosa origine e struttura del romanzo da cui è tratto che Suite francese assomiglia molto poco al cinema sull'olocausto come Hollywood l'ha canonizzato (e il resto del mondo imitato). Si tratta infatti solo di una parte di un poema sinfonico più grande, ideato da Irene Nemirovsky, pensato in 5 capitoli di cui ne sono stati scritti solo 2 per la sopraggiunta deportazione della scrittrice nei campi di concentramento. Rimasto confinati tra i molti scritti in mano agli eredi fino agli anni '90, quando sono stati consegnati in blocco ad un istituto, il romanzo (o meglio le 2 parti del poema sinfonico) è stato scoperto. Ora diventa anche film, perdendo qualsiasi riferimento all'opera maggiore incompiuta ma conservando un andamento zoppo che è una benedizione.

La storia è un melò di ambientazione bellica, pensato nella Francia di provincia in cui i tedeschi mantengono l'ordine con pugno di ferro e in cui una ragazza il cui marito è al fronte (ma vive con la nuora) si innamora di un ufficiale nazista, più gentile della media che in lei vede una sua simile, qualcuna con interessi intellettuali, idee e passioni vicine alle sue.
La cosa più forte di Suite francese è come dipinga un piccolo mondo provinciale dall'atteggiamento schizofrenico nei confronti degli occupanti. Odiati e temuti eppure amati nella notte (non solo la protagonista ha rapporti con gli occupanti ma diverse donne trovano in loro gli uomini che la guerra gli ha sottratto), ritenuti inferiori rispetto ai francesi ma mai quanto i connazionali villici, i nazisti di questo film non sono peggiori delle persone che comandano. C'è quindi un assurdo filo che lega Suite francese, nella versione di Saul Dibb, a Fury, il film di Daivd Ayer: qui il melò, là il film di guerra, generi opposti con ritmo e piacere per la violenza opposte ma entrambi provincialmente francesi e determinati a mettere in luce l'identità di nazisti e alleati nel momento in cui si concretizza la guerra (la dominazione e la resistenza).

Se in Fury l'identità è questione di atteggiamento di fronte alla morte (non importa chi siamo, importa come la guerra ci ha cambiato e tramutato in macchine di onore e coerenza), in Suite francese sta tutta nella vigliaccheria. Ad esserne immuni sono solo i due protagonisti e non si può negare l'abilità di Dibb nel mettergli intorno un piccolo inferno che dia risalto ai loro momenti di intimità, quelli in cui sembrano Bella e Bestia in un mondo allo sfascio. 
A partire dall'abbigliamento e dall'acconciatura per finire fino al portamento Michelle Williams e Matthias Schoenaerts risaltano nel mucchio come gioielli gemelli. Non si presentano, non parlano e non appaiono come gli altri, più regali, più distinti, più elevati si aggirano come mosche bianche, sembrano quasi fratelli tanta è la somiglianza di modi e la differenza con il resto di un mondo in cui, entrambi, vivono loro malgrado e dal quale non sono ben accetti. Due reietti, due "diversi" nel peggiore dei contesti, messi uno contro l'altro, obbligati ad amarsi di nascosto. 
Poteva finire malissimo questa storia, cioè nella banalità, invece la mancanza dei successivi capitoli le dona una chiusa in media res che lo avvicina all'irrisolutezza della vita vera.