2.5.11

L'altra verità (Route Irish, 2011)
di Ken Loach

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Quando fa così gli meneresti. Esiste tutta una parte della filmografia di Ken Loach che è letteralmente divorata dall'impegno. Come se in preda ad una furia ecumenica, ad un senso di giustizia a mezzo filmico il regista mettesse in piedi (assieme sempre a Paul Laverty) film che non hanno senso se non per il tema che denunciano.
L'altra verità, fin dal titolo, si inscrive in quella dimensione. Un cinema asciugato di ogni possibile originalità o specifico, per andare a raccontare una storia di guerra, sopruso, inganno e violazione del comune senso di giustizia.

Arruffato e incasinato L'altra verità vuole a tutti i costi denunciare tutto e tutti. La guerra, chi vi prende parte ma anche chi si ritiene dalla parte dei buoni. Non c'è modo corretto di approcciarsi o di viverla e anche quando si cerca di fare del bene o raddrizzare dei torti, si sbaglia.
In particolare poi L'altra verità prende di mira il tema dei contractor (il privato che si sostituisce al pubblico) e dell'uso della tortura per l'estrazione delle informazioni. E se non stupisce certo che Loach si dedichi alla condanna di una situazione in cui la logica del profitto intacca lo scopo umanitario e la solidarietà tra uomini di pari ceto, è disarmante come il regista di Looking for Eric dimentichi di farci un film intorno!

Tutte le consuete abilità nel delineare personaggi incastrati in situazioni che vedono il contesto influire sul singolo sembrano dimenticate. Loach cerca la grande storia nelle piccole storie ma non manca di contaminare tutto con un sentimentalismo alla buona. Mani sulle porte a vetri per simboleggiare il dolore (?!!?) e messaggi in segreteria telefonica ascoltati mille volte.
Io davvero non lo so che gli prende quando fa così....

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