29.1.15

Notte al museo 3 - Il segreto del faraone (Night at the museum - Secret of the tomb, 2014)
di Shawn Levy

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Prima il museo di storia naturale di New York, poi nel secondo film lo Smithsonian e ora la trasferta al British Museum. Cambiano i contenitori ma non il succo. Di museo in museo infatti non cambia l'odissea di un guardiano attraverso una serie di artefatti che prendono vita e non sanno di essere artefatti animati, tra esseri umani da convincere (con relative gag) e animali da combattere. Non cambia nemmeno l'idea comica di avere di volta in volta strane opere o sculture peculiari che reagiscono ai passanti come personaggi della propria epoca (stavolta è la statua di cera di Lancillotto), aumenta solo la brigata che ogni volta il guardiano si porta dietro, costituita dal meglio dei personaggi conquistati nell'episodio precedente (la personificazione del principio base dei sequel "more of the same").
Questa volta dunque l'avventura tutta in interni di Shawn Levy si divide in tre blocchi: quello principale di Ben Stiller e Robin Williams, quello dei piccoli Owen Wilson e Steve Coogan in un universo da Shrinking man e infine un segmento con Rebel Wilson (guardiana del museo inglese) e un uomo preistorico sempre interpretato da Ben Stiller.

Arrivato al terzo film il principio alla base della storia si è ovviamente usurato, dunque gli scheletri di dinosauro che si comportano come cani o le statue dei leoni che invece si comportano come gattini o ancora l'aderire delle ricostruzioni storiche alla realtà della storia (il plastico di Pompei in cui erutta il vulcano), sono più che risaputi e regalano qualche risata solo per il piacere della ripetizione del noto. Nè il grande inseguimento di un oggetto conteso (la tavoletta da cui dipende la vita degli artefatti) può animare uno svolgimento scialbo a cui solo la dinamica da videogame (in ogni stanza un boss diverso da affrontare) può donare un po' di ritmo.

Come un unico lungo film o le diverse prove di un medesimo spettacolo, i tre film di Una notte al museo narrano la medesima storia con fogge, gag e personaggi che sono le variazioni dei medesimi temi, incastrati lungo la medesima struttura. Sembrano degli adattamenti gli uni degli altri e, così come sono intesi, sono replicabili in qualsiasi altra struttura museale a partire dall'originalità dei loro pezzi (ad esempio al Louvre con la Gioconda, la Venere di Milo o la Nike alata). È il segreto del loro continuo successo, dare al pubblico quel che cerca con precisione millimetrica, e contemporaneamente quello della loro infinita stanchezza, sempre più prodotto industriale fatto in serie (se non lo erano già alla prima versione) e sempre meno guizzo inventivo.

A stupire è solo la chiusa del film, di inedita malinconia e incomprensibile tristezza. Giunti (forse) alla fine della corsa Levy e Stiller hanno deciso di concludere quest'avventura nella meno prevedibile delle maniere e soprattutto con un primo piano del protagonista, eslcuso da tutto, che ha un tono fatalista e autunnale che non appartiene alla saga o al genere e che, proprio per questo, risveglia di colpo l'assopito spettatore.

28.1.15

Unbroken (id., 2014)
di Angelina Jolie

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Sulla carta era uno dei progetti meno convenzionali della stagione: Angelina Jolie che affronta di petto il film di guerra all'americana (dopo averlo fatto di rinterzo con un film di guerra dal sapore più europeo come In the land of blood and honey), grazie ad una sceneggiatura dei fratelli Coen, tratta da una clamorosa storia vera, a sua volta narrata in un libro. C'erano insomma tutti i possibili materassi su cui cadere e anche più di un aiutino per rimanere in piedi (vale la pena ripeterlo: la sceneggiatura è dei fratelli Coen), proprio per questo il tonfo è più sonoro che mai. 
Tuttavia se già In the land of blood and honey aveva fatto intuire quanto nel desiderio di fare cinema di Angelina Jolie ci sia più l'idea di veicolare idee o ancor peggio "messaggi" che quella di realizzare una narrazione per immagini, Unbroken lo conferma. Lungo tutto il film è più pressante l'urgenza di pronunciarsi contro qualcosa e a favore di qualcos'altro che quella di usare una storia per mettere in immagini il proprio mondo, figuriamoci avere un atteggiamento ambiguo o anche solo non coinvolto.

La trama è quella del disastro aereo, della disperata deriva in mezzo all'oceano e poi della prigionia in un campo giapponese di un gruppo di soldati americani durante la seconda guerra mondiale. Tra di loro anche un atleta olimpionico.
Dopo una sequenza di disastro aereo di ottima fattura, ben resa, piena di idee e dotata anche dello sguardo giusto, cioè di un misto di realismo ed epica (unire l'emozione forte del disastro e del progressivo avvicinarsi di un momento fatale con le falsità retoriche del cinema narrativo e le esigenze di spettacolarizzazione) inizia però il disastro del film. Prima l'agonia in mezzo al mare e poi il sadismo a senso unico delle torture nipponiche, in un continuo infliggere allo spettatore scene madri. Addirittura anche lo scialbissimo e ruffiano Le due vie del destino era stato in grado di trattare meglio il medesimo tema.

Il problema di questa lunghissima parabola da 2 ore e 20 è proprio che affronta un genere estremamente codificato, narrando eventi abbastanza trattati dal cinema, senza avere mai una visione originale o personale. Nella storia mai raccontata prima di Louis Zamperini sembra di rivedere ogni altro film sul genere "campo di prigionia" ma privati di quel che li rendeva originali e senza la volontà di complessità che il cinema di guerra contemporaneo richiede.
A furia di asciugare lo stile per mettere in evidenza le interpretazioni e in secondo piano la regia, Angelina Jolie sembra aver perso la via per il cinema migliore, quello che nel raccontare qualcosa in realtà parla di tutt'altro. Unbroken invece è esattamente il racconto di una prigionia e l'esaltazione dello spirito indomito di quei prigionieri, senza una profondità di sguardo che lasci intravedere altro nè con la capacità, semplice e secca dei registi classici hollywoodiani, di raccontare con fluidità.
Buono solo per chi condivida la medesima visione della regista, noia incomprensibile per tutti gli altri.

27.1.15

Italiano Medio (2015)
di Maccio Capatonda

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È dall'inizio degli anni '80 che il travaso di comici televisivi al cinema è un'abitudine, dai tempi di Benigni, Verdone, Troisi e dei Giancattivi. Negli anni si sono create una serie di consuetudini in materia dalle quali oggi non si può scappare. Il comico televisivo che fa un film ne deve essere per forza anche regista (sebbene quasi sempre non abbia molta fantasia in materia), deve realizzare una commedia in cui le battute siano verbali e tutte intorno a lui, mai non nell'intreccio, e nella quale egli stesso sia il motore di una storia romantica con una controparte esageratamente bella (specie considerato che il comico spesso è bruttino). 
Maccio Capatonda evolve e interrompe al tempo stesso questa consuetudine con un film di certo non straordinario ma di grande rottura e davvero capace di dire qualcosa con il suo divertimento.

Appartenendo ad un'altra generazione Capatonda si presenta come videomaker, un autore di video più che di gag televisive, e come quasi tutti i videomaker moderni è montatore delle proprie opere oltre che regista. Avendo fatto realmente il lavoro di messa in scena prima di arrivare al lungometraggio ha quindi un'idea precisissima del mondo che vuole mettere in scena. Anche per questo in Italiano Medio esiste una prospettiva completamente diversa da tutti gli altri film comici italiani. Non guardiamo la storia di una persona così da vicino da non riuscire a veder altro se non lui e chi gli sta vicino ma così da lontano che si intuisce come sia il mondo in cui questa persona si muove. Senza fare paragoni ingiusti è evidente che si inserisca nella tradizione vicina ai film di Fantozzi diretti da Luciano Salce, aiutato anche dall'uso di un grottesco e demenziale molto forti e meschini. Maccio Capatonda è l'evoluzione del comico regista perchè mette in scena e ne è completamente diverso perchè non gli interessano i buoni sentimenti, anzi si compiace di tutto ciò che di terribile vede in giro. 

Al netto di un umorismo molto forte (e molto in linea con quello di cui si è sempre servito), che non si dimentica di citare molto del suo passato (L'uomo che usciva la gente come i servizi del TG) e usare i suoi abituali collaboratori, Italiano Medio è uno dei film più spietati con il pubblico visti negli ultimi anni. Purtroppo i quasi 100 minuti di durata non riescono a reggere il medesimo ritmo al medesimo livello e la sensazione di una lunga puntata televisiva è forte, tuttavia non si può non rimanere felicemente rinfrescati dalla maniera in cui Maccio Capatonda ne abbia per tutti. Per gli impegnati, i disimpegnati e infine per gli ipocriti, per i ricchi come per i poveri, per chi gli è vicino e chi gli è lontano.
Una volta tanto vediamo un film in cui si avverte che all'autore il mondo in cui vive non gli piace per nulla e intende manifestare questo disprezzo più che prenderlo in giro bonariamente. Non c'è gentilezza in Italiano Medio ma una spigolosa durezza che aiuta molto l'umorismo (in certi momenti ci si sente quasi in colpa a ridere) e che lascia in bocca un'amarezza che, una volta tanto, non è dovuta al solito drammetto facile affiancato al lieto fine ma ad una vera sensazione di aver visto se stessi e non esserne poi così contenti.

26.1.15

Selma (id., 2014)
di Ava DuVernay

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È un'opera pulitissima Selma. Obbediente, fiduciosa, timorata di Dio e animata da un vento di corretto umorismo per alleggerire i momenti più drammatici e rendere comunque lo svolgimento mai eccessivamente squassante per nessuno. Nonostante racconti della conquista dei diritti civili da parte del movimento capeggiato da Martin Luther King (per la precisione il braccio di ferro con Lyndon Johnson e le marce da Selma a Montgomery per ottenere per legge che il diritto di voto per i neri fosse fatto rispettare), lo stesso il film di Ava DuVernay non intende offendere nessuno, identifica dei nemici talmente universali e spregevoli da far in modo che nessuno (nemmeno chi ancora è animato da strisciante razzismo) si possa identificare. E alla fine assolve anche la politica.

Con Oprah Winfrey a sostenere tutta l'operazione, a produrre e a recitare (in un ruolo ovviamente troppo presente), il film è un'elegia della non violenza, della giustizia e dell'insopprimibile sete di uguaglianza di un popolo che non ha nessun timore a definirsi "come nessun altro", una sarabanda di valori positivi ben esposti e raccontati con il sentimentalismo corretto, misurato e delicato che è lecito aspettarsi. È un racconto fatto da vincitori (Oprah Winfrey a suo modo lo è) e non uno di chi ancora sta lottando.
Selma sostanzialmente è un'opera impeccabile senza nemmeno una briciola d'audacia, una che contrariamente ai protagonisti che racconta non ha la minima volontà di fare la differenza o di prendere posizioni difficili a proprio rischio e pericolo. Se è vero che la storia è tale a partire dalla lettura che ogni epoca ne dà e che questo genere di film servono proprio a cambiare le priorità e la rilevanza che diamo a correnti, episodi e figure storiche, è anche obiettivo che difficilmente si poteva fare un film più innocuo.

Recitato con intensità, scritto con attenzione al dettaglio e alla correttezza Selma ha come bersaglio categorie umane che o non esistono più o sono già relegate alla peggiore posizione nella realtà dei fatti, ai margini della società. Un film che chiede al pubblico di prendere la posizione più semplice e quindi, indirettamente, lo distoglie da quelle più complicate e attuali. Ava DuVernay sceglie di non gettare nessuna luce sul presente, di concentrarsi sulle vittorie del passato senza sottolineare mai come il problema non siano tanto gli estremisti (che alla fine del film le didascalie riportano essere poi finiti malissimo) quanto quella fetta di società che accetta l'integrazione razziale solo formalmente ma mai fino in fondo. 
Ogni discorso di Martin Luther King è mostrato con l'enfasi dei vincitori, non con la predestinazione della morte (che arriva sotto forma di didascalia, anch'essa con pochissima enfasi), ogni passo verso la conquista è mostrato come un trionfo a senso unico che non lascia strascichi o problemi. 
Se il razzismo è una questione ancora aperta questo film dice agli spettatori: "È tutto a posto. Abbiamo vinto. È finita".

23.1.15

Minuscule - La valle delle formiche perdute (Minuscule - La vallée des fourmis perdues, 2014)
di Helene Giraud e Thomas Szabo

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L’intuizione che dà il via a tutto è quella di A bug’s life: raccontare un'avventura grande ed epica in un mondo minuscolo. L’immensità dei paesaggi e l'intensità dell'azione messe al servizio degli esseri più minuscoli. Nel film d’animazione di Helene Giraud e Thomas Szabo (la prima è figlia di Jean Giraud cioè Moebius) non ci sono vie di mezzo, solo l’immensamente grande e l’immensamente piccolo. Ovviamente dei due la maggior parte dell’attenzione va al secondo, il mondo dei protagonisti delle formiche, delle mosche e soprattutto di una coccinella che al suo primo volo in famiglia si perde e inizia il suo viaggio incredibile assieme ad una colonia di formiche braccate da un’altra colonia di formiche (ma rosse) che bramano il loro zucchero.

Le caratteristiche in comune con il cartone Pixar però si fermano davvero al contrasto di dimensioni perché Minuscule ha una messa in scena completamente diversa (veri luoghi, veri sfondi, vera natura filmati nei quali si muovono insetti digitali animati in computer grafica) e soprattutto sceglie di non avere dialoghi, al posto loro inventa un universo sonoro originale.
Se infatti un film più banale, pigro e timoroso avrebbe tirato i remi in barca e scelto di usare versi naturali o solo musiche (che pure qui ci sono e anch’esse molto altisonanti) Giraud e Szabo creano un mondo di suoni irreali. Gli animaletti comunicano a fischi, oppure fanno versi che sembrano uscire da un kazu o ancora hanno caratteristiche quasi umane (la fastidiosa risatina della piccola mosca è contagiosissima) e infine abitano una dimensione piena di rumori che in realtà provengono dal nostro mondo e sono attribuiti al loro. Insetti che volando producono il rombo di motori potenti o al contrario sfiatati e oggetti che cadono come esplosioni, tutto è piccolo ma sonoramente gigante perchè è dal contrasto fortissimo tra quel che si vede e quel che si sente che Minuscule trae la sua forza drammaturgica. Lavorando di sonoro i due autori riescono a far fare al loro film il salto da piccola curiosità a grande opera.

Se la storia è una parabola eroica abbastanza usuale (la piccola coccinella in una guerra molto più grande di sé, assieme ad improbabili alleati di una specie che non è la sua) sono invece appaganti elementi come l’esotismo del suo mondo che tratta gli anfratti raramente esplorati della natura come fossero un pianeta alieno, le diverse razze di insettini visti come alieni o una diatriba per il possesso di alcune zollette di zucchero dipinta come un conflitto devastante.
La stessa diatriba tra piccolo e grande anima anche il character design dei personaggi, in bilico tra tenerezza dei grandi occhi e fedeltà del corpo, tra fotorealismo e Disney. Tutto per dimostrare ancora una volta che nonostante il suo periodo d’oro tra gli anni ’90 e 2000 sia finito, lo stesso l’animazione a tratti sa ancora essere il cinema punto di riferimento, quello più sperimentale, audace e puro.

22.1.15

Sei mai stata sulla Luna? (2015)
di Paolo Genovese

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Per una coincidenza il film di Paolo Genovese è il secondo titolo italiano in uscita questa settimana con al centro il rapporto irrisolto che il nostro paese intrattiene con il passato recente. L’altro è Il nome del figlio. Genovese però non affronta il tema dal punto di vista della nostalgia e dell’eredità personale e sociale che ci portiamo dietro (quanto quello che abbiamo fatto influenza quello che facciamo, individualmente e collettivamente) ma del più comune rifiuto della modernità a favore di un ritorno ad un passato idealizzato, custode dei veri valori nazionali, unica possibile salvezza dalla modernità.
Al pari di molta commedia recente infatti anche in Sei mai stata sulla Luna? la storia è quella di una persona che si sposta dalla città alla provincia, dal Nord al Sud, dalla vita pienamente moderna (grattacieli, auto di lusso, tecnologia, moda…) ad una il più possibile rurale e antica (campi da coltivare, dinamiche da paese, un buon prete…) e anche in questo caso l’opposizione tra i due stili di vita, e quindi tra le due dimensioni dell’Italia, è il centro vero del film.

In Sei mai stata sulla Luna? ogni personaggio è definito in base al suo rapporto con la modernità: la protagonista, ovviamente, è la moderna per eccellenza, così la sua amica, mentre i comprimari che incontra nel suo viaggio nella provincia meridionale oscillano tra il pienamente tradizionale e il tradizionale con comiche velleità di modernità (il barista che millanta esperienza americane e gestisce un bar che vuole essere moderno, il cuore solitario che cerca l’amore online ma con nomi e sogni di provincia). Curiosamente per il genere nella trama a trionfare alla fine sarà un misto di moderno e antico, sebbene il vincitore morale rimarranno provincia e passato come luogo e tempo in cui è possibile incontrare i propri sentimenti. Non mancheranno infatti la tecnologia come fonte di ridicolo (e la sua assenza come comica tenerezza), il lavoro moderno spietato e senza cuore, i tempi autentici della provincia e il caldo abbraccio di una vita in cui tutti conoscono tutti.

Lo stile con cui la commedia traccia la sua parabola è quello di Paolo Genovese (più Immaturi che Una famiglia perfetta), sempre pronto a sacrificare un po’ di sofisticazione per un po’ di estetica, mai eccessivamente legato alla plausibilità (la protagonista è una giornalista di un periodico di moda che gira in Maserati) e più incline ad usare il linguaggio audiovisivo della commedia sofisticata americana (quella del reddito sempre alto, della bella vita e del sogno che vince sempre su ogni possibile realismo). Non mancano nemmeno i collage musicali.
In questo contesto a fallire allora è proprio la commedia. A Sei mai stata sulla Luna? manca totalmente il ritmo giusto, come una macchina che si ingolfa e riparte di continuo. La sceneggiatura è scandita con grande povertà di spirito e le gag non si vergognano di rimestare nel già sentito, nella ripetizione di quello che possiamo attenderci da ogni situazione. Ma la mancanza più grave, quella che si fa sentire di più, è l’intuizione di quale sia il punto di vista divertente sugli eventi narrati, o in altre parole, come mai questa storia vada raccontata in forma di commedia e non (per dire) di dramma.

20.1.15

Il nome del figlio (2015)
di Francesca Archibugi

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Due coppie e un amico single che si conoscono da sempre una sera a cena iniziano a litigare per l'incredibile nome che due di loro voglio dare al figlio che stanno per avere. La lite e i battibecchi lasciano emergere sempre di più del loro passato, delle loro contraddizioni e del presente che viviamo. In due parole è questa la trama della commedia teatrale da cui Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte hanno tratto nel 2012 il film Cena tra amici, a cui Francesca Archibugi si è rifatta per questo remake italiano. Forse proprio per questa catena di debiti, per il suo rifarsi a qualcosa che già si rifà ad altro, Il nome del figlio somiglia ai remake migliori, quelli che prendono lo stretto indispensabile dal testo originale e ne ampliano lo spettro aggiungendo così tanto da deviarne la traiettoria verso lidi personali. Anche l'umorismo è lontano dal film francese e più vicino a quello sottotono, moderato e sparuto delle commedie di Francesca Archibugi. A furia di aggiungere il nocciolo si fa sempre più piccolo e alla fine "remake" diventa un aggettivo di vaga assonanza con la realtà.

L'idea della regista è di allontanarsi dalla dinamica di "Carnage", quella del solo scontro umano e sociale, lo scannarsi con garbo di due coppie che perdono ogni segno di civiltà e diventano sempre più bestie, per andare a rimestare nel rapporto irrisolto con il passato. In quella storia Francesca Archibugi ha visto la possibilità di raccontare quanto dell'eredità passata influenza il nostro paese e non a caso la parte migliore del film si materializza quando la cattiveria che i protagonisti hanno gli uni contro gli altri svela il loro ieri. 
Nel presente dei protagonisti c'è un passato ingombrante, non a causa di eventi traumatici ma in quanto tale, in quanto passato. Le 4 persone hanno un rapporto con la loro adolescenza e la propria formazione così invadente da contaminare la vita presente, dalle conversazioni fino agli atteggiamenti. Figli di un grande uomo politico due e affascinati dall'epica di una famiglia così importante gli altri, sono tanto diversi tra di loro (per visioni politiche, atteggiamento, remissività e classe sociale) quanto in realtà uguali nella scarsa comprensione di quel che vivono e nella celebrazione del passato.

È evidente che i diversi equivoci causati dagli scherzi di uno di loro sono un modo come un altro per scatenare l'incomprensione latente, eppure nonostante Francesca Archibugi scelga di rimestare in luoghi, ambienti, personaggi e contesti eccessivamente personali (altissima borghesia intellettuale romana), il suo muoversi con dolly e/o droni su questa casa a due piani e lo spostarsi (come nel testo d'origine) tra scontri furiosi e riappacificazioni altrettanto improvvise ha una forza narrativa non da poco. 
Non poteva mancare la tecnologia nel grande calderone della modernità, vista come sempre avviene nel cinema italiano al pari di un problema o al massimo di una fonte di ridicolo, mai come un'opportunità o un facilitatore. Nè nei momenti peggiori del film potevano man dei flashback abbastanza naive (quando va bene) e ruffiani (quando va male) sulla vita dei 4 dai giovani. Eppure nonostante tutto questo, alla fine, la decisione con la quale il film prende di petto quello che è il vero tema portante degli ultimi anni nel nostro paese, ovvero il rapporto irrisolto con la modernità che rispecchia quello irrisolto con un passato desiderato, conservato e ammirato con una dedizione fuori dal normale, lo rende seriamente più universale e sincero di quanto il contesto cerchi di attenuare.

19.1.15

John Wick (id., 2014)
di Chad Stahelski

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In una festa di comprimari Keanu Reeves striscia a fatica fuori dalla sua consueta apatia a furia di ferite inferte e subite sullo sfondo di neon che gridano nichilismo. Chi l'avrebbe mai detto! John Wick è la prima sorpresa di questo 2015.
Hanno creato un piccolo mondo Chad Stahelski e Derek Kolstad, regista e sceneggiatore quasi esordienti (il primo con un passato di stuntman e controfigura dello stesso Keanu Reeves), un universo dentro il nostro universo in cui la mala si muove in una geografia propria oscura al resto delle persone, come fossero vampiri di un romanzo young adult (ha i suoi luoghi, le sue regole, i suoi netturbini, la sua mitologia), in cui ogni ruolo tradizionale è trasfigurato nella sua versione gangster e i giorni paiono durare la metà delle notti.

Il film è messo in moto da una trama che si presenta come pretestuosa e solo alla fine si rivela perfetta: un uomo perde la moglie, litiga con un russo alla pompa di benzina, subisce un'intrusione notturna da questi (che parte come Universal Soldier - Day of reckoning, quel film ha davvero gettato più di un seme), viene malmenato e vede morire davanti ai suoi occhi il proprio cane, unico ricordo della moglie morta. Quella violenza lo tira fuori dal lutto e dall'isolamento che aveva scelto e lo fa tornare alla propria di violenza. Chi l'ha preso di mira non lo sa ma la sua vittima fino a pochi anni prima era un carnefice, uno dei migliori, e ha intenzione di sfogare il dolore per la moglie morta su chi gli ha ucciso il cane, in un trionfo di efferatezza educata e regolamentata.

C'è Drive ovviamente in questo film, tradotto per il cinema americano e al netto della raffinatezza di Refn. Per meglio dire di Drive ci sono le componenti più evidenti (leggere la notte e il mondo della violenza attraverso i colori sparati al neon e le luci che saturano pareti e volti) e anche qualcuna delle meno scontate, come la capacità di dosare i tempi attraverso pesi e misure inusuali. Per essere un film d'azione e di violenza John Wick ha lunghi momenti di stasi, in cui l'azione è negata e contemporaneamente se ne crea un forte desiderio per sottrazione. In questo film diretto da uno stuntman ogni qualvolta non c'è azione ci si chiede come mai non ci sia e si anela di vederla dietro l'angolo. Il movimento sembra sempre essere lì lì per deflagare, in un rimando continuo che aumenta l'acquolina divorando l'atmosfera.
Il timore quindi è che quando l'azione arrivi non sia all'altezza delle attese.

Una sola cosa però uno stunt come Chad Stahelski non poteva sbagliare ed era per l'appunto l'azione. E non la sbaglia. Anche con uno dei protagonisti più macchinosi e goffi in assoluto riesce a muovere tutto con armonia abbinata ad un piacere sadico che fa il paio con il tono cupo del film. Lunghe inquadrature, pochi tagli secchi e dal gran ritmo (la montatrice è un'islandese sconosciuta ad Hollywood) e soprattutto campi lunghi, il che significa fotogrammi in cui corpi interi lottano, fisici a confronto, movimenti umani veri e ricostruzione dal vivo, niente trucchi di montaggio per simulare l'azione, solo la poesia del movimento (ve lo dico subito, Keanu non li azzecca tutti ma chi si muove intorno a lui fa i miracoli).

Quello che non era scontato invece è la maniera in cui a tre quarti della durata, là dove i film della sua categoria muoiono perchè rimasti a secco di cose da dire e desiderano solo di finire il prima possibile, John Wick rivelasse la sua anima più profonda, il suo nocciolo duro. Finita la parte di vendetta, che sembrava il cuore della storia, ne inizia un'altra dal sapore polar, che mette a frutto tutte le note noir sparse tra un cazzotto e l'altro, in cui l'amicizia, il rispetto, le regole, l'etica e il codice del mondo criminale non ammazzano ogni speranza. Di colpo non si desidera più l'azione ma si contempla un universo in cui il destino è scritto fin dalla prima inquadratura, si guarda l'inevitabile accadere con una serenità che non pensavo possibile in un film partito con così tanto disprezzo per recitazione e dialoghi.

16.1.15

Banana (2015)
di Andrea Jublin

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Film come Banana in Italia, semplicemente, non se ne fanno. Vale a dire lungometraggi in cui i ragazzi sono protagonisti e vengono trattati con la medesima complessità e sfaccettatura degli adulti, non come figli ma come coetanei, non come esseri umani cretini ma come esseri umani diversi (un filo più idealisti e ingenui, ma solo di una sfumatura), non tutti per bene ma all'occorrenza anche bastardi, piccini e meschini senza salvezza come il resto dell'umanità. L'ultimo che si ricordi valevole una menzione è l'iperbolico L'uomo fiammifero, datato 2009. 
Mentre all'estero questo tipo di cinema è abbastanza florido (lo sa solo chi frequenta il Festival di Giffoni o la sezione Alice nella città del Festival di Roma), da noi non ne esiste una vera tradizione, solo sporadiche incursioni che, anche nei casi migliori, non ricevono il credito che meritano. Banana però non è sorprendente solo per la sua natura ma soprattutto per la sua fattura. Scritto con una fluidità, una serietà e un rispetto della materia trattata che impressionano, vanta anche una consapevolezza della vera lingua parlata dai ragazzi (non i termini gergali e di moda ma l'atteggiamento, gli insulti, le insicurezze e le arroganze) che rischiara tutto il racconto di plausibilità.

Protagonista del film è per l'appunto Banana, ragazzino di circa 15 anni con i piedi a banana che lo stesso non si arrende e ad ogni partita invece di rimanere in porta tenta la grande azione personale, inevitabilmente fallimentare. Alla stessa maniera senza demordere e senza curarsi dell'assurdità del suo progetto, lui cicciotto, bruttino e un po' sfigato, aspira a conquistare una ragazza, più grande, più bella e molto più smaliziata di lui. Quando capisce che probabilmente verrà bocciata decide di aiutarla anche se lui stesso è il primo ad aver bisogno d'aiuto per non essere bocciato (gli incubi che ha in materia sono straordinari). Intorno a Banana si muovono i compagni (un casting finalmente fatto bene, ragazzi con facce vere e che recitano!), una famiglia, una sorella e una professoressa di italiano lontanissimi dal piccolo mondo gentile e quieto delle storie con ragazzi cui siamo abituati.

Impossibile dire se Banana sia un film appassionante per i coetanei dei protagonisti, di certo è una delle commedie italiane migliori dell'anno. Non si salva da alcune trappole sentimentali eccessive e non è in grado di riservare ai diversi adulti del film il medesimo trattamento rispettoso che tocca ai ragazzi (le storie della professoressa e della sorella di Banana non funzionano quanto quella principale). Lo stesso la grana dell'umorismo che contamina il film è delle migliori (poco piegato sulle gag, molto sull'intreccio e capace di ridere dell'amaro) e in certi casi personaggi dipinti anche solo con un tratto minuscolo sembrano memorabili (il compagno fissato con il sesso).
Andrea Jublin dirige, scrive e interpreta (nel ruolo di Gianni, l'insegnante di teatro), forse insiste un po' troppo sull'idea centrale, cioè sulla "filosofia del Brasile" di Banana, e chiude il film con una quantità di melassa che non dovrebbe essere accettabile per un'opera che fino a quel punto è stata così equilibrata, ma è indubbio che abbia girato un esordio di cui c'era bisogno e a cui è impossibile non voler bene.
Addirittura azzecca perfettamente anche il fermoimmagine di chiusura (che dopo I 400 colpi è un topos dei film con ragazzi protagonisti difficilissimo da centrare per bene).

Su YouTube si trova (in due parti) il cortometraggio del 2008 di Andrea Jublin intitolato "Il supplente", finito anche nella cinquina per il Miglior cortometraggio agli Oscar. Si trovano i medesimi pregi di Banana (casting, scrittura, uso dell'umorismo, recitazione) e un po' più dei medesimi difetti (eccesso di melassa e difficoltà nel finire con il medesimo equilibrio dell'inizio) e vale una visione.

14.1.15

I Knew Better: Hungry Hearts

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Esce questa settimana in sala, e finalmente, uno dei film meno classificabili visti (e recensiti) a Venezia. A molti non piacerà, tanti rimarranno spiazzati, alcuni ne apprezzeranno la follia. Di certo ha l'attacco migliore del cinema italiano di quest'annata.